Viaggi pastorali in Italia

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Paparatzifan
00Monday, August 24, 2009 9:37 PM
Dal blog di Lella...

Realizzata da Francesco Paolocci, raffigura San Bonaventura da Bagnoregio

Il Comune di Bagnoregio regalerà una scultura al Papa

Una scultura per il Papa dal Comune di Bagnoregio.
La scultura di Francesco Paolocci, raffigurante San Bonaventura da Bagnoregio, sarà il dono che il Comune di Bagnoregio, per mano del sindaco Francesco Bigiotti, consegnerà al Santo Padre durante la visita del 6 settembre.
Il Comune aveva già commissionato ai fratelli Paolocci, Francesco e Gaetano, il bassorilievo già consegnato a Sua Santità circa un anno fa in Vaticano.
In quell'occasione fu esteso per la prima volta l'invito al Santo Padre, per bocca del Vescovo Chiarinelli, di far visita a Bagnoregio, luogo natale di San Bonaventura.
Francesco Bigiotti si dice entusiasta della scultura che nei prossimi giorni sarà consegnata al Comune.
"E’ un’opera straordinariamente “viva” dalla quale traspare in modo evidente tutto il genio dei fratelli Paolocci e la loro grande capacità di dare un’anima anche agli oggetti inanimati".
L’opera ha già ottenuto apprezzamenti dal mondo culturale e artistico, come quello di Riccardo Cecchini, docente di Decorazione presso l’Accademia di Belle Arti “G.B.Cignaroli” di Verona, cultore del disegno dal vero e dell’architettura visionaria.

La riflessione di Riccardo Cecchini sulla scultura di Francesco Paolocci

Riesco a catturare, in questa breve riflessione, l’idea intensa e fuggevole di uno spazio rarefatto e profondo, in cui ogni forma favorisca lo sguardo che agevola il pensiero della Bellezza, che si nutre di verità e di conoscenza.
Immagino, in questo luogo mentale e spirituale, le tracce luminose costruite dall’esistenza di S.Bonaventura da Bagnoregio, che pongono la contemplazione e il cospetto dinnanzi all’Assoluto, nel sugello profetico del suo pensiero e della sua immensa speculazione filosofica e teologica.
È appena il caso che io rammenti qui la dimensione intellettuale e spirituale, nonché il Carisma che il Santo ha incarnato nel tempo della sua civiltà e della sua storia: proviene infatti dal suo profilo e dalla sua autorevolezza indiscussa la rivoluzionaria rivincita del neo-platonismo e del sensismo spirituale, in cui l’esaltazione e l’entusiasmo si raccolgono pur nello sguardo ispirato del Doctor Seraphicus.
Le limpide e sincroniche suggestioni di Plotino, di Sant'Agostino e di Avicenna, trovano, in tal caso, paragone e confronto con il magistero di Sant'Anselmo d’Aosta e della sua Ontologia.
La metamorfosi e la trasfigurazione dell’immagine corporale nella forma astratta, ancorchè umana, della rapita espressione di grazia, è scopo specifico dell’opera plastica che accompagna questo scritto.
Le linee purificate dell’anatomia del volto traghettano, così, le concrete e realistiche fattezze nell’aura concettuale della pura spiritualità platonica, Genius Loci dei tratti asettici e riassuntivi che quest’opera stessa propone.
Si incrociano, in questa occasione, i significati molteplici, che ascrivono, all’icona tridimensionale, attualità, progetto e destino, proprio attraverso l’espressione attonita, assorbita ed arsa dalla fonte cosmica, assoluta e senza tempo, che possiede l’autentico cuore degli uomini, anticipando la Sapientia Cordis alla Sapientia Mentis: questa immensità, può essere raccolta e racchiusa nel cavo della nostra mano.
Il volto stesso, appare esposto ad un vento di ingovernabile vigore, che travolge il mistico sentire e attrae ogni forza logica verso le ragioni prime e ultime degli archetipi di Verità e Bellezza.
L’Itinerarium Mentis in Deum ben individua la possibilità di cogliere queste emozioni e queste profetiche architetture della mente, che già sono deducibili dall’anima umana, che affronta, nel corpo caduco, il duro ed effimero percorso del tempo.
La verità oltre i nostri pensieri ed i nostri sentimenti coincide, allora, con la radiosa ed anche tumultuosa santità di un’Estasi plotiniana di colossale impatto, che tramuta la stessa esistenza nell’aerea sostanza di un’idea pura, che si colloca al di sopra della storia e dell’evoluzione di ogni tempo.
Se questo è il fascino e l’intendimento rappresentativo che ci avvicina al messaggio spirituale, estetico ed etico, di questa gigantesca figura mistica e speculativa, si giustificano e si asseverano, a mio avviso, i lineamenti, le forme e i segni dell’effigie proposta, al di là dell’acquisita iconografia a oggi fornita dalle Miniere della Tradizione.
La soluzione plastica che qui si impone è dunque frutto di queste vibrazioni e di questi insegnamenti, che vogliono, nell’arte, proporre un percorso ulteriore di adesione e di fede e che, nella luce agostiniana, sempre presente nelle visioni universali del santo, riassumono sentimento e ragione, logica e bellezza, nelle permanenze e nelle costanti dell’avventura umana di ogni tempo.

Riccardo Cecchini
Docente di Decorazione presso l’Accademia di Belle Arti “G.B.Cignaroli” di Verona

www.tusciaweb.it/notizie/2009/agosto/23_12scultura.htm


Paparatzifan
00Tuesday, August 25, 2009 5:28 PM
Dal blog di Lella...

Viterbo, Città dei Papi, protagonista su Rai 1

Viterbo – In occasione della Visita del Pontefice, lunga diretta televisiva della Rai

Domenica 6 settembre, Viterbo sarà protagonista degli schermi di RAI 1 grazie all’interessamento della Diocesi di Viterbo che, attraverso gli organi informativi per la Visita del Papa, ha curato tutti i particolari, compreso quello della diffusione delle immagini all’Italia e al mondo. Il servizio sarà possibile grazie alla disponibilità di Rai Vaticano e TG1 che seguiranno l’intera mattinata a Viterbo.

La cerimonia del pomeriggio a Bagnoregio sarà invece in diretta sul canale satellitare “TelePace” a cura del CTV (Centro Televisivo Vaticano) il cui segnale sarà sicuramente ripreso e messo in onda anche da Sat 2000 e telelazio rete blu, emittenti televisive direttamente collegate alla CEI.

Sarà una lunga diretta dalla città dei papi. La prima trasmissione inizierà alle ore 9.40 del mattino con “A Sua Immagine”, il settimanale domenicale a cura di Rai 1 dedicato alla religione e al Magistero della Chiesa.

La conduzione della trasmissione, che si concluderà alle 10.10, sarà affidata a Rosario Carello conduttore televisivo originario della Sicilia, ma legato alla esperienza Viterbese nell’Azione Cattolica Italiana nata proprio nella nostra città ad opera del viterbese Mario Fani sepolto nella Basilica di S.Rosa.
Le telecamere di Rai 1 già dalla settimana prossima saranno presenti sul territorio viterbese e a Bagnoregio per raccogliere il più possibile immagini suggestive della Città papale con la Cattedrale, il Palazzo dei Papi, le belle chiese, i santuari, il quartiere medievale di San Pellegrino e il suggestivo “paese che muore” Civita di Bagnoregio che il Santo Padre vedrà dall’alto dell’elicottero.
La diretta riprenderà subito dopo alle 10.15 in mondovisione trasmettendo la Celebrazione della S.Messa dalla Valle Faul. Condurrà il giornalista del TG1 Aldo Maria Valli volto noto della tv che ha già preso contatti con la Struttura Informativa della Diocesi per la visita del papa per avere informazioni di contenuto storico artistico e religioso da far conoscere a quanti seguiranno la diretta televisiva. La regia sarà a cura di Milena Milani che segue e cura le riprese dei grandi eventi nazionali in particolare dal Vaticano e dal Quirinale.
I sopralluoghi già effettuati dai tecnici della Rai hanno già dato la possibilità di individuare tutte le postazioni mediatiche e dei giornalisti corrispondenti del Tg1 Tg2 e Tg3, come pure dei canali mediaset e TG5, Sky e altre emittenti, che seguiranno e offriranno servizi per i tg della giornata. Viterbo quindi sotto i riflettori di tutto il mondo per una giornata storica e indimenticabile!!!
Durante la diretta della Messa ci sarà spazio, come già promesso dalla regista e dal capo di produzione rai, di poter vedere e far vedere a tutti i telespettatori e alle numerose agenzie tv collegate italiane ed estere le belle immagini della processione del Cuore di Santa Rosa e del Trasporto della nuova “Macchina” effettuate per il Tgr Rai dalla Provideo di Viterbo agenzia ufficiale di riprese della Diocesi per la Visita Papale.

Don Emanuele GERMANI

www.viterbooggi.org/index.php?tipo=contenuto&ID=9688&categori...


+PetaloNero+
00Wednesday, August 26, 2009 4:02 PM
Benedetto XVI e San Bonaventura
Il viaggio papale nella terra natale del santo è più importante di quanto sembri

di Robert Moynihan

ROMA, mercoledì, 26 agosto 209 (ZENIT.org).- A volte in un viaggio papale ci sono aspetti più importanti di quelli che si possono percepire a prima vista. E' il caso dell'imminente visita di Benedetto XVI a Bagnoregio, paese natale di San Bonaventura.

Il 6 settembre il Papa visiterà Bagnoregio e Viterbo. Quest'ultima città, a circa 85 chilometri a nord di Roma, è nota per essere il luogo in cui è nato il conclave.

Fino al 1271, la riunione di Cardinali per l'elezione papale non era chiamata "conclave" (da cum e clavis, a indicare un incontro in un luogo chiuso a chiave). Dopo la morte di Papa Clemente IV nel 1268, i porporati riuniti a Viterbo non elessero nessuno per quasi tre anni. Alla fine, i funzionari cittadini li chiusero in una sala e diedero loro solo pane e acqua. Presto elessero Papa Gregorio X, che stabilì che le elezioni papali si svolgessero in conclave.

Benedetto XVI si recherà a Viterbo in elicottero dalla residenza papale di Castel Gandolfo, a sud di Roma. Sulla via del ritorno si fermerà a Bagnoregio.

Perché fermarsi in un luogo così piccolo? Perché San Bonaventura vi nacque nel 1217.

Il Papa non va nel paese natale di ogni santo importante. Non avrebbe il tempo di farlo. Perché allora vuole visitare il luogo di nascita di Bonaventura?

Per trovare la risposta dobbiamo guardare al passato del Papa, dove troveremo qualcosa di piuttosto interessante.

Bonaventura ha rappresentato una delle due maggiori fonti intellettuali per la formazione teologica di Papa Benedetto (l'altra è Sant'Agostino).

In Germania gli studiosi devono scrivere due tesi. La prima è per ricevere il dottorato (Ph.D.), la seconda, chiamata "Habilitationsschrift", permette di accedere all'insegnamento.

A metà degli anni Cinquanta, il giovane Joseph Ratzinger scrisse la sua seconda tesi su San Bonaventura e la sua comprensione della storia.

I resoconti della stampa affermano che il Papa dovrebbe venerare il Santo Braccio di San Bonaventura, custodito nella Cattedrale di Bagnoregio (il resto del corpo è sepolto in Francia).

Benedetto XVI venererà anche la profonda saggezza della visione di Bonaventura sulla rivelazione cristiana, e facendo questo "entrerà in contatto" con una delle preoccupazioni fondamentali della propria visione teologica.

In questo senso, se possiamo capire cosa Benedetto XVI abbia imparato da Bonaventura, possiamo capire ancor più chiaramente ciò che il Papa sta cercando di fare ora, nel suo pontificato, per guidare la Chiesa in questo complicato periodo della sua storia.

Lo stesso Benedetto XVI ci ha dato un'idea del suo background intellettuale in un discorso rivolto a un gruppo di studiosi alcuni anni fa, prima di diventare Papa.

In quell'occasione disse: "La mia dissertazione dottorale fu incentrata sulla nozione di Popolo di Dio in Sant'Agostino... Agostino mantenne un dialogo con l'ideologia romana, specialmente dopo l'occupazione di Roma da parte dei Goti nel 410, e fu per questo che mi risultò assai affascinante osservare come attraverso questi diversi dialoghi e culture egli definisce l'essenza della religione cristiana. Egli vide la fede cristiana non in continuità con le religioni anteriori, ma piuttosto in continuità con la filosofia intesa come vittoria della ragione sulla superstizione".

Potremmo quindi affermare che un passo fondamentale nella formazione teologica di Ratzinger è stato capire il cristianesimo come "in continuità con la filosofia" e come "una vittoria della ragione sulla superstizione". Poi Ratzinger ha compiuto un secondo passo. Ha studiato Bonaventura.

"Il mio lavoro post dottorale fu incentrato su San Bonaventura, un teologo francescano del XIII secolo", continuava nel discorso agli studiosi. "Scopersi un aspetto della teologia di San Bonaventura a quanto ne so non basato sulla letteratura precedente: la sua relazione con una nuova idea di storia concepita da Gioacchino da Fiore nel XII secolo. Gioacchino intese la storia come progressione da un periodo del Padre (un tempo difficile per gli esseri umani sotto la legge), ad un secondo periodo della storia, quello del Figlio (con maggiore libertà, più franchezza, più fratellanza), ad un terzo periodo della storia, il periodo definitivo della storia, il tempo dello Spirito Santo".

"Secondo Gioacchino questo doveva essere il tempo della riconciliazione universale, di riconciliazione tra l'Est e l'Ovest, tra cristiani ed ebrei, un tempo senza legge (in senso paolino), un tempo di vera fraternità nel mondo".

"L'interessante idea che scopersi fu che una corrente significativa di francescani era convinta che San Francesco di Assisi e l'Ordine francescano segnarono l'inizio di questo terzo periodo della storia, e fu loro ambizione l'attualizzarlo; Bonaventura mantenne un dialogo critico con tale corrente".

Potremmo dunque dire che Ratzinger ha preso da Bonaventura una concezione della storia umana intesa come qualcosa che si svela in modo deciso, verso un obiettivo specifico, un momento di profonda introspezione spirituale, un'"tempo dello Spirito Santo".

Laddove la filosofia classica parlava dell'eternità del mondo, e quindi del "ritorno eterno" ciclico di tutta la realtà, Bonaventura, seguendo Gioacchino, condannava il concetto di eternità del mondo e difendeva l'idea per cui la storia era uno svolgersi di eventi che non sarebbero mai tornati, ma che sarebbero giunti a una conclusione.

La storia aveva un senso. Era collegata e orientata a un significato, il Logos, a Cristo. Ciò non vuol dire che Ratzinger - o Bonaventura - abbia compiuto interpretazioni specifiche di Gioacchino per conto suo. Significa che Ratzinger, come Bonaventura, è entrato in un "dialogo critico" con la sua concezione generale - che la storia aveva una forma e un significato -, che, come Bonaventura, prendeva piuttosto seriamente.

Ho un'opinione personale su quanto sia stato serio il modo di Ratzinger di affrontare tali questioni.

La mia ricerca dottorale ha riguardato l'influenza del pensiero di Gioacchino sui primi Francescani. Quando ho incontrato per la prima volta Joseph Ratzinger, nell'autunno del 1984, gli ho detto che stavo studiando il suo libro su San Bonaventura con interesse, e ha replicato: "Ah! Lei è l'unico a Roma ad aver letto quel mio libro".

In seguito mi ha detto che la teologia della liberazione del sacerdote francescano brasiliano Leonardo Boff era una "forma moderna" di gioachimismo - un desiderio di vedere nella storia un nuovo ordine della società umana.

Per questo sono convinto che Ratzinger abbia preso piuttosto seriamente la sua ricerca su Bonaventura.

Ratzinger ha conseguito il post dottorato il 21 febbraio 1957, a quasi 30 anni, e non senza controversie. Il comitato accademico che doveva giudicare il suo lavoro respinse la parte "critica" della sua tesi, per cui fu costretto a tagliarla e a rivedere il tutto, presentando solo la parte "storica", centrata sull'analisi del rapporto tra San Bonaventura e Gioacchino da Fiore.

Il professore di Ratzinger, Michael Schmaus, pensò che la sua interpretazione del concetto della rivelazione di Bonaventura mostrasse "un pericoloso modernismo che doveva portare alla soggettivizzazione del concetto di rivelazione", come Ratzinger stesso ricorda nella sua autobiografia, "Pietre Miliari: Memorie 1927-1977" (Ratzinger pensava, e pensa ancora, che le critiche di Schmaus non fossero valide).

Cos'ha trovato Ratzinger in Bonaventura per sollevare questa controversia?

Per Ratzinger, il concetto di rivelazione di Bonaventura non significava ciò che vuol dire per noi oggi, ovvero tutti i contenuti rivelati della fede.

Secondo Ratzinger, per Bonaventura la "rivelazione" ha sempre implicato l'idea dell'azione - la rivelazione è quindi l'atto con cui Dio si rivela, e non semplicemente il risultato di quest'atto.

Perché è così importante?

In "Pietre Miliari" Ratzinger ha scritto: "Visto che è così, il concetto di 'rivelazione' implica sempre un soggetto ricevente: dove non c'è nessuno a percepire la 'rivelazione', non è avvenuta alcuna rivelazione, perché non è stato rimosso alcun velo. Per definizione, la rivelazione richiede qualcuno che la riceva".

Perché questo è importante?

"Queste intuizioni", continua Ratzinger, "acquisite attraverso la mia lettura di Bonaventura, sono state poi molto importanti per me al momento della discussione conciliare sulla rivelazione, la Scrittura e la tradizione, perché se Bonaventura ha ragione, allora la rivelazione precede la Scrittura e diventa depositata nella Scrittura, ma si identifica semplicemente con questa. Ciò significa invece che la rivelazione è sempre qualcosa di più grande di ciò che è semplicemente scritto. E questo vuol dire che non ci può essere qualcosa come la pura sola scriptura, perché un elemento essenziale della Scrittura è la Chiesa come soggetto, e con questo il senso fondamentale della tradizione è già dato".

In sostanza, ciò che Ratzinger ha tratto da Bonaventura ha modificato e completato ciò che aveva tratto da Agostino.

Se il pensiero di Agostino ha sottolineato la continuità del cristianesimo con la filosofia classica, e la "ragionevolezza" della fede cristiana sulla superstizione pagana, il pensiero di Bonaventura ha sottolineato il contrasto tra il cristianesimo e la filosofia classica, ha condannato la futilità della filosofia classica, con il suo abbraccio del concetto dell'eternità del mondo e dell'"eterno ritorno" di tutte le cose, perché mancava della verità rivelata di un "attore" divino.

Ratzinger lo ha suggerito nel suo lavoro su Bonaventura: "L''ellenizzazione' del cristianesimo, che ha tentato di superare lo scandalo del particolare con una miscela di fede e metafisica, non ha portato a uno sviluppo in una direzione errata? Non ha creato uno stile di pensiero statico che non può rendere giustizia al dinamismo dello stile biblico?".

Anche oggi, se andiamo all'ultimo capitolo del recente libro del Papa "Gesù di Nazaret", troviamo la terminologia metafisica che presuppone un'ontologia di "persona come relazione" che credo sia il "fil rouge" di tutta l'opera di Ratzinger, dal suo primo libro su Agostino, iniziato nel 1953, passando per la sua tesi di abilitazione su Bonaventura (1956) per arrivare a "Gesù di Nazaret" (2007).

Ratzinger afferma che la rivelazione cristiana deve sempre trascendere la ragione, anche se non la contraddice e non deve contraddirla.

Quando Benedetto XVI visiterà Bagnoregio, in un certo senso starà tornando alle fonti delle sue più profonde battaglie intellettuali, al luogo in cui ha compreso pienamente la novità della fede cristiana e come quella fede, quella verità rivelata, sia allo stesso tempo in armonia e in totale opposizione alla "ragione" che è stato il massimo bene della filosofia classica.

Ciò fa del viaggio a Bagnoregio molto più di una visita papale; è un viaggio nel passato spirituale e intellettuale di Ratzinger, e nel cuore della sua visione spirituale e intellettuale.

* * *

Robert Moynihan è fondatore ed editore del mensile "Inside the Vatican" e autore del libro "Let God's Light Shine Forth: the Spiritual Vision of Pope Benedict XVI" (2005, Doubleday). Si può consultare il suo blog su www.insidethevatican.com. Il suo indirizzo è: editor@insidethevatican.com

[Traduzione dall'inglese di Roberta Sciamplicotti]
+PetaloNero+
00Thursday, August 27, 2009 4:27 PM
Tra dieci giorni, la visita pastorale di Benedetto XVI a Viterbo all’insegna della devozione alla Vergine e a Santa Rosa


Cresce l’attesa nel diocesi viterbese per la visita di Benedetto XVI, il prossimo 6 settembre. Nella mattinata, il Pontefice celebrerà una Messa in Valle Faul a Viterbo, quindi nel pomeriggio sarà a Bagnoregio per venerare la reliquia di San Bonaventura. Momenti particolarmente significativi della giornata del Papa a Viterbo saranno le visite al Santuario di Santa Rosa e al Santuario della Madonna della Quercia. Proprio sulla devozione dei viterbesi per la Vergine, Antonella Palermo ha raccolto il commento di don Flavio Valeri, responsabile del Comitato organizzatore della visita pastorale:

R. - La Madonna della Quercia è una immagine molto cara alla comunità viterbese: dipinta su una tegola, fin dall’inizio questa immagine fu collocata su una quercia - ecco perché è chiamata la “Madonna della Quercia” - e fin dall’inizio i viterbesi la venerarono moltissimo anche per i prodigi che si andavano moltiplicando attorno a questa venerata immagine. Poi, nel corso dei secoli, lì fu costruito il grande Santuario che ancora oggi è meta di pellegrinaggi, in modo particolare la seconda domenica di settembre quando i viterbesi si recano in pellegrinaggio per rinnovare il patto d’amore tra la città e la Madonna.


D. - Parliamo di Santa Rosa. Proprio nei giorni immediatamente precedenti la visita del Papa, si rinnoverà una tradizione che ogni anno richiama moltissimi viterbesi e non solo: la cosiddetta “macchina di Santa Rosa” e il corteo storico che l’accompagna...


R. - Sì, anche verso Santa Rosa i viterbesi hanno un culto grandissimo, un affetto e un amore indescrivibili, che si manifesta in modo particolare nei primi giorni di settembre quando la città ricorda la traslazione del corpo incorrotto della Santa dalla chiesina di Santa Maria in Poggio al Monastero delle Clarisse, dove tuttora è custodito il corpo incorrotto della nostra Patrona. Il 3 settembre, alle ore 21, viene trasportato questo magnifico campanile, alto 30 metri, portato in spalla da 100 uomini che vengono chiamati “i facchini di Santa Rosa”, e che ricorda - appunto - la traslazione del corpo incorrotto. Le monache dei 12 monasteri di clausura pregheranno assieme al Papa nel Santuario della Madonna della Quercia, quindi sarà nel primo pomeriggio questo incontro di preghiera. Le monache si ritroveranno ancor prima dell’arrivo del Papa proprio per pregare secondo le sue intenzioni. Dopo questo incontro, il Santo Padre partirà per Bagnoregio ed avrà una visita privata alla con cattedrale di San Nicola, dove si conserva l’unica reliquia al mondo di San Bonaventura, il suo braccio.


D. - Come vi state preparando a questa visita?


R. - Noi abbiamo iniziato la preparazione spirituale immediatamente dopo che il nostro vescovo, mons. Lorenzo Chiarinelli, l’8 dicembre scorso ha dato ufficialmente l’annuncio della visita. Questa preparazione spirituale si basa su due punti. Il primo è la preghiera: il vescovo ha composto una bellissima preghiera che tutti i giorni, in tutte le chiese della diocesi, il popolo recita per prepararsi spiritualmente alla visita. Poi, un opuscolo creato dal Comitato organizzatore ha così dato il via anche alla preparazione di riflessione sul ministero di Pietro e sulla figura di San Bonaventura.


Radio Vaticana
Paparatzifan
00Thursday, August 27, 2009 9:32 PM
Dal blog di Lella...

Benedetto XVI a Viterbo - A pochi giorni dall'evento, il vescovo Chiarinelli e il comitato organizzatore fanno il punto della situazione

"15mila persone all'Angelus del Papa"

di Giuseppe Ferlicca

Un evento destinato a lasciare il segno per il nostro territorio, ma allo stesso tempo, un evento per il quale vanno cercate le ragioni profonde.
Il sei settembre s'avvicina e a pochi giorni dalla visita del Papa a Viterbo e Bagnoregio, il vescovo Lorenzo Chiarinelli fa il punto.
“Un fatto che non va banalizzato – osserva – i cui valori sono molteplici, ecclesiale, sociale e culturale”. Circa diecimila i fedeli che assisteranno alla celebrazione eucaristica e all'Angelus a Valle Faul. Suddivisi in settori. Settemila troveranno posto a sedere, gli altri, per lo più giovani, saranno in piedi in fondo. Previsti spazi per le autorità, malati e portatori d'handicap.
A spiegare i dettagli stamani in conferenza stampa don Flavio Valeri e don Emanuele Germani del comitato organizzatore.
Ognuno accederà con biglietti precedentemente distribuiti (gratuiti) in proporzione a tutte le diocesi. Duemila a Viterbo. I primi inizieranno ad arrivare già dalle sette del mattino, accesso a porta Faul, mentre i viterbesi passeranno da via San Giovanni Decollato, rimessa a nuovo per l'occasione.
Altre cinquemila persone assisteranno alle celebrazioni dal maxischermo posizionato in piazza Martiri d'Ungheria. In entrambe le postazioni, un gran numero di sacerdoti garantirà a tutti i presenti di poter ricevere la Comunione.
L'arrivo di Papa Benedetto XVI è previsto alle 9 allo stadio Rocchi, dove sarà accolto dalle autorità. A rappresentare il governo, il sottosegretario Letta. Quindi in auto verso il palazzo dei Papi (9.45).
Sul percorso, a porta Fiorentina incontrerà gli sbandieratori, cortei storici e i militari. In piazza San Lorenzo riceverà il saluto del sindaco Marini, mentre ad accoglierlo, oltre alle cinquecento persone presenti, ci sarà la banda cittadina che intonerà l'inno pontificio.
Quindi a Valle Faul (10.45 celebrazione eucaristica e alle 12 Angelus in diretta tv). Da qui si dirigerà alla chiesa di Santa Rosa , nel cui sagrato ci saranno facchini, mini facchini e le loro famiglie. Una visita privata al corpo della Santa e alle 12.45 lo spostamento alla Domus La Quercia. Alle 16.30 visita e preghiera al santuario e alle 17 la partenza per Bagnoregio.
Grazie alla Coldiretti saranno distribuite dodicimila bottigliette d'acqua. In confezioni speciali, con il logo della visita papale, mentre il comitato consegnerà berretti e bandane, oltre al libretto per la celebrazione, il numero della rivista Vita e l'edizione speciale dell'Osservatore Romano dedicata alla visita.
“E' l'incontro con una persona cara – sottolinea il vescovo Chiarinelli – in una città che ha accolto cinquanta papi. La città ha aderito in maniera entusiasta e tutti gli enti si stanno dando un gran da fare.
La visita porta con se una forte valenza culturale, fede e ragione, il credere e non credere. Non bisogna avere una visione riduttiva. Il Papa non viene per bonificare un territorio”.
Riferimento ai lavori in corso a Viterbo. “E' normale – continua il vescovo – che quando si riceve un ospite si prepara tutto al meglio. Non è qui per questo e nemmeno per l'aspetto spettacolare. Che c'è, essendo un evento , ma non si può banalizzare”.
Nel pomeriggio il trasferimento a Bagnoregio, mentre a Valle Faul la struttura da cui il Papa celebrerà, si ispira nelle intenzioni del progettista Santino Tosini, a Fede e arte . Con l'altare e la gradinata che scende in una sorta di collegamento fra il centro dove si svolge la liturgia e i fedeli.

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+PetaloNero+
00Sunday, August 30, 2009 12:33 AM
Al Concilio Vaticano II con la mente a Bagnoregio
Dell'Arcivescovo Angelo Amato, Prefetto della Congregazione per i Santi



CITTA' DEL VATICANO, sabato, 29 agosto 2009 (ZENIT.org).- In preparazione alla prossima visita di Benedetto XVI a Bagnoregio, che si terrà il 6 settembre prossimo, pubblichiamo l'intervento pronunciato dall'Arcivescovo Angelo Amato, Prefetto della Congregazione per i Santi, in occasione della presentazione del libro di Joseph Ratzinger, "San Bonaventura. La teologia della storia" (Edizioni Porziuncola, Assisi 2008), svoltasi il 26 febbraio 2008 alla Pontificia Università Antonianum.

* * *

È ampio e molteplice il mondo culturale di Benedetto XVI. Ne fa fede la sua bibliografia. I suoi interessi teologici coprono l'intera area della dottrina cristiana (cfr Introduzione al Cristianesimo e Rapporto sulla Fede). Sin da giovane egli è stato sollecitato oltre che dalla ricerca anche dalle domande provenienti dalla comunità ecclesiale e dal suo ministero.

Il filo d'Arianna per un primo attraversamento della ricca biblioteca ratzingeriana può essere cronologico. Lo scorrere del tempo infatti ci fa percorrere quattro grandi saloni: la preparazione teologica, la partecipazione al Vaticano II, l'attività di prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il suo magistero da Sommo Pontefice della Chiesa di Cristo. Unica è però la preoccupazione di fondo di questa produzione teologica: ricordare a quanti sono unilateralmente propensi al presente e al futuro l'ineliminabile aggancio alla tradizione e al centro vivo della storia, che è Cristo e la sua Chiesa.

La ricerca su san Bonaventura si pone quasi all'inizio della sua carriera teologica, ben delineata nella sua autobiografia (La mia vita, San Paolo, Cinisello Balsamo, 1997). In essa ci informa, ad esempio, che, nell'estate del 1950, gli fu data l'opportunità di partecipare a un concorso con una ricerca su sant'Agostino. Il tema scelto dal professor Gottlieb Söhngen, che aveva grande stima dell'allievo Ratzinger, era: "Popolo e casa di Dio nell'insegnamento di sant'Agostino sulla Chiesa". Per la preparazione del tema furono di grande giovamento sia la frequentazione dei Padri della Chiesa sia la lettura di Catholicisme di Henri de Lubac, in cui la fede veniva pensata e vissuta comunitariamente. Per de Lubac, inoltre, essendo la fede, per sua stessa natura, anche speranza, essa doveva investire la totalità della storia e non si limitava a promettere al singolo la sua beatitudine privata. Altra lettura significativa in quel periodo fu Corpus Mysticum dello stesso de Lubac, che dischiuse al giovane studioso un nuovo modo di intendere l'unità tra Chiesa ed Eucaristia.

Superato brillantemente l'esame di dottorato (luglio 1953), il giovane Ratzinger si preparò all'elaborazione della dissertazione per l'abilitazione alla libera docenza. Dal momento che la precedente ricerca era stata di argomento patristico, Gottlieb Söhngen decise che la dissertazione per l'abilitazione dovesse rivolgersi al medioevo. Dopo sant'Agostino, gli parve naturale che il giovane studioso si dedicasse a san Bonaventura, passando da un tema ecclesiologico a un tema di teologia fondamentale e precisamente al concetto di rivelazione. In quel periodo c'era un grande dibattito sull'idea di storia della salvezza che implicava anche una nuova prospettiva dell'idea di rivelazione, da intendere non più come la comunicazione di alcune verità alla ragione, ma come l'agire storico di Dio, in cui la verità si svela gradatamente.

Non mancarono difficoltà per portare felicemente a termine la ricerca. Mentre il relatore, professor Söhngen, fu subito entusiasta della tesi, il correlatore, Prof. Michael Schmaus, la giudicò insoddisfacente. Riandando a questa vicenda, Ratzinger fa notare che erano almeno tre i fattori in gioco. Anzitutto il fatto che egli non si era affidato alla guida di Schmaus per affrontare uno studio sul medioevo. In secondo luogo, la constatazione che a Monaco l'indagine su questo periodo era rimasta ferma da tempo, non avendo recepito le nuove grandi prospettive elaborate nel frattempo soprattutto in ambito francescano. Questa critica diretta aveva provocato in Schmaus una forte reazione di rigetto. Ma il contrasto era più sostanziale, perché il giovane studioso aveva constatato che in Bonaventura e, in genere, nei teologi del secolo XIII, non era pensabile un concetto di rivelazione, come l'insieme dei contenuti rivelati. Nel linguaggio medievale la rivelazione indicava azione e più precisamente definiva l'atto con cui Dio si mostra e non il risultato oggettivizzato di questo atto. Inoltre, il concetto di rivelazione implicava sempre un qualcuno che ne entrasse in possesso: "Questi concetti, acquisiti grazie ai miei studi su Bonaventura, sono poi divenuti molto importanti per me, quando nel corso del dibattito conciliare vennero affrontati i temi della rivelazione, della Scrittura e della tradizione. Perché se le cose stanno come le ho descritte, allora la rivelazione precede la Scrittura e si riflette in essa, e non è semplicemente identica a essa. Questo significa inoltre che la rivelazione è sempre più grande del solo scritto. Se ne deduce, di conseguenza, che non può esistere un mero Sola Scriptura (...), che alla Scrittura è legato il soggetto comprendente, la Chiesa, e con ciò è già dato anche il senso essenziale della tradizione" (ibidem pagina 72).

In ogni caso, l'ostacolo fu superato quando Ratzinger si accorse che l'ultima parte della sua dissertazione, dedicata alla teologia della storia di Bonaventura, mancava completamente di osservazioni critiche e aveva di per sé una sua autonomia. Il lavoro fu quindi ristutturato e ripresentato in facoltà. La lezione pubblica di abilitazione con la discussione, abbastanza accesa soprattutto tra Söhngen e Schmaus, ebbe luogo il 21 febbraio 1957 con risultato positivo per il candidato. A distanza di anni, il cardinale Ratzinger annotava, a proposito di questa dolorosa esperienza, che gli restava il proposito di non consentire tanto facilmente alla ricusazione di tesi di laurea o di abilitazione e di prendere le parti del più debole, quando ve ne fossero state le ragioni.

Quale è il contributo innovativo che Ratzinger riconosceva dopo qualche tempo al suo lavoro sulle Collationes in Exaemeron di Bonaventura? Fino allora, si era ritenuto che Bonaventura non si fosse interessato alle idee di Gioacchino da Fiore. In realtà, il lavoro ratzingeriano dimostrava per la prima volta che Bonaventura, nell'interpretazione dell'opera dei sei giorni della creazione, si era minuziosamente confrontato con Gioacchino e aveva cercato di accogliere quanto poteva essere utile, integrandolo nell'ordinamento della Chiesa.

Oltre al concetto dinamico di rivelazione, lo studio sulla teologia della storia di Bonaventura aveva indicato a Ratzinger un modo originale per giungere a una comprensione dell'escatologia cristiana. Ma c'è una conseguenza durevole che Bonaventura lasciò nella mentalità di Ratzinger, il quale non avrebbe mai accettato, in quanto contrario al pensiero escatologico neotestamentario, l'assunto francescano secondo cui ci sarebbe stato sulla terra l'avvento di un'era finale dei poveri, che avrebbe preceduto l'ingresso della storia nell'eternità di Dio. Ancora prima della teologia della liberazione, Ratzinger già valutava negativamente questa anticipazione medievale dell'escatologia liberazionista.

In conclusione, la conoscenza dei Padri della Chiesa e della grande tradizione teologica medievale e il dialogo con la cultura contemporanea sono state le coordinate sempre presenti nella mens del teologo Ratzinger sia durante la sua partecipazione al Concilio sia nella elaborazione dei numerosi documenti della Congregazione per la Dottrina della Fede, che lo ha avuto come Prefetto dal 1982 al 2005. In questo suo servizio, da una parte, si è confrontato con le innumerevoli sfide provenienti da ideologie errate, da impostazioni metodologiche insufficienti, da interpretazioni dottrinali ambigue, dall'altra, però, ha promosso orientamenti chiarificatori di grande rilevanza in campo cristologico (Dominus Iesus), ecclesiologico (Communionis notio), antropologico (Donum vitae).

Da Sommo Pontefice, egli continua il suo magistero teologico non solo mediante le encicliche sulla virtù teologali - Deus caritas est e Spe salvi - ma soprattutto mediante l'opera Gesù di Nazaret, in cui l'attenzione alla storia di Cristo si fa innovativa ed essenziale cristologia biblica ed ecclesiale.











Senza tradizione la teologia è un albero sradicato dal suolo
Del Direttore del Dipartimento dei Manoscritti della Biblioteca Apostolica Vaticana



CITTA' DEL VATICANO, sabato, 29 agosto 2009 (ZENIT.org).- In preparazione alla visita di Benedetto XVI alla culla di san Bonaventura, Bagnoregio, del 6 settembre prossimo, pubblichiamo l'intervento pronunciato da Paolo Vian, Direttore del Dipartimento dei Manoscritti della Biblioteca Apostolica Vaticana, in occasione della presentazione del libro di Joseph Ratzinger, "San Bonaventura. La teologia della storia" (Edizioni Porziuncola, Assisi 2008), svoltasi il 26 febbraio 2008 alla Pontificia Università Antonianum.

* * *

"Per la piena e oggettiva comprensione della storia spirituale d'Italia nel secolo decimoterzo, mai e poi mai avremmo dovuto dissociare le due grandi figure che Dante, e con lui la migliore tradizione religiosa del suo tempo, hanno visto indissolubilmente avvinte l'una all'altra: la figura di Gioacchino e quella di Francesco. La catena appenninica non è soltanto fisicamente la spina dorsale della penisola: dalla Sila al Subasio è corsa, nella maturità del medioevo italiano, una stupenda continuità spirituale. Avervi inciso una frattura è stato gesto di improvvida iconoclastia". Può sembrare sorprendente, ma Joseph Ratzinger non avrebbe probabilmente difficoltà a sottoscrivere quest'affermazione che nel 1931 Ernesto Buonaiuti poneva all'inizio della sua ricostruzione della vita e del pensiero di Gioacchino da Fiore. Proprio nell'introduzione al volume di cui stasera presentiamo la nuova edizione italiana, l'allora giovane teologo bavarese ricordava come una teologia e una filosofia della storia nascano soprattutto nei periodi di crisi della storia dell'uomo, a partire dal De civitate Dei agostiniano, risposta al collasso dell'impero romano e del mondo antico. "Da allora il tentativo di dominare la storia teologicamente non fu mai più estraneo alla teologia occidentale (...)" (p. 15). Agli inizi del secolo tredicesimo questo sempre ricorrente tentativo di dominare teologicamente la storia raggiunse un nuovo punto culminante nella profezia della storia di Gioacchino da Fiore, ma essa - ecco il punto in cui le visioni del modernista italiano e del teologo tedesco coincidono - "raggiunse (...) la sua massima forza solo con la splendida conferma venutale dalla persona e dall'opera di san Francesco d'Assisi" (p. 16). I due fattori combinati - l'appello di Gioacchino e la risposta del francescanesimo - misero in discussione l'immagine medievale della storia generando un "nuovo, secondo momento culminante nel modo cristiano di pensare la storia (...) rappresentato dalle Collationes in Hexaëmeron di San Bonaventura" (p. 16).

(...) Intento delle Collationes è quello di "contrapporre ai traviamenti spirituali del tempo l'immagine dell'autentica sapienza cristiana" (p. 27), facendo seriamente i conti con l'ora storica. Ma - Ratzinger mostra di rendersene subito conto - i sei livelli della conoscenza, allegoricamente indicati nei sei giorni della creazione e simboleggiati nelle sei età della salvezza, sono ulteriormente articolati in diversi livelli che presentano indiscutibilmente un accrescimento nel tempo della conoscenza. Riconoscendo un carattere storico alle affermazioni scritturistiche, Bonaventura si distingue dall'interpretazione dei Padri e degli scolastici improntata a un'idea di immutabilità. Con l'idea delle theoriae, sorta di rationes seminales in prospettiva temporale, "rispecchiamento nella Scrittura dei tempi futuri" (p. 28), Bonaventura fa sua l'interpretazione della Scrittura che Gioacchino aveva presentato nella Concordia. Bonaventura "afferma così quella concezione fondamentalmente storica che costituisce la novità decisiva apportata dall'abate calabrese nei confronti della mentalità dei Padri" (p. 29). La Scrittura è certamente compiuta, la Rivelazione è conclusa, ma il suo significato va ricercato in uno sviluppo continuo lungo tutta la storia e non ancora concluso (cfr p. 29). Per la nostra posizione nel tempo, noi vediamo e comprendiamo più dei Padri: "In questo modo l'interpretazione della Scrittura diviene teologia della storia, illuminazione del passato come profezia del futuro" (p. 30).

Sono queste le premesse che inducono Bonaventura a escludere Agostino dalla teologia della storia, puntando tutto su una corrispondenza fra la storia dell'Antico Testamento e quella del Nuovo che Agostino aveva invece risolutamente scartato (cfr p. 32). In essa Cristo non è la fine dei tempi - come nello schema agostiniano - ma il centro dei tempi, e proprio questa opzione spinge Bonaventura a credere "in una nuova salvezza che si realizza "nella storia", entro i confini di questo tempo terreno" (p. 34); allora anche la Chiesa nella sua forma compiuta di "ecclesia contemplativa" è di là da venire e dobbiamo ancora attendere una sua trasformazione nella storia (cfr p. 35). Dunque, sorprendentemente, Ratzinger ci presenta un Bonaventura che nell'estate 1273 (...) risente in maniera vistosa e consapevole dell'influsso di Gioacchino. Ma quale Gioacchino? Ratzinger precisa subito: Bonaventura "si distacca chiaramente e risolutamente" dalla grossolana manipolazione che di Gioacchino aveva fatto Gerardo da Borgo San Donnino, presentando gli scritti dell'abate calabrese come un Vangelo eterno destinato a soppiantare il Nuovo Testamento, transitorio e perituro (cfr p. 45). Ma il rifiuto di Gerardo operato da Bonaventura non può in alcun modo essere fatto coincidere "con il rifiuto del Gioacchino originale" (p. 46). La lettura di Ratzinger compie così contemporaneamente due operazioni: mentre da un lato avvicina Bonaventura a Gioacchino, dall'altro separa nettamente Gioacchino dai gioachimiti.

Ho detto che la lettura di Ratzinger, in piena e totale rottura con le precedenti analisi di Martin Grabmann e di Etienne Gilson e nella linea piuttosto di quelle di Alois Dempf e Leone Tondelli che gli hanno aperto la strada, avvicina Bonaventura a Gioacchino; ma il giovane teologo tedesco è anche pienamente consapevole delle molte differenze che intercorrono tra il francescano e il florense. La prima ha origine per l'appunto dalla particolare valutazione del tempo che li accomuna. Proprio perché il tempo e il suo decorso sono decisivi nelle visioni di Gioacchino e di Bonaventura, il francescano può superare, oltrepassare il florense in ragione di quanto è accaduto nei settant'anni che separano la morte dell'abate, nel 1202, dalla stesura delle Collationes nel 1273. La novità di Francesco d'Assisi marca in effetti una profonda differenza fra i due schemi. Per il suo discepolo, successore, biografo, Francesco non è un santo come gli altri, ma occupa una posizione assolutamente particolare e preminente nella storia della salvezza e nella sua ultima ora. Francesco è un novello Elia, un nuovo Giovanni Battista, è, soprattutto nelle Collationes, l'"angelo che sale dall'Oriente" (Apocalisse 7, 2), con il sigillo del Dio vivente, le stimmate della Verna. Con questa immagine, che percorrerà potentemente tutto il Duecento francescano, Bonaventura identifica in Francesco la figura annunciata da Gioacchino nel quarto libro della Concordia cui sarà conferita la "piena libertà di rinnovare la religione cristiana". Alla profezia dell'abate di Fiore risponde puntualmente l'avvenimento di Francesco, al quale spetta il compito di segnare i 144.000 eletti fondando così la comunità della fine dei tempi. Ma in che misura questo novus ordo, espressione mistica dell'"ecclesia contemplativa" con la quale il sesto giorno si trasforma nella quiete sabbatica del settimo, corrisponde nella sua empirica fattualità all'ordine francescano di cui Bonaventura era ministro generale all'inizio dell'estate del 1273?

Il quesito è fondamentale, anche per le conseguenze che ne derivano, e l'analisi dei testi condotta da Ratzinger è puntuale e attenta alle sfumature: parte da Gioacchino, passa attraverso il commento pseudogioachimitico a Geremia, per poi soffermarsi sui passi fondamentali della collatio XXI e sui suoi paralleli; e arriva alla conclusione che Bonaventura, ignorando lo pseudo-Gioacchino, si rifà direttamente a Gioacchino, ma attualizzandolo alla luce di Francesco e del suo movimento. Se tesi fondamentale degli Spirituali era l'identificazione dell'ordine francescano, ovvero del suo ramo spirituale, con l'ordo del tempo finale, Bonaventura respinge l'equazione e assume una posizione diversa: Francesco ha certo inaugurato una comunità nuova di uomini contemplativi ma essa, pur essendo intrinsecamente francescana, non si identifica tout court con l'attuale ordine francescano; questo forse fu originariamente destinato a svolgere tale ruolo, ma il tralignamento dei suoi membri ha fatto sì che i Francescani - come i Domenicani - si trovino ora sulla soglia del tempo nuovo che essi preparano senza però poterlo personalmente incarnare. Solo quando questo tempo nuovo verrà, solo allora sarà il momento della piena contemplatio e di una rinnovata comprensione della Scrittura, il tempo dello Spirito Santo e quindi dell'introduzione nella piena verità di Gesù Cristo.
Agli occhi di Bonaventura, nell'analisi di Ratzinger, Francesco anticipa dunque nella propria persona una forma di esistenza escatologica che, quale forma di vita universale, appartiene ancora al futuro. Bisogna sorprendentemente concludere che questa realistica distinzione tra Francesco e il francescanesimo "non è (...) solo una scoperta della liberale Forschung su Francesco", che ebbe nella celebre biografia dell'allievo di Ernest Renan, Paul Sabatier, del 1893, il suo vertice più significativo, ma era già stata formulata "dal grande Generale francescano del secolo tredicesimo" (p. 81).

In questa "realistica distinzione" risiede anche la chiave di comprensione del comportamento di Bonaventura come ministro generale e del suo stesso atteggiamento di vita come francescano: Egli può rifiutare il sine glossa - che pure conosce dal testamento di lui come la vera volontà di Francesco - sia per l'esercizio della sua funzione che per la sua personale forma di vita, sapendo che per tutto ciò l'ora storica non è ancora scoccata. Fino a quando durerà il sesto giorno, i tempi non saranno ancora maturi per quella radicalità dell'esistenza cristiana che Francesco, per missione divina, aveva potuto realizzare in anticipo nella sua persona. Senza la coscienza di un'infedeltà nei riguardi del santo fondatore, Bonaventura poté e dovette, di conseguenza, creare per il suo ordine quei limiti istituzionali che sapeva non essere mai stati voluti da Francesco. È un metodo troppo facile e, in definitiva, menzognero, presentare questo come una falsificazione del vero francescanesimo. (...)Torniamo adesso, per concludere, a un passo della prefazione dell'edizione americana del volume, datata al 15 agosto 1969. In esso, come si è visto, Ratzinger sottolinea come le Collationes siano la risposta alla crisi profonda innescata nell'Ordine e nella Chiesa dall'incrocio fra la speranza gioachimita e il movimento francescano. Bonaventura avrebbe potuto rifiutare totalmente Gioacchino, come aveva fatto Tommaso d'Aquino, optando per una storia tutta agostiniana e altomedievale, per la scontata parabola di un mundus senescens che precipita ineluttabilmente verso una crisi finale. Ma così facendo avrebbe rinnegato teologicamente quella novità che Francesco aveva portato, semplicemente con la sua vita, nel mondo; Bonaventura opta dunque per una strada diversa, rischiosa ma potenzialmente fecondissima: interpreta Gioacchino "all'interno della tradizione, mentre i gioachimiti lo interpretarono contro la tradizione" (p. 12). Così facendo il ministro generale ne offrì una lettura ecclesiale, che creò un'alternativa ai gioachimiti radicali e al tempo stesso cercò di conservare l'unità dell'Ordine (cfr p. 12).

Facciamo ora un passo avanti e ricordiamo che l'autore del libro che stiamo presentando è divenuto Papa il 19 aprile 2005, quarantasei anni dopo l'uscita del volume, trentasei dopo la formulazione di quelle parole dell'introduzione all'edizione americana. Come non pensare allora che il Papa che si è rivolto alla curia romana il 22 dicembre 2005 con il celebre discorso sull'eredità del concilio ecumenico Vaticano II e sulla necessità di leggerlo nella continuità della tradizione e non nell'ottica della frattura stia compiendo, per quell'eredità conciliare contesa e discussa, precisamente la stessa operazione che aveva individuato in Bonaventura nei confronti di Gioacchino? Quando Benedetto XVI parla della "giusta interpretazione del Concilio", della sua "giusta ermeneutica", della sua "giusta chiave di lettura e di applicazione" non sta forse auspicando per il Vaticano II la stessa lettura che aveva ritenuto di intuire in Bonaventura di fronte a Gioacchino? Interpretare il Vaticano II "all'interno della tradizione", evitando fughe in avanti e arroccamenti insensati, è forse la cifra profonda di questo pontificato; e piace pensare che un possibile modello dell'operazione di Benedetto XVI possa essere in qualche modo ravvisato nella teologia bonaventuriana della storia come era stata ritratta nel volume del 1959 e nella sua lettura di Gioacchino.

In questo modo il professor Ratzinger e Papa Benedetto XVI riaffermano che la teologia, come la vita cristiana, deve rimanere in contatto con la propria storia, senza la quale sarebbe "un albero divelto dalle proprie radici" (p. 12), condannato a inaridirsi e seccarsi. Tutti sappiamo che l'immagine dell'albero era cara a Gioacchino, come lo era a un altro suo interprete francescano duecentesco, discepolo fedele per quanto originale di Bonaventura, Pietro di Giovanni Olivi - citato solo in una nota del volume del 1959 - che nel suo commento all'Apocalisse presenterà la storia della Chiesa come una successione di status legati fra loro da una concurrentia che li unisce senza fratture, tale anzi che uno genera l'altro. E fu Olivi, con la straordinaria parabola dell'uomo di fronte alla triplice vetta di una montagna, a esprimere nel modo più efficace la nuova concezione gioachimitico-bonaventuriana della storia. Si potrebbe aggiungere che non può certo apparire casuale che il professor Ratzinger che dedicherà tutto il secondo capitolo al contenuto della speranza intramondana nella nuova concezione gioachimitico-bonaventuriana sarà lo stesso che negli anni Ottanta e Novanta si confronterà come prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede con le premesse e con gli esiti della teologia della liberazione e che, da Papa, dedicherà la sua seconda enciclica proprio al tema della speranza. Ma a ben vedere non è probabilmente solo il contenuto dell'operazione bonaventuriana a ispirare Benedetto XVI; lo è, in qualche modo, anche la forma; in ultima analisi, è lo stesso modello del teologo chiamato ad assumere una responsabilità nella Chiesa, il profilo che nel quinto secolo era stato del teologo Agostino divenuto vescovo di Ippona e poi, nel tredicesimo, del magister Bonaventura divenuto ministro generale dell'ordine francescano e cardinale, che forse rivive nella figura del primo vescovo di Roma del ventunesimo secolo, che fu teologo e rimane tale e attinge dalla sua riflessione teologica alimento per la predicazione e per il magistero. In questo senso la lettura di questo volume del 1959 non è solo illuminante per comprendere Bonaventura e per capire il francescanesimo; diviene preziosa per comprendere lo spirito del suo autore e forse l'anima profonda del suo pontificato.
Paparatzifan
00Wednesday, September 2, 2009 8:56 PM
Dal blog di Lella...

Il Papa a Brescia l'8 novembre

La visita sarà in tre tappe

Il vescovo di Brescia monsignor Luciano Monari, con il benestare della Prefettura della casa pontifica, ha reso noto ieri il programma di massima della visita - già annunciata - di papa Benedetto XVI a Brescia l'8 novembre prossimo. Una visita nel segno di Paolo VI: Ratzinger renderà omaggio al Pap bresciano che lo nominò arcivescovo di Monaco e lo creò cardinale. Il Papa arriverà domenica mattina a Ghedi con un volo speciale da Roma. Durante il tragitto verso Brescia farà tappa a Botticino Sera, nella chiesa parrocchiale che conserva le spoglie di Sant'Arcangelo Tadini, il sacerdote bersciano canonizzato dallo stesso Ratzinger il 26 aprile scorso a Roma.
A Brescia Benedetto XVI presiederà la messa e reciterà l'angelus in piazza Paolo VI, dopo di che pranzerà e riposerà presso il centro Paolo VI. Nel pomeriggio l'inaugurazione a Concesio della nuova sede dell'istituto paolo VI.
Ma ecco il programma e gli orari della visita resi noti dalla diocesi.

- Ore 9.30 Ghedi - Papa Benedetto XVI giungerà all’aeroporto militare

Lungo il tragitto per Brescia è prevista una breve sosta nella chiesa parrocchiale di Botticino Sera per la venerazione del corpo di Sant’Arcangelo Tadini

- Ore 10.30 Brescia - Concelebrazione Eucaristica in piazza Paolo VI a Brescia

Recita dell’Angelus

- Ore 13. 00 Pranzo e riposo presso il Centro pastorale Paolo VI

- Ore 16.45 Concesio - Visita alla Casa natale di papa Montini e inaugurazione della

nuova sede dell’Istituto Paolo VI

- Ore 18.15 Visita alla Chiesa parrocchiale di Sant’Antonino in cui Giovanni Battista Montini fu battezzato

- Ore 19.00 Ghedi – partenza dall’aeroporto militare per Roma.

© Copyright Brescia Oggi, 2 settembre 2009


Paparatzifan
00Wednesday, September 2, 2009 9:16 PM
Dal blog di Lella...

Papa Benedetto XVI visiterà Palazzo dei Papi sede del più lungo conclave

VITERBO (UnoNotizie.it)

Elisa Ignazzi

La visita di Benedetto XVI a Viterbo domenica prossima lascerà un segno importante in una città il cui passato è strettamente connesso con la storia della Chiesa. Nel 1257 Papa Alessandro IV decise di trasferire a Viterbo la sede della Curia Romana a causa dell’instabilità politica dell’Urbe. Nacque così l’esigenza di costruire un edificio adeguato come nuova residenza pontificia. Il Palazzo Papale, oggi diventato simbolo della città, venne realizzato tra il 1255 e il 1266 su iniziativa del Capitano del Popolo Raniero Gatti. La loggia, invece, fu ultimata nel 1267 da Andrea di Beraldo Gatti, succeduto allo zio nella magistratura cittadina.

L’intera costruzione ha subìto all’inizio del novecento una campagna di restauro che, da un lato, ha recuperato le sue forme gotiche, dall’altro, le ha conferito un aspetto “bifronte”. Il lato verso Valle Faul si presenta, grazie all’uso di imponenti contrafforti, come una struttura massiccia che sembra riprendere le caratteristiche difensive tipiche dell’architettura militare. Al contrario, il lato verso piazza del Duomo offre all’osservatore un profilo totalmente diverso, molto più leggero ed elegante. Infatti la loggia, da cui Benedetto XVI impartirà la benedizione ai fedeli il 6 settembre prima di celebrare la Santa Messa, è formata da otto coppie di esili colonnine che sostengono archi a tutto sesto i quali, a loro volta, intrecciandosi, formano archi a sesto acuto.

Gli archi sono sormontati da una trabeazione con due file di stemmi dove si alternano gli scudi a strisce orizzontali della famiglia Gatti, il leone emblema della città, l’aquila imperiale e le chiavi, simbolo del Papato. La snellezza dell’insieme è data dall’ampia arcata sottostante che, sorretta da una grande colonna poligonale, apre uno scorcio sulla Valle Faul. All’interno il Palazzo Papale comprende una serie di ambienti tra cui la cosiddetta sala Gualtiero che prende il nome dal vescovo che la fece ristrutturare nel XVI secolo. Da qui si accede direttamente alla sala del conclave, tramite un grande portale architravato, e agli appartamenti del vescovo. Dalla prima elezione pontificia che si tenne a Viterbo nel 1261 uscì papa Urbano IV, ma fu il successivo conclave quello che viene ricordato da tutti come il più lungo della storia.

All’interno del collegio cardinalizio, infatti, si erano delineate due opposte fazioni che non riuscivano a raggiungere una maggioranza: una filoimperiale per un papa italiano, l’altra filoangioina per un papa francese. Le sterili riunioni si protrassero per ben due anni e mezzo fino a che i cittadini viterbesi, esasperati dall’assurda situazione, sotto la guida di Raniero Gatti presero il drastico provvedimento di chiudere i cardinali nella sala delle riunioni. Il termine conclave, dal latino cum clave, è stato coniato proprio a Viterbo in occasione di questa travagliata elezione durata 33 mesi e un giorno.

Alla ulteriore ostinazione dei cardinali, i viterbesi risposero con un’altra azione, questa volta decisiva: scoperchiarono il tetto del Palazzo dei Papi, esponendo i religiosi al sole e alle intemperie, e razionarono loro i vettovagliamenti. Sul pavimento del palazzo sono ancora visibili i buchi che servirono ai cardinali per piantare i bastoni delle tende utilizzate come riparo. Il tormentato conclave si concluse il primo settembre 1271 con l’elezione di Tedaldo Visconti, membro estraneo al Sacro Collegio. Trovandosi allora in Terrasanta, il nuovo Papa fu ufficialmente consacrato solo l’anno successivo con il nome di Gregorio X. Successivamente nel Palazzo furono eletti altri papi: il 17 settembre 1276 Giovanni XXI, il 25 novembre 1277 Niccolò III, il 22 febbraio 1281 Martino IV. Poi, quando la sede papale venne nuovamente trasferita, il Palazzo cadde nell’abbandono e subì deturpazioni che tolsero alla loggia tutta la sua bellezza. Soltanto i restauri del 1904 hanno restituito alla struttura l’antica e raffinata fisionomia.

© Copyright UnoNotizie


+PetaloNero+
00Friday, September 4, 2009 4:32 PM
Solidarietà trasversale a Dino Boffo, dopo le dimissioni da direttore di Avvenire


Un “galantuomo”: l’edizione odierna di Avvenire definisce così il suo ex direttore Dino Boffo, alla guida del giornale cattolico per 15 anni. Un periodo nel quale il quotidiano è cresciuto in qualità e numero di copie vendute, arricchito da una serie di iniziative editoriali di successo. Numerosi gli attestati di stima pervenuti a Boffo dal mondo cattolico e non solo, a testimonianza dell’ottimo lavoro svolto in questi anni alla guida di Avvenire, di Sat2000 (ora Tv2000) e Radio InBlu. Il servizio di Alessandro Gisotti:

“Anni di grande crescita con la direzione giusta”: è quanto rivendica oggi il quotidiano Avvenire, all’indomani delle dimissioni del suo storico direttore Dino Boffo vittima, afferma l’assemblea dei redattori, di un “ripugnante attacco” da parte de “Il Giornale”. Sulla stessa linea le redazioni delle altre due testate guidate da Boffo, Tv2000 e Radio InBlu, che esprimendo la propria vicinanza all’ex direttore, assicurano il proprio impegno nel portare avanti un’informazione che rispetti sempre la persona umana. Dal mensile per la famiglia al tabloid per i bambini agli inserti su lavoro e bioetica, l’Avvenire ricorda le iniziative fiorite nei 15 anni di direzione Boffo e “l’apertura alle diverse voci del mondo cattolico e laico”. Compatte le diverse anime del cattolicesimo italiano nel ringraziare Dino Boffo, da Comunione e Liberazione alle Acli, da “Scienza e Vita”, che definisce le dimissioni “traumatiche, tristi e coraggiose”, al Forum delle associazioni famigliari. Anche il sindacato dei giornalisti italiani, la Fnsi, attraverso il suo segretario Franco Siddi, esprime solidarietà a Boffo. Le sue dimissioni, scrive Siddi, sono un “gesto estremo e doloroso a tutela della propria libertà, di quella del suo giornale e del sue editore particolare, i vescovi italiani”.


Dal canto suo, l’Unione cattolica della stampa italiana (Ucsi) parla di “giornate orribili per il giornalismo italiano” in cui si sono usati i giornali “come strumenti di lotta politica e come pugnali per colpire alla schiena gli avversari del momento”. E l’agenzia cattolica Sir, assieme alla Federazione italiana settimanali cattolici (Fisc), - in una nota congiunta - condanna “l’inqualificabile attacco mediatico” contro Boffo, sottolineando che “questa intimidazione” non riuscirà a zittire le voci dei giornalisti che “intendono tenere vigile la loro coscienza e libera lo loro professione”. Tra i tanti editoriali, commenti e attestati di stima dei colleghi delle testate più diverse, si segnala quella del direttore del Foglio. Di Boffo, scrive Giuliano Ferrara, “resta un lascito interessante, che onora il dimissionario: l’opera non banale, pluralista e critica, di un cattolico laico interessato con intelligenza alle grandi questioni della vita umana e della società civile e politica, fino al punto da fare un giornale cattolico che si poteva leggere. Che si doveva leggere”.


Radio Vaticana
+PetaloNero+
00Saturday, September 5, 2009 4:11 PM
La visita del Papa a Viterbo e Bagnoregio: intervista con mons. Chiarinelli


La città e la diocesi di Viterbo stanno vivendo in queste ore la vigilia del loro incontro con Benedetto XVI, che domattina alle 9 giungerà in elicottero nel capoluogo laziale dove celebrerà la Messa, per poi spostarsi nel pomeriggio nella località di Bagnoregio che custodisce la reliquia di San Bonaventura. La cronaca dell’attesa è nel servizio della nostra inviata, Antonella Palermo:

Ad una prova tecnico-logistica importante è stata sottoposta la città di Viterbo in questi ultimi giorni. Lungo le strette vie del centro – dove c’è ancora qualche traccia della festa della patrona Santa Rosa – le bandiere bianche e gialle hanno adornato i palazzi che sono di grande valore artistico e religioso. Siamo del resto nella “Città dei Papi”, nota per il primo Conclave della storia che nel 1271, dopo 33 mesi di sede vacante – portò all’elezione del Beato Gregorio X. Altri cinque Pontefici vi furono poi eletti, di cui quattro sono qui sepolti. Illuminate da un piacevole sole settembrino sono le nuove porte di bronzo che il vescovo ha voluto appositamente far realizzare per il Duomo di San Lorenzo e che il Santo Padre domani benedirà. In particolare le due laterali che completano il trittico e ricordano l’evento della riunificazione di sei diocesi nell’unica Viterbo, avvenuta nel 1986. Nella valle Faul, dove sarà celebrata la Messa alle 10.30, c'è fermento attorno al grande palco su due livelli a forma circolare. La struttura di copertura è in legno lamellare e ha la forma di una conchiglia aperta. Saranno oltre 180 fra diocesani e religiosi i sacerdoti concelebranti in rappresentanza di oltre 90 parrocchie della diocesi. Qui la gente si attende che il Papa esprima un messaggio di pace per tutti e che confermi nella fede. “Occorrono tanti nuovi sacerdoti. Speriamo che questa visita serva anche a far nascere nuove vocazioni”, dice una donna dell’Unitalsi che accompagnerà i malati, malati che saranno in prima fila per assistere alla celebrazione. Attesa anche al Santuario della Madonna della Quercia dove si spera che da questa visita pastorale si ravvivino i pellegrinaggi già numerosi. A Bagnoregio l’emozione è forte. “E’ il primo Papa che viene a visitarci e noi siamo felici”, ci dice il sindaco di questa piccola cittadina che ha dato i natali a San Bonaventura, di cui nella concattedrale si conserva l’unica reliquia al mondo, il suo braccio. Qui Benedetto XVI ricorderà un maestro spirituale e intellettuale importante per la sua formazione teologica.


Tra le autorità che accoglieranno il Papa al suo arrivo - e che sarà con lui sull’altare al momento della Messa - è il vescovo di Viterbo, Lorenzo Chiarinelli. Al microfono della nostra inviata, Antonella Palermo, il presule esprime le aspettative sue e della sua Chiesa per la visita del Pontefice:

R. - Il frutto fondamentale è quello espresso nel logo di questa visita, che è la Parola di Gesù a Pietro: “ Conferma i tuoi fratelli”, la conferma nella fede. Noi abbiamo bisogno di riprendere consapevolezza, di riprendere la gioia e la speranza nel vivere la fede in questo oggi. Per i giovani in particolare, ma per l’intero territorio, per questa Chiesa mi pare l’obbiettivo primario di questa visita del Santo Padre.


D. – Come vive Viterbo oggi l’importante tradizione storica che l’ha legata per lungo tempo ai Pontefici?


R. – La realtà di oggi è molto bella e forse anche in me, anche come vescovo, non solo ha destato sorpresa, ma ammirazione: la gioia, l’entusiasmo da parte delle persone, anche da parte di tutte le istituzioni, nel preparare questa visita, una coralità e una sinergia che veramente è ammirevole.


D. – Viterbo fu sede papale in un periodo storico carico di tensioni per le lotte tra guelfi e ghibellini. Nella situazione di oggi, in cui la Chiesa vive talvolta momenti di difficoltà, qual è il significato di questa visita del Papa?


R.- Per me sono due espressioni che prendiamo dal Concilio: la Chiesa come segno di comunione nella società e nella storia, la comunione. E Papa Benedetto XVI non da oggi insiste su questo nodo portante. Ne abbiamo bisogno perché la Chiesa è fraternità, è - diceva il Concilio - “Imago Trinitatis” e allora le relazioni vanno recuperate. Ma insieme l’altra espressione del Concilio, spazio di vera fraternità, è costruire questa realtà nuova, in cui l’altro è come te nella solidarietà e nella comunione con gli altri.


D. – Perché è importante la tappa che Benedetto XVI farà nel pomeriggio a Bagnoregio?


R. – Perché oltre quella esperienza di fede popolare che noi abbiamo vissuto in questi giorni, per esempio nella memoria di Santa Rosa, c’è la “docta fides”. La fede è una sfida per l’intelligenza, Benedetto XVI ha detto, ma la fede è amica dell’intelligenza, solo che l’intelligenza deve aprire i suoi spazi. Questa apertura alla trascendenza che nella realtà bonaventuriana e nella meditazione che Joseph Ratzinger ha fatto sulla teologia della storia di Bonaventura diventa una provocazione, ma anche a mio parere un appello molto forte per la cultura contemporanea.


Radio Vaticana
Paparatzifan
00Sunday, September 6, 2009 8:46 AM
Dal blog di Lella...

Il Papa a Viterbo accolto da Letta

Sarà il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, in rappresentanza del governo, ad accogliere oggi Papa Benedetto XVI a Viterbo e ad accompagnarlo durante la sua sedicesima visita ufficiale in Italia.
Spetta di nuovo a lui, l’instancabile tessitore dei rapporti con il Vaticano, il compito di rasserenare il clima, dopo lo scontro di questi giorni sul caso Boffo-«Avvenire».
Letta aveva anche dovuto sostituire all’ultimo momento il premier durante la festa della Perdonanza all’Aquila e l’incontro con il segretario di Stato vaticano, cardinal Tarcisio Bertone, lo scorso 28 agosto, il giorno dell’inchiesta del «Giornale» sul direttore del quotidiano della Cei.
Una scelta, quella di Berlusconi, che però secondo il direttore dell’«Osservatore romano» Giovanni Maria Vian, sarebbe stata «concordata».
Nel programma della visita a Viterbo non è previsto nessun colloquio privato tra il Papa e Letta, ma non è escluso che i rapporti tra governo e Santa Sede saranno oggetto di discussione. Benedetto XVI giungerà a Viterbo alle 9 e dopo aver attraversato la città arriverà in Valle Faul, dove celebrerà la messa e l’Angelus. Nel pomeriggio pregherà nel santuario della Madonna della Quercia e poi si trasferirà per una breve visita nella vicina Bagnoregio, prima di rientrare a Roma.

© Copyright Il Giornale, 6 settembre 2009


Paparatzifan
00Sunday, September 6, 2009 8:55 AM
Dal blog di Lella...

La visita del Papa alla diocesi di Viterbo

Da Agostino a Bonaventura

Il desiderio di visitare Viterbo e Bagnoregio - è il sedicesimo incontro con una diocesi italiana - Benedetto XVI l'ha portato sempre con sé. Per via di san Bonaventura, il Dottore serafico, figura capitale nella sua formazione culturale.
Quando nel 2007 Papa Ratzinger si inginocchiò a Pavia ai piedi delle spoglie mortali di sant'Agostino, un altro dei suoi fari nel personale itinerario teologico, era facile prevedere che, presto o tardi, sarebbe andato a visitare Bagnoregio, patria di Bonaventura, eminente seguace di Agostino.
Il grande Padre africano, il teologo francescano e Tommaso d'Aquino formano tre direttori di orchestra che interpretano con diversa sensibilità la stessa sinfonia.
Sommi maestri che hanno cercato di capire il rapporto tra fede e ragione, tra fede e storia; in altri termini, quale rapporto ci possa essere tra Dio e l'uomo, tra la realtà invisibile e quella visibile e come cambi il senso della vita personale e sociale aprendo la propria anima e il proprio intelletto alla contemplazione di Dio.
La filosofia - scriveva san Bonaventura - è una via per arrivare alle altre scienze, ma chi si vuole fermare cade nelle tenebre. Andare oltre la conoscenza di ragione aprendosi, almeno come interrogativo plausibile, alla conoscenza della fede ha rappresentato un filo costante nella riflessione dei Padri della Chiesa. E per san Bonaventura Cristo rimane la via di tutte le scienze.
Sprazzi di vita di Joseph Ratzinger, prima che diventasse Papa, aiutano a capire la genesi lontana dell'odierna visita pastorale a Viterbo e Bagnoregio.
Il 13 novembre 2000 il cardinale Ratzinger si presentò alla Pontificia Accademia delle scienze di cui era divenuto membro, richiamando brevemente la sua formazione teologica, determinata dal movimento biblico, liturgico ed ecumenico. E mise a fuoco due figure eminenti, Agostino e Bonaventura, sulle quali si era concentrato negli studi prima della "meravigliosa opportunità di presenziare al concilio Vaticano ii come esperto".
Un tempo "molto gratificante della mia vita - ricordava Ratzinger - nel quale mi fu possibile essere parte di tale riunione, non solo tra vescovi e teologi, ma anche tra continenti, culture diverse e distinte scuole di pensiero e di spiritualità nella Chiesa".
È sotto gli occhi di tutti come i temi cari ai Padri della Chiesa siano quelli prediletti dal magistero ordinario di Benedetto XVI e come egli, proprio passando attraverso la scuola del concilio, sappia dare eco al linguaggio patristico rivitalizzandolo nel mondo globalizzato e ipertecnico di oggi.
Una direzione di marcia che, dal primo incontro con Agostino e Bonaventura, ha poi sempre mantenuto. Non arroccandosi, ma dialogando con le scienze moderne, convinto che la ricerca della verità senza pregiudizi porti a una maggiore comprensione umana e a un'apertura alla trascendenza.
Sulla scia dei Padri, Benedetto XVI non tiene per sé l'elaborazione teologica e l'esperienza cristiana conseguente, ma le condivide con i fedeli e anche con quanti semplicemente si interrogano sul senso del vivere e del morire, amare e sperare. Il vescovo di Viterbo, Lorenzo Chiarinelli, ha invitato il Papa in una città - che in tempi ormai remoti fu sede pontificia - per confermare la Chiesa diocesana nella fede. E questo significa dare più spazio nella vita quotidiana allo Spirito, leggere la storia con gli occhi di Dio, cominciando cioè dalla fine, quando tutte le cose si ritroveranno purificate e pacificate.
La sensibilità del Papa per la spiritualità - vista come primario impegno della Chiesa, concretata nell'anno di riflessione sulla Parola di Dio nell'anniversario paolino e, ora, con un anno sacerdotale per tornare alle radici del ministero pastorale - non è un'espressione di timore della vita che ferve nella città secolare, ma mostra la sua convinzione che solo una vita animata dalle ragioni e dall'esperienza della fede cristiana possa dare credibilità alla Chiesa e alla sua predicazione su Dio. Di Lui non si può fare a meno perché egli è più intimo a noi di quanto non lo siamo a noi stessi. Difficile, pure volendo, accantonarlo e isolarlo, dal momento che Dio non è avversario dell'uomo. Come insegna Bonaventura e come ripete in molti modi Benedetto XVI.

c. d. c.

(©L'Osservatore Romano - 6 settembre 2009)


+PetaloNero+
00Sunday, September 6, 2009 4:21 PM
VISITA PASTORALE DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI A VITERBO E BAGNOREGIO (6 SETTEMBRE 2009) - I


Alle ore 8.30 di oggi il Santo Padre Benedetto XVI parte in elicottero dall’eliporto delle Ville Pontificie di Castel Gandolfo per la Visita Pastorale a Viterbo e Bagnoregio.
All’atterraggio nel campo sportivo "Rocchi" di Viterbo il Papa è accolto dal Vescovo S.E. Mons. Lorenzo Chiarinelli e dall’On. Gianni Letta, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Rappresentante del Governo Italiano, insieme alle altre Autorità politiche, civili ed ecclesiastiche.
Subito dopo raggiunge in auto Piazza San Lorenzo e davanti la Cattedrale benedice le nuove porte di bronzo, opera dell’artista Roberto Ioppolo.
Alle 9.30, sulla Loggia del Palazzo dei Papi, Benedetto XVI riceve i saluti di benvenuto del Sindaco, On. Giulio Marini, e del Vescovo, S.E. Mons. Lorenzo Chiarinelli. Quindi compie una breve visita alla "Sala del Conclave" del Palazzo, sede - dal dicembre 1268 al settembre 1271 - del lungo Conclave nel quale venne eletto Papa Gregorio X.



CELEBRAZIONE EUCARISTICA SULLA SPIANATA DI VALLE FAUL A VITERBO

Lasciato il Palazzo dei Papi, il Santo Padre Benedetto XVI raggiunge in auto la spianata di Valle Faul, dove alle 10.15 presiede la Celebrazione eucaristica.
Nel corso della Santa Messa, dopo la proclamazione del Santo Vangelo, il Papa tiene la seguente omelia:

OMELIA DEL SANTO PADRE

Cari fratelli e sorelle!

Davvero inedito e suggestivo è lo scenario nel quale celebriamo la Santa Messa: ci troviamo nella "Valle" prospiciente l’antica Porta denominata FAUL, che con le sue quattro lettere richiama i quattro colli dell’antica Viterbium, e cioè Fanum-Arbanum-Vetulonia-Longula. Da un lato, si erge imponente il Palazzo, un tempo residenza dei Papi, che – come ha ricordato il vostro Vescovo - nel sec. XIII ha visto ben 5 conclavi; intorno ci circondano edifici e spazi, testimoni di molteplici vicende del passato, ed oggi tessuto di vita della vostra Città e Provincia. In questo contesto, che rievoca secoli di storia civile e religiosa, si trova ora idealmente raccolta, con il Successore di Pietro, l’intera vostra Comunità diocesana, per essere da lui confermata nella fedeltà a Cristo e al suo Vangelo.

A voi tutti, cari fratelli e sorelle, rivolgo con affetto il mio grato pensiero per la calorosa accoglienza riservatami. Saluto in primo luogo il vostro amato Pastore, Mons. Lorenzo Chiarinelli, che ringrazio per le parole di benvenuto. Saluto gli altri Vescovi, in particolare quelli del Lazio con il Cardinale Vicario di Roma, i cari sacerdoti diocesani, i diaconi, i seminaristi, i religiosi e le religiose, i giovani e i bambini, ed estendo il mio ricordo a tutte le componenti della Diocesi, che nel recente passato, ha visto unirsi a Viterbo, con l’abbazia di San Martino al Monte Cimino, le diocesi di Acquapendente, Bagnoregio, Montefiascone e Tuscania. Questa nuova configurazione è ora artisticamente scolpita nelle "Porte di bronzo" della Chiesa Cattedrale che, iniziando questa mia visita da Piazza San Lorenzo, ho potuto benedire e ammirare. Con deferenza mi rivolgo alle Autorità civili e militari, ai rappresentanti del Parlamento, del Governo, della Regione e della Provincia, ed in modo speciale al Sindaco della Città, che si è fatto interprete dei cordiali sentimenti della popolazione viterbese. Ringrazio le Forze dell’ordine e saluto i numerosi militari presenti in questa Città, come pure quelli impegnati nelle missioni di pace nel mondo. Saluto e ringrazio i volontari e quanti hanno dato il loro contributo alla realizzazione della mia visita. Riservo un saluto tutto particolare agli anziani e alle persone sole, ai malati, ai carcerati e a quanti non hanno potuto prendere parte a questo nostro incontro di preghiera e di amicizia.

Cari fratelli e sorelle, ogni assemblea liturgica è spazio della presenza di Dio. Riuniti per la Santa Eucaristia, i discepoli del Signore proclamano che Egli è risorto, è vivo e datore di vita, e testimoniano che la sua presenza è grazia, è compito, è gioia. Apriamo il cuore alla sua parola ed accogliamo il dono della sua presenza! Nella prima lettura, il profeta Isaia (35,4-7) incoraggia gli "smarriti di cuore" e annuncia questa stupenda novità, che l’esperienza conferma: quando il Signore è presente si riaprono gli occhi del cieco, si schiudono gli orecchi del sordo, lo zoppo "salta" come un cervo. Tutto rinasce e tutto rivive perché acque benefiche irrigano il deserto. Il "deserto", nel suo linguaggio simbolico, può evocare gli eventi drammatici, le situazioni difficili e la solitudine che segna non raramente la vita; il deserto più profondo è il cuore umano, quando perde la capacità di ascoltare, di parlare, di comunicare con Dio e con gli altri. Si diventa allora ciechi perché incapaci di vedere la realtà; si chiudono gli orecchi per non ascoltare il grido di chi implora aiuto; si indurisce il cuore nell’indifferenza e nell’egoismo. Ma ora – annuncia il Profeta – tutto è destinato a cambiare; questa "terra arida" di un cuore chiuso sarà irrigata da una nuova linfa divina. E quando il Signore viene, agli smarriti di cuore di ogni epoca dice con autorità: "Coraggio, non temete"! ( v. 4)

Si aggancia qui perfettamente l’episodio evangelico, narrato da san Marco (7,31-37): Gesù guarisce in terra pagana un sordomuto. Prima lo accoglie e si prende cura di lui con il linguaggio dei gesti, più immediati delle parole; e poi con un’espressione in lingua aramaica gli dice: "Effatà", cioè "apriti", ridonando a quell’uomo udito e lingua. Piena di stupore, la folla esclama: "Ha fatto bene ogni cosa!" (v. 37). Possiamo vedere in questo "segno" l’ardente desiderio di Gesù di vincere nell’uomo la solitudine e l’incomunicabilità create dall’egoismo, per dare volto ad una "nuova umanità", l’umanità dell’ascolto e della parola, del dialogo, della comunicazione, della comunione con Dio. Una umanità "buona", come buona è tutta la creazione di Dio; una umanità senza discriminazioni, senza esclusioni – come ammonisce l’apostolo Giacomo nella sua Lettera (2,1-5) – così che il mondo sia veramente e per tutti "campo di genuina fraternità" (Gaudium et spes, 37), nell’apertura dell’amore per il Padre comune che ci ha creato e ci ha fatto suoi figli e sue figlie.

Cara Chiesa di Viterbo, il Cristo, che nel Vangelo vediamo aprire gli orecchi e sciogliere il nodo della lingua al sordomuto, dischiuda il tuo cuore, e ti dia sempre la gioia dell’ascolto della sua Parola, il coraggio dell’annuncio del Suo Vangelo, la capacità di parlare con Dio e di parlare così con i tuoi fratelli e sorelle, e finalmente il coraggio della scoperta del suo Volto e della sua Bellezza! Ma, perché questo possa avvenire – ricorda San Bonaventura da Bagnoregio, dove mi recherò questo pomeriggio – la mente deve "andare al di là di tutto con la contemplazione e andare al di là non solo del mondo sensibile, ma anche al di là di se stessa" (Itinerarium mentis in Deum VII,1). E’ questo l’itinerario di salvezza, illuminato dalla luce della Parola di Dio e nutrito dai sacramenti, che accomuna tutti i cristiani.

Di questo cammino che anche tu, amata Chiesa che vive in questa terra sei chiamata a percorrere, vorrei ora riprendere alcune linee spirituali e pastorali. Una priorità che tanto sta a cuore al tuo Vescovo, è l’educazione alla fede, come ricerca, come iniziazione cristiana, come vita in Cristo. È il "diventare cristiani" che consiste in quell’ "imparare Cristo" che san Paolo esprime con la formula: "Non vivo più io, ma Cristo vive in me" (Gal 2,20). In questa esperienza sono coinvolte le parrocchie, le famiglie e le varie realtà associative. Sono chiamati ad impegnarsi i catechisti e tutti gli educatori; è chiamata ad offrire il proprio apporto la scuola, dalle primarie all’Università della Tuscia, sempre più importante e prestigiosa, ed, in particolare, la scuola cattolica, con l’Istituto filosofico-teologico "San Pietro". Ci sono modelli sempre attuali, autentici pionieri dell’educazione alla fede a cui ispirarsi. Mi piace menzionare, tra gli altri, santa Rosa Venerini (1656-1728) – che ho avuto la gioia di canonizzare tre anni or sono – vera antesignana delle scuole femminili in Italia, proprio "nel secolo dei Lumi"; santa Lucia Filippini (1672-1732) che, con l’aiuto del Venerabile Cardinale Marco Antonio Barbarigo (1640-1706), ha fondato le benemerite "Maestre Pie". Da queste sorgenti spirituali si potrà felicemente attingere ancora per affrontare, con lucidità e coerenza, l’attuale, ineludibile e prioritaria, "emergenza educativa", grande sfida per ogni comunità cristiana e per l’intera società che è proprio un processo di "Effatà", di aprire gli orecchi, il nodo della lingua e anche gli occhi.

Insieme all’educazione, la testimonianza della fede. "La fede – scrive san Paolo – si rende operosa per mezzo della carità" (Gal 5,6). È in questa prospettiva che prende volto l’azione caritativa della Chiesa: le sue iniziative, le sue opere sono segni della fede e dell’amore di Dio, che è Amore – come ho ricordato ampiamente nelle Encicliche Deus caritas est e Caritas in veritate. Qui fiorisce e va sempre più incrementata la presenza del volontariato, sia sul piano personale, sia su quello associativo, che trova nella Caritas il suo organismo propulsore ed educativo. La giovane santa Rosa (1233-1251), co-patrona della Diocesi e la cui festa cade proprio in questi giorni, è fulgido esempio di fede e di generosità verso i poveri. Come non ricordare inoltre che santa Giacinta Marescotti (1585-1640) promosse in città l’adorazione eucaristica dal suo Monastero, e dette vita a istituzioni ed iniziative per i carcerati e gli emarginati? Né possiamo dimenticare la francescana testimonianza di san Crispino, cappuccino (1668-1759), che tuttora ispira benemerite presenze assistenziali. E’ significativo che in questo clima di fervore evangelico siano nate molte case di vita consacrata, maschili e femminili, ed in particolare monasteri di clausura, che costituiscono un visibile richiamo al primato di Dio nella nostra esistenza e ci ricordano che la prima forma di carità è proprio la preghiera. Emblematico al riguardo, l’esempio della beata Gabriella Sagheddu (1914-1939), trappista: nel monastero di Vitorchiano, dove è sepolta, continua ad essere proposto quell’ecumenismo spirituale, alimentato da incessante preghiera, vivamente sollecitato dal Concilio Vaticano II (cfr Unitatis redintegratio, 8). Ricordo anche il viterbese beato Domenico Bàrberi (1792-1849), passionista, che nel 1845 accolse nella Chiesa cattolica John Henry Newman, divenuto poi Cardinale, figura di alto profilo intellettuale e di luminosa spiritualità.

Vorrei infine accennare ad una terza linea del vostro piano pastorale: l’attenzione ai segni di Dio. Come ha fatto Gesù con il sordomuto, allo stesso modo Dio continua a rivelarci il suo progetto mediante "eventi e parole". Ascoltare la sua parola e discernere i suoi segni deve essere pertanto l’impegno di ogni cristiano e di ciascuna comunità. Il più immediato dei segni di Dio è certamente l’attenzione al prossimo, secondo quanto Gesù ha detto: "Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me" (Mt 25,40). Inoltre, come afferma il Concilio Vaticano II, il cristiano è chiamato ad essere "davanti al mondo un testimone della risurrezione e della vita del Signore Gesù e un segno del Dio vivo" (Lumen gentium, 38). Deve esserlo in primo luogo il sacerdote che Cristo ha scelto tutto per sé. Durante questo Anno Sacerdotale, pregate con maggiore intensità per i sacerdoti, per i seminaristi e per le vocazioni, perché siano fedeli a questa loro vocazione! Segno del Dio vivo deve esserlo, altresì, ogni persona consacrata e ogni battezzato.

Fedeli laici, giovani e famiglie, non abbiate paura di vivere e testimoniare la fede nei vari ambiti della società, nelle molteplici situazioni dell’esistenza umana! Viterbo ha espresso anche al riguardo figure prestigiose. In questa occasione è dovere e gioia far memoria del giovane Mario Fani di Viterbo, iniziatore del "Circolo Santa Rosa", che accese, insieme a Giovanni Acquaderni, di Bologna, quella prima luce che sarebbe poi diventata l’esperienza storica del laicato in Italia: l’Azione Cattolica. Si succedono le stagioni della storia, cambiano i contesti sociali, ma non muta e non passa di moda la vocazione dei cristiani a vivere il Vangelo in solidarietà con la famiglia umana, al passo con i tempi. Ecco l’impegno sociale, ecco il servizio proprio dell’azione politica, ecco lo sviluppo umano integrale.

Cari fratelli e sorelle! Quando il cuore si smarrisce nel deserto della vita, non abbiate paura, affidatevi a Cristo, il primogenito dell’umanità nuova: una famiglia di fratelli costruita nella libertà e nella giustizia, nella verità e nella carità dei figli di Dio. Di questa grande famiglia fanno parte Santi a voi cari: Lorenzo, Valentino, Ilario, Rosa, Lucia, Bonaventura e molti altri. Nostra comune Madre è Maria che venerate, col titolo di Madonna della Quercia, quale Patrona dell’intera Diocesi nella sua nuova configurazione. Siano essi a custodirvi sempre uniti e ad alimentare in ciascuno il desiderio di proclamare, con le parole e con le opere, la presenza e l’amore di Cristo! Amen.





VISITA PASTORALE DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI A VITERBO E BAGNOREGIO (6 SETTEMBRE 2009) - II


Al termine della Santa Messa celebrata sulla spianata di Valle Faul a Viterbo, il Papa guida la recita dell’Angelus. Queste le parole del Santo Padre nell’introdurre la preghiera mariana:

PRIMA DELL’ANGELUS

Cari fratelli e sorelle!

Al termine di questa solenne Celebrazione eucaristica, ringrazio ancora una volta il Signore per avermi dato la gioia di compiere questa visita pastorale alla vostra comunità diocesana. Sono venuto tra voi per incoraggiarvi e per confermarvi nella fedeltà a Cristo, come ben indica anche il tema che avete scelto: "Conferma i tuoi fratelli" (Lc 22,31). Queste parole Gesù le ha rivolte all’apostolo Pietro durante l’Ultima Cena, affidandogli il compito di essere qui in terra Pastore di tutta la sua Chiesa.

Da molti secoli la vostra Diocesi si contraddistingue per un singolare vincolo di affetto e di comunione con il Successore di Pietro. Ho potuto rendermene conto visitando il Palazzo dei Papi e, in particolare, la sala del "Conclave". Nel vasto territorio dell’antica Tuscia nacque san Leone Magno, che rese un grande servizio alla verità nella carità, attraverso un assiduo esercizio della parola, testimoniato dai suoi Sermoni e dalle sue Lettere. A Blera ebbe i natali il Papa Sabiniano, successore di san Gregorio Magno; a Canino nacque Paolo III. Viterbo fu scelta per tutta la seconda parte del XIII secolo quale residenza dei Pontefici Romani; qui furono eletti cinque miei predecessori, e quattro di essi vi sono sepolti; ben cinquanta l’hanno visitata – ultimo il Servo di Dio Giovanni Paolo II, 25 anni or sono. Queste cifre rivestono un significato storico, ma di esse, in questo momento, vorrei accentuare soprattutto il valore spirituale. Viterbo viene giustamente chiamata "Città dei Papi", e questo costituisce per voi uno stimolo ulteriore a vivere e testimoniare la fede cristiana, la stessa fede per la quale hanno dato la vita i santi martiri Valentino e Ilario, custoditi nella Chiesa Cattedrale, primi di una lunga scia di Santi, Martiri e Beati della vostra terra.

"Conferma i tuoi fratelli": quest’invito del Signore l’avverto oggi indirizzato a me con una intensità singolare. Pregate, cari fratelli e sorelle, perché possa svolgere sempre con fedeltà e amore la missione di Pastore di tutto il gregge di Cristo (cfr Gv 21,15 ss). Da parte mia, assicuro un costante ricordo al Signore per la vostra comunità diocesana, perché le diverse sue articolazioni – di cui ho potuto ammirare una simbolica rappresentazione nelle nuove porte del Duomo - tendano ad una sempre più piena unità e fraterna comunione, condizioni indispensabili per offrire al mondo un’efficace testimonianza evangelica. Affiderò queste intenzioni nel pomeriggio alla Vergine Maria, visitando il Santuario della Madonna della Quercia. Ora, con la preghiera che ricorda il suo "sì" all’annuncio dell’Angelo, Le chiediamo di mantenere la nostra fede sempre forte e gioiosa.

Angelus Domini…


DOPO L’ANGELUS

Desidero ora inviare un cordiale saluto ai partecipanti al Congresso Internazionale "Uomini e Religioni", che si tiene a Cracovia sul tema: "Fedi e culture in dialogo". Numerose personalità e rappresentanti di varie Religioni – invitati dall’Arcidiocesi di Cracovia e dalla Comunità di Sant’Egidio – sono riuniti per riflettere e pregare in favore della pace, a 70 anni dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Non possiamo non ricordare i drammatici fatti che diedero inizio ad uno dei più terribili conflitti della storia, che ha causato decine di milioni di morti e ha provocato tante sofferenze all’amato popolo polacco; un conflitto che ha visto la tragedia dell’Olocausto e lo sterminio di altre schiere di innocenti. La memoria di questi eventi ci spinga a pregare per le vittime e per coloro che ancora ne portano ferite nel corpo e nel cuore; sia inoltre monito per tutti a non ripetere tali barbarie e ad intensificare gli sforzi per costruire nel nostro tempo, segnato ancora da conflitti e contrapposizioni, una pace duratura, trasmettendo, soprattutto alle nuove generazioni, una cultura e uno stile di vita improntati all’amore, alla solidarietà e alla stima per l’altro. In questa prospettiva, è particolarmente importante l’apporto che le Religioni possono e devono dare nel promuovere il perdono e la riconciliazione contro la violenza, il razzismo, il totalitarismo e l’estremismo che deturpano l’immagine del Creatore nell’uomo, cancellano l’orizzonte di Dio e, di conseguenza, conducono al disprezzo dell’uomo stesso. Il Signore ci aiuti a costruire la pace, partendo dall’amore e dalla comprensione reciproca (cfr Caritas in veritate, 72).



VISITA AL SANTUARIO DI SANTA ROSA A VITERBO

Conclusa la Celebrazione Eucaristica, il Santo Padre si trasferisce in auto al Santuario della Madonna della Quercia a Viterbo, per il pranzo e una sosta di riposo nella "Domus La Quercia".

Lungo il tragitto, compie una sosta al Santuario di Santa Rosa, Patrona di Viterbo, per la venerazione delle reliquie. Nella Piazza antistante il Santuario sono presenti i "Facchini di Santa Rosa", che mostrano al Papa l’artistica "Macchina di Santa Rosa", trasportata per le vie della città ogni anno nella sera del 3 settembre.




Migliaia di persone a Viterbo per la Messa presieduta da Benedetto XVI, nel pomeriggio la visita del Papa a Bagnoregio


Circa quindicimila i fedeli che hanno partecipato alla celebrazione eucaristica presieduta da Benedetto XVI nel suggestivo scenario della valle Faul a Viterbo, dove il Papa è giunto, per la sua sedicesima visita pastorale in Italia. Arrivato in elicottero intorno alle 9, è stato accolto dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, con il quale si è poi intrattenuto per pochi minuti al termine della Messa. Dopo aver attraversato la città in papamobile ha benedetto le nuove porte del Duomo e ha visitato con il vescovo mons. Lorenzo Chiarinelli la sala del Conclave nel palazzo dei Papi. Dopo la Santa Messa e la recita dell’Angelus, il Papa ha sostato presso il Santuario di Santa Rosa, per venerare il corpo incorrotto qui custodito. Uscendo il Santo Padre ha potuto ammirare la Macchina di Santa Rosa e salutare i "facchini" che l’hanno fin qui trasportata nelgiorno della festa della Patrona della città. Per la cronaca l’inviata a Viterbo Antonella Palermo:

La Chiesa di ieri e quella di oggi. Le rivalità che segnarono “il lungo e travagliato Conclave” del 1271 e il desiderio attuale dell’intera Tuscia di ritemprare la propria fede. Così il vescovo di Viterbo Lorenzo Chiarinelli ha presentato stamani a Benedetto XVI, nella magnifica Loggia del Palazzo papale, una terra che accoglie il Santo Padre “tra tribolazioni e grazie”. Terra che - come ha espresso il sindaco Giulio Marini nel saluto di benvenuto - non sfugge ai segni dell’inquietudine contemporanea, alla domanda di certezze e stabilità per il futuro, soprattutto dei giovani. Il Papa . appena giunto nella città ancora addobbata a festa per la patrona Santa Rosa - ha benedetto le nuove porte bronzee della cattedrale, “porte della Luce”, opera del maestro Roberto Joppolo, rappresentazione simbolica della nuova configurazione della diocesi dopo l’unificazione del 1986. Nell’omelia, chiaro fin da subito è stato il messaggio del Papa: “Coraggio non temete!”, riprendendo i profeta Isaia della prima lettura. Il Pontefice ha poi messo in guardia sui rischi di solitudine e incomunicabilità creati dall’egoismo e ha levato la sua preghiera.

“Cara Chiesa di Viterbo, il Cristo, che nel Vangelo vediamo aprire gli orecchi e sciogliere il nodo della lingua al sordomuto, dischiuda il tuo cuore, e ti dia sempre la gioia dell’ascolto della sua Parola, il coraggio dell’annuncio del Vangelo e la scoperta del suo Volto e della sua Bellezza!”.
“Ma, perché questo possa avvenire - ha aggiunto il Papa citando find’ora San Bonaventura, a cui dedicherà il discorso del pomeriggio a Bagnoregio - la mente deve andare al di là di tutto con la contemplazione e andare al di là non solo del mondo sensibile, ma anche al di là di se stessa”. Dal palco della Valle Faul a forma di conchiglia aperta, Benedetto XVI ha evidenziato tre priorità per la comunità ecclesiale viterbese: l’educazione alla fede, la testimonianza della fede, l’attenzione ai segni di Dio. Il Papa ha ricordato l’importante ruolo formativo dell’Università della Tuscia e dell’Istituto Filosofico-Teologico “San Pietro” così come la figura di Santa Rosa Venerini - da lui stesso canonizzata tre anni fa - antesignana delle scuole femminili in Italia:
“Da queste sorgenti spirituali si potrà felicemente attingere ancora per affrontare, con lucidità e coerenza, l’attuale, ineludibile e prioritaria, 'emergenza educativa', grande sfida per ogni comunità cristiana e per l’intera società”.

Il Papa si è augurato ancora una maggiore fioritura del volontariato, già ricco di iniziative diocesane, sull’esempio di varie figure di Santi, come la monaca Giacinta Marescotti e il cappuccino San Crispino. Nel ricordo del Papa anche il Beato Domenico Bàrberi e Mario Fani che proprio a Viterbo fondò l’Azione Cattolica italiana. Ai laici, ai giovani e alle famiglie il Pontefice ha ribadito di tenersi saldi alla vocazione cristiana a vivere il Vangelo in solidarietà con la famiglia umana, al passo con i tempi. “Ecco l’impegno sociale - ha detto il Papa - ecco il servizio proprio dell’azione politica, lo sviluppo umano integrale”. L’omelia si è poi conclusa invitando ad una speciale preghiera:
“Durante questo Anno Sacerdotale, pregate con maggiore intensità per i sacerdoti, per i seminaristi e per le vocazioni, perché siano fedeli a questa loro vocazione! Segno del Dio vivo deve esserlo, altresì, ogni persona consacrata e ogni battezzato”.

Al momento della comunione, i fedeli accostatisi all’altare centrale hanno ricevuto l’ostia consacrata dalle mani del cardinale vicario Agostino Vallini invece che da Benedetto XVI perché, nonostante il recupero del polso fratturato in luglio proceda regolarmente, il Pontefice ha preferito per ora rinunciare per evitare incertezze nella distribuzione della comunione. Infine, con l’augurio di una più piena unità tra le diverse articolazioni della comunità diocesana viterbese, il Papa ha concluso la liturgia di questa mattina richiamando, nell’Angelus, il tema della sua visita:
“'Conferma i tuoi fratelli': quest’invito del Signore l’avverto oggi indirizzato a me con una intensità singolare. Pregate, cari fratelli e sorelle, perché possa svolgere sempre con fedeltà e amore la missione di Pastore di tutto il gregge di Cristo”.
Un pensiero particolare ha voluto rivolgere Benedetto XVI ai partecipanti al Congresso internazionale “Uomini e Religioni” che si tiene a Cracovia sul tema “Fedi e culture in dialogo”, a 70 anni dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale che ha causato decine di milioni di morti e ha provocato tante sofferenze all’amato popolo polacco. Un conflitto che - ha detto il Papa - ha visto la tragedia dell’Olocausto e lo sterminio di altre schiere di innocenti”.
“La memoria di questi eventi ci spinga a pregare per le vittime e per coloro che ancora ne portano ferite nel corpo e nel cuore; sia inoltre monito per tutti a non ripetere tali barbarie e ad intensificare gli sforzi per costruire nel nostro tempo, segnato ancora da conflitti e contrapposizioni, una pace duratura, trasmettendo, soprattutto alle nuove generazioni, una cultura e uno stile di vita improntati all’amore, alla solidarietà e alla stima per l’altro”.





All'Angelus, il Papa invita l'umanità a non dimenticare la tragedia della Seconda Guerra Mondiale e dell'Olocausto


Tra circa due ore, inizierà per Benedetto XVI la seconda parte della sua giornata in terra viterbese con l’incontro, verso le 16.30, con gli organizzatori della visita. Quindi, si trasferirà nel Santuario della Madonna della Quercia per venerare l’immagine sacra della Vergine, Patrona della diocesi. Ad attendere il Papa nel Santuario vi saranno le Monache di clausura degli 11 monasteri della diocesi. Fra loro, vi sarà anche Madre Rosaria Spreafico, superiora della Trappa di Vitorchiano, dove riposano le spoglie della Beata Gabriella Sagheddu e dove - ha detto questa mattina il Papa - "continua a essere proposto quell'ecumenismo spirituale", "vivamente sollecitato dal Concilio Vaticano II. La nostra inviata, Antonella Palermo, ha incontrato Madre Spreafico alla vigilia della visita papale:

R. - Ci è stata offerta la possibilità di essere presenti al momento della preghiera privata che il Santo Padre farà nel Santuario della Quercia, prima di recarsi a Bagnoreggio. Siamo felici di poter sostare, anche se per pochi istanti, accanto a lui, ascoltarlo, ricevere la sua benedizione e attingere nuova motivazione per la nostra fedeltà. Nell’ora che precede l’ingresso del Santo Padre nel Santuario, vivremo insieme un momento di preghiera, offriremo questa preghiera per le intenzioni del Santo Padre. Ecco, la preghiera del Santo Padre ci conduce anche al senso della nostra vocazione. Il significato della clausura è vivere al cuore della Chiesa, vegliando affinché la memoria della redenzione operata da Cristo non si perda. E da questo cuore è più facile intuire che la figura del Papa è centro e garanzia della presenza di Cristo nella Chiesa. Noi sappiamo che non potremmo essere di Cristo senza il nostro pastore. Non abbiamo nessuna reticenza nel dire che amiamo Benedetto XVI come nostro pastore, che lo amiamo molto. La nostra preghiera per lui è quotidiana e continua. E’ facile vivere all’unisono con la Chiesa di Cristo, seguendo la sua parola e il suo esempio.

D. - Come si svolge la vostra giornata?

R. - La nostra vita è semplice, scorre sempre uguale, con orari scanditi dal suono delle campane, nel silenzio. Ci alziamo alle 3 del mattino e nel cuore della notte inizia la nostra preghiera, cui segue la celebrazione dell’Eucaristia, che è il centro di tutta la giornata. Poi, la vita quotidiana prosegue ritmata dal lavoro e dalla preghiera, secondo la formula benedettina "ora et labora", e si conclude verso le 7 di sera con il canto di compieta. La nostra poi è una vocazione cenobitica, di vita comune: la mensa è comune, la celebrazione della liturgia ci riunisce sette volte al giorno, il lavoro manuale e i servizi comunitari sono vissuti dentro un mutuo servizio. La sfida che insieme viviamo è quella della conversione del cuore, di rendere i nostri occhi capaci di vedere oltre l’apparenza delle cose.

D. - Avete fondato altri monasteri?

R. - Sì, in questi ultimi 40 anni da questa casa sono partiti diversi gruppi di sorelle, per dar vita ad altri monasteri nel mondo intero: alcuni in America Latina, in Asia, nella Repubblica Ceca. Ora stiamo aiutando anche una comunità in Africa.

D. - Vogliamo ricordare anche linguisticamente il termine “trappa” che cosa vuol dire?

R. - Il nostro Ordine è stato fondato nel 1098. E’ un ramo del monachesimo benedettino. Successivamente, c’è stata questa riforma trappista, che prende il nome del luogo dove è avvenuta, e cioè il monastero francese di La Trappe.

D. - Voi avete una foresteria. Chi viene qui cosa cerca?

R. - Le persone che arrivano cercano fondamentalmente un’esperienza di preghiera e di incontro più profondo con Dio e con se stessi. Da noi forse rimangono spesso sorpresi dalla vita liturgica della comunità, che è possibile seguire da una piccola cappella per gli ospiti. Chi viene con l’idea di immergersi in una solitaria avventura, per scoprire Dio e l’interiorità, si trova invece immerso nella vita liturgica della Chiesa, che alla fine riscopre come la strada più sicura per arrivare a Dio.

Lasciata Viterbo, poco dopo le 17 Benedetto XVI raggiungerà in elicottero la cittadina di Bagnoregio per venerare nella Concattedrale di San Nicola la reliquia del “Sacro Braccio” di San Bonaventura. Successivamente, saluterà le autorità e la popolazione raccolte in Piazza Sant’Agostino. Il programma della visita si concluderà verso le 18.30, quando il Pontefice decollerà in elicottero per fare ritorno al Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo.






Da Viterbo il saluto di Benedetto XVI ai partecipanti all'Incontro "Uomini e religioni". Intervista con il cardinale Stanislaw Rylko


Si è aperto stamattina in Polonia l’incontro interreligioso di preghiera per la pace "Uomini e religioni", organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio e dall’arcidiocesi di Cracovia. L’evento, che si concluderà martedì 8 settembre, ha avuto inizio con una Messa presso il Santuario della Divina Misericordia di Lagiewniki, presieduta dal cardinale Stanislaw Dziwisz, arcivescovo di Cracovia, alla presenza dei rappresentanti delle Chiese cristiane e delle Comunità ecclesiali. Nel tardo pomeriggio, presso l’Auditorium Maximum della città di Cracovia avrà, invece, inizio l’Assemblea inaugurale dei lavori alla presenza delle autorità polacche, di alti rappresentanti internazionali, dei vertici delle Chiese cristiane e dei leader religiosi. Il servizio del nostro inviato a Cracovia Stefano Leszczynski:

“La pace è un cantiere aperto”: la frase di Giovanni Paolo II pronunciata nell’86 ad Assisi è riecheggiata nel corso della liturgia ecumenica di stamattina presso il Santuario di Lagewniki, a Cracovia, consolidando il legame ideale tra questo incontro di preghiera per la pace e lo “Spirito di Assisi”, che tuttora lo anima. In un Santuario gremito di fedeli, giunti da ogni parte del mondo, l’arcivescovo di Cracovia, cardinale Dziwisz, e il metropolita Serafim, della Chiesa Ortodossa di Romania hanno svolto le proprie omelie sul tema della pace e del ruolo fondamentale della preghiera nel suo perseguimento. “Dopo gli anni terribili della guerra e della dittatura comunista - ha detto il porporato polacco - che hanno devastato molti Paesi e fatto morire milioni di persone, Dio ci ha fatto il dono dei miracoli della pace e di un’Europa unita”. Ma la pace non è un dono che si acquisisca una volta per tutte e i pericoli più insidiosi sono, nelle parole del cardinale, quelli della secolarizzazione, del consumismo sfrenato, dell’avidità, dei piaceri della carne.


A 70 anni dallo scoppio del II conflitto mondiale e a 20 dall’abbattimento definitivo della Cortina dei ferro - ha detto il metropolita Serafim - s’innalza dunque proprio da Cracovia prima città invasa della Polonia, “una voce corale ed una preghiera all’Onnipotente, per il dono della pace per la nostra terra inquieta”. Il terribile passato dell’Europa centrale ed Orientale - ha ricordato il metropolita - ha lasciato dietro di sé macerie materiali e spirituali, ma adesso - ha esortato Serafim - è venuto il tempo di ricostruire pazientemente la casa dei valori umani e cristiani. Già nella serata di ieri, in occasione del’inaugurazione della mostra fotografica dedicata alla vita di Giovanni Paolo II, il cardinale Dziwisz aveva evocato le attuali minacce alla pace nel mondo, ricordando l’Afghanistan, l’Iraq, i molti conflitti dimenticati, è importante dunque - ha spiegato il porporato - rivolgersi a tutte le religioni, perché tutti si uniscano nello sforzo della preghiera, attraverso la penitenza, per una pace duratura, proprio come avverrà martedì prossimo ad Auschwitz, luogo simbolo degli orrori della guerra e dell’odio tra gli uomini, con la marcia silenziosa dei rappresentanti di tutte le fedi religiose.


Saranno oltre 300 gli alti rappresentanti del cristianesimo, dell’ebraismo, dell’Islam, del buddismo e delle altre religioni che interverranno alle 22 diverse tavole rotonde organizzate nella città di Cracovia dalla Comunità di Sant’Egidio. Molti gli argomenti in discussione dalle crisi economiche ai conflitti regionali, tutti condotti sul filo del tema principale di questo incontro internazionale ed interreligioso dedicato ai 70 anni dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Sul contributo concreto che i fedeli delle varie religioni e delle comunità ecclesiali possono dare nel conseguimento della pace nel mondo Stefano Leszczynski ha intervistato il cardinale Stanislaw Rylko, presidente del Pontificio Consiglio per i Laici, anch’egli presente all’incontro di Cracovia.

R. - “Beati gli operatori di pace perché sono chiamati figli di Dio”. Ogni cristiano deve prendere queste parole del maestro come programma di vita, specialmente i laici che vivono nel cuore del mondo e sono chiamati ad essere il sale della terra. La vocazione dei fedeli laici è proprio questa: trasformare il mondo dal di dentro come lievito evangelico, operando a favore della giustizia, del rispetto della dignità e dei diritti inalienabili della persona umana. Solo così si costruiscono le fondamenta di una pace vera e duratura. Questo impegno pone ad ogni laico cristiano l’esigenza di una coerenza cristallina tra vita e fede, di un fermo rigore morale, di un’autentica passione per il servizio al bene comune. Non dimentichiamo che il Santo Padre, Benedetto XVI, ce lo ricorda spesso: il primo e fondamentale fattore di pace è l’annuncio di Cristo. In fondo, la vera pace del mondo è Lui.

D. - A settant’anni dall’inizio del secondo conflitto mondiale, il processo di riconciliazione, in Europa, ha visto il ruolo determinante della Chiesa nel suo insieme. Quanto è ancora importante, nell’attuale contesto storico, il ruolo dei cristiani per poter superare le divisioni che ancora rimangono in Europa?


R. - L’Europa vive oggi un tempo di crescente pluralismo culturale, politico ed anche religioso. Vede anche però la nascita di nuove divisioni ed ha quindi grande bisogno di unità, ma di un’unità costruita su solide basi. L’economia e la politica da sole non bastano. E’ dunque necessario che noi cristiani ricordiamo quale sia l’identità più profonda del nostro Vecchio continente. Occorre che l’Europa sappia riscoprire e tornare alle sue radici, radici che affondano nell’humus della tradizione giudeo-cristiana. E’ questo il fattore determinante dell’unità europea. L’Europa di oggi ha urgente bisogno di uno spirito di comunione, di cercare ciò che unisce veramente. Per questo sono così importanti incontri come quello di Cracovia, che promuovono il dialogo ecumenico ed interreligioso.


D. - Proprio su questo, lo spirito di Assisi arriva a Cracovia e questa è un’immagine che colpisce…


R. - Sono convinto che lo spirito di Assisi, malgrado il passare degli anni, mantenga intatta la sua attualità. L’indimenticabile incontro del 1986 ci ha ricordato che Dio è amore e quindi è un Dio di pace. Ogni tipo di violenza ed ogni guerra sono peccati gravi proprio contro Dio perché ne sfigurano drammaticamente il volto. Assisi ci ha inoltre ricordato che la pace è un dono che proviene dall’alto, cioè da Dio. Un dono che va implorato in continuazione. Il Santo Padre nella sua ultima Enciclica scrive che il vero sviluppo - e quindi anche la pace - ha bisogno di cristiani con le mani alzate verso Dio nel gesto della preghiera. L’incontro di Cracovia, promosso dalla Comunità di Sant’Egidio, e al quale il settantesimo anniversario dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale conferisce un significato tutto particolare, sarà soprattutto un incontro d’intensa preghiera di rappresentanti di varie chiese e comunità cristiane - ed anche di quelle non cristiane - per la pace e per la riconciliazione dei popoli.







www.radiovaticana.org/it1/videonews_ita.asp?anno=2009&videoclip=935&sett...

www.radiovaticana.org/it1/videonews_ita.asp?anno=2009&videoclip=936&sett...
Paparatzifan
00Sunday, September 6, 2009 4:56 PM
Dal blog di Lella...

Papa/ Si ferma in preghiera davanti a corpo Santa Rosa a Viterbo

Saluta facchini della Macchina 'Fiori del cielo'

Una breve sosta davanti al corpo di Santa Rosa, Patrono di Viterbo, dove il Papa si trova per una visita di un giorno.
Al termine della celebrazione nella Valle Faul, Benedetto XVI ha raggiunto il Santuario di Santa Rosa per venerare il corpo. Ratzinger si è poi fermato davanti alla Macchina di Santa Rosa, 'Fiori del cielo', trasportata il 3 settembre scorso. Durante l'offertorio, alla messa, il Papa ha anche salutato due facchini in rappresentanza degli oltre cento uomini che trasportano la Macchina.

© Copyright Apcom


Paparatzifan
00Sunday, September 6, 2009 4:56 PM
Dal blog di Lella...

PAPA/ RECUPERO DEL POLSO VA BENE MA NON DISTRIBUISCE COMUNIONE

Riabilitazione quotidiana per funzionamento braccio

DATA 06-09-2009 12:32 FONTE (APCOM)

"Il recupero del polso destro va bene ma non è ancora perfetto e completo. Per questa ragione il Papa non ha distribuito la comunione alla messa nella Valle Faul di Viterbo": lo ha detto il vicedirettore della sala stampa della Santa Sede, padre Ciro Benedettini, spiegando le ragioni della mancata distribuzione dell'ostia. "Il decorso prosegue regolarmente - ha detto, riferendo anche quanto sottolineato dal medico personale del pontefice Patrizio Polisca - ma l'atto di prendere l'ostia implica un movimento per cui le condizioni del polso devono essere perfette e il papa ancora non ha il polso perfetto. Inoltre - ha concluso padre Benedettini - c'è la paura che l'ostia possa cadere". Benedetto XVI - che si era rotto il polso il 17 luglio in montagna in Val d'Aosta - ha tolto il gesso dopo ferragosto e ha ora iniziato la riabilitazione che "si svolge ogni giorno a ritmo serrato", riferisce Polisca.

Paparatzifan
00Sunday, September 6, 2009 4:58 PM
Da "Viterbo oggi"...

Alla Domus La Quercia tutto è pronto per accogliere il Papa. E per pranzo anche il millefoglie alla crema chantilly

ESCLUSIVO - Ecco la coreografia che Benedetto XVI troverà all'ingresso della struttura

Passione, creatività e, vista la circostanza, un occhio di riguardo. Queste le caratteristiche di Beatrice, Laura e Sara, del negozio “Party & Party” di via Garbini, che hanno allestito la coreografia per accogliere il Papa alla Domus La Quercia.

Una coreografia semplice ma suggestiva, che si compone di colonne di palloncini bianchi e gialli (i colori del Vaticano) legati tra loro da altrettante file di palloncini bianchi. Un colpo d’occhio gioioso, originale, “fresco”.

Le colonne dei palloncini partono subito dall’inizio del piazzale, per tutto il tratto antistante l’ingresso della Domus. Le ultime sono state sistemate a circa 3 metri dopo l’ingresso e quando la Papamobile si fermerà, da dietro le ultime colonnine partiranno altri duecento palloncini bianchi e gialli che si alzeranno in volo.

Il tutto è stato allestito sotto l’occhio attento del direttore della Domus, Massimo Scarpetta, che naturalmente attende l’evento con la comprensibile apprensione ma con grande soddisfazione. Alla Domus La Quercia, infatti, come si sa, Benedetto XVI verso le 13.30 si intratterrà a colazione, subito dopo l’Angelus a Valle Faul e la visita al santuario di Santa Rosa, poi si ritirerà in una stanza per un breve riposo.

“Ricevere il Papa – dice Massimo Scarpetta – è un punto d’orgoglio e d’onore per noi che abbiamo puntato tutto sulla moralità coniugata all’alta professionalità. La presenza e la visita di Benedetto XVI ci conforta e ci incoraggia a percorrere questa strada, anche perché abbiamo una struttura che, credo, pochi possono vantare, almeno nel centro Italia. Abbiamo dei protocolli ben precisi, a garanzia dei clienti, evidentemente diventati ancora più rigidi con l’approssimarsi della visita del Papa, e un management all’altezza della situazione. Basti pensare – dice il direttore della Domus – che la colazione del Santo Padre sarà preparata da due dei nostri cuochi, mentre di solito nelle altre visite papali si spostano i cuochi dal Vaticano o dalle ambasciate”.

Il menu è ovviamente top secret. Posso dire soltanto – continua Scarpetta – che saranno piatti molto semplici, con i prodotti genuini della nostra terra, compresi l’olio e il vino. Del resto è questa la “filosofia gastronomica” della Domus per tutto l’anno".

Una curiosità: Benedetto XVI concluderà la colazione con una torta millefoglie alla crema chantilly.


Paparatzifan
00Sunday, September 6, 2009 10:27 PM
Dal blog di Lella...

Papa: A Viterbo celebrazione esemplare e composta

Pranzo tipico della Tuscia con vescovi e seguito

"E' stata una celebrazione esemplare, la gente è stata molto devota e composta": lo ha detto il Papa, a conclusione della messa presieduta nella valle Faul, durante il pranzo avuto con i vescovi della diocesi di Viterbo.
Un'atmosfera familiare e serena - riferisce chi vi ha preso parte - con un Papa sorridente e soddisfatto per la giornata nella cittadina laziale.
Il pranzo - a base di prodotti tipici della zona e conclusosi con un buon millefoglie - è stato servito da cinque giovani camerieri che Benedetto XVI ha voluto ringraziare e salutare personalmente. Dopo un momento di riposo, il pontefice ha salutato gli organizzatori della visita, una trentina di persone, ricevendo numerosi regali, tra i quali un ostensorio in ceramica, l'olio di Canino, un dipinto con il motto di San Bonaventura, un calice d'oro. Ratzinger ha invece regalato ad alcune suore di clausura la stola che ha indossato questa mattina alla celebrazione e lo zucchetto bianco, che, le stesse suore, gli avevano preparato per l'occasione.

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Paparatzifan
00Sunday, September 6, 2009 10:31 PM
Dal blog di Lella...

Riportiamo la diretta di Viterbo Oggi:

ORE 17, 11

Benedetto XVI ha lasciato a bordo dell'auto, tra gli applausi dei fedeli, il sagrato del Santuario, diretto allo Stadio "Rocchi".Non ha usato la "papamibile" ma una Mercedes targata anche questa SCV 1. ha viaggiato all'interno assieme a Padre Georg. L'auto è scortata dagli uomini della sicurezza.

ORE 17,09 LA QUERCIA

Il Papa è sul sagrato del Santuario della Quercia dove si trova la folla di fedeli che lo sta accogliendo festosamente. Curiosità: Due persone, per vedere il Pontefice, sono riuscite a salire fin sul campanile del Santuario.

ORE 17, 05 LA QUERCIA

Benenetto XVI è ancora nel Santuario della Madonna della Quercia. C'è stato un scambio di doni e il Papa ha recitato davanti alla sacra immagine una preghiera da lui stesso composta.

ORE 17 STADIO "ROCCHI"

Il sindaco di Viterbo Giulio Marini e il prefetto Alessandro Giacchetti attendono allo Stadio Rocchi il Papa che arriverà da La Quercia a bordo di una Mercedes del Vaticano decapottabile.

ORE 16,35 LA QUERCIA

Leggermente in ritardo (per la prima volta nel corso di questa giornata) con il programma previsto per la visita del Papa. Benedetto XVI non è ancora uscito sul sagrato del Santuario. Secondo quanto hanno detto due suore avvicinate da "Viterbo oggi.it" il ritardo sarebbe dovuto al fatto che il Papa si è intrattenuto più del previsto con i componenti del Comitato organizzatore della visita e con il personale della Domus. Con quest'ultimo si è complimentato per l'accoglienza, la perfetta organizzazione e la buona cucina. E' ancora aumentata la presenza dei fedeli adesso sono circa 700 ad attendere il Pontefice.

ORE 16,25 BAGNOREGIO

Cresce l'attesa a Bagnoregio per la visita del Papa. Il sindaco Francesco Bigiotti si trova nei pressi della piazza Sant'Agostino. In una breve dichiarazione rilasciata a "Viterbo oggi.itQ" ha affermato che "il Comune ha lavorato intensamente nell'ultimo mese per preparare questo storico evento. Saranno oltre duemila - secondo il sindaco - le persone presenti in piazza Sant'Agostino dove il Papa, accolto dalle autorità, pronuncerà un discorso. Intanto Bagnoregio è presidiata dalle forze dell'ordine che hanno predisposto adeguati servizi.

ORE 16,15 LA QUERCIA

Papa Benedetto XVI ha lasciato la Domus La Quercia e attraverso la sagrestia è entrato nel Santuario della Madonna della Quercia dove, nel frattempo, si sono riuniti esponenti del clero diocesano e 120 suore di clausura dei 12 monasteri della diocesi di Viterbo. Prima di lasciare la Domus, il Papa, che è accompagnato dal cardinale Vellini, ha incontrato i componenti del Comitato che ha organizzato la visita a Viterbo. intanto davanti al Santuario la presenza dei fedeli è ulteriormente aumentata. Adesso sono oltre cinquecento quelli che attendono che Ratzinger esca sulla scalinata. Qui troverà ad attenderlo un'auto del Vaticano (dietro c'è un'ambulanza del 118) che lo condurrà allo stadio "Rocchi" per salire sull'elicottero. La "papamobile" ha, nel fattempo, raggiunto Bagnoregio dove papa Benedetto XVI atterrerà alle 17,15.

ORE 15.50 LA QUERCIA

Sul sagrato del Santuario della Madonna della quercia si intensifica la presenza dui fedeli dietro le transenna. Molti indossano la tradizionale bandana vaticanense ed hanno in mano la bandierina per salutare il Pontefice che tra qualche minuto dovrebbe lasciare la Domus. Intanto la "papamibile", accompagnata dalla scorta, è transitata davanti al Santuario diretta a Bagnoregio dove alle 17,30 è previsto l'arrivo di Benedetto XVI.

ORE 15:35 LA QUERCIA

Dopo due ore di ore di sosta presso la Domus La Quercia, ex seminario e struttura diocesana, Banedetto XVI si appresta ad incontrare nel Santuario della Madonna della Quercia, che il suo precedessore, 25 anni fa, aveva incoronato patrona della nuova Diocesi di Viterbo, il clero e, in particolare, le suore di clausura (120) dei dodici monasteri esistenti nella diocesi del capoluogo della Tuscia. In attesa del Papa un centinaio di persone davanti al santauyario hanno in mano bandiere per salutare festosamente il Pontefice.

ORE 13:35

Il Papa sta pranzando insieme a 25 vesovi che provengono da tutte la diocesi del Lazio.


Paparatzifan
00Sunday, September 6, 2009 10:47 PM
Da "Viterbo oggi"...

Pochi i fedeli presenti alla visita del Papa

Viterbo - Pochi giovani, la maggioranza anziani e bambini

La tanto attesa visita del Papa nella Tuscia è teminata. Viterbo, bloccata per giorni, forze dell'ordine dispiegate dappertutto, divieti ovunque, media alla carica, ora può tornare alla sua vita di sempre, con una gioia dentro in più che il Santo Padre ha lasciato a molti presenti, anche se l'affluenza è stata molto bassa, la maggior parte venuta con gli autobus da più lontano che si è attrezzata con canti e striscioni, entusiaste della venuta di Benedetto XVI. Non si può certo dire che Viterbo o Bagnoregio fossero piene, considerando che la provincia ospita oltre 300 mila persone, oggi saranno state presenti solo qualche migliaio in tutto. Probabilmente la notizia è talmente rimbombata che molti, credendo di trovarsi in una bolgia hanno preferito stare a casa e vedere la visita in televisione o segurla nei siti web. Questo per non pensare che le persone, piuttosto che vedere il papa, preferiscono andare allo stadio, oggi tra l'altro vuoto. Con questa sua presenza il Santo Padre ha voluto avvicinarsi ai viterbesi e alla Tuscia, per testimoniare la Chiesa direttamente nelle loro case e nei loro cuori, parlando in modo semplice e persuasivo, sensibilizzando ognuno dei presenti e distribuendo amore e speranza a tutti. Peccato che molti se la siano persa e non abbiano assistito ad un evento così straordinario quanto raro.


Stiamo parlando sul serio o tutta la gente che abbiamo visto è stato un miraggio?
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+PetaloNero+
00Monday, September 7, 2009 12:50 AM
Saluto alle claustrali nel Santuario della Madonna della Quercia
E testo della preghiera alla Vergine



VITERBO, domenica, 6 settembre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il saluto che Benedetto XVI ha rivolto questa domenica alle monache di clausura riunitesi nel Santuario della Madonna della Quercia di Viterbo e il testo della preghiera rivolta alla Vergine.

* * *

Care sorelle!

È per me una vera gioia potervi incontrare in questo luogo caro alla pietà popolare. Voi, monache di vita contemplativa, avete la missione nella Chiesa di essere fiaccole che, nel silenzio dei monasteri, ardono di preghiera e di amore a Dio. A voi affido le mie intenzioni, le intenzioni del Pastore di questa Diocesi e le necessità di quanti vivono in questa terra. A voi affido, in quest’Anno Sacerdotale, soprattutto i sacerdoti, i seminaristi e le vocazioni. Siate con il vostro silenzio orante il loro sostegno "a distanza" ed esercitate verso di loro la vostra maternità spirituale, offrendo al Signore il sacrificio della vostra vita per la loro santificazione e per il bene delle anime. Vi ringrazio per la vostra presenza e di cuore vi benedico; recate anche alle vostre consorelle, che non sono potute venire, il saluto e la benedizione del Papa. Vi chiedo ora di unirvi a me nell’invocare la materna protezione di Maria su questa comunità diocesana e sugli abitanti di questa terra ricca di tradizioni religiose e culturali.

Vergine Santa, Madonna della Quercia,

Patrona della Diocesi di Viterbo,

raccolti in questo santuario a Te consacrato,

Ti rivolgiamo una supplice e confidente preghiera:

vigila sul Successore di Pietro e sulla Chiesa affidata alle sue cure;

vigila su questa comunità diocesana e sui suoi pastori,

sull’Italia, sull’Europa e sugli altri continenti.

Regina della pace, ottieni il dono della concordia e della pace

per i popoli e per l’intera umanità.

Vergine obbediente, Madre di Cristo,

che, con il tuo docile "si" all’annuncio dell’Angelo,

sei diventata Madre dell’Onnipotente,

aiuta tutti i tuoi figli ad assecondare

i disegni che il Padre celeste ha su ciascuno,

per cooperare all’universale progetto di redenzione,

che Cristo ha compiuto morendo sulla croce.

Vergine di Nazareth, Regina della famiglia,

rendi le nostre famiglie cristiane fucine di vita evangelica,

arricchite dal dono di molte vocazioni

al sacerdozio e alla vita consacrata.

Mantieni salda l’unità delle nostre famiglie,

oggi tanto minacciata da ogni parte,

e rendile focolari di serenità e di concordia,

dove il dialogo paziente dissipi le difficoltà e i contrasti.

Veglia soprattutto su quelle divise e in crisi,

Madre di perdono e di riconciliazione.

Vergine Immacolata, Madre della Chiesa,

alimenta l’entusiasmo di tutte le componenti

della nostra Diocesi: delle parrocchie e dei gruppi ecclesiali,

delle associazioni e delle nuove forme di impegno apostolico

che il Signore va suscitando con il suo Santo Spirito;

rendi ferma e decisa la volontà di quanti

il Padrone della messe continua a chiamare

come operai nella sua vigna, perché,

resistendo a ogni lusinga ed insidia mondana,

perseverino generosamente nel seguire il cammino intrapreso,

e, con il tuo materno soccorso, diventino testimoni di Cristo

attratti dal fulgore del suo Amore, sorgente di gioia.

Vergine Clemente, Madre dell’umanità,

volgi il tuo sguardo sugli uomini e le donne del nostro tempo,

sui popoli e i loro governanti, sulle nazioni e i continenti;

consola chi piange, chi soffre, chi pena per l’umana ingiustizia,

sostieni chi vacilla sotto il peso della fatica

e guarda al futuro senza speranza;

incoraggia chi lavora per costruire un mondo migliore

dove trionfi la giustizia e regni la fraternità,

dove cessino l’egoismo e l’odio, e la violenza.

Ogni forma e manifestazione di violenza

sia vinta dalla forza pacificatrice di Cristo!

Vergine dell’ascolto, Stella della speranza,

Madre della Misericordia,

sorgente attraverso la quale è venuto nel mondo Gesù,

nostra vita e nostra gioia,

noi Ti ringraziamo e Ti rinnoviamo l’offerta della vita,

certi che non ci abbandoni mai,

specialmente nei momenti bui e difficili dell’esistenza.

Accompagnaci sempre: ora e nell’ora della nostra morte.

Amen!

Viterbo, 6 Settembre 2009

[© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana]










Discorso del Papa nell'incontro in piazza Sant’Agostino a Bagnoregio


BAGNOREGIO, domenica, 6 settembre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato questa domenica da Benedetto XVI durante l'incontro in piazza Sant’Agostino con la cittadinanza di Bagnoregio.

* * *

Cari fratelli e sorelle!

La solenne celebrazione eucaristica di questa mattina a Viterbo ha aperto la mia visita pastorale alla vostra Comunità diocesana, e questo nostro incontro qui a Bagnoregio, praticamente la chiude. Vi saluto tutti con affetto: Autorità religiose, civili e militari, sacerdoti, religiosi e religiose, operatori pastorali, giovani e famiglie, e vi ringrazio per la cordialità con cui mi avete accolto. Rinnovo il mio ringraziamento in primo luogo al vostro Vescovo per le sue affettuose parole che hanno richiamato il mio legame con san Bonaventura. E saluto con deferenza il Sindaco di Bagnoregio, grato per il cortese benvenuto che mi ha indirizzato a nome di tutta la Città.

Giovanni Fidanza, che divenne poi fra’ Bonaventura, unisce il suo nome a quello di Bagnoregio nella nota presentazione che di se stesso fa nella Divina Commedia. Dicendo: "Io son la vita di Bonaventura da Bagnoregio, che nei grandi offici sempre posposi la sinistra cura" (Dante, Paradiso XII,127-129), sottolinea come negli importanti compiti che ebbe a svolgere nella Chiesa, pospose sempre la cura delle realtà temporali ("la sinistra cura") al bene spirituale delle anime. Qui, a Bagnoregio, egli trascorse la sua infanzia e l’adolescenza; seguì poi san Francesco, verso il quale nutriva speciale gratitudine perché, come ebbe a scrivere, quando era bambino lo aveva "strappato dalle fauci della morte" (Legenda Maior, Prologus, 3,3) e gli aveva predetto "Buona ventura", come ha ricordato poc’anzi il vostro Sindaco. Con il Poverello di Assisi seppe stabilire un legame profondo e duraturo, traendo da lui ispirazione ascetica e genio ecclesiale. Di questo vostro illustre concittadino voi custodite gelosamente l’insigne reliquia del "Santo Braccio", mantenete viva la memoria e approfondite la dottrina, specialmente mediante il Centro di Studi Bonaventuriani fondato da Bonaventura Tecchi, che con cadenza annuale promuove qualificati convegni di studio a lui dedicati.

Non è facile sintetizzare l’ampia dottrina filosofica, teologica e mistica lasciataci da san Bonaventura. In questo Anno Sacerdotale vorrei invitare specialmente i sacerdoti a mettersi alla scuola di questo grande Dottore della Chiesa per approfondirne l’insegnamento di sapienza radicata in Cristo. Alla sapienza, che fiorisce in santità, egli orienta ogni passo della sua speculazione e tensione mistica, passando per i gradi che vanno da quella che chiama "sapienza uniforme" concernente i principi fondamentali della conoscenza, alla "sapienza multiforme", che consiste nel misterioso linguaggio della Bibbia, e poi alla "sapienza onniforme", che riconosce in ogni realtà creata il riflesso del Creatore, sino alla "sapienza informe", l’esperienza cioè dell’intimo contatto mistico con Dio, allorché l’intelletto dell’uomo sfiora in silenzio il Mistero infinito (cfr J. Ratzinger, San Bonaventura e la teologia della storia, Ed. Porziuncola, 2006, pp. 92ss). Nel ricordo di questo profondo ricercatore ed amante della sapienza, vorrei inoltre esprimere incoraggiamento e stima per il servizio che, nella Comunità ecclesiale, i teologi sono chiamati a rendere a quella fede che cerca l’intelletto, quella fede che è anima dell’intelligenza e che diventa vita nuova secondo il progetto di Dio.

Dal ricco patrimonio dottrinale e mistico di san Bonaventura mi limito questa sera a trarre qualche "pista" di riflessione, che potrebbe risultare utile per il cammino pastorale della vostra Comunità diocesana. Egli fu, in primo luogo, un instancabile cercatore di Dio sin da quando frequentava gli studi a Parigi, e continuò ad esserlo sino alla morte. Nei suoi scritti indica l’itinerario da percorrere. "Poiché Dio è in alto – egli scrive - è necessario che la mente si innalzi a Lui con tutte le forze" (De reductione artium ad theologiam, n. 25). Traccia così un percorso di fede impegnativo, nel quale non basta "la lettura senza l’unzione, la speculazione senza la devozione, la ricerca senza l’ammirazione, la considerazione senza l’esultanza, l’industria senza la pietà, la scienza senza la carità, l’intelligenza senza l’umiltà, lo studio senza la grazia divina, lo specchio senza la sapienza divinamente ispirata" (Itinerarium mentis in Deum, prol. 4). Questo cammino di purificazione coinvolge tutta la persona per arrivare, attraverso Cristo, all’amore trasformante della Trinità. E dato che Cristo, da sempre Dio e per sempre uomo, opera nei fedeli una creazione nuova con la sua grazia, l’esplorazione della presenza divina diventa contemplazione di Lui nell’anima "dove Egli abita con i doni del suo incontenibile amore" (ibid. IV,4), per essere alla fine trasportati in Lui. La fede è pertanto perfezionamento delle nostre capacità conoscitive e partecipazione alla conoscenza che Dio ha di se stesso e del mondo; la speranza l’avvertiamo come preparazione all’incontro con il Signore, che segnerà il pieno compimento di quell’amicizia che fin d’ora ci lega a Lui. E la carità ci introduce nella vita divina, facendoci considerare fratelli tutti gli uomini, secondo la volontà del comune Padre celeste.

Oltre che cercatore di Dio, san Bonaventura fu serafico cantore del creato, che, alla sequela di san Francesco, apprese a "lodare Dio in tutte e per mezzo di tutte le creature", nelle quali "risplendono l’onnipotenza, la sapienza e la bontà del Creatore" (ibid. I,10). San Bonaventura presenta del mondo, dono d’amore di Dio agli uomini, una visione positiva: riconosce nel mondo il riflesso della somma Bontà e Bellezza che, sulla scia di sant’Agostino e san Francesco, afferma essere Dio stesso. Tutto ci è stato dato da Dio. Da Lui, come da fonte originaria, scaturisce il vero, il bene e il bello. Verso Dio, come attraverso i gradini di una scala, si sale sino a raggiungere e quasi afferrare il Sommo Bene e in Lui trovare la nostra felicità e la nostra pace. Quanto sarebbe utile che anche oggi si riscoprisse la bellezza e il valore del creato alla luce della bontà e della bellezza divine! In Cristo, l’universo stesso, nota san Bonaventura, può tornare ad essere voce che parla di Dio e ci spinge ad esplorarne la presenza; ci esorta ad onorarlo e glorificarlo in tutte le cose (cfr ibid. I,15). Si avverte qui l’animo di san Francesco, di cui il nostro Santo condivise l’amore per tutte le creature.

E finalmente San Bonaventura fu messaggero di speranza. Una bella immagine della speranza la troviamo in una delle sue prediche di Avvento, dove paragona il movimento della speranza al volo dell’uccello, che dispiega le ali nel modo più ampio possibile, e per muoverle impiega tutte le sue forze. Rende, in un certo senso, tutto se stesso movimento per andare in alto e volare. Sperare è volare, dice san Bonaventura. Ma la speranza esige che tutte le nostre membra si facciano movimento e si proiettino verso la vera altezza del nostro essere, verso le promesse di Dio. Chi spera – dice Bonaventura - "deve alzare il capo, rivolgendo verso l’alto i suoi pensieri, verso l’altezza della nostra esistenza, cioè verso Dio" (Sermo XVI, Dominica I Adv., Opera omnia, IX, 40a).

Il Signor Sindaco nel suo discorso ha posto la domanda: "Che cosa sarà Bagnoregio domani?". In verità tutti ci interroghiamo circa l’avvenire nostro e del mondo e quest’interrogativo ha molto a vedere con la speranza, di cui ogni cuore umano ha sete. Nell’Enciclica Spe salvi ho notato che non basta però una qualsiasi speranza per affrontare e superare le difficoltà del presente; è indispensabile una "speranza affidabile", che, dandoci la certezza di giungere ad una meta "grande", giustifichi "la fatica del cammino" (cfr n.1). Solo questa "grande speranza-certezza" ci assicura che nonostante i fallimenti della vita personale e le contraddizioni della storia nel suo insieme, ci custodisce sempre il "potere indistruttibile dell’Amore". Quando allora a sorreggerci è tale speranza non rischiamo mai di perdere il coraggio di contribuire, come hanno fatto i santi, alla salvezza dell’umanità, aprendo "noi stessi e il mondo all’ingresso di Dio: della verità, dell’amore, del bene" (cfr n. 35). Ci aiuti san Bonaventura a "dispiegare le ali" della speranza che ci spinge ad essere, come lui, incessanti cercatori di Dio, cantori delle bellezze del creato e testimoni di quell’Amore e di quella Bellezza che "tutto muove".

Grazie, cari amici, ancora una volta per la vostra accoglienza. Mentre vi assicuro un ricordo nella preghiera imparto, per intercessione di san Bonaventura e specialmente di Maria, Vergine fedele e Stella della speranza, una speciale Benedizione Apostolica, che volentieri estendo a tutti gli abitanti di questa Terra bella e ricca di santi. Grazie per la vostra attenzione.

[© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana. Con aggiunte a braccio a cura di ZENIT]

+PetaloNero+
00Monday, September 7, 2009 4:48 PM
A Bagnoregio, città di San Bonaventura, il Papa invita a cercare Dio con una fede amica dell'intelligenza


Si è conclusa nella serata di ieri la visita pastorale di Benedetto XVI a Viterbo e Bagnoregio. Nel borgo che ha dato i natali a Giovanni Fidanza, poi fra Bonaventura, il Papa è giunto nel pomeriggio dopo la sosta di preghiera al Santuario della Madonna della Quercia. Nella concattedrale ha venerato la reliquia del braccio di San Bonaventura e dopo il saluto del sindaco e del vescovo, in Piazza Sant’Agostino ha incontrato la cittadinanza pronunciando un discorso su San Bonaventura. Il servizio di Antonella Palermo:

Venire a Bagnoregio ha significato per il Papa compiere un viaggio nel proprio passato spirituale e intellettuale. Il discorso che ha infatti rivolto alla cittadinanza nella piazza di Sant’Agostino è stato un affettuoso ricordo del francescano San Bonaventura, uno dei maestri per la sua formazione teologica. Instancabile cercatore di Dio, serafico cantore del creato, messaggero di speranza: questi i tratti salienti che il Santo Padre ha voluto evidenziare dalla sua terra natale. Citando quella che fu la sua tesi di abilitazione all’insegnamento, San Bonaventura e la teologia della storia (ed. Porziuncola, 2006), il Papa ha sottolineato come “alla sapienza, che fiorisce in santità, Bonaventura orienta ogni passo della sua speculazione e tensione mistica”. Bonaventura vive nel 1200 una fede “amica dell’intelligenza” che diventa vita nuova secondo il progetto di Dio. E’ a questo modello che Benedetto XVI, da sempre affascinato ai temi del dialogo tra fede e ragione, ha voluto rimandare i teologi e i sacerdoti di oggi:


“Traccia così un percorso di fede impegnativo, nel quale ‘non basta la lettura senza l’unzione, la speculazione senza la devozione, la ricerca senza l’ammirazione, la considerazione senza l’esultanza, l’industria senza la pietà, la scienza senza la carità, l’intelligenza senza l’umiltà, lo studio senza la grazia divina, lo specchio senza la sapienza divinamente ispirata’”.


“Questo cammino di purificazione – ha spiegato il Papa alla luce de 'L’itinerario della mente a Dio’ opera fondamentale di Bonaventura – coinvolge tutta la persona per arrivare, attraverso Cristo, all’amore trasformante della Trinità”. A pochi giorni dalla Giornata per la Salvaguardia del Creato, Benedetto XVI è tornato a rilanciare la necessità di una riscoperta della bellezza del creato come dono divino”:


“Quanto sarebbe utile che anche oggi si riscoprisse la bellezza, il valore del creato, alla luce della bontà e della bellezza divine! In Cristo l’universo stesso, nota San Bonaventura, può tornare ad essere voce che parla di Dio e ci spinge ad esplorarne la presenza; ci esorta ad onorarlo e a glorificarlo in tutte le cose (cfr. ibid. I,15). Si avverte qui l'animo di San Francesco, di cui il nostro Santo condivise l'amore per tutte le creature".


“Sperare è volare”, dice San Bonaventura. “Chi spera deve alzare il capo rivolgendo verso l’alto i suoi pensieri, verso l’altezza della nostra esistenza, cioè verso Dio”. Questo il brano di uno dei sermoni del Doctor Seraphicus, scelto da Ratzinger per sottolineare – come ha fatto nella sua Enciclica Spe Salvi - la necessità di una “speranza affidabile”:


“Solo questa 'grande speranza -certezza' ci assicura che nonostante i fallimenti della vita personale e le contraddizioni della storia nel suo insieme ci custodisce sempre il 'potere indistruttibile dell’Amore'. Quando allora a sorreggerci è tale speranza non rischiamo mai di perdere il coraggio di contribuire, come hanno fatto i Santi, alla salvezza dell’umanità, aprendo noi stessi e il mondo all’ingresso di Dio: della verità dell’amore e della luce”.


A Maria, invocata proprio come Stella della Speranza, il Papa aveva rivolto la preghiera recitata al Santuario della Madonna della Quercia. Affidando alle claustrali della Tuscia le preghiere per la nascita di nuove vocazioni e per i sacerdoti – nell’anno a loro dedicato – Benedetto XVI si è congedato da questa terra lasciando un’eredità spirituale e una testimonianza a lungo attese.


Per un bilancio della visita ascoltiamo il vescovo di Viterbo, mons. Lorenzo Chiarinelli, al microfono di Antonella Palermo:

R. – La preparazione e l’attesa sono state molto intense, ma l’evento ha superato sia l’attesa che i desideri più profondi del cuore. L’incontro con il Papa ha avuto una dimensione profondamente ecclesiale: il successore di Pietro, che incontra una comunità di credenti. E si è palpata questa dimensione soprattutto nella celebrazione liturgica, dove il coinvolgimento, il silenzio, l’intensa preghiera si coglievano immediatamente in chiunque. Questo è stato uno dei momenti più belli per tutti, anche per gli osservatori più estranei. E allora il cuore si è riempito, perché è intorno all’Eucaristia che la Chiesa rivela tutta se stessa e da lì trae forza per il suo cammino.


D. - Quali frutti spirituali, Eccellenza, Viterbo e Bagnoregio possono portare con sé dopo questa visita?


R. – Il frutto importante, che non è sempre facile cogliere, è proprio questo: che la Chiesa, potremmo dire quasi con una formula, “sia sempre più Chiesa”, e cioè lo spazio dove il Signore ha la sua accoglienza e rivela la potenza del suo dono, e proprio per questo è in grado di essere nel mondo segno e strumento di un’umanità che si rinnova e di una società più fraterna. Le due realtà sono collegate: laddove l’autenticità del credere - e il Papa molto ha insistito sulla fede – diventa più profonda, lì, la germinazione sul piano sociale, culturale, delle relazioni e della convivenza umana diventa più profonda. Ecco perché il Papa dice: “Siate credenti e questo farà germogliare la pienezza del messaggio del Regno di Dio”.


D. – Qual è stato il momento che lei personalmente ha vissuto con particolare partecipazione emotiva?


R. – Ecco, potrebbe essere un’elencazione molto lunga questa, ma oltre al momento eucaristico, che è stato di grande densità, ce ne sono stati due. Uno, l’ingresso nel Conclave, perché l’abbiamo voluto spoglio, e questa nudità stava ad indicare che quello è il luogo privilegiato dello Spirito Santo, e con il Papa, laddove sono stati eletti cinque Papi. In questa sala nuda con le cinque effigi c’è stata grande emozione. E poi il ricordo del cammino del teologo Ratzinger, dagli anni ’50, con Bonaventura. Questo, credo, abbia toccato profondamente anche la memoria e le corde più vive del cuore di Benedetto XVI, che ci ha fatto uno dei regali più belli che potevamo attendere.



Radio Vaticana
Paparatzifan
00Monday, September 7, 2009 6:26 PM
Dal blog di Lella...

Il compito di Pietro

Per la sedicesima volta Benedetto XVI ha visitato una diocesi d'Italia, la nazione di cui il vescovo di Roma è primate. Con uno scopo semplice e limpido, sottolineato dal motto scelto per la visita: confermare i fedeli, come disse Gesù a Pietro durante l'ultima cena, secondo il racconto dell'evangelista Luca. E il Romano Pontefice lo ha fatto con la sua presenza e la sua parola, accolto con un affetto espresso in modo emblematico nella carezza che un'anziana religiosa ha fatto alla mano convalescente del Papa prima di baciarla, un gesto di devozione e cura femminili tanto toccante quanto spontaneo e imprevisto.
Come è abituale, durante la celebrazione liturgica svoltasi a Viterbo con un raccoglimento davvero impressionante, Benedetto XVI ha spiegato le Scritture e, partendo dall'immagine del deserto del cuore umano chiuso a Dio e al prossimo, ha mostrato come Gesù sia passato, anche in terre pagane, risanando e indicando la via per una nuova umanità, buona e senza discriminazioni, che offra al mondo di oggi un esempio di autentica fraternità. Sullo sfondo, la figura di Bonaventura che cercò la "sapienza radicata in Cristo" e al quale si appassionò il giovane ricercatore Ratzinger al punto da dedicare al grande teologo francescano la sua tesi di abilitazione alla docenza.
Ai fedeli della diocesi di Viterbo il Papa ha parlato rivolgendosi a tutti i cattolici italiani, circondato dal suo cardinale vicario con i vescovi del Lazio e accolto con cordialità dalle autorità civili in un quadro di evidente serenità istituzionale. Riprendendo le linee spirituali e pastorali del vescovo dell'antica città già sede pontificia, Benedetto XVI ha sottolineato l'importanza dell'educazione - priorità tanto delle comunità cristiane quanto di tutta la società - e l'urgenza di "vivere e testimoniare la fede nei vari ambiti della società", indicandone esplicitamente alcuni: l'impegno sociale, l'azione politica, lo sviluppo umano integrale, che è al centro dell'enciclica Caritas in veritate, testo che ha suscitato un larghissimo interesse, anche al di là dei confini visibili della Chiesa cattolica.
Il Papa è naturalmente ben consapevole del cambiamento delle stagioni storiche e dei contesti sociali, così come delle difficoltà che si presentano in ogni tempo. Ma altrettanto chiara è la sua convinzione che resta immutata l'esigenza di "vivere il Vangelo in solidarietà" con tutti. Per questo chiede ai cattolici italiani - a ogni componente della Chiesa ma in particolare al laicato - di sapere essere all'altezza della loro storia al servizio della dignità di ogni persona umana e per il bene comune del Paese.
E ai cattolici di una terra singolarmente legata alla sede romana, come a ogni fedele in Italia e nel mondo, Benedetto XVI ha chiesto di pregare per lui. Per potere "svolgere sempre con fedeltà e amore la missione di Pastore di tutto il gregge di Cristo". Come i suoi predecessori, tra i quali il Papa ha ricordato - e certo non per caso - l'esempio di san Leone Magno, originario della Tuscia, "che rese un grande servizio alla verità nella carità, attraverso un assiduo esercizio della parola".

g. m. v.


Paparatzifan
00Monday, September 7, 2009 7:01 PM
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Tutte le tappe della visita del pontefice a Viterbo e Bagnoregio

Una giornata indimenticabile

di Giuseppe Ferlicca

E' stata una celebrazione esemplare. In una giornata indimenticabile.
Un Papa molto soddisfatto, quello che ha commentato a pranzo, alla Domus La Quercia, la liturgia mattutina a Valle Faul.
A tavola con venticinque vescovi e il suo seguito, il Santo Padre si è soffermato sulla messa e l'Angelus a Viterbo.
“E' stata – ha detto - una celebrazione esemplare, con gente composta e devota". La compostezza dei devoti viterbesi è stata notata.
Qualcuno ha anche notato a tratti, pochi applausi. Non perché nella Tuscia le persone sono più fredde. Più semplicemente, sono state seguite le indicazioni impartite dai cerimonieri, che hanno chiesto di non applaudire, per dare alla cerimonia stessa un tono più solenne.
Il pranzo è stato un momento in cui il Santo Padre si è potuto rilassare prima di riprendere il programma previsto, con l'incontro di preghiera alla Domus , quindi il trasferimento a Bagnoregio.
Sono stati serviti piatti tutti preparati con prodotti locali. Si parla di porzioni molto abbondanti, che il Santo Padre ha accompagnato bevendo aranciata.
Una giornata molto intensa, ravvivata dalla presenza di ventimila persone in città.
Tutto è iniziato la allo stadio Rocchi, con l'arrivo salutato dalle autorità, primo fra tutti il sottosegretario Letta in rappresentanza del Governo. Quindi il trasferimento in piazza San Lorenzo.
Alla loggia del palazzo Papale, il saluto del sindaco Marini e delle altre autorità e una visita privata alla sala del conclave. Quindi la cerimonia a Valle Faul. Intensa.
Poi a Santa Rosa , un momento di preghiera davanti al corpo incorrotto di Santa Rosa, prima del bagno di folla con i facchini e mini facchini di Santa Rosa, che hanno donato al Papa una miniatura della Macchina.
Sul sagrato, Papa Ratzinger ha ammirato Fiore del Cielo, incontrando il costruttore Granziera e gli ideatori, Arturo Vittori e Andreas Vogler.
“Mi ha fatto i complimenti – dice Vittori – il vescovo poi gli ha detto che sono il fratello dell'astronauta e si è complimentato nuovamente.
Con Andreas hanno parlato in tedesco e gli ha detto di quando lavorava a Monaco”.
Poi alla Domus La Quercia. Prima dell'incontro di preghiera in cattedrale con 120 suore di clausura in rappresentanza dei dodici monasteri, il Papa ha ricevuto gli organizzatori della visita, insieme ad altri.
Tra cui anche l'ex assessore provinciale Renzo Trappolini.
Uno dei principali artefici dell'evento.
E' stato proprio durante una visita in Vaticano, con il vescovo Chiarinelli e il presidente Mazzoli, che Trappolini, prendendo spunto dagli studi del Pontefice su San Bonaventura, ha proposto la visita.
Particolarmente sentito l'incontro con le suore, che hanno festeggiato il Santo Padre, festeggiamenti proseguiti all'uscita della cattedrale, quando la folla sulla piazza ha salutato con calore il Pontefice. Poi la partenza per Bagnoregio, salutato da due ali di folla.
La visita nella Tuscia si è conclusa alle 19, con il rientro a Castel Gandolfo.

© Copyright Tuscia Web


Paparatzifan
00Monday, September 7, 2009 7:23 PM
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E il pontefice parla con Santa Rosa

Il faccia a faccia tra il successore di Cristo e la giovinetta che, da secoli, è l’emblema di Viterbo. Dopo l’adorazione si alza e quasi carezza l’urna.

Nicola Moncada

L’impressione è stata netta. Il Papa, in piedi accanto a lei, ha parlato con Rosa. Il linguaggio, non terreno, è risultato inudibile ai presenti. E, tuttavia, eloquente.
Tra il Papa che, dopo averla adorata, s’era accostato all’urna, quasi sfiorandola con una mano, e la Santa che, otto secoli fa, s’era fatta umile “ancella di Cristo”, è successo qualcosa. Il Papa, immobile, lievemente chino, ha contemplato la Santa. La Santa, nel suo giaciglio, si lasciava guardare. Ma era come se, al di là del vetro, ci fosse qualcosa di vigile. Sì: è stato un faccia a faccia in cui, tra i due, è corso qualcosa. Parole indicibili in lingua umana: ma che, in un ordine “altro”, erano un lungo discorso. Un discorso dolcissimo, sommesso, fermo. Il Papa, nel Santuario, c’era entrato poco prima.
Ad accoglierlo, le Clarisse, con la madre badessa, e ragazze che vorrebbero diventare delle novizie. Accanto al Papa, leggermente discosto, il Vescovo, Lorenzo Chiarinelli. Il Papa, in un Santuario assorto, vuoto, silenzioso, s’è inginocchiato. E ha pregato. Poi, ha incontrato la Santa. Di Rosa, il Papa, con la guida sempre sollecita e misurata del Vescovo, ha guardato anche il cuore. Era a destra dell’urna. Sulla sinistra, un tavolo. Sopra, una Bibbia, una papalina (che, realizzata dalle Clarisse e indossata dal Papa, è stata poi conservata per ricordo), una supplica (delle suore, che imploravano la benedizione del Papa, e che il Papa ha firmato) e un documento impressionante: la pergamena, lunga mezzo metro e larga pochi centimetri, su cui, al tempo di Rosa o subito dopo, un cronista rimasto anonimo scrisse quella che, oggi, è nota come la “Vita I”: la prima storia di Santa Rosa. La storia, se così si può dire, originale. Perchè, nella “Vita II”, vengono aggiunti altri miracoli: ma sono quelli della tradizione francescana.
Su quella carta, la prima immagine di Santa Rosa: un disegno, assai stilizzato, con un ovale che è, insieme, dolce e assorto, il mento leggermente pronunciato, gli occhi chini a terra. E, in mano, un grosso ramoscello d’olivo. Era commovente, quella “Vita I”, così gelosamente custodita negli archivi e che, dalle sue righe, pareva ancora sprigionare l’effluvio spirituale della Santa.Poi, all'uscita dal Santuario, l’incontro con una delegazione di miifacchini: il Papa, appena meno blindato dal protocollo, ha mostrato la sua larga umanità con i piccoli. Ha parlato da padre e, insieme, come uno di loro.

© Copyright Corriere di Viterbo, 7 settembre 2009


Paparatzifan
00Tuesday, September 8, 2009 10:14 PM
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Il diacono accanto al Papa? Un poliziotto

Tiratori scelti, artificieri, cani antisabotaggio e agenti “infiltrati” a Viterbo e Bagnoregio. L’eccezionale lavoro di una sicurezza “invisibile”.

(nm)

Durante la messa a Valle Faul, sedeva accanto al Papa, vestito di verde e di bianco.
Sembrava (ed era) un diacono. Ma, nello stesso tempo, era anche un noto uomo di polizia: l’ispettore Trevi, in forza alla questura di Viterbo e, in passato, al vertice del Commissariato di Tarquinia. Non è stata, questa, la sola sorpresa che ha riservato l’imponente apparato della sicurezza. C’erano altri “infiltrati”: come un infermiere.
Per la sicurezza del Papa, non è stato trascurato nulla: sia a Viterbo, sia a Bagnoregio. Con gli uomini del questore Urti che, tramite il capo di Gabinetto, Ada Morgese, hanno tenuto contatti, per settimane, con i colleghi del Vaticano. E, in particolare, con la Gendarmeria vaticana e l’Ispettorato di polizia del Vaticano. Complessivamente, per quel che riguarda le forze dell’ordine viterbesi, sono stati impiegati oltre duecento uomini. Con l’ausilio, tra gli altri, dei tiratori scelti, degli artificieri e dei cani antisabotaggio. Sovrintendente di tutti i servizi, sia a Viterbo che a Bagnoregio, è stato il vicario, Vincenzo Cianchella. Direttori dei servizi, rispettivamente, Di Fusco a Bagnoregio e Monaco a Viterbo. Alla Quercia, prezioso è stato il ruolo del dirigente dell’Anticrimine, Peruzzi. Da sottolineare che, per qualche ora, alla Domus, è entrata in vigore l’extraterritorialità. Quell’ambito, infatti, è stato preso in consegna dalla Gendarmeria vaticana. Si trattava, infatti, di uno spazio della Curia. Curia che, per l’appuntamento della Quercia, aveva selezionato le quaranta presenze per la cerimonia del baciamano. Notabili viterbesi, sponsor, persone che, per essere ammesse alla presenza del Papa, avevano ragioni particolari e specialissime. Centoventi, invece, sono state le suore, provenienti dai dodici monasteri della Tuscia, che sono entrate nel Santuario della Quercia (e che, alla vista del papa, hanno fatto un tifo da concerto rock). Molte le suore giovani, le straniere. Tutte entusiaste, sorridenti, piene di letizia e di amabilità. Splendide le loro vesti. Bianche, rosse, del colore del cielo. “Fiaccole” della spiritualità, le ha definite il Papa.
Ma tutte, per entrare, hanno dovuto esibire il loro pass. A esaminarli, una graziosa scout. Una delle migliori espressioni di quel volontariato che, da tempo, si sta guadagnando, in silenzio, posizioni di assoluto rilievo nella società viterbese. Il risultato, per comune riconoscimento, è stato uno dei più riusciti servizi per la sicurezza del Papa mai realizzati negli ultimi anni. Va detto che, a contribuire al felice esito della giornata, è stata anche la popolazione. La disciplina della gente. Non, però, l’atteggiamento di tanti uomini, della politica e delle istituzioni, che, a vario titolo, pretendevano di avere accesso ai luoghi riservati della visita papale senza che, alla loro richiesta, corrispondesse un qualche fondamento.
Tra coloro che, il 6 settembre, hanno avuto una buona ragione d’essere presenti, l’ex sindaco di Bagnoregio, Erino Pompei, e l’assessore provinciale Aldo Fabbrini. Pare abbiano portato, a suo tempo, una copia rilegata della sua tesi di laurea su San Bonaventura a Ratzinger; dopo che, già tre anni fa, era stato Pompei a iniziare il lungo, delicato e sotterraneo lavoro per far venire il Pontefice nella Tuscia.

© Copyright Corriere di Viterbo, 8 settembre 2009

Paparatzifan
00Tuesday, September 8, 2009 10:17 PM
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Quella mano che plana e si risolleva

Ricorda le movenze del direttore d’orchestra o del pianista.

(nm)

E’ un’immagine che, il 6 settembre, si è impressa nella memoria di una moltitudine, delle decine di migliaia di viterbesi e bagnoresi che, assiepati lungo il percorso, si sono protesi verso il Papa. La sua mano, allungandosi verso le mani, le teste (quelle degli anziani, dei bambini, da carezzare) sembrava planare e, nel momento stesso in cui sfiorava, già si ritraeva, per sollevarsi nel gesto del saluto.
Una mano da direttore d’orchestra o, meglio, da pianista. Visto che, nel relax del Papa, c’è, notoriamente, il pianoforte (l’amato Mozart, soprattutto). Planare.
Quella mano lunga, bianca, affusolata, scende appunto dall’alto. Aleggia. Diodati, quando tradusse le prime parole della Bibbia, “e lo spirito di Dio aleggiava sulla distesa delle acque”, si riferì al movimento degli uccelli “quando planano”.
Le mani sono, per un uomo, lo strumento principe con cui opera. Il Papa, con i gesti della sua mano, ha portato conforto. C’è stato chi, il momento della benedizione e della carezza, l’ha atteso per anni. E per anni, quando cominceranno a comprendere, lo ricorderanno i bambini.

© Copyright Corriere di Viterbo, 8 settembre 2009

Paparatzifan
00Tuesday, September 8, 2009 10:22 PM
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Da Valle Faul a Bagnoregio lo stesso entusiasmo

DAL NOSTRO INVIATO A V ITERBO

PINO CIOCIOLA

La città è dentro il bianco e il giallo che accende mille sue finestre, mille negozi, che scivola giù dal Palazzo dei Papi attraverso un lungo drappo e le bandiere.
L’elicottero che porta a Viterbo Benedetto XVI sorvola Valle Faul qualche minuto dopo le nove e fa nulla che l’applauso il Santo Padre non possa sentirlo, vede di certo, sotto di lui, le migliaia di fazzoletti che sventolano per salutarlo: sono già almeno in 10mila e arriveranno ad essere il doppio tra un’ora, all’inizio della Messa, e soltanto nella piccola Valle.
Fra le vie di questa città respira la storia e molta è quella stessa della Chiesa: questa gente lo sa, ne è fiera, ma stamani la storia è adesso. Forse è per questo che tanti uomini e donne c’erano ventisette anni fa a salutare il Papa quando venne Giovanni Paolo II e ci sono ancora oggi.
«Sono venuta per il Papa e prima sono andata a Messa alle sei e mezza stamattina nella mia chiesa che è tanto bella: quella della Trinità, la vede lì?», dice contenta una signora che ha passato la settantina, indicando una cupola che se fosse appena un po’ più avanti s’affaccerebbe proprio sulla Valle.
Joseph Ratzinger atterra nello stadio. Le strade lungo cui passerà la papamobile sono transennate, piene di persone e bandierine con lo stemma pontificio, che lo aspettano.
Tira un gran vento, fa quasi freddo e quest’ultima è una specie di... sorpresa.
Il Papa varca Porta Fiorentina e poco più in là lo salutano gli sbandieratori di Viterbo e il corteo storico del Pilastro. Più avanti, a piazza San Lorenzo, è la banda musicale viterbese ad accoglierlo suonando l’inno pontificio.
Le stime fatte nelle settimane scorse prevedevano quindicimila fedeli tra Valle Faul e le strade cittadine, ma sono state sbagliate e nemmeno di poco: ci saranno venticinquemila persone, arrivate da tutta la diocesi ed anche dalla provincia (tant’è che la Regione Lazio ha destinato la scorsa settimana 20mila euro al comune per il potenziamento dei mezzi di trasporto necessari a raggiungere il capoluogo della Tuscia). Dare loro una mano tocca a circa quattrocento volontari con la casacca verde, soprattutto ragazzi delle parrocchie (tanti scout) e delle associazioni viterbesi.
Fuori Porta Faul vengono accolti i pullman. Punti informativi e d’assistenza sono tuttavia dislocati in tutto il centro della città: i fedeli, ordinatamente, ricevono una bottiglietta d’acqua, che ha voluto offrire la Coldiretti, una bandana, il libretto della celebrazione e un cappellino, che è bianco e porta il logo e il motto voluti dalla diocesi per questa visita di Benedetto XVI: «Conferma i tuoi fratelli». C’è anche lo stand per l’annullo postale speciale (in accordo sempre fra la diocesi e le Poste italiane) che ricorderà la visita papale.
Il «cuore» forte di questa giornata in qualche modo è però a Valle Faul e poi, nel pomeriggio, anche a Bagnoregio. Nella Valle, per la Messa, c’è tanta gente davvero.
Sotto l’altare – in prima fila – siedono le autorità da una parte e dall’altra i malati e i disabili, tanti: hanno un sorriso nuovo quando Benedetto arriva. La celebrazione la vivono lì, vicini al Papa, commossi a tratti. E forse c’è un’immagine su tutte che raffigura quest’intera Valle stamani: un’anziana donna inginocchiata, a pregare, le mani giunte, il viso sereno e dolce, la sua fronte delicatamente poggiata sulla transenna.
Una suggestione tutta particolare è più tardi, quando il Santo Padre raggiungerà la basilica di Santa Rosa e, col sagrato invaso dai facchini e dai mini facchini che l’hanno trasportata (come ogni anno, da secoli, lo scorso 3 settembre), nella piazza del santuario troverà la maestosa Macchina di Santa Rosa: Fiore del cielo, com’è stata battezzata. Scrosceranno applausi. La religiosità genuina dei viterbesi, soprattutto, diventerà palpabile.
Nel primo pomeriggio Benedetto raggiunge il santuario della Madonna della Quercia, sempre a Viterbo. E poi Bagnoregio, il paesino a pochi minuti dove si custodisce la reliquia di san Bonaventura.
Qui visita la cattedrale di San Nicola, venera quella reliquia, poi in piazza sant’Agostino incontra di nuovo la gente ed è di nuovo festa in un mare di bianco e giallo nel paese. Si avvicina e saluta gli ammalati e i disabili uno a uno, stringe loro le mani e loro baciano le sue, qualcuno emozionandosi, qualcun altro commuovendosi. La papamobile procede a fatica, nelle strade strette, nell’abbraccio dei fedeli.
Ormai fa caldo e anche il vento ha smesso di tirare. La giornata del Papa si conclude, il suo elicottero decolla per riportarlo al Palazzo Apostolico. La gente torna nelle sue case. Sì, la sensazione è che per tutta questa gente la storia sia stata adesso.

© Copyright Avvenire, 8 settembre 2009

+PetaloNero+
00Wednesday, September 9, 2009 12:57 AM
Ad ali spiegate. Benedetto XVI a Bagnoregio
di Robert Moynihan*


ROMA, martedì, 8 settembre 2009 (ZENIT.org).- A volte pensiamo che i problemi fisici e materiali siano i più importanti, perché sono molto evidenti: piove, abbiamo bisogno di un riparo; arriva l'inverno, dobbiamo fare scorta di cibo; il bambino ha la febbre, servono medicine per curarlo.
Se guardiamo ai Vangeli e consideriamo la nostra vita, però, iniziamo a riconoscere che i nostri problemi più seri sono quelli spirituali.

E' per questo che Gesù va al di là della guarigione fisica, non si limita a guarire il cielo e il sordo – cosa che abbiamo letto nel Vangelo domenicale (Mc 7,34), quando ha pronunciato la parola aramaica “Effatà” (“Apriti”) e gli orecchi del sordo si sono aperti. (Ci sono solo tre occasioni in cui Marco riporta Gesù che parla in aramaico: in questo caso, quando dice “Talità kum” - “Fanciulla, io ti dico, alzati” - in Mc 5,41 e al momento della crocifissione (Mc 15,34), quando grida “Eloì, Eloì, lemà sabactàni? - “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”).


E' per questa ragione che Gesù perdona i peccati. Perché cadere nel peccato porta alla disperazione e alla morte. Il peccato è il pesante fardello che Gesù vuole rimuovere dalle spalle degli uomini, dal loro cuore.

E' il suo perdono dei peccati a indignare i capi religiosi del suo tempo – perché solo Dio può perdonare i peccati.

Gesù ha portato la speranza. L'ha portata ai ciechi, ai sordi, ai morenti, ha perfino risuscitato i morti. Ha portato speranza anche ai peccatori, a quanti erano spiritualmente morti. Ha portato la speranza di una nuova vita a quanti non speravano più ed erano in preda alla disperazione.

Benedetto XVI è il Vicario di Cristo, il Successore di Pietro.

In quanto tale, la sua missione, nel suo senso più profondo, è semplicemente quella di portare speranza.

Il Papa concepisce la propria missione in questo modo: deve portare speranza a un mondo che, nonostante tanta ricchezza e tanto potere apparenti, è spiritualmente impoverito.

E' la missione di portare significato ai tanti che possono essere arrivati a pensare che la vita non ha più senso.

E' questo il contributo di Benedetto XVI nella battaglia tra la “cultura della vita” e la “cultura della morte”. Si batte in favore del significato, del vero “Logos” che è il significato stesso, e facendo questo porta speranza a chi l'ha persa.

Domenica pomeriggio, il Papa si è recato a Bagnoregio, il paese natale di San Bonaventura, per continuare la sua missione.

Nella sua omelia, ha fatto un riferimento alla speranza incredibilmente bello e che vale la pena di ricordare.

Bonaventura visse nel 1200, il cosiddetto Medioevo, quando l'Europa stava costruendo le grandi cattedrali e istituendo le università, di cui beneficiamo ancora oggi.

Bonaventura nacque nel 1221 e morì nel 1274. Anche se non visse a lungo, divenne uno dei maggiori teologi cattolici di tutti i tempi.

Domenica, Benedetto XVI ha celebrato Bonaventura come messaggero di speranza.

Il Santo Padre ha parlato di come Giovanni Fidanza – il nome di battesimo di Bonaventura – sia divenuto “Fra Bonaventura”, un frate francescano, e poi Ministro Generale dell'Ordine francescano, che tentava di rinnovare la fede cristiana dell'epoca con un impegno alla totale povertà.

“Non è facile sintetizzare l’ampia dottrina filosofica, teologica e mistica lasciataci da san Bonaventura”, ha detto il Pontefice, ma ha aggiunto che se dovesse scegliere un elemento sottolineerebbe la “sapienza radicata in Cristo”.

Bonaventura ha orientato ogni passo del suo pensiero “alla sapienza che fiorisce in santità”.

Il santo, ha ricordato il Papa, “fu, in primo luogo, un instancabile cercatore di Dio sin da quando frequentava gli studi a Parigi, e continuò ad esserlo sino alla morte”, e i suoi scritti indicavano la strada che doveva prendere questa ricerca.

“Poiché Dio è in alto”, scrisse nel suo “De reductione artium ad theologiam”, “è necessario che la mente si innalzi a Lui con tutte le forze”.

Ma come può farlo la mente umana? La nostra mente, con lo studio e la riflessione, può davvero arrivare vicino a Dio?

Bonaventura, ha spiegato il Papa, credeva che lo studio e la riflessione non fossero di per sé sufficienti. Lo studio deve essere accompagnato dalla grazia, insegnava, la scienza dall'amore, l'intelligenza dall'umiltà (“Itinerarium mentis in Deum”, prol. 4).

“Questo cammino di purificazione coinvolge tutta la persona per arrivare, attraverso Cristo, all’amore trasformante della Trinità”, ha commentato Benedetto XVI. “La fede è pertanto perfezionamento delle nostre capacità conoscitive e partecipazione alla conoscenza che Dio ha di se stesso e del mondo; la speranza l’avvertiamo come preparazione all’incontro con il Signore, che segnerà il pieno compimento di quell’amicizia che fin d’ora ci lega a Lui. E la carità ci introduce nella vita divina, facendoci considerare fratelli tutti gli uomini”.

Il Pontefice ha quindi parlato specificamente della speranza.

“San Bonaventura fu messaggero di speranza. Una bella immagine della speranza la troviamo in una delle sue prediche di Avvento, dove paragona il movimento della speranza al volo dell’uccello, che dispiega le ali nel modo più ampio possibile, e per muoverle impiega tutte le sue forze. Rende, in un certo senso, tutto se stesso movimento per andare in alto e volare”.

“Sperare è volare, dice san Bonaventura. Ma la speranza esige che tutte le nostre membra si facciano movimento e si proiettino verso la vera altezza del nostro essere, verso le promesse di Dio. Chi spera - egli afferma - 'deve alzare il capo, rivolgendo verso l’alto i suoi pensieri, verso l’altezza della nostra esistenza, cioè verso Dio' (Sermo XVI, Dominica I Adv., Opera omnia, IX, 40a)”.

Ogni cuore umano ha sete di speranza, ha proseguito il Vescovo di Roma avviandosi alla conclusione del suo intervento. “Nell’Enciclica Spe salvi ho notato che non basta però una qualsiasi speranza per affrontare e superare le difficoltà del presente; è indispensabile una 'speranza affidabile', che, dandoci la certezza di giungere ad una meta 'grande', giustifichi 'la fatica del cammino'”.

“Solo questa 'grande speranza-certezza' ci assicura che nonostante i fallimenti della vita personale e le contraddizioni della storia nel suo insieme, ci custodisce sempre il 'potere indistruttibile dell’Amore'”.

“Quando allora a sorreggerci è tale speranza non rischiamo mai di perdere il coraggio di contribuire, come hanno fatto i santi, alla salvezza dell’umanità, aprendo noi stessi e il mondo all’ingresso di Dio: della verità, dell’amore, della luce” (cfr. Spe salvi, n. 35).

“Ci aiuti san Bonaventura a 'dispiegare le ali' della speranza che ci spinge ad essere, come lui, incessanti cercatori di Dio, cantori delle bellezze del creato e testimoni di quell’Amore e di quella Bellezza che 'tutto muove'”, ha concluso.

Se seguiamo gli insegnamenti di Papa Benedetto, e quelli di Bonaventura, e ci concentriamo sulla ricerca della “speranza affidabile” annunciata da Gesù Cristo, possiamo anche noi dare alla nostra anima le ali di cui ha bisogno per volare, nonostante tutte le prove di questo mondo che ci affliggono. Allora anche noi potremo elevarci come gli uccelli mettendo in moto tutto il nostro essere e diventando, in qualche modo, quella speranza autentica che tanto desideriamo.

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Robert Moynihan è fondatore ed editore del mensile “Inside the Vatican” e autore del libro “Let God's Light Shine Forth: the Spiritual Vision of Pope Benedict XVI” (2005, Doubleday). Si può consultare il suo blog su www.insidethevatican.com. Il suo indirizzo di posta elettronica è: editor@insidethevatican.com.



[Traduzione dall'inglese di Roberta Sciamplicotti]
Paparatzifan
00Friday, September 25, 2009 10:20 PM
Dalla diocesi di Brescia...

Preghiera per il Papa

Paparatzifan
00Wednesday, October 14, 2009 9:24 PM
Dal blog di Lella...

Benedetto XVI.L'abbraccio dei dodicimila

IL PROGRAMMA. La diocesi e la prefettura pontificia hanno messo a punto i dettagli della visita papale dell'8 novembre. Le tappe di Botticino, Brescia e Concesio. Tanti saranno ammessi in piazza Paolo VI 2000 volontari di Ana, Agesci e oratori

Massimo Tedeschi

Brescia. Dodicimila bresciani in piazza Paolo VI per la messa papale dell'8 novembre. Molti di più, probabilmente, lungo le tappe del tracciato: all'uscita dalla base di Ghedi, durante l'attraversamento di Rezzato, la sosta a Botticino, gli spostamenti in città, la visita a Concesio.
Non meno di duemila volontari (ragazzi degli oratori e dell'Agesci, ma anche personale della Protezione civile ed alpini dell'Ana) saranno mobilitati per vigilare sul percorso del corteo papale: Benedetto XVI lo coprirà, avendo al fianco il vescovo di Brescia mons. Luciano Monari, a bordo della papamobile bianca.
Prende corpo il programma della visita di papa Ratzinger a Brescia il prossimo 8 novembre per rendere omaggio a Paolo VI. Manca ancora il visto della prefettura pontificia (atteso a giorni) ma ieri un briefing di don Adriano Bianchi (direttore dell'Ufficio comunicazioni sociali della diocesi) con la stampa locale ha chiarito numerosi aspetti. Una messe di notizie è peraltro offerta dal sito internet della diocesi (www.diocesi.brescia.it).
L'attenzione mediatica sull'evento è alta. La Rai ha garantito la diretta tv della messa e dell'Angelus papale, le troupe locali e nazionali sono mobilitate.
La sala stampa sarà allestita nella saletta Sant'Agostino in Broletto. In occasione della visita di Giovanni Paolo II a Brescia nel '98 (durata però due giorni) vennero accreditati 500 fra giornalisti e fotografi. Un numero che potrebbe venire avvicinato anche in questa circostanza.
Se la visita di Giovanni Paolo II si svolse in spazi e con tempi larghi (atterraggio in elicottero a Campo Marte, cerimonia pomeridiana in piazza Paolo VI, pernottamento al Centro pastorale Paolo VI, messa domenicale di canonizzazione del beato Giuseppe Tovini allo stadio di Mompiano) stavolta gli spazi e i tempi sono serrati. L'arrivo all'aerobase militare di Ghedi è considerata «sosta tecnica»: il Papa saluterà alcuni rappresentanti della base ma non ci saranno cerimonie pubbliche. Poi di corsa a Botticino dove il Papa sosterà in preghiera nella parrocchiale-santuario di Sera e venererà il corpo di San Arcangelo Tadini. A seguire, sempre con un occhio al cronometro, la corsa attraverso Sant'Eufemia verso il centro della città.

IL CORTEO PAPALE entrerà in città lungo via San Faustino. La papamobile sfilerà in piazza Loggia: una sosta al monumento che ricorda le vittime della strage in questo momento non è prevista, ma non si escludono decisioni diverse. In piazza Paolo VI ci sarà tempo solo per due brevi saluti di accoglienza pronunciati dal vescovo, mons. Luciano Monari, e dal sindaco di Brescia Adriano Paroli. Il Papa poi entrerà in duomo dal portale di sinistra rispetto all'entrata principale, sfilerà davanti al monumento a Paolo VI, sosterà in preghiera davanti al Santissimo, incontrerà i seminaristi e una delegazione di ammalati, fra cui alcuni piccolissimi pazienti oncologici. Poi il corteo liturgico uscirà su via Querini per entrare in piazza Paolo VI.
Durante la cerimonia e la recita dell'Angelus faranno ala al pontefice 400 sacerdoti bresciani. In piazza ci saranno posti a sedere e in piedi. I pass di ingresso sono distribuiti dalle zone pastorali e dai movimenti ecclesiali. Un settore sarà riservato a 2.600 giovani (nella zona sud della piazza), un altro di fronte al sagrato alle autorità. Il governo dovrebbe essere rappresentato dal sottosegretario alla presidenza del consiglio Gianni Letta ma nessuno, in questo momento, si sente di escludere un blitz dell'ultima ora del premier in persona. Chi non riuscirà ad entrare in piazza potrà «consolarsi» con i maxischermi sistemati in Piazza Loggia, Largo Formentone, Corso Zanardelli angolo corso Palestro e Piazzetta S. Luca (ex cinema Crociera).

DOPO LA MESSA il Papa si recherà al centro Paolo VI dove pranzerà, riposerà, incontrerà privatamente alcune persone. Alle 16.15 la partenza alla volta di Concesio: lì visiterà la casa natale di papa Montini e la nuova sede dell'Istituto Paolo VI dove visiterà la biblioteca e la collezione Arte e spiritualità.
Nell'auditorium da 300 posti il Papa presenzierà alla consegna del premio Paolo VI, quest'anno dedicato a un'istituzione formativa. Pare che la scelta sia caduta sull'Istituto delle fonti cristiane «Sources Chrétiennes», collana inaugurata dai futuri cardinali Henri de Lubac e Jean Daniélou e giunta a 530 volumi, tutti dedicati a testi di padri della Chiesa e autori cristiani dal I al XV secolo. Una realtà culturale amatissima dal teologo Ratzinger. Dopo la cerimonia il Papa sosterà per una breve preghiera nella parrocchiale di Concesio infine, alle 18.15, la partenza verso la base di Ghedi. Stavolta su un'auto civile, per concludere le 11 ore trascorse in terra bresciana.

© Copyright Brescia Oggi, 14 ottobre 2009 consultabile online anche qui.

Indispensabili i pass per entrare

L'accesso alla piazza Paolo VI per la messa presieduta dal Papa sarà consentito solo a coloro che avranno il pass gratuito. I pass disponibili (a sedere e in piedi) sono circa 8300. Verranno spediti (mezzo raccomandata) ai vicari zonali suddivisi per ciascuna parrocchia a seconda del numero degli abitanti. Ogni parrocchia avrà a disposizione posti a sedere e posti in piedi. I giovani avranno un settore loro riservato di 2.600 posti in piedi (oltre gli 8.300) gestiti direttamente dall'Ufficio oratori. I pass saranno contrassegnati da un colore che identifica i varchi di accesso (indicati sul pass stesso). Le piazze Loggia e Rovetta sono libere, non serve pass. Saranno attrezzate con maxi schermo, verrà distribuita l'eucaristia, il Papa vi transiterà con la papamobile. Chi non sarà in possesso del pass potrà trovare ampie zone lungo il passaggio del Papa.

© Copyright Brescia Oggi, 14 ottobre 2009


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