00 9/10/2010 12:40 AM
La “Caritas in veritate” di Benedetto XVI: riflessioni pastorali
di Stefano Fontana*



ROMA, giovedì, 9 settembre 2010 (ZENIT.org).- La “Caritas in veritate” doveva essere un’enciclica sullo sviluppo e, secondo il disegno originario, avrebbe dovuto commemorare il 40mo anniversario della Populorum progressio (PP) di Paolo VI. Non temo però di dire che essa è ben più che una enciclica sullo sviluppo. A mio modo di vedere il suo tema è “il posto di Dio nel mondo”, e il guardarsi reciproco tra Chiesa e mondo, fede e ragione, natura e sopranatura. Nella CV la questione sociale non solo diviene la “questione antropologica”, ma diventa addirittura la “questione teologica”: appunto il posto di Dio nel mondo.

Precisazioni metodologiche

Un primo tratto caratteristico della CV è comunque il riferimento alla PP di Paolo VI. Nonostante che, per molti motivi, la data del 2007 non sia stata rispettata, l’enciclica mantiene un importante riferimento alla PP e a Paolo VI. Tra l’altro, questo riferimento assume due aspetti di grande importanza. Il primo riguarda il ricordo di questo pontefice e il riconoscimento della sua grandezza anche per la DsC. Non va dimenticato che molti hanno parlato in passato di “incertezze” di Paolo VI in questo campo, viste come segno di un ripensamento della natura della DsC secondo le linee teologiche che la interpretavano come ideologia. Si diceva che il Vaticano II non aveva dedicato una attenzione sistematica alla Dsc e aveva adoperato l’espressione in modo marginale. Quando nel 1971 Paolo VI pubblicò la Octogesima adveniens in forma non di Enciclica ma di Lettera apostolica, una diminutio quindi, molti vi lessero un ulteriore segno che anche nel magistero di Paolo VI la DsC non assumeva più il ruolo occupato precedentemente al Concilio. Tutto ciò animava la distinzione tra due DsC una preconciliare ed una postconciliare, quando non addirittura la improponibilità della DsC nel postconcilio. Siccome simili posizioni sono ancora, e largamente, presenti, è di grande significato che Benedetto XVI abbia riletto il magistero di Paolo VI come per nulla incerto o debole nei confronti della DsC ma, anzi, fortemente propositivo e lungimirante. Della PP egli dice infatti che è da considerarsi come la Rerum novarum dell’epoca postconciliare e sottolinea gli stretti legami di questa enciclica con la Humanae vitae del 1968, anticipazione ante litteram di come già allora la questione sociale si ponesse come questione antropologica.

Alla rivalutazione, se così possiamo dire, di Paolo VI, la CV associa l’idea che il punto di vista della DsC è la “tradizione apostolica” e che non è possibile separare due DsC, l’una preconciliare e l’altra conciliare. Vediamo brevemente questi due importanti aspetti.

Per molto tempo si è sostenuto che partire dalla rivelazione trasmessa nella tradizione apostolica faceva della DsC un sistema deduttivo. A ciò si contrapponeva un procedimento induttivo. Il punto di partenza, o addirittura il punto di vista, doveva essere la situazione, la prassi o i dati delle scienze umane. Si tratta di posizioni tipiche degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, ma ancora molto presenti tra i teologi e i docenti degli Istituti di Scienze Religiose. Già ad Aparecida, davanti all’episcopato latinoamericano e poi nella CV, Benedetto XVI afferma invece che il punto di vista – o luogo ermeneutico – è la fede apostolica, e che partire dalla situazione, dalla prassi o dalle sole scienze umane è ideologico. Egli rovescia così il percorso, segnalando che anche il magistero di Paolo VI, come del resto il Concilio, è su questa linea.

La tradizione apostolica però è una sola ed ecco l’applicazione dell’ermeneutica della continuità del Concilio vaticano II anche alla DsC [più di recente, il papa l’ha applicata anche alla figura del sacerdote]. Quanti Manuali di DsC che ostentavano, articolavano e sistematizzavano questa contrapposizione dovrebbero essere rivisti e riscritti! Queste contrapposizioni sono frutto della sovrapposizione alla DsC di categorie ideologiche ad essa estranee, che impediscono di riconoscere il suo vero messaggio.

Una nuova valutazione dell’economia

Un secondo tratto caratteristico della CV è una nuova considerazione dell’attività economica. L’affermazione forse più sorprendente è che la logica del dono deve essere presente fin dall’inizio nella normale attività economica. Questo principio viene ripetuto più volte nell’enciclica e articolato anche con buoni criteri scientifici, oltre che teologici e morali. E’ un principio dalle molteplici conseguenze: non c’è prima il produrre e poi il distribuire; l’economia non può essere separata dalla società come se la prima mirasse all’efficienza e la seconda alla solidarietà; la suddivisione tra pubblico e privato o tra non profit e profit non sono più sufficienti a interpretare la realtà dell’economia; la gratuità e il dono non riguardano solo il terzo settore, ma anche il settore privato e quello cosiddetto pubblico; gli esperti devono impegnarsi a configurare giuridicamente e scientificamente nuove forme di imprenditorialità; l’imprenditorialità va intesa in modo polivalente con la possibilità di scambi reciproci tra i diversi tipi di imprenditori; e così via.

Un punto, a questo proposito, è di fondamentale importanza. Il mercato è inteso come l’ambito che rende disponibili i beni. Il papa sostiene – ma a dirlo sono ormai molti economisti – che il mercato, per funzionare, ha bisogno di beni indisponibili. Per poter produrre il mercato deve presupporre beni che esso stesso non può produrre. Partendo da questa constatazione per l’economia, la CV la amplia all’intera realtà, sostenendo che l’intero sviluppo umano si fonda su una vocazione che non gli è disponibile, ma che gli viene incontro in dono. Nessun livello di realtà può darsi da solo la sua verità. Quando un livello della realtà si chiude in se stesso, presumendo di poter bastare a se stesso, diventa prigioniero di se stesso. Senza Dio, l’uomo può produrre solo uno sviluppo disumanizzato.

Tre nuovi ambiti tematici

Questo spunto ermeneutico fondamentale viene applicato da Benedetto XVI a tre grandi tematiche dell’attualità storica: l’ateismo e le religioni, l’ambiente e la natura umana, la tecnica e la bioetica. Nessuna enciclica precedente aveva affrontare in modo così ampio ed approfondito questi elementi che sono emersi in modo dirompente dopo la famosa “crisi delle ideologie” e che contengono in sé nuove preoccupanti ideologie.

Se lo sviluppo ha bisogno di nutrirsi di una vocazione che sia altro da sé, l’ateismo è nemico dello sviluppo. E non solo, dice il papa, l’ateismo militante e persecutorio della religione, ma anche l’ateismo dell’indifferenza, o nichilismo, che viene sistematicamente propagandato anche nelle società che un tempo erano cristiane. L’ateismo soffoca le energie più autentiche dell’uomo, ne appiattisce l’impegno su obiettivi meschini, guasta le relazioni umane e impedisce agli uomini di sacrificarsi per ciò che veramente è bello e grande.

La libertà di religione è quindi un diritto fondamentale per lo sviluppo, ma va correttamente intesa. Essa non comporta che tutte le religioni siano messe sullo stesso piano – non comporta cioè l’indifferenza religiosa. C’è l’arbitro, lo Stato, che garantisce la libertà di religione ma sa anche fischiare qualche fallo, quando le religioni minacciano i diritti umani e il bene comune. Ci sono poi i giocatori, e tra essi i cattolici, che non devono farsi riguardo dal giocare la loro partita perché questo offenderebbe le altre religioni. La libertà di religione né toglie alla ragione politica l’impegno di valutare quando esse comportino una lesione dei diritti umani, né chiede che si costituisca un ambito pubblico neutro dalla religione come nel modello francese, né chiede che i cristiani debbano rinunciare ad evangelizzare.

La cura dell’ambiente e la difesa della natura umana devono essere sempre collegati insieme. La natura non va disprezzata, ma neppure sacralizzata in nuove forme di paganesimo. L’ecologismo rischia di diventare una nuova religione. La tutela dell’ambiente naturale non deve riguardare solo l’aria e l’acqua ma anche e soprattutto l’uomo. Il cristiano ha il dovere di difendere il creato, prima fra tutti la natura della persona umana che pure appartiene al creato, e non solo le foche. La difesa della vita e della famiglia non può essere separata dalla difesa della natura. Viceversa l’ecologia diventa ideologia. La difesa della vita umana è affrontata dalla CV a tre riprese e viene organicamente collegata con tutti i temi del vero sviluppo. Non sarà più possibile, da ora in avanti, parlare di ecologia e di sviluppo dimenticando le tematiche della vita.

Infine la tecnica. L’intero capitolo VI è dedicato a questo argomento, con dei passaggi di grande profondità. La tecnica è vista anche come estrema configurazione del rifiuto di un senso e quindi come estremo nemico dello sviluppo, in quanto lo riduce al massimo a crescita o ad aumento del Pil. L’enciclica vede il pericolo del tecnicismo in molti aspetti della nostra vita sociale: nella finanziarizzazione dell’economia, nei mass media, negli aiuti allo sviluppo che servono più a mantenere gli apparati che non a favorire l’uscita dalla povertà, eccetera. Ma lo vede soprattutto nel campo bioetico. C’è un genocidio in atto e quasi nessuno ne parla. I dati pubblicata recentemente dal IPF di Madrid sono agghiaccianti. L’aborto è fenomeno di massa, le nuove pratiche diagnostiche prenatali confluiscono ormai automaticamente nell’aborto quando si riscontrasse qualche malattia anche ipotetica nel feto, è in atto una spietata selezione eugenetica sia in ordine alla salute del nascituro sia in ordine al suo sesso che terrificano, i tentativi di negare la natura complementare di maschio e femmina e di mettere le mani sulla stessa identità umana fanno rabbrividire, con l’inseminazione artificiale si è superata una soglia oltre la quale non è più possibile parlare di rispetto della dignità umana. E’ qui che il papa dice che la questione sociale è diventata la questione antropologica.

Il posto di Dio nel mondo

Vorrei a questo punto indicare un quarto ed ultimo tratto caratteristico della CV, uno schema ermeneutico che essa indica e che può esserci di grande aiuto anche nella nostra attività pastorale. Ho detto all’inizio che la CV ha come tema di fondo il posto di Dio nel mondo. Non è un tema nuovo se laRerum novarum diceva che non c’è soluzione alla questione sociale fuori del Vangelo, se la PP affermava che il principale fattore di sviluppo è il Vangelo e se la Centesimus annus diceva che la Chiesa ha un diritto di cittadinanza nella società. In altri termini la DsC non può rinunciare alla pretesa che, come dice la CV, il cristianesimo non sia solo utile ma anche indispensabile alla costruzione di un vero sviluppo umano. Ma ecco il punto: come può questa pretesa non soffocare l’autonomia delle realtà terrene, la responsabilità umana, la luce della ragione e l’importanza dei saperi scientifici? Dal punto di vista pastorale si tratta di un problema chiave. La CV lo risolve in questo modo: la luce che viene da Cristo – si rilegga la Gaudium et spes su questo punto – svela l’uomo all’uomo, non ne soffoca le capacità ma anzi lo rende maggiormente capace di sé, più maturo. La luce della rivelazione non soffoca la luce della ragione, ma la aiuta ad essere se stessa. La fede cristiana può dialogare con i saperi dell’uomo in quanto non li mortifica ma li invita a scendere maggiormente in profondità dentro se stessi e produrre i loro frutti migliori. La pretesa della fede cristiana di essere “dal volto umano” sveglia la ragione, le impedisce di essere prigioniera di se stessa e la invita a non fermarsi mai. E’ per questo che la pretesa cristiana di essere la religio vera non è una imposizione ma un dialogo con la ragione, certo non con ogni tipo di ragione, ma solo con quella che non rifiuta l’invito ad allargarsi che le deriva dalla fede.

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*Stefano Fontana è Direttore dell'Osservatorio Internazionale "Cardinale Van Thuân" sulla dottrina sociale della Chiesa.