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Notizie dal B16F

Ultimo Aggiornamento: 19/10/2015 04.06
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Benedetto XVI: Xuereb, la rinuncia? Scelta difficile quanto eroica

19 Ottobre 2013 - 11:20

(ASCA) - Pordenone, 19 ott - E' stata ''una scelta tanto difficile quanto eroica'' quella di Benedetto XVI di rinunciare al ministero petrino. Lo ha detto, in un convegno della ''Libreria Editrice Vaticana'' a Pordenone, mons. Alfred Xuereb, gia' officiale della Segreteria particolare di papa Benedetto e segretario personale di Papa Francesco. ''Sono convinto che la scelta tanto difficile quanto eroica di Benedetto XVI di rinunciare al ministero petrino, non poteva non essere condivisa col fratello Georg - ha tra l'altro riferito Xuereb - con il quale c'e' sempre stata da parte di papa Benedetto una splendida, singolare intesa. Le sue visite erano per me un dolce spettacolo di un amore fraterno molto speciale. Benedetto lo prendeva sotto braccio, la accompagnava, lo aspettava volentieri al pianoforte, gli spiegava con pazienza il significato di alcuni vocaboli italiani che non capiva''. A proposito della rinuncia di Benedetto XVI, Xuereb ha raccontato che ''con raffinata delicatezza mi informo', qualche tempo prima, della sua decisione e per confortarmi ripetutamente mi ha ripetuto per ben due volte: lei andra' col papa nuovo''. ''Grazie di cuore amatissimo papa Benedetto, le saro' grato per sempre'' ha concluso mons. Xuereb la sua testimonianza.

fdm/mau


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Benedetto XVI: padre Georg, quel giorno ho pianto spegnendo la luce

22 Ottobre 2013 - 12:29

(ASCA) - Citta' del Vaticano, 22 ott - ''Non scordero' mai quando ho spento le luci dell'appartamento pontificio con le lacrime agli occhi. Poi la corsa in auto fino all'eliporto, il volo a Castel Gandolfo, l'arrivo, l'ultimo saluto di Benedetto XVI al balcone. Infine la chiusura del portone del palazzo''. Lo ha detto monsignor Georg Gaenswein, gia' segretario particolare di Benedetto XVI e ora Prefetto della Casa Pontificia in un'intervista al 'Messaggero'. Le dimissioni di Ratzinger, ha spiegato mons. Gaenswein, non sono state del tutto una sorpresa perche' ''conoscevo da tempo la sua decisione ma non ne ho parlato mai con nessuno. Il momento dell'annuncio, l'11 febbraio, resta indelebile. Dopo il 28 febbraio sono iniziati giorni difficili quando siamo partiti dal Vaticano''. ''Tutto il mese di marzo - ha proseguito - e' stato duro, anche perche' non si sapeva chi avrebbero eletto al conclave. Fortunatamente con il nuovo papa si e' creato da subito un rapporto umano d' affetto e di stima, anche se Benedetto e Francesco sono persone con stili e personalita' diversi. Qualcuno ha voluto interpretare tali differenze in modo antitetico. Ma non e' cosi'''.

dab/cam

L'intervista completa qui: http://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/Stampa201310/131022gaensweingiansoldati.pdf


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Da "wochenblatt.de"

Banda musicale di San Leonardo in visita di un'ora da Benedetto XVI

Traunsteiner - Tagblatt

"E 'stato fantastico, davvero un ottimo incontro", dice il presidente del gruppo, Sepp Eder, parlando al quotidiano di Traunstein. "C'era anche un ricevimento privato, che davvero non ce l'aspettavamo. Ha accolto ogni persona."

Il motivo del viaggio verso la capitale italiana è stato il 20° anniversario di ordinazione di monsignor Thomas Frauenlobstraße ch'è stato celebrato a Roma con una funzione religiosa. L'ex capo del seminario di Traunstein ha trascorso gli ultimi anni come dipendente della Congregazione per l'Educazione a Roma ed, in pochi giorni, monsignor Frauenlobstraße entrerà ora in servizio presso l'Ufficio del Decano Berchtesgaden.

La banda di St. Leonhard am Wonneberg ha una lunga amicizia con Thomas Frauenlobstraße . "Lui è il nostro musicista d'onore, così abbiamo voluto fornire la musica per la sua celebrazione", dice Eder. Quando si pianifica il viaggio abbiamo chiesto a Georg Gänswein, prefetto della Casa Pontificia e segretario privato del Papa emerito, per un incontro con Benedetto che è stato concesso.

Prima siamo andati in udienza generale con Papa Francesco in piazza San Pietro, dove i musicisti hanno suonato, con il loro direttore d'orchestra, Hans Greisberger, in prima fila, con un pubblico di circa 100.000 pellegrini. Siamo poi andati con Thomas Frauenlobstraße nei Giardini Vaticani, dove la banda ha iniziato a suonare davanti alla nuova casa del Papa in pensione", dice Eder. "E poi è venuto giù per le scale". Hanno suonato due marce ed un inno bavarese. "Ha anche cantato", ha detto Sepp Eder.

La banda si è presentata al Papa emerito Benedetto XVI con un cesto in regalo. "Questo includeva, tra le altre cose, il nostro vino biologico, marmellate fatte in casa, miele e pane", dice Eder. Benedetto era molto soddisfatto dei doni. Avevano la loro bandiera bavarese che Benedetto ha firmato, dice Eder con orgoglio.

Il Papa emerito sembrava in buona salute, dice Eder, ed ha anche avuto alcune storie da raccontare. Ha detto al gruppo che aveva sempre comprato le scarpe dal calzolaio a San Leonardo. Le scarpe della sua prima Messa venivano da lì.

La banda ha anche un legame stretto con il Papa emerito. Alla vigilia della sua prima Messa, c'era la musica della cappella di St. Leonhard am Wonneberg che stava suonando davanti alla casa di sua madre in Huffschlag. "Per noi, oggi, questo è quasi un circolo", ha detto Eder.


Traduzione dall'inglese: Paparatzifan
Fonte: theratzingerforum.yuku.com/sreply/75501/His-Holiness-Pope-Benedict-XVI-Pope-Emeritus-News#.Uml...

www.wochenblatt.de/nachrichten/traunstein/regionales/-Papst-Benedikt-eremitiert;art3...


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Testo integrale della risposta di Benedetto XVI al matematico Piergiorgio Odifreddi autore del libro: "Caro Papa, ti scrivo"

23 novembre 2013 alle ore 16.43

Ecco il testo integrale della risposta di Benedetto XVI al matematico ateo che in un libro aveva contrapposto la visione logico-scientifica a quella metafisico-teologica della religione.


Ill.mo Signor Professore Odifreddi,

Anzitutto devo chiedere scusa per il fatto che solo oggi ringrazio per l’invio del Suo libro “Caro Papa, ti scrivo”, come anche per le gentili righe che, in questa occasione, attraverso l’Arcivescovo Gänswein ha rivolto indirettamente anche a me. Ma non volevo scrivere prima di aver letto il libro, e poiché tuttora gravano su di me vari lavori, solo adesso ho terminato la lettura.

Oggi vorrei dunque finalmente ringraziarLa per aver cercato fin nel dettaglio di confrontarsi con il mio libro e così con la mia fede; proprio questo è in gran parte ciò che avevo inteso nel mio discorso alla Curia Romana in occasione del Natale 2009. Devo ringraziare anche per il modo leale in cui ha trattato il mio testo, cercando sinceramente di rendergli giustizia.

Il mio giudizio circa il Suo libro nel suo insieme è, però, in se stesso piuttosto contrastante. Ne ho letto alcune parti con godimento e profitto. In altre parti, invece, mi sono meravigliato di una certa aggressività e dell’avventatezza dell’argomentazione.

Mi piacerebbe rispondere capitolo per capitolo, ma per questo, purtroppo, non bastano le mie forze. Scelgo, quindi, alcuni punti che mi sembrano particolarmente importanti.


I.

Mi meraviglio anzitutto che Lei nelle pagine 25s interpreti la mia scelta di andare oltre la percezione dei sensi per scorgere la realtà nella sua grandezza come “un’esplicita negazione del principio di realtà” o come “psicosi mistica”, mentre io intendevo dire proprio ciò che Lei poi, a pagina 29s espone sul metodo delle scienze naturali: il “trascendere le limitazioni della sensorialità umana”. Così sono pienamente d’accordo con ciò che Lei scrive a pagina 40: “…la matematica presenta una profonda affinità con la religione”. In questo punto non vedo, dunque, alcun vero contrasto tra il Suo approccio e il mio. Se a pagina 49 Lei spiega poi che la “vera religiosità … oggi si ritrova più nella scienza che nella filosofia”, fa una affermazione su cui si può certamente discutere; sono però contento che Lei qui intenda presentare il Suo lavoro come “vera religiosità”. Qui, come nuovamente a pagina 65, e poi ancora una volta nel capitolo “Il suo e il mio Credo”, Lei sottolinea che la rinuncia all’“antropomorfismo” di un Dio inteso come persona e la venerazione della razionalità costituirebbero la vera religiosità. Coerentemente, a pagina 182 del Suo libro, dice in modo molto drastico “che la matematica e la scienza sono l’unica vera religione, il resto è superstizione”.

Ora, posso certamente comprendere che si consideri antropomorfismo la concezione della Ragione primordiale e creatrice come Persona con un proprio “Io”; ciò sembra essere una riduzione della grandezza, per noi inconcepibile, del Logos. La fede trinitaria della Chiesa, la cui presentazione nel mio libro Lei riporta in modo molto oggettivo, esprime infatti in qualche misura anche l’aspetto totalmente diverso, misterioso, di Dio, ciò che possiamo sempre intuire solo da lontano. A questo punto vorrei ricordare l’affermazione del cosiddetto Pseudo Dionigi Areopagita, il quale una volta dice che, certamente, le menti filosofiche provano una specie di rigetto di fronte agli antropomorfismi biblici, considerandoli inadeguati.



Ma il rischio di queste persone illuminate è di valutare poi adeguata la loro concezione filosofica di Dio e di dimenticare che anche le loro idee filosofiche restano infinitamente lontane dalla realtà del “totalmente Altro”. Così questi antropomorfismi sono necessari per superare l’arroganza del pensiero; anzi, bisogna dire che, sotto un certo aspetto, gli antropomorfismi si avvicinano più alla realtà di Dio che non i meri concetti. Del resto, rimane sempre valido ciò che nel 1215 disse il Concilio Lateranense IV e cioè che ogni concetto di Dio può essere soltanto analogico e la dissomiglianza con il vero Dio è sempre infinitamente più grande della somiglianza.

Premesso questo, bisogna dire tuttavia che un Logos divino deve essere anche coscienza e, in questo senso, Soggetto e Persona. Una ragione oggettiva presuppone sempre un soggetto, una ragione cosciente di sé.

A pagina 53 del Suo libro Lei dice che questa distinzione, che nel 1968 poteva ancora sembrare giustificata, di fronte alle intelligenze artificiali che oggi esistono non sarebbe più sostenibile. In questo Lei non mi convince per niente. L’intelligenza artificiale, infatti, è evidentemente un’intelligenza trasmessa da soggetti coscienti, un’intelligenza deposta in apparecchiature. Ha un’origine chiara, appunto, nell’intelligenza dei creatori umani di tali apparati.

Infine, non posso affatto seguirLa, se al principio mette non il Logos con la maiuscola, ma il logos matematico con la minuscola (pagina 85). Il Logos degli inizi è effettivamente un Logos al di sopra di tutti i logoi.

Certamente, il passaggio dai logoi al Logos, compiuto dalla fede cristiana insieme con i grandi filosofi greci, è un salto che non può essere semplicemente dimostrato: esso conduce dall’empiria alla metafisica e con ciò a un altro livello del pensiero e della realtà. Ma questo salto è almeno tanto logico quanto la sua contestazione. Penso anche che chi non può compierlo dovrebbe, tuttavia, considerarlo almeno come una questione seria. Questo è il punto decisivo nel mio dialogo con Lei, un punto al quale ritornerò ancora alla fine: mi aspetterei che uno che si interroga seriamente riconosca comunque quel “forse” di cui, seguendo Martin Buber, ho parlato all’inizio del mio libro. Ambedue gli interlocutori devono rimanere in ricerca. A me sembra, però, che Lei invece interrompa la ricerca in un modo dogmatistico e non domandi più, ma solo pretenda di ammaestrarmi.


II.

Il pensiero appena esposto costituisce per me il punto centrale di un vero dialogo tra la Sua fede “scientifica” e la fede dei cristiani. Tutto il resto, al confronto, è secondario. Così Lei mi consentirà di essere più conciso per quanto riguarda l’evoluzione. Anzitutto vorrei far notare che nessun teologo serio contesterà che l’intero “albero della vita” stia in un vivo rapporto interno, per il quale la parola evoluzione è adeguata. Così pure nessun teologo serio sarà dell’opinione che Dio, il Creatore, ripetutamente a livelli intermedi abbia dovuto intervenire quasi manualmente nel processo dello sviluppo. In questo senso, molti attacchi alla teologia riguardanti l’evoluzione sono infondati. Dall’altra parte, sarebbe utile al progresso della conoscenza se anche i rappresentanti delle scienze naturali si mostrassero più apertamente consapevoli dei problemi e se venisse detto con più chiarezza quante domande a questo proposito restano aperte.

Al riguardo ho sempre considerato esemplare l’opera di Jacques Monod, il quale riconosce chiaramente che, in ultima analisi, non conosciamo le vie per cui si formano volta per volta nuovi DNA pieni di senso. Contesto dunque la Sua tesi di pagina 129 secondo cui le quattro tipologie sviluppate da Darwin spiegherebbero perfettamente tutto ciò che riguarda l’evoluzione delle piante e degli animali, compreso l’uomo. D’altra parte, non vorrei tralasciare il fatto che in questo campo esiste molta fantascienza; ne parlerò altrove. Inoltre, nel suo libro “Prinzip Menschlichkeit” (Amburgo 2007) lo scienziato medico Joachim Bauer di Friburgo ha illustrato in modo impressionante i problemi del Darwinismo sociale; anche su questo non si dovrebbe tacere.

Il risultato del “Longterm-evolution experiment” di cui Lei parla a pagina 121 non è affatto di ampia portata. La tentata contrazione del tempo rimane, in ultima analisi, fittizia e le mutazioni raggiunte sono di modesta portata. Ma soprattutto l’uomo, come demiurgo, deve sempre di nuovo intervenire col suo apporto – ciò che nell’evoluzione vogliamo proprio escludere. Trovo, inoltre, molto importante che Lei, tuttavia, anche nella Sua “religione” riconosca tre “misteri”: la questione circa l’origine dell’universo, quella circa l’insorgere della vita e quella circa l’origine della coscienza degli esseri viventi più sviluppati. Ovviamente anche qui vede l’uomo come una delle specie di scimmie e con ciò mette sostanzialmente in dubbio la dignità dell’uomo; comunque il sorgere della coscienza rimane una questione aperta per Lei (pagina 182).


III.

Più volte, Ella mi fa notare che la teologia sarebbe fantascienza. A tale riguardo, mi meraviglio che Lei, tuttavia, ritenga il mio libro degno di una discussione così dettagliata. Mi permetta di proporre in merito a tale questione quattro punti:

1. È corretto affermare che “scienza” nel senso più stretto della parola lo è solo la matematica, mentre ho imparato da Lei che anche qui occorrerebbe distinguere ancora tra l’aritmetica e la geometria. In tutte le materie specifiche la scientificità ha ogni volta la propria forma, secondo la particolarità del suo oggetto. L’essenziale è che applichi un metodo verificabile, escluda l’arbitrio e garantisca la razionalità nelle rispettive diverse modalità.

2. Ella dovrebbe per lo meno riconoscere che, nell’ambito storico e in quello del pensiero filosofico, la teologia ha prodotto risultati durevoli.

3. Una funzione importante della teologia è quella di mantenere la religione legata alla ragione e la ragione alla religione. Ambedue le funzioni sono di essenziale importanza per l’umanità. Nel mio dialogo con Habermas ho mostrato che esistono patologie della religione e – non meno pericolose – patologie della ragione. Entrambe hanno bisogno l’una dell’altra, e tenerle continuamente connesse è un importante compito della teologia.

4. La fantascienza esiste, d’altronde, nell’ambito di molte scienze. Ciò che Lei espone sulle teorie circa l’inizio e la fine del mondo in Heisenberg, Schrödinger ecc., lo designerei come fantascienza nel senso buono: sono visioni ed anticipazioni, per giungere ad una vera conoscenza, ma sono, appunto, soltanto immaginazioni con cui cerchiamo di avvicinarci alla realtà. Esiste, del resto, la fantascienza in grande stile proprio anche all’interno della teoria dell’evoluzione. Il gene egoista di Richard Dawkins è un esempio classico di fantascienza. Il grande Jacques Monod ha scritto delle frasi che egli stesso avrà inserito nella sua opera sicuramente solo come fantascienza. Cito: “La comparsa dei Vertebrati tetrapodi … trae proprio origine dal fatto che un pesce primitivo ‘scelse’ di andare ad esplorare la terra, sulla quale era però incapace di spostarsi se non saltellando in modo maldestro e creando così, come conseguenza di una modificazione di comportamento, la pressione selettiva grazie alla quale si sarebbero sviluppati gli arti robusti dei tetrapodi. Tra i discendenti di questo audace esploratore, di questo Magellano dell’evoluzione, alcuni possono correre a una velocità superiore ai 70 km orari…” (citato secondo l’edizione italiana Il caso e la necessità, Milano 2001, pag. 117s).


IV.

In tutte le tematiche discusse finora si tratta di un dialogo serio, per il quale io – come ho già detto ripetutamente – sono grato. Le cose stanno diversamente nel capitolo sul sacerdote e sulla morale cattolica, e ancora diversamente nei capitoli su Gesù. Quanto a ciò che Lei dice dell’abuso morale di minorenni da parte di sacerdoti, posso – come Lei sa – prenderne atto solo con profonda costernazione. Mai ho cercato di mascherare queste cose. Che il potere del male penetri fino a tal punto nel mondo interiore della fede è per noi una sofferenza che, da una parte, dobbiamo sopportare, mentre, dall’altra, dobbiamo al tempo stesso, fare tutto il possibile affinché casi del genere non si ripetano. Non è neppure motivo di conforto sapere che, secondo le ricerche dei sociologi, la percentuale dei sacerdoti rei di questi crimini non è più alta di quella presente in altre categorie professionali assimilabili. In ogni caso, non si dovrebbe presentare ostentatamente questa deviazione come se si trattasse di un sudiciume specifico del cattolicesimo.

Se non è lecito tacere sul male nella Chiesa, non si deve, però, tacere neppure della grande scia luminosa di bontà e di purezza, che la fede cristiana ha tracciato lungo i secoli. Bisogna ricordare le figure grandi e pure che la fede ha prodotto – da Benedetto di Norcia e sua sorella Scolastica, a Francesco e Chiara d’Assisi, a Teresa d’Avila e Giovanni della Croce, ai grandi Santi della carità come Vincenzo de’ Paoli e Camillo de Lellis fino a Madre Teresa di Calcutta e alle grandi e nobili figure della Torino dell’Ottocento. È vero anche oggi che la fede spinge molte persone all’amore disinteressato, al servizio per gli altri, alla sincerità e alla giustizia. Anche Lei non può non sapere quante forme di aiuto disinteressato ai sofferenti si realizzino attraverso il servizio della Chiesa e dei suoi fedeli. Se si togliesse tutto ciò che viene fatto per questi motivi, si verificherebbe un crollo sociale ad ampio raggio. Infine, non si deve neppure tacere della bellezza artistica che la fede ha donato al mondo: da nessuna parte lo si vede meglio che in Italia. Pensi anche alla musica ispirata dalla fede, a cominciare dal canto gregoriano fino a Palestrina, Bach, Mozart, Haydn, Beethoven, Bruckner, Brahms ecc.


V.

Ciò che Lei dice sulla figura di Gesù non è degno del Suo rango scientifico. Se Lei pone la questione come se di Gesù, in fondo, non si sapesse niente e di Lui, come figura storica, nulla fosse accertabile, allora posso soltanto invitarLa in modo deciso a rendersi un po’ più competente da un punto di vista storico. Le raccomando per questo soprattutto i quattro volumi che Martin Hengel (esegeta della Facoltà teologica protestante di Tübingen) ha pubblicato insieme con Maria Schwemer: è un esempio eccellente di precisione storica e di amplissima informazione storica. Di fronte a questo, ciò che Lei dice su Gesù è un parlare avventato che non dovrebbe ripetere.

Che nell’esegesi siano state scritte anche molte cose di scarsa serietà è, purtroppo, un fatto incontestabile. Il seminario americano su Gesù che Lei cita alle pagine 105s conferma soltanto un’altra volta ciò che Albert Schweitzer aveva notato riguardo alla “Leben-Jesu-Forschung” (Ricerca sulla vita di Gesù) e cioè che il cosiddetto “Gesù storico” è per lo più lo specchio delle idee degli autori. Tali forme mal riuscite di lavoro storico, però, non compromettono affatto l’importanza della ricerca storica seria, che ci ha portato a conoscenze vere e sicure circa l’annuncio e la figura di Gesù.

A pagina 104 Lei si spinge fino al punto di porre la domanda se Gesù non sia stato magari uno dei tanti ciarlatani che, con magie e trucchi, hanno sedotto il popolo sprovveduto. E anche se questo è espresso soltanto nella forma di una domanda e, grazie a Dio, non appare come tesi, il rispetto di fronte a ciò che per altri è una realtà sacra dovrebbe trattenerLa da ingiurie del genere (cfr. anche l’espressione “sciocca ciarlataneria” a pagina 104).

Inoltre devo respingere con forza la Sua affermazione (pag. 126) secondo cui avrei presentato l’esegesi storico-critica come uno strumento dell’anticristo. Trattando il racconto delle tentazioni di Gesù, ho soltanto ripreso la tesi di Soloviev, secondo cui l’esegesi storico-critica può essere usata anche dall’anticristo – il che è un fatto incontestabile. Al tempo stesso, però, sempre – e in particolare nella premessa al primo volume del mio libro su Gesù di Nazaret – ho chiarito in modo evidente che l’esegesi storico-critica è necessaria per una fede che non propone miti con immagini storiche, ma reclama una storicità vera e perciò deve presentare la realtà storica delle sue affermazioni anche in modo scientifico. Per questo non è neppure corretto che Lei dica che io mi sarei interessato solo della metastoria: tutt’al contrario, tutti i miei sforzi hanno l’obiettivo di mostrare che il Gesù descritto nei Vangeli è anche il reale Gesù storico; che si tratta di storia realmente avvenuta.

A questo punto vorrei far notare anche che la Sua esposizione del “crede ut intellegas” non concorda con la modalità agostiniana del pensare, che mi orienta: per Agostino il “crede ut intellegas” e l’“intellege ut credas”, in un loro modo specifico, vanno inscindibilmente insieme. Al riguardo, vorrei rinviare all’articolo “crede ut intellegas” di Eugene TeSelle nel “Augustinus-Lexikon” (ed. C. Mayer), vol. 2, Basel 1996-2002, coll. 116-119.

Mi permetto poi di osservare che, in materia di scientificità della teologia e delle sue fonti, Lei dovrebbe muoversi più cautamente con le affermazioni storiche. Menziono un solo esempio. A pagina 109 Lei ci dice che alla storia della trasformazione dell’acqua del Nilo in sangue (Es 7, 17s) corrisponderebbe nel Vangelo di Giovanni la trasformazione dell’acqua in vino durante le Nozze di Cana. Questo, naturalmente, è un nonsenso. La trasformazione dell’acqua del Nilo in sangue è un flagello che, per qualche tempo, sottrasse agli uomini l’elemento vitale dell’acqua per ammorbidire il cuore del faraone. La trasformazione dell’acqua in vino a Cana, invece, è il dono della gioia nuziale che Dio offre in abbondanza agli uomini – è un accenno alla trasformazione dell’acqua della Torah nel vino squisito del Vangelo. Nel Vangelo di Giovanni esiste, sì, la tipologia di Mosè, ma non in questo brano.


VI.

Con il 19o capitolo del Suo libro torniamo agli aspetti positivi del Suo dialogo con il mio pensiero. Prima, però, mi permetto di correggere ancora un piccolo errore da parte Sua. Nel mio libro non mi sono basato sul “Symbolum Nicaeno-Constantinopolitanum”, il cui testo Lei, meritevolmente, comunica al lettore, ma sul cosiddetto “Symbolum Apostolicum”. Esso si fonda nel suo nucleo sulla professione di fede della città di Roma che poi, a partire dal III secolo, si è diffusa sempre di più in Occidente, con diverse piccole varianti. A partire dal IV secolo venne considerato come redatto dagli Apostoli stessi. Nell’Oriente, però, è rimasto sconosciuto.

Ma ora andiamo al Suo 19o capitolo: anche se la Sua interpretazione di Gv 1,1 è molto lontana da ciò che l’evangelista intendeva dire, esiste tuttavia una convergenza che è importante. Se Lei, però, vuole sostituire Dio con “La Natura”, resta la domanda, chi o che cosa sia questa natura. In nessun luogo Lei la definisce e appare quindi come una divinità irrazionale che non spiega nulla. Vorrei, però, soprattutto far ancora notare che nella Sua religione della matematica tre temi fondamentali dell’esistenza umana restano non considerati: la libertà, l’amore e il male. Mi meraviglio che Lei con un solo cenno liquidi la libertà che pur è stata ed è il valore portante dell’epoca moderna. L’amore, nel Suo libro, non compare e anche sul male non c’è alcuna informazione. Qualunque cosa la neurobiologia dica o non dica sulla libertà, nel dramma reale della nostra storia essa è presente come realtà determinante e deve essere presa in considerazione. Ma la Sua religione matematica non conosce alcuna risposta alla questione della libertà, ignora l’amore e non ci dà alcuna informazione sul male. Una religione che tralascia queste domande fondamentali resta vuota.


Ill.mo Signor Professore, la mia critica al Suo libro in parte è dura. Ma del dialogo fa parte la franchezza; solo così può crescere la conoscenza. Lei è stato molto franco e così accetterà che anch’io lo sia. In ogni caso, però, valuto molto positivamente il fatto che Lei, attraverso il Suo confrontarsi con la mia “Introduzione al cristianesimo”, abbia cercato un dialogo così aperto con la fede della Chiesa cattolica e che, nonostante tutti i contrasti, nell’ambito centrale, non manchino del tutto le convergenze.

Con cordiali saluti e ogni buon auspicio per il Suo lavoro


* Testo integrale pubblicato con l'autorizzazione dell'autore. L'originale tedesco nella sua forma integrale è stato reso il 18 ottobre 2013 da Kath.net (http://www.kath.net/news/43292)


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Da "Vatican Insider"

29/11/2013

I patriarchi orientali salutano Benedetto XVI


Benedetto XVI ha ricevuto nel Monastero `Mater Ecclesiae´ i patriarchi orientali cattolici, che si trovavano a Roma in occasione della conclusione dell'Anno della fede e della plenaria della Congregazione per le Chiese Orientali.

Il Papa Emerito è apparso ai capi religiosi molto sereno e in buona forma. I patriarchi hanno voluto incontrarlo per dirgli il loro grazie per il grande aiuto prestato alle loro chiese durante il suo Pontificato.

L'agenzia Asianews l'incontro ha riportato la dichiarazione di monsignor Sako: "Santità, siamo venuti dal nostro hotel sotto la pioggia come pellegrini, e quindi meritiamo una benedizione speciale e una preghiera speciale per l'Iraq".

In risposta, il Papa emerito ha detto: "Prego tutti i giorni per l'Iraq, la Siria e per il resto dell'Oriente Sako ha inoltre chiesto: "Siete in pensione, ma non c'è la possibilità di venire in Iraq?". E Benedetto XVI ha risposto concludendo l'incontro: "Sto invecchiando, e sono un monaco che ha deciso di passare il resto del suo tempo nella preghiera e nel riposo".


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Da "Il Sismografo"

Giovedì 5 dicembre 2013

"Benedetto XVI. Ritratto inedito" del vaticanista del TG2 Lucio Brunelli è il vincitore del Premio "Giuseppe De Carli"

P. Università della Santa Croce

"Benedetto XVI. Ritratto inedito" di Lucio Brunelli è l'opera vincitrice della prima edizione del Premio "Giuseppe De Carli", la cui cerimonia di premiazione si è svolta il 5 dicembre presso la Pontificia Università della Santa Croce.

Secondi classificati, ex aequo, Daniela Mazzoli, di Rai educational, per il documentario "Scrittori per un anno - Fede e letteratura" e Joaquim Franco, con "Arquivo Secreto Vaticano", andato in onda sull'emittente portoghese SIC TV.

Il lavoro vincitore, trasmesso da Tg2 Dossier il 7 gennaio 2013, è stato scelto dalla giuria come opera che "propone un Ratzinger inedito, sia per le immagini mai trasmesse prima, sia per le testimonianze che hanno privilegiato voci lontane dalle gerarchie ecclesiastiche, attingendo a vite "normali" e talvolta "difficili". Ne emerge un'immagine fortemente umana di papa Benedetto, restituendo così una biografia vera ed emozionante di un pontefice che ha guidato la Chiesa in uno dei periodi più difficili e contraddittori, dimostrando sempre quel coraggio, quell'amore e quella tenerezza che spesso non sono stati adeguatamente colti e raccontati".

L'evento è stato aperto dalla proiezione di un video su Giuseppe De Carli realizzato da Pier Luigi Lodi di Rai Vaticano, al quale sono seguiti il ricordo dell'attuale direttore della struttura Massimo Enrico Milone, i saluti del Rettore della Santa Croce Monsignor Luis Romera e del direttore della Sala Stampa Vaticana p. Federico Lombardi.

L'Associazione ha assegnato, inoltre, due premi: alla carriera al vaticanista Marco Tosatti e ad una giovane promessa del giornalismo, la venticinquenne Elisa Bertoli.

La cerimonia è stata preceduta da una tavola rotonda sul tema "L'informazione religiosa oggi: stato dell'arte", alla quale sono intervenuti Valentina Alazraki (Televisa, Messico), Rosario Carello (A Sua immagine, Rai 1) e Andrea Tornielli (La Stampa - Vatican Insider), moderati da Federico Piana della Radio Vaticana.
Contemporaneamente alla cerimonia di premiazione, è stata lanciata la II edizione del Premio "Giuseppe De Carli", che questa volta prevede oltre alla categoria classica dei giornalisti, una categoria "Giovani" per coloro che si affacciano alla professione e che alla data del 31 dicembre 2013 non abbiano compiuto il 30° anno di età.

Il Regolamento del Premio, a cadenza annuale e promosso con il contributo accademico della Pontificia Università della Santa Croce e della Pontificia Facoltà Teologica "San Bonaventura" Seraphicum, è disponibile sul sito dell'Associazione www.associazionedecarli.it.

MOTIVAZIONI LAVORI PREMIATI

1° CLASSIFICATO
Tg2 Dossier. Benedetto XVI, ritratto inedito di Lucio Brunelli (Tg2 Rai)
Il documentario, mandato in onda da Rai Due nel mese precedente alla rinuncia al pontificato di Benedetto XVI, propone un Ratzinger inedito, sia per le immagini mai trasmesse prima, sia per le testimonianze che hanno privilegiato voci lontane dalle gerarchie ecclesiastiche, attingendo a vite "normali" e talvolta "difficili". Ne emerge un'immagine fortemente umana di papa Benedetto, restituendo così una biografia vera ed emozionante di un pontefice che ha guidato la Chiesa in uno dei periodi più difficili e contraddittori, dimostrando sempre quel coraggio, quell'amore e quella tenerezza che spesso non sono stati adeguatamente colti e raccontati.

Articolo completo qua:

http://ilsismografo.blogspot.it/2013/12/italia-benedetto-xvi.html


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"CON IL CUORE SPEZZATO... SEMPRE CON TE!"
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Da "Vatican Insider"

"Ratzinger sta bene e riceve visite"

La testimonianza di monsignor Georg Gaenswein alla presentazione della nuova app sulla Bibbia


«Il Papa emerito sta bene. Riceve sempre visite, anche se con un dosaggio `umano´». Lo riferisce il segretario personale di Benedetto XVI, monsignor Georg Gaenswein, prefetto della Casa Pontificia, intervenuto alla presentazione di BibleWorld, nuova app sulla Bibbia delle dizioni San Paolo.

«Benedetto XVI è un uomo vecchio, ma ha una testa molto chiara, è molto lucida e acuta», ha detto "don Georg" rispondendo ai giornalisti a margine dell'incontro. Gaenswein ha annunciato che presto nell'ex monastero Mater Ecclesiae in Vaticano, residenza del Papa emerito, arriverà anche il fratello, mons. Georg Ratzinger.

Alla domanda se Benedetto XVI parteciperà il 27 aprile prossimo alla cerimonia in Piazza San Pietro per la canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, l'arcivescovo risponde: «Non lo so. Ci sono molti che lo sperano: ma non so quale sia la volontà del Papa emerito, non posso rispondere per lui».

«C'è una vecchia "regola" tra papa Benedetto XVI e me: quando gli faccio vedere qualcosa sullo schermo dell'iPad, facendo scorrere le informazioni con le dita, in lui di volta in volta si risveglia l'interesse per queste nuove tecnologie, non pensa siano cose precluse a una persona anziana».

«Benedetto XVI non è in possesso dello strumento tecnico - ha concluso `don Georg´ mostrando il suo iPad - però è grato di essere informato e di poter condividere questa nuova esperienza».


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Da "Abruzzo24ore.tv"

Il coro della Basilica di Collemaggio ha incontrato il Papa Emerito Benedetto XVI

Domenica 15 dicembre 2013, 18:19


Con molta commozione il Coro della Basilica di Collemaggio ha incontrato Sua Santità Benedetto XVI Papa Emerito.
L’incontro svoltosi presso il monastero “Mater Ecclesiae” è stato toccante, il Coro ha ringraziato il Pontefice per la visita fatta nella nostra città il 28 aprile 2009, 22 giorni dopo il sisma del 6 aprile, ha ricordato il gesto toccante fatto dal Pontefice appena aperta la Porta Santa di Collemaggio, al suo interno vi era la Teca con le spoglie mortali di Celestino il Papa commosso, donò a Celestino, ma anche alla Città di L’Aquila il Suo Pallio.

Il Coro ha voluto sottolineare quel gesto paterno donando al Pontefice un’immagine raffigurante Maria che tiene a se il Bambinello, a tale dono si è aggiunto quello del Sindaco Massimo Cialente che ha donato una maschera raffigurante una faccia della storica fontana delle 99 cannelle, oltre a questi due regali, il Coro con l’orafo Cesare Cavallo hanno donato al Pontefice Emerito Benedetto XVI, al Suo Segretario Mons. Georg Ganswein e a Papa Francesco un segnalibro in seta con il rosone centrale della Basilica simbolo ormai entrato nei cuori di tutti gli aquilani.

Il Coro inoltre vuole ringraziare tutti i commercianti aquilani che hanno donato cesti con i sapori della nostra terra.

http://www.abruzzo24ore.tv/news/Il-coro-della-Basilica-di-Collemaggio-ha-incontrato-il-Papa-Emerito-Benedetto-XVI/131481.htm


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Da "Korazym.org"

Monsignor Alfred Xuereb: Quando Papa Benedetto suonò il canto natalizio della mia Malta

22 dicembre 2013 Vaticano

di Angela Ambrogetti


Ecco alcuni stralci dell'intervista:


(...) Ma lei come ha salutato il Papa emerito?

“Il momento più toccante è stato quando sono entrato nel suo ufficio a Castelgandolfo per salutarlo personalmente. Poi c’è stato l’ultimo pranzo, ma il momento privato è stato intensissimo. Io piangevo e gli ho detto, come riuscivo, con un nodo alla gola: Santo Padre per me è molto difficile distaccarmi da Lei, io la ringrazio tantissimo per quello che Lei mi ha donato in questi anni, per la sua grande paternità. Lui si è alzato dalla scrivania e, mentre gli baciavo l’anello che ormai non era più quello del Pescatore, ha sollevato sulla mia testa la mano destra e mi ha benedetto.”

I ricordi sono tanti e sgorgano dal cuore del sacerdote vividi e intensi.

“ Una volta- racconta don Alfred-eravamo a Castelgandolfo, ci fu un incontro con seminaristi e sacerdoti. Uno dei sacerdoti aveva fatto notare come fosse difficile seguire i ritmi della preghiera. Perché la parrocchia era grande e c’era tanta gente da seguire. E diceva, quasi scusandosi, che non riusciva sempre a pregare il breviario, perché magari doveva accudire i fedeli. Forse attendeva quasi una approvazione. Invece il Papa gli ha detto: questa tua premura pastorale è molto lodevole, ma ricordati che anche quando preghi il breviario stai facendo una azione pastorale perché stai pregando per i tuoi parrocchiani. Come è importante aiutare una persona ascoltandola e facendo cose concrete per venirle incontro, è altrettanto importante aiutarla e sostenerla con la tua preghiera. Questo i parrocchiani lo apprezzano tanto quando vengono a saperlo. E così il Papa ha incoraggiato il parroco a non trascurare la Liturgia delle Ore.”

Una paternità che la “famiglia del Papa”, di cui don Alfred ha fatto parte, ha vissuto in tanti gesti quotidiani che dimostrano la umanità e semplicità di Benedetto XVI. Nelle richieste di preghiera, ad esempio, Ratzinger ha proseguito alcune abitudini di Giovanni Paolo II, che chiamava sempre semplicemente, il Papa.

“Ogni giorno arrivavano numerose lettere con richieste di preghiera a Papa Benedetto. Succedeva lo stesso con Giovanni Paolo II ed era un compito di don Mietek, che io ho ereditato, quello di prepararle su un fogliettino per il Papa. Arrivavano alla segreteria particolare tante richieste di persone malate e il Papa rimaneva impressionato di quante famiglie vivessero questo dramma, pensando non solo al malato, ma anche a tutta la famiglia che giorno e notte, Natale e Pasqua, estate ed inverno doveva accudire il familiare infermo. E poi c’era l’angoscia per i bambini. Il Papa, che pure ha mille pensieri, considerava la sua preghiera per i malati un ministero pastorale importantissimo. Mettevo i fogliettini in cappella sul suo inginocchiatoio, e so che Benedetto li sfogliava e li rileggeva conservandoli nel cassettino. Mi sorprendeva quando, dopo qualche giorno, mi chiedeva se avevo avuto notizia di qualcuno dei malati che conoscevo personalmente.”

E poi il raccoglimento prima della messa: “La messa iniziava alle 7.00, ma ci furono dei giorni in cui si sentiva l’orologio del cortile di San Damaso che suonava l’ora ma lui rimaneva in raccoglimento. Ricordo un periodo in particolare, che si fermava a lungo anche dopo l’orario di inizio. Avevo la netta sensazione che stesse pregando per una intenzione particolare. Forse era il momento del travaglio interiore che lui ha avuto prima di arrivare all’eroica decisione della rinuncia. Era un raccoglimento molto particolare.”

Nella vita quotidiana c’erano anche momenti speciali di festa come il Natale. Ricorda il suo primo Natale con Papa Benedetto?

“Eravamo intorno all’albero con le candele accese come si usa in Germania. Cantavamo i canti natalizi in tedesco in latino e in italiano. Ad un certo momento il Papa si gira verso di me e mi dice: il suo predecessore, don Mietek, ci cantava qualche canto in polacco, lei ne ha qualcuno maltese?

Io avevo degli spartiti dei canti popolari nostri, in particolare uno che è il più tradizionale: Ninni la Tibkix Izjed, Ninna nanna a Gesù, non piangere più. Si canta sempre. Corsi nel mio ufficio presi gli spartiti e fu grande la mia sorpresa e la mia emozione quando il Papa prese gli spartiti e si mise al pianoforte a suonare. Sentendo questa melodia suonata dal Papa ancora oggi il pensiero mi emoziona. La vigilia di Natale dopo cena, in attesa della messa, ci riunivamo attorno all’albero acceso, il Papa prendeva il brano del Vangelo della natività di Gesù e lo leggeva, poi ci scambiavamo gli auguri. Mi spiegò che ogni padre di famiglia in Baviera fa così. Mi piaceva arricchire la grande religiosità maltese popolare con quella della Baviera.”

A tavola e dopo i pasti o magari dopo le passeggiate nei Giardini Vaticani per la recita del Rosario il Papa e i suoi segretari parlavano delle udienze del giorno, delle persone incontrate, talvolta anche delle critiche che arrivavano da fuori e dentro la Chiesa. “L’ho visto dispiaciuto certo, ma non contrariato. Non l’ho mai sentito dire una frase di sdegno. Quando ci fu la triste vicenda del nostro Aiutante di Camera, che trattava come un figlio, ha manifestato il suo dispiacere per la sua famiglia e per lui stesso. Ma mai una parola di indignazione.” (...)

L'intervista completa qui:

http://www.korazym.org/11804/monsignor-alfred-xuereb-quando-papa-benedetto-suono-il-canto-natalizio-della-mia-malta/


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Da "linkiesta.it"

Ma il personaggio dell'anno, anzi del nostro tempo, è papa Benedetto XVI

Quando alle 11.46 dell'11 febbraio 2013 è risuonato, in latino, l'annuncio di papa Benedetto XVI molte analisi mediatiche su di lui si sono rivelate per quelle che erano: superficiali, frettolose, banali, spesso venate da antichi pregiudizi. Quel farsi da parte da parte del teologo tedesco, che segnerà per sempre la storia della Chiesa e la storia tout court inaugurando, chissà, una nuova primavera della Chiesa, sembra adesso quasi dimenticato, rimosso. Troppo ingombrante, forse, per rifletterci su.

L'anno che ci lasciamo alle spalle, segnato dal gesto drammatico del Papa tedesco, segna anche il punto più alto di quell'incomprensione totale tra media system e Chiesa cattolica e, soprattutto, con quel mite teologo bavarese chiamato a guidarla nel bel mezzo di una tempesta perfetta, tra infedeltà diffuse e malebolge da basso impero.

Fino a quel punto tenacemente avversato, Ratzinger d'un tratto s'è rivelato un Papa saggio, coraggioso, spiazzante, straordinario persino. Così va il mondo. E forse non c'è da scandalizzarsene più di tanto. Capita questo a chi legge le vicende della Chiesa solo in un'ottica mondana e non anche spirituale. Ma non è questo il punto. Il copione si ripete adesso anche con Francesco.

I media, in questo fine d'anno, si sono affrettati a stilare pagelle e compilare classifiche decretando papa Francesco personaggio del 2013, dall'empatia vis-à-vis con i fedeli alla popolarità sui social network. Tutto giusto, per carità. Ma tutto ha il sapore dell'improvvisazione, dell'istante, del last-minute. Quasi che questa fretta di “congedare” papa Ratzinger nascondesse un desiderio inconscio di non fare i conti fino in fondo con il suo gesto. Come se tutti coloro che in passato furono tanto sicuri e perentori nel criticare Benedetto per il suo stile, le sue parole, i suoi atti non avessero saputo leggere e collocare all'interno del suo pontificato l'ultimo e decisivo atto: le dimissioni. Che non sono state un fuggire ma un vero e proprio atto di governo. E soprattutto un gesto di martirio nel senso, etimologico, di dare testimonianza.

Nella sua ieratica e profetica solitudine – accentuata da quella voce flebile con cui ha annunciato la sua uscita di scena – papa Benedetto ha colto il segno del tempo, la spinta di rinnovamento che talvolta, in certe epoche storiche più di altre, soffia sulla Chiesa, e ha preso su di sé tutto il peso di un gesto che ai più è sembrato viltà, ad altri addirittura una fuga dalle responsabilità, ad altri ancora, non credenti eppure affetti da una strana papolatria, l'incrinatura dell'immagine su misura che loro s'erano fatti della Chiesa: mondana, triumphans, di ostentazione del potere.

«La Chiesa», ha scritto lo storico Alberto Melloni nel bel saggio Quel che resta di Dio (Einaudi), «in senso proprio, si confonde se e quando non riconosce il tempo in cui è stata visitata da quelle spinte di rinnovamento che una, due, tre volte per millennio soffiano sul suo volto sciupato».

Papa Benedetto – la cui portata storica della decisione è ancora tutta da decifrare per il futuro – questa spinta di rinnovamento l'ha colta, ha alzato lo sguardo più in alto dei suoi stessi “difensori” e di tutti quei carrieristi che gli stavano intorno, adulandolo ma senza mai aiutarlo, e ha messo tutti e ciascuno di fronte alle proprie responsabilità. Il Papa criticato per il camauro e la cura della liturgia, le scarpe rosse e altri segni esteriori, ha cambiato il significato della parola “tradizione” preferendo stravolgerla, in nome della fedeltà alla Chiesa, pur di conservarne il fuoco vivo della sua missione e del suo senso di stare al mondo e rilanciare all'uomo contemporaneo, sempre più sazio e sempre più disperato, quella domanda su Dio che è anche e soprattutto, come sempre, una domanda su se stesso, sul suo agire, sul suo rapporto con gli altri.

Se la domanda su Dio, e sullo scandalo di un Dio fattosi uomo e morto per gli uomini, continuerà a risuonare ancora più nitida e meno inquinata nel cuore degli uomini lo si deve (anche) a questo Papa anticonformista che ha capito che non tanto il potere, quanto la rinuncia al potere, serve per governare e raddrizzare, insegnare e suscitare un anelito più alto. «Non aver inteso la visitazione», ha scritto ancora Melloni, «ha fatto la chiesa a pezzi, e non in senso metaforico».

Al netto di facili trionfalismi e analisi frettolose, il personaggio dell'anno, ma sarebbe più corretto dire il personaggio simbolo di questo tempo enigmatico e difficile, è proprio papa Benedetto XVI che con il suo gesto s'è preoccupato non tanto di quello che resterà di una cristianità stanca, prigioniera di un mondo che se sconfitto non sarà più rimpianto, ma di quello che sopravviverà, nell'intimità di ognuno, dell'antica domanda di Cristo che risuonò a Cesarea di Filippo: «Ma voi chi dite che io sia?».

http://www.linkiesta.it/blogs/opportune-et-importune/ma-il-personaggio-dell-anno-anzi-del-nostro-tempo-e-papa-benedetto-xvi

[Modificato da Paparatzifan 02/01/2014 14.02]
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Il "perché" di una rinuncia

Mercoledì 1 gennaio 2014

L'altra sera ero a cena da un mio carissimo amico e, come il nostro solito, fra una portata e l'altra, discutevamo di accadimenti ecclesiali. Ad un certo punto, questo mio amico, pensoso, esclama: "Come mai papa Benedetto si è dimesso? Io quel gesto non l'ho ancora capito. Sembra quasi uno scendere dalla croce. Giovanni Paolo II non mollò neanche quando non era più capace di parlare...". Controbatto subito io: "Grande coraggio quello di Giovanni Paolo II, ma in che situazione ci ha lasciati? Le nomine, gli spostamenti delle cariche erano ormai tutti decisi dai suoi "collaboratori". E che nomine!". Risponde il mio amico: "Ma se uno confida nello Spirito Santo sa che è proprio Lui che guida la Chiesa e non gli uomini". Belle parole! Ma i fatti? Lo Spirito agisce se l'uomo ha la buona volontà di agire, e sappiamo come andò a finire... Giovanni Paolo II morì e gli succedette Joseph Ratzinger che si ritrovò dentro quel marasma di nomine e in quel covo di serpi più arzille che mai. Il resto è sotto gli occhi di tutti...
Poi pensai: "Forse Benedetto non voleva che la situazione della Chiesa precipitasse come in quegli anni prima del 2005!". All'istante il mio amico mi fermò: "ma Benedetto aveva intorno collaboratori da lui scelti". E' vero, quelli che stavano intorno al Papa erano suoi stretti collaboratori. Allora perché la rinuncia? E' stata forse colpa della curia incapace e inefficiente? O è stata colpa dello stesso Benedetto che, appreso il fallimento delle sue scelte, quasi per stanchezza morale ha deciso di lasciare tutto? Io non credo a nessuna delle due ipotesi. E a dir la verità io ancora non ho capito il perché di quella rinuncia; e non prendiamoci in giro: nessuno di noi ha capito fino in fondo quel gesto. E non lo abbiamo capito perché siamo umani. Cosa voglio dire? Io credo fermamente che Benedetto XVI sia un santo del nostro tempo e credo che la sua amicizia con Cristo sia estremamente forte, quasi come faccia a faccia. Prima che con noi, Benedetto avrà parlato della rinuncia a Lui e Lui gli avrà dato conferma. Non mi fraintendete: sicuramente non ci saranno state visioni o apparizioni quotidiane ma tutto è maturato nella preghiera incessante.
A quali conclusioni voglio arrivare? Il perché di quella rinuncia è un "mistero" che non potremo mai afferrare pienamente e sfido chiunque a farlo. Quando Dio agisce nella storia, l'uomo si sente disorientato, incredulo, confuso e così ci siamo sentiti dopo quell'undici Febbraio. Sì, Dio ha agito attraverso Benedetto ma non per far spazio alla "nuova primavera" di papa Francesco (queste sono baggianate da cristiani sentimentali e superficialmente "adulti"). Ha agito per comunicarci qualcosa e guai a noi se tentassimo una frettolosa lettura dei disegni del Signore. Ci vuole calma, tempo e pazienza come altrettanta pazienza ci vorrà per riprenderci dal "colpo" di aver perso una persona cara come quella del nostro Papa emerito.
E' a lui, che voglio dedicare questo umile blog, perché il suo altissimo e luminoso Magistero risplenda ancora e sia segno di "contraddizione" per molti. Con una cosa non sono d'accordo con Benedetto: quando lui dice che non scende dalla croce ma rimane presso di essa in modo nuovo. Non è vero, caro Benedetto: tu puoi dire come San Paolo: "Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo ma Cristo vive in me".

http://ilpapaemerito.blogspot.it/2014/01/il-perche-di-una-rinuncia.html


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04/01/2014

Ratzinger visita il fratello ricoverato al Gemelli

Il Papa emerito è uscito dal Vaticano per recarsi in forma privata al capezzale di monsignor Georg Ratzinger

Giacomo Galeazzi - Andrea Tornielli

Città del Vaticano

È stata una visita molto discreta: ieri mattina Benedetto XVI si è recato al Policlinico Gemelli di Roma dove si trova ricoverato per accertamenti il fratello maggiore, monsignor Georg Ratzinger. Il Papa emerito è stato accolto dal rettore della Cattolica Franco Anelli, e dai medici che hanno in cura il fratello.

Ratzinger aveva lasciato una prima volta il monastero dentro le mura vaticane dove vive ritirato lo scorso agosto, diretto a Castel Gandolfo per assistere a un concerto. Ma in quel caso si era trattato quasi di un ritorno a casa, nella residenza estiva dei Papi dove aveva trascorso i primi due mesi dopo la rinuncia al pontificato.

Il motivo di questa seconda uscita è stata una visita dal carattere privatissimo e personale. Il Papa emerito, giunto a bordo di un'auto dai vetri oscurati, è rimasto per tutto il tempo al capezzale del fratello, che compirà 90 anni il prossimo 15 gennaio. Per molti anni direttore del coro dei «Domspatzen» di Ratisbona, Georg Ratzinger stava trascorrendo alcuni giorni in Vaticano durante le feste al momento del ricovero.

Da Pontefice regnante, Ratzinger si è recato più volte al Gemelli. La prima, il 5 agosto 2005, in occasione di un'altro ricovero del fratello, al quale era stato impiantato un pace-maker. Anche allora si era trattato di una visita privata, ma in quel caso si era trattenuto con i malati che l'avevano atteso nell'ingresso secondario dell'ospedale. Benedetto XVI vi aveva fatto ritorno per un incontro con i bambini ammalati e in un'altra occasione aveva fatto visita al cardinale Roger Etchegaray, rimasto infortunato durante la notte di Natale 2009, quando il Papa venne assalito da una giovane squilibrata.


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Il documento del Vaticano sui casi di pedofilia


18 gennaio 2014


Nei suoi due ultimi anni di pontificato, papa Benedetto XVI autorizzò le dimissioni dallo stato clericale di circa 400 preti, coinvolti in casi di abusi contro i minori. La notizia, che dimostra l’impegno di Joseph Ratzinger su uno dei problemi più dibattuti legati alla Chiesa nei tempi recenti, è stata diffusa dall’agenzia di stampa Associated Press (AP) che ha ottenuto un documento del Vaticano in cui sono elencati i provvedimenti contro i preti accusati di pedofilia in Europa e non solo. Nel 2011 e nel 2012 furono quindi quasi raddoppiate le riduzioni a stato laicale rispetto agli anni precedenti.

L’informazione data da AP è stata inizialmente smentita dal direttore della Sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, che ha parlato di errata interpretazione dei dati. Ma dopo avere effettuato alcune verifiche interne, Lombardi ha modificato la propria dichiarazione, confermando la correttezza dei dati diffusi dall’agenzia di stampa.

Secondo il documento, preparato per un’audizione della delegazione vaticana presso le Nazioni Unite a Ginevra, nel 2011 furono dimessi dallo stato clericale 260 preti, mentre nel 2012 simili provvedimenti riguardarono 124 sacerdoti. Tra il 2008 e il 2009, per fare un ulteriore confronto, le riduzioni a stato laicale avevano interessato circa 171 preti. L’aumento fu in parte dovuto ad alcune modifiche nelle politiche del Vaticano per gestire i casi di pedofilia e per la raccolta delle testimonianze delle persone che, da bambine e adolescenti, avevano subito molestie.

Alcuni dati sui provvedimenti assunti dal Vaticano erano già circolati negli scorsi anni, ma fino a ora non erano mai state diffuse informazioni così puntuali e su un ampio periodo di tempo. Il lungo articolo di AP spiega che a partire dal 2001 il Vaticano ha sensibilmente cambiato le proprie politiche per affrontare i casi di pedofilia, ordinando ai vescovi di inviare presso i suoi uffici tutti i casi credibili di pedofilia per verifiche e revisioni interne.

Prima di diventare papa, Ratzinger assunse diversi provvedimenti dopo essersi reso conto che in molti casi i vescovi non seguivano le indicazioni date dal Vaticano per i preti pedofili. Invece di essere richiamati alle loro responsabilità, nella maggior parte dei casi venivano semplicemente spostati da una parrocchia a un’altra, cercando di insabbiare le loro vicende.

Nel documento ottenuto da AP i dati più vecchi risalgono al 2005, anno in cui la Congregazione per la dottrina della fede, di cui Ratzinger fu prefetto tra il 1981 e il 2005, iniziò a dare informazioni più precise sui casi di pedofilia. Dopo i primi anni con un numero relativamente basso di processi autorizzati contro preti accusati di abusi sessuali, le cose cambiarono intorno al 2008, anno in cui Ratzinger diventato papa fece un viaggio negli Stati Uniti, paese dal quale iniziava ad arrivare un numero cospicuo di denunce e segnalazioni. Ai giornalisti Benedetto XVI spiegò di essere “mortificato” dall’alto numero di casi di pedofilia.


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30/01/2014

Ratzinger: no a un nuovo emblema araldico da Papa emerito

E’ la volontà di Benedetto XVI. Lo riferisce in una nota la Libreria Editrice Vaticana che pubblica il «Manuale di araldica ecclesiastica nella Chiesa cattolica»

Redazione
Roma


Non ci sarà un emblema araldico espressivo della nuova situazione che si è creata con la rinuncia al ministero petrino da parte di Benedetto XVI. È la volontà espressa dallo stesso Papa emerito. Lo riferisce in una nota la Libreria Editrice Vaticana che pubblica appunto il «Manuale di araldica ecclesiastica nella Chiesa cattolica», elaborato da due esperti del settore, il cardinale Andrea Cordero Lanza di Montezemolo e don Antonio Pompili.

«L'Araldica è un linguaggio - spiegano gli autori -. E l'araldica ecclesiastica è un ramo, o un capitolo, dell'araldica generale». Essa considera gli stemmi degli ecclesiastici e per mezzo di elementi simbolici «deve presentare in un modo semplice ed immediato le qualità e caratteristiche della persona».

Tra le anteprime e le curiosità contenute in questa pubblicazione, anche lo stemma del neo-cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, e uno studio, con diverse ipotesi grafiche, per lo stemma del Papa emerito Benedetto XVI, il cui stemma pontificio fu realizzato nel 2005 proprio dall'allora arcivescovo Montezemolo. La Lev allora precisa che durante la preparazione del volume, Benedetto XVI, «manifestando all'Autore vivo gradimento e sentita gratitudine per l'interessante studio fattogli pervenire, ha fatto sapere che preferisce non adottare un emblema araldico espressivo della nuova situazione creatasi con la sua rinuncia al Ministero Petrino».


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Papa: mons. Celli, dopo debutto su Twitter pensammo di chiudere account

28 Gennaio 2014 - 13:29

(ASCA) - Citta' del Vaticano, 28 gen 2014 - Dopo il debutto di Benedetto XVI, nel dicembre 2012, su Twitter ''non pensavamo che certe reazioni fossero cosi' grezze'' per questo la Santa Sede ha pensato in un primo momento di chiudere l'account del pontefice. Lo ha rivelato monsignor Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio per le Comunicazioni sociali intervenendo ad un convegno sul futuro della comunicazione organizzato tra gli altri da Aleteia, il network cattolico globale. ''Non ci ha mai preoccupato trovare messaggi negativi - ha sottolienato mons. Celli - ma non pensavamo che certe reazioni fossero cosi' grezze. La negativita' non ci ha mai sconvolto invece siamo rimasti male della volgarita'''. Ma dopo ''una lunga e matura riflessione - ha affermato mons. Celli - decidemmo di rimanere aperti. La provvidenza ci ha aiutato con questo gesto audace'', ricordando che oggi sono 11,5 milioni i follower del profilo Twitter del papa.

dab/cam/rob


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Benedetto: dal Gran Rifiuto al piccolo rifiuto. Dello stemma di “emerito”

Di Antonio Margheriti Mastino, il 1 febbraio 2014

L’altra notte, tanto per cominciare: ho dormito poco e male. Un sonno tormentato da tre incubi. E tutti e tre monotematici: il papa emerito Benedetto XVI era morto, e non mi davo pace. Osservavo coi nervi distrutti la salma del pontefice stesa sul letto, vestita degli abiti da coro, compresa la mozzetta rossa ermellinata. Una suora pietosa con dolcezza gli carezza i capelli: mentre li smuove, noto – nel sogno – che sono ancora neri alla radice. Poi mi sono svegliato, un tantino addolorato; preoccupato forse. Il legame di chi scrive con quel papa è fortissimo, emotivo: una paternità per me.

È stato così che, scrivendolo in un mio stato facebook, proprio il noto blogger cattolico Francesco Colafemmina, mi ha risposto che lui pure ha fatto sogni simili, e il mio altro non doveva essere che “rielaborazione del lutto” di un anno fa. Era ieri!… ma è già passato un anno.

E proprio stamane mi segnalano un articolo curioso su Vatican Insider (vedi QUI), avvertendomi però che quel pezzo “non la dice tutta”, è monco.

Parla apparentemente di pignolerie curiali, da addetti ai lavori, all’araldica ecclesiastica per la precisione: insomma, il vecchio cardinale Montezemolo, quello che nel 2005 disegnò e donò al neoeletto Benedetto XVI lo stemma del suo pontificato: dono non del tutto gradito ma per cortesia accettato, e rimasto famoso per le asinerie araldiche assemblate dal sedicente “esperto” Montezemolo, dove si stilizza la tiara pontificia al punto da ridurla a una mitria, che sommata a tutto il resto ne fa lo stemma più che di un papa di un vescovo-barone come ce n’erano secoli addietro, Montezemolo, dunque, neppure questa volta ha perso occasione di molestare Ratzinger con le sue fisime araldiche. E con l’ennesima improvvida “offerta”. Di uno stemma. Che araldicamente prendesse atto e regolarizzasse la nuova situazione di Benedetto, passato da pontefice regnante a pontefice emerito. “Offerta” che questa volta Ratzinger ha respinto con un cortese ma risoluto (e forse, al fondo, piccato) “no, grazie”… vada a giocare con i suoi scarabocchi araldici da un’altra parte.

Ma perché quell’articolo non la direbbe “tutta”?

Recita in finale l’articolo, strappando un mezzo sorriso, per questo “Piccolo Rifiuto” che pretendeva sostanziare simbolicamente il “Gran Rifiuto”:

«Benedetto XVI, manifestando all’Autore vivo gradimento e sentita gratitudine per l’interessante studio fattogli pervenire, ha fatto sapere che preferisce non adottare un emblema araldico espressivo della nuova situazione creatasi con la sua rinuncia al Ministero Petrino»

La cosa mi ha incuriosito. Faccio una chiamata mirata, per chiedere spiegazioni. E arrivano, per quanto stravaganti o addirittura tendenziose possano apparire. La tirano per le lunghe. Provo a sintetizzarle, compreso qualche indizio “apocalittico” che è venuto fuori. Seguitemi.

04_1La cosa è questa: la LEV ha pubblicato un testo di araldica, come dicevamo, fatto dal cardinale Cordero Lanza di Montezemolo (parente di…) e un altro. A proposito del capitolo Papa emerito hanno pubblicato diversi studi su come raffigurarlo, cambiarlo e bla bla, questo stemma.

Ora. Il nostro pio Benedictus Decimus Sextus cosa fa? (Tra l’altro il tutto è riportato nel testo stesso) Dice: grazie, ma non me ne frega niente. Io ho il mio stemma da Papa e me lo tengo così. E non solo si è tenuto tutto lo stemma come riporta Vatican Insider, ma addirittura dice: “Voglio scudo, chiavi, pallio e tutto il resto..”. Apparentemente una bazzecola, un formalismo teutonico. Anche, forse, ma non solo.

Sta dicendo, in realtà, stando al mio interlocutore “interno”: sono Papa emerito ma lo scudo lo voglio da Papa regnante. Si fosse impuntato così più spesso quando papa lo era a tutti gli effetti, oggi non staremmo a parlare di queste cose, probabilmente. Ma ritorniamo al “Piccolo Rifiuto”.

Vogliamo fare un po’ di sano, rilassante complottismo? Proviamoci, prendendo con la dovuta leggerezza quanto mi è stato prospettato come “ipotesi di scuola”.

Non vi sembra strano tutto ciò? Con una simile proposta di “adeguamento” tu tocchi così un nervo scoperto. È come se Benedetto ormai dicesse: tanto mi han fatto fuori. Ora però li do io i segnali a chi deve capire.

Perciò nel libro si dice: “Per volere di Benedetto il suo stemma non viene adattato alla sua nuova situazione ma rimane lo stesso”. Ed è qui che mi si pone la domanda retorica: “Uno come Lui, Benedetto, così attento alla forma?”… lui farebbe a cuor leggero una cosa del genere, senza averla vagliata in ogni dettaglio e significanza? Lui che è, secondo chi lo conosce bene, addirittura “un maniaco della forma”?

Poi nel bel mezzo mi buttano lì una frase sibillina, che io nel contesto del più ampio discorso ho capito, ma che non posso spiegare oltre: “E non forza la coscienza di nessuno così”.

Ora, sommando la stranezza della cosa al carattere scrupoloso di Ratzinger, se ne ricaverebbe che è semplicemente una cosa assurda, per il suo stile. E ciò che è assurdo ha una ragione. Proprio per quello che ho scritto: “lancia segnali”. È come se stesse lasciando briciole di pane ovunque. Per farsi ritrovare nel bosco. Senza dire: mi hanno e vi hanno fottuti. Ma le cose strane son tante…

Allora la domanda è: a chi avrebbe mandato di preciso il segnale? Manda segnali a chi li può captare, si dirà. A chi lo conosce bene. Ok! Ma per ricavarne cosa, in definitiva? «Per far capire ai suoi nemici che comunque lui pur stando zitto può inviare messaggi cifrati», mi dice questa voce avvezza alle Sacre Stanze. E dinanzi al mio pesante scetticismo, ad arte manifestato, sbotta:
Il papa emerito con mons. Georg
Il papa emerito con mons. Georg

«Scusa. Io dico: un Papa che non è Papa ma vuole lo stemma da Papa, il vestito da Papa e dice pure: rinuncio all’esercizio attivo del ministero Petrino ma rimango nel recinto di San Pietro… o è completamente incapace di intendere e volere o…». O cosa? «Uno che mette tutti i suoi amici nei posti chiave per costruire ponti con il successore, ma che poi quando questo successore arriva pian piano vengono fatti fuori…». Il discorso prosegue e si fa lungo, con questo uomo avvezzo alla Sacre Stanze, ma chiudiamolo qui. Anche perché nel frattempo sembra – sembra ma non è – essere saltato di palo in frasca, una tecnica consueta proprio in quelle Sacre Stanze.

«E guarda caso la Emmerick lo diceva…»(vedi QUI). Ecco, ci siamo: cosa diceva? Lo chiedo, ma curialmente non ottengo una risposta diretta, ottengo una non-risposta che in sé contempla tutte le risposte. So’ preti…
La beata Emmerick, durante le sue visioni
La beata Emmerick, durante le sue visioni

«La Emmerick è tra le citazioni più frequenti durante il pontificato ratzingeriano. Sarò scemo, saremo scemi tutti e due, però a ‘sto punto lui è pure… Detto questo ti saluto!»

E no, dico, “O a ‘sto punto Lui è pure… cosa? incapace di intendere e volere?”.

«Oppure sa bene cosa c’è dietro».

Vale a dire?

«Come dire: Signori, la mia rinuncia è stata una forzatura. E se non sono più io a governare è solo perché di fatto ho rinunciato al ministero attivo del primato. Lo capite? Se non lo capite ve lo faccio capire io: mi tengo pure il pallio che Francesco non ha voluto. Tie’». Ride, dall’altra parte del telefono, ma non della “forzatura”. Su quella neppure io.

“In pratica avremmo un papa sedevacantista”, faccio la battuta io, che serve sempre per tranquillizzare chi sta rendendosi conto di aver parlato troppo e si ritrae. «In realtà no», dice. «E poi è pure riuscito a far tenere il suo nome nella preghiera eucaristica, lo sai?», mi dice ridacchiando. «Con San Giuseppe suo castissimo sposo… ahahh… che ha fatto aggiungere come ultimo atto a tutte le preghiere. E guarda caso…».

E guarda caso cosa?

«Guarda caso, se non ricordo male Gueranger diceva: “quando il nome di Giuseppe sarà inserito nella preghiera eucaristica sarà l’inizio della fine».

Sempre con San Giuseppe, dico, ce l’avete voi preti: il teologo e futuro cardinale Jean Danielou di Giovanni XXIII diceva che “Giovanni due cose ha sbagliato: inserire Guitton nel Concilio e San Giuseppe nel Canone”.

In realtà, non dice una cosa del tutto balzana, e come sempre allude a qualcosa di ben più complesso.

Nel Communicantes, infatti, come nel Confiteor, non si menziona san Giuseppe, perché la devozione a questo Santo benedetto era riservata agli ultimi tempi, ed anche perché nei primi secoli la Chiesa preferiva rendere gli onori del culto ai suoi Apostoli e ai suoi Martiri. Inoltre, una volta fissata la forma del Canone, la Chiesa non voleva che si toccasse né modificasse in nulla, neppure nei dettagli, una preghiera liturgica consacrata e stabilita fin dall’antichità cristiana; e, manifestando in questo come in tutto la sua prudenza, si è limitata ai Santi qui menzionati: sed et beatorum Apostolorum ac Martyrum tuorum. Petri et Pauli. Il pensiero del sacerdote è di esser in unione con tutti questi Santi e di onorarne la memoria. Nomina insieme san Pietro e san Paolo, perché questi due Santi vengono ad essere come uno solo, appartenendo ambedue alla Chiesa romana, fondata grazie alle loro fatiche. Seguono gli altri Apostoli: Andreae, Jacobi, Giacomo il maggiore, Joannis, Giovanni il prediletto, Thomee, Jacobi, Giacomo il minore, Philippo, Bartholomaei, Matthaei, Simonis et Thaddaei: Taddeo, detto anche Giuda.

E’ vero, quindi, che il nome di San Giuseppe fu inserito già nel Messale del 1962, ma solo nel Canone. Non poi nel 1970 in tutte le altre preghiere eucaristiche come ora.

Sono perciò, stando al Gueranger, gli ultimi tempi? Ve lo chiedo con un sorriso, va da sé.


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Il rammarico di Bertone «Non ho saputo respingere attacchi spietati a Ratzinger»

di Maria Antonietta Calabrò

in “Corriere della Sera” del 8 febbraio 2014

Ior, Vatileaks, anniversario delle dimissioni di Benedetto XVI. L’ex segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone, ha soprattutto il rammarico di «non esser riuscito a frenare queste critiche così
spietate e a mio parere infondate contro il Papa Benedetto XVI e contro i suoi primi collaboratori».

Bertone ne ha parlato per la prima volta, in una lunga intervista alla trasmissione «Stanze vaticane» di TGcom24. Il rimpianto, dunque, di non essere riuscito ad arginare gli attacchi che furono portati
con lo scandalo del Corvo. E qui Bertone ha detto: «Spero che Vatileaks sia una pagina ormai chiusa, anche se può darsi che ci siano ancora dei documenti che sono lì in riserva per esser buttati
fuori. Ma credo che ormai il tempo, l’atmosfera, la rete dei rapporti sia molto cambiata. Vedo che c’è una grande fiducia che regna all’interno della Chiesa».

L’ex numero due vaticano descrive oggi Joseph Ratzinger, con cui ha frequenti rapporti, in ottima forma, «sempre molto vivace, molto lucido e dotato di una formidabile memoria. E lo Ior? «Nei decenni passati — ha detto Bertone — ci sono stati comportamenti deplorevoli che hanno gettato ombre sull’Istituto per le Opere di Religione. Negli ultimi anni si era avviato un lavoro di ripulitura, di riassestamento amministrativo anche con le nuove leggi antiriciclaggio e con l’adeguata vigilanza sulla clientela dello Ior. Io credo — ha aggiunto — che sia stato un lavoro che ha portato a molta trasparenza e che adesso credo stia crescendo con la spinta di Papa Francesco e della commissione referente da lui istituita».

Bertone ha annunciato infine che scriverà un libro di memorie: «Ho un
archivio molto ricco, per cui posso dare una rilettura che forse sarà utile per rimettere a posto alcune interpretazioni che forse sono andate anche fuori dalle righe».


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UN ANNO DOPO LA RINUNCIA DI BENEDETTO XVI

Ecco i custodi del segreto di Ratzinger

I testimoni di un grande addio

Dal manoscritto allo stupore dei cardinali

Le 24 ore che hanno cambiato la Chiesa

Cominciano ad addensarsi le nubi, una luce cinerea piove dalle vetrate che danno sul cortile di San Damaso e rischiara appena le logge di Raffaello. Palazzo Apostolico, lunedì, 11 febbraio 2013. Al terzo piano Benedetto XVI si è svegliato poco dopo le sei, alle 6.50 è uscito dalla sua stanza verso la cappella privata per celebrare la messa quotidiana, prima di colazione, assieme alla piccola «famiglia» pontificia: i segretari Georg Gänswein e Alfred Xuereb e le quattro «Memores Domini» che lo aiutano nell’appartamento, Loredana, Carmela, Cristina e Rossella.

Alle 9 il Papa è nel suo studio. Tutto procede come ogni giorno, solo che non è un giorno come gli altri. Si prepara un temporale, a Roma, poche ore più tardi farà il giro del mondo la foto di un fulmine che cade sulla sommità della Cupola di San Pietro. Di un «fulmine a ciel sereno», la voce arrochita, parlerà anche Angelo Sodano, Decano del Collegio cardinalizio, il primo a prendere la parola dopo che Benedetto XVI ha annunciato, alle 11.41, la propria «rinuncia» al ministero petrino. «Fratres carissimi, non solum propter tres canonizationes ad hoc Consistorium vos convocavi, sed etiam ut vobis decisionem magni momenti pro Ecclesiae vita communicem...». Il Papa ha convocato i cardinali per la canonizzazione degli 813 martiri di Otranto uccisi dagli ottomani il 14 agosto 1480 e di altre due beate, e va avanti imperturbabile secondo programma. Ma alla fine prende ancora la parola, dispiega due fogli e comincia a leggere a fior di labbra, poco più di un sussurro nel silenzio assoluto.

«Carissimi fratelli, vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa...». Mentre Joseph Ratzinger pronunciava la sua Declaratio, nella Sala del Concistoro al secondo piano del Palazzo, tra i cardinali allineati lungo gli arazzi raffaelleschi del Penni ce n’erano alcuni che si guardavano sgomenti e altri che non avevano capito, «declaro me ministerio renuntiare», il biblista Gianfranco Ravasi lo racconterà a dimostrazione di quanto la conoscenza del latino stia scemando anche nella Chiesa, o magari è solo incredulità, «ma che ha detto?». Sodano parla a nome di tutti e interpreta il sentimento comune, lo stupore che di lì a pochi minuti diverrà planetario. Eppure il cardinale, fin dalla vigilia, è uno dei pochissimi ad essere consapevole di ciò che si prepara.

Domenica, pomeriggio. La Declaratio non ha la data di lunedì ma del 10 febbraio, domenica. Joseph Ratzinger l’ha scritta di persona, come d’abitudine a matita, al pomeriggio. Dopo l’Angelus ha avvertito il Decano e il segretario di Stato Tarcisio Bertone, che lunedì mattina portano con sé una copia del testo e ne seguono la lettura parola per parola. E ancora lo sanno il Sostituto della Segreteria di Stato, l’arcivescovo Giovanni Angelo Becciu e monsignor Georg Gänswein, segretario particolare del Papa. L’indomani toccherà a padre Federico Lombardi, portavoce vaticano, il compito arduo di spiegare e affrontare i media di tutto il mondo. Le ultime «dimissioni» di un Papa risalgono al 4 luglio 1415, Gregorio XII, e tutti grazie a Dante hanno presente il gesto di Celestino V, il 13 dicembre 1294. C’è la suggestione del 28 aprile 2009, quando Benedetto XVI andò all’Aquila devastata dal terremoto e seminò il panico nel seguito varcando la porta santa della basilica pericolante di Collemaggio, era previsto un omaggio sulla soglia ma lui volle posare il suo pallio sulla teca con le spoglie del Papa del «gran rifiuto». Ma qui non entrano in gioco potenze esterne, impossibile fare paralleli con la Declaratio «in piena libertà» di Ratzinger.

Lunedì, alba . Il giorno è arrivato, nel Palazzo l’attività si fa convulsa fin dall’alba, solo allora esce dall’appartamento privato del Papa quel foglio che non ha reali precedenti nella vicenda bimillenaria della Chiesa. Lo scandalo di Vatileaks insegna, non si può rischiare una fuga di notizie. Il testo scritto della Declaratio diffuso dal Vaticano intorno a mezzogiorno contiene tre errori come altrettanti indizi. Benedetto XVI ha affidato il manoscritto alla segretaria Birgit Wansing, l’unica persona in grado di decifrarne la calligrafia minuta e nervosa. Solo dall’alba di lunedì comincia in Segreteria di Stato il lavoro di trascrizione del testo latino e delle traduzioni in italiano, inglese, tedesco, francese, spagnolo, portoghese, polacco e arabo. Quando Ratzinger lo legge, nella Sala del Concistoro, dice correttamente «vita», all’ablativo, ma all’inizio del testo distribuito c’è il genitivo «vitae» e più oltre un’altra concordanza sbagliata, l’accusativo «commissum» (ma questo lo legge anche il Papa) anziché il dativo «commisso». E poi, sintomatica, l’indicazione dell’inizio della sede vacante, la sera del 28 febbraio: l’inesistente «hora 29» invece delle 20 annunciate da Benedetto XVI. La fretta: in ogni tastiera il numero 9 è giusto accanto allo zero.

Lunedì, ore 10.46 . Il Pontefice, alle 10.55, lascia l’appartamento, scende in ascensore alla seconda loggia ed entra nel salone, il passo breve e un po’ malcerto, l’aria patita ma lo sguardo determinato. Alle 11.41 i cardinali impallidiscono. Cinque minuti più tardi, alle 11.46, il lancio Ansa della vaticanista Giovanna Chirri informa il mondo delle dimissioni. «Iterum atque iterum», sillaba Benedetto XVI. Ratzinger spiega di aver preso la sua decisione dopo avere esaminato ripetutamente la propria coscienza, «ancora e ancora», davanti a Dio. Nella scelta del Pontefice bisogna distinguere la lunga maturazione della decisione, la scelta della data e il momento in cui la comunica alle persone più vicine. Quando l’ufficio delle celebrazioni liturgiche, il 4 febbraio, avvisa i «signori cardinali» che ci sarà il concistoro di lì a una settimana, Benedetto XVI ha già deliberato in cuor suo che quella, nella solennità della cerimonia e davanti ai cardinali, sarà l’occasione adatta. In quei giorni viene bloccata anche la stampa dell’Annuario Pontificio 2013 in vista di «modifiche» importanti.

Del resto Ratzinger ci pensava da tempo. Il 27 ottobre 2011, ad Assisi, il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I gli diede appuntamento a Gerusalemme nel 2014, per celebrare i cinquant’anni dell’incontro tra Paolo VI e Atenagora, e si racconta che il Papa gli abbia risposto: «Verrà il mio successore». Forse se lo sente, di certo Benedetto XVI aspettava il momento giusto da quando, dopo l’incontro all’Avana con Fidel Castro, il 29 marzo 2012 tornò sfinito dal viaggio di sette giorni in Messico e a Cuba. «Sì, sono anziano ma posso ancora fare il mio dovere», aveva sorriso al Líder máximo. Oltretevere però raccontano che ci mise un mese a recuperare un po’ di forze. Da tempo ne è al corrente il fratello maggiore, monsignor Georg Ratzinger, con il quale si è confidato durante le vacanze estive a Castel Gandolfo. Si dice che in agosto ne abbia parlato anche a Bertone e a Gänswein, il quale cerca invano di dissuaderlo nelle settimane successive. Ma Benedetto XVI è determinato. Quello di domenica è solo l’ultimo passaggio. Il Papa avverte chi di dovere. Per diciassette giorni bisognerà gestire una situazione inedita e prepararsi al conclave. Ma Ratzinger, con acribia da studioso, ha da tempo calcolato e programmato ogni mossa.

Un prete espone un cartello con la scritta«Ci mancherai», durante l’Angelus di Benedetto XVI, il 17 febbraio 2013 a Roma (Ansa)Un prete espone un cartello con la scritta«Ci mancherai», durante l’Angelus di Benedetto XVI, il 17 febbraio 2013 a Roma (Ansa)

«Un atto di governo» . La «rinuncia», in teoria, è prevista dal Codice di diritto canonico, canone 332, paragrafo 2. Nel libro «Luce del mondo», del 2010, aveva prospettato l’ipotesi: «Quando un Papa giunge alla chiara consapevolezza di non essere più in grado fisicamente, mentalmente e spiritualmente di svolgere l’incarico affidatogli, allora ha il diritto e in alcune circostanze anche il dovere di dimettersi». Ma allora si era nel pieno dello scandalo pedofilia nel clero, che Benedetto XVI ha combattuto come nessuno prima di lui, e così aveva aggiunto: «Proprio in un tempo come questo si deve tenere duro e sopportare». È ciò fa anche nella primavera del 2012. Scoppia lo scandalo Vatileaks, viene arrestato e processato il maggiordomo «corvo» Paolo Gabriele che gli rubava documenti riservati dallo studio.

Non è il momento, sono mesi difficili di veleni e lotte di potere in Curia, Ratzinger ha già deciso ma non intende dare la sensazione di fuggire. Lo disse il 24 aprile 2005, nella messa di inizio del pontificato: «Pregate per me, perché io non fugga, per paura, davanti ai lupi». Così aspetta che il processo si concluda, aspetta che la commissione cardinalizia che ha nominato per indagare sugli scontri nella Curia consegni a lui e solo a lui la relazione segreta che indica manovre e responsabilità. A dicembre ha tutti gli elementi per agire e fare pulizia, sa che è urgente ma sente di non averne più la forza. Affiderà il dossier al successore. «Nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato». La «ingravescente aetate» e la consapevolezza che nella Chiesa è necessaria una scossa non sono spiegazioni alternative ma gli elementi che fondano assieme la decisione di dimettersi. Non a caso padre Federico Lombardi parla di «un grande atto di governo della Chiesa».

Le Ceneri, verso Pasqua . Benedetto XVI non lascia nulla al caso. Alla fine del 2012 compie le celebrazioni di Natale e calcola i tempi in modo che nell’ultima settimana di marzo, a Pasqua, il momento più importante per i fedeli, la Chiesa abbia un nuovo Pontefice. Il 24 novembre ha convocato un concistoro per la creazione di sei nuovi cardinali e per la prima volta nella storia - salvo uno «mini» del 1924, quando Pio XI creòdue cardinali americani - non c’è neanche un europeo: per «riequilibrare» la composizione del Collegio, troppo sbilanciato sul Vecchio Continente, e questo è un segnale. Come è un segnale il fatto che la Declaratio avvenga alla vigilia delle Ceneri, l’inizio del periodo penitenziale di Quaresima. Le tentazioni diaboliche che si riassumono nella pretesa di «strumentalizzare Dio», di «mettersi al Suo posto» o «usarlo per i propri interessi», per la «gloria e il successo». Come un epilogo alla Declaratio, nel pomeriggio di mercoledì torna a incontrare i cardinali e parla dell’«ipocrisia religiosa» denunciata da Gesu, «laceratevi il cuore e non le vesti!», prima di posare la cenere sul capo dei porporati chini e in fila davanti al Papa: allora diventa chiaro che la denuncia delle «divisioni ecclesiali» che «deturpano» il volto della Chiesa, come l’esortazione a «superare individualismi e rivalità», è un’indicazione precisa al conclave che si avvicina.

09 febbraio 2014

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