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Viaggio apostolico in Portogallo

Ultimo Aggiornamento: 17/06/2010 15.39
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15/05/2010 12.05
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Dal blog di Lella...

Papa Benedetto in Portogallo ha detto la verità, tutta la verità sulla sua Chiesa

di Stefano Fontana

Più che in ogni altra occasione Benedetto XVI sembra aver voluto dire la verità, tutta la verità, nella sua visita in Portogallo. E non tanto la verità da annunciare al mondo, quanto la verità della Chiesa, perché solo se la Chiesa si riappropria della sua verità può anche essere un servizio al mondo, lo può richiamare quando sbaglia e indicargli la strada.
A Fatima il Papa ha usato parole chiare, come si fa in famiglia, dentro le mura domestiche, e si parla ai “nostri”, a quelli che sanno e che hanno visto. Un esame di coscienza in famiglia, fatto davanti agli umili, ai semplici, al popolo cristiano dei santuari e di Fatima in particolare: folle immense che però sembrano come sparire, assorbite dalla superficie porosa di un mondo che tutto metabolizza, quando il papa lascia le spianate ove celebra le messe. Come se il mondo, per conto suo, continuasse ad andare per la sua strada e tutto ciò non avesse influenza.
Tre discorsi di Benedetto XVI a Fatima hanno costituito come un colloquio interno alla Chiesa. Il 12 maggio, ai cattolici impegnati nel sociale il Papa ha invitato ad una presenza, ad una viva testimonianza nel mondo. Ha anche indicato esplicitamente la necessità di rifarsi, in questo impegno, all’orizzonte della Dottrina sociale della Chiesa: «Lo studio della sua dottrina sociale, che assume come principale forza e principio la carità, permetterà di tracciare un processo di sviluppo umano integrale che coinvolga le profondità del cuore e raggiunga una più ampia umanizzazione della società. Non si tratta di semplice conoscenza intellettuale, ma di una saggezza che dia sapore e condimento, offra creatività alle vie conoscitive ed operative tese ad affrontare una così ampia e complessa crisi». Si è trattato di un forte invito alla presenza, «Consapevoli, come Chiesa, di non essere in grado d’offrire soluzioni pratiche ad ogni problema concreto, ma sprovvisti di qualsiasi tipo di potere, determinati a servire il bene comune, e pronti ad aiutare e ad offrire i mezzi di salvezza a tutti», ma non perciò rinunciatari o dimessi, bensì consapevoli di doverci essere, insieme, sotto la guida della Chiesa e della sua dottrina sociale.
Questo invito, rivolto a grandi masse di persone impegnate, oggettivamente però contrastava con l’evoluzione recente della società portoghese, oggetto di una secolarizzazione molto violenta che nel giro di pochi anni ha permesso l’approvazione di leggi fortemente contestate dal Papa come l’aborto e il riconoscimento delle unioni omosessuali. Questo contrasto ha fatto da sfondo a tutto il viaggio di Benedetto XVI, ormai missionario in una terra sconsacrata più che pellegrino in una nazione cristiana. Le grandi folle al suo passaggio non hanno potuto nascondere questa realtà. E allora, ecco il grande tema: cosa resta dell’impegno sociale e politico dei cattolici, cosa della loro Dottrina sociale, cosa delle loro attività caritative se viene meno la fede, se attorno l’apostasia dalle radici cristiane si allarga e se Dio è sempre meno presente nella scena pubblica perché è sempre meno presente nelle coscienze? Torna il problema fondamentale a cui sembra aver dedicato tutte le sue forze questo Pontefice, il tema della famosa Lettera sul ritiro della scomunica ai vescovi di Ecône: «Nel nostro tempo in cui in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento, la priorità che sta al di sopra di tutte è di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l´accesso a Dio. Non ad un qualsiasi Dio, ma a quel Dio che ha parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo nell´amore spinto sino alla fine - in Gesù Cristo crocifisso e risorto. Il vero problema in questo nostro momento della storia é che Dio sparisce dall´orizzonte degli uomini e che con lo spegnersi della luce proveniente da Dio l´umanità viene colta dalla mancanza di orientamento, i cui effetti distruttivi ci si manifestano sempre di più. Condurre gli uomini verso Dio, verso il Dio che parla nella Bibbia: questa è la priorità suprema e fondamentale della Chiesa e del Successore di Pietro in questo tempo».
Qualcosa di analogo è stato detto anche a Fatima, il giorno precendente 11 maggio: «precisamente oggi la priorità pastorale è quella di fare di ogni donna e uomo cristiani una presenza raggiante della prospettiva evangelica in mezzo al mondo, nella famiglia, nella cultura, nell’economia, nella politica. Spesso ci preoccupiamo affannosamente delle conseguenze sociali, culturali e politiche della fede, dando per scontato che questa fede ci sia, ciò che purtroppo è sempre meno realista». Si parla di sogni di nuove generazioni di politici cattolici, ma i cattolici sono sempre di meno; si parla di presenza pubblica del cristianesimo, ma i cristiani sono sempre di meno. Queste cose sono state dette davanti a delle folle, e perciò appaiono così incisive. Non si può negare che questo Pontefice abbia rilanciato, e motivato con grande profondità teologica e con fine sapienza ecclesiale, la necessità della presenza storica del cristianesimo, soprattutto in Occidente, ma lo ha fatto segnalando egli stesso la prima grande carenza che dall’interno si oppone a questo progetto e che lo rende difficoltoso e problematico: la diminuzione della fede, che rende impossibile qualsiasi altro obiettivo.
Durante il viaggio, parlando con i giornalisti, il Papa – prontamente ripreso dai media - ha detto che la Chiesa non è mai veramente perseguitata dall’esterno, ma sempre prima di tutto dall’interno, ossia dal peccato dei cristiani. Insomma, le sue difficoltà sono sempre e solo dovute ad una mancanza di fede. La frase è stata letta in relazione alla pedofilia, ma aveva un significato molto più vasto e profondo. «Si è messa una fiducia forse eccessiva nelle strutture e nei programmi ecclesiali, nella distribuzione di poteri e funzioni; ma cosa accadrà se il sale diventa insipido?». Come non vedere, in questo ultimo passaggio, un riferimento alle numerose proposte di maggiore collegialità nella Chiesa, di riforma della Curia romana, di revisione della struttura monarchica della Chiesa come se ciò fosse la panacea di tutti i mali?
Benedetto XVI ha l’idea che all’origine c’è un problema di fede, che governare la Chiesa significhi prima di tutto pregare ed aver fede, che la presenza pubblica dei cristiani si estinguerà se non alimentata dalla fede e che il mondo stesso ne sarà impoverito. Tutto ciò, infatti, è stato ribadito a Fatima non solo davanti alle folle ma anche davanti alla Madonna.

© Copyright L'Occidentale, 15 maggio 2010


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L'appello del Papa dal Portogallo: i cristiani rinnovino l'ardore spirituale per testimoniare il Vangelo con passione


Con un appello a rinnovare l'ardore spirituale perché il Vangelo sia testimoniato con passione da ogni cristiano, si è concluso ieri il viaggio apostolico del Papa in Portogallo a dieci anni dalla Beatificazione dei veggenti di Fatima Giacinta e Francesco: quattro giorni intensissimi di incontri, preghiera, meditazioni. Ieri pomeriggio la cerimonia di congedo a Porto. Ce ne parla il nostro inviato Roberto Piermarini:

“Continuemos a caminhar na esperança! Adeus!
Continuiamo a camminare nella speranza! Addio!”


Con queste parole il Papa si è congedato ieri dal Portogallo, al termine di un viaggio segnato da un’accoglienza trionfale che lo ha profondamente colpito. Dallo scalo di Porto, di fronte alle sfide che attendono il Paese, Benedetto XVI ha invitato il Portogallo alla concordia e alla coesione. “Continui questa gloriosa Nazione, a manifestare la grandezza d’animo, il profondo senso di Dio, l’apertura solidale, retta da principi e valori impregnati di umanesimo cristiano”.


“Em Fátima, rezei pelo mundo inteiro pedindo que o futuro traga maior...
A Fatima ho pregato per il mondo intero chiedendo che il futuro porti maggiore fraternità e solidarietà, un maggiore rispetto reciproco e una rinnovata fiducia e confidenza in Dio, nostro Padre che è nei cieli”.


Ricordando tutti gli incontri avuti a Lisbona, Fatima e Porto, il Papa ha espresso il desiderio che la sua visita diventi incentivo per un rinnovato ardore spirituale e apostolico. “Che il Vangelo venga accolto nella sua integralità e testimoniato con passione da ogni discepolo di Cristo, - ha detto - affinché esso si riveli come lievito di autentico rinnovamento dell’intera società!”. Dal canto suo il presidente della Repubblica Cavaco Silva lo ha salutato con un sentimento di nostalgia riservato in Portogallo – ha detto - a quelli che ci sono più cari: “a saudade”.


Ma cosa rimarrà di questo viaggio appena concluso? Certamente rimarrà l’immagine della Veglia a Fatima, nella Cappella delle Apparizioni, con migliaia di fiaccole accese che hanno fatto da cornice alla supplica del Papa davanti alla statua della Vergine alla quale ha affidato le angosce, le attese e le speranze dell’umanità. Rimarrà la sua affermazione che “la missione profetica di Fatima non si è conclusa”, non una rivelazione come l’ha definita una parte della stampa, ma la consapevolezza che l’evento di Fatima ci aiuta a leggere la storia di oggi e di domani alla luce di Dio dove ogni uomo, davanti ai peccati del mondo è chiamato alla preghiera, alla conversione ed alla penitenza. Rimarrà ancora l’appello al mondo della cultura che la “verità” del Vangelo è al servizio della società. Rimarrà il richiamo a difendere la vita minacciata – anche in Portogallo - dal dramma dell’aborto e a tutelare il matrimonio indissolubile tra un uomo ed una donna per rispondere alle sfide insidiose che vogliono introdurre le unioni gay. Rimarrà l’invito alla Chiesa portoghese ad avere più coraggio nell’annuncio, più vigore missionario e più sollecitudine verso gli ultimi. Rimarrà l’invito ai sacerdoti ad essere fedeli, poveri, casti, obbedienti e liberi di annunciare al mondo Gesù morto e risorto. Rimarrà la gioia del Papa per l’affetto che gli hanno mostrato i portoghesi, cresciuto giorno dopo giorno superando ogni aspettativa. E infine rimarrà la certezza di Benedetto XVI che in questo viaggio mariano ha ribadito che “la bontà di Dio è sempre l’ultima risposta della storia”.




www.radiovaticana.org/it1/videonews_ita.asp?anno=2010&videoclip=1390&sett...







Padre Lombardi: un viaggio meraviglioso che mostra la grande vitalità della Chiesa


Per un bilancio del viaggio apostolico del Papa in Portogallo Sergio Centofanti ha intervistato il direttore della Sala Stampa vaticana padre Federico Lombardi:

R. – Un bilancio certamente positivo, direi anche superiore all’attesa. Possiamo dire che è stato un viaggio che è andato benissimo e possiamo anche dire che è stato un viaggio meraviglioso. L’accoglienza è stata vastissima, è stata calorosa, è stata anche superiore alle attese degli organizzatori. Il Papa ne è rimasto molto colpito, molto contento e confortato. Ha potuto vivere questo viaggio nelle condizioni migliori e come momento anche di grande esperienza spirituale di preghiera con il Popolo di Dio nel punto culminante, che è stato evidentemente quello delle celebrazioni a Fatima. Il Papa ha potuto dare i grandi messaggi che gli erano stati anche - in un certo senso - richiesti e che erano attesi dalla Chiesa portoghese. L’incontro con il mondo della cultura, l’incontro con il mondo dell’impegno sociale, l’incontro con i sacerdoti erano incontri di importanza strategica per la presenza della Chiesa in Portogallo e, per cui, c’era una grandissima attesa. Mi confermavano i vescovi, ieri, che la presenza del mondo della cultura nell’incontro a Lisbona era veramente totale. E’ stato, quindi, un incontro di grandissimo significato, direi di significato storico e che dice la volontà della Chiesa di dialogare in modo costruttivo con tutti coloro che cercano, che si impegnano nel mondo del pensiero, della ricerca, dell’arte, della creatività. Sono cose, queste, che rimarranno certamente a lungo per la Chiesa portoghese. Soprattutto con il momento di Fatima, lo sguardo si è anche un po’ allargato sull’Europa e sul mondo, perché Fatima è un luogo che ha assunto realmente un significato per la Chiesa universale, come momento di incontro e – in un certo senso – di comunicazione fra il cielo e la terra, fra la presenza di Dio nella nostra storia e la domanda di salvezza del popolo e il desiderio di impegno nella storia da parte della Chiesa sulla base di conversione, di penitenza, di preghiera, di rinnovamento spirituale. Questo è un discorso che naturalmente vale per tutti e che è stato colto anche molto al di là dei confini del Portogallo.

D. – Il Papa è venuto a Fatima per dire che l’amore di Gesù e per Gesù è la cosa più importante: tutto parte da qui e la Chiesa annuncia e propone - non impone - questo amore, in dialogo col mondo…

R. – Certamente il Papa torna sempre ai punti essenziali, ai fondamenti della missione della Chiesa e del suo messaggio. E certamente questo amore per Gesù è stato espresso in particolare nell’omelia a Fatima in un modo molto intenso, portato anche dal grande clima di spiritualità, di affetto, di amore che si sente in questa immensa assemblea che arriva dalle diverse parti del mondo e, in un certo senso, appare convocata dall’Alto più che convocata dagli uomini. Il Papa si è fatto pellegrino con questo popolo che risponde ad una chiamata che attraverso Maria viene e che porta naturalmente al centro della nostra fede e, quindi, all’amore del Figlio di Dio, all’accoglienza della Rivelazione. In questa storia nostra concreta, attraverso gli eventi belli e tristi, drammatici a volte del nostro tempo, sentiamo che continua ad essere presente la grazia di Dio per noi e che, quindi, vale la pena continuare ad impegnarsi, a sperare, proprio a partire dagli atteggiamenti fondamentali che la fede ci ispira, quelli della carità e dell’amore per gli altri. Un messaggio, quindi, che è inserito nella storia e che guarda in avanti con speranza.

D. – Una delle frasi del Papa che più hanno colpito è che si illude chi crede che la profezia di Fatima sia conclusa. Cosa voleva dire il Papa?

R. – Il Papa vuol dire una cosa molto semplice e cioè che non dobbiamo più aspettarci da parte di Fatima e quindi di quanto è stato detto dai pastorelli, dai veggenti, delle profezie nel senso di annuncio di eventi concreti per quanto riguarda i prossimi anni o il prossimo secolo. Questo non è in questione. La profezia di Fatima, nella prospettiva del Papa, che deve essere poi la nostra prospettiva, significa aver imparato a leggere gli avvenimenti della nostra storia, il cammino della Chiesa con le sue difficoltà e le sue speranze nella luce della fede e cioè sotto lo sguardo di Dio, che segue la Chiesa e l’umanità in cammino, opera con la sua grazia per accompagnare coloro che si rivolgono a Lui e ci invita ad impegnarci in questa storia a partire dalla conversione di noi stessi proprio per agire secondo i criteri del Vangelo. La profezia intesa come lettura della realtà umana e della storia umana, questo è caratteristico di Fatima, ci ha insegnato a guardare non solo alla nostra vita personale, ma alla vita della Chiesa e dell’umanità nel contesto della storia, sotto la luce di Dio, del suo amore e con l’impegno a convertirci, a renderci dei testimoni sempre più fedeli dell’amore di Dio nel mondo in cui viviamo e nella nostra storia. Questo è un messaggio profetico che continua ad essere di grande attualità e lo sarà in futuro.

D. – Sempre parlando del segreto di Fatima, il Papa ha detto che la grande persecuzione della Chiesa non viene da nemici esterni, ma dal peccato all’interno stesso della Chiesa...

R. – Sì, questo è quanto egli ha spiegato con parole estremamente efficaci nella sua conversazione, sul volo verso il Portogallo. Ha fatto capire che le sofferenze, le difficoltà che la Chiesa incontra, anche con evidente riferimento alla situazione dei mesi recenti o di questi anni, in cui la Chiesa ha tante difficoltà in conseguenza dei peccati dei suoi membri – si riferisce proprio agli abusi sessuali – sono qualcosa che la Chiesa porta in sé: porta in sé purtroppo anche la realtà del peccato. Ed è proprio per questo che il messaggio di Fatima è estremamente attuale e importante, perché ci parla di conversione, ci parla di penitenza, per rinnovarci in modo tale che la nostra testimonianza sia coerente. Quindi, nel contesto di una lettura ampia del significato dell’evento di Fatima, da un punto di vista spirituale, non bisogna pensare solo alle persecuzioni che vengono dall’esterno, che certamente hanno avuto una gran parte nelle sofferenze e nelle difficoltà della Chiesa, per esempio nel corso del secolo passato, e che anche adesso continuano e continueranno ad esserci, ma il Papa ha fatto notare che le sofferenze e le difficoltà della Chiesa vengono anche, in particolare, dal nostro interno, cioè dal nostro essere peccatori, e per questo il messaggio di conversione e di penitenza ha una particolare attualità e importanza. Questo mi è sembrato veramente molto bello, molto importante, cioè come il Papa sia stato capace di inserire la tematica che ci affligge in questi ultimi mesi a proposito degli abusi sessuali in una prospettiva spirituale molto ampia. Quindi, riconoscendone la gravità, ma inserendola nella condizione della Chiesa nel mondo, della Chiesa davanti a Dio e del suo cammino, che deve essere sempre di purificazione, di rinnovamento. E questo l’ha inserito con molta naturalezza direi, proprio nella condizione della Chiesa pellegrinante, e ha quindi dato occasione a tutti coloro che erano a Fatima, ma anche a tutta la Chiesa, di pregare intensamente, di coltivare uno spirito di rinnovamento e di conversione proprio per essere testimone più limpida e più efficace per il mondo di oggi e di domani.

D. – Anche in questa occasione il Papa ha sentito il grande affetto della gente...

R. – Sì, lo ha sentito veramente in un modo eccezionale. E non è la prima volta. Anche il viaggio a Malta, pure se di dimensioni più limitate perché il Paese era più piccolo, anche il viaggio a Torino, ma in particolare questo viaggio più ampio, più prolungato, hanno dato modo veramente a grandi masse, a grandi numeri di persone di essere presenti. Noi sappiamo che nel cuore molti di più, che non sono potuti venire fisicamente ad incontrare il Papa, lo hanno però seguito e gli vogliono bene. Ad ogni modo, la grande presenza è un segno efficace di affetto. Il Papa lo ha certamente gradito e direi che sia un fatto che ha dimostrato anche la vitalità della Chiesa, la vitalità della fede semplice, ma viva della Chiesa portoghese ed è quindi un grande segno di speranza per la Chiesa che cammina.








Il presidente Napolitano al Papa: la sua missione è stata un esempio e un motivo di conforto, le sue parole hanno toccato il cuore


Il Presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano ha inviato un messaggio al Papa per il rientro dal viaggio Apostolico in Portogallo: “la sua missione pastorale – afferma - è stata, anche in questa circostanza, un esempio ed un motivo di conforto per i popoli della Terra e le sue parole hanno toccato il cuore degli uomini di buona volontà. Con profonda considerazione – conclude il presidente Napolitano - le rivolgo il mio affettuoso pensiero". Da parte sua, Benedetto XVI, nei suoi telegrammi di saluto ai capi di Stato di Spagna, Francia e Italia, Paesi sorvolati al rientro dal Portogallo, ha invocato la benedizione di Dio su queste popolazioni.
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16/05/2010 16.31
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Il rettore del Santuario di Fatima: dal viaggio di Benedetto XVI in Portogallo un messaggio di speranza per tutti i fedeli


Un viaggio apostolico all’insegna della gioia di essere cristiani. Così il rettore del Santuario di Fatima, padre Virgílio do Nascimento Antunes, sintetizza il significato della visita pastorale del Papa in Portogallo, conclusasi venerdì scorso. Al microfono di Eugenio Bonanata, padre Antunes ripercorre i momenti forti di questo viaggio di Benedetto XVI, in particolare a Fatima:
R. – E’ stata veramente un’opportunità eccellente per il contatto con Dio, per la gioia di essere cristiani, per il senso della comunione con tutta la Chiesa, per riconoscere nella persona del Santo Padre il pastore universale. Posso dire che sono stati veramente dei giorni di festa, di grande gioia per tutti i pellegrini di Fatima.

D. – Che ricordo, che immagine le rimane della visita papale?

R. – Quello dell’arrivo del Santo Padre alla Cappella delle Apparizioni, che è il cuore del Santuario di Fatima, dove vanno tutti i pellegrini quando arrivano a Fatima. Il Papa arriva, s’inginocchia davanti alla statua della Madonna: è un gesto tipico tra i pellegrini di Fatima e soprattutto tra i portoghesi. Per questo si sentiva che il Papa era un pellegrino come tutti gli altri nella sua semplicità e pure nella sua umiltà davanti alla Vergine. La sua preghiera silenziosa è stata un momento bellissimo dell’incontro con Dio. Dopo, la sera, l’inizio della processione con le candele, la benedizione delle candele, la preghiera del Rosario che il Papa conduceva, recitando la prima parte del Padre Nostro, dell’Ave Maria: lì si vedeva la Chiesa con il Santo Padre che pregava con questa fiducia, questa speranza in Maria come madre, perché le preghiere potessero arrivare a Dio. Poi, c’è la Messa del 13. Il Santo Padre veramente ci ha toccato con le sue parole ma soprattutto con il suo sorriso, con il suo modo di fare, di comunicare. La folla che era così grande, come sappiamo, era intensamente partecipe e sembrava creasse nel suo cuore un amore e una devozione così grandi per il Santo Padre che appartengono anche al messaggio di Fatima.

D. – “La missione profetica di Fatima non si è conclusa”: come ha letto lei questa affermazione di Benedetto XVI?

R. – E’ un’affermazione molto importante e forte. Durante il Ventesimo secolo alcuni hanno pensato che con la caduta dei regimi dell’est dell’Europa, con l’attentato a Giovanni Paolo II, la caduta del muro di Berlino, con la persecuzione della Chiesa, si sarebbe compiuto tutto il messaggio di Fatima. Invece, il Papa viene a dirci di no, perché il messaggio di Fatima - a mio avviso - riguarda tutta la storia della Chiesa e del mondo con tutti i suoi problemi e questi problemi - le questioni della pace, della giustizia, anche della fede, della carità - continueranno. Per questo il messaggio di Fatima è un messaggio aperto, che ci aiuta ad interpretare la storia del nostro tempo, ad affermare l’esistenza di Dio, la necessità che l’uomo ha di Dio, della spiritualità dei valori, della conversione.

D. – Cosa ha lasciato Benedetto XVI a Fatima?

R. – Il Papa ha lasciato una grandissima speranza in tutti i pellegrini e non soltanto nei pellegrini di Fatima, ma in tutto il Paese. Il Portogallo era e continua ad essere in una situazione un po’ difficile dal punto di vista economico, c’è la mancanza di lavoro, alcune povertà che crescono. Il Papa ha portato veramente un messaggio che tocca un po’ tutti i cuori perché arriva a parlare di speranza, a parlare di gioia, a parlare di Dio, a parlare del futuro, a parlare delle possibilità dell’uomo, se continua a credere e ad accettare Dio nella sua vita, a parlare di pace. Veramente, il Papa con il suo messaggio, con la sua persona, ha toccato la gente e per questo la speranza dei portoghesi, dei cristiani e dei non cristiani sembra sia stata approfondita e arricchita con questo viaggio e con queste parole.

D. – Si aspettava un’accoglienza così calorosa da parte del Portogallo?

R. – Posso dire che ha superato moltissimo le mie aspettative perché anche a Fatima c’è stata una folla molto grande. Il Papa era visto in Portogallo come il teologo, il filosofo, che non riusciva a toccare i cuori… E’ stato tutto il contrario! Il Papa ha toccato il cuore della gente, si è avvicinato ai bambini, ai giovani, agli anziani, ha parlato ai malati. E’ un uomo così tanto umano che sembrava qualcuno della nostra famiglia, che conoscevamo già da tanto tempo e per questo è cambiato moltissimo il modo di accogliere o di riconoscere la sua personalità. Mi sembra che abbia superato in tutto le aspettative dei portoghesi.
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La lezione del Papa? La sofferenza della Chiesa alla luce di Fatima
Il portavoce vaticano traccia un bilancio del viaggio in Portogallo



CITTA' DEL VATICANO, domenica, 16 maggio 2010 (ZENIT.org).- Con il suo viaggio in Portogallo, Benedetto XVI ha insegnato alla Chiesa ad analizzare le difficoltà attuali alla luce del messaggio di Maria a Fatima, ovvero con gli occhi di Dio, ha detto il portavoce vaticano.

Nel tracciare un bilancio della recente visita apostolica in Portogallo, svoltasi dall'11 al 14 maggio, padre Federico Lombardi S.I., direttore della Sala Stampa della Santa Sede, ha spiegato come interpretare le parole del Papa sulla profezia di Fatima non ancora conclusa.

Il Papa vuol dire “che non dobbiamo più aspettarci da parte di Fatima e quindi di quanto è stato detto dai pastorelli, dai veggenti, delle profezie nel senso di annuncio di eventi concreti per quanto riguarda i prossimi anni o il prossimo secolo. Questo non è in questione”, ha sottolineato padre Lombardi ai microfoni della “Radio Vaticana”.

“La profezia di Fatima, nella prospettiva del Papa, che deve essere poi la nostra prospettiva – ha aggiunto –, significa aver imparato a leggere gli avvenimenti della nostra storia, il cammino della Chiesa con le sue difficoltà e le sue speranze nella luce della fede e cioè sotto lo sguardo di Dio, che segue la Chiesa e l’umanità in cammino, opera con la sua grazia per accompagnare coloro che si rivolgono a Lui e ci invita ad impegnarci in questa storia a partire dalla conversione di noi stessi proprio per agire secondo i criteri del Vangelo”.

“La profezia intesa come lettura della realtà umana e della storia umana, questo è caratteristico di Fatima, ci ha insegnato a guardare non solo alla nostra vita personale, ma alla vita della Chiesa e dell’umanità nel contesto della storia, sotto la luce di Dio, del suo amore e con l’impegno a convertirci, a renderci dei testimoni sempre più fedeli dell’amore di Dio nel mondo in cui viviamo e nella nostra storia”.

“Questo è un messaggio profetico che continua ad essere di grande attualità e lo sarà in futuro”, ha detto il portavoce vaticano.

Tra le frasi del Papa che sono rimaste maggiormente impresse da questo viaggio spiccano le dichiarazioni rilasciate ai giornalisti durane il volo per Lisbona, quando ha assicurato che la grande persecuzione della Chiesa non viene da nemici esterni, ma dal peccato all’interno stesso della Chiesa.

Benedetto XVI, ha continuato, “ha fatto capire che le sofferenze, le difficoltà che la Chiesa incontra, anche con evidente riferimento alla situazione dei mesi recenti o di questi anni, in cui la Chiesa ha tante difficoltà in conseguenza dei peccati dei suoi membri – si riferisce proprio agli abusi sessuali – sono qualcosa che la Chiesa porta in sé: porta in sé purtroppo anche la realtà del peccato. Ed è proprio per questo che il messaggio di Fatima è estremamente attuale e importante, perché ci parla di conversione, ci parla di penitenza, per rinnovarci in modo tale che la nostra testimonianza sia coerente”.

“Quindi, nel contesto di una lettura ampia del significato dell’evento di Fatima, da un punto di vista spirituale, non bisogna pensare solo alle persecuzioni che vengono dall’esterno, che certamente hanno avuto una gran parte nelle sofferenze e nelle difficoltà della Chiesa, per esempio nel corso del secolo passato, e che anche adesso continuano e continueranno ad esserci, ma il Papa ha fatto notare che le sofferenze e le difficoltà della Chiesa vengono anche, in particolare, dal nostro interno, cioè dal nostro essere peccatori, e per questo il messaggio di conversione e di penitenza ha una particolare attualità e importanza”.

“Questo mi è sembrato veramente molto bello – ha detto padre Lombardi –, molto importante, cioè come il Papa sia stato capace di inserire la tematica che ci affligge in questi ultimi mesi a proposito degli abusi sessuali in una prospettiva spirituale molto ampia. Quindi, riconoscendone la gravità, ma inserendola nella condizione della Chiesa nel mondo, della Chiesa davanti a Dio e del suo cammino, che deve essere sempre di purificazione, di rinnovamento”.

“E questo l’ha inserito con molta naturalezza direi, proprio nella condizione della Chiesa pellegrinante, e ha quindi dato occasione a tutti coloro che erano a Fatima, ma anche a tutta la Chiesa, di pregare intensamente, di coltivare uno spirito di rinnovamento e di conversione proprio per essere testimone più limpida e più efficace per il mondo di oggi e di domani”.

Per padre Federico Lombardi il bilancio di questa visita è “superiore all’attesa”.

“Possiamo dire – ha dichiarato – che è stato un viaggio che è andato benissimo e possiamo anche dire che è stato un viaggio meraviglioso. L’accoglienza è stata vastissima, è stata calorosa, è stata anche superiore alle attese degli organizzatori. Il Papa ne è rimasto molto colpito, molto contento e confortato”.

“Ha potuto vivere questo viaggio nelle condizioni migliori e come momento anche di grande esperienza spirituale di preghiera con il Popolo di Dio nel punto culminante, che è stato evidentemente quello delle celebrazioni a Fatima. Il Papa ha potuto dare i grandi messaggi che gli erano stati anche - in un certo senso - richiesti e che erano attesi dalla Chiesa portoghese”.

“L’incontro con il mondo della cultura, l’incontro con il mondo dell’impegno sociale, l’incontro con i sacerdoti erano incontri di importanza strategica per la presenza della Chiesa in Portogallo e, per cui, c’era una grandissima attesa. Mi confermavano i vescovi, ieri, che la presenza del mondo della cultura nell’incontro a Lisbona era veramente totale”.

“E’ stato, quindi, un incontro di grandissimo significato, direi di significato storico e che dice la volontà della Chiesa di dialogare in modo costruttivo con tutti coloro che cercano, che si impegnano nel mondo del pensiero, della ricerca, dell’arte, della creatività. Sono cose, queste, che rimarranno certamente a lungo per la Chiesa portoghese”.

“Soprattutto con il momento di Fatima – ha sottolineato il gesuita –, lo sguardo si è anche un po’ allargato sull’Europa e sul mondo, perché Fatima è un luogo che ha assunto realmente un significato per la Chiesa universale, come momento di incontro e – in un certo senso – di comunicazione fra il cielo e la terra, fra la presenza di Dio nella nostra storia e la domanda di salvezza del popolo e il desiderio di impegno nella storia da parte della Chiesa sulla base di conversione, di penitenza, di preghiera, di rinnovamento spirituale”.

“Questo è un discorso che naturalmente vale per tutti e che è stato colto anche molto al di là dei confini del Portogallo”, ha poi concluso.
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Dal blog di Lella...

A colloquio con il cardinale Saraiva Martins sul recente viaggio del Papa

Una rotta religiosa e sociale per il futuro del Portogallo

di Nicola Gori

Un "dono" non soltanto per la Chiesa ma per l'intero Paese, alle prese con le trasformazioni culturali provocate dalla secolarizzazione e con le difficoltà economiche e sociali legate alla crisi. Così il cardinale portoghese José Saraiva Martins, prefetto emerito della Congregazione delle Cause dei Santi, definisce la visita che il Papa ha compiuto due settimane fa nella sua terra di origine. In questa intervista al nostro giornale il porporato ripercorre i momenti salienti del viaggio, riproponendo in particolare l'attualità del messaggio di Fátima.

Facendo parte del seguito papale, lei ha avuto modo di partecipare direttamente a tutti gli incontri. Come ha vissuto questa esperienza?

Ho vissuto questo viaggio con un sentimento di profonda gratitudine al Papa. La sua visita è stata importante non solo per la Chiesa, ma per tutto il Portogallo e, si può dire, per l'umanità intera. I suoi discorsi sono stati uno stimolo non esclusivamente dal punto di vista ecclesiale, ma anche sociale: infatti hanno toccato molti problemi di attualità particolarmente sentiti dai portoghesi. Sono sicuro che gli orientamenti dati dal Papa saranno un grande aiuto anche per i politici e i governanti. Faranno riflettere sull'importanza di certi valori che non sono negoziabili, ma che sono profondamente umani e di conseguenza cristiani. Ciò può essere utile per rafforzare la collaborazione tra le autorità civili e la Chiesa.

Quali momenti le sono rimasti più impressi?

Ricordo che mi ha commosso molto la presenza di un coro di bambini che cantavano quando il Papa è giunto all'aeroporto di Lisbona. I loro canti hanno preceduto anche gli incontri ufficiali con le autorità. Mi veniva in mente la frase del Vangelo: "Lasciate che i piccoli vengano a me". In quel momento ho avuto la sensazione di trovarmi accanto a un Papa vicino al popolo, a un pastore vicino alla sue pecorelle, in questo caso ai portoghesi.

Lei era prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi quando sono stati beatificati i due pastorelli di Fátima. Come si è giunti a quella decisione?

La beatificazione di Giacinta e Francesco Marto è un evento storico, perché sono stati i primi bambini non martiri a essere elevati agli onori degli altari. Prima di loro, infatti, non rientrava nella prassi della Chiesa la canonizzazione di bambini: si pensava, in considerazione della loro età, che essi non avessero la capacità di praticare in grado eroico le virtù cristiane, prima condizione per la beatificazione. Ricordo che, nel loro caso, si verificò una cosa molto interessante: arrivarono a Roma migliaia di lettere da tutto il mondo - non solo da parte di semplici fedeli ma anche da vescovi e cardinali - che chiedevano la beatificazione dei pastorelli. Questa mole di richieste ha dato vita a una riflessione all'interno della Congregazione delle Cause dei Santi. Giovanni Paolo ii ha nominato una commissione di esperti - teologi, psicologi, pedagoghi - per esaminare il problema. Dopo uno studio approfondito, si è giunti a una conclusione: i bambini sono in grado di praticare le virtù cristiane, naturalmente nel modo a loro possibile. Grazie a questa conclusione abbiamo potuto procedere alla beatificazione.

Quali sono i tratti caratteristici della loro santità?

Una pietà profonda, una devozione fervente alla santissima Trinità, alla Madonna e all'Eucaristia. Parlando di eroicità, risalta come ognuno di loro era disposto a dare la vita piuttosto che mentire. Furono minacciati, infatti, per costringerli a dire che le visioni erano false, ma non cedettero alle pressioni.

Si possono fare delle previsioni per la beatificazione di suor Lucia?

Il processo attualmente è nella fase diocesana. Come sappiamo i processi di canonizzazione hanno due fasi: una diocesana e una romana. Per quanto riguarda la prima, il Papa ha dispensato dall'attesa dei cinque anni per cominciare il processo. Sono andato personalmente al carmelo di Coimbra, dove ha vissuto suor Lucia, per annunciare il dono fatto dal Papa di anticipare di due anni l'apertura del procedimento. Durante la fase diocesana si procede alla ricerca e allo studio scrupoloso della personalità, della spiritualità e dell'eroicità nella pratica delle virtù, anche attraverso l'ascolto di testimoni. Lo studio poi passa agli storici, ai teologi e alla commissione dei cardinali membri del dicastero vaticano. I porporati devono approvare o meno le conclusioni dei teologi e degli storici. Se lo fanno, la pratica viene trasmessa al Papa che deve pronunciarsi sull'eroicità delle virtù.

E a questo punto?

Dopo il riconoscimento delle virtù eroiche, occorre un miracolo per la beatificazione. Si deve istruire un altro processo in loco, cioè dove è avvenuto il presunto miracolo. Poi i documenti vengono passati al vaglio dei medici, i quali devono certificare che la guarigione sia veramente inspiegabile alla luce della scienza medica attuale. È importante notare questa sottolineatura - cioè allo stato attuale delle conoscenze mediche - perché magari tra cinquant'anni, con il progresso scientifico, alcune malattie potranno essere curate. Per essere considerata un miracolo la guarigione deve essere istantanea, completa e duratura. Se i medici accertano che essa non è spiegabile scientificamente, i documenti passano ai teologi. A loro spetta il compito di accertare se c'è un nesso tra la guarigione e la preghiera di intercessione fatta a Dio tramite il candidato alla beatificazione. Solo i teologi, e non i medici, possono dunque parlare di miracolo. Le loro conclusioni passano poi all'esame e all'eventuale approvazione dei cardinali. È il Papa, infine, che ha l'ultima parola: se approva il miracolo, è tutto pronto per la beatificazione.

Durante il volo verso il Portogallo, Benedetto XVI ha parlato della visione dei pastorelli di Fátima, spiegando che in essa "sono indicate realtà del futuro della Chiesa che man mano si sviluppano e si mostrano". In che senso?

L'affermazione del Papa è sacrosanta. Citando la visione del vescovo vestito di bianco, Benedetto XVI le ha dato una dimensione ecclesiale. Sappiamo bene che Giovanni Paolo ii ha visto questa profezia adempiersi in lui. Ciò è verissimo. Oltre a questo, però, si deve dare a quella visione una dimensione ecclesiale. Deve essere cioè applicata a tutta la Chiesa e alla sua sofferenza. La Chiesa per sua natura non può trovarsi in una condizione priva di sofferenza, perché deve identificarsi con Cristo. Infatti, essa non è altro che Gesù stesso incarnato in una comunità di fede, di speranza, di amore, che continua la sua missione attraverso i secoli. La Chiesa è Cristo e Cristo è la Chiesa. Quindi non può non soffrire e deve rivivere in sé quello che è capitato al corpo fisico di Cristo. La sofferenza entra nella vita normale della Chiesa. Gesù ha detto: se hanno perseguitato me perseguiteranno anche voi. Certe campagne che si stanno facendo contro la Chiesa sono delle persecuzioni vere e proprie. La Chiesa però sa bene che i nemici non prevarranno, perché anche per lei come per Cristo verrà la risurrezione. Direi che il Papa ha inteso la visione in questo senso. Qui si inserisce anche il tema della speranza di cui ha parlato Benedetto XVI nel suo viaggio. Guardando alla Pasqua la nostra fede diventa fede nella risurrezione.

Come commenta l'affermazione fatta dal Pontefice sulle sofferenze che vengono proprio dall'interno della Chiesa?

Nella Chiesa ci sono anche i peccatori. Essi sono una sofferenza nella Chiesa, che è chiamata a essere santa. I padri parlavano della casta meretrix. È una realtà incontestabile, tangibile. Ma Cristo l'aveva previsto e per questo ha istituito il sacramento della riconciliazione. Benedetto XVI nella sua spiegazione ha sottolineato questi aspetti della speranza e della realtà in cui esiste anche il peccato.

Il Portogallo e il Papa: una storia di amicizia che continua. Come si spiega questo legame?

Il Portogallo storicamente è sempre stato legato al successore di Pietro. All'inizio della nazione portoghese vi è un intervento diretto del Papa. L'arcivescovo di Braga si recò più di una volta a Roma da Innocenzo ii, perché approvasse con la sua autorità la separazione dei territori del Portogallo dalla Castilla. L'indipendenza dal regno di Castilla e Léon avvenne il 5 ottobre 1143, però si dovette attendere fino al 1179 perché Alessandro iii con una bolla riconoscesse ufficialmente re Alfonso i. Da allora, il Portogallo è stato chiamato la nazione "fedelissima" al Papa. Guardare al Pontefice come punto di riferimento fa parte, appunto, della cultura portoghese, come ha sottolineato Benedetto XVI. Infatti, le radici del popolo portoghese sono essenzialmente cristiane e nessuno potrà mai cancellarle. Possiamo dire addirittura che il cristianesimo è iscritto nel dna della gente. Il legame con i successori di Pietro poi si è rinnovato nei secoli. Nei tempi moderni ci sono state cinque visite dei Papi in Portogallo. La prima fu quella di Paolo vi, che si rivelò un grande avvenimento, sebbene sia durata un solo giorno. Poi le tre visite di Giovanni Paolo ii, in particolare quella del 2000 quando beatificò i due pastorelli, e l'ultima di Benedetto XVI.

Cosa si aspetta il popolo dalla visita del Pontefice dal punto di vista sociale?

La visita del Papa è stata un grande dono al Portogallo. Le parole del Pontefice porteranno a riflettere su alcuni temi di attualità. Per esempio, l'accenno che ha fatto ai diritti umani e alla promozione integrale dell'uomo contro i meccanismi socio-economici e culturali che portano alla morte. Oppure la sua insistenza sul valore della famiglia fondata sul matrimonio indissolubile tra un uomo e una donna. Il Papa ha poi fatto riferimento alla libertà e al problema della collaborazione tra mondo della cultura e mondo della fede. La fede non è contraria alla scienza e alla cultura: al contrario, si completano. Infatti, la cultura in molti Paesi europei ha avuto come protagonista la Chiesa. L'uomo è aperto al trascendente, lo si voglia o no. C'è una grande superficialità nel voler dimostrare a tutti i costi una contrapposizione tra scienza e fede. La visita del Papa porterà a riflettere sul serio su questi problemi e aiuterà a trovare una soluzione umana e cristiana. Anche per questo, il viaggio di Benedetto XVI è stato un dono per il Portogallo.

(©L'Osservatore Romano - 26 maggio 2010)


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La visita di Benedetto in Portogallo: un pieno successo per il cardinale portoghese Saraiva Martins

Angela Ambrogetti

Sorriso paterno, teologo brillante ammirato da Congar, missionario nell' anima e claretiano. Il cardinale José Saraiva Martìns, classe 1932, è il più amato dai giornalisti. E lui ricambia. Non si tira mai indietro davanti ad un colloquio con la stampa. A leggere il suo curriculum ci si spaventa un po', ma poi la sua affabilità ti conquista. Portoghese di nascita, romano di adozione, laziale di fede calcistica, ogni pomeriggio lo si può incontrare nelle vie di Borghi, il quartiere antico che circonda il Vaticano, a passeggio. Difficile immaginare che, tra le altre cose, è stato per anni il Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi. Dal 2008 ne è prefetto emerito, ma invece di rallentare la sua attività è incrementata. Il papa lo invia a suo nome in diverse celebrazioni e a molte altre partecipa per portare il messaggio del Vangelo a chi lo chiede. Con lo stesso spirito di quando era rettore dell' Urbaniana, la università pontificia missionaria. A maggio è stato a fianco di Benedetto XVI nel viaggio a Fatima e in Portogallo. Dieci anni fa era a fianco di Giovanni Paolo II durante la beatificazione dei Pastorelli nella spianata del santuario mariano. Nel salotto del suo appartamento a pochi passi dal Vaticano, sotto lo sguardo sorridente di Giovanni Paolo II in una immagine dell'inizio del pontificato, raccolgo le sue impressioni " a caldo" di questo viaggio che definisce un successo. E i suoi occhi vivaci e intuitivi sorridono.

Cinquecento mila a Fatima, quasi più che nel 2000 con GPII, allora anche Benedetto è un aggregatore di folle?

Saraiva:Si certo, e a Fatima ci sono sempre moltissimi fedeli che vengono da ogni parte del mondo. È sempre una quantità enorme di fedeli. Perché Fatima ha una dimensione universale. Su dice che sia l' altare del mondo, io aggiungerei anche cattedra del mondo. Altare e cattedra. Nel senso cha la Madonna è venuta a Fatima per insegnare , per ricordare certi valori fondamentali umani e cristiani che l' uomo moderno purtroppo ha dimenticato a poco a poco. Così si spiega che il 13 maggio di ogni anno che il 13 maggio di ogni anno, nella ricorrenza dell' inizio delle apparizione, a Fatima ci siano centinaia di migliaia di persone. Naturalmente la presenza di Benedetto XVI ha fatto aumentare il numero dei pellegrini, è ovvio. E per chi vuole fare un paragone tra Giovanni Paolo II e Benedetto XVI , bisogna che ricordi che i cattolici portoghesi, come tanti altri, non vanno a vedere il papa perché è Pietro, Paolo o Andrea, ma perché è il papa, il papa, il successore di Pietro.

Per i portoghesi in particolare il legame con il papa è anche "politico"...

Si, i portoghesi hanno una coscienza molto chiara di questo legame profondo tra la Nazione portoghese e il papa. Perché all' inizio della nazione è stato il papa ad approvare l'indipendenza del Portogallo. Nell' origine della indipendenza come nazione c'è già l' intervento del papa. L' arcivescovo di Braga nel XVII secolo venne spesso a Roma per chiedere al papa di approvare la indipendenza. Nella coscienza cristiana dei portoghesi c'è uno speciale rapporto con Roma e il papa.

E un popolo così legato alla cristianità come ha vissuto la "laicizzazione" degli ultimi cento anni?

Parliamo tanto di radici cristiane dell' Europa, ecco in Portogallo sono il primo dato storico e il più importante... e poi c'è questo rapporto speciale tra Fatima e il papa. Sappiamo bene che in tempi moderni Pio XII ha avuto la visione della Madonna di Fatima, nei Giardini Vaticani. E poi la visita di Benedetto XVI a Fatima , era la quinta di un pontefice. Il primo a visitare Fatima è stato Paolo VI, poi Giovanni Paolo II è stato tre volte a Fatima. Quindi la visita di Benedetto è la quinta.

Quando si parla di Fatima si arriva inevitabilmente a parlare dei "segreti" del messaggio della Madonna. E alle persone che cercano ancoro il "quarto segreto" lei cosa risponde?

Io rispondo che aspetto che lo trovino! Perché sono certo che non c'è! E riguardo alla parte del segreto che parla del "vescovo vestito di bianco", io do una interpretazione piuttosto ecclesiale. Quella visione del "vescovo vestito di bianco" è certamente riferita al papa, al papa. Però non va intesa, secondo me in un senso personale, o almeno non esclusivamente. Va inteso in senso ecclesiale. Sappiano che Giovanni Paolo II si è identificato in questo testo. Giusto! Però quella visione è una immagine della Chiesa che lungo i secoli fin dalla sua nascita ha sofferto. Quindi il papa in quanto incarna la Chiesa, è il Pastore della Chiesa. Se non consideriamo questa visione nel contesto ecclesiale come sinonimo di persecuzione della Chiesa come tale non capiremo mai quella parte del messaggio di Fatima.
E infatti la Chiesa fin dall' inizio ha sofferto . La sofferenza , le compagne contrare, le calunnie etc sono il nostro pane quotidiano. E Cristo lo ha detto molto chiaramente: se hanno perseguitato me perseguiteranno anche voi, però non prevarranno. E quello che sta succedendo anche adesso con le campagne denigratorie contro la Chiesa, è nella linea.
La Chiesa incarna Cristo anche nella passione, pensando dopo alla resurrezione, come Cristo. Ma la Chiesa sarà sempre in contraddizione con il mondo, fa parte della identità della Chiesa. Non ci sarà mai una Chiesa "beatificata" qui in terra! Perché la Chiesa incarna Cristo sulla terra, se si toglie Cristo la Chiesa non c'è più.

Ma la Chiesa è perseguitata dall'interno dice papa Benedetto XVI?

Il problema è quello del peccato nella Chiesa, che di può manifestare in diverse modi e forme, diversi tipi di peccato, ma il problema è questo: la presenza del peccato nella Chiesa. E questo è un fatto, una realtà. La Chiesa è santa, ma anche santificanda. E del resto Cristo era talmente convinto che ci sarebbe stato il peccato nella Chiesa che ha istituito un sacramento per perdonare il peccato, e il peccato di chi? Certamente non di quelli che sono fuori dalla Chiesa, che non praticano i sacramenti. In effetti la coca è molto chiara.

E per il problema della pedofilia in particolare?

È chiaro che la Chiesa non deve assolutamente nascondere, la Chiesa deve denunciare e mettere i colpevoli davanti alle loro responsabilità davanti alla legge canonica e civile, questo è chiarissimo. Ed è quello che il papa ha detto nella sua lettera ai vescovi irlandesi. Tutte le risposte sono là!

E a chi ha speculato sulle parole di Benedetto XVI al termine della messa a Fatima : "si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima si conclusa" cosa dice?

Ma bisogna capire bene le parole del papa! E' chiaro che la profezia di Fatima non è finita. E' chiaro che il fenomeno di Fatima continua ad incidere sulla Chiesa sui credenti. Ma perché? Perché le verità fondamentali che la Madonna ha insegnato, ecco la cattedra, a Fatima, sono di una estrema attualità, e lo saranno sempre. Perché sono valori che sempre attuali perché sono valori naturali , quindi sacri, irrinunciabili, non negoziabili. Quindi Fatima ha una perenne attualità. Il contenuto del messaggio che la Madonna ha affidato ai pastorelli e per mezzo loro a tutti gli uomini del nostro tempo. Ecco perché la profezia non è finita, e non finirà mai!

Torniamo alla visita del papa in Portogallo. Tra gli incontri molto significativo quello con il mondo della cultura, dove il papa ha chiesto un dialogo " senza ambiguità e rispettoso". C'è quindi il problema di poter attuare un dialogo sincero?

Ogni dialogo per essere tale non può essere ambiguo, deve essere chiaro. Il dialogo tra fede e cultura è una esigenza fondamentale dell' uomo. Perché il cristiano è uomo. Quindi la cultura non può essere dissociata dalla fede. Il credente è un uomo come gli altri. La cultura è part della sua umanità. Per questo è un atteggiamento assurdo quello di chi rifiuta il dialogo. Poi certo ci sono modi diversi di intendere la cultura. Quello che succede in Portogallo succede in tutti gli altri paesi dell' occidente. C'è una progressiva scristianizzazione e indifferenza religiosa, che aumenta. Ma la cultura portoghese è essenzialmente cristiana. Per i politici è diverso, ma i politici non sono il popolo.

E quindi anche la famigerata firma del presidente della Repubblica della legge sui matrimoni omosessuali non è condivisa dal popolo portoghese?

Si certo, la gente non sempre condivide le azioni dei politici. Il cristianesimo è nel dna dei portoghesi. Del resto la storia non si può negarla, cosa sarebbe la cultura portoghese senza il cristianesimo ? Non ci sarebbe.

I discorsi del papa hanno avuto quasi un crescendo pedagogico. Un modo per identificare bene il ruolo della Chiesa in Portogallo, che non è solo di assistenza , di sostegno allo stato nel campo sociale, ma ha una sua identità precisa.

Certo è fondamentale. La Chiesa ha i suoi principi. La Chiesa ha un grande ruolo sociale e il presidente della Repubblica e anche del Consiglio, il socialista Socrates, ha detto che apprezzano moltissimo il lavoro della Chiesa ad esempio nelle scuole.
Del resto la missione della Chiesa è difendere l'uomo e promuoverlo nella sua totalità, come ha detto Giovanni Paolo II nella sua prima enciclica. Non solo del credente, ma dell'uomo. Perchè il cristianesimo è un umanesimo, non sono cose separate.

Il papa ha ribadito che non dobbiamo avere paura di proclamare la nostra identità cristiana...

Assolutamente! Perché il cristianesimo non ha fatto altro che nobilitare l'uomo. Il Vangelo ha riaffermato l'umanità completa, comprensiva del rapporto con il trascendente. Una dimensione essenziale dell' uomo.

Il papa salutando il Portogallo prima di partire ha chiesto ai portoghesi di vivere e lavorare in concordia. C'è bisogno di una "pacificazione civile"?
Problemi sociali ci sono, ma soprattutto il papa si riferisce ad una collaborazione vera tra Stato e Chiesa. E la Chiesa non nega la collaborazione con lo stato ma naturalmente mantenendosi fedele ai principi del Vangelo. E cero quando le espressioni dello stato non sono in sintonia con questi principi la Chiesa non può accettare e deve con coraggio andare in piazza e dire: non siamo d' accordo. Con il coraggio della fede, dell' ottimismo, della speranza; il coraggio della Pasqua!

Lei va a Fatima regolarmente, e non è la prima volta che accompagna un pontefice: le è piaciuto questo viaggio con Benedetto XVI?

Il viaggio è stato un grande successo! Un successo che ha portato anche molti a cambiare l'idea che si erano fatti di questo papa. C'è stato un entusiasmo tale ....e secondo me è stata la Madonna di Fatima, che era presente, si è sentita la sua presenza. Sono rimasto colpito dell' entusiasmo, della gioia del calore con cui hanno ricevuto il papa. Perché i portoghesi sono pacati e ragionevoli...ma erano entusiasti e si sentiva gridare ovunque : viva il papa! E poi c'erano tanti giovani e tanti bambini. Mai visti tanti bambini insieme. Pensate che il primo coro che ha accolto il papa all' aeroporto era un coro di bambini! Una cosa bellissima che ha dato il tono alla visita. Anche perché la visita si è svolta nel decimo anniversario della beatificazione dei bambini di Fatima, Francesco e Giacinta. Per me è stato un successo pieno!

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Dal Papa in Portogallo una sfida alla Dottrina sociale della Chiesa
di mons. Giampaolo Crepaldi*



ROMA, giovedì, 17 giugno 2010 (ZENIT.org).- Benedetto XVI, da Fatima, ha posto a tutti coloro che si occupano di Dottrina sociale della Chiesa una sfida veramente radicale, che non possiamo non raccogliere.

Il 12 maggio, ai cattolici impegnati nel sociale il Papa ha invitato ad una presenza, ad una viva testimonianza nel mondo. Ha anche indicato esplicitamente la necessità di rifarsi, in questo impegno, all’orizzonte della Dottrina sociale della Chiesa: «Lo studio della sua dottrina sociale, che assume come principale forza e principio la carità, permetterà di tracciare un processo di sviluppo umano integrale che coinvolga le profondità del cuore e raggiunga una più ampia umanizzazione della società. Non si tratta di semplice conoscenza intellettuale, ma di una saggezza che dia sapore e condimento, offra creatività alle vie conoscitive ed operative tese ad affrontare una così ampia e complessa crisi». Si è trattato di un forte invito alla presenza, «Consapevoli, come Chiesa, di non essere in grado d’offrire soluzioni pratiche ad ogni problema concreto, ma sprovvisti di qualsiasi tipo di potere, determinati a servire il bene comune, e pronti ad aiutare e ad offrire i mezzi di salvezza a tutti», ma non perciò rinunciatari o dimessi, bensì consapevoli di doverci essere, insieme, sotto la guida della Chiesa e della sua dottrina sociale.

Questo invito, rivolto a grandi masse di persone impegnate, oggettivamente però contrastava con l’evoluzione recente della società portoghese, oggetto di una secolarizzazione molto violenta che nel giro di pochi anni ha permesso l’approvazione di leggi fortemente contestate dal Papa come l’aborto e il riconoscimento delle unioni omosessuali. Questo contrasto ha fatto da sfondo a tutto il viaggio di Benedetto XVI, ormai missionario in una terra sconsacrata più che pellegrino in una nazione cristiana. E allora, ecco il grande tema: cosa resta dell’impegno sociale e politico dei cattolici, cosa della loro Dottrina sociale, cosa delle loro attività caritative se viene meno la fede, se attorno l’apostasia dalle radici cristiane si allarga e se Dio è sempre meno presente nella scena pubblica perché è sempre meno presente nelle coscienze?

Torna il problema fondamentale a cui sembra aver dedicato tutte le sue forze questo Pontefice, il tema della famosa Lettera sul ritiro della scomunica ai vescovi di Ecône: «Nel nostro tempo in cui in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento, la priorità che sta al di sopra di tutte è di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l´accesso a Dio. Non ad un qualsiasi Dio, ma a quel Dio che ha parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo nell´amore spinto sino alla fine - in Gesù Cristo crocifisso e risorto. Il vero problema in questo nostro momento della storia è che Dio sparisce dall'orizzonte degli uomini e che con lo spegnersi della luce proveniente da Dio l´umanità viene colta dalla mancanza di orientamento, i cui effetti distruttivi ci si manifestano sempre di più. Condurre gli uomini verso Dio, verso il Dio che parla nella Bibbia: questa è la priorità suprema e fondamentale della Chiesa e del Successore di Pietro in questo tempo».

Qualcosa di analogo è stato detto anche a Fatima, il giorno precendente 11 maggio: «precisamente oggi la priorità pastorale è quella di fare di ogni donna e uomo cristiani una presenza raggiante della prospettiva evangelica in mezzo al mondo, nella famiglia, nella cultura, nell’economia, nella politica. Spesso ci preoccupiamo affannosamente delle conseguenze sociali, culturali e politiche della fede, dando per scontato che questa fede ci sia, ciò che purtroppo è sempre meno realista». Si parla di sogni di nuove generazioni di politici cattolici, ma i cattolici sono sempre di meno; si parla di presenza pubblica del cristianesimo, ma i cristiani sono sempre di meno.

Non possiamo non raccogliere questa sfida. O anche la Dottrina sociale della Chiesa serve a “condurre gli uomini verso Dio”, a “rendere Dio presente in questo mondo”, oppure anch’essa è destinata ad inaridirsi. Significa allora che va sempre tenuto presente che anche la Dottrina sociale è educazione alla fede e che essa vive dentro la fede viva della Chiesa, della quale è a servizio e contemporaneamente espressione. Non si tratta di dire: dato che la fede diminuisce tralasciamo o abbandoniamo la Dottrina sociale, oppure consideriamola semplicemente come un codice etico utile al dialogo con i non credenti. Si tratta piuttosto di rilanciare la Dottrina sociale come “strumento di evangelizzazione”.

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*Monsignor Giampaolo Crepaldi è Arcivescovo di Trieste e Presidente dell’Osservatorio Internazionale “Cardinale Van Thuan” sulla Dottrina Sociale della Chiesa.
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