Viaggio apostolico in Giordania e Israele

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Paparatzifan
00Saturday, May 16, 2009 9:19 PM
Dal blog di Lella...

Il Patriarca di Gerusalemme dei Latini e il custode di Terra Santa sul viaggio di Benedetto XVI

Il Papa ha seminato speranza
Ora tocca a tutti lavorare per la pace


dal nostro inviato Gianluca Biccini

"Benedetto XVI ha gettato semi di speranza in questi luoghi ove tutto rimanda al Vangelo. Adesso tocca a noi, pastori di un piccolo gregge, far sì che essi portino gli attesi frutti della pace, della riconciliazione e dell'unità". Usano parole simili il Patriarca di Gerusalemme dei Latini e il custode francescano di Terra Santa nel tracciare un bilancio del pellegrinaggio del Papa appena conclusosi. Entrambi lo hanno seguito passo dopo passo in queste otto intensissime giornate.
Entrambi hanno maturato la certezza che il viaggio del Pontefice ha pienamente raggiunto i suoi obiettivi e che ora tocca ai cattolici di questi luoghi benedetti dalla presenza del Signore - dalle più alte gerarchie fino all'ultimo umile fedele - il faticoso compito di mantenere la rotta nella direzione indicata dal Successore di Pietro. "Ci ha dato soprattutto convinzione e coraggio" spiega il Patriarca Fouad Twal a nome dell'assemblea degli Ordinari Cattolici di Terra Santa.
"Non ci aspettiamo miracoli, ma dobbiamo pregare, e dare al Signore il tempo per raccogliere quanto è stato seminato". Non a caso uno dei messaggi più ricorrenti di Benedetto XVI è stato quello rivolto ai cristiani affinché non abbandonino le terre dei loro antenati. "Ci ha chiesto di rimanere, di resistere nonostante la complessità della situazione - prosegue - perché questi sono anche i luoghi della croce. Si tratta di una sfida che va accettata anche in condizioni drammatiche. Il Papa stesso ha potuto vedere con i propri occhi, toccare con le proprie mani le difficoltà che noi viviamo ogni giorno. E questo ce lo fa sentire più vicino, ci permette di sentire più vicina la Chiesa universale. La voce di Benedetto XVI arriva in tutto il mondo e ora attendiamo più preghiere per la Terra Santa, più solidarietà in tutti i sensi".
Un particolare ruolo in questo faticoso percorso verso la pace tra tutti i popoli della regione può svolgerlo la famiglia. Benedetto XVI ha concluso - celebrando nella capitale giordana e a Nazaret due messe dedicate alla famiglia - un intero triennio voluto dalla Chiesa locale per la rivalutazione di questa fondamentale istituzione sociale. "Ritengo che sia stato particolarmente importante per la Giordania" commenta il Patriarca, che è originario di questo Paese. "La struttura prevalentemente tribale della società, e incentrata su una fede di tipo tradizionale, poggia necessariamente sull'istituto familiare. La domenica si va a messa tutti insieme - nonni, genitori e bambini - e forse non è un caso che stabilità politica e familiare coincidano". Con riflessi anche sui percorsi vocazionali, tanto che Twal ha più volte ripetuto orgoglioso che il seminario è "tutto esaurito" e si rende necessaria l'apertura di una nuova succursale.
Diverso è il discorso in Israele e nei Territori palestinesi, dove si registra soprattutto stanchezza nei confronti della violenza. "Sessant'anni di guerra - dice - sono troppi per tutti. La gente non ne può più, per questo fugge, se ne va. Ma io vedo qualche prospettiva di speranza - conclude - la visita del Papa, quella successiva del presidente degli Stati Uniti Obama, i segnali che giungono dalla comunità internazionale e dagli stessi dirigenti arabi e israeliani fanno ben sperare. Per questo ai bambini del nostro popolo dico: voi siete chiamati a vivere una missione. Se andate via troverete lavoro, forse avrete una casa e non dovrete più passare i check-point, ma non troverete da nessuna parte una Terra Santa".
Di "bilancio assolutamente positivo" parla anche padre Pierbattista Pizzaballa. Questo giovane e colto frate, cui è stata affidata la grande responsabilità della gestione dei luoghi francescani dell'Incarnazione, sottolinea soprattutto la valenza interreligiosa del viaggio di Benedetto XVI. "Ha dato forza innanzitutto ai cristiani di Terra Santa. Inoltre, in questo contesto interreligioso, ha saputo parlare con chiarezza a musulmani ed ebrei".
Alla vigilia della partenza c'erano timori di strumentalizzazione, ma il Papa "senza retorica ha detto ciò che più gli stava a cuore con quello spirito di libertà, di serenità, che ha lasciato un senso di gratitudine e nel contempo di libertà negli ascoltatori. A noi ha dato la sicurezza che tutto si può fare e che avremo un maggior rispetto nei confronti della nostra Chiesa".
Ripercorrendo poi le tappe più importanti del pellegrinaggio padre Pizzaballa individua due estremi: il Cenacolo "povero dal punto di vista esterno ma anche molto intenso, forte" e "la messa a Nazaret, con questo mare oceanico di fedeli". Entrambi sono quasi una metafora della Terra Santa, che è sia "Cenacolo con la povertà, le difficoltà, la solitudine", sia "Nazaret con la bellezza, l'entusiasmo, la passione. In mezzo c'è la messa a Betlemme: memorabile. Penso che lascerà un segno indelebile".
E sulla scia della spiritualità francescana rilancia la parola pace, echeggiata non solo in ciascuno dei ben 31 discorsi - un record di questo pontificato - pronunciati da Benedetto XVI durante gli innumerevoli appuntamenti, ma ripresa in tutte le lingue di questa regione da chi gli stava attorno: "Shalom, salaam, peace: l'abbiamo letta sugli striscioni e sui manifesti, l'abbiamo sentita nei canti e negli slogan. Ora bisogna prepararla questa pace, che deve essere basata sull'integrità, sulla dignità delle persone, su rapporti assolutamente liberi, sulla fiducia reciproca. Ci vorrà molto tempo; però i segni e i gesti che ci sono stati durante la visita del Papa indicano la meta e, in particolare, mostrano che è possibile raggiungerla. Non si tratta di sogni utopistici, ma di un qualcosa che, se è veramente voluta, può diventare realtà".
Infine il Papa ha più volte richiamato il modello di san Francesco nei suoi discorsi ricordando che i muri, l'incapacità di parlarsi, si possono aggirare con gesti semplici, così come fece Francesco con il sultano. "Questo riconoscimento oltre a farci piacere - conclude - ci stimola a continuare a fare il nostro dovere con passione e amore. Soprattutto continueremo ad aiutare le persone a restare in questi luoghi, sostenendoli con case e lavoro, i due capisaldi della nostra plurisecolare presenza in Terra Santa".

(©L'Osservatore Romano - 17 Maggio 2009)


Paparatzifan
00Saturday, May 16, 2009 9:24 PM
Dal blog di Lella...

NONOSTANTE CRITICI E SCETTICI

VIAGGIO CORAGGIOSO CORONATO DA SUCCESSO

LUIGI GENINAZZI

Il lungo e impegnativo viaggio di Benedetto XVI, pellegrino di pace in Terra Santa, non poteva che con cludersi davanti al Santo Sepolcro con un’umile e 'scandalosa' profes sione di fede: « come cristiani sap piamo che la pace alla quale anela questa terra lacerata da conflitti ha un nome: Gesù Cristo» .
Sta qui la chiave interpretativa di una visita che qualche commentatore israelia no ha incredibilmente definito « troppo politica e poco religiosa » , giudizio davvero paradossale se si pensa che alla vigilia di questo viag gio molti temevano esattamente il contrario dal Papa-teologo. Forse val la pena ricordare che Benedetto XVI è venuto in Terra Santa per un profondo desiderio del cuore ma an­che su invito delle autorità d’Israele, di Giordania e dell’Autorità nazio nale palestinese. E che in questa tor mentata regione non c’è afferma zione, soprattutto se pronunciata da un’altissima autorità morale, che non acquisti immediatamente una valenza politica.
Il Papa ha parlato in modo molto chiaro ed esplicito richiamando il di ritto dei palestinesi ad avere una pa tria sovrana e al tempo stesso il di ritto degli israeliani a vivere dentro confini sicuri, ma è andato oltre la politica facendo appello alla gene rosità e al perdono.
Ha denunciato con forza la tragedia del muro, am monendo però che «prima di tutto è necessario rimuovere i muri che co struiamo attorno ai nostri cuori». In somma, ha invitato tutti ad alzare lo sguardo senza più ripiegarsi nelle re criminazioni, nell’odio e nella ven detta.
È sconfortante dover notare che tan ti osservatori, pronti a passare al se vero setaccio dell’ideologia ogni pa rola pronunciata da Benedetto XVI, abbiano smarrito il filo conduttore di un discorso, logico, chiaro e ap passionato che si è dipanato lungo tutti questi otto giorni.
C’è chi è ar rivato a criticare Papa Ratzinger per aver omesso nel suo intervento a Yad Vashem il numero di sei milioni di ebrei uccisi dai nazisti, senza accor gersi che ne aveva parlato lo stesso giorno, appena messo piede sul ter ritorio israeliano. Benedetto XVI ha condannato con parole forti l’anti semitismo, ha riflettuto con finezza teologica sul significato biblico del nome che non può mai essere can cellato, ha commosso i sopravvissu ti che hanno ascoltato le sue parole.
Ma sembra che qualunque cosa di ca o faccia il Papa di Roma, per qual cuno non sia mai abbastanza.
Benedetto XVI nel corso del suo pel legrinaggio è entrato in due mo schee, ad Amman ed a Gerusalem me, ha rafforzato i legami di rispet to reciproco e d’amicizia con l’islam ed ha ribadito il valore teologico del «vincolo inscindibile tra cristianesi mo ed ebraismo», inaugurando una sorta di «dialogo trilaterale» fra le re ligioni monoteiste dove gioca un ruolo decisivo il richiamo alla ragio ne « che si eleva al piano più alto quando viene illuminata dalla luce della verità dell’unico Dio», come si è espresso nell’incontro con i leader musulmani nella moschea 'Re Hus sein'.
Ed ha saputo infondere co raggio e speranza ai cristiani, toc cando i loro cuori ed invitandoli a re stare in Terra Santa per testimonia­re la potenza rivoluzionaria del Van gelo e dare un contributo decisivo al processo di pace.
Cambierà qualco sa dopo questa visita? «La memoria può essere purificata, un futuro di pace può sorgere», è il messaggio con cui Benedetto XVI si è congedato da Israele. Perché «la storia non neces sariamente si ripete, Dio può far nuove tutte le cose» .
Nonostante i critici e gli scettici.

© Copyright Avvenire, 16 maggio 2009


Paparatzifan
00Saturday, May 16, 2009 9:27 PM
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Peres: Ratzinger ci ha commosso

Ma nella sfida mediatica hanno vinto le ragioni dei palestinesi

di ERIC SALERNO

GERUSALEMME

Shimon Peres tessa le lodi di Benedetto XVI, la stampa israeliana traccia un bilancio del suo pellegrinaggio mentre palestinesi e arabi israeliani ricordano il sessantunesimo anniversario della Nakba, la catastrofe, ossia la loro cacciata da parti della Palestina e la creazione dello stato d'Israele.
Nel salutare il papa all'aeroporto il presidente israeliano ha voluto sottolineare il valore spirituale della sua visita ma per giornalisti, commentatori e politici, l'impegno di Ratzinger è stato soprattutto politico.
E, a giudizio dei più, a trarre il maggiore vantaggio da discorsi, incontri ed effetto mediatico sono stati i palestinesi. Le autorità hanno fatto sventolare la bandiera israeliana su tutti i percorsi del papa perché fosse ripresa dalle telecamere nei luoghi di Gerusalemme Est contestati.
I palestinesi non avevano bisogno di bandiere. Le immagini del Muro alto otto metri alle spalle del papa quando parlava nel campo profughi di Aida a Betlemme, per i giornali, erano imbattibili.
E' un papa molto politico, scrive l'Haaretz in un commento. E il viaggio non poteva non avere una forte impronta politica arrivando a pochi mesi dall'attacco israeliano alla striscia di Gaza. I suoi discorsi «si sono trasformati in una competizione fra israeliani e palestinesi» su chi riusciva a far riconoscere le proprie ragioni. «La competizione è stata vinta dai palestinesi, grazie all'aperto sostegno del Papa ad una soluzione con due stati, alla sua condanna della barriera in Cisgiordania e i suoi ripetuti riferimenti alle loro sofferenze».
I giudizi negativi sulla visita del papa a Yad Vashem sono stati accantonati e in un altro commento c'è apprezzamento per le ripetute condanne dell'antisemitismo e per la tappa nel memoriale della Shoah.
E' stato un messaggio di «importanza enorme» rivolto ai fedeli cristiani in tutto il mondo quando «egli ha chinato il capo» e ha stretto le mani di sei ebrei sopravvissuti ai campi di sterminio. Parti del suo discorso, ha detto Peres nel salutare il papa, «hanno toccato i nostri cuori e le nostre menti. Particolarmente la sua dichiarazione che l'Olocausto, la Shoah, non devono essere dimenticate o negate. E che l'antisemitismo e le discriminazioni, in ogni forma e in ogni luogo, devono essere combattuti con forza».
La stampa ortodossa ebraica ha messo in risalto l'accoglienza riservata al papa dai due rabbini-capo, il sefardita Shlomo Amar e l'ashkenazita Yona Metzger, che hanno ospitato il Pontefice nella sede del Rabbinato a Gerusalemme. «Un gesto d'amicizia verso il mondo cristiano». Le critiche, anche ridicole, non potevano mancare. Esponenti di gruppi religiosi fondamentalisti si sono lamentati per il fatto che l'accesso al Muro del Pianto è stato precluso ai fedeli ebrei per alcune ore per far spazio “al Re dei cristiani”.

© Copyright Il Messaggero, 16 maggio 2009


Paparatzifan
00Saturday, May 16, 2009 9:32 PM
Dal blog di Lella...

Il Papa: «Mai più muri a dividere i popoli»

Conclusa con la visita al Santo Sepolcro la visita del Pontefice che torna a condannare la barriera

FRANCA GIANSOLDATI

dal nostro inviato

GERUSALEMME

Il pellegrinaggio in Terra Santa non poteva che terminare sul luogo della crocifissione, della morte e della resurrezione di Cristo. Era l’ultima tappa prevista prima di ripartire per Roma. Gerusalemme vecchia ieri mattina era insolitamente silenziosa e quasi spettrale, per via delle straordinarie misure di sicurezza che hanno imposto la chiusura dei negozi e l’obbligo per i residenti di non muoversi da casa. Papa Ratzinger aspettava con trepidazione questo momento. Ad annunciare il suo ingresso al Santo Sepolcro è stato il suono dei bastoni dei Kawas, picchiati energicamente sul pavimento. Sin dal tempo degli ottomani gli ospiti importanti vengono introdotti in questo modo. Il rumore serviva a fare capire alla gente che si stava avvicinando una persona importante. Quattro guardie d’onore vestite di blu e oro, col fez rosso sul capo, incedevano solenni guidando la processione, una macchia nera e marrone, per il colore dei sai dei frati, delle tuniche dei patriarchi armeni, copti, greco-cattolici, melchiti, il mantello dei cavalieri del Santo Sepolcro.
Varcata la soglia il Papa si è emozionato, trovandosi davanti la pietra dell’unzione, una lunga pietra levigata di calcare rosa, sovrastata da otto lampade. Secondo la tradizione è il luogo in cui il corpo di Cristo venne deposto e cosparso di unguenti. L’ha baciata restando in ginocchio per qualche secondo mentre una rondine entrava dal portone per svolazzare allegra sopra le teste dei presenti. Nonostante la raffica di flash dei fotografi, le tre telecamere che lo riprendevano e i fari puntati, sembrava non accorgersi di quel trambusto, nemmeno del suono di un telefonino che si è messo a trillare antipatico. Lui è restato concentrato, con lo sguardo fisso a terra, per poi dirigersi all’edicola che contiene la stanza mortuaria; lì è entrato da solo sostando immobile davanti a quella pietra. «La Chiesa in terra Santa, che ben spesso ha sperimentato l’oscuro mistero del Golgota, non deve cessare mai di essere un araldo del luminoso messaggio di speranza che questa tomba vuota proclama». Il volto contratto e lo sguardo assorto facevano trasparire una grande emozione interna. E’ ripartito contento Papa Ratzinger.
Il viaggio più ricco del pontificato si annunciava difficile e pieno di ostacoli, il momento, infatti, non era dei più felici. Ha detto il Custode di Terra Santa, padre Pizzaballa. Prima di lasciare Tel Aviv con un aereo della El Al (che per la prima volta gli ha fornito anche la carta d’imbarco), Benedetto XVI ha ringraziato di cuore il presidente Peres per l’accoglienza ricevuta.
E' nel discorso di commiato (opportunamente ritoccato dopo le bordate della stampa israeliana e di qualche rabbino) che ha voluto riprendere e sviluppare meglio il tema della Shoah, un male causato da un «regime senza Dio» che ha propagato una ideologia antisemita.
Poi ha ripetuto che si devono fare tutti gli sforzi per arrivare a uno Stato palestinese. «Israele ha diritto a esistere, e i palestinesi hanno diritto a una patria indipendente e sovrana». Infine una nuova condanna al muro. «Una delle cose più tristi che ho visto durante la mia visita.
Passandoci accanto, ho pregato per un futuro in cui i popoli che sono qui possano vivere assieme in pace e armonia, senza bisogno di questi strumenti di sicurezza e separazione». In aereo è apparso contento e sorridente. «Sono venuto come pellegrino di pace e spero che molti seguano questo mio pellegrinaggio in Terra Santa».

© Copyright Il Messaggero, 16 maggio 2009


Paparatzifan
00Saturday, May 16, 2009 9:43 PM
Dal blog di Lella...

"Io rabbino sto con Ratzinger"

di Vincenzo Faccioli Pintozzi

[16 maggio 2009]

David Rosen è un uomo colto, di fede religiosa profondissima e di altrettanto profondo impegno al dialogo. Ex rabbino capo di Israele, che ha guidato dal 1978 al 1985, ha preso in passato posizioni nette contro l'antisemitismo crescente, che combatte da sempre.
È anche il religioso che ha tenuto la mano a Benedetto XVI mentre - con un imam palestinese dall'altro lato - veniva intonato a Nazareth un salmo per la pace interreligiosa in Terra Santa. Lontano da posizioni ideologiche, rabbi Rosen è il direttore del Dipartimento per gli affari interreligiosi del Comitato degli ebrei americani. Da anni si spende per il dialogo con le altre confessioni, che riesce a vedere con occhio critico ma non ostile. A liberal spiega cosa il pontefice ha lasciato a Israele, prendendo posizione lontano dalle polemiche che hanno accompagnato la visita del vescovo di Roma.

Rabbino, qual è la sua impressione sul primo viaggio di Benedetto XVI in Terra Santa?

Prima di tutto, soprattutto dopo l'incontro interreligioso che si è svolto a Nazareth e il grande successo che l'ha accolto, credo che il papa abbia dimostrato senza ombra di dubbio il suo rispetto per la popolazione ebraica e l'impegno che dedica a un vero dialogo fra le nostre due religioni. Inoltre, Benedetto XVI ha espresso la sua comprensione per le pene subite dal nostro popolo e per le antiche tradizioni di Israele. Pensa sia possibile un paragone con Giovanni Paolo II? Ovviamente, il predecessore dell'attuale pontefice è impossibile da inquadrare in un contesto di "gara"con chiunque altro. Era un esempio di umanità unico nel suo genere. Chi cerca di mettere i due papi uno davanti all'altro compie un errore: credo che sia più giusto, invece, osservarli entrambi sotto due ottiche diverse, come si deve fare in questi casi. A me, personalmente, piacciono entrambi: hanno avuto caratteristiche diverse, ma positive. E credo che la popolazione ebraica la pensi come me.

Cosa pensa delle parole pronunciate dal papa al presidente dell'Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen, e la vicinanza dimostrata alla causa del suo popolo?
Crede sia stato più vicino a loro che a Israele?

Quando hai a che fare con una popolazione che soffre e che lotta per la sua indipendenza, provi un trasporto emotivo che ti porta a pronunciare frasi con un calore diverso da quello che avevi un attimo prima. Le parole pronunciate da Benedetto XVI ai leader palestinesi e ai profughi sono parole che, come è chiaro a tutti, condannano la guerra. E denunciano i pericoli che derivano da essa, così come la tentazione a cedere alla violenza. In questo modo, ha ricordato ai palestinesi che ci sono dei problemi anche all'interno delle loro fila, dei problemi che devono essere risolti se si vuole arrivare a una soluzione del conflitto.

Secondo lei, che peso ha avuto l'appello ai "due popoli, due Stati" nella Terra Santa?

Io credo che questa sia la soluzione che tutti coloro che vivono in questa regione vogliono. La vogliono gli israeliani e i palestinesi, così come buona parte della comunità internazionale. In tutta onestà, sono convinto che questa sia la soluzione cui tende anche il nostro primo ministro, Benjamin Netanyahu. Ritengo che, se non si arriva a una pace costruita su questo principio, il primo ad essere in pericolo sia lo stesso Stato di Israele.

Fra i vari luoghi santi di queste terre, il papa ha visitato anche il Cenacolo. C'è una lunga battaglia legale fra Israele e il Vaticano per il controllo di questi siti. Qual è la sua posizione in merito?

Ci sono due questioni separate, al riguardo. L'Accordo fondamentale, firmato alla fine del 1993, che regola le proprietà della Chiesa e i beni naturali dei cristiani. Io non credo che questo possa essere un ostacolo insormontabile: dobbiamo parlare con onestà, certo, ma se ne può uscire. Quello del Cenacolo è un problema diverso, dato che è finito anche per le mani dell'allora Impero Ottomano, che lo ha poi ripartito. Cambiare lo status quo [il complicato sistema di norme reliche regola l'accesso, la manutenzione e la gestione dei luoghi santi ndr] è un problema molto serio per Israele.

Sono state mosse molte critiche alla visita del papa allo Yad Vashem: si cercava forse un attacco più forte contro i negazionisti. Crede che siano critiche fondate?

Chi ha criticato Benedetto XVI lo ha fatto perché si aspettava parole più calorose riguardo una tragedia simile, anche alla luce di quanto il vescovo di Roma aveva detto nel corso della sua visita al campo di sterminio di Auschwitz avvenuta tre anni fa. Ma si tratta di commenti molto limitati, perché la semplice presenza del pontefice in luoghi del genere, e le sue sincere parole di condanna nei confronti di chi rinnega l'Olocausto, sono stati avvenimenti estremamente significativi. Chi ha fatto riferimento alle sue origini tedesche sembra essere inchiodato alla nostra storia. Personalmente disapprovo questo modo di pensare.

Dal suo punto di vista, che cosa pensa la società israeliana contemporanea di Benedetto XVI?

È molto difficile parlare della popolazione israeliana. Le posso rispondere con una vecchia barzelletta: prendi due ebrei e avrai tre opinioni, prendi due israeliani e ne avrai sei. Ma, a parte gli scherzi, ci sono molte anime in Israele: è difficile rispondere. Ovviamente, il papa "paga" dal punto di vista di immagine alcune situazioni spiacevoli avvenute prima della sua visita. Penso, ad esempio, al caso del vescovo Williamson [il presule lefebvriano che il papa ha perdonato, sanando lo scisma della Fraternità S. Pio XI, che ha posizioni negazioniste rispetto all'Olocausto nda]. Tuttavia, credo che a livello generale l'impatto sia stato positivo.

Questo pontefice ha un carisma diverso, come detto, dal proprio predecessore. Dal punto di vista del dialogo interreligioso, però, si spende molto. Lei cosa ne pensa? Quali sono i veri passi da intraprendere per un vero confronto fra le tre grandi religioni di Terra Santa?

Negli ultimi tempi, abbiamo visto due incontri interreligiosi che si sono dimostrati radicalmente differenti. Il primo, a Gerusalemme, è stato rovinato da un religioso musulmano che ha attaccato Israele in maniera violenta - snaturando così la natura dell'avvenimento - e sottolineando la difficoltà di mettersi in relazione con chi, alla fede, preferisce l'ideologia. L'altro, quello di Nazareth, ha riunito cristiani ed ebrei, musulmani e drusi in un'atmosfera di pace. Tutti insieme, in uno spirito di vera amicizia e di cooperazione. Leader religiosi che hanno colto l'occasione della visita di Benedetto XVI per parlarsi con sincerità. Questi due eventi dimostrano sia le difficoltà che i successi di incontri del genere. Le sfide sono antiche ma di attualità: lavorare insieme e costruire dei ponti, in modo particolare con i musulmani palestinesi. Ma, fino a che continuano i conflitti, compiere un'operazione del genere diventa molto difficile. In particolar modo in Cisgiordania e a Gaza. Ma sono relazioni cruciali, anche da un punto di vista di percezione psicologica. Dobbiamo diventare amici, se vogliamo la pace.

© Copyright Liberal, 16 maggio 2009


Paparatzifan
00Saturday, May 16, 2009 10:02 PM
Paparatzifan
00Saturday, May 16, 2009 10:07 PM
Dal blog di Lella...

Da "GIORNO/RESTO/NAZIONE" di sabato 16 maggio 2009

L`ANALISI

EBREI E MUSULMANI INCONTENTABILI: MA PIÙ DI COSÌ NON POTEVA FARE

di BRUNO VESPA

La CITTÀ palestinese di Hebron è a tre quarti d`ora d`auto da Gerusalemme.
Dopo la guerra del `67, Israele l`ha ripresa - l`aveva persa nel `29 - e vi ha piazzato alcuni insediamenti di coloni.
I coloni saranno cinquecento, protetti da millecinquecento soldati, ma nella «zona rossa» in cui alloggiano hanno fatto il deserto costringendo la popolazione palestinese di trentamila persone, nell`unica ala del suk rimasta aperta, a proteggersi con una rete per evitare il lancio di pietre dai palazzi abitati dagli ebrei. Hebron è un caso limite in cui storicamente israeliani e palestinesi si sono massacrati a vicenda.
E quando ci sarà la pace, se mai ci sarà, questi coloni saranno allontanati, come mi ha detto lo stesso presidente d`Israele, Shimon Peres.
Ma lo scambio di accuse tra i dirigenti politici delle due parti ha paralizzato per ora ogni dialogo.
Si capisce dunque come fosse importante e delicata la visita del Papa in Israele e in Palestina.
Eppure, invece di focalizzarsi su una missione impostata da Benedetto XVI con esemplare chiarezza, gli israeliani e anche i palestinesi hanno cominciato a fargli gli esami.
DOPO le sciagurate affermazioni negazioniste del vescovo Williamson, lefebvriano riammesso nella comunità ecclesiale, papa Benedetto XVI era infatti atteso al varco.
Avrebbe sorvolato sulla negazione della Shoah? Avrebbe citato il numero degli ebrei sterminati?
Bene, appena sbarcato all`aeroporto di Tel Aviv, il papa si è detto lieto di poter «onorare la memoria di sei milioni di ebrei vittime della Shoah» e l`indomani, dopo l`omaggio al mausoleo della Yad Vashem che li ricorda, ha ribadito che l`Olocausto «non deve essere negato, sminuito o dimenticato». Chiusa la pratica? Niente affatto.
I quotidiani più importanti di Gerusalemme hanno sparato a zero sul Papa giudicando largamente insufficiente il suo discorso.
Il giorno stesso ho incontrato Peres.
Gli ho ripetuto le frasi del Papa e il commento dei giornali e gli ho chiesto: ma insomma, che cosa vuole l`opinione pubblica israeliana? Lui, gran volpone, ha fatto come fanno i politici da noi: non confonda, mi ha risposto, l`opinione pubblica con qualche giornalista.
Per dimostrare tuttavia quanto sia profonda la prevenzione nei confronti di Benedetto XVI, cito ancora The Economist di ieri.
Giudicando «disastroso» sul piano delle pubbliche relazioni il viaggio pontificio, il settimanale contesta al Papa di avere usato a proposito delle vittime ebree del nazismo la parola «uccise» invece che «assassinate».. .
PECCATO che il giornale inglese fosse già stampato quando ieri, lasciando Israele, il Papa ha parlato di «brutale sterminio da parte di un regime ateo».
Basterà?
La dietrologia è una delle materie in cui sono meno preparato, ma mi viene il sospetto che tanta malafede di giornali e giornalisti di così alto livello nasconda il proposito di delegittimare l`azione della Chiesa nella sua missione planetaria in favore della pace.
I cattolici sono soltanto il venti per cento nel mondo, eppure nessun capo religioso ha mai avuto un`influenza così alta sulle vicende più delicate e nessuna diplomazia come quella vaticana ha avuto e ha un peso così sproporzionatamente superiore alla sua forza materiale.
A Betlemme Benedetto XVI ha usato parole durissime contro il muro di 670 chilometri che divide Israele dai territori palestinesi, ha chiesto una patria sicura e indipendente per quattro milioni di profughi, ha battuto sul tasto dei «due popoli in due Stati».
EPPURE Al Jazeera, che rappresenta la bibbia per milioni di musulmani, lo ha criticato perché Benedetto, com`è giusto, ha detto che la religione non deve essere strumentalizzata per battaglie che con essa non hanno niente a che fare.
Un riferimento indiretto ad Al Qaeda, certamente più popolare presso tanti musulmani del papa di Roma.
Questo è certo un caso limite, ma a ben vedere, al di là delle parole sinceramente amichevoli di Abu Mazen, la nomenklatura palestinese non si è spellata le mani ascoltando il discorso -pure di una chiarezza esemplare -pronunciato dal Papa nel campo profughi di Aida a Betlemme.
Che cosa si vuole dunque dalla Chiesa? Quello che la Chiesa non può fare: tacere o prendere parte per gli uni contro gli altri.

© Copyright La Nazione, 16 maggio 2009


+PetaloNero+
00Sunday, May 17, 2009 1:44 AM
IL PUNTO di don Simonetti
"La saccenteria è la somma dell’ignoranza, della presunzione, se non addirittura della malafede"
Sanremo - "La missione di Benedetto XVI è stata generalmente compresa ed apprezzata, ma non è sfuggita a certi commentatori l’opportunità di riproporre il loro stereotipo dell’attuale Papa per costruire una contrapposizione con il suo predecessore"



Papa Benedetto XVI

Se c’è una cosa che non riesco proprio a digerire è la saccenteria. Non la sopporto, perché è la somma dell’ignoranza, della presunzione, se non addirittura della malafede. Ritengo di dedicare spazio a tale argomento, dato che non mancano occasioni e motivazioni in proposito. Lo stesso pellegrinaggio, appena concluso, di Papa Benedetto XVI, ha offerto l’occasione a taluni soloni per manifestare opinioni alla stregua di apodittiche sentenze. Senza dubbio, una iniziativa pastorale tanto difficile e con molteplici obiettivi da perseguire abbisogna di una seria e approfondita lettura, che prenda in considerazione la problematicità e la complessità storica. Difatti il Pontefice si proponeva di portare, in una regione tanto tormentata, una testimonianza e un contributo per la convivenza pacifica tra popolazioni che da decenni vivono in una drammatica realtà di odio, violenza, terrorismo. Il Papa inoltre si proponeva di impegnare i cattolici e, nel contempo, coinvolgere i fedeli delle altre fedi, in un comune e concorde servizio al bene delle popolazioni con iniziative concrete di collaborazione, in verità alcune già esistono, per superare divisioni, pregiudizi, rancori ed educare alla convivenza tra i popoli. Altro scopo, sostenere i membri delle comunità cattoliche, perché non diminuisca ancora, per la precarietà di sopravivenza, la loro presenza nella Terra Santa. La missione di Benedetto XVI è stata generalmente compresa ed apprezzata, ma non è sfuggita a certi commentatori l’opportunità di riproporre il loro stereotipo dell’attuale Papa per costruire una contrapposizione con il suo predecessore, si è mistificato sul suo passato: insomma i soliti saccenti sono montati in cattedra e hanno sentenziato, senza possibilità di appello. Così il disegno di avversare la Chiesa cattolica, infierendo in primis sul Papa, prosegue allegramente e crea dei saputelli che continuano a ripetere l’imparaticcia lezione.


di Don Giacomo Simonetti


www.riviera24.it
+PetaloNero+
00Sunday, May 17, 2009 4:04 PM
7500 giovani di tutta Europa in preghiera sul Monte delle Beatitudini: un momento particolare dopo la partenza del Papa dalla Terra Santa


7500 giovani riuniti sul Monte delle Beatitudini in Galilea, per un incontro di preghiera e di festa subito dopo il viaggio del Papa in Terra Santa. E’ avvenuto ieri pomeriggio e protagonisti sono stati giovani provenienti dalle comunità del movimento neocatecumenale di tutta Europa. Fausta Speranza ha intervistato don Rino Rossi che da tanti anni vive in Galilea e che ha vissuto questo particolare pomeriggio:

R. – Io ho visto che questa Terra, per i giovani, è stata come una calamita che li ha attirati. Io ho anche detto, ad alcuni di loro, quando sono venuti qua: “Voi siete figli di questa Terra, figli di questa montagna”. Si vedeva la gioia, l’allegria che manifestavano nei canti, nella loro partecipazione. Erano anche impressionanti i momenti di silenzio perché non è facile contenere otto mila giovani provenienti da tutta l’Europa: tedeschi, scandinavi, russi, polacchi, italiani.


D. – Spesso si parla dei giovani come di persone in formazione soggette a tutta la superficialità che questa società porta con sé come modelli, come istanze. Non è così, invece, quando si incontrano molti di loro: si sente una voglia di vita vissuta in tutta la sua pienezza ed in tutto il suo significato…


R. – Qui tocchiamo un punto molto serio; tanti giovani, oggi, sono vittime in parte dell’ambiente del mondo di oggi che è tutto centrato sull’edonismo, sull’avere. Sembra che se non si hanno certe cose non si può vivere. Sembra che la vita sia questo, tutta basa sul piacere e sul vivere comodamente. Io vedo che questi giovani cominciano, grazie alla Chiesa, ad avere un nuovo orizzonte, cioè hanno la speranza, hanno il futuro aperto e qual è questo futuro? Quello del vangelo, che Kiko, il fondatore del movimento neocatecumenale ha annunciato loro ieri. Ha fatto una catechesi sulla destinazione che ha l’uomo che non è solamente vivere qui alcuni giorni ma è una destinazione eterna. Siamo figli di Dio è questo l’annuncio, il kerigma che la Chiesa veramente sempre ha dato e ci dà anche oggi.


D. – Quella del movimento neocatecumenale, è un’esperienza particolare di iniziazione cristiana però tutti i ragazzi in tutte le parrocchie vivono un cammino spirituale, di avvicinamento a Cristo e forse per tutti sarebbe molto bello ritrovarsi in Terra Santa. Alcune parrocchie organizzano ma molte altre no, forse anche per paura di tutta una organizzazione logistica. Invece, è più facile di quanto si pensi, venire in Terra Santa e pregare sulla Terra di Cristo…


R. – E’ vero che in molti hanno paura perché la Terra Santa si presenta anche come un ambiente di guerra. E’ vero che esiste una conflittualità che tutti conosciamo e di cui ha parlato anche il Papa, però, per i pellegrinaggi non c’è problema e infatti sono ripresi numerosi. Devo dire che noi siamo riusciti ad organizzare in brevissimo tempo, l’arrivo di tutte queste migliaia di giovani. Ci si può muovere tranquillamente in Terra Santa, non ci sono problemi.


D. – Dunque, il racconto di questa iniziativa si fa invito per tantissimi giovani?


R. – Senz’altro. Venire o tornare in questa Terra è sempre un aiuto enorme. Tutto è partito da qui, Gesù Cristo è nato in questa Terra, figlio del popolo ebraico ha vissuto, ha predicato, ha fondato la sua Chiesa, che ha patito, sofferto. E’ risorto ed è sceso al cielo. Ecco, tutto è partito da qui.



[Radio Vaticana]
Paparatzifan
00Sunday, May 17, 2009 9:40 PM
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«Lasciatemi guardare», le parole che rivelano la vera immagine di Ratzinger

di Emanuele Boffi

Per monsignor Luigi Negri, vescovo di San Marino Montefeltro, il viaggio di Benedetto XVI in Medio Oriente è contraddistinto da una «serena baldanza.
È un’impressione che ricavo osservandolo nelle tappe del suo pellegrinaggio. Ha sempre atteggiamenti semplici e disponibili con tutti gli interlocutori, restituendoci un’immagine veritiera del suo carattere, così lontana da certe speculazioni giornalistiche che lo vorrebbero freddo e distante».
Mentre era sulla vetta del Monte Nebo, là dove Mosè vide la Terra Promessa, il Papa ha pregato i fotografi che lo chiamavano di attendere un attimo: «Lasciatemi guardare», ha detto, volendo osservare quello stesso panorama che Dio mostrò a Mosè.
Proprio in quell’occasione il Pontefice ha ribadito «l’inseparabile vincolo che unisce la Chiesa al popolo ebreo», popolo verso il quale ha voluto più volte ribadire la particolare fratellanza, anche durante la successiva visita al museo dello Yad Vashem di Gerusalemme.
«Le parole di Benedetto XVI – commenta monsignor Negri – sono sempre animate dalla consapevolezza di una identità definitiva. Dentro la storia dell’umanità, alla luce della presenza di Gesù Cristo, egli sa leggere la posizione assolutamente singolare del popolo ebraico. Ebrei e cristiani hanno in comune la grande promessa di diventare il popolo del Signore. Dio è presente nel suo popolo, e questo fatto accomunerà per sempre ebrei e cristiani. Questo è l’“inseparabile vincolo” di cui ha parlato il Papa, dentro il quale esiste un mistero che riguarda la libertà, e la scelta da parte del popolo ebreo di non ritenere Gesù un compimento adeguato di quella promessa. Benedetto XVI è consapevole della diversità tra cristiani ed ebrei, ma al tempo stesso sa di essere accomunato a loro dal privilegio di essere stato chiamato a partecipare a un mistero che ci trascende entrambi».

Aiutare gli ultimi là dove sono nati

I quotidiani giordani hanno definito “storica” la visita del Pontefice in Giordania. Qui Benedetto XVI ha incontrato il principe Ghazi bin Muhammed bin Talal, uno degli ispiratori, due anni fa, della celebre lettera dei 138 saggi islamici, “Una parola comune”. Davanti alla moschea di Amman ha ripreso il filo di un discorso che affonda le sue radici nella famosa lezione di Ratisbona, riproponendo ai suoi interlocutori musulmani la sfida e la “pretesa” cristiana: «Coltivare per il bene, nel contesto della fede e della verità, il vasto potenziale della ragione umana». Come ha notato anche Angelo Panebianco sul Corriere della Sera, il Papa è dunque tornato a discutere col mondo musulmano ribadendo la sua volontà di instaurare un dialogo “interculturale” e non “interreligioso” (pensiero già al centro di una sua missiva al senatore Marcello Pera). «Certo – conferma monsignor Negri – il Papa individua nella sinergia tra fede e ragione l’aspetto più “provocante” per il mondo musulmano. La fede cattolica potenzia la ragione, così come un onesto percorso di ragione non può che portare alle soglie della fede. Questo è un discorso che può benissimo essere compreso dall’islam giordano che ha una storia di straordinaria intelligenza, sobrietà e rispetto verso la fede cristiana. Insomma, re Hussein non era Ahmadinejad». Anzi, proprio l’attenzione che i giordani hanno riservato a Benedetto XVI «dovrebbe farci riflettere sulla nostra incapacità tutta occidentale, intrisi come siamo di relativismo e di scetticismo, di distinguere all’interno del mondo musulmano tra Stati islamici e Stati islamici. Deve finire il tempo dell’approssimazione culturale, del considerare alla stessa stregua sovrani illuminati e manigoldi e affamatori». A questo proposito, a monsignor Negri non sono piaciuti gli slogan («nemmeno quelli cattolici») con i quali sono stati commentati i respingimenti in mare dei clandestini. «Come è stato saggiamente ricordato, nei confronti dei migranti occorre trovare una sintesi tra umanità e legalità. Ma non voglio entrare nel merito delle polemiche, anche perché sono consapevole che l’integrazione dei popoli è difficile. Vorrei, però, porre una semplice domanda: da dove scappano queste persone? Scappano da paesi verso i quali l’Occidente chiude due volte gli occhi, pur sapendo in quali condizioni quei popoli vivano a causa dei loro dittatori. Eppure si tace, o addirittura ci si inchina al loro cospetto, come è il caso del presidente Obama. Non possiamo certo sperare in breve tempo di vedere un’evoluzione in senso democratico di questi paesi, però potremmo fare qualcosa di più perché queste persone possano vivere dignitosamente là dove sono nate, senza dovere essere costrette a fuggire».

© Copyright Tempi, 13 maggio 2009


Paparatzifan
00Sunday, May 17, 2009 9:45 PM
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Gioia ed affetto accolgono il Papa a Betlemme

CTS Notizie

Mercoledì 13 maggio 2009: E’ cominciata presto, questa giornata che ieri aveva sommato emozioni e stanchezza: il Papa è giunto a Betlemme poco prima delle 8.00 e, nel piazzale antistante il Palazzo presidenziale, è stato accolto dal presidente dell’Autorità Palestinese Abu Mazen (Mahmoud Abbas).
Gerusalemme e Betlemme distano pochi chilometri l’una dall’altra, eppure il Papa ha attraversato un mondo, e se il Muro di separazione è quanto di più evidente Betlemme offre agli occhi di ogni pellegrino, è tutta la realtà di un popolo che il Presidente ha illustrato davanti al Santo Padre. In modi diversi, con differenti passioni, le sofferenze del popolo palestinese sono presentate al Papa forse non solo perché è legittimo e comprensibile che i figli chiedano al padre ascolto e conforto, ma per l’urgenza di cogliere il momento perché il mondo ascolti e presti attenzione.
Il Papa ha risposto con un discorso che dimostra che ben conosce, anche nei dettagli della vita delle persone, la situazione delle città chiuse dal muro, e le sofferenze causate da un conflitto lungo e logorante. Il testo del discorso è a disposizione e merita di essere letto integralmente. Da sottolineare c’è l’aperta consapevolezza che le sue parole sono oggetto di attenzione (vengono vivisezionate dalla stampa locale!) da parte di una popolazione in maggioranza giovane e quindi li chiama in causa direttamente: “Rivolgo questo appello ai tanti giovani presenti oggi nei Territori Palestinesi: non permettete che le perdite di vite e le distruzioni, delle quali siete stati testimoni suscitino amarezze o risentimento nei vostri cuori. Abbiate il coraggio di resistere ad ogni tentazione che possiate provare di ricorrere ad atti di violenza o di terrorismo”.
Ma noi, quando il Papa era ormai entrato a Betlemme, vagavamo per stradine che finivano nel nulla alla ricerca di un passaggio per raggiungerla.
Lunedì pomeriggio il Papa è stato accolto dai soldati che pattugliavano le strade di una Gerusalemme completamente deserta; ieri la maggior parte dei pellegrini che ha raggiunto la Valle del Getsemani ha fatto esperienza di sbarramenti dei quali oggi si parla tra incredulità e ironia; questa mattina, finalmente, la Città del Pane!
Grande Betlemme: un’accoglienza serena, gentile, dove la gente – certo i cristiani sono una piccola minoranza – sorrideva ai nostri berrettini bianchi e gialli.
L’arrivo nel grande piazzale dove, di fronte al Peace Center, era eretto l’altare, davanti alla Piazza della Mangiatoia è stato una gioia: finalmente l’allegria, la piazza piena, l’attesa condivisa, le bandiere (non solo palestinesi, ma oggi erano la maggioranza): qui il Papa è arrivato con un po’ di gente che l’ha atteso lungo le strade, qui è stato accolto con un calore davvero grande, gioioso, coloratissimo. La Santa Messa è iniziata in orario: come già ieri, il clima è stato di grande raccoglimento, e il controllo dell’ordine non rigidissimo ha permesso una partecipazione più serena, non turbata da distrazioni. Dopo il saluto d’introduzione di Sua Beatitudine il Patriarca mons. Fouad Twal, la Liturgia della Parola con la seconda Lettura cantata secondo la melodia bizantina, l’acclamazione al Vangelo in rito siriaco (che bellezza la Liturgia della Terra Santa che sa amalgamare i riti ed esaltare la convivialità delle differenze!), ecco l’omelia del Papa. Attesa e subito interrotta da un fremito di commozione perché dopo poche righe dice: “Il mio cuore si volge in maniera speciale ai pellegrini provenienti dalla martoriata Gaza a motivo della guerra…”. Ha davanti a se, stipate accanto ai Cavalieri del Santo Sepolcro, in prima fila, un gruppo di donne che tengono alzate le fotografie dei loro familiari uccisi. Su di esse si puntano adesso le macchine fotografiche… Gran parte della sua omelia è dedicata alla speranza cristiana, alla gioia che pure si deve sottolineare a Betlemme, che ha esultato per la venuta del Salvatore che qui è nato e che la rende “associata al gioioso messaggio della rinascita, del rinnovamento, della luce e della libertà.”
Il sole splende su Betlemme, e fa caldo. Ma la partecipazione commossa a questo abbraccio del popolo al Papa è davvero una forza che scalda il cuore. Siamo tutti molto contenti. Siamo contenti perché il Papa ha potuto, finalmente, sentire che anche qui gli vogliamo bene. Quanto dura la Messa? Il tempo scorre veloce, e subito dopo la benedizione finale i frati francescani percorrono veloci il piazzale trasportando nella sacrestia della chiesa di Santa Caterina gli arredi sacri. Il Papa, con il suo seguito, passa osannato dirigendosi a Casa Nova, dove pranzerà. E’ festa per cuochi e operai del Casa Nova oggi: saluteranno il Papa alla sua entrata in Refettorio, e a fine pranzo staranno ancora con lui per una fotografia ricordo.
Dopo un breve riposo, il Santo Padre si è recato per un momento di preghiera privato nella Grotta della Natività. Attorniato poi da tutti i frati, e insieme al padre Custode e al Ministro Generale, fra J.M. Carballo, è poi sostato nella chiesa di Santa Caterina per una fotografia con loro. Lo attendono al Baby Caritas Hospital e al Campo profughi di Ayda: buon proseguimento del suo viaggio, Santità.

Irene B.

www.custodia.org/spip.php?article5822


Paparatzifan
00Sunday, May 17, 2009 10:04 PM
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All’aeroporto

Il Pontefice e la carta d’imbarco

DAL NOSTRO INVIATO

G. G. V.

TEL AVIV — Bagagli e passaporto non glieli hanno controllati, almeno questo no, va bene la sicurezza ma il personaggio è noto e si può fare uno strappo alla regola. Però l’organizzazio ne israeliana è stata così meticolosa che Benedetto XVI ha ricevuto la sua re­golare carta d’imbarco per l’aereo papa le.
Con l’indicazione del volo El Al LY2009 e il nome del passeggero: «Sua Santità Benedetto XVI». L’aereo è più che confortevole, il servizio squisito, la precisione assoluta: e vicino al Pon tefice restano tutti stupiti e divertiti quando vengono riconsegnate le carte d’imbarco.
Un inedito nella storia dell’aviazione. Ricevono le loro carte anche i membri del seguito papale, a cominciare dal cardinale Tarcisio Bertone, Segreta rio di Stato. E anche loro, spiegano du rante il volo, non le avevano mai viste.

© Copyright Corriere della sera, 16 maggio 2009


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Paparatzifan
00Monday, May 18, 2009 10:08 PM
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TERRA SANTA - Continuare il cammino

Il nunzio in Israele dopo la visita di Benedetto XVI

Si è concluso venerdì 15 maggio il viaggio apostolico di Benedetto XVI in Giordania, Israele e Territori palestinesi.
Una visita che nelle intenzioni del Pontefice, voleva essere, innanzitutto un pellegrinaggio per venerare Luoghi Santi che “che hanno giocato una così importante parte in alcuni degli eventi chiave della storia biblica”, per incontrare le comunità cristiane locali e pregare per la pace.
Tutti gli interventi, discorsi ed omelie del Papa hanno richiamato a valori come solidarietà, dialogo, giustizia, riconciliazione. Di questo pellegrinaggio ne abbiamo parlato con il nunzio in Israele e delegato apostolico per Gerusalemme e la Palestina, mons. Antonio Franco.

Al termine del pellegrinaggio di Benedetto XVI in Giordania, Israele e Territori palestinesi, c’è un’immagine, un ricordo, che più di ogni altro le è rimasto vivo nella memoria?

“Il Papa ha lasciato ricordi bellissimi di questo tempo passato in Terra Santa, giorni vissuti intensamente, sia nei momenti un po’ più di tensione sia in quelli di partecipazione e commozione spirituale, più rilassati e sereni. È stato un viaggio dal bilancio estremamente positivo”.

L’arrivo di Benedetto XVI era stato segnato da qualche perplessità da parte dei cristiani locali, preoccupati che questa visita potesse essere una vetrina per Israele. Il Papa è riuscito a spazzare via i dubbi della vigilia?

“Benedetto XVI ha vissuto tutte le realtà della Terra Santa, lo ha fatto nella genuinità, nella realtà di quello che si vive giorno per giorno. Ha vissuto tutta la fatica, la difficoltà e anche la tensione di Gerusalemme, il clima più disteso a Betlemme e poi è stato a Nazareth nella semplicità e nella bellezza della famiglia, in un clima familiare.
Certamente sono cadute tante perplessità e tante difficoltà della vigilia, si è creato un clima di comunicazione profonda, nonostante non vi sia stato un incontro personale con ciascuno. Ma si è sentito il cuore del Papa vicino alle realtà della Terra Santa e questo tutti i nostri cristiani lo hanno avvertito in modo meraviglioso”.

Nel suo discorso di congedo, prima di rientrare in Italia, il Pontefice, ricordando di essere venuto “da amico degli Israeliani e del Popolo Palestinese” ha lanciato l’appello: “Non più spargimento di sangue! Non più scontri! Non più terrorismo! Non più guerra! Rompiamo il circolo vizioso della violenza”. Un messaggio che riassume tutti gli altri lanciati nei giorni precedenti e che ora chiede di essere messo in pratica...

“Benedetto XVI ha dato messaggi chiari e inequivocabili. Adesso tocca a noi, ed intendo in senso ampio anche i Governi, la Comunità internazionale, la Chiesa stessa, fare in modo che ci sia un seguito, che ci possa essere magari una svolta o un piccolo passo avanti in questo difficile e faticoso cammino verso la pace in Medio Oriente”.

Una delle istantanee più significative di questo viaggio è quella che ritrae il Pontefice che prende per mano un imam ed un rabbino, quasi in un filo unico di preghiera. Possiamo assumere questa immagine come simbolo del futuro del dialogo interreligioso in Medio Oriente?

“Sono i segni e i messaggi. Adesso è il tempo dell’impegno. Niente si fa con un tocco magico.
I segni e i messaggi vanno tradotti in realtà, va data loro concretezza, devono essere trasformati in esperienza quotidiana giorno dopo giorno.
Tocca a noi cristiani e ai fedeli delle altre religioni; tocca a tutti compiere un rinnovato sforzo di andare avanti, nonostante le difficoltà e di cercare di vivere quello che stiamo cercando di assimilare come ideale di vita, la solidarietà, la riconciliazione, la fraternità e la collaborazione. Questi valori rappresentano per il Medio Oriente l’acqua necessaria per far germogliare la vita”.

© Copyright Sir


Paparatzifan
00Tuesday, May 19, 2009 9:14 PM
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Benedetto XVI li ha salutati a Nazaret evidenziando come siano «un richiamo alle radici ebraiche della nostra fede»

Dai cattolici di lingua ebraica una testimonianza di unità

La sfida per la Chiesa della Terra Santa, formata da una maggioranza araba, da stranieri e da un piccolo gregge di lingua ebraica, è di dare la testimonianza di un corpo di Gesù unico e unito.
Ne è convinto padre David Neuhaus, vicario del patriarca latino di Gerusalemme per le comunità cattoliche di espressione ebraica. Nominato poco più di un mese fa, questo gesuita quarantasettenne di origini tedesche, convertitosi dall'ebraismo, ha accolto con gioia l'affettuoso saluto rivolto ai "suoi" fedeli da Benedetto XVI durante i vespri celebrati giovedì scorso, 14 maggio, nella basilica dell'Annunciazione a Nazaret. Nel "luogo dove Gesù stesso crebbe fino alla maturità e imparò la lingua ebraica", il Papa aveva infatti evidenziato come queste piccole comunità cattoliche siano per tutta la Chiesa "un richiamo alle radici ebraiche della nostra fede".
Si tratta di comunità nate dalla confluenza di tre elementi: il primo è rappresentato da quegli ebrei venuti durante la grande emigrazione dall'Europa, che portarono anche i famigliari cattolici: coppie miste, formate in prevalenza da un uomo laico ebreo e da una donna cattolica. Il secondo da quei cattolici di origine ebraica che hanno scoperto la loro appartenenza al popolo ebraico in seguito alla Shoah. Infine, quello costituito da quei cattolici che, dopo l'Olocausto, hanno visto quanto fosse importante essere solidali con il popolo ebreo.
Nel 1995 alcuni di essi hanno dato vita all'opera di San Giacomo, con sacerdoti, religiose e laici per creare, prorio in Israele, una Chiesa nel cuore della società ebraica. La loro vita infatti è scandita dalla cultura della società locale, anche la liturgia è in ebraico, come la musica e il rispetto del calendario ebraico.
In tale contesto assume particolare importanza il rapporto con la maggioranza assoluta dei cristiani in Terra Santa, che sono arabi. Entrambe queste realtà, infatti, fanno riferimento al patriarcato latino di Gerusalemme. "È molto importante - commenta padre Neuhaus - che i capi della Chiesa diano segni di unità, perché nella vita quotidiana non ci sono tante opportunità di incontrarci e nelle occasioni come quella del viaggio del Papa si deve dare una testimonianza dell'unità alla nostra società che è molto divisa".
Del resto - come ha ricordato Benedetto XVI parlando domenica scorsa al Regina caeli del recente pellegrinaggio - la Terra Santa costituisce un "microcosmo che riassume in sé il faticoso cammino dell'umanità verso il Regno di giustizia, di amore e di pace"; un luogo che è diventato un ""quinto Vangelo", perché qui" è possibile "vedere, anzi toccare la realtà della storia che Dio ha realizzato con gli uomini".
Il Papa ha anche spiegato che oltre a essere un servizio all'unità dei cristiani, al dialogo con ebrei e musulmani, e alla costruzione della pace, la sua è stata soprattutto "una visita pastorale ai fedeli che vivono là".
In Israele e nei Territori palestinesi la Chiesa è costituita dal patriarcato latino di Gerusalemme, dall'assemblea degli ordinari di Terra Santa - con le Chiese orientali greco-melkita, maronita, armena, sira e caldea - e dalla custodia francescana: un piccolo ma dinamico gregge, se si considera che su poco più di sette milioni di abitanti, i cattolici sono solo 130 mila, l'1,81 per cento del totale.
La cura d'anime è ripartita tra nove circoscrizioni ecclesiastiche, con 78 parrocchie e tre centri pastorali. Undici sono i vescovi, 89 i sacerdoti diocesani e 317 quelli religiosi, per un totale di 406 preti. Cinque diaconi permanenti, 203 religiosi non sacerdoti, 968 religiose professe e un solo missionario laico completano il quadro delle persone impegnate in attività pastorali. A queste vanno aggiunti quattordici seminaristi minori e 110 seminaristi maggiori.
Le scuole materne e primarie affidate alla Chiesa sono 140, con oltre trentacinquemila iscritti; 42 quelle inferiori e secondarie, con quasi 4.500 alunni; dieci gli istituti superiori e le università, con poco meno di quattromila allievi. La Chiesa gestisce infine undici ospedali, dieci ambulatori, nove case per anziani, invalidi e minorati, undici asili nido, quattro centri speciali di rieducazione. (gianluca biccini)

(©L'Osservatore Romano - 20 maggio 2009)


Paparatzifan
00Tuesday, May 19, 2009 9:19 PM
Paparatzifan
00Tuesday, May 19, 2009 9:24 PM
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00Tuesday, May 19, 2009 9:35 PM
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Viaggio in Terra Santa: fondazione interreligiosa ringrazia il Papa

La "Pave the Way Foundation" lamenta le critiche di alcuni settori

NEW YORK, martedì, 19 maggio 2009 (ZENIT.org).

La fondazione interreligiosa "Pave the Way Foundation" ha ringraziato con una lettera per “il coraggio e la forza” che Benedetto XVI ha manifestato nel suo pellegrinaggio in Terra Santa, dall'8 al 15 maggio.
Il testo, firmato dal fondatore e presidente dell'istituzione, Gary L. Krupp, ebreo, lamenta allo stesso tempo le critiche che si sono levate da vari settori contro il Santo Padre, spiegando che in realtà di tratta di persone o istituzioni con “agende opposte”.
“Desidero esprimerle la mia sincera e sentita gratitudine per aver iniziato e completato il suo pellegrinaggio di grande successo in Terra Santa”, spiega il fondatore della "Pave the Way Foundation".
“In una regione divisa da differenze politiche, religiose e culturali, percorrere una linea sottile per portare il messaggio di pace di Dio a tutti quanti lo ricercano, richiede enorme coraggio e forza”.
“Solo chi cerca di mettersi nei panni di un altro riesce a capire veramente le necessità, le paure, e può identificarsi con il dolore di tutti i popoli della regione. Purtroppo, c'è chi ha agende opposte ed è pronto a criticare e a minare i suoi preziosi sforzi nel nome della pace”.
“Memore di questo, per favore prenda forza dalla voce di coloro che le hanno parlato in musica al suo arrivo in Israele e dall'apprezzamento di quanti vedono attraverso le critiche e l'ostilità e la negatività di alcuni commentatori”.
“Possa Dio darle la forza di continuare il suo pontificato per molti anni, e ricche benedizioni di successo nel suo sforzo di portare la pace di Dio nel nostro mondo travagliato”, termina la lettera, riconoscendo il lavoro del Papa “per porre fine all'uso errato del santo nome di Dio”.
La “Pave the Way Foundation”, come spiega la sua pagina web, “è dedita al raggiungimento della pace colmando le differenze con la tolleranza, l'educazione e le relazioni pratiche tra le religioni, mediante scambi culturali, tecnologici e intellettuali”.
L'organizzazione “cerca di eliminare l'uso della religione come strumento storicamente utilizzato da alcuni per raggiungere i propri interessi personali e provocare conflitti”.

© Copyright Zenit


Paparatzifan
00Wednesday, May 20, 2009 10:22 PM
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Benoît XVI, le pape théologien nous donne une leçon

18 maggio 2009 - da Eucharistie Sacrement de la Miséricorde –

La mattina di sabato 16 maggio, ho chiamato un’amica religiosa palestinese per dirle che ero viva, pur dopo una settimana memorabile e incredibile: 20 ore di sonno in una settimana, 3 pasti frettolosi in cinque giorni, giornate di 22 ore di lavoro (conto come lavorative le ore passate pazientando per cortesia secondo i voleri della sicurezza israeliana ma anche di quella palestinese – à Betlemme, i Palestinesi hanno voluto dimostrare di non essere da meno degli Israeliani).

Mi ascolta, ma ciò che le brucia di dirmi è: “Gli ho baciato la mano al Santo Sepolcro.”

Resto scioccata. Prima della visita, mi aveva detto con un fare secco che non avevo mai sentito prima da lei: “Resti a casa sua!” All’altro capo del telefono, la sento così felice… E non è l’unica a esprimermi questa felicità, l’orgoglio di poter dire: « C’ero ». Conosco un buon numero di religiosi europei che vivono qui, molto scettici su ciò che dice o fa Benedetto XVI, tra loro ci sono fior di intellettuali, anche loro si sono arresi e gli rendono omaggio… Anch’io gli avrei baciato le mani … ma non ci sono riuscita proprio.

Anche alcuni miei vicini che appartengono ad una piccola chiesa protestante evangelica mi chiedono continuamente e con interesse « Allora, allora ? ». Sanno che l’ho visto molto da vicino. Mi hanno visto in televisione.

Il freddo Benedetto XVI venerato! Si, freddo, e non è mancanza di rispetto! Al mio arrivo in sala stampa, giovedì sera, dopo la giornata a Nazareth, i vaticanisti sono al settimo cielo: «Il Papa era veramente felice, ha cantato, ha alzato le braccia». Guardate il video, quando Benedetto XVI è al colmo della gioia resta comunque molto, molto… controllato.

Che cosa è successo allora? Che cosa ha detto ? Quello che stupisce di più è la rivoluzione dei cuori e delle anime che è avvenuta lungo la settimana nella comunità cristiana araba avvenuta senza che la maggioranza avesse avuto una conoscenza reale dei propositi del Papa.

I discorsi non sono stati letti scrupolosamente. Ci si è accontentati di piccoli pezzi rubacchiati qua e là. Ci sono state alcune immagini molto forti in Giordania e qui. Ma tutto è avvenuto grazie al molto efficace e puntuale passa parola telefonico arabo. Devo proprio lasciar riposare le mie orecchie nei prossimi giorni. Ma so, e sento già che i cristiani locali hanno l’entusiasmo nel cuore… Si sono sentiti compresi, rispettati, riconosciuti e amati.

Il Papa, inoltre, ha incontrato ebrei e mussulmani e agli uni come agli altri ha mostrato rispetto. A tutti ha lanciato un messaggio a favore della giustizia, l’uguaglianza e la convivenza pacifica. E la piccola comunità cristiana ha apprezzato questi appelli, proprio lei che si sente relegata in un angolo, schiacciata tra i due. E poi i numerosi appelli alla creazione di uno stato palestinese e alla caduta del Muro.

Da parte mia, anche se non ho visto tutto, ho letto tutti i discorsi, ho visto e capito. Bisognerà comunque che li rilegga, i discorsi, quelli del Santo Padre, quelli dei vari ospiti, ma sono profondamente segnata prima di tutto dall’intensità della preghiera del Papa della quale sono stata testimone nella grotta dell’Annunciazione a Nazareth e ancora più davanti alla profondità intima davanti al Santo Sacramento del Santo Sepolcro. Ne ho pianto per l’emozione. E’ veramente venuto, da pellegrino, per pregare.

Ho pianto di tristezza al Getsemani. Spero che i cristiani palestinesi che non si sono degnati di andare alla messa per ragioni di comodità – bisognava arrivare troppo in anticipo e sedersi per terra – faranno il loro esame di coscienza.
Spero che quelli che non hanno potuto andarci a causa dei controlli di sicurezza crederanno ancora alla possibilità di vivere ancora amichevolmente con gli ebrei.
Ho pianto di gioia a Nazareth, sul Monte del Precipizio godendo quello che proprio mi aspettavo, una manifestazione dell’«orgoglio cristiano» degli arabi.

Ho gioito di quelle messe largamente celebrate in lingua araba, ma che hanno lasciato un po’ di posto per quella ebraica, la lingua dei cristiani di israele.
Mi è molto piaciuto che il Papa salutasse questa comunità di lingua ebraica che vive, ogni giorno, un’altra situazione, ben lontana dall’essere facile. Sarebbe bellissimo che queste due comunità lanciassero ponti tra di loro, anticipo dei ponti da gettare tra Israeliani e Palestinesi.

Al campo di Aïda, ho sentito l’emozione del capo del campo che diceva al Papa: «Grazie per aver rinunciato a visitare alcuni luoghi santi per venire a visitarci».
Ho visto la silhouette bianca del Papa staccarsi sul grigiore dl muro.
Questo muro, la più triste esperienza del suo viaggio, ha detto il Papa alla partenza.

Da un muro all’altro, il Papa mi è sembrato felice di poter pregare davanti al Muro occidentale.
Mi ritornano tante di quelle immagini. Scrivo, e sono le 10h37 di domenica, sento la mia vicina che sta sotto, siriaca ortodossa, che ascolta una messa cattolica… mi precipito a vedere. E’ la messa di Nazareth che è ritrasmessa alla televisione maronita libanese Télélumière! Non abbiamo ancora finito di misurare la portata di questo viaggio, meno mediatico e meno facile di quello di Papa Giovanni Paolo II. Ho l’impressione che possa portare maggiori frutti.

Penso a questa settimana, a questo Monte del Precipizio, alla sua storia, Gesù vi aveva pregato, nella sinagoga. Non era piaciuto, avrebbero voluto scaraventarlo giù, dalla cima di quel monte. Ho veramente temuto che Benedetto che su questo nostro campo potesse saltare all’aria, che per una ragione qualsiasi, anche casuale, potesse essere crocifisso… E’ venuto, ha predicato e come Gesù in mezzo ai suoi detrattori «passando in mezzo a loro, se ne è andato. » Il Papa teologo ci ha dato una lezione : il tempo e il progetto di Dio vanno oltre le nostre corte vedute. Ci precede e ci trascina e Dio ci attira a Lui infallibilmente, in Lui non ci saranno più nè ebrei, ne cristiani, nè mussulmani, finiremo per essere Uno in Lui.

Marie-Armelle Beaulieu

eucharistiemisericor.free.fr/index.php?page=1805091_mab


+PetaloNero+
00Thursday, May 21, 2009 1:45 AM
Il viaggio del Papa in Terra Santa, “una lezione di realismo”
Per il Cardinale Scola, una lezione di umiltà e coraggio per i potenti



ROMA, mercoledì, 20 maggio 2009 (ZENIT.org).- Il viaggio di Benedetto XVI in Terra Santa è stata “una lezione di realismo”. E' quanto afferma il Cardinale Angelo Scola, Patriarca di Venezia, in un editoriale apparso sul settimanale Tempi.

Il Papa, spiega il porporato, “ha rischiato in prima persona, senza calcoli mondani di successo o insuccesso”.

“Il suo viaggio era a-priori 'politicamente scorretto'”, perché è “la pretesa universale di Cristo che conduce la fede cristiana al paragone con ogni religione, con ogni visione del reale”.

In Terra Santa, Benedetto XVI come “pellegrino dall'umile, intelligente coraggio [...] ha voluto essere il protagonista petrino della Chiesa tutta”.

Allo Yad Vashem, sottolinea, “ha coinvolto da subito, nel suo dolore, la 'Chiesa cattolica, vincolata agli insegnamenti di Gesù e protesa ad imitarne l'amore per ogni persona' che 'prova profonda compassione per le vittime qui ricordate'”.

“La forza del suo silenzio in quella voragine di dolore e la sua struggente invocazione perché il nome di nessuna vittima dell'abominevole sterminio nazista vada perduto non ha voluto essere solo quella di Josef Ratzinger – continua – , ma ben più potentemente quella di tutti i cristiani chiamati, al di là dei loro limiti, alla fraterna solidarietà con il popolo eletto”.

Il Papa, aggiunge il porporato, è riuscito a trattare il delicato tema della sicurezza, che sta molto a cuore ad Israele, partendo dalla prospettiva delle Sacre Scritture.

Nel discorso pronunciato nel giardino interno del Palazzo presidenziale di Gerusalemme per la visita di cortesia al Presidente Shimon Peres, il Papa ha infatti ricordato che “secondo il linguaggio ebraico, sicurezza – batah – deriva da fiducia e non si riferisce soltanto all’assenza di minaccia ma anche al sentimento di calma e di confidenza”.

Il Patriarca di Venezia indica poi i due capisaldi con cui il Papa ha affrontato la bruciante questione del dialogo interreligioso.

“Tornando sul rapporto tra ragione e religione, Benedetto XVI ha fortemente rimarcato la necessità per ognuna di farsi purificare dall'altra”, afferma.

“La religione – spiega il Patriarca – deve lasciarsi interrogare dalla ragione, per non cadere nella superstizione o nella strumentalizzazione da parte del potere politico, ma anche la ragione deve sapersi aprire alla dimensione dell'Assoluto”.

In secondo luogo, prosegue, “Benedetto XVI ha ribadito che il contributo particolare delle religioni 'nella ricerca di pace si fonda primariamente sulla ricerca appassionata e concorde di Dio. Nostro è il compito di proclamare e testimoniare che l'Onnipotente è presente e conoscibile anche quando sembra nascosto alla nostra vista'”.

Il Cardinale evidenzia poi il messaggio di speranza affidato da Benedetto XVI agli abitanti della Terra Santa, specialmente durante la Messa celebrata a Betlemme, quando ha detto: “Avete le risorse umane per edificare la cultura della pace e del rispetto reciproco che potranno garantire un futuro migliore per i vostri figli. Questa nobile impresa vi attende. Non abbiate paura!”.

“Il volto delicato ed intenso con cui il Papa, in ginocchio davanti alla fenditura in cui fu conficcata la croce di Gesù, più che chiudere questo pellegrinaggio, apre per tutti gli uomini di buona volontà una strada efficace per sciogliere il nodo mediorientale”, scrive poi.

“I semplici la sapranno certo trovare. I potenti di questo mondo vorranno imparare dalla mite energia costruttiva di Benedetto XVI?”, si chiede infine il Cardinale Scola.
+PetaloNero+
00Friday, May 22, 2009 1:40 AM
La Terra Santa raccolga i frutti della visita papale
Bilancio del Patriarca latino di Gerusalemme e del Nunzio Apostolico



GERUSALEMME, giovedì, 21 maggio 2009 (ZENIT.org).- Nel corso di una conferenza stampa celebrata presso il Centro Notre Dame questo mercoledì, Sua Beatitudine Fouad Twal, Patriarca latino di Gerusalemme, e il Nunzio Apostolico in Israele e delegato apostolico per Gerusalemme e la Palestina, l'Arcivescovo Antonio Franco, hanno definito il pellegrinaggio di Benedetto XVI in Terra Santa "un successo per oltre il 90%".

Secondo quanto rende noto Marie-Armelle Beaulieu sul portale della Custodia Francescana di Terra Santa (www.custodia.org), interpellato sul 10% che si direbbe meno positivo, Sua Beatitudine Twal ha risposto con un proverbio arabo: "La perfezione spetta a Dio soltanto".

Di fronte all'insistenza dei giornalisti, ha aggiunto che la sicurezza israeliana si è dimostrata "più papista che il Papa stesso", almeno in termini di sicurezza, e questo ha provocato alcune difficoltà, soprattutto - ha aggiunto durante il seguito dell'intervista con i giornalisti - per quanto ha riguardato la partecipazione alla Messa celebrata a Gerusalemme il 12 maggio nella Valle del Cedron.

In seguito, sia il Patriarca che il Nunzio hanno ampiamente sottolineato gli aspetti positivi di questa visita.

Giungendo come pellegrino, il Santo Padre ha sottolineato l'importanza dei Luoghi Santi come i luoghi di un ritorno alle origini. In questo modo, "ha voluto incoraggiare i cristiani del mondo intero a seguire il suo esempio, e a venire in pellegrinaggio in Terra Santa, per pregare, per entrare in contatto con le comunità locali, in modo da pregare per noi e con noi, e di pregare insieme per la pace e per tutti gli abitanti della regione", ha affermato monsignor Twal.

Come pastore, il Pontefice si è rivolto alla comunità cristiana locale. "Si è fermato ad ascoltarci, e ci ha rivolto il suo messaggio. Tocca a noi, adesso, riprendere in mano i suoi discorsi e le sue omelie, con calma, per poterli assorbire, e per poterli vivere pienamente".

In qualità di Capo di Stato, il Pontefice è stato estremamente chiaro sulla posizione della Chiesa, spronando verso la soluzione dei due Stati. "Il Santo Padre ha ricordato molto chiaramente il diritto di Israele a vivere in sicurezza nel proprio Paese. Si riconosca il diritto di Israele e si riconosca il diritto dei palestinesi ad avere una patria, uno Stato, in modo che si giunga a una pace stabile in questa parte di mondo", ha proseguito il Nunzio Apostolico.

Nel complesso, i due presuli hanno insistito sul tempo di decantazione e maturazione del viaggio: "Dobbiamo prenderci del tempo per rileggere i discorsi, per comprendere il messaggio che il Papa ha voluto lasciarci", ha affermato il Patriarca.

"I risultati non saranno totalmente visibili oggi, e nemmeno domani: abbiamo bisogno di più tempo. Date tempo al tempo, date tempo alla Provvidenza", ha aggiunto, "ma questo messaggio di dialogo, di pace, di riconciliazione porterà i suoi frutti".

"Il messaggio deve essere recepito, studiato, e dovrà essere sicuramente trasformato in azione. Di certo questo dipenderà dalla buona volontà di ognuno di noi di ascoltarlo veramente, e di confrontare i nostri propri atteggiamenti con le indicazioni positive lasciateci dal Santo Padre", ha insistito monsignor Franco.

Interpellato sul ruolo della Chiesa nella soluzione del conflitto israelo-palestinese, il Nunzio ha risposto che "il ruolo della Chiesa non è certamente un ruolo diretto, ma ad essa spetta di formare, di educare alla pace e al rispetto. Le spetta di rendere le persone capaci di accettarsi a vicenda, di perdonarsi, di creare delle nuove possibilità, in modo da creare le precondizioni alla pace, sostenendo gli sforzi positivi e tentando di vincere la rassegnazione e la passività".

Quanto al dialogo interreligioso ed ecumenico, monsignor Twal ha detto che il Santo Padre "è stato felice di constatare che esiste una volontà di dialogo tra tutte le religioni, è stato contento di trovare una buona disposizione". "Per il Papa, una cosa è leggere dei rapporti, un'altra è vedere la realtà nella sua concretezza", ha sottolineato.

Circa la polemica sorta dopo i discorsi dello Yad Vashem, il Nunzio Apostolico ha affermato che molti si aspettavano che il Papa recitasse un copione già scritto, "ma io vi invito a riprendere le parole del Papa nel loro insieme, e specialmente quelle pronunciate al suo arrivo all'aeroporto, allo Yad Vashem, e poi il suo discorso conclusivo. Se mettiamo insieme i tre momenti, se ci addentriamo veramente nel pensiero del Papa, non possiamo desiderare di più del messaggio che egli ci ha lasciato sulla Shoah".

"Ha detto 'Mai più'. La sua riflessione sul nome, allo Yad Vashem, è la più bella riflessione che poteva fare per parlarci del dovere della memoria".

Quando è stato chiesto a monsignor Twal quale immagine resterà più impressa nella sua memoria, ha risposto: "Non voglio che rimanga un'immagine sola, vorrei un intero album fotografico di tutti questi momenti magnifici, tanto in Giordania quanto in Israele e Palestina!".

"Abbiamo ricevuto una grazia e un dono del Signore, e abbiamo visto la mano di Dio. Questo viaggio è stato un successo persino nelle difficoltà, poiché il Santo Padre ha così potuto fare esperienza della realtà concreta nella quale viviamo, qui in Terra Santa" ha concluso monsignor Franco.
+PetaloNero+
00Monday, May 25, 2009 4:23 PM
Il grazie del Congresso Ebraico Mondiale per la visita in Terra Santa
Udienza con il Cardinal Bertone in Vaticano



CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 25 maggio 2009 (ZENIT.org).- I più alti rappresentanti del Congresso Ebraico Mondiale hanno visitato questo venerdì il Vaticano per ringraziare Benedetto XVI per il pellegrinaggio che ha compiuto in Terra Santa dall'8 al 15 maggio.

Il ringraziamento è stato presentato dal presidente dell'istituzione, Ronald S. Lauder, in un'udienza che gli ha concesso il Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato.

Secondo quanto spiega il Congresso in un comunicato, “pur essendo stato un viaggio complicato, è stato positivo e ha rappresentato una pietra angolare per rafforzare la comprensione reciproca tra cristiani ed ebrei”.

Il presidente sostiene che ogni affermazione sulla “sensibile questione dell'Olocausto deve compiersi con grande attenzione”.

Rispondendo ai leader ebraici, constata il testo del Congresso Ebraico Mondiale, il Cardinal Bertone ha affermato che la Chiesa “ha riconosciuto il carattere unico dell'Olocausto”.

Allo stesso tempo, il porporato ha dichiarato chiaramente che “nelle istituzioni della Chiesa non c'è posto per quanti negano l'Olocausto, come nel caso del Vescovo [Richard] Williamson”.

Il Segretario di Stato ha invitato i leader del Congresso Ebraico Mondiale e gli studiosi a cooperare nell'esame degli archivi privati di Pio XII sul periodo precedente l'anno 1939 e ha rivelato che il Vaticano ha compiuto progressi perché sia possibile l'accesso degli storici ai documenti su Pio XII relativi al periodo tra il 1939 e il 1945.

Il Cardinal Bertone, secondo il comunicato, ha affermato che la Santa Sede cerca di “rendere più saldi i legami tra l'ebraismo e la Chiesa”.

I leader ebraici hanno ribadito che le sfide future si potranno affrontare solo se si rafforza il dialogo interreligioso e se i suoi benefici verranno comunicati correttamente al mondo.

“Dobbiamo lavorare insieme per assicurare che la libertà religiosa sia rispettata ovunque e che la religione non sia utilizzata per giustificare l'estremismo e il terrore”, ha detto Lauder.

Il Congresso Ebraico Mondiale è la federazione internazionale che riunisce e rappresenta le comunità e le organizzazioni ebraiche del mondo.

“Fondato a Ginevra nel 1936 per unire gli ebrei e mobilitare il mondo contro l'avanzata nazista, il Congresso agisce come braccio diplomatico del popolo ebraico di fronte ai Governi e alle istituzioni internazionali, lottando per la dignità del popolo ebraico, combattendo l'antisemitismo, rafforzando i vincoli con altri credo e sostenendo lo Stato di Israele”, spiega la sua pagina web.

Il principio centrale del Congresso è che tutti gli ebrei sono responsabili gli uni per gli altri, tutti uniti nella diversità. In questo senso, è composto da più di 80 comunità organizzate in 5 strutture regionali: Nordamerica, America Latina, Europa, Eurasia e Israele.
Paparatzifan
00Monday, May 25, 2009 6:14 PM
Dal blog di Lella...

«Noi cristiani di Nazareth non ci sentiamo più soli»

Susanna Pesenti

Violette Khoury, cristiana melchita, farmacista a Nazareth, è la fondatrice del movimento ecumenico «Sabil» (in arabo significa contemporaneamente «ruscello» e «sentiero»), che raccorda le diverse confessioni cristiane in Terrasanta.

Dottoressa Khoury, i cristiani di Terrasanta sono delusi o soddisfatti della visita del Papa?

«Possiamo dire che ha colmato tutte le nostre aspettative. Alla vigilia c'erano molti dubbi, alcuni temevano che la visita del Papa, dopo Gaza, sarebbe stata strumentalizzata, invece no. Benedetto XVI ha affrontato tutti i nodi, ha tenuto sempre presente il problema della giustizia. È stata una sorpresa: data la situazione, temevamo una visita molto formale, con le verità scomode messe da parte; invece è stato detto tutto con chiarezza».

Ma il Papa non è andato a Gaza.

«Non è stato possibile, la tensione era molto alta e solo una piccola delegazione di cittadini di Gaza ha potuto incontrarlo. Però il messaggio è passato».

Quindi aveva ragione il patriarca latino monsignor Fouad Twal, che voleva fortemente che la visita del Papa non fosse posticipata?

«Sì, ha avuto ragione, proviamo tutti un sentimento di illuminazione molto forte. Qui a Nazareth, la Messa celebrata sulla montagna mi ha riportato alla mente la Trasfigurazione. Ecco, è come se tutti avessimo guardato alla situazione, ai nostri problemi, da un punto di vista diverso e più profondo. Questo è il dono che ci ha fatto Benedetto XVI. Ora non ci sentiamo più soli».

In che senso?

«Noi cristiani di Palestina abbiamo un'identità tormentata, siamo la minoranza della minoranza e questo ha effetti profondi sulla percezione di noi stessi in un Paese dove la religione diventa la nazione. Per di più, nella Chiesa ci sentiamo coloro "dei quali si parla" piuttosto che interlocutori diretti e alla pari.
Ecco, Benedetto XVI ci ha ridato l'autostima. Ci siamo sentiti apprezzati, compresi, appoggiati. Abbiamo capito quale è il nostro ruolo e la nostra dignità.
La Chiesa ha una grande forza, che non è quella delle armi, e noi sentiamo ora di farne parte».

Questa sensazione di unità riguarda però solo i cristiani...

«Non credo. Certo i cristiani sono euforici dopo tanta tristezza, ma in questi giorni in città si respira un'aria di pace. Parlando con amici musulmani ed ebrei mi è sembrato di cogliere in tutti un senso di rispetto che il Papa si è guadagnato sul campo, in modo per molti inaspettato».

Che cosa succederà ora?

«Il discorso fatto all'aeroporto è stato molto forte. Non siamo ingenui, sappiamo che i problemi restano tutti, ma ripartiamo con la convinzione che un sentiero per la pace si può trovare. Qui a Nazareth c'è anche una questione pratica che è diventata una sorta di simbolo. La località dove si è svolta la Messa era un posto desolato e nessuno avrebbe scommesso che sarebbe diventato accogliente. Invece la città ce l'ha fatta e questo significa che quando c'è la volontà politica, cioè di fare qualcosa insieme come cittadini, si riesce. Adesso dobbiamo abbattere ogni tipo di muro tra noi, che ci isola in celle invece di farci lavorare tutti per la pace. Tuttavia, continuiamo ad avere bisogno della collaborazione di tutti, dell'opinione pubblica internazionale soprattutto».

La lettera dei cristiani di Gerusalemme è stata consegnata a Benedetto XVI da un'aderente a Sabil, una lettera molto chiara che invoca tra l'altro la fine dell'occupazione e lo statuto internazionale per la città.

«La lettera richiama la realtà di Gerusalemme come mosaico di popoli, religioni, tradizioni spirituali che l'occupazione ha sconvolto. È quello che i novemila cristiani di Gerusalemme, ma anche i musulmani e molti ebrei sentono».

© Copyright Eco di Bergamo, 25 maggio 2009


Paparatzifan
00Monday, May 25, 2009 6:21 PM
Da Zenit.org

IL GRAZIE DEL CONGRESSO EBRAICO MONDIALE PER LA VISITA IN TERRA SANTA

Udienza con il Cardinal Bertone in Vaticano

CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 25 maggio 2009 (ZENIT.org).- I più alti rappresentanti del Congresso Ebraico Mondiale hanno visitato questo venerdì il Vaticano per ringraziare Benedetto XVI per il pellegrinaggio che ha compiuto in Terra Santa dall'8 al 15 maggio.
Il ringraziamento è stato presentato dal presidente dell'istituzione, Ronald S. Lauder, in un'udienza che gli ha concesso il Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato.
Secondo quanto spiega il Congresso in un comunicato, “pur essendo stato un viaggio complicato, è stato positivo e ha rappresentato una pietra angolare per rafforzare la comprensione reciproca tra cristiani ed ebrei”.
Il presidente sostiene che ogni affermazione sulla “sensibile questione dell'Olocausto deve compiersi con grande attenzione”.
Rispondendo ai leader ebraici, constata il testo del Congresso Ebraico Mondiale, il Cardinal Bertone ha affermato che la Chiesa “ha riconosciuto il carattere unico dell'Olocausto”.
Allo stesso tempo, il porporato ha dichiarato chiaramente che “nelle istituzioni della Chiesa non c'è posto per quanti negano l'Olocausto, come nel caso del Vescovo [Richard] Williamson”.
Il Segretario di Stato ha invitato i leader del Congresso Ebraico Mondiale e gli studiosi a cooperare nell'esame degli archivi privati di Pio XII sul periodo precedente l'anno 1939 e ha rivelato che il Vaticano ha compiuto progressi perché sia possibile l'accesso degli storici ai documenti su Pio XII relativi al periodo tra il 1939 e il 1945.
Il Cardinal Bertone, secondo il comunicato, ha affermato che la Santa Sede cerca di “rendere più saldi i legami tra l'ebraismo e la Chiesa”.
I leader ebraici hanno ribadito che le sfide future si potranno affrontare solo se si rafforza il dialogo interreligioso e se i suoi benefici verranno comunicati correttamente al mondo.
“Dobbiamo lavorare insieme per assicurare che la libertà religiosa sia rispettata ovunque e che la religione non sia utilizzata per giustificare l'estremismo e il terrore”, ha detto Lauder.
Il Congresso Ebraico Mondiale è la federazione internazionale che riunisce e rappresenta le comunità e le organizzazioni ebraiche del mondo.
“Fondato a Ginevra nel 1936 per unire gli ebrei e mobilitare il mondo contro l'avanzata nazista, il Congresso agisce come braccio diplomatico del popolo ebraico di fronte ai Governi e alle istituzioni internazionali, lottando per la dignità del popolo ebraico, combattendo l'antisemitismo, rafforzando i vincoli con altri credo e sostenendo lo Stato di Israele”, spiega la sua pagina web.
Il principio centrale del Congresso è che tutti gli ebrei sono responsabili gli uni per gli altri, tutti uniti nella diversità. In questo senso, è composto da più di 80 comunità organizzate in 5 strutture regionali: Nordamerica, America Latina, Europa, Eurasia e Israele.

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+PetaloNero+
00Tuesday, May 26, 2009 1:40 AM
Il Papa in Terra Santa, sostegno prezioso per la Chiesa locale
Il Cardinale Leonardo Sandri commenta il pellegrinaggio papale



CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 25 maggio 2009 (ZENIT.org).- "L'indimenticabile pellegrinaggio" che Benedetto XVI ha compiuto in Terra Santa dall'8 al 15 maggio ha rappresentato un prezioso sostegno per l'esigua comunità cattolica locale.

Lo afferma il Cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, che in un articolo pubblicato su "L'Osservatore Romano" osserva che "sostenere quelle comunità significa garantire a tutta la Terra Santa un bene prezioso, forse indispensabile per il suo cammino nel presente e nel futuro".

"Offrire ai loro componenti, specialmente ai giovani che guardano al domani con preoccupazione, adeguate condizioni di abitazione, formazione, lavoro e di movimento personale e familiare, vuol dire difendere non a parole ma nei fatti la dignità di tutti", dichiara il porporato argentino.

Sono proprio queste comunità, del resto, "che ora dovranno coltivare il seme buono affidato dal Papa a quella Terra".

Se la benedizione di Dio "darà incremento alla generosa seminagione", "l'abbondanza del raccolto dipenderà anche dalla loro fedeltà".

Il Cardinale Sandri ammette che "dovrà essere la comunità internazionale a cimentarsi nell'avventura della pace, che è sempre e comunque possibile, anche a Gaza, credendo alla solidarietà tra le genti e lottando contro ogni ingiusta discriminazione", ma ricorda che un ruolo importante spetta anche ai fedeli della Chiesa.

"Le comunità cattoliche non dovranno mai stancarsi di chiedere il bene di una reale libertà religiosa, contribuendo con tutte le loro forze al suo perseguimento, che è garanzia dei diritti insopprimibili di ogni persona", osserva. "Il Signore non le lascerà sole là dove per la prima volta è risuonato il suo santo nome".

La Chiesa della Terra Santa, prosegue il porporato, è importante anche per il futuro della Chiesa universale, che dipende proprio "dal legame con la Chiesa delle origini".

Il "pusillus grex", il piccolissimo gregge che rimane in Terra Santa, ha un "significato vitale per la Chiesa intera" e ha ringraziato il Papa "per l'incoraggiamento, la consolazione e la speranza" che gli ha offerto, così come "per la preghiera condivisa in alcuni Luoghi santi nei diversi riti" e per aver esortato i suoi membri "a rimanere quali pietre vive là dove tutto parla del passaggio storico del Redentore".

"Non potranno le vicissitudini del passato, le guerre e le distruzioni del presente, e nemmeno i conflitti tra i cristiani, fermare la Chiesa che è sospinta dallo Spirito del Risorto - osserva il Cardinale -. Poiché il Crocifisso è stato glorificato, la sua opera continuerà. Ne siamo certi".

"Secondo l'insegnamento di San Paolo, nella croce Cristo ha abbattuto il muro della separazione. Perciò è inesorabilmente destinato a svanire ogni ostacolo alla ricomposizione dell'unità del genere umano che il Crocifisso risorto persegue. Il sostegno del Papa alla comunità cristiana porta con sé un impulso a questa missione di unità e di pace che le è propria".

Una visita ecumenica e interreligiosa

Ogni tappa della visita di Benedetto XVI in Terra Santa "ha rivelato la dimensione ecumenica e interreligiosa del viaggio", prosegue il Cardinale Sandri.

"Il successore di Pietro si presentava come capo e padre della comunità affidatagli dal Signore. Era tutta la Chiesa che lo accompagnava, ma essa si mostrava concretamente nella comunità locale".

"A nome della Chiesa egli ha confermato la volontà di dialogo e collaborazione con le grandi religione monoteiste, che scorgono in Gerusalemme una insopprimibile profezia di pace".

"Ora toccherà alla comunità locale lo sforzo di realizzare giorno per giorno tale proposito. E lo farà con tutta se stessa a cominciare dalla celebrazione liturgica del mistero pasquale, fonte e culmine della sua vita e della sua missione".

Il dialogo "possibile e perciò doveroso" rilanciato dal Papa "troverà attuazione nella testimonianza quotidiana e nel servizio ordinario di quella Chiesa particolare, nella sua perseverante fedeltà a Dio e agli uomini".

Il porporato ricorda che alcune voci hanno invitato a non enfatizzate il dialogo e riconosce che pur se questo "è un mezzo e non il punto di arrivo definitivo" "attesta il nostro essere sulla stessa via; esalta una visione comune, magari non pienamente elaborata, ma avvertita e desiderata; alimenta un'attesa, fin d'ora condivisa".

Il dialogo, dichiara, "tradisce per fortuna di tutti un segreto comune convincimento: l'appartenenza ad un'unica famiglia amata dall'unico Dio, Padre di tutti".

In questo senso, "ogni momento di incontro è sempre un apprezzabile traguardo e mai una illusione. L'incontro già avvenuto non autorizza a fermare i nostri passi. Piuttosto, li conforta e li rende più spediti".
Paparatzifan
00Tuesday, May 26, 2009 10:37 PM
Dal blog di Lella...

Papa/ Kasper: Chi lo ha criticato in Israele non lo ha capito

A Yad Vashem non è andato da tedesco. Non è politicamente corretto

APCOM

Non è "nello stile di questo Papa preoccuparsi di parole che potrebbero apparire provocatorie e di rendere giustizia al politicamente corretto".
E' per questo motivo, secondo il cardinale Walter Kasper, responsabile vaticano dei rapporti con gli ebrei, che ha sbagliato chi, in Israele, ha polemizzato con Benedetto XVI per la sua visita al memoriale della shoah dello Yad Vashem, dove Ratzinger non ha citato il nazismo o le colpe storiche dei tedeschi.
"Benedetto XVI non è venuto - come molti erroneamente ritenevano - come Papa tedesco, con il ben noto peso della storia tedesca", afferma il porporato, anch'egli tedesco.
"Ciò che ha da dire in merito, lo ha già detto a Colonia e ad Auschwitz. Egli è venuto - cosa che dal punto di vista meramente politico è molto più importante - come capo della Chiesa cattolica universale per esprimere nuovamente al popolo ebraico il suo affetto personale, come quello della Chiesa cattolica". Così, per Kasper, "quasi tutto ciò che secondo molti rappresentanti ebraici e mass media israeliani è mancato nel suo discorso nel memoriale di Yad Vashem era già stato detto. Come se la semplice ripetizione delle stesse affermazioni, invece di rafforzarle, non le banalizzasse! Giustamente, non è nello stile di questo Papa preoccuparsi di parole che potrebbero apparire provocatorie e di rendere giustizia al politicamente corretto".
Sottolineando l'importanza di non dimenticare i nomi delle vittime della Shoah, Papa Ratzinger - ricorda Kasper in un intervento sull''Osservatore romano' - "ha spiegato che corrisponde alla dignità dell'uomo possedere un nome e che questo nome è scritto in modo indelebile dalla mano di Dio. Quindi - aggiunge - anche se i carnefici nazisti hanno privato le vittime del loro nome riducendole a meri numeri, pensando in tal modo di poterne cancellare per sempre il ricordo, secondo la fede sia ebraica sia cristiana la loro memoria si conserva in eterno e anche noi dobbiamo serbarne il ricordo.
Che cosa si potrebbe dire di più profondo sulla dignità indistruttibile delle vittime e gli abissi del crimine della Shoah?".

© Copyright Apcom


+PetaloNero+
00Thursday, May 28, 2009 1:23 AM
L'aspetto geopolitico della visita del Papa in Terra Santa
Intervista a Lucio Caracciolo, direttore di “Limes”

di Roberta Sciamplicotti


ROMA, mercoledì, 27 maggio 2009 (ZENIT.org).- La visita di Benedetto XVI in Terra Santa, dall'8 al 15 maggio scorsi, è stata importante per dare coraggio alla comunità cristiana locale, diventata ormai “quasi una specie protetta” vista la sua esiguità.

E' quanto afferma Lucio Caracciolo, direttore di “Limes”, la rivista italiana di geopolitica, che ZENIT ha intervistato per conoscere le sue impressioni sul pellegrinaggio papale in Giordania, Israele e nei Territori palestinesi.

Qual è l'importanza geopolitica del viaggio di Benedetto XVI in Terra Santa?

Lucio Caracciolo: Dal punto di vista della Santa Sede la priorità in Terra Santa è evidentemente la protezione dei cristiani locali, ormai un esiguo manipolo, quasi una specie protetta. Contemporaneamente si trattava di dare alle parti in causa, nella fattispecie israeliani e palestinesi, così come agli altri Paesi arabi della regione, il senso della presenza della Santa Sede nella zona e una spinta per una pace negoziata.

Benedetto XVI ha dovuto calibrare ogni singola virgola dei suoi discorsi per evitare di suscitare polemiche troppo acute, e ci è riuscito abbastanza bene, anche se la sua posizione non ha convinto molto soprattutto la stampa israeliana, che è stata piuttosto ingenerosa nei suoi confronti. Ad ogni modo, ha evitato gli incidenti diplomatici che alcuni avevano paventato se non auspicato.

La parte più importante del viaggio è stata l'evocazione dell'ombra del muro che taglia la Terra Santa, che dal punto di vista della Chiesa deve essere eliminato.

Quali erano le aspettative per questa visita? Crede che siano state soddisfatte?
Lucio Caracciolo: Le aspettative erano piuttosto basse sul fronte israeliano, maggiori su quello palestinese. Israele, ma direi il mondo ebraico in generale, ha avuto molte questioni di attrito con la Chiesa e con questo Papa in particolare. In questo contesto, la visita di Benedetto XVI era quasi una sorta di atto dovuto. Il Papa ha mostrato notevole cautela e un'adesione emotiva in occasione di certi eventi, particolarmente con la visita al Memoriale dell'Olocausto di Yad Vashem.

Quanto ai palestinesi, non potendo contare su un grande supporto internazionale e avendo una minoranza cristiana non insignificante tra di loro speravano forse in qualcosa di più. La divisione interna tra l'islamismo di Hamas e Fatah indebolisce il fronte palestinese e il Papa non può fare troppo al riguardo. Il suo obiettivo è quello di sostenere la comunità cristiana, visto che la storica presenza cristiana nel mondo arabo è in via di scomparsa.

Pensa che il viaggio papale avrà delle ripercussioni sulla situazione mediorientale?

Lucio Caracciolo: Sinceramente no. Ritengo che la visita non abbia sostanzialmente toccato gli equilibri mediorientali, né lo poteva fare. Il Papa non ha una forza politica o strategica tale da alterare la situazione. Ha fatto ciò che poteva fare un'autorità spirituale e l'ha fatto con la cautela che la diplomazia imponeva e con l'invocazione della pace che il suo ruolo lo porta a lanciare.

A suo avviso qual è la soluzione migliore, o quella più praticabile, per raggiungere la pace in Terra Santa?

Lucio Caracciolo: Servirebbe una sorta di illuminazione divina che tocchi tutte le parti in causa. Al momento non credo ci siano le condizioni per una pace. La pace non è solo un trattato, è più una sorta di condivisione spirituale, e ora gli spiriti sono divisi e ostili. Nella migliore delle ipotesi, si potrà mantenere o status quo e cercare di migliorarlo, ma penso che sarà molto difficile raggiungere la pace.

“Limes” ha anche un'edizione on line, consultabile all'indirizzo temi.repubblica.it/limes/
+PetaloNero+
00Monday, June 1, 2009 5:44 PM
Andare nella patria di Gesù è il senso più profondo del ministero petrino: così, il cardinale Leonardo Sandri sul pellegrinaggio di Benedetto XVI in Terra Santa


Sono molteplici i frutti del pellegrinaggio che Benedetto XVI ha compiuto in Terra Santa dall’8 al 15 maggio scorsi. Il viaggio apostolico nei luoghi di Gesù si è rivelato, in particolare, un prezioso contributo per la comunità cristiana locale e per la missione della Chiesa di portare il Vangelo a tutti gli uomini. E’ quanto sottolinea, al microfono di Romilda Ferrauto, il prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, il cardinale Leonardo Sandri:

R. – Andare nella patria di Gesù per un Papa, il Successore di Pietro, che ha l’ufficio di pascere la Chiesa di Dio nel nome di Cristo, è il senso più profondo del ministero pastorale petrino. Paolo VI annunciò ai Padri sinodali il suo viaggio in Terra Santa, dicendo: “Voglio consegnare la Chiesa a Gesù Cristo”. In queste parole, io trovo che ogni Pontificato è un portare gli uomini e la Chiesa a Cristo, è portare Cristo a tutti gli uomini. Quindi, il senso del Pontificato lo trovo in una manifestazione concreta e fisica di quello che il Papa fa come pastore universale della Chiesa: annunciare Cristo a tutti gli uomini e far sì che tutti possano incontrarsi con Cristo e quindi con la Salvezza, con Dio, con la vera felicità. E in questo senso penso si possa parlare di un viaggio che dà senso al Pontificato.

D. – Nonostante le difficoltà e i rischi di cui si era tanto parlato prima della partenza del Santo Padre, dei rischi di strumentalizzazione, Benedetto XVI ha dimostrato una grande determinazione. Secondo lei, i timori della vigilia erano giustificati?

R. – Il problema è che si tratta di una terra nella quale ci sono tante divisioni religiose, politiche. Il rischio poteva essere proprio che qualcuna di queste parti potesse far sì che il viaggio del Papa perdesse la sua universalità, l’essere un dono per tutti, al di là di tutte le differenze, al di là di tutte le religioni. Ovviamente, il primo punto del viaggio del Papa era la comunità cattolica, quel piccolo gregge che vive nella terra di Gesù e che ancora manifesta lì la storia di Gesù, la storia di Cristo. E poi doveva essere un viaggio aperto anche ovviamente alle grandi religioni che vivono lì: agli ebrei in primo luogo e ai musulmani. Con gli ebrei abbiamo la Torah, abbiamo l’Antico Testamento. Loro sono i nostri fratelli maggiori. Con i musulmani, il Papa ha ribadito: “Adoriamo l’unico Dio”. E con tutti e due ci sono tanti campi di intesa, di collaborazione. Soprattutto è importante che queste grandi religioni monoteistiche, in primo luogo la Chiesa cattolica, diano testimonianza nella loro vita della presenza di Dio, del primato di Dio nel mondo. E' importante che, in questo, ci sia una grande convergenza nostra con gli ebrei e con i musulmani, per una testimonianza piena, perché non c’è senso nella vita umana se manca Dio. E in questo i nostri fratelli ebrei e musulmani possono camminare insieme con noi. Il Papa è stato vicino a tutti quelli che soffrono, a tutti quelli che devono subire una limitazione della loro libertà di movimento, di azione, a quelli che non possono manifestare pienamente la loro fede religiosa.

D. – L’obiettivo principale era di favorire la presenza dei cristiani in Medio Oriente, ma queste minoranze cristiane sono minacciate, divise, a volte si confrontano con delle rivalità, delle competizioni. Cosa si può fare per convincerli a rimanere, per aiutarli a rimanere?

R. – Più che di parole hanno bisogno di fatti, per restare. Hanno bisogno della pace, ma non della pace declamata. Rimarrebbero se ci fosse pace. Se c’è sicurezza, rispetto della dignità dell’uomo - e non che si debba vivere come una specie di esiliato nella propria patria, e non che si debba vivere sempre sotto la pressione della richiesta di permessi, di controlli - allora si può dire: “Io resto con la mia famiglia, perché qui vivo liberamente, la mia dignità umana è rispettata”. C’è un contributo che proviene dalle istanze locali, delle autorità di ognuna di queste realtà, e mi riferisco soprattutto ad Israele e alla Palestina, dove il problema è l’accesso ai luoghi santi, il poter vivere liberamente la propria vita religiosa. Queste istanze vanno poste alle autorità locali. C’è poi, certo, un’istanza internazionale che deve promuovere, favorire, aiutare queste parti a trovare il coraggio per fare questi passi che sono forse difficili ma che porteranno alla pace.(Montaggio a cura di Maria Brigini)



Radio Vaticana
Paparatzifan
00Friday, June 5, 2009 8:54 PM
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ISRAELE-SANTA SEDE: LEWY (AMBASCIATORE ISRAELE), “POPOLO EBRAICO NUTRE GRANDE STIMA PER IL PAPA”

“La visita di Benedetto XVI ha una portata storica per Israele e il popolo ebraico nutre grande stima per il Papa”.
Mordechay Lewy, ambasciatore di Israele presso la Santa Sede, ha ricordato così la recente visita di papa Ratzinger in Giordania, Israele e Territori palestinesi. Intervenendo oggi all’incontro “Dopo il viaggio di Benedetto XVI – Israele: ebraismo e democrazia”, promosso dai “Cattolici amici di Israele”, dall’“Istituto italiano per l’Asia ed il Mediterraneo” e dall’“Ispro, Istituzioni e progetti”, Lewy ha affermato che “né l’operazione ‘Piombo fuso’, né le dichiarazioni di Williamson, né le divergenze su Pio XII, hanno inficiato la visita del Pontefice”.
“Il viaggio apostolico – ha aggiunto l’ambasciatore si è nel solco di quella di Giovanni Paolo II del 2000 che avvenne senza invito formale e che vide gesti significativi come la visita allo Yad Vashem e al Muro”.
“La visita di Benedetto XVI rappresenta un nutrimento per il rapporto bilaterale Israele-Santa Sede e un’implementazione delle relazioni future”.
“La situazione israeliana vive un momento delicato – ha detto Walter Montini dell’Ispro – il viaggio del Papa, difficile e fecondo spiritualmente, è stato importante anche per le prospettive di pace in Medio Oriente con la comunità internazionale sempre più coinvolta. Prospettive rafforzate dopo il discorso di Obama al Cairo di ieri”.

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Paparatzifan
00Friday, June 5, 2009 8:59 PM
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Curie e Curiali Valzer di poltrone in Vaticano, guardando al successore di Giovanni Battista Re

PRIMO PIANO

Di Andrea Bevilacqua

Lo sblocco è arrivato tre giorni fa: Benedetto XVI ha nominato il nunzio a Parigi Fortunato Baldelli nuovo Penitenziere maggiore al posto del cardinale americano Stafford.
È questo il segnale che in molti attendevano. Mossosi da Parigi Baldelli, i nunzi della Santa Sede potranno finalmente cambiare di posto e permettere, in questo modo, che nella monolitica segreteria di Stato si smuovano dalle proprie poltrone alcuni uomini che sono da tempo in posti di comando: il sostituto Fernando Filoni, l'assessore Gabriele Caccia e il sottosegretario ai rapporti con gli Stati Pietro Parolin.
Tre nomi che contano in segreteria di Stato. Tre nomi ai quali viene imputato parte dello stallo nel quale la curia romana sembra essere incappata dopo la grande paura seguita al caso Richard Williamson.
Oltre a Filoni, Caccia e Parolin dovrebbero «partire» anche il cardinale Renato Raffaele Martino e il già settantacinquenne segretario della Congregazione per i vescovi, Francesco Monterisi. Questi in luglio, con la fine dell'anno paolino, prenderà il posto del cardinale Montezemolo, arciprete di San Paolo fuori le Mura. La partenza di Monterisi fa molto parlare. In particolare ci si domanda: chi prenderà il suo posto? Chi diverrà numero due di quella «fabbrica dei vescovi» (appunto la congregazione dei Vescovi), il cui prefetto, il cardinale Giovanni Battista Re, è già anch'egli settantacinquenne e, dunque, pensionabile? Sarà un italiano o no? Domanda non secondaria: se Benedetto XVI, infatti, metterà al posto di Monterisi un italiano, difficilmente il prossimo successore di Re potrà essere anch'egli italiano.
Se, invece, Benedetto XVI metterà colui che Re sta cercando di sponsorizzare, ovvero Pedro Lopez Quintana, oggi nunzio apostolico in India e Nepal, il successore di Re potrà essere più facilmente un italiano.
Già, il successore di Re.
C'era un tempo il cardinale Bernardin Gantin (negli anni Ottanta prefetto dei Vescovi) che sosteneva come il prefetto dei Vescovi dovesse dare l'esempio: cioè dovesse dimettersi al compimento dei settantacinque anni.
«Se non lascia lui, infatti», sosteneva Gantin», come si può persuadere i vescovi nel mondo a lasciare a tempo debito?». E, soprattutto, come si può convincere coloro che lavorano nella curia romana (coloro cioè che svolgendo, a differenza dei vescovi nel mondo, un servizio «d'ufficio» e non pastorale non dovrebbero avere nessun tipo di problema a lasciare a tempo debito) ad andare in pensione quando un ricambio è necessario? Re per ora sta «resistendo» al proprio posto.
Forte dei precedenti (mal digeriti dal segretario di Stato Tarcisio Bertone che sulla cosa non è potuto intervenire) che prendono il nome di Poletto e Tettamanzi, ovvero del cardinale arcivescovo di Torino e del cardinale arcivescovo di Milano i quali sono riusciti a farsi prolungare il proprio incarico per almeno due anni oltre il raggiungimento del settantacinquesimo anno di età, anche Re potrebbe avvalersi di questo «privilegio».
Del resto Papa Ratzinger è fatto così: anche se ha intenzione di cambiare qualche suo collaboratore all'interno della curia romana, se c'è chi avanza la richiesta di restare ancora al proprio posto, egli l'accontenta.
E così, di richiesta in richiesta, la curia non cambia mai. O comunque cambia poco.

© Copyright Italia Oggi, 5 giugno 2009


Paparatzifan
00Friday, June 5, 2009 9:02 PM
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INDISCRETO A PALAZZO

di Andrea Tornielli

Roma

La crisi finanziaria che ha messo in ginocchio le economie mondiali sta impensierendo, e non poco, il Vaticano.
Non soltanto per le sue gravi implicazioni sulla vita quotidiana di milioni di persone: di questo parlerà l’attesa e ormai imminente enciclica sociale Caritas in veritate, che porterà la data del 29 giugno ed è stata riscritta alla luce dei più recenti negativi sviluppi dell’economia mondiale.
Ad impensierire gli inquilini che abitano nei sacri palazzi è anche lo stato delle finanze vaticane, la cui gestione è tornata da poco alla ribalta con la pubblicazione del libro di Gianluigi Nuzzi Vaticano Spa.
Il volume, basato sulla documentazione dell’archivio di monsignor Dardozzi, attesta come attraverso la banca vaticana, lo Ior, siano state compiute operazioni poco chiare anche in tempi non lontani, sotto la gestione dell’attuale presidente Angelo Caloia, dunque dopo l’uscita di scena di monsignor Paul Casimir Marcinkus e poi del suo numero due, il prelato Donato De Bonis.
Caloia, si legge nel libro di Nuzzi, ha continuato a denunciare con lettere inviate a Giovanni Paolo II i movimenti di denaro dubbi che avvenivano nei conti cifrati della banca da lui diretta, chiedendo al Papa di intervenire, senza avere evidentemente la possibilità di farlo personalmente, nonostante l’incarico ricoperto.
La pubblicazione dell’archivio Dardozzi rende evidente alle autorità vaticane la necessità di un ricambio ai vertici e di una ristrutturazione delle finanze, per farle diventare più trasparenti. Ma non sono solo le recenti rivelazioni sullo Ior a creare apprensione.
Nell’ultimo periodo il Governatorato della Città del Vaticano ha visto dimezzarsi il valore dei suoi investimenti, collocati sul mercato americano all’epoca della presidenza del cardinale statunitense Edmund Casimir Szoka, che al momento del suo ritiro, nel settembre 2006, aveva lasciato un attivo cospicuo e investimenti in prodotti Goldman Sachs.
L’aumento delle spese – ad esempio quelle per la sicurezza del Papa e del Vaticano – e soprattutto il tracollo dei mercati d’Oltreoceano hanno fatto svanire l’attivo e riportato anche i conti del Governatorato in profondo rosso.
Un accenno a questo argomento è stato fatto anche durante l’incontro di fine aprile a Castelgandolfo tra Benedetto XVI e i cardinali Bagnasco, Ruini, Scola e Schönborn.
Il patrimonio della Santa Sede è stato messo a dura prova dalle turbolenze finanziarie dei mercati internazionali e il bilancio 2008 è stato chiuso con un disavanzo netto di 9 milioni di euro. Va inoltre registrato il calo delle offerte dei fedeli, dovuto in parte ad alcuni scandali che hanno travolto la Chiesa negli Usa, e in parte alla generalizzata diminuzione dei redditi degli stessi fedeli per la crisi.
C’è dunque urgente bisogno di un nuovo modello di gestione delle finanze vaticane, più efficiente e trasparente, che permetta alla Santa Sede di continuare a sostenere le sue attività e l’aiuto alle Chiese dei Paesi poveri.

© Copyright Il Giornale, 5 giugno 2009


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