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Notizie dal B16F

Ultimo Aggiornamento: 19/10/2015 04.06
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Da "Il Sismografo.it"

Benedetto XVI - la rinuncia

"Perché Ratzinger non è ratzingeriano. E’ uomo di Chiesa e uomo di Dio"

(a cura" Redazione "Il sismografo")

In occasione del primo anniversario della rinuncia di Papa Benedetto XVI (11 febbraio 2013) abbiamo interpellato diversi vaticanisti con questa domanda: A un anno di distanza dalla rinuncia di Papa Ratzinger e dei fatti successivi quale considerazione fondamentale ti senti di fare, quella che ritiene la più rilevante? Ecco la risposta di:
Iacopo Scaramuzzi
Un dettaglio che mi colpì di papa Benedetto XVI fu quando, in un’udienza generale del novembre 2011, invitò i fedeli a pregare con i salmi. Può sembrare scontato, a mio avviso non lo è. Joseph Ratzinger, a differenza di altri, anche eminenti uomini di Chiesa, prega assiduamente, si confronta con le sacre scritture, con il salmista.
Prende le sue decisioni in coscienza davanti a Dio. E’, penso, ciò che lo rende libero. Libero di fare scelte impopolari (e non potrei negare che, a volte, nel mio piccolo hanno lasciato perplesso anche me), libero di andare coraggiosamente controcorrente nella Curia romana (penso, ad esempio, al caso di Marcial Maciel), libero anche di deludere i suoi tifosi più accaniti. Perché Ratzinger non è ratzingeriano. E’ uomo di Chiesa e uomo di Dio. Capace, con l’aumentare della fragilità, di trovare nella preghiera la forza di rinunciare – decisione mal digerita da molti – al soglio petrino. Non per rilanciare una certa idea identitaria del suo pontificato, come qualcuno gli suggeriva. Ma per non delegare ad altri il potere, e il servizio, che gli era stato affidato personalmente; stroncando inettitudini e manovre; e aprendo la strada, per il bene della Chiesa, all’elezione di un successore che fosse altrettanto libero. E radicato, a sua volta, nella preghiera.

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Da "Vatican Insider"

10/02/2014

Da Pontefice a “pellegrino”: gli ultimi giorni di Ratzinger Papa

Dall’11 febbraio 2013, rinuncia al pontificato, al 28 febbraio, volo in elicottero e chiusura del portone di Castel Gandolfo: i 18 giorni con cui si è congedato Benedetto XVI

Iacopo Scaramuzzi
Città del Vaticano

“Fratres carissimi, non solum propter tres canonizationes ad hoc Consistorium vos convocavi…”. Sembrava una giornata normale, l’11 febbraio 2013, finché Benedetto XVI non iniziò a leggere quelle parole in latino. Nel palazzo apostolico, evento di routine, si stava concludendo un concistoro ordinario pubblico per la canonizzazione dei martiri di Otranto. In Vaticano, anniversario dei Patti Lateranensi, era giorno di festa. Oltre il Tevere la campagna elettorale era in dirittura d’arrivo, le redazioni italiane a tutto pensavano furoché al Papa. In sala stampa, aperta con orario ridotto, erano presenti una manciata di giornalisti di diversi paesi. Conclusa la cerimonia, trasmessa dalle telecamere del circuito interno, Joseph Ratzinger prende in mano un foglio e annuncia la rinuncia al suo pontificato e l’inizio della sede apostolica vacante a partire dal 28 febbraio. “… Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino…”. Alle 11.46 Giovanna Chirri dell’Ansa, forte della sua conoscenza del latino, dà il primo flash di agenzia: “Papa lascia pontificato dal 28/2”. La notizia fa il giro del mondo assieme alle immagini dell’anziano Papa tedesco che parla in latino affiancato da un monsignore con gli occhi strabuzzati.

La stagione dei Vatileaks, la fuga dei documenti riservati della Santa Sede, si era conclusa da poco, ma della notizia della rinuncia di Benedetto XVI al ministero petrino non era filtrata alcuna anticipazione. Pochissimi erano stati preavvertiti dal Papa. L’annuncio è giunto “come un fulmine a ciel sereno”, ha commentato, leggendo un testo, il decano del collegio cardinalizio Angelo Sodano, uno dei pochi a essere stato preavvisato. A posteriori, certo, qualche indizio era stato disseminato nel corso del tempo. Non tanto il secondo comma del canone 332 del diritto canonico, che regolamenta l’eventualità che il romano Pontefice rinunci al suo ufficio. Né il fatto che proprio Joseph Ratzinger fu incaricato da Giovanni Paolo II – lo ha rivelato il postulatore della causa di canonizzazione Slawomir Oder – di studiare la sostenibilità storica e teologica di dimissioni che, poi, si risolse a non dare. Quanto l’affermazione, rilasciata da Ratzinger solo pochi anni prima, nel 2010, nel libro-intervista con il giornalista tedesco Peter Seewald, “Luce del mondo”, quando, pur escludendo, per il momento, l’eventualità, affermava, senza mezzi termini: “Quando un Papa giunge alla chiara consapevolezza di non essere più in grado fisicamente, psicologicamente e mentalmente di svolgere l’incarico affidatogli, allora ha il diritto ed in alcune circostanze anche il dovere di dimettersi”.

Vi erano stati poi segnali appena percepibili, nei mesi precedenti: un viaggio a Cuba, a marzo del 2012, che aveva particolarmente provato, da un punto di vista fisico, il Papa; l’annuario pontificio, solitamente pubblicato a inizio anno, che ancora non veniva stampato; un’udienza particolarmente commossa, pochi giorni prima dell’11 febbraio, al presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano in procinto di lasciare il Quirinale (ma, paradossalmente, mentre Ratzinger lasciò il soglio petrino, Napolitano poche settimane dopo fu rieletto a 87 anni…). Sullo sfondo, diversi scandali avevano scosso il Vaticano negli anni e mesi precedenti, dalla pedofilia allo Ior ai Vatileaks. Nel corso degli anni, sui giornali italiani, Antonio Socci e Giuliano Ferrara parlarono, con motivazioni diverse, dell’ipotesi che Joseph Ratzinger si dimettesse. Nessuno, a ogni modo, seppe prevedere né la tempistica, né le modalità, né le motivazioni addotte da Benedetto XVI l’11 febbraio 2013: “Nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato…”.

Lo choc, dentro e fuori il Vaticano, fu grande. Nei giorni successivi all’annuncio della rinuncia, nel popolo dei fedeli, ma anche tra chi era più lontano dalla Chiesa, il gesto di Joseph Ratzinger fu visto con rispetto, simpatia, addirittura ammirazione. Tra il pubblico coro di assenso di cardinali, vescovi e monsignori, si levò qualche voce di distinguo. Il cardinale australiano Gorge Pell commentò che in futuro “ci potrebbero essere persone che essendo in disaccordo con un futuro Papa potrebbero montare una campagna contro di lui per indurlo alle dimissioni”. In Italia, il cardinale Camillo Ruini dichiarò: “Come cattolico e come sacerdote, ancor prima che come cardinale, ritengo che le decisioni del Papa non si discutano ma si accolgano, anche quando provocano dolore”. Il cardinale polacco Stanislaw Dziwisz, segretario personale di Giovanni Paolo II, affermò (salvo poi smentire che si trattasse di un riferimento critico) che “Wojtyla decise di restare sul Soglio pontificio fino alla fine della sua vita perché riteneva che dalla croce non si scende”. Concetto al quale Benedetto XVI sembrò fare riferimento quando, all’ultima udienza generale, il 27 febbraio, affermò: “Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore Crocifisso”. Il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, da parte sua, definì la decisione di Joseph Ratzinger un “atto di governo”.


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Da "Famiglia Cristiana"

Monsignor Georg racconta: così Benedetto XVI decise di rinunciare al papato

10/02/2014

Per la prima volta il segretario dei due Papi racconta quei giorni drammatici. "Per me", dice, "fu come una coltellata".

Annachiara Valle

L’orologio batte le cinque, nel cortile di San Damaso, in Vaticano. «Sono puntuale!», esclama ridendo monsignor Georg Gänswein. Di ritorno dalla passeggiata con papa Benedetto, borsa nera e passo spedito, il prefetto della Casa pontificia, comincia a parlare prima ancora di arrivare nelle stanze del suo ufficio. «Il Papa emerito sta bene, l’ho lasciato proprio adesso. Abbiamo pregato insieme il rosario».

Il “segretario dei due Papi” fa la spola tra «due personalità diverse, due modi diversi di fare, ma adesso credo nel frattempo di aver trovato la bussola per fare bene quello che devo fare. La difficoltà più grande? Non poter chiedere al mio predecessore. Nessuno si è trovato prima in una situazione del genere».

Siamo a un anno dalla rinuncia di papa Benedetto al Pontificato. Lei era stato avvertito molti mesi prima?
«Sì, naturalmente sotto il segreto pontificio. Mi ha detto che non potevo parlarne con nessuno finché lui stesso non avrebbe comunicato la decisione. Ho mantenuto il segreto anche se non è stato facile. Per me è stata come una coltellata, ho sentito un grande dolore».

Ha tentato di dissuaderlo?
«Istintivamente ho detto “no, Santo Padre, non è possibile”, ma poi ho subito capito che non mi stava comunicando qualcosa di cui discutere, ma una decisione già presa. Da allora ho cercato di alleviare le pressioni esterne, di diradare i suoi impegni perché potesse concentrarsi sul magistero».

Hanno influito sulla sua decisione i vari scandali, Vatileaks, per esempio?
«No, per niente. Tutto ciò che è conosciuto come Vatileaks non ha per niente condizionato né tantomeno causato la rinuncia. E neppure la vicenda della pedofilia. Non dobbiamo dimenticare che la rinuncia non era una fuga. Il Papa non è fuggito da una responsabilità, ma è stato coraggioso perché si è detto: “Io non ho più le forze che sono necessarie in questo momento e allora ridò la responsabilità a Colui che me l'ha data, al Signore”».

Però è indubbio che alcuni scandali hanno pesato sulle forze del Papa.
«Posso dire che, per quanto riguarda per esempio la pedofilia, un giorno, quando si scriverà la storia su come i vescovi, i cardinali, la Santa Sede hanno reagito, lì si vedrà che la prima persona in Vaticano che ha risposto in modo giusto e coraggioso, e non sempre ascoltato, è stato lui. Ciò che ha cominciato da cardinale-Prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, ha continuato sistematicamente da Papa fino al momento della rinuncia. Chi dice che non è vero, o non sa o non vuole sapere, o non gli interessa la verità storica».

E per quanto riguarda la vicenda del maggiordomo che trafugava le sue carte?
«È chiaro che è stata umanamente una grande amarezza. Paolo Gabriele ha vissuto proprio nella famiglia pontificia, tutti i giorni, per anni. Quella vicenda è stata dolorosa, per il Papa, per me, ma anche per tutta la famiglia pontificia. Sappiamo che Papa Benedetto, però, alla fine del 2012, prima di Natale lo ha visitato in cella e lo ha perdonato. E con questo atto di perdono per il Papa la vicenda del maggiordomo si è chiusa».

Guardando a ciò che sta succedendo nella Chiesa dopo l’elezione di papa Francesco, qual è lo stato d’animo di Benedetto?
«È molto sereno e in pace con se stesso. Durante il suo Pontificato ci sono state delle sfide non facili che hanno richiesto molta forza. Adesso, da Papa emerito, segue tutto attentamente, ma non avendo più la responsabilità istituzionale, è molto più rilassato». (...)


Il resto del articolo qui


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Da "TGcom"

Benedetto XVI scrive a La Stampa: "Basta speculare sulla mia decisione"

"La mia rinuncia è valida", risponde così il Papa emerito ad alcuni quesiti che gli erano stati posti dal quotidiano dopo i commenti di media internazionali e italiani

10:28 - "Non c'è il minimo dubbio sulla validità della rinuncia al ministero petrino, è assurdo speculare su tale decisione". Così il Papa emerito, Benedetto XVI, risponde con una lettera pubblicata in prima pagina su "La Stampa" ad alcune domande postegli dal quotidiano dopo alcuni commenti e interpretazioni sul suo gesto su media italiani e internazionali. Quanto all'utilizzo dell'abito bianco, spiega, "è solo una questione di praticità".

Ratzinger risponde personalmente alle domande del quotidiano torinese con una lettera dal Vaticano intestata "Benedictus XVI, papa emeritus" due giorni dopo aver ricevuto il messaggio della testata.

"Nessun dubbio su validità della rinuncia" - "Non c'è il minimo dubbio - precisa Benedetto XVI - circa la validità della mia rinuncia al ministero petrino". E sottolinea che "unica condizione della validità è la piena libertà della decisione. Speculazioni circa la invalidità della rinuncia sono semplicemente assurde".

Il giornale ricorda fra l'altro come la possibilità di dimettersi fosse tenuta in considerazione da molto tempo, e come Ratzinger stesso ne avesse parlato nel libro intervista del 2010 con il giornalista tedesco Peter Seewald. Poi ritorna sugli eventi che avevano preceduto lo storico gesto del papa tedesco.

"Abito bianco e uso del nome papale solo per questione di praticità" - Nella missiva a "La Stampa", che ha in calce la sua firma autografa in una calligrafia minuta, Benedetto XVI risponde anche sul significato dell'abito bianco e del nome papale. E spiega: "Il mantenimento dell'abito bianco e del nome Benedetto è una cosa semplicemente pratica. Nel momento della rinuncia - scrive Ratzinger - non c'erano a disposizione altri vestiti. Del resto porto l'abito bianco in modo chiaramente distinto da quello del Papa". E conclude: "Anche qui si tratta di speculazioni senza il minimo significato".


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Dossier - Los diez años de Ratzinger como Prefecto de la CDF - Revista 30Dias - Nr. 55 - 1992



















[IMG]http://i209.photobucket.com/albums/bb308/paparatzifan4/benedetto7/Dossier%20Ratzinger%20CDF%201982-1992/Scan16.jpg
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Rivista Oggi 2014

Papa Joseph Ratzinger cammina col deambulatore


Come sta davvero il Papa emerito Benedetto XVI?
Le foto esclusive del settimanale Oggi lo mostrano

Come sta davvero Papa Ratzinger? Lo mostrano le foto esclusive del settimanale Oggi in edicola (foto | video)

Come sta Joseph Ratzinger? Dal giorno delle dimissioni, su Papa Benedetto XVI si sono diffuse voci di ogni genere. Ora, il settimanale Oggi pubblica in esclusiva delle foto straordinarie, sul numero in edicola. Perché mostrano come sta il Papa emerito, ritratto sulla terrazza del monastero Mater Ecclesiae, in Vaticano, che lo ospita da quando ha rinunciato al soglio di Pietro.

Omaggio a Benedetto XVI: le foto più belle e commoventi – SPECIALE

USA IL DEAMBULATORE – Joseph Ratzinger passeggia sulla terrazza del convento Mater Ecclesiae. Accanto a lui, il fedele segretario particolare monsignor Georg Ganswein. A 87 anni compiuti, Papa Benedetto XVI deve aiutarsi con il deambulatorie per camminare. Avanti e indietro, lungo tutta la terrazza, per fare un po’ di movimento.

L’ultimo incontro faccia a faccia con Benedetto XVI – LEGGI | FOTO | VIDEO

C’È ANCHE IL FRATELLO – Sulla terrazza c’è anche il fratello maggiore di Papa Benedetto XVI, Gerog Ratzinger. Anche lui deve usare il sostegno per camminare: di anni ne ha già 90.

La nuova vita di Ratzinger in Vaticano – FOTO ESCLUSIVE

UNA DELLE PERPETUE – L’ultima persona che si vede nelle foto esclusive di Oggi è una dei tre “angeli custodi” che da sempre si occupa della cura di Joseph Ratzinger. Un pomeriggio di pace, di sole, lontano dalle preoccupazioni del mondo per Benedetto XVI. Che finalmente mostra le sue reali condizioni di salute.

Gli angeli custodi di Papa Ratzinger – ESCLUSIVO


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Da "Goinfo.it"

Banda di Riscone


In concerto dal Papa emerito





Grande soddisfazione per la Banda musicale di Riscone, in val Pusteria, che è stata ricevuta a Roma dal Papa emerito Benedetto 16°, coronando così nel migliore dei modi i festeggiamenti per il centenario della "Musikkapelle Reischach". Si è trattato di una manifestazione senza precedenti in quanto è stata la prima volta che un Papa emerito ha ricevuto una banda musicale. L'evento si è verificato sabato ai Giardini Vaticani al "Mater Ecclesiae", il monastero situato vicino alla Fontana dell'Aquila dove Benedetto 16° si è ritirato dal 2 maggio 2013 dopo la sua rinuncia al ministero petrino.





Papa Benedetto 16 saluta la banda di Riscone
Il Papa emerito Benedetto XVI saluta i suoi ospiti pusteresi (foto Musikkapelle Reischach)





E' stato con un pizzico di emozione con cui la cinquantina di musicisti pusteresi guidati da Pepi Fauster il direttore della VSM, l'associazione delle bande dell'Alto Adige, ha inaugurato la cerimonia sulle note della marcia Erzherzog di Josef Strauss, seguita da una serie di musiche sacre concluse dall'"Emitte spiritum tuum" di Franz Josef Schütky. In precedenza era toccato all'ex assessore brunicense Werner Volgger introdurre con un breve discorso la storia della banda musicale di Riscone e chiedere la benedizione al Papa emerito il quale si è particolarmente commosso alla vista di Christl Stremitzer, la gerente dell'Hotel Grüner Baum di Bressanone dove Joseph Ratzinger era solito pranzare assieme al fratello Georg ai tempi in cui erano entrambi sacerdoti a Stufles, e che gli ha consegnato un cesto di specialità pasticcere di produzione propria.

Il resto della notizia qui: http://www.goinfo.it/it/news/in-concerto-dal-papa-emerito.html



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Da "IlTimone.org"

Nell'impazzimento della Chiesa austriaca c'è un'abbazia che ha scelto Benedetto XVI come guida

Nella Chiesa austriaca, dove il Los von Rom è un sentimento vivissimo e a incandescente; dove è stata da poco scomunicata la presidente del movimento “Noi Siamo Chiesa” insieme al marito, perché celebravano da soli la Messa; dove anni fa mezzo Paese è mezzo episcopato sono insorti contro la nomina episcopale di un sacerdote troppo “conservatore”, ossia ortodosso, costringendo il Vaticano a scegliere un sostituto; dove un cardinale ha recentemente salutato con simpatia l’ennesimo cantante apologeta della cultura transgender; dove decine e decine di sacerdoti vivono con le proprie amanti alla luce del sole; ecco nella Chiesa austriaca c’è un’oasi di ristoro in un contesto di dissoluzione del cattolicesimo.

E’ l’abbazia di Heiligenkreuz (Santa Croce) nel paesino omonimo della Bassa Austria, la seconda più antica abbazia cistercense del mondo, l’unica a non aver mai subito “interruzioni” nella sua storia plurisecolare. E’ uno scrigno di tesori artistici e culturali, ma soprattutto di fede, con un’intensa attività teologica (e annessa bella casa editrice) che ha tra i principali riferimenti il magistero di Benedetto XVI.

L’Abate, Maximilian Heim, è stato insignito nel 2011 del premio assegnato dalla Fondazione Joseph Ratzinger- Benedetto XVI, conferitogli in quanto «uno dei più acuti rappresentanti della nuova generazione di teologi che si ispirano all’opera di Joseph Ratzinger».

L’abbazia ha da poco iniziato i lavori per l’ampliamento del suo “Istituto filosofico teologico – Benedetto XVI” con annesso un nuovo centro media.


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Dalla Radio Vaticana

Ringrazio Papa Benedetto per aver avuto parole incoraggianti per noi argentini.

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Da un'intervista a mons. Ganswein dopo la finale Argentina-Germania

"Mondiali: mons. Gänswein racconta la finale del Maracanà vista dal Vaticano"

"R. – Ho tifato per la squadra del cuore – che è la Germania – e l’ho vista a casa, con le Memores Domini, che anche loro hanno tifato per la Germania e alla fine siamo stati molto contenti – anche se mi dispiace per gli argentini. Hanno giocato bene, ma penso che alla fine la Germania abbia vinto meritatamente.

D. – In molti, ovviamente, si sono chiesti: Papa Benedetto ha visto la partita? Ha saputo del risultato? Ci può dire qualcosa al riguardo?

R. – L’ho invitato a guardare la partita, però lui ha ringraziato ma ha preferito andare a dormire. Certamente, questa mattina l’ho informato – ma lui aveva anche già visto la mia faccia, che portava un messaggio chiaro. Poi l’ho informato sull’andamento e quindi sul risultato della partita.

D. – Evidentemente, c’era anche una gioia da parte sua …

R. – Sì e no, perché nella squadra ci sono anche alcuni bavaresi, e questo fa scaldare il cuore ancora di più; d’altra parte ha detto: “Speriamo che gli argentini si riprendano presto”. E poi, uno a zero è un risultato che non umilia …"


Testo completo qui: http://it.radiovaticana.va/news/2014/07/14/mons_g%C3%A4nswein_racconta_la_finale_del_maracan%C3%A0_in_vaticano/1102855



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Da "Korazym.org"

Ratzinger Schuelerkreis: Karl-Heinz Menke sarà il relatore


karl heinz menke

Benedetto XVI non prenderà parte ai tre giorni di discussione. Ma terrà la Messa finale, quando tutti i membri dello Schuelerkreis scenderanno dal Centro Mariapoli di Castelgandolfo in Vaticano, dove ascolteranno la Messa e l’omelia del loro vecchio insegnante. Che, come sempre, ha improntato tutto sulla più ampia libertà. Così, per lo Schuelerkreis di quest’anno, padre Stephan Horn, presidente del Circolo di Studenti, ha presentato al Papa emerito tre temi, scelti appunto dai membri del gruppo storico Schuelerkreis e del gruppo “nuovo”. Tra questi, Benedetto XVI ha scelto il tema, “La Teologia della Croce”. E partendo dal tema, i membri dello Schuelerkreis hanno scelto il relatore: Karl-Heinze Menke.

“Un teologo molto stimato da Benedetto XVI”, fa sapere padre Horn. L’appuntamento, dunque, è dal 21 al 24 agosto. Si era ventilato, in un primo momento, che sarebbe stato il pastore Moltmann a parlare della teologia della Croce. Ma erano solo voci, perché i membri dello Schuelerkreis hanno virato decisamente su Karl-Heinz Menke. Professore di Dogmatica all’Università di Bonn, così amante del pensiero di Benedetto XVI da avergli dedicato un libro e vari studi, così prolifico da aver scritto anche un libro su come fare il Cammino di Santiago in bicicletta, Menke divenne famoso per essere stato citato nel secondo libro di Benedetto XVI sul Gesù di Nazareth, per la sua cristologia “Jesus got der Sohn”.

Basta andare a rileggere una intervista che Menke diede all’Osservatore Romano nel 2012 per comprendere come il suo pensiero e quello di Benedetto corrano sullo stesso binario.

Spiegava Menke che l’ultima edizione della sua cristologia ha “voluto rispondere al fenomeno del nostro tempo, che il Papa ha definito fin dall’inizio del suo pontificato come relativismo”. Aggiungeva Menke che “un tratto caratterizzante la cosiddetta post-modernità è la tesi delle molte verità collegata alla cosiddetta teologia pluralista delle religioni. Secondo la visione relativista e pluralista Dio è il trascendente al quale si riferiscono tutte le religioni in modi diversi, senza che nessuna di loro possa rivendicare più verità rispetto alle altre”. Un punto di vista – spiegava il professore di dogmatica – “particolarmente popolare perché permette alle persone di identificare la verità con le proprie visioni. Il cristianesimo è diametralmente opposto a questa tendenza. Per il Nuovo Testamento Cristo è ciò che è espresso nelle forme del Credo della tradizione cristiana: non è semplicemente uno tra altri interpreti del Dio trascendente, ma l’auto-comunicazione del Dio trinitario”.

E poi spiegava, rifacendosi proprio al libro di Benedetto XVI, che “la crocifissione di Gesù non è necessaria perché Dio lo impone, ma perché il peccato non può altrimenti essere sconfitto. Poiché dunque Gesù è l’opposto del peccato, egli attira l’odio del peccato. E perché Egli è veramente uomo, non lo è solo simbolicamente, ma in realtà vittima di questo odio. Dal Gesù di Nazaret emerge un Figlio di Dio reale come solo i santi hanno saputo sperimentare nei secoli”.

Soprattutto, Menke sottolineava che “tutti i tentativi di trovare fatti come tali o parole autentiche di Gesù sono illusorie. Gli scritti del Nuovo Testamento sono l’espressione della fede dei credenti del primo secolo. La verità non è il Gesù passato e sepolto, ma il Cristo vivente; e i credenti di tutti i secoli sono in comunicazione con il Cristo vivente. Il singolo credente può errare, ma non la comunità totale di tutti i credenti”, e sottolineava che “il cristianesimo non è una religione del libro. Perché la verità non è un libro, ma una persona. La Scrittura rende testimonianza alla verità che è Cristo. Solo i credenti possono con il Cristo nell’Eucaristia, nella preghiera e nella comunione nella Chiesa non cadere fuori della verità. Anche la Bibbia deve essere letta e interpretata in comunione con Cristo. La riflessione critica è necessaria per la fede e se non sono in contraddizione, sono reciprocamente fruttuose. Ma la radice di tutta la cristologia è la preghiera”.
Parole che sembrano ricalcare l’elogio della verità di Benedetto XVI nell’omelia conclusiva dello Schuelerkreis dello scorso anno.

Attorno alle sue parole, gli allievi di Benedetto XVI porteranno avanti l’eredità del loro maestro. E c’è da scommettere che Menke ricorderà che la croce non è una croce qualsiasi, ma quella di Cristo, il cui amore non ha prevenuto la croce e allo stesso modo l’ha sconfitta. “I cristiani proclamano qualcosa di oltraggioso venerando la Croce. Professano la fede in un Dio che preferisce essere crocifisso che raggiungere qualcosa con la forza; ma chi può in questo modo, nel modo dell’amore senza difese, trafigurare, trasformare e perciò sconfiggere anche la mia croce”.

Per questo – scriveva Menke in un saggio – “non è una coincidenza che il segno della croce sia divenuto la quintessenziale rappresentazione di Cristo e il segno dei cristiani. Non è solo per una ragione strumentale che i cristiani hanno messo la Croce non solo nelle chiese, ma anche su tetti, torri e picchi delle montagne.”

E ancora, scriveva Menke: “Quelli che si sono lasciati benedire dal segno della croce hanno dedicato la loro vita alla credenza che l’amore crocifisso è più forte di tutti gli altri poteri. Quelli che attraverso il segno della croce professano la loro fede in Gesù Cristo non solo ricordano Cristo, ma nell Spirito Santo si fanno includere nel loro amore crocifisso”.

Partiranno da qui, i membri del Ratzinger Schuelerkreis. Convinti, come il loro maestro, che Dio è soprattutto amore. E in attesa dell’omelia con la quale il Papa emerito chiuderà questo incontro, che il Benedetto ha voluto continuasse nonostante la sua elezione prima, e nonostante la sua rinuncia poi.


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DON MALIGHETTI INCONTRA A ROMA BENEDETTO XVI

Scritto da: Redazione religioni - 08/08/2014

DON MALIGHETTI INCONTRA A ROMA BENEDETTO XVI

Importante incontro a Roma in Vaticano per don Mauro Malighetti con Benedetto XVI. Il resoconto dell'evento sul foglietto degli avvisi di questa settimana.

Inaspettato incontro a Roma di don Mauro Malighetti, parroco della CP Madonna della Neve che comprende le parrocchie di Introbio, Primaluna, Cortenova, Parlasco e Taceno e Decano della Valsassina  con il papa emerito Benedetto XVI. Un incontro informale di cui non ci sono foto bensì il resoconto dello stesso don Mauro fatto ai fedeli sul foglietto degli avvisi “Camminiamo Insieme”:
“La telefonata giunse inattesa! Suor Brigida, con voce decisa anche se in uno stentato italiano, mi comunicò che il Papa emerito Benedetto XVI aveva accolto la mia richiesta di incontro personale.
Mi sembrava un sogno: ma dopo alcuni giorni giunse per posta la lettera di conferma. Volevo incontrare il papa emerito per ringraziarlo di tutto quello che aveva fatto per la Chiesa e per quello che ‘silenziosamente’ continua a fare.
Giunsi al monastero ‘Mater Ecclesiae’ in Vaticano con qualche minuto di anticipo sull’orario stabilito e subito fui invitato ad entrare in attesa dell’incontro.
Fu un incontro meraviglioso: 25 minuti da solo a tu per tu con Benedetto XVI. Mi ha messo subito a mio agio. Lucido, con sguardo profondo e quasi ‘disarmato’ mi fece accomodare e si informò del mio ministero. Come un ‘buon nonno’ con il nipote! Mi chiese delle gioie e delle ‘fatiche’ dell’essere prete oggi e mi incoraggiò a non cedere ai comodi della vita, portando l’annuncio del Vangelo ad ogni uomo.
“Senza Dio, la vita dell’uomo perde il suo significato. Non è possibile educare evitando l’osservanza dei Comandamenti. Essi sono la bussola per ogni cristiano.”
Mi confidò alcune ‘consegne personali’ che conservo nel cuore a suggello di quell’incontro, così semplice e familiare al tempo stesso. Mi ha chiesto di portare a tutti la sua Benedizione e mi congedò…donandomi un rosario".


[Modificato da Paparatzifan 14/08/2014 13.33]
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Da "Cordialiter"...

Cari amici:

Il blog Cordialiter riporta una denuncia gravissima riguardo le dimissioni di Benedetto XVI. A nessuno di noi, credo, sfugge la gravissima situazione della Chiesa, non solo dopo il 28 febbraio 2013 ma anche dal tempo del CVII e anche prima (si veda ai tempi di San Pio X e la sua enciclica contro i modernisti).
Vi dico sinceramente, a me non sorprende affatto la denuncia di questa suora!
Noi che siamo cattolici e vogliamo seguire gli insegnamenti della Chiesa e morire CATTOLICI vediamo con amarezza il decadimento di tutto ciò che riguarda la Fede, la liturgia, la difesa dei valori non negoziabili, il falso dialogo portato avanti che non conduce a niente tranne che a far credere che tutte le religioni sono uguali e portano alla salvezza!

Una nuova falsa chiesa si sta imponendo all'insaputa di molti, finanziata dai nemici della Vera Chiesa!

Io non ho nessun dubbio che stiamo vivendo il tempo che tante profezie hanno annunciato!

A voi, cari amici, il discernimento! A voi l'apertura dei vostri occhi!

Preghiamo affinché il Signore ci aiuti a perseverare nella... VERA CHIESA!

Paparatzifan



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venerdì 22 agosto 2014

Circa le dimissioni di Benedetto XVI

Premetto che considero valide le dimissioni di Benedetto XVI. Quello che sto per raccontarvi me lo ha riferito una mia cara amica, la quale mi ha dato il permesso di pubblicare la notizia a condizione di non svelare il suo nome.

Nel monastero di clausura in cui viveva venivano spesso dei preti modernisti a fare propaganda per “aggiornare” le suore. Uno di questi chiese alle religiose di pregare affinché Benedetto XVI rassegnasse le dimissioni. Successivamente, la mia amica, celando le sue simpatie filo-tradizionali, riuscì ad entrare in maggiore confidenza con quel prete (un autorevole esponente del movimento modernista), il quale le confidò che stavano raccogliendo migliaia di firme tra il clero e le religiose per spingere Papa Ratzinger a dimettersi. Ella allora gli chiese che cosa sarebbe accaduto se il Sommo Pontefice avesse rifiutato di dimettersi, e il prete modernista le rispose che il Papa era già stato informato che se non si fosse dimesso avrebbero fondato una nuova Chiesa separata da Roma. Non sarebbe stata una “piccola Chiesa”, infatti secondo quanto risultava a lui, erano numerosi gli ecclesiastici pronti ad aderire alla nuova Chiesa modernista. Inoltre, il presbitero cripto-scismatico ci ha tenuto a sottolineare che avevano già ottenuto l'appoggio preventivo di coloro che controllano i mass-media, i quali avrebbero dovuto sostenere sui mezzi di informazione la nuova Chiesa.

Qualche tempo dopo (l'11 febbraio 2013), Benedetto XVI si dimise davvero. La mia amica mi ha rivelato molti altri dettagli che per diversi motivi ritengo prudente non pubblicare.

A questo punto molti di voi potrebbero pensare che visto che le cose sono andate così, allora le dimissione di Papa Ratzinger sono state invalide, perché per essere valide era necessario che fossero libere, spontanee, senza alcun tipo di costrizione. Ma io non posso pensare che Benedetto XVI abbia potuto commettere una colpa così grave, e cioè di rassegnare delle finte dimissioni e di consegnare così la Chiesa nelle mani di un finto Papa (chiunque fosse stato eletto nel successivo conclave).

Dunque, secondo me, Benedetto XVI, vistosi assediato da una marea di congiurati pronti allo scisma, essendo ormai molto anziano (quasi ottantaseienne) e sentendo di non avere più le forze necessarie per governare efficacemente la Chiesa e contrastare l'opera dei modernisti, ha preferito abdicare.

Pertanto, non si è dimesso perché è stato ricattato (altrimenti le dimissioni sarebbero state invalide), ma perché a causa dell'età non sentiva di avere le forze fisiche e spirituali necessarie per contrastare il movimento modernista.

http://cordialiter.blogspot.it/2014/08/circa-le-dimissioni-di-benedetto-xvi.html

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CORO CAPPELLA PANPHILIANA IN UDIENZA DAL PAPA EMERITO


Occasione irripetibile quella vissuta ieri pomeriggio per il coro della Cappella Panphiliana della diocesi di Sulmona ricevuto in udienza privata dal Papa emerito Benedetto XVI. La corale, diretta dal maestro Alessandro Sabatini, è stata accompagnata dal vescovo Angelo Spina e ricevuta nel giardino del monastero di S.Anna, dove vive il Papa emerito. La Cappella Panphiliana ha eseguito tre brani del suo repertorio alla presenza anche del fratello del Papa emerito e del segretario monsignor Georg. “Vi ringrazio di questo momento che ho trascorso con voi, per la musica ascoltata, che è sempre un richiamo al Signore – ha detto Benedetto XVI – porto sempre nel cuore la visita fatta a Sulmona, nel luglio 2010 e pregherò sempre per voi”.  Al Papa emerito sono stati portati doni della terra peligna. “Questi doni sono un piccolo segno del grande affetto e della grande stima che nutriamo per lei, ancora grati della sua storica visita alla città di Sulmona – ha detto il vescovo Angelo Spina – sono prodotti tipici della valle peligna, frutto della laboriosità della nostra gente e invochiamo da lei preghiere per noi, in particolare per quanti vivono in condizioni di disagio per mancanza di lavoro, preghi sempre per noi, come noi preghiamo sempre per lei”. Il vescovo Spina è stato accompagnato dal vicario della diocesi, monsignor Maurizio Nannarone e da altri due sacerdoti, don Luigi Ferrari e don Carmine Caione. La corale Panphiliana, presieduta da Antonio Storace, fu tra i protagonisti della celebrazione solenne del 4 luglio 2010, presieduta da Papa Benedetto XVI e in quell’occasione il direttore Sabatini compose un mottetto dedicato proprio alla visita pontificia.

G.F.

papa 1

http://www.reteabruzzo.com/2014/10/24/coro-cappella-panphiliana-in-udienza-dal-papa-emerito/

 


[Modificato da Paparatzifan 26/10/2014 02.53]
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Da "Rainews.it"

L'intervista del Frankfurter Allgemeine

Ratzinger: "Errore coinvolgermi nel dibattito sulla comunione ai divorziati risposati"

Il Papa emerito rivela di avere "ottimi rapporti con papa Francesco" e confessa "avrei voluto essere chiamato solo 'padre Benedetto' ma ero troppo stanco per impormi

07 dicembre 2014

Benedetto XVI definisce una "totale insensatezza" volerlo coinvolgere nel dibattito sull'ammissione alla comunione dei divorziati risposati che si è svolto nell'ultimo Sinodo. Anche perché "ai fedeli è perfettamente chiaro chi è il vero Papa", sottolinea Ratzinger in un'intervista esclusiva rilasciata al quotidiano tedesco 'Frankfurter Allgemeine'. L'esclusione dall'eucarestia per i divorziati risposati "non vuol dire esclusione dalla vita della Chiesa; in particolare, i divorziati devono poter fare da padrini nel battesimo" è il pensiero di Benedetto XVI.

'Non sono l'ombra di Francesco'
Nell'articolo si dice che Benedetto non vuole essere considerato una sorta di "Papa a latere" che possa fare ombra a Francesco. Anche perché il suo successore, osserva Ratzinger "ha una presenza forte come io non potrei avere con le deboli forze fisiche e psichiche".

Avrei voluto essere chiamato solo"padre Benedetto"
Il Papa emerito Benedetto XVI confessa al giornalista tedesco Joerg Bremer che dopo la sua rinuncia avrebbe desiderato farsi chiamare semplicemente "padre Benedetto". Ratzinger dice di essere stato all'epoca "troppo debole e stanco per riuscire ad imporsi". "Possiamo scriverlo?" chiede Bremer a "padre Benedetto"? "Sì, faccia pure; magari può essere d'aiuto", è la risposta del Papa emerito.

"Ottimi rapporti con Papa Francesco"
Ratzinger col suo successore, papa Francesco, ha contatti più frequenti di quanto non si sappia. "Abbiamo ottimi contatti", precisa. Nell'aticolo Bremer scrive che il papa emerito ha riacquistato le forze: in casa si muove senza bastone, anche se un pò lentamente e con cautela. "Ma i suoi occhi brillano, e risponde con prontezza, col suo leggero accento bavarese. Porta ancora l'abito papale bianco, ma ha smesso le scarpe rosse per dei sandali marroni di cuoio e un paio di caldi calzini bianchi".

http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Ratzinger-Errore-coinvolgermi-nel-dibattito-sulla-comunione-ai-divorziati-risposati-6fbe47a8-6ce4-41d8-a35c-40a0485bb927.html?refresh_ce

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Da "Vatican Insider"

17/03/2015



Gaenswein: «Ratzinger sta bene e ha un'ottima memoria»



Mons Ganswein con Benedetto XVI
(©Ansa)

(©Ansa) Mons Ganswein con Benedetto XVI




Il collaboratore di due papi intervistato dal settimanale Oggi: «Ma non si dedica più a scritti teologici. Dice di non avere più le forze per scrivere». Vatileaks? «Mi sento responsabile per non aver vigilato»

Redazione
Roma
 
In un'intervista al settimanale Oggi, monsignor Georg Gaenswein parlando di Benedetto XVI, di cui è segretario dal 2003, ricorda di aver pianto quando il Papa emerito ha lasciato il Palazzo apostolico per Castel Gandolfo, dopo la rinuncia al pontificato. «Mi sono commosso. Non sono di pietra. Dopo otto anni passati lì come segretario, stavo vivendo un momento storico. Invece, Papa Benedetto era sereno. Quella sera del 28 febbraio, tutte le emozioni trattenute fino ad allora sono diventate lacrime», dice.
 
E racconta la giornata di Benedetto XVI («Sta bene, per la sua età»), che ogni pomeriggio fa la sua passeggiata nei Giardini vaticani. «Lo accompagno di solito io. Recitiamo insieme il Rosario. Camminiamo una mezz'oretta. Papa Benedetto, che ha sempre avuto un passo svelto, adesso, su consiglio del medico, usa il girello durante la passeggiata e in casa il bastone. Le giornate cominciano sempre con la messa, e io concelebro con lui tutte le mattine. Durante il giorno prega, legge, studia, risponde alle tante lettere e, non raramente, la sera suona il pianoforte». E aggiunge: «Non si dedica più a scritti teologici o scientifici. Dice che, con i tre volumi su Gesù di Nazaret, ha concluso la sua opera teologica. Dice di non avere più le forze per scrivere. Nella santa messa della domenica tiene sempre un'omelia, senza appunti scritti. Ha un'ottima memoria».
Gaenswein riflette anche sul  suo ruolo, senza precedenti, di collaboratore di due papi. «Ho cominciato questo percorso con grande fede, energia, ma anche un po' di tremore. Ora, dopo due anni, è più facile. All'inizio ero più insicuro. Anche perché, in un primo momento, qualcuno non aveva ben accolto la presenza del Papa emerito in Vaticano. Poi l'atteggiamento accogliente di Papa Francesco verso Benedetto XVI è stato, ed è, esemplare. Tra i due c'è davvero un rapporto molto cordiale e rispettoso», dice.
Ricordando lo scandalo Vatileaks e la rinuncia al pontificato di Ratzinger, l'arcivescovo Georg Gaenswein, spiega così il suo stato d'animo: «Umanamente è stato un periodo difficile, ho vissuto una delusione, mi sono sentito tradito. Ma la fiducia di Papa Benedetto nei miei confronti non è mai mancata. Io mi sono sentito, in un certo senso, responsabile per non aver vigilato in modo adeguato, per aver dato fiducia a chi non la meritava. Certo, anche tra gli apostoli c'è stato chi ha tradito. Ma quando ho capito che a farlo era stata una persona così vicina al Papa, sono rimasto molto scosso... Quando ci ripenso, sento fitte nel cuore».

http://vaticaninsider.lastampa.it/vaticano/dettaglio-articolo/articolo/benedetto-xvi-benedict-xvi-benedicto-xvi-39815/



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Quando Luciani chiamò Ratzinger "profeta"

Cari amici,
Sto leggendo l'Opera Omnia di papa Giovanni Paolo I. Nel volume 8, a pag. 193 si trova l'omelia del patriarca Luciani per la festa di s. Rocco dove parla di Joseph Ratzinger, appena fatto arcivescovo di Monaco, parole che sembrano dette oggi, perché riguardano la pietosa situazione in cui si trova la chiesa in Germania:
"Pochi giorni fa mi sono congratulato con il card. Ratzinger, nuovo arcivescovo di Monaco: in una Germania cattolica, ch’egli stesso deplora come affetta, in parte, di complesso antiromano e antipapale, ha avuto il coraggio di proclamare alto che «il Signore va cercato la dov’è Pietro»? Ratzinger m’è parso in quella occasione un profeta giusto. Non tutti quelli che scrivono e parlano hanno oggi lo stesso coraggio; per voler andare dove vanno gli altri, per paura di non sembrare moderni, alcuni di essi accettano solo con tagli e restrizioni il credo pronunciato da Paolo VI nel 1968 alla chiusura dell’anno della fede‘; criticano i documenti papali; parlano continuamente di comunione ecclesiale, mai però del papa come punto necessario di riferimento per chi vuole essere nella comunione vera della Chiesa".
Ma l'omelia merita d'esser letta per intero giacché Luciani sembra parlare alla Chiesa d'oggi ed i pericoli ai quali essa è esposta.

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OMELIA NELLA FESTA DI SAN ROCCO (1)

16 agosto 1977

1. Devo lodare la scuola grande di s. Rocco per l’amore che porta ai suoi santi; oggi venera con splendore di riti e di canti il patrono s. Rocco; tra pochi giorni onorerà s. Pio X. Essa si mette così in una buona linea di autentica venezianità; basta soltanto pensare alla folla dei santi, che ci vengono incontro dalle pareti musive delle basiliche di S. Marco e di Torcello. E anche in linea con il concilio, il quale distingue nella chiesa tre categorie di persone: «Alcuni... sono pellegrini sulla tetra; altri, che sono passati da questa vita, stanno purificandosi; altri godono della gloria» (2)
Questi ultimi — continua il concilio — da sempre sono raccomandati «alla pia devozione e alla imitazione dei fedeli» e, oltre che amici e coeredi di Gesù Cristo, sono «nostri fratelli e insigni benefattori»: vanno amati, imitati, invocati.

2. Tanto più lodevole lo zelo della scuola, quanto più grande appare la tiepidezza odierna di alcuni cattolici odierni verso I santi: le loro reliquie sono piuttosto trascurate, le loro statue rimosse, i libri che narrano la loro vita poco venduti e poco letti, la loro intetcessione raramente invocata, a meno che non si tratti di 5. Antonio e di pochi altri. Per contro, sembra invece che salga alle stelle la stima dei profeti viventi: giornali e riviste registrano
continuamente questa o quella «voce profetica»; cristiani impegnati disdegnano nella chiesa l’«ordinaria amministrazione» e reclamano «gesti e uomini profetici».
«Un Elia serve oggi — mi diceva uno — un Elia dalla voce tonante, dal dito puntato contro i nuovi Acab, cioé i capitalisti, gli uomini del potere e del denaro». Ho tentato di spiegargli che proprio al profeta Elia, in una famosa visione, Dio ha fatto capire ch’egli non voleva manifestarsi più né attraverso il vento impetuoso né attraverso il tuono né attraverso i lampi, ma solo attraverso una brezza leggera (cf. 1Re 19,11-12). Niente da fare. Il mio interlocutore ha continuato a voler I’Elia dal braccio teso col dito puntato e la voce tonantemente denunciatrice.

3. Aveva ragione? E buona, sana, di marca giusta questa fame e sete di profeti e di profezia? Apro la Bibbia e trovo scritto in s. Paolo: «Non disprezzare le profezie» (1Ts 5,20). Lo stesso Paolo però, poco dopo, scrive ai Galati: «Vi sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il Vangelo di Gesù Cristo. Orbene... se anche un angelo del cielo vi predicasse un Vangelo diverso... sia anatema» (Gal 1,7-8). Prima di s. Paolo lo stesso Signore aveva messo in guardia: «Sorgeranno molti profeti e inganneranno molti» (Mt 24,11). Prima ancora, nel Vecchio Testamento Dio si lamentava così: «Io non ho inviato questi profeti ed essi corrono lo stesso; non ho parlato a loro ed essi profetizzano lo stesso» (Ger 23,21). La Bibbia ricorda anche i profeti di Baal ai tempi dell’empia Gezabele e di Jehu (Cf. lRe 18; 2Re 10,19-25); ricorda i profeti di corte preoccupati soprattutto di profetare in modo da piacere non a Dio, ma ai re e ai grandi (lRe 22).
Credo di poter concludere che c’è profezia; che da qualche profeta si può imparare molto; che se non si sa distinguere, però, si possono prendere delle grosse cantonate.

4. Pochi giorni fa mi sono congratulato con il card. Ratzinger, nuovo arcivescovo di Monaco: in una Germania cattolica, ch’egli stesso deplora come affetta, in parte, di complesso antiromano e antipapale, ha avuto il coraggio di proclamare alto che «il Signore va cercato la dov’è Pietro»? Ratzinger m’è parso in quella occasione un profeta giusto. Non tutti quelli che scrivono e parlano hanno oggi lo stesso coraggio; per voler andare dove vanno gli altri, per paura di non sembrare moderni, alcuni di essi accettano solo con tagli e restrizioni il credo pronunciato da Paolo VI nel 1968 alla chiusura dell’anno della fede‘; criticano i documenti papali; parlano continuamente di comunione ecclesiale, mai però del papa come punto necessario di riferimento per chi vuole essere nella comunione vera della Chiesa.

5. Altri, più che profeti, sembrano dei contrabbandieri; approfittano del posto, che occupano, per smerciare come dottrina della Chiesa quello che è, invece, loro pura opinione personale o anche dottrina mutuata da ideologie aberranti e disapprovate dal magistero della chiesa. A sentirli, a leggerli, la resurrezione di Gesù è una pura trovata dei suoi discepoli, i quali, passato — dopo la crocifissione — il primo smarrimento, si sono detti: «E morto? Fa niente, continuiamo la sua opera come se egli fosse ancora vivo tra noi». Resurrezione sì, dunque, ma solo nella mente e nella volontà dei discepoli. Scrivono anche: la confessione auricolare dei peccati o singola non è necessaria: basta la confessione generica fatta in comune; ci si pente, si riceve un’assoluzione generale e tutto è a posto; il resto è uso introdotto da monaci medievali. La fuga per tutti dalle occasioni di peccato, la castità prematrimoniale dei fidanzati —— secondo essi — sarebbero esagerazioni: in realtà, ogni desiderio e piacere sessuale — dentro e fuori il matrimonio — sarebbe buono; la Chiesa è accusata di fare, fra tante altre, anche la «repressione sessuale». Povera chiesa!

6. Come tutto questo vada d’accordo con un Cristo, che ha portato i suoi a vivere contro corrente, invitandoli a sforzi difficili, alla rinuncia, all’ascesi, alla croce, è un mistero. Come essi spieghino le parole «Nessuno può servire a due padroni» (Mt 6,24) e «chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore» (Mt 5,27), è pure un mistero. Altra cosa misteriosa, che, educando, a scuola, a catechismo, si sopprima tutto ciò che stimola, che sa di gara, che incita all’emulazione. Tutti eguali, nessun ragazzo deve sentirsi superiore agli altri.
Ora, frenare la superbia è gran bella cosa. Ma non è affatto superbia che uno cerchi di diventare qualcuno, di valere, di progredire; superbia è cercate di essere qualcuno smodatamente, pestando i piedi agli altri. Come pretendere che un giovanotto alto un metro e ottanta si dichiari alto solo un metro e cinquanta per non far dispiacere al compagno più piccolo di lui? Come si impegnerà nello studio un ragazzo, se gli si vuol far credere che tutti hanno gli stessi talenti, tutti devono ricevere lo stesso voto scolastico e tutti occupare domani lo stesso posto in società?

7. Altro «mistero», che i profeti non spiegano: ragionare, disporre, programmare come se gli uomini fossero per natura solo buoni, tutti buoni, soltanto e tutti onesti, lavoratori, amanti dello sforzo, incapaci di sotterfugi e di imbrogli. Questo è l’ottimismo di Rousseau e di Victor Hugo. Quest'ultimo ha scritto: «Ogni scuola che si apre, è una prigione che si chiude». Se venisse oggi, Victor Hugo vedrebbe moltiplicate le scuole, ma anche le prigioni. Proprio in grazia della tecnica imparata a scuola i ladri hanno imparato ad adoperare il mitra con silenziatore, la fiamma ossidrica, il motore truccato per fuggire in fretta, ecc. La strada, l'esperienza quotidiana, la Bibbia dicono: siamo pur ottimisti, l’uomo conserva sì un fondo di bontà, ma non chiudiamo gli occhi, non neghiamo che su lui pesa anche l'eredità del peccato originale: la scuola giova, ma a patto che sia associata al timore di Dio.

8. A proposito di Dio, molti «profeti» odierni scrivono e parlano spessissimo della «parola di Dio», con cui confrontarsi.
Benissimo, ma chiaro bisogna parlare soprattutto della «legge di Dio» ossia dei dieci comandamenti da osservare (Es 20,147).
Molti, pur leggendo la Bibbia, considerano il decalogo come sorpassato. Invece, se osservato da tutti, è proprio il decalogo che sarebbe, da solo, capace di far buoni sia gli individui che la società. E del decalogo che Gesù ha detto: «Non passerà neppure uno jota o un segno dalla legge» (Mt 5,18). Bella disinvoltura davvero quella di leggere la Bibbia, saltando o cancellando ciò che Gesù ha confermato solennemente.

9. Concludendo: abbiamo pure fiducia nei profeti, ma che siano autentici. Se poi il Signore dà anche a noi questa vocazione, ricordiamo che il mestiere di profeta è difficile. Specialmente nel caso nel quale, in nome di Dio, volessimo o dovessimo denunciare gli altri, bisogna esser sicuri di due cose: primo, di avere davvero un incarico da Dio; secondo, di essere noi stessi abbastanza a posto. Ha detto Gesù: «Perché osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio?» (Mi: 7,3). Ha scritto s. Giacomo: «Chi sei tu, che ti fai giudice del tuo prossimo?» (Gc 4,12). Battere il proprio petto è un buon segno di pentimento. Andare a battere il petto altrui, è cosa molto più delicata: può essere segno di profezia, di carità e di zelo, ma anche di presunzione. A meno che non si ripeta il caso più unico che raro del canonico grasso; era così grasso, poveretto, che non ci arrivava; al momento del confiteor, bisognava che andasse un chierichetto a battergli sul petto il mea culpa; quello del chierichetto diventava un atto di carità senza profezia. Qui sarà opportuno ricordare, appunto, che s. Paolo ha detto: buona la profezia, buoni gli altri carismi: sopra tutte queste cose, però, c’è la carità, l'amore di Dio e del prossimo (lCor, 13). È questa, soprattutto, che ha fatto santi s. Rocco e s. Pio X.
E farà santi anche noi, se, con la grazia del Signore e a loro imitazione, saremo capaci di praticarla.

1 RV, LXII (1977), pp. 308-310.
2 LG, 11. 50.
3 Cf. <<L’Osservatore Romano», 31 luglio 1977.
4 RV, LIII (1968), pp. 262-268.

Opera Omnia - Albino Luciani, Giovanni Paolo I - Vol. 8
pag. 193 a 196
[Modificato da Paparatzifan 01/05/2015 20.20]
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In dono arte, fede e bellezza


(20/5/15) “Chi porta la bellezza non disturba mai”. Così il Papa Emerito ha salutato il dottor Fabio Lazzari, che gli ha portato in dono lo splendido volume sul Magistero di Giovanni Paolo, realizzato in occasione della canonizzazione grazie alla collaborazione con il Pontificio Consiglio della Cultura, coinvolgendo artisti e scrittori di fama. Una preziosa opera d’arte e di fede che, da mercoledì 20 maggio, è nel Monastero Mater Ecclesiae dove, dice il Papa Emerito, “vivo da monaco e faccio il monaco. Prego, ascolto, rispondo ai molti ammalati che mi scrivono e li metto davanti al Signore”. Un colloquio intenso, vivo, toccante, durante il quale lo sfogliare le pagine aveva tutto il sapore di una vita che si ripercorreva ricordando e avendo presente “un grande Papa, come è stato Giovanni Paolo II”.


20 maggio 2015 (1)
http://www.fondazioneratzinger.va/content/fondazioneratzinger/it/news/notizie/in-dono-arte--fede-e-bellezza.html


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Presto un film su Benedetto XVI. «C’è materiale a sufficienza per una grande opera internazionale»


giugno 4, 2015 Redazione

La pellicola sarà realizzata per la Pantaleon, che ha comprato i diritti del libro del biografo di Ratzinger, Peter Seewald, la cui opera comparirà nel 2016

Verrà presto realizzato un film su Benedetto XVI. La pellicola sarà realizzata per conto della società Pantaleon Entertainment AG. Lo scorso 2 giugno la società ha dichiarato di aver comprato i diritti del libro del biografo del Papa emerito, Peter Seewald, la cui opera sulla vita di Joseph Ratzinger comparirà nel 2016.

«GRANDE FILM INTERNAZIONALE». Come affermato dai produttori all’agenzia Kath.net, «la vita di Ratzinger offre di gran lunga materiale a sufficienza per realizzare un grande film internazionale». L’idea è di realizzare un film in grado di appassionare anche chi «è lontano dalla Chiesa». L’iniziativa è stata incoraggiata da monsignor Georg Gänswein, segretario di Benedetto XVI.

IL PROGETTO. Del film ancora si sa poco o niente. Il progetto è nato nel 2012 ma dopo le dimissioni del Papa è stato rimandato e modificato. Alla realizzazione della pellicola parteciperanno Dan Maag, Marco Beckmann, Johannes Betzowi, Peter Alexander Weckert e Matthias Schweighöfer.


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Da "Diocesilecce.org"

L’incontro dell’Arcivescovo D’Ambrosio con il Papa emerito Benedetto XVI






 

 

“Un colloquio tra padre e figlio. Bello, autentico, significativo”. 
“Per più di mezz’ora la sua mano posata sulla mia”. Il dono di Papa Ratzinger: l’opera omnia “Gesù di Nazaret”.



 

“Alle 12,30 mi è venuto incontro il Santo Padre camminando verso di me a piccoli passi, vestito di bianco e con il suo bastoncino in mano”.  

 

“Il suo Pontificato è stato piuttosto travagliato e penso che abbai sofferto per le tante letture distorte che ci sono state”.  

 

Il 25 febbraio scorso l’Arcivescovo D’ambrosio si è recato in Vaticano per incontrare il Papa emeritoBenedetto XVI sentendosi un po’ protagonista del racconto anonimo “Resoconto sincero di un pellegrino al suo padre spirituale”.

DEDICA

Al termine del colloquio il gradito dono di una copia del “Gesù di Nazareth”, la sua opera letteraria più prestigiosa, l’edizione in elegante cofanetto. Ma il regalo più prezioso era impresso sulla prima pagina del testo, la dedica autografa: “A S.E. Mons. Domenico Umberto D’Ambrosio per i 25 anni di Episcopato e i 50 di Sacerdozio”.  

 

Eccellenza, cosa ha fatto matu­rare in lei l’idea di chiedere un incontro con Benedetto XVI?

Da tempo mi portavo dentro il desiderio di poter incontrare il Papa emerito. L’occasione propizia sono stati i miei due anniversari: il 25° di Episcopato e il 50° di Sacerdozio. Fiducioso in un positivo riscontro a questo mio desiderio, ho scritto una lettera personale al Santo Padre Be­nedetto. Nutrivo la segreta certezza che sarei stato esaudito. La scorsa estate durante la settimana con i sa­cerdoti giovani siamo stati in pelle­grinaggio al Santuario Mariano di Altötting in Baviera. Da lì abbiamo inviato a Papa Benedetto una cartoli­na di ricordi e preghiere con le nostre firme, accompagnata da una mia let­tera. Pochi giorni dopo mi è arrivata una sua lettera di risposta nella quale mi ricordava minuziosamente alcuni particolari della sua visita a San Gio­vanni Rotondo nel giugno del 2009.

 

Dopo poco più di un mese dalla mia missiva, con un fax mons. Georg Ganswein, Prefetto della Casa Ponti­ficia e Segretario Particolare, mi an­nunziava che il Papa emerito mi avreb­be ricevuto mercoledì 25 febbraio alle 12.30 per una breve udienza. Mi sono recato con lo spirito di chi ha ricevuto un dono immenso nel vedermi accolto dalla sua tenerezza, semplicità e dispo­nibilità, colpito dalla sua memoria di ferro nel ricordare alcuni particolari del mio servizio episcopale ‘itinerante’. Rammentava persino il devastante incendio che divampò sette anni fa sul Gargano, le cui fiamme distrussero gran parte dei boschi e coinvolse migliaia di persone con alcune vittime nella mia Peschici, circa 4500 persone che si rifugiarono sulle spiagge fra Peschici e Vieste. Il Papa mi ha chiesto se ebbi a soffrire anch’io per quella tragedia e non ho potuto che assentire facendo notare che si trattava di un paese dell’allora mia Diocesi, nonché del mio paese na­tale.  

Può dirci qualcosa sulle condi­zioni di salute del Papa emerito?

In primo luogo vive davvero una sorta di clausura che osserva rigoro­samente nel Monastero “Mater Ec­clesiae”, fatto edificare da Giovanni Paolo II all’interno dei Giardini Va­ticani, precisamente alle spalle del Governatorato, lungo il percorso che porta alla Radio Vaticana. Un edificio fatto costruire dal Santo Pontefice per avere nel cuore del cattolicesimo una comunità orante a beneficio di tutta la Chiesa. Papa Benedetto dopo la rinuncia, lo ha scelto per sé, per accompagnare con la sua preghiera il cammino della Chiesa. Appena giunto ho notato subito l’immenso silenzio. Alle 12,30 mi è venuto incontro il San­to Padre camminando verso di me a piccoli passi, vestito di bianco e con il suo bastoncino in mano. Aveva un aspetto piuttosto dimesso e, quasi a ri­prova della sua forte scelta, indossava la semplice talare bianca, con l’anello conciliare al dito, lo zucchetto ed una croce pettorale molto semplice.

 

Mi ha invitato ad accomodarmi accanto a lui nel salottino”. Dopo esserci seduti egli ha posto la sua mano sulla mia per tut­ta la durata del colloquio, circa 35 mi­nuti. In quel momento ho avvertito la tenerezza di un padre che accoglie un figlio. È lucidissimo, credo stia abba­stanza bene con il peso dei suoi anni, un pochino invecchiato ma con una buona e chiara memoria che supplisce tutto. Mi ha anche detto: “Lei ha due palli?” e gli ho risposto di sì spiegan­do che uno era da Arcivescovo Metro­polita di Foggia e l’altro per l’attuale Metropolìa di Lecce e con sua sorpresa gli ho confessato: “Santità, un pallio l’ho indossato anche nella Diocesi di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Ro­tondo per un indulto di Giovanni Pao­lo II”. In sintesi posso dire che è stato un incontro spiritualmente ricco tra un uomo di Dio e un altro che sempre più si sforza di esserlo.

Che tipo di riflessioni anche di tipo spirituale ha scambiato con Benedetto XVI?

Abbiamo parlato quasi sempre di me e del mio ministero. L’ho reso par­tecipe delle prospettive future ed egli mi ha fatto dono di tante belle indi­cazioni ma soprattutto tanto incorag­giamento, tanto plauso, immeritato, per il mio cammino episcopale, le mie peregrinazioni ed ancora una volta mi ha ringraziato per l’obbedienza alla quarta chiamata. 

I precedenti incontri che ebbe con codesto Pontefice sono sta­ti, per così dire, più istituzionali rispetto a questo che può sem­brare più fraterno?

Questo è stato l’incontro più bel­lo, più autentico e significativo. Un colloquio tra padre e figlio in cui i loro cuori si accostano senza inciam­po e si scambiano i momenti belli del vissuto di entrambi. Altre occasioni furono le Visite ad Limina dove a dif­ferenza delle tre con Giovanni Paolo II durante le quali ero quasi preoc­cupato ed emozionato, poiché faceva domande a raffica e voleva sapere tutto sulla Diocesi, con Benedetto da subito mi sono sentito a mio agio. In molte occasioni, anche in dialogo sullo stato della Diocesi di Manfre­donia.

 

Ricordo l’intera giornata del­la visita di Papa Benedetto XVI a S. Giovanni Rotondo il 21 giugno 2009, pochi giorni prima che io venissi a Lecce, pregammo insieme sulla tomba di Padre Pio e parlammo con grande semplicità Anche in quella occasione mi si rivelò autentico uomo di Dio più di quanto potessi immaginare. Argo­mento principale del nostro incontro è stato Padre Pio. Mi premeva recarmi ora da Benedetto anche perché sentivo il bisogno di riferirgli alcune cose inerenti il mio rapporto con Padre Pio. Abbia­mo parlato anche del mio peregrinare episcopale e della mia venuta a Lecce: “Santità, avevo un debito con Padre Pio. Avendolo estinto potevo rimetter­mi in cammino verso Lecce”. 

Secondo lei, quali sono stati i punti caratterizzanti del Pontifi­cato di Benedetto?

Personalmente credo che egli ab­bia proseguito sulla linea dell’apertu­ra, della ricchezza, la profondità del magistero di Giovanni Paolo II ma con quella sua particolare ‘competen­za’ che gli ha permesso di presentare il Mistero come autentico mistagogo. Infatti, ho sempre detto che Benedetto XVI faceva parlare la Parola ovvero la rendeva qualcosa di vivo attraverso le sue dotte omelie e le sue profonde encicliche, cercando di portare avan­ti, attraverso garanzie e sicurezze, la grande apertura del suo predecessore Giovanni Paolo II. D’altronde, di quest’ultimo, per circa 20 anni fu stret­to e fidato collaboratore nella dottrina e nel magistero per cui certamente non poteva che irradiare quella sicurezza teologica che solo un teologo del suo calibro era in grado di offrire. 

Ha fatto per caso cenno alle sue visite qui in Puglia?

Non abbiamo parlato del suo pas­saggio in Puglia ma piuttosto della Diocesi di Lecce, poiché mi ha chiesto espresse notizie. Ho riferito: “Siamo una Diocesi di circa 300mila abitanti e abbiamo 20 teologi” ed egli ne è stato molto sorpreso. “Certo la Puglia è in controtendenza rispetto al panorama italiano perché ha un fiorire di vocazio­ni che sono la nostra ricchezza. Grazie soprattutto ai Seminari minori presenti in quasi tutte le Diocesi e al Seminario teologico regionale che è il fiore all’oc­chiello dell’Episcopato pugliese”.

 

Lui ha insistito indicandomi alcune atten­zioni verso i preti esortandomi a sentirli davvero come miei fratelli; d’altronde questo per me è un impegno che ho as­sunto sul letto di morte di mia madre. Ho parlato del laicato riferendo che è adulto, maturo, proveniente da una sta­gione sinodale celebrata da mons. Ruppi, quindi un laicato pronto e disponi­bile che ormai può sfidare e vincere i nostri timori. Alla fine timidamente gli ho consegnato la lettera che ho scritto ai sacerdoti per il mio 25° di Episcopa­to. Ed egli ha commentato: “La legge­rò certamente”. 

Il mondo resta molto colpito dalla sua straordinaria capacità di essere in comunione con un Papa assai diverso…

Credo ci sia un bel dialogo fra i due ma credo soprattutto che Papa Benedetto si sia posto in obbedienza, come disse il giorno della rinuncia, di Papa Francesco.

 

È inutile e fuorviante fare altre letture poiché egli è davvero in piena e totale sintonia con l’attuale Pontefice.  

Ci conferma l’umiltà di Benedet­to?

Sono convinto che sia già santo e prima o poi il suo nome entrerà nella fulgida schiera dei Santi. Il suo Pon­tificato è stato piuttosto travagliato e penso che abbia sofferto per le tante letture distorte che ci sono state.

 

Ha saputo annientarsi e così, ha realizzato la piena imitazione di Cristo che an­nientò se stesso.

Pagine a cura di Christian Tarantino











[Modificato da Paparatzifan 26/06/2015 14.37]
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