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Enciclica "Caritas in veritate"

Ultimo Aggiornamento: 16/11/2010 00.26
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13/06/2009 17.55
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Caritas in veritate

[Modificato da Paparatzifan 07/07/2009 21.13]
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Dal blog di Lella...

CRISI: PAPA CONFERMA ENCICLICA, FISSERA' PRINCIPI E VALORI

CITTA' DEL VATICANO -

Papa Benedetto XVI ha confermato che presto verrà pubblicata la sua nuova enciclica dedicata al "vasto tema dell'economia e del lavoro" e che in essa traccerà "i valori da difendere instancabilmente " per realizzare una convivenza umana "veramente libera e solidale". La data indicata in Vaticano per la firma del prossimo testo pontificio è quella del 29 giugno, festa di San Pietro e Paolo.
Benedetto XVI è tornato a parlare della crisi economica mondiale incontrando oggi la Fondazione 'Centesimus Annus', organismo cattolico che si occupa di studi sociali. "In effetti, la crisi finanziaria ed economica che ha colpito i Paesi industrializzati, quelli emergenti e quelli in via di sviluppo, mostra in modo evidente come siano da ripensare certi paradigmi economico-finanziari che sono stati dominanti negli ultimi anni", ha spiegato il pontefice.
"Come sapete, verrà prossimamente pubblicata la mia Enciclica dedicata proprio al vasto tema dell'economia e del lavoro: in essa verranno posti in evidenza quelli che per noi cristiani sono gli obbiettivi da perseguire e i valori da promuovere e difendere instancabilmente, al fine di realizzare una convivenza umana veramente libera e solidale", ha aggiunto. L'enciclica si intitolerà "Caritas in veritate" e verrà pubblicata e presentata subito dopo la firma, ai primi di luglio.

© Copyright Ansa


Papa Ratzi Superstar

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"CON IL CUORE SPEZZATO... SEMPRE CON TE!"
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Dal blog di Lella...

Economia e lavoro, pronta l'enciclica del Papa

«Caritas in veritate» dovrebbe essere firmata il 29 giugno e presentata ai primi di luglio. Un testo rivisto in più fasi

nostro servizio

Alberto Bobbio

Città del Vaticano

Benedetto XVI ieri lo ha confermato: «Prossimamente verrà pubblicata la mia enciclica dedicata al vasto tema dell'economia e del lavoro».
Era l'annuncio che si attendeva da tempo e l'occasione, che ha scelto il Papa per farlo, è stato un discorso alla Fondazione Centesimus Annus, organismo che si occupa di studi sociali, il cui comitato scientifico è presieduto dall'economista dell'Università Cattolica Alberto Quadrio Curzio.
Il Papa ha dato qualche altro ragguaglio sui contenuti dell'enciclica: «In essa verranno posti in evidenza quelli che per noi cristiani sono gli obiettivi da perseguire e i valori da promuovere e da difendere instancabilmente, al fine di realizzare una convivenza umana veramente libera e solidale».
L'enciclica dovrebbe portare la data del 29 giugno, festa di San Pietro e Paolo.
La presentazione ai giornalisti di tutto il mondo dovrebbe avvenire nella Sala stampa della Santa Sede nei primi giorni di luglio. Ma le copertine del testo in inglese e in tedesco sono già disponibili su internet.
Sul sito di Amazon, il più grande portale per l'acquisto on line di libri, si trovano le copertine della traduzione in inglese di due case editrice americane.
Quella pubblicata dalla Ignatius press, la casa editrice americana che pubblica tutti i libri di Joseph Ratzinger, costa 14,95 dollari, ma se la si prenota su Amazon si può avere uno sconto di quasi 5 dollari.
Sulla copertina c'è il titolo «Love in truth», Amore nella verità, e l'immagine dello stemma papale di Benedetto XVI. Diversa è la copertina della casa editrice Veritas publications, che riporta anche il titolo in latino sullo sfondo di un mazzo di fiori bianchi.
Sul sito della casa editrice tedesca St. Urlich Verlag si può invece già prenotare la versione tedesca del testo papale per 9.90 euro.
In copertina si vede il Papa che benedice, il titolo in tedesco e in latino e una precisazione nella quale si dice che si tratta dell'enciclica sociale: «Die Socialenzyklika».
La versione inglese di Ignatius press è di 100 pagine, annuncia il portale Amazon.
Anche da questo si vedono la grande attesa e la forte curiosità per la pubblicazione della «Caritas in veritate», terza enciclica di Benedetto XVI. Se ne parla da quasi due anni. Era stato il cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato, a rivelare, durante un colloquio con i giornalisti che seguivano le vacanze di Joseph Ratzinger in Cadore nell'estate del 2007, che il Papa stava lavorando alla stesura di un'enciclica sociale.
Poi nella primavera del 2008 fonti di stampa italiane e estere avevano indicato anche il titolo, cioè le prime parole del testo «Caritas in veritate», annunciandone la pubblicazione per la scorsa estate. Ma la crisi economica e il grande crac finanziario mondiale dell'anno scorso ne hanno fatto slittare la pubblicazione. Il testo è passato attraverso vari rifacimenti, che hanno tuttavia lasciato fino all'ultimo insoddisfatto Benedetto XVI.
Alla stesura hanno lavorato in molti sia in Vaticano, che fuori. Sono stati chiamati a dare alcuni contributi economisti ed esperti cattolici di diversi Paesi e solo all'inizio di quest'anno al Papa è stato consegnato un testo quasi definitivo, sul quale il Pontefice ha potuto lavorare mettendo la sua impronta, già visibile tuttavia nel titolo dove si lega strettamente la carità alla verità. Alcune settimane fa il testo definitivo sarebbe stato sottoposto al giudizio di quattro cardinali in un incontro nella villa pontificia di Castelgandolfo. Alla riunione erano presenti il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, il cardinale Camillo Ruini, responsabile del Progetto culturale della Cei, il cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia, e il cardinale di Vienna Christoph Schoenborn. Bagnasco, interrogato qualche giorno fa in merito da alcuni giornalisti, non ha smentito la circostanza, limitandosi ad un sorriso. Ora il testo definitivo è pronto e sono pronte anche le traduzioni, tra cui quella in cinese e in arabo.
Nella produzione letteraria di Ratzinger non è facile trovare testi sui problemi dell'economia.
C'è una relazione del 23 novembre 1985 all'università Urbaniana, pronunciata in inglese e intitolata «Market economy and ethics», nella quale sosteneva che un'economia priva di fondamento etico e religioso è destinata al collasso. Cosa che è avvenuta puntualmente in diverse occasioni, fino al tracollo dell'anno scorso.
Ratzinger in quella relazione faceva notare che «anche le energie spirituali sono un fattore economico» e che le «regole del mercato funzionano solo se esiste un consenso morale di fondo che le sostiene».

© Copyright Eco di Bergamo, 14 giugno 2009


Papa Ratzi Superstar

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IL PAPA IN CRISI CON IL LATINO...

Galeotto fu il latino.
La pubblicazione della Caritas in veritate, l'attesa enciclica economica di Benedetto XVI (in preparazione da oltre due anni) rischia di subire l'ennesimo ritardo a causa della traduzione nella lingua più amata da Ratzinger.
Il documento è stato infatti redatto in italiano e affidato a un gruppo di esperti per la versione in latino, lingua ufficiale del Vaticano.
Tuttavia non è stato agevole tradurre i termini più moderni del gergo economico e finanziario presenti nel testo (da «globalizzazione» a «borsa valori», da «prodotti finanziari derivati» a «paradisi fiscali»). I traduttori hanno fatto ricorso ai due volumi del Lexicon recentis Latinitatis, il dizionario di neologismi latini curato dalla Fondazione vaticana Latinitas, con oltre 15 mila parole tratte dal linguaggio moderno. Ma non tutti i termini necessari erano presenti nel dizionario, perciò sono stati creati appositamente. (Ignazio Ingrao)

© Copyright Panorama


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Da "La Stampa"...

29/6/2009

Il giallo dell'enciclica "rubata"

Marco Tosatti


L'anticipazione su alcuni quotidiani della "Caritas in veritate", la terza enciclica di Benedetto XVI, suscita interrogativi e curiosità.


Venerdì pomeriggio messaggeri fidati hanno consegnato alle redazioni di alcuni quotidiani romani – non tutti – misteriose anonime buste dal contenuto “esplosivo”. Dentro, cinque cartelle, redatte con cura, che costituivano una sintesi e un’anticipazione, completa di brani virgolettati, della terza enciclica di Benedetto XVI, la “Caritas in veritate”.

E’ capitato, in passato, che documenti pontifici, encicliche comprese, siano stati anticipati; ma un’operazione come quella compiuta venerdì corso rappresenta un inedito nella storia dell’informazione vaticana. In precedenza le anticipazioni erano exploit personali del singolo giornalista, grazie alla complicità amichevole di qualche “gola profonda”. Qui invece l’impressione è di trovarsi davanti a un’operazione accuratamente preparata e organizzata.
Infatti non è stato passato sottobanco il testo, ma qualcuno ha lavorato per preparare una sintesi, piuttosto lunga e calibrata; e poi l’ha fatta pervenire agli interessati; che forse erano e sono ignari del motore remoto della catena di distribuzione.

E adesso le ipotesi. La più cattiva: qualcuno ha voluto abbassare l’interesse, che è molto alto, intorno al documento papale, ormai di imminente pubblicazione. E in questo caso, dal momento che è evidente che l’autore della sintesi deve essere in possesso del testo, la freccia sarebbe partita dall’interno del mondo vaticano. Non crediamo molto a questa eventualità. Anche perché difficilmente gli autori dell’operazione, che si è svolta a quanto pare grazie a messaggeri discreti, possono sperare di restare anonimi a lungo, in un mondo come quello dei giornalisti, non esattamente impermeabile alle fughe di notizie. Passiamo ora alla seconda ipotesi. Un’ipotesi “istituzionale”; e cioè qualcuno nei Sacri Palazzi ha pensato bene di cominciare a far montare l’interesse intorno alla “Caritas in veritate”, organizzando una piccola distribuzione ben guidata verso alcune testate giudicate degne di ricevere questa emarginazione, non si sa in base a quale criterio. Ma a quanto ci risulta non tutti dietro il Portone di Bronzo, anche a livelli molto alti, erano al corrente dell’iniziativa. Un dettaglio per specialisti.

Se, come è probabile, nei prossimi giorni verrà annunciata la presentazione ufficiale dell’enciclica in Sala Stampa, da quale momento il testo verrà considerato sotto embargo. Cioè chi ne rivelerà delle parti potrà essere punito. L’anticipazione quindi è avvenuta proprio nell’ultimo periodo utile a evitare violazioni formali. E anche questa accortezza non è un elemento da trascurare, nel valutare il caso. Infine una terza ipotesi. Si è molto parlato nei mesi e negli anni scorsi di un’eccessiva passività della gestione dell’informazione vaticana, spesso obbligata ad agire in risposta a critiche e problemi, più che in attacco. Può essere che qualcuno, avendo il testo a disposizione, abbia voluto mettere in pratica un’informazione “dinamica” e anticipare il senso dell’enciclica, per dare una “linea” di interpretazione e prevenire letture parziali o frammentarie. Senza, necessariamente, informare dell’iniziativa i grossi papaveri. Un’operazione “corsara” dalle buone intenzioni. Resta il fatto che il modo in cui l’operazione è stata condotta costituisce un fatto inedito nella storia dell’informazione vaticana.


Papa Ratzi Superstar

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"CON IL CUORE SPEZZATO... SEMPRE CON TE!"
30/06/2009 01.32
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Caritas in veritate: una enciclica troppo annunciata
Scritto da Angela Ambrogetti

La copertina della versione italiana sarà celeste. E forse farà discutere. Per il resto della sospirata enciclica sociale di Benedetto XVI, che avrebbe dovuto vedere la luce a fine 2007 nell’anniversario della Populorum progressio di Paolo VI, si sa ben poco. Un rincorrersi di anticipazioni negli ultimi mesi va ben poco la di là del titolo, Caritas in veritate, la Carità nella verità, e delle linee generali che lo stesso pontefice ha anticipato nel corso di udienze e incontri. L’ultimo intervento, e forse il più significativo, è del giugno scorso, quando in incontro con i membri delle fondazione Centesimus Annus voluta da Giovanni Paolo II, Ratzinger conferma che l’enciclica sarà “dedicata proprio al vasto tema dell’economia e del lavoro: in essa verranno posti in evidenza quelli che per noi cristiani sono gli obbiettivi da perseguire e i valori da promuovere e difendere instancabilmente, al fine di realizzare una convivenza umana veramente libera e solidale.” Un incipit che apre molte strade. A partire dal rispetto dell’ambiente che porta ad un altro Leitmotiv della dottrina di Benedetto: il cambiamento di stile di vita.

Il papa chiede più sobrietà alla società ricche per rispettare le società povere. Lo ha fatto in Africa a marzo quando ha spiegato che “un elemento fondamentale della crisi è proprio un deficit di etica nelle strutture economiche; si è capito che l’etica non è una cosa ‘fuori’ dall’economia, ma ‘dentro’ e che l’economia non funziona se non porta in sé l’elemento etico.” Il papa si propone di dare un contributo a risolvere la crisi e, non essendo un esperto in economia, ha sentito specialisti di diverse tendenze. Da Ettore Gotti Tedeschi, editorialista de L’Osservatore Romano, in odore di nomina allo IOR e rappresentate in Italia del Banco di Santander, al salesiano Mario Toso, oltre agli esperti del Pontificio Consiglio Iustitia et Pax guidato dal cardinale Renato Raffaele Martino.

Certo la crisi ha rallentato il lavoro del papa. “Eravamo quasi arrivati a pubblicarla - ha detto sull’ aereo che lo portava in Africa - quando si è scatenata questa crisi e abbiamo ripreso il testo per rispondere più adeguatamente, nell’ambito delle nostre competenze, nell’ambito della Dottrina sociale della Chiesa, ma con riferimento agli elementi reali della crisi attuale.” E ad un gruppo di ambasciatori in Vaticano a fine maggio Benedetto spiega che “tutti i processi che contribuiscono a suscitare divisioni fra i popoli o a emarginarli, sono pericolosi attacchi alla pace e creano seri rischi di conflitto”. Del pensiero del teologo Ratzinger in economia si sa poco. A spulciare tra i suoi scritti si trova solo una conferenza del 1985: “Market economy and ethics”. Un'economia senza etica, argomentava è destinata a fallire e collassare.

Tra i consulenti del papa c’è anche il giurista cattolico tedesco Ernst-Wolfgang Böckenförde, e il vescovo di Monaco Reinhold Marx che ha pubblicato un volume dal significativo titolo “ Il Capitale”: lo stato, spiega, non deve ritornare nell’economia per risolvere la crisi. Tra i consulenti del papa sembra ci sia stato la scorsa estate anche l’attuale ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Difficile capire quale strada abbia scelto il papa per risolvere la crisi. Quello che è certo è che il papa negli ultimi mesi ha dedicato molto tempo al testo. Lo avrebbe portato anche nel viaggio in Terra Santa. E certa sembra, finalmente anche la data per la firma: oggi, festa di San Pietro e Paolo, giornata dedicata alla colletta per le opere di carità del papa. Ma ci vuole prudenza e almeno cinque altri giorni perché la Tipografia Vaticana ne stampi le prime 100 mila copie in italiano e 10 mila per ogni altra lingua, cinese ed arabo comprese.

E c’è poi il problema della traduzione latina. Come rendere nella lingua ufficiale della Chiesa future, bond o brokered deposit ? In Segreteria di Stato c’è preoccupazione. Per proporre nuove regole per un'economia che si va sempre più globalizzando mentre gli aspetti normativi sono ancora legati alle realtà nazionali occorre “comunicare” correttamente. Affanno perché il papa punta a mettere sul tavolo di ogni partecipante al prossimo G8 dell’Aquila il testo della enciclica.


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La nuova Enciclica del Papa "Caritas in veritate" sarà presentata il 7 luglio in Sala Stampa Vaticana dai cardinali Martino e Cordes


Sarà presentata in conferenza stampa il 7 luglio prossimo, alle ore 11.30, nella Sala Stampa Vaticana, la nuova e attesa Enciclica di Benedetto XVI Caritas in veritate. Quattro gli interventi previsti: quello del cardinale Renato Raffaele Martino, presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, del cardinale Paul Josef Cordes, presidente del Pontificio Consiglio Cor Unum; di mons. Giampaolo Crepaldi, segretario di Giustizia e Pace, e del prof. Stefano Zamagni, docente di Economia Politica all’Università di Bologna e consultore del medesimo dicastero pontificio. Il testo a disposizione dei giornalisti sarà in sei lingue: italiano, francese, inglese, tedesco, spagnolo e portoghese.

Due giorni fa, all’Angelus della Solennità dei Santi Pietro e Paolo, lo stesso Benedetto XVI aveva annunciato l’imminente pubblicazione del documento, il quale - aveva affermato - “intende approfondire alcuni aspetti dello sviluppo integrale nella nostra epoca, alla luce della carità nella verità”. “Affido alla vostra preghiera - aveva concluso il Pontefice - questo ulteriore contributo che la Chiesa offre all’umanità nel suo impegno per un progresso sostenibile, nel pieno rispetto della dignità umana e delle reali esigenze di tutti”.



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In attesa della "Caritas in veritate" di Benedetto XVI: breve scheda sulle Encicliche sociali nella storia della Chiesa


Martedì prossimo, i cardinali Renato Raffaele Martino e Paul Josef Cordes, rispettivamente presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace del Pontificio Consiglio Cor Unum, saranno i principali relatori in Sala Stampa Vaticana alla presentazione dell'ultima Enciclica del Papa Caritas in veritate. Un documento che vede Benedetto XVI unirsi alla schiera di predecessori che, da Leone XIII in poi, hanno dedicato parte del loro magistero a importanti riflessioni di rilevanza prettamente sociale. Le riassume in questa scheda Luis Badilla:
Una preoccupazione secolare. Ciò che oggi viene chiamato comunemente "Enciclica sociale", in particolare a partire di quella considerata la "prima", e cioè la "Rerum novarum" (1891) di Papa Leone XIII, corrisponde al momento più alto, solenne e autorevole del magistero pontificio nell'ambito complesso e articolato degli insegnamenti sociali della Chiesa. Questi insegnamenti, conosciuti anche come "Dottrina sociale della Chiesa", non sono nuovi né recenti; anzi, sono una preoccupazione costante dai tempi dei Padri della Chiesa passando per il Medioevo sino ai giorni nostri. Oltre al fatto che nella stessa predicazione di Gesù vi sono numerosi e importanti insegnamenti sul essere sociale dell’uomo, già nei tempi apostolici possiamo trovare autorevoli interventi sull’avarizia, l’usura, la schiavitù, il salario giusto, l’educazione dei figli, l’ordinamento statuale. Nell'epoca moderna i testi pontifici sulla materia più citati, oltre alla "Rerum Novarum", sono la "Quadragesimo Anno" (1931) di Papa Pio XI e la "Mater et Magistra" (1961) di Papa Giovanni XXIII. In tutte questi documenti il centro delle riflessioni dei Pontefici è l'uomo in quanto creato ad immagine e somiglianza di Dio, e dunque dotato per natura di una sua dignità specifica (figlio del Creatore), radici ultima di tutti i suoi diritti. Infatti, nella "Rerum Novarum" si afferma che il principio ispiratore di tutta la questione sociale è l'inalienabile dignità della persona umana. In questa specifica sua dignità affondano i suoi diritti inalienabili, prima di tutto quello alla libertà religiosa e alla vita, nei quali trovano sostegno tutti gli altri diritti umani inalienabili, come per esempio: l’uso dei beni materiali, la proprietà e la sua funzione sociale, il giusto salario, le libertà, la partecipazione alla vita dello Stato, istruzione, giustizia, ecc.

Rinnovamento nella continuità. Il magistero pontificio nell’ambito della “questione sociale” come si dice oggi (ai tempi della “Rerum novarum” si parlava della “questione operaia”) si è sempre rivelato un’innovazione nella continuità: il susseguirsi dei documento pontifici evidenza uno sforzo costante per illuminare le nuove situazioni sociali alla luce dei principi immutabile del Vangelo, della tradizione e degli insegnamenti pregressi. Ognuna di queste encicliche è stata una risposta del magistero della Chiesa alle sfide del momento e quindi al mutamento delle dinamiche sociali ed economiche e, nell’ultimo secolo, anche ai nuovi sviluppo che si registrano nel campo internazionale o geopolitico. Questa visione planetaria, a partire della crescente interdipendenza dei popoli e delle nazioni, è già fortemente presente nella “Mater et Magistra” di Giovanni XIII e poi nella “Populorum progressio” di Paolo VI. Anche la “Humanae Vitae” (25 luglio 1968) va annoverata nell’elenco delle encicliche sociali non solo per la centralità della vita nei rapporti umani ma anche perché fu ed è una risposta alla grande questione della crescita demografica e del controllo delle nascite. In tutte le encicliche sociali di Giovanni Paolo II questa dimensione universale, interdipendenza dello sviluppo e della solidarietà, entra a pieno titolo in tutte le analisi. Da ricordare che il magistero sociale di Giovanni Paolo II si sviluppa in presenza, fino al 1989, di uno scontro tra due modelli socio-economici: il capitalismo e il socialismo, e ciò è sfondo storico della “Sollicitudo Rei Socialis” (30 Dicembre 1987). Dopo lo scioglimento dell’URSS arrivano altre due encicliche a forte carattere sociale con uno scenario internazionale diverso e sono la “Centesimus Annus” (1° Maggio 1991) e la “Evangelium Vitae (25 Marzo 1995).

Cos’è la dottrina sociale della Chiesa? Nel documento della Congregazione per l’Educazione cattolica intitolato “Orientamenti per lo studio e l'insegnamento della dottrina sociale della chiesa nella formazione sacerdotale (30 dicembre 1988) si legge:

Criteri di azione. La dottrina sociale della chiesa, in quanto sapere teorico-pratico, è orientata alla evangelizzazione della società: include dunque necessariamente l'invito all'azione sociale offrendo, per le diverse situazioni, opportune direttive ispirate ai principi fondamentali e ai criteri di giudizio (...). L'azione che viene suggerita non si deduce a priori una volta per tutte da considerazioni filosofiche ed etiche, ma si precisa di volta in volta per mezzo del discernimento cristiano della realtà interpretata alla luce del Vangelo e dell'insegnamento sociale della chiesa, che dimostra così ad ogni momento storico la sua attualità. Sarebbe perciò un grave errore dottrinale e metodologico se nell'interpretazione dei problemi di ciascuna epoca storica non si tenesse conto della ricca esperienza acquisita dalla chiesa ed espressa nel suo insegnamento sociale. Pertanto tutti i cristiani dovranno mettersi di fronte alle nuove situazioni con una coscienza ben formata secondo le esigenze etiche del Vangelo e con una sensibilità sociale veramente cristiana, maturata attraverso lo studio attento dei diversi pronunciamenti magisteriali.

Nuovi problemi. Nella situazione del mondo contemporaneo i profondi cambiamenti in tutti i campi dell'attività umana, economica, culturale, scientifica e tecnica, hanno fatto emergere nuovi problemi che reclamano l'impegno di tutti gli uomini di buona volontà. Tra questi problemi risaltano quelli della fame, della violenza, del terrorismo nazionale e internazionale, del disarmo e della pace, del debito estero e del sottosviluppo dei paesi del terzo mondo, delle manipolazioni genetiche, della droga, del deterioramento dell'ambiente, ecc.

Lotta per la giustizia e la solidarietà sociale. Il mondo di oggi è caratterizzato inoltre da altre “zone di miseria” e da “altre forme d'ingiustizia molto più vaste”, di quelle delle epoche precedenti, come la fame, la disoccupazione, l'emarginazione sociale, la distanza che separa i ricchi - paesi, regioni, gruppi e persone - dai poveri, Perciò un terzo criterio di azione è la “lotta nobile e ragionata in favore della giustizia e della solidarietà sociale”.



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Papa/ Enciclica sociale il 9/7 in allegato a 'Famiglia Cristiana'

Si troverà in edicola o nelle parrocchie

La terza Enciclica di Benedetto XVI 'Caritas in Veritate' - che uscirà martedì 7 luglio - sarà in allegato al prossimo numero di 'Famiglia Cristiana'.
"Riprendendo la tematiche sociali contenute nella Populorum progressio, scritta dal Servo di Dio Paolo VI nel 1967, questa Enciclica - che porta la data 29 giugno, solennità dei santi Apostoli Pietro e Paolo - scrive il Papa - intende approfondire alcuni aspetti dello sviluppo integrale nella nostra epoca, alla luce della carità nella verità.
Affido alla vostra preghiera questo ulteriore contributo che la Chiesa offre all'umanità nel suo impegno per un progresso sostenibile, nel pieno rispetto della dignità umana e delle reali esigenze di tutti".
Il testo, che sarà reso pubblico martedì con una conferenza stampa in Vaticano, sarà disponibile con 'Famiglia Cristiana' dal 9 luglio, in edicola o in parrocchia, a 1,5 euro più il costo della rivista (1,95 euro).
Nelle prossime settimane, inoltre, sarà possibile richiedere l'Enciclica prenotandola in parrocchia o, per gli abbonati al settimanale, inviando la cartolina allegata al numero del settimanale che ricevono a casa. Ulteriori richieste possono essere inoltrate all'indirizzo e-mail: vpc@stpauls.it, o telefonare al Servizio Clienti 02-48.02.75.75.

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In attesa della "Caritas in veritate": cenni sul rapporto tra Chiesa, economia ed etica nel pensiero di Benedetto XVI


Mancano due giorni alla pubblicazione dell'Enciclica "Caritas in veritate". Il rapporto tra Chiesa, economia ed etica è stato più volte preso in esame dal Santo Padre. Si trovano in particolare diversi riferimenti nella conferenza "Chiesa ed economia. Responsabilità per il futuro dell’economia mondiale", tenuta dall’allora cardinale Joseph Ratzinger ad un convegno dell’Università Urbaniana svoltosi il 23 novembre 1985. Il testo dell'intervento è stato pubblicato su "Communio Usa" nel 1986 ed ora in uscita nell’edizione italiana di "Communio" nel mese di gennaio 2009. Di seguito alcuni passaggi della conferenza estrapolati da Luis Badilla:

Chiesa ed economia. La disparità economica tra Nord e Sud dell’emisfero terrestre costituisce una minaccia sempre più grave per la conservazione stessa della famiglia umana. (...) Per trovare soluzioni veramente progressiste occorrono nuove idee economiche, le quali tuttavia senza nuovi impulsi morali sono impossibili e soprattutto appaiono essere inattuabili. Su questo punto è possibile e necessario un dialogo tra la Chiesa e l’economia. (...) Se si parte da una concezione classica dell’economia, a prima vista non si riesce a vedere che cosa abbiano a che fare tra loro Chiesa ed economia, a meno che non si consideri il fatto che anche la Chiesa è soggetto di imprese economiche ed è quindi un fattore del mercato. Nel nostro caso però la Chiesa non deve entrare in questione per questa specificità in quanto Chiesa.

Efficienza e moralità. A questo punto ci si trova di fronte all’obiezione che proprio dopo il Concilio Vaticano II occorre avere un rispetto assoluto per l’autonomia delle competenze e quindi l’economia deve agire secondo le sue regole specifiche e non secondo considerazioni morali introdotte dall’esterno. In base alla tradizione risalente a Adam Smith, si sostiene che il mercato è incompatibile con l’etica, giacché i comportamenti volontaristicamente "morali" sono contrari alle regole del mercato e non farebbero altro che tagliar fuori dal mercato gli imprenditori "moraleggianti". Per questo l’etica economica è stata considerata per molto tempo come un "erro di legn", perché nell’economia si deve guardare solo all’efficienza e non alla moralità. La logica interna del mercato ci dispenserebbe dalla necessità di dover fare affidamento sulla moralità più o meno grande del singolo soggetto economico, in quanto il corretto gioco delle regole del mercato garantirebbe al massimo il progresso e pure l’equità della distribuzione. L’uomo non è fattore superfluo. Il grande successo che questa teoria ha goduto ha fatto trascurare per lungo tempo i suoi limiti. In una situazione mutata appaiono molto chiaramente i suoi presupposti filosofici e quindi anche i suoi problemi. Per quanto questa concezione si fondi sulla libertà del singolo soggetto economico e pertanto possa essere considerata in quanto tale liberistica, tuttavia nella sua essenza essa è deterministica. Presuppone che il libero gioco delle forze di mercato, con questi uomini e in questo modo, spinga verso una sola direzione, cioè verso l’equilibrio tra offerta e domanda, verso l’efficienza economica e il progresso. Ma in questo determinismo – nel quale l’uomo, nonostante la sua apparente libertà, in realtà opera esclusivamente secondo le costringenti regole del mercato – è insito anche un altro forse ancor più sconcertante presupposto: che le leggi naturali del mercato – se posso così esprimermi – sono essenzialmente buone e conducono necessariamente al bene, senza dipendere dalla moralità della singola persona. I due presupposti non sono completamente errati, come è dimostrato dai successi dell’economia di mercato, ma neppure applicabili senza limiti, né assolutamente giusti, come appare evidente dai problemi dell’economia mondiale attuale. Senza entrare specificamente nel problema – cosa del resto che non mi compete – vorrei ricordare solamente una frase di Peter Koslowski, perché indica il punto che ci interessa: "L’economia non è retta solo dalle leggi economiche, ma è guidata dagli uomini".

Un’ingiustizia strutturale. Se finora ho tentato di far riferimento al contrasto che viene a crearsi tra un modello economico assolutamente liberale e una problematica morale, affrontando così un primo nucleo di questioni, che certamente giocherà un ruolo in questo simposio, ora conviene che io faccia riferimento anche al contrasto opposto. Il problema riguardante il mercato e la morale oggi non è più un problema soltanto teorico. Poiché le disparità che esistono all’interno di ciascuna grande area economica mettono in pericolo il gioco del mercato, a partire dagli anni ’50 si è cercato di riequilibrare la bilancia economica con progetti di sviluppo. Ma oggi dobbiamo riconoscere che il tentativo, nella forma finora seguita, è fallito e che le differenze sono addirittura ulteriormente cresciute. La conseguenza è che vasti settori nel terzo mondo, i quali all’inizio avevano guardato con grandi speranze agli aiuti per lo sviluppo, ora considerano l’economia un sistema di sfruttamento, un peccato e un’ingiustizia divenuti strutturali. In questa prospettiva l’economia centralizzata appare essere l’alternativa morale, alla quale ci si rivolge con una fiducia quasi religiosa e la sua forma diviene addirittura contenuto della religione. Infatti, mentre l’economia di mercato prende in considerazione le inevitabili conseguenze dell’egoismo e le limita con la concorrenza tra gli egoismi, in questa sembra dominare il pensiero di una giusta guida allo scopo di offrire gli stessi diritti per tutti e l’equa distribuzione dei beni fra tutti. Certamente le esperienze finora fatte non sono molto incoraggianti, tuttavia non basta per contrastare la speranza che ciò nonostante si possa realizzare l’idea morale. Si pensa che, se si tentasse di fondare l’intero sistema su una base morale più solida, in una società non determinata dal massimo guadagno, ma dall’autoregolamentazione e dal servizio reciproco, si dovrebbe riuscire a conciliare la morale con l’efficienza.

Il 13 giugno scorso, Benedetto XVI, rivolgendosi ai partecipanti a un convegno della ‘Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice’ ha ricordato che la libertà nel settore economico deve essere una libertà responsabile, il cui centro è etico religioso. Alla vigilia della pubblicazione dell’enciclica sociale di Benedetto XVI – ‘Caritas in veritate’ – è legittimo chiedersi se l’esigenza riconosciuta dal Papa di ripensare in chiave etica i paradigmi economici-finanziari dominanti negli ultimi anni, sia avvertita anche al di fuori della Chiesa. Fabio Colagrande lo ha chiesto a Flavio Felice, docente di dottrine economiche e politiche alla Pontificia Università Lateranense e di Filosofia dell'impresa alla Luiss di Roma.

R. – Ormai saranno 30 anni, forse 40 anni, durante i quali il discorso tra etica ed economia è diventato un leitmotiv molto diffuso. Capire quale sia l'economia e quale l'etica è sempre molto difficile. Quella che è emersa in economia, almeno negli ultimi 200 anni, indubbiamente è l’etica utilitaristica. Tutto il processo economico, tutta l’analisi economica si è costruita intorno a questa idea: l’etica dell’utile come ultima misura del processo economico. Non che l’utile non sia una misura indispensabile, perché senza utile non avremmo la spinta all’agire economico. Ma quando l’utile diventa il parametro attraverso il quale costruire politiche pubbliche, entriamo nell’utilitarismo. Dal nostro punto di vista, che è quello della Dottrina sociale della Chiesa, invece, la visione antropologica è quella di un uomo creato ad immagine e somiglianza del Creatore: quindi è Gesù Redentore la figura di riferimento. Dunque, quando parliamo di etica parliamo di qualcosa di completamente diverso. In questa enciclica, la speranza è ben riposta in quanto è sempre accaduto, anche nelle precedenti encicliche, che il riferimento forte all’etica sia fatto a partire da una visione antropologica: così come Giovanni Paolo II ha posto in evidenza sia dalla “Redemptor hominis” fino alla sua prima enciclica sociale, la “Laborem exercens”, per arrivare alla “Centesimus annus”, il riferimento forte è stato sempre all’uomo, inteso come persona. In virtù di questa definizione antropologica, Giovanni Paolo II è riuscito a ridefinire il termine “capitale”, il termine “impresa, il termine “lavoro” in contrapposizione a quella battaglia che si stava combattendo nell’Est Europa – pensiamo a Solidarnosc – ed è riuscito a ri-definire il termine “sviluppo”, il termine “capitalismo”, “mercato” …


D. – Questo deficit etico nell’ambito economico-finanziario, di cui Benedetto XVI ha parlato più volte, secondo lei è riconosciuto davvero dai politici, dagli economisti, dagli operatori del settore come causa della crisi globale?


R. – Io credo che non vi sia una grande consapevolezza di tutto ciò. Temo che ci si stia di nuovo arrotolando intorno ad una pretesa razionalistica, quella di pensare che qualche algoritmo non abbia ben funzionato. E allora bisognerà rimettere a posto l’algoritmo, bisogna risistemare il modello … Invece qui è questione di pensare che l’economia è fatta di persone, che le persone agiscono sapendo di non sapere tutto; dunque il coefficiente di rischio è un elemento fondamentale,. Lo si può ridurre ma non lo si può annullare e qualora qualcuno pretenda di annullarlo, è soltanto perché lo sta trasferendo su qualcun altro, magari il più debole della catena. Mi sembra che si stia ragionando più su che cosa non sia andato bene nel giochetto, nel modellino che ci eravamo costruiti, piuttosto che nel cambiare il modello …



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In attesa della "Caritas in veritate": il contesto economico, sociale e finanziario mondiale della terza Enciclica del Papa


La vigilia della presentazione della nuova Enciclica di Benedetto XVI, Caritas in veritate, vede i leader del mondo convergere sull'Abruzzo per l'imminente inizio del G8, sotto la presidenza italiana. Una contiguità che fa risaltare ancor più le tematiche sociali affrontate dal documento pontificio. In questa scheda, Luis Badilla tratteggia lo sfondo socio-economico e politico-finanziario dell'ultima Enciclica papale:

Alla vigilia della Conferenza di Doha promossa dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite sul finanziamento allo sviluppo (dicembre 2008), il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace pubblicò con un’esplicita approvazione della Segreteria di Stato, una Nota come “contributo al dialogo”. Da questo testo si possono evidenziare le principali caratteristiche del momento economico, sociale e finanziario all’interno del quale possono essere letti i contenuti della prossima terza enciclica di Benedetto XVI.

L’odierna crisi internazionale. Precipitare della crisi finanziaria globale originatasi nel mercato dei mutui subprime negli Stati Uniti. Al rialzo dei prezzi agricoli ed energetici verificatosi nei primi mesi del 2008, dunque, si è aggiunta una crisi finanziaria per certi versi drammatica, con conseguenze assai negative: soprattutto il tema del finanziamento allo sviluppo rischia di essere messo in secondo piano.

Crisi e sovranità nazionali. Siamo di fronte alla necessità di una semplice revisione, o di una vera e propria rifondazione del sistema delle istituzioni economiche e finanziarie internazionali? Molti soggetti, pubblici e privati nazionali e internazionali, richiedono una sorta di nuova Bretton Woods. Al di là dell'espressione utilizzata, la crisi ha indubbiamente riportato in primo piano l'urgenza di individuare nuove forme di coordinamento internazionale in materia monetaria, finanziaria e commerciale. Oggi appare chiaro che la sovranità nazionale è insufficiente; persino i grandi Paesi sono consapevoli del fatto che non è possibile raggiungere gli obiettivi nazionali contando unicamente sulle politiche interne: accordi, regole e istituzioni internazionali sono assolutamente necessari. Occorre evitare che si inneschi la catena del protezionismo reciproco; piuttosto si devono rafforzare le pratiche di cooperazione in materia di trasparenza e di vigilanza sul sistema finanziario. È persino possibile raggiungere soluzioni di «sovranità condivisa», come dimostra la storia dell'integrazione europea, a partire dai problemi concreti, dentro una visione di pace e di prosperità, radicata in valori condivisi.

Paesi ricchi e Paesi poveri. I flussi finanziari che connettono i Paesi sviluppati coi Paesi a basso reddito presentano almeno due elementi paradossali. il primo è rappresentato dal fatto che nel sistema globale sono i Paesi «poveri» a finanziare i Paesi «ricchi», che ricevono risorse provenienti sia dalle fughe di capitale privato, sia dalle decisioni governative di accantonare riserve ufficiali sotto forma di attività finanziarie «sicure» collocate nei mercati finanziariamente evoluti o nei mercati «offshore». Il secondo paradosso è che le rimesse degli emigrati — cioè della componente meno «liberalizzata» dei processi di globalizzazione — comportano un afflusso di risorse che, a livello macro, superano largamente i flussi di aiuto pubblico allo sviluppo. È come dire che i poveri del «Sud» finanziano i ricchi del «Nord» e gli stessi poveri del «Sud» devono emigrare e lavorare al «Nord» per sostenere le loro famiglie al «Sud».

Regolamentazione del mercato finanziario. La crisi attuale è maturata in un contesto decisionale in cui l'orizzonte temporale degli operatori finanziari era estremamente breve e in cui la fiducia — ingrediente essenziale del «credito» — era più riposta nei meccanismi del mercato che nelle relazioni fra partner. Non a caso, la fiducia è venuta meno proprio nel comparto che era ritenuto «sicuro» per antonomasia, ossia le transazioni interbancarie; ma senza questa fiducia si blocca tutto, inclusa la possibilità di normale funzionamento delle imprese produttive. Le crisi finanziarie e le loro conseguenze hanno, infatti, come componente l'aspettativa che il clima finanziario peggiori. Tutto ciò induce gli operatori a comportarsi in un modo che rende più probabile il peggioramento effettivo della situazione con un prevedibile effetto cumulativo. Con la crisi, è venuta improvvisamente meno la fiducia fideistica riposta nel mercato, inteso come meccanismo capace di autoregolarsi e di generare sviluppo per tutti.

Fiducia, trasparenza e regole. I mercati finanziari non possono operare senza fiducia; e senza trasparenza e senza regole non ci può essere fiducia. Il buon funzionamento del mercato richiede dunque un importante ruolo dello Stato e, dove appropriato, della comunità internazionale nel fissare e nel far rispettare regole di trasparenza e di prudenza. Si deve ricordare, però, che nessun intervento di regolazione può «garantire» la sua efficacia a prescindere dalla coscienza morale ben formata e dalla responsabilità quotidiana degli operatori del mercato, specie degli imprenditori e dei grandi operatori finanziari. Le regole di oggi, essendo disegnate sull'esperienza di ieri, non necessariamente preservano dai rischi di domani. Così, se anche esistono buone strutture e buone regole che aiutano, occorre ricordare che da sole non bastano, l'uomo non può mai essere cambiato o redento semplicemente dall'esterno. Occorre raggiungere l'essere morale più profondo delle persone, occorre una reale educazione all'esercizio della responsabilità nei confronti del bene di tutti, da parte di tutti i soggetti, a tutti i livelli: operatori finanziari, famiglie, imprese, istituzioni finanziarie, autorità pubbliche, società civile.

Ruolo della società civile nel finanziamento allo sviluppo. La finanza per lo sviluppo richiede di mettere a tema sia l'aiuto pubblico allo sviluppo, sia il ruolo degli altri attori: persone, imprese, organizzazioni. In particolare, la società civile non solo svolge un importante ruolo attivo nella cooperazione allo sviluppo, ma essa riveste un ruolo significativo anche nel finanziamento dello sviluppo. Lo fa, innanzitutto, attraverso la contribuzione volontaria da persona a persona, come nelle rimesse degli emigranti, o tramite forme organizzative relativamente semplici (si pensi all'adozione a distanza). Ci sono poi le risorse per lo sviluppo messe in moto dalle imprese, nell'esercizio attivo della propria responsabilità sociale; e quelle, talvolta assai cospicue, che vengono stanziate da parte di importanti Fondazioni.Anche l'adozione di comportamenti responsabili in materia di consumo e di investimento costituisce una importante risorsa per lo sviluppo. Il diffondersi di tali comportamenti responsabili, dal punto di vista degli effetti materiali, può fare la differenza sul funzionamento di certi particolari mercati; ma la loro importanza risiede soprattutto nel fatto che essi esprimono una concreta partecipazione da parte delle persone — in quanto consumatori, in quanto investitori del risparmio familiare oppure in quanto decisori delle strategie aziendali — alla possibilità che i più poveri escano dalla loro condizione di povertà.

Mezzi e fini. Un'ultima, importante cautela: bisogna stare attenti a non confondere i mezzi (le risorse finanziarie) e il fine, ossia lo sviluppo. Non basta predisporre un ammontare adeguato di finanziamenti per pensare di ottenere, in modo meccanico, lo sviluppo. Esso non è tanto il «risultato» che si troverà alla fine, ma la strada che giorno per giorno viene tracciata dalle scelte concrete di molteplici attori: Governi donatori e riceventi, organizzazioni non governative, comunità locali.


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530.000 le copie in italiano della “Caritas in veritate” preparate dalla Lev

CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 6 luglio 2009 (ZENIT.org).

La nuova enciclica di Benedetto XVI dal titolo “Caritas in veritate”, che verrà presentata il 7 luglio in Sala Stampa vaticana, porta il copyright della Libreria Editrice Vaticana (Lev).
La Lev ha curato le edizioni in lingua latina, inglese, francese, spagnola, tedesca, portoghese e polacca per un totale di 50.000 esemplari.
Il documento papale viene pubblicato in tutti i paesi del mondo attraverso le Conferenze Episcopali e gli editori nazionali. E’ possibile acquistare ogni copia al prezzo di euro 3,00.
Per quanto concerne l’edizione in lingua italiana la Lev, servendosi della Tipografia Vaticana, ha preparato 500.000 copie in edizione economica (euro 2,00) e 30.000 copie in edizione cartonata (euro 8,50).
Tutti i fascicoli della “Caritas in veritate” hanno la stessa immagine di copertina.
La Libreria Editrice Vaticana ha poi autorizzato le riviste “Famiglia Cristiana” e “Tracce” a pubblicare una propria edizione.
La stessa autorizzazione è stata data all’editore Cantagalli per un volume commentato da mons. Giampaolo Crepaldi, segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace.
E’ in preparazione anche una coedizione Libreria Editrice Vaticana-AVE con commento di vari esperti.
Il quotidiano “Avvenire” ed i settimanali diocesani sono stati autorizzati a pubblicare il testo dell’Enciclica nelle loro pagine ordinarie.

© Copyright Zenit


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"Caritas in veritate"

Con l'enciclica il Papa fa il liberale e spiazza anche i più tifosi del mercato

di Marco Saccone

Mette in soggezione leggere l’Enciclica denominata “Caritas in Veritas” così come l’ha enunciata Papa Benedetto XVI.
La sorpresa intellettuale deriva dal fatto che sia il custode della fede cristiana a diagnosticare con lucidità liberal-mondana la genesi dei mali che corrodono i sistemi economici odierni, ma soprattutto a delineare il pattern filosofico che le sfiancate società occidentali debbono seguire per trascinarsi fuori dallo stato di febbrile impotenza in cui giacciono.
Il mercato, luogo autoregolantesi, scevro da ideologie e da oppiacei concettuali di qualsivoglia genere, ha dispiegato storicamente i suoi limiti in una crisi economica senza precedenti. Non è il triste epilogo del capitalismo come modello economico, non è il prodotto materiale dell’asincronia tra rapporti di produzione e proprietà dei mezzi di produzione, non è nemmeno il crollo delle democrazie liberali fondate sul libero mercato. Niente di tutto ciò.
La crisi economica mondiale che ha minato l’etica del capitalismo è la conseguenza dell’abbandono del mercato alla sola logica del profitto. L’utilitarismo, manifestazione tangibile di un’implosione valoriale ha condotto all’immenentizzazione della verità.
Il mercato “lasciato da solo non può produrre quella coesione sociale” della quale necessita “per poter funzionare”. L’individuo, attore dello scambio economico, agisce secondo ragione quindi ha un orientamento prettamente utilitaristico e volto alla realizzazione del sé attraverso il conseguimento del successo economico. L’uomo si è convinto di essere autosufficiente, di aver generato un’istituzione di “anarchico ordine” che avrebbe sviluppato per sempre le sue potenzialità generando crescita, e quindi benessere. Egli ha relegato il concetto di felicità in prigioni di dominio terreno: il benessere materiale e l’azione sociale. L’uomo ha perduto la capacità di dare ascolto, per dirla con S. Agostino al “senso interno”, atto irriflesso e istintivo per cui la ragione, rendendosi conto della sua condizione parziale e fallibile, ammette al di sopra di sé l’esistenza di qualcosa di eterno. Ha perso “la speranza”, cioè il sentimento che “incoraggia la ragione e le dà la forza per orientare la volontà”.
Sono la volontà e le fonti etiche che la alimentano le chiavi di volta con le quali la collettività riprende le redini del suo futuro, guidandolo. La volontà di donare, che si esprime nella “carità nella verità”, oltrepassa il merito, perché il suo principio regolatore non è la scarsità, ma l’eccedenza. Poiché dono ricevuto da tutti “la carità nella verità” è una forza che costituisce la comunità, unifica gli uomini secondo modalità in cui non ci sono né barriere né confini”. L’atto del dono è un espressione elevatissima di volontà a-razionale, che funge da lume morale per l’orientamento dell’agire sociale. La carità è in ragione di una volontà: la volontà di verità.
Le parole di Ratzinger sono quelle di un liberale autentico. Convinto che il mercato sia il veicolo per generare crescita e benessere per il genere umano, riconosce le virtù razionali dell’individuo, ma al contempo mette in guardia dalla volontà di voler trovare in esso la verità. La ricerca della verità ha un quid collettivo, non può perciò avvenire a livello della mera ratio individuale e può generarsi solo attraverso la volontà ispirata ad un concetto collettivo, la speranza, alimentata dalla fede.
Ecco perché Benedetto XVI ci spiazza. La forza del suo pensiero a-relativista ha un riflesso orientativo anche per il più umano dei desideri: il profitto. Il fondamento filosofico dell’agire umano è di nuovo trascendente, ed è di nuovo riposto nella categoria di Dio, laddove l’utilitarismo sublima in carità, la ragione in verità.

© Copyright L'Occidentale, 6 luglio 2009


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CONFERENZA STAMPA DI PRESENTAZIONE DELL’ENCICLICA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI DAL TITOLO: "CARITAS IN VERITATE"


Alle ore 11.30 di questa mattina, nell’Aula Giovanni Paolo II della Sala Stampa della Santa Sede, ha luogo la Conferenza Stampa di presentazione dell’Enciclica del Santo Padre Benedetto XVI dal titolo: "Caritas in veritate".
Intervengono: l’Em.mo Card. Renato Raffaele Martino, Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace; l’Em.mo Card. Paul Josef Cordes, Presidente del Pontificio Consiglio "Cor Unum"; S.E. Mons. Giampaolo Crepaldi, Arcivescovo-Vescovo eletto di Trieste, finora Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace; il Prof. Stefano Zamagni, Professore ordinario di Economia Politica all’Università di Bologna, Consultore del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace.

Ne pubblichiamo di seguito gli interventi:


INTERVENTO DELL’EM.MO CARD. RENATO RAFFAELE MARTINO

La Caritas in veritate è la terza enciclica di Benedetto XVI ed è un’enciclica sociale. Essa si inserisce nella tradizione delle encicliche sociali che, nella loro fase moderna, siamo soliti far iniziare con la Rerum novarum di Leone XIII ed arriva dopo 18 anni dall’ultima enciclica sociale, la Centesimus annus di Giovanni Paolo II. Quasi un ventennio ci separa quindi dall’ultimo grande documento di dottrina sociale. Non che in questo ventennio l’insegnamento sociale dei Pontefici e della Chiesa si sia ritirato in secondo piano. Si pensi per esempio al Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, pubblicato dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace nel 2004 o all’enciclica Deus caritas est di Benedetto XVI che contiene una parte centrale espressamente dedicata alla Dottrina sociale della Chiesa e che io, a suo tempo, ho definito una "piccola enciclica sociale". Si pensi soprattutto al magistero ordinario di Benedetto XVI, su cui tornerò tra poco. La scrittura di una enciclica, però, assume un valore particolare, rappresenta un sistematico passo in avanti dentro una tradizione che i pontefici assunsero in sé non per spirito di supplenza ma con la precisa convinzione di rispondere così alla loro missione apostolica e con l’intento di garantire alla religione cristiana il "diritto di cittadinanza" nella costruzione della società degli uomini.

Perché una nuova enciclica? Come sappiamo, la Dottrina sociale della Chiesa ha una dimensione che permane ed una che muta con i tempi. Essa è l’incontro del Vangelo con i problemi sempre nuovi che l’umanità deve affrontare. Questi ultimi cambiano, ed oggi lo fanno ad una velocità sorprendente. La Chiesa non ha soluzioni tecniche da proporre, come anche la Caritas in veritate ci ricorda, ma ha il dovere di illuminare la storia umana con la luce della verità e il calore dell’amore di Gesù Cristo, ben sapendo che "se il Signore non costruisce la casa invano si affannano i costruttori".

Se ci guardiamo indietro nel tempo e ripercorriamo questi vent’anni che ci separano dalla Centesimus annus ci accorgiamo che grandi cambiamenti sono avvenuti nella società degli uomini.

Le ideologie politiche, che avevano caratterizzato l’epoca precedente al 1989, sembrano aver perso di virulenza, sostituite però dalla nuova ideologia della tecnica. In questi venti anni, le possibilità di intervento della tecnica nella stessa identità della persona si sono purtroppo sposate con un riduzionismo delle possibilità conoscitive della ragione, su cui Benedetto XVI sta impostando da tempo un lungo insegnamento. Questo scostamento tra capacità operative, che ormai riguardano la vita stessa, e quadro di senso, che si assottiglia sempre di più, è tra le preoccupazioni più vive dell’umanità di oggi e, per questo, la Caritas in veritate lo ha affrontato. Se nel vecchio mondo dei blocchi politici contrapposti la tecnica era asservita all’ideologia politica ora, che i blocchi non ci sono più e il panorama geopolitico è di gran lunga cambiato, la tecnica tende a liberarsi da ogni ipoteca. L’ideologia della tecnica tende a nutrire questo suo arbitrio con la cultura del relativismo, alimentandola a sua volta. L’arbitrio della tecnica è uno dei massimi problemi del mondo d’oggi, come emerge in maniera evidente dalla Caritas in veritate.

Un secondo elemento distingue l’epoca attuale da quella di venti anni fa: l’accentuazione dei fenomeni di globalizzazione determinati, da un lato, dalla fine dei blocchi contrapposti e, dall’altro, dalla rete informatica e telematica mondiale. Iniziati nei primi anni Novanta del secolo scorso, questi due fenomeni hanno prodotto cambiamenti fondamentali in tutti gli aspetti della vita economica, sociale e politica. La Centesimus annus accennava al fenomeno, la Caritas in veritate lo affronta organicamente. L’enciclica analizza la globalizzazione non in un solo punto, ma in tutto il testo, essendo questo un fenomeno, come oggi si dice, "trasversale": economia e finanza, ambiente e famiglia, culture e religioni, migrazioni e tutela dei diritti dei lavoratori; tutti questi elementi, ed altri ancora, ne sono influenzati.

Un terzo elemento di cambiamento riguarda le religioni. Molti osservatori notano che in questo ventennio, pure a seguito della fine dei blocchi politici contrapposti, le religioni sono tornate alla ribalta della scena pubblica mondiale. A questo fenomeno, spesso contraddittorio e da decifrare con attenzione, si contrappone un laicismo militante, e talvolta esasperato, che tende ad estromettere la religione dalla sfera pubblica. Ne discendono conseguenze negative e spesso disastrose per il bene comune. La Caritas in veritate affronta il problema in più punti e lo vede come un capitolo molto importante per garantire all’umanità uno sviluppo degno dell’uomo.

Un quarto ed ultimo cambiamento su cui voglio soffermarmi è l’emergenza di alcuni grandi Paesi da una situazione di arretratezza, che sta mutando notevolmente gli equilibri geopolitici mondiali. La funzionalità degli organismi internazionali, il problema delle risorse energetiche, nuove forme di colonialismo e di sfruttamento sono anche collegate con questo fenomeno, positivo in sé, ma dirompente e che ha bisogno di essere bene indirizzato. Torna qui, impellente, il problema della governance internazionale.

Queste quattro grandi novità, emerse nel ventennio che ci separa dall’ultima enciclica sociale, novità rilevanti che hanno cambiato in profondità le dinamiche sociali mondiali, basterebbero da sole a motivare la scrittura di una nuova enciclica sociale. All’origine della Caritas in veritate, c’è, però, un altro motivo che non vorrei venisse dimenticato. Inizialmente la Caritas in veritate era stata pensata dal Santo Padre come una commemorazione dei 40 anni della Populorum progressio (PP) di Paolo VI. La redazione della Caritas in veritate ha richiesto più tempo e quindi la data del quarantennio della Populorum progressio – il 2007 – è stato superato. Ma questo non elimina l’importante collegamento con l’enciclica paolina, evidente già dal fatto che la Caritas in veritate viene detta una enciclica "sullo sviluppo umano integrale nella carità e nella verità". Collegamento evidente, poi, per il primo capitolo dell’enciclica, che è dedicato proprio a riprendere la Populorum progressio, ed a rileggerne l’insegnamento dentro il magistero complessivo di Paolo VI. Il tema della Caritas in veritate non è lo "sviluppo dei popoli", ma "lo sviluppo umano integrale", senza che questo comporti una trascuratezza del primo. Si può dire, quindi, che la prospettiva della Populorum progressio venga allargata, in continuità con le sue profonde dinamiche.

Credo che non vada dimenticato che la Caritas in veritate dimostra con chiarezza non solo che il pontificato di Paolo VI non ha rappresentato nessun "arretramento" nei confronti della Dottrina sociale della Chiesa, come troppo spesso si è detto, ma che questo Papa ha contribuito in modo significativo ad impostare la visione della Dottrina sociale della Chiesa sulla scia della Gaudium et spes e della tradizione precedente ed ha costituito le basi, su cui si è poi potuto inserire Giovanni Paolo II. Non deve sfuggire l’importanza di queste valutazioni della Caritas in veritate, che eliminano tante interpretazioni che hanno pesato – e tuttora pesano – sull’utilizzo della Dottrina sociale della Chiesa e sulla stessa idea della sua natura ed utilità. La Caritas in veritate mette bene in luce come Paolo VI abbia strettamente collegato la Dottrina sociale della Chiesa con la evangelizzazione (Evangelii nuntiandi) ed abbia previsto l’importanza centrale che avrebbero assunto nelle problematiche sociali i temi legati alla procreazione (Humanae vitae).

La prospettiva di Paolo VI e gli spunti della Populorum progressio sono presenti in tutta la Caritas in veritate e non solo nel primo capitolo, espressamente dedicato a ciò. A parte l’utilizzo di alcuni spunti particolari relativi alle problematiche specifiche dello sviluppo dei Paesi poveri, la Caritas in veritate fa proprie tre prospettive di ampio respiro, contenute nell’enciclica di Paolo VI. La prima è l’idea che «il mondo soffre per mancanza di pensiero» (PP [Populorum progressio] 85). La Caritas in veritate sviluppa questo spunto articolando il tema della verità dello sviluppo e nello sviluppo fino a sottolineare l’esigenza di una interdisciplinarietà ordinata dei saperi e delle competenze a servizio dello sviluppo umano. La seconda è l’idea che "Non vi è umanesimo vero se non aperto verso l’Assoluto" (PP. 42) ed anche la Caritas in veritate si muove nella prospettiva di un umanesimo veramente integrale. Il traguardo di uno sviluppo di tutto l’uomo e di tutti gli uomini è ancora davanti a noi. La terza è che all’origine del sottosviluppo c’è una mancanza di fraternità (PP 66). Anche Paolo VI faceva appello alla carità e alla verità quando invitava ad operare «con tutto il loro cuore e tutta la loro intelligenza» (PP. 82).

Alla Populorum progressio viene conferito lo stesso onore dato alla Rerum novarum: venire periodicamente ricordata e commentata. Essa è quindi la nuova Rerum novarum della famiglia umana globalizzata.

All’interno di questo umanesimo integrale, la Caritas in veritate parla anche della attuale crisi economica e finanziaria. La stampa si è dimostrata interessata soprattutto a questo aspetto ed i giornali si sono chiesti cosa avrebbe detto la nuova enciclica sulla crisi in atto. Vorrei dire che il tema centrale dell’enciclica non è questo, però la Caritas in veritate non si è sottratta alla problematica. L’ha affrontata, non in senso tecnico, ma valutandola alla luce dei principi di riflessione e dei criteri di giudizio della Dottrina sociale della Chiesa ed all’interno di una visione più generale dell’economia, dei suoi fini e della responsabilità dei suoi attori. La crisi in atto mette in evidenza, secondo la Caritas in veritate, che la necessità di ripensare anche il modello economico cosiddetto "occidentale", richiesta dalla Centesimus annus circa venti anni fa, non è stato attuato fino in fondo. Dice questo, però, dopo aver chiarito che - come già aveva visto Paolo VI e come ancor più vediamo noi oggi - il problema dello sviluppo si è fatto policentrico e il quadro delle responsabilità, dei meriti e delle colpe, si è molto articolato. Secondo la Caritas in veritate, «La crisi ci obbliga a riprogettare il nostro cammino, a darci nuove regole e a trovare nuove forme di impegno, a puntare sulle esperienze positive e a rigettare quelle negative. La crisi diventa così occasione di discernimento e di nuova progettualità. In questa chiave, fiduciosa piuttosto che rassegnata, conviene affrontare le difficoltà del momento presente» (n. 21). Dall’enciclica emerge una visione in positivo, di incoraggiamento all’umanità perché possa trovare le risorse di verità e di volontà per superare le difficoltà. Non un incoraggiamento sentimentale, dato che nella Caritas in veritate vengono individuati con lucidità e preoccupazione tutti i principali problemi del sottosviluppo di vaste aree del pianeta. Ma un incoraggiamento fondato, consapevole e realistico perché nel mondo sono all’opera molti protagonisti ed attori di verità e di amore e perché il Dio che è Verità e Amore è sempre all’opera nella storia umana.

Nel titolo della Caritas in veritate appaiono i due termini fondamentali del magistero di Benedetto XVI, appunto la Carità e la Verità. Questi due termini hanno segnato tutto il suo magistero in questi anni di pontificato, in quanto rappresentano l’essenza stessa della rivelazione cristiana. Essi, nella loro connessione, sono il motivo fondamentale della dimensione storica e pubblica del cristianesimo, sono all’origine, quindi, della Dottrina sociale della Chiesa. Infatti, «Per questo stretto collegamento con la verità, la carità può essere riconosciuta come espressione autentica di umanità e come elemento di fondamentale importanza nelle relazioni umane, anche di natura pubblica. Solo nella verità la carità risplende e può essere autenticamente vissuta» (n. 3).



INTERVENTO DELL’EM.MO CARD. PAUL JOSEF CORDES

Gentili Signore Signori,

Mi è stato proposto di collocare l’enciclica Caritas in veritate nel contesto del pensiero e del magistero di Benedetto XVI. La sua prima enciclica, Deus caritas est, sulla teologia della carità, conteneva indicazioni sulla dottrina sociale (n. 26-29). Ora siamo di fronte ad un testo dedicato interamente a questa materia. Ma balza agli occhi che il concetto centrale resta la caritas intesa come amore divino manifestato in Cristo. Essa è la fonte ispiratrice del pensare e dell’agire del cristiano nel mondo. Alla sua luce, la verità diventa "dono…, non è prodotta da noi, ma sempre trovata o, meglio, ricevuta" (n. 34). Non può venire ridotta a semplice volersi bene umano o a filantropia. Nel mio intervento desidero prima commentare il compito della dottrina sociale dentro la missione della Chiesa, e poi toccare un suo principio: la centralità dell’uomo.

1. La dottrina sociale nella missione della Chiesa

1.1. Non è la Chiesa a creare una società giusta.

La Chiesa è stata costituita da Cristo per essere sacramento di salvezza per tutti i popoli (Lumen gentium 1). La sua missione specifica la strappa ad un malinteso ricorrente: secolarizzarla fino a farne un agente politico. La Chiesa ispira, ma non fa politica. Riprendendo la Populorum Progressio, l’enciclica di oggi afferma chiaramente: "La Chiesa non ha soluzioni tecniche da offrire e non pretende minimamente d’intromettersi nella politica degli Stati" (n. 9). La Chiesa non è un partito politico, né un attore politicizzante. Guai a chi riducesse la missione della Chiesa ad essere un movimento intramondano di pressione per ottenere risultati politici. Lo stesso Card. Ratzinger si è opposto negli anni ’80, da prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, nel confronto con alcune teologie della liberazione, a questo possibile malinteso (Instructio del 6.8.1984).

Questo implica a sua volta che la dottrina sociale della Chiesa non è una "terza via", cioè un programma politico da realizzare per giungere ad una società perfetta. Chi la pensa così rischia paradossalmente di preparare una teocrazia, dove i principi validi nel discorso della fede diventano tout court principi da applicare al vivere sociale, sia per chi crede, sia per chi non crede, abbracciando anche la violenza. Di fronte a tali errori, la Chiesa salvaguarda, insieme alla libertà religiosa, la giusta autonomia dell’ordine creato, come già il Concilio Vaticano II ha assicurato.

1.2. La dottrina sociale della Chiesa è un elemento dell’evangelizzazione

In positivo, l’enciclica Caritas in veritate esprime il significato della dottrina sociale della Chiesa in diverse parti, per es. al n. 15, quando ne va del rapporto tra evangelizzazione e promozione umana, partendo dalla Populorum Progressio. Mentre finora l’accento della dottrina sociale era piuttosto sull’azione per promuovere la giustizia, ora si avvicina in senso lato alla pastorale: la dottrina sociale è affermata elemento dell’evangelizzazione. Cioè l’annuncio di Cristo morto e risorto che la Chiesa proclama lungo i secoli ha una sua attualizzazione anche rispetto al vivere sociale. Questa affermazione contiene due aspetti.

Non possiamo leggere la dottrina sociale fuori dal contesto del vangelo e del suo annuncio. La dottrina sociale, come mostra questa enciclica, nasce e si interpreta alla luce della rivelazione.

D’altra parte, la dottrina sociale non si identifica con l’evangelizzazione, ma ne è un elemento. Il vangelo riguarda il vivere dell’uomo anche in relazioni sociali e in istituzioni che da queste relazioni nascono, ma non si può restringere l’uomo al suo vivere sociale. Questo pensiero è stato ribadito con vigore da Giovanni Paolo II nella Redemptoris missio (n. 11). E dunque la dottrina sociale della Chiesa non può sostituire tutta l’opera di annuncio del Vangelo nell’incontro da persona a persona.

1.3. La dottrina sociale: non senza rivelazione

Un breve percorso storico: a motivo della rivoluzione industriale (19.mo secolo) e delle sue conseguenze nefaste il monito della Chiesa chiedeva allo Stato urgentemente una reazione per ristabilire la giustizia sociale e la dignità della persona in termini filosofici. Più tardi, con la Pacem in terris, Giovanni XXIII attinge maggiormente all’orizzonte della fede e parla del peccato e del suo superamento mediante l’opera divina di salvezza. Giovanni Paolo II ha introdotto poi il concetto di "strutture di peccato" e applica la salvezza anche alla lotta contro la miseria umana. La sua Sollicitudo rei socialis integrava la dottrina sociale nella teologia morale: "Essa appartiene, perciò, non al campo dell’ideologia, ma della teologia, e specialmente della teologia morale" (n. 41). Da questo passo la dottrina sociale si muove chiaramente nel campo della teologia. I principi della dottrina sociale non sono dunque rimasti meramente filosofici, ma hanno la loro origine in Cristo e nella sua parola. Nella Deus caritas est, Benedetto XVI scrive che la fede purifica la ragione e la aiuta così a creare un ordine giusto nella società; qui si colloca la dottrina sociale (cfr. 28 a).

Essa si muove dunque appoggiandosi ad un discorso accessibile ad ogni ragione, e perciò sul fondamento del diritto naturale. Ma riconosce la sua dipendenza dalla fede.

La nuova enciclica tratta più esplicitamente e più decisamente tutto ciò, ponendosi sul terreno della carità. Insegna che la "carità è la via maestra della dottrina sociale della Chiesa" (n. 2). La carità che qui si intende è quella "ricevuta e donata" da Dio (n. 5).

L’amore di Dio Padre Creatore e del Figlio redentore, effuso in noi dallo Spirito santo permette il vivere sociale dell’uomo in base a certi principi. Afferma per lo sviluppo la "centralità … nella carità" (n. 19). La sapienza – si scrive anche – capace di orientare l’uomo, "deve essere ‘condita’ con il ‘sale’ della carità" (n. 30). Queste semplici – apparentemente scontate – affermazioni nascondono delle implicazioni importanti. Slegata dall’esperienza cristiana, la dottrina sociale diventa esattamente quella ideologia che Giovanni Paolo II insegnava non essere. Oppure appunto un manifesto politico senz’anima. La dottrina sociale impegna invece in primo luogo il cristiano a "incarnare" la sua fede. Come scrive l’enciclica: "La carità manifesta sempre anche nelle relazioni umane l’amore di Dio, essa dà valore teologale e salvifico ad ogni impegno nel mondo" (n. 6). Alla domanda spesso formulata: "Che contributo dà il cristiano alla edificazione del mondo?", risponde la dottrina sociale della Chiesa.

2. Un approccio antropocentrico

Il cuore della dottrina sociale resta l’uomo. Ho già accennato che in una prima fase l’attenzione di questa disciplina era piuttosto orientata sulle situazioni problematiche della società: regolamentazione del lavoro, accesso ad un equo salario, rappresentanza dei lavoratori. Più tardi queste problematiche sono state affrontate ad un livello internazionale: lo squilibrio tra ricchi e poveri, lo sviluppo, i rapporti internazionali. Con l’accentuazione teologica si affaccia più fortemente con Giovanni XXIII la domanda circa la ricaduta di tutto questo sull’uomo - siamo ad una seconda fase nella evoluzione di questa disciplina. Giovanni Paolo II ha rafforzato ulteriormente questa consapevolezza centrando sul problema antropologico la riflessione sociale. Questo aspetto è fortemente presente nel documento di oggi: "Il primo capitale da salvaguardare e da valorizzare è l’uomo, la persona, nella sua integrità (n. 25); "La questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica" (n. 75). Il progresso, per essere tale veramente, deve cioè far crescere l’uomo nella sua completezza: troviamo nel testo riferimenti all’ambiente, al mercato, alla globalizzazione, alla questione etica, alla vita, alla cultura, cioè ai diversi ambiti nel quali l’uomo esplica la sua attività. Questo scopo rimane un’eredità preziosa della dottrina sociale dal suo inizio. Ma più a fondo, la questione antropologica implica che si deve rispondere ad una domanda centrale: quale uomo vogliamo promuovere? Possiamo considerare vero sviluppo uno sviluppo che chiude l’uomo in un orizzonte intraterreno, fatto solo di benessere materiale, e che prescinde dalla questione dei valori, dei significati, dell’infinito cui l’uomo è chiamato? Può una civiltà sopravvivere senza riferimenti fondanti, senza sguardo all’eternità, negando all’uomo una risposta ai suoi interrogativi più profondi? Può esserci vero sviluppo senza Dio?

Nella logica di questa enciclica si affaccia dunque prepotentemente un ulteriore passaggio, forse una terza fase della riflessione della dottrina sociale. Non è un caso se si è posta la carità come punto di snodo: dunque la carità divina cui risponde come atto umano una virtù teologale, lo dicevo all’inizio. L’uomo allora non si pone solo come obiettivo di un processo, ma come il soggetto di questo processo. L’uomo che ha conosciuto Cristo si fa attore di cambiamento perché la dottrina sociale non resti lettera morta. Scrive Benedetto XVI: "Lo sviluppo è impossibile senza uomini retti, senza operatori economici e uomini politici che vivano fortemente nelle loro coscienze l’appello al bene comune" (n. 71). Qui siamo in diretta continuità con l’enciclica Deus caritas est, che, nella sua seconda parte, ha considerato le caratteristiche di chi opera negli organismi caritativi. E lo sguardo si amplia al mondo della vita pubblica, in cui assistiamo spesso, a nord e a sud, a fenomeni noti a tutti, e che impediscono la crescita di un popolo: la corruzione e l’illegalità (cfr. n. 22), la sete di potere (cfr. DCE 28). Il "peccato delle origini", come ricorda il nostro testo al n. 34, impedisce in molti luoghi la costruzione della società. Anche in chi le guida. Non si può affrontare la questione sociale senza riferirsi alla questione etica. L’enciclica fa riferimento all’uomo nuovo in senso biblico (n. 12). Non c’è società nuova senza uomini nuovi. La dottrina sociale non rimane carta o ideologia solo se ci sono cristiani disposti viverla nella carità, con l’aiuto di Dio. Aspetta autenticità da parte di tutti gli attori. Formula, senza giri di parole: "Lontano da Dio, l’uomo è inquieto e malato" (n. 76). E’ altamente significativo che l’ultimo numero dell’enciclica (79) è dedicato alla preghiera e alla necessità della conversione: Dio rinnova il cuore dell’uomo perché questi possa dedicarsi a vivere nella carità e nella giustizia. Perciò i cristiani non stanno semplicemente alla finestra a guardare o a protestare, contagiati dalla moderna cultura della denuncia (Kultur des Einspruchs), ma si lasciano convertire per costruire, in Dio, una cultura nuova. Questo vale anche per i membri della Chiesa, singoli o associati.

3. Il progresso

Voglio finire con una considerazione circa il concetto di progresso. Paolo VI – lo ricorda anche questa enciclica – ne ha parlato in forma articolata (Populorum Progressio, 21). Purtroppo si è pensato spesso che la crescita umana è come indipendente rispetto alla questione della fede, cosicché da una parte ci sarebbe la promozione umana, dall’altra l’annuncio della fede come ambiti separati. Ma nella Populorum progressio il progresso, cristianamente inteso, culmina nella fede e nella carità in Cristo. Oltre ad unificare le due dimensioni, questo documento introduce un ulteriore elemento nel concetto di progresso: la speranza (n. 34).

Come ribadiva Benedetto XVI nella Spe salvi, la speranza non può essere però quella di un progresso che costruisca per sempre un regno di benessere quaggiù (n. 30), perché questo non fa i conti con la libertà umana (n. 23-24): il fondamento della speranza cristiana invece è il dono di Dio (n. 31). Dunque la speranza ci aiuta a non chiudere il progresso nella costruzione di un regno di quaggiù, ma ci apre al dono: in Dio trova coronamento il desiderio di bene dell’uomo. E’ sempre in questa relatività che la Chiesa formula la sua dottrina sociale e i cristiani trovano in essa ispirazione per il loro impegno in questo mondo.

Signore e signori,

l’interesse per l’enciclica Caritas in veritate è grande. Letto bene il testo di Benedetto XVI, è una luce per la società e non da ultimo per noi cristiani.



INTERVENTO DI S.E. MONS. GIAMPAOLO CREPALDI

Anche la Caritas in veritate (CV), come tutte le encicliche sociali, costituisce un approfondimento delle verità già insegnate dal Magistero precedente per illuminare i problemi nuovi che stanno davanti all’umanità. Con il presente intervento, vorrei soffermarmi a segnalare le principali di queste novità o, se preferiamo, di questi approfondimenti.

Prima di sottolineare singole tematiche, vorrei indicare il punto di vista sintetico assunto dall’enciclica e che esprimerei con la seguente frase: il ricevere precede il fare. Su questo la Caritas in veritate propone una vera e propria "conversione" ad una nuova sapienza sociale. Conversione da una visione che parte dagli uomini stessi ritenendoli unici e originari costruttori della società e della grammatica che regola le relazioni tra i cittadini, ad una visione che invece si pone in ascolto di un senso che ci viene incontro, espressione di un progetto sull’umanità che non disponiamo noi. L’uomo moderno fatica a leggere nelle cose e in se stesso significati a lui indisponibili, a sentirsi quindi interpellato da una parola che suscita un impegno e una responsabilità non arbitrari. La ragione positivista trasforma tutto in un semplice fatto, che non rivela che se stesso. Ogni azione si riduce a produzione. Bisogna invece convertirsi a vedere l’economia e il lavoro, la famiglia e la comunità, la legge naturale posta in noi ed il creato posto davanti a noi e per noi, come una chiamata – la parola "vocazione" ricorre spesso nell’enciclica – ad un assunzione solidale di responsabilità per il bene comune. Se i beni sono solo beni, se l’economia è solo economia, se stare insieme significa solo essere "vicini", se il lavoro è solo produzione e il progresso solo crescita … se niente "chiama" tutto ciò ad essere di più e se tutto ciò non chiama noi ad essere di più, le relazioni sociali implodono su se stesse. Se tutto è dovuto al caso o alla necessità l’uomo rimane sordo, niente nella sua vita gli parla o gli si rivela. Ma allora anche la società sarà solo una somma di individui, non una vera comunità. I motivi per stare vicini li possiamo produrre noi, ma i motivi per essere fratelli non li possiamo produrre noi.

Per questo la Caritas in veritate ritiene che la verità e l’amore abbiano una forza sociale fondamentale proprio perché non possiamo darceli da soli. Nel paragrafo 34 della Caritas in veritate il Santo Padre Benedetto XVI spiega molto bene che la verità e l’amore ci vengono incontro e fanno sì che le cose e gli altri uomini ci svelino un loro significato che non abbiamo prodotto noi e, così facendo, ci indichino un quadro di doveri entro i quali inserire i diritti. Amore e verità non si possono costruire, pianificare, pretendere: sono sempre un dono ricevuto e attestano una eccedenza dell’essere rispetto alle nostre pretese. Amore e verità motivano le nostre attese e le nostre speranze e disciplinano i nostri bisogni.

La società ha bisogno di elementi ricevuti e non prodotti da noi, ha bisogno di essere con-vocata e non prodotta con un contratto. La società ha bisogno di verità e di amore. Il cristianesimo è la religione della Verità e dell’Amore. E’ la religione della verità nella carità e della carità nella verità. Cristo è la Sapienza creatrice ed è l’Amore redentore. Il più grande aiuto che la Chiesa può dare allo sviluppo è l’annuncio di Cristo.

Da ciò derivano le importanti precisazioni della Caritas in veritate sulla natura della Dottrina sociale della Chiesa, dottrina definita nell’enciclica come "caritas in veritate in re sociali: annuncio della verità dell’amore di Cristo nella società" (n. 5) La prima riguarda la sua appartenenza alla "Tradizione" viva della Chiesa, aspetto già enunciato in precedenza, ma qui molto approfondito. La seconda è che il punto di vista della Dottrina sociale della Chiesa non è la realtà sociale sociologicamente intesa, ma la fede apostolica. Queste importanti precisazioni di Benedetto XVI provengono dalla considerazione della importanza fondativa della Verità e dell’Amore per l’organizzazione sociale. Il Cristianesimo ha un proprio diritto di cittadinanza nell’ambito pubblico in quanto svela un progetto di verità e amore sul creato e sulla società, li libera dalla schiavitù dei propri limiti e dalle catene dell’autosufficienza. Così facendo, però, il cristianesimo non si impone dall’esterno, ma risponde ad una attesa della realtà stessa. La fede risponde ad un bisogno della stessa ragione, di cui tonifica le forze nel mentre le indica le proprie verità. Tutta l’enciclica è scritta all’insegna del concetto di "purificazione": Amore e Verità purificano l’economia e la politica, non negandole nella loro autonoma consistenza, ma aprendole alla loro vera e completa vocazione. In questo modo il cristianesimo dà all’economia e alla politica ciò di cui hanno bisogno, ma che da sole non possono darsi. La Dottrina sociale della Chiesa non potrebbe fare questo se assumesse il punto di vista sociologico; può farlo se assume il punto di vista della fede apostolica e annuncia il Dio "dal volto umano". Corollario immediato, e di non poco conto, di questa precisazione, è che non si devono proiettare sullo sviluppo storico della Dottrina sociale della Chiesa suddivisioni astratte e a carattere ideologico e che tra la fase preconciliare della Dottrina sociale della Chiesa e quella postconciliare non c’è nessuna frattura né tantomeno contrapposizione. Si tratta di precisazioni dalla grande forza orientativa sia per la teoria che per la pratica, in coerenza con la corretta ermeneutica del Concilio Vaticano II già insegnata da Benedetto XVI.

L’idea di fondo che il ricevere precede il fare spiega un’altra novità di grande portata della Caritas in veritate. I due fondamentali diritti alla vita e alla libertà religiosa trovano per la prima volta una esplicita e corposa collocazione in una enciclica sociale. Non che nelle precedenti encicliche fossero stati trascurati, ma certamente qui sono organicamente collegati con il tema dello sviluppo e la Caritas in veritate ne mette in evidenza le ricadute negative anche di ordine economico e politico sullo sviluppo quando non venissero rispettati. Nella Caritas in veritate la cosiddetta "questione antropologica" diventa a pieno titolo "questione sociale". La procreazione e la sessualità, l’aborto e l’eutanasia, le manipolazioni dell’identità umana e la selezione eugenetica sono valutati come problemi sociali di primaria importanza che, se gestiti secondo una logica di pura produzione, deturpano la sensibilità sociale, minano il senso della legge, corrodono la famiglia e rendono difficile l’accoglienza del debole. Queste indicazioni della Caritas in veritate non hanno solo valore esortativo, ma invitano ad un nuovo pensiero e ad una nuova prassi per lo sviluppo che tengano conto delle sistematiche interconnessioni tra i temi antropologici legati alla vita e alla dignità umana e quelli economici, sociali e culturali relativi allo sviluppo. Non sarà più possibile, per esempio, impostare programmi di sviluppo solo di tipo economico-produttivo che non tengano sistematicamente conto anche della dignità della donna, della procreazione, della famiglia e dei diritti del concepito.

Ci sono nella Caritas in veritate due altre tematiche nuove. La prima è quella dell’ambiente, argomento richiamato anche dalle encicliche sociali di Giovanni Paolo II. Anche qui la Caritas in veritate propone una impostazione in termini di precedenza del ricevere sul fare: da una natura come deposito di risorse materiali alla natura vista come parola creata. Non semplici cose, ma l’affidamento all’uomo di un compito per il bene di tutti. I due diritti alla vita e alla libertà religiosa, già visti prima, sono strettamente collegati dalla Caritas in veritate con l’ecologia ambientale. Questa, infatti, deve liberarsi da alcune ipoteche ideologiche che consistono nel trascurare la superiore dignità della persona umana e nel considerare la natura solo materialisticamente prodotta dal caso o dalla necessità. Tentazioni ideologiche oggi presenti in molte versioni dell’ecologismo. L’impegno per l’ambiente non sarà pienamente fruttuoso se non verrà sistematicamente associato al diritto alla vita della persona umana, primo elemento di una ecologia umana che faccia da cornice di senso per una ecologia ambientale.

L’altro tema nuovo dell’enciclica è l’ampia trattazione del problema della tecnica svolta nel capitolo VI. Anche qui ci troviamo di fronte ad una novità assoluta: è la prima volta che un’enciclica affronta in modo così organico questo tema, dopo gli approfondimenti antropologici sulla tecnica della Laborem exercens di Giovanni Paolo II. L’idea di fondo è che la crisi delle grandi ideologie politiche abbia lasciato il campo alla nuova ideologia della tecnica o, possiamo dire, alla "tecnicità" come mentalità. Si tratta della più grande sfida al principio della precedenza del ricevere sul fare. La mentalità esclusivamente tecnica, infatti, riduce tutto a puro fare. Per questo essa si sposa bene con la cultura nichilista e relativista.

Comprendiamo da queste osservazioni come la Caritas in veritate faccia una grande proposta culturale e di mentalità a servizio dell’autentico sviluppo. Le risorse da utilizzare per lo sviluppo non sono solo economiche, ma immateriali e culturali, di mentalità e di volontà. Si richiede una nuova prospettiva sull’uomo che solo il Dio che è Verità e Amore può dare.

Verità e amore sono gratuiti. Essi superano la semplice dimensione della fattibilità e ci aprono alla dimensione dell’indisponibile. Tutta l’enciclica afferma che senza questa prospettiva lo sviluppo umano diventa impossibile. Questo permette di affrontare in modo nuovo le problematiche dell’economia e della finanza legate alla globalizzazione dei mercati. Il prof. Zamagni ne parlerà tra poco. Per quanto mi riguarda, senza entrare nel merito delle problematiche economiche, vorrei sottolineare come la Caritas in veritate spieghi molto bene che l’elemento non prodotto ma ricevuto della fraternità, e quindi di una dimensione di dono e gratuità nelle relazioni umane, sia oggi di fondamentale importanza per la soluzione dei più spinosi problemi che abbiamo davanti. Dimensione di dono e gratuità che lo stesso mercato richiede per poter funzionare. Si tratta di una importantissima applicazione del principio secondo cui il ricevere precede il fare. Perché questo avvenga, però, bisogna che la reciprocità propria della fraternità entri pienamente dentro i meccanismi economici e sia motivo di ridistribuzione, di giustizia sociale e di solidarietà non successivamente o a latere degli stessi. Nella Caritas in veritate Benedetto XVI riprende le indicazioni della Centesimus annus sul rapporto a tre tra Stato, mercato e società civile, approfondendole e sviluppandole fino ad abbozzare i tratti di una economia civile del dono o della reciprocità.

Vorrei fare un’ultima osservazione. Il riferimento continuo alla Verità e all’Amore infonde alla Caritas in veritate una grande libertà di pensiero con cui l’enciclica toglie di mezzo tutte le ideologie che purtroppo gravano ancora sullo sviluppo. La gratuità della verità e dell’amore conducono verso il vero sviluppo anche perché eliminano riduzionismi e visioni interessate. Da questo punto di vista l’enciclica ha il grande merito di togliere di mezzo visioni obsolete, schemi di analisi superati, semplificazioni di problemi complessi. Un eccessivo riduzionismo Nord-Sud dei problemi dello sviluppo, dopo il crollo del riduzionismo Est-Ovest; una frequente sottovalutazione dei problemi culturali del sottosviluppo; un ecologismo spesso separato da una completa visione della persona umana; l’attenzione verso i problemi economici in senso stretto più che verso quelli istituzionali; una visione assistenzialista e non sussidiaria dello sviluppo sono alcune di queste residuali ideologie che l’enciclica decisamente supera. L’attenzione è ancora una volta indirizzata all’uomo concreto, oggetto di verità e di amore ed esso stesso capace di verità e di amore.



INTERVENTO DEL PROF. STEFANO ZAMAGNI

Numerosi e di grande momento gli stimoli per la riflessione e le indicazioni per l’azione che promanano dalla Caritas in veritate (CV).

Mi limito qui a toccare i punti che reputo di maggiore originalità e rilevanza pratica.

a) Un primo messaggio di rilievo concerne l’invito a superare l’ormai obsoleta dicotomia tra sfera dell’economico e sfera del sociale. La modernità ha lasciato in eredità questo convincimento: che per avere titolo di accesso al club dell’economia sia indispensabile mirare al profitto ed essere animati da intenti esclusivamente autointeressati; quanto a dire che non si è pienamente imprenditori se non si persegue la massimizzazione del profitto. Altrimenti, ci si deve accontentare di far parte dell’ambito del sociale. Questa assurda concettualizzazione – a sua volta figlia di quell’errore teorico che confonde l’economia di mercato che è il genus con una sua particolare species quale è il sistema capitalistico – ha portato ad identificare l’economia con il luogo della produzione della ricchezza (o del reddito) e il sociale con il luogo della solidarietà e/o della compassione.

La CV [Caritas in veritate] ci dice, invece, che si può fare impresa anche se si perseguono fini di utilità sociale e si è mossi all’azione da motivazioni di tipo pro-sociale. E’ questo un modo concreto, anche se non l’unico, di colmare il pericoloso divario tra l’economico e il sociale – pericoloso perché se è vero che un agire economico che non incorporasse al proprio interno la dimensione del sociale non sarebbe eticamente accettabile, del pari vero è che un sociale meramente redistributivo che non facesse i conti col vincolo delle risorse non risulterebbe alla lunga sostenibile: prima di poter distribuire occorre, infatti, produrre.

b) Ampliando un istante la prospettiva di discorso, dire mercato significa dire competizione e ciò nel senso che non può esistere il mercato laddove non c’è pratica di competizione (anche se il contrario non è vero). E non v’è chi non veda come la fecondità della competizione stia nel fatto che essa implica la tensione, la quale presuppone la presenza di un altro e la relazione con un altro. Senza tensione non c’è movimento, ma il movimento – ecco il punto – cui la tensione dà luogo può essere anche mortifero, generatore di morte. E’ tale quella forma di competizione che si chiama posizionale. Si tratta di una forma relativamente nuova di competizione, poco presente nelle epoche precedenti, e particolarmente pericolosa perché tende a distruggere il legame con l’altro. Nella competizione posizionale, lo scopo dell’agire economico non è la tensione verso un comune obiettivo – come l’etimo latino "cum-petere" lascerebbe chiaramente intendere – ma l’hobbesiana "mors tua, vita mea". E’ in ciò la stoltezza della posizionalità, che mentre va a selezionare i migliori facendo vincere chi arriva primo, elimina o neutralizza chi arriva "secondo" nella gara di mercato. E’ così che il legame sociale viene ridotto al "cash nexus" e l’attività economica tende a divenire inumana e dunque ultimamente inefficiente.

Ebbene, il guadagno, certo non da poco, che la CV ci offre è quello di prendere posizione a favore di quella concezione del mercato, tipica dell’economia civile, secondo cui si può vivere l’esperienza della socialità umana all’interno di una normale vita economica e non già al di fuori di essa o a lato di essa, come suggerisce il modello dicotomico di ordine sociale. E’ questa una concezione che è alternativa, ad un tempo, sia a quella che vede il mercato come luogo dello sfruttamento e della sopraffazione del forte sul debole, sia a quella che, in linea con il pensiero anarco-liberista, lo vede come luogo in cui possono trovare soluzione tutti i problemi della società.

La Dottrina Sociale della Chiesa va oltre (ma non contro) l’economia di tradizione smithiana che vede il mercato come l’unica istituzione davvero necessaria per la democrazia e per la libertà. La Dottrina Sociale della Chiesa ci ricorda invece che una buona società è frutto certamente del mercato e della libertà, ma ci sono esigenze, riconducibili al principio di fraternità, che non possono essere eluse, né rimandate alla sola sfera privata o alla filantropia. Al tempo stesso, la Dottrina Sociale della Chiesa non parteggia con chi combatte i mercati e vede l’economico in endemico e naturale conflitto con la vita buona, invocando una decrescita e un ritiro dell’economico dalla vita in comune. Piuttosto, essa propone un umanesimo a più dimensioni, nel quale il mercato è visto come momento importante della sfera pubblica – sfera che è assai più vasta di ciò che è statale – e che, se concepito e vissuto come luogo aperto anche ai principi di reciprocità e del dono, costruisce la "città".

c) La parola chiave che oggi meglio di ogni altra esprime questa esigenza è quella di fraternità, parola già presente nella bandiera della Rivoluzione Francese, ma che l’ordine post-rivoluzionario ha poi abbandonato - per le note ragioni - fino alla sua cancellazione dal lessico politico-economico. E’ stata la scuola di pensiero francescana a dare a questo termine il significato che esso ha conservato nel corso del tempo. Che è quello di costituire, ad un tempo, il complemento e l’esaltazione del principio di solidarietà. Infatti mentre la solidarietà è il principio di organizzazione sociale che consente ai diseguali di diventare eguali, il principio di fraternità è quel principio di organizzazione sociale che consente agli eguali di esser diversi. La fraternità consente a persone che sono eguali nella loro dignità e nei loro diritti fondamentali di esprimere diversamente il loro piano di vita, o il loro carisma. Le stagioni che abbiamo lasciato alle spalle, l’800 e soprattutto il ‘900, sono state caratterizzate da grosse battaglie, sia culturali sia politiche, in nome della solidarietà e questa è stata cosa buona; si pensi alla storia del movimento sindacale e alla lotta per la conquista dei diritti civili. Il punto è che la buona società non può accontentarsi dell’orizzonte della solidarietà, perché una società che fosse solo solidale, e non anche fraterna, sarebbe una società dalla quale ognuno cercherebbe di allontanarsi. Il fatto è che mentre la società fraterna è anche una società solidale, il viceversa non è necessariamente vero.

Aver dimenticato il fatto che non è sostenibile una società di umani in cui si estingue il senso di fraternità e in cui tutto si riduce, per un verso, a migliorare le transazioni basate sullo scambio di equivalenti e, per l’altro verso, a aumentare i trasferimenti attuati da strutture assistenziali di natura pubblica , ci dà conto del perché, nonostante la qualità delle forze intellettuali in campo, non si sia ancora addivenuti ad una soluzione credibile del grande trade-off tra efficienza ed equità. Non è capace di futuro la società in cui si dissolve il principio di fraternità; non è cioè capace di progredire quella società in cui esiste solamente il "dare per avere" oppure il "dare per dovere". Ecco perché, né la visione liberal-individualista del mondo, in cui tutto (o quasi) è scambio, né la visione statocentrica della società, in cui tutto (o quasi) è doverosità, sono guide sicure per farci uscire dalle secche in cui le nostre società sono oggi impantanate.

d) Cosa comporta, a livello pratico, l’accoglimento della prospettiva della gratuità entro l’agire economico? Di due conseguenze, tra le tante, desidero qui dire in breve. La prima concerne il modo di guardare alla relazione tra crescita economica e programmi di welfare. Vien prima la crescita economica o il welfare? Per dirla in altro modo, la spesa per il welfare va considerata consumo sociale oppure investimento sociale? La tesi difesa nella CV è che, nelle condizioni storiche attuali, la posizione di chi vede il welfare come fattore di sviluppo economico è assai più credibile e giustificabile della posizione contraria.

La seconda conseguenza che discende dal riconoscere al principio di gratuità un posto di primo piano nella vita economica ha a che vedere con la diffusione della cultura e della prassi della reciprocità. Assieme alla democrazia, la reciprocità è valore fondativo di una società. Anzi, si potrebbe anche sostenere che e’ dalla reciprocità che la regola democratica trae il suo senso ultimo.

In quali "luoghi" la reciprocità è di casa, viene cioè praticata ed alimentata ? La famiglia è il primo di tali luoghi: si pensi ai rapporti tra genitori e figli e tra fratelli e sorelle. Poi c’è la cooperativa, l’impresa sociale e le varie forme di associazioni. Non è forse vero che i rapporti tra i componenti di una famiglia o tra soci di una cooperativa sono rapporti di reciprocità? Oggi sappiamo che il progresso civile ed economico di un paese dipende basicamente da quanto diffuse tra i suoi cittadini sono le pratiche di reciprocità. Senza il mutuo riconoscimento di una comune appartenenza non c’è efficienza o accumulazione di capitale che tenga. C’è oggi un immenso bisogno di cooperazione: ecco perché abbiamo bisogno di espandere le forme della gratuità e di rafforzare quelle che già esistono. Le società che estirpano dal proprio terreno le radici dell’albero della reciprocità sono destinate al declino, come la storia da tempo ci ha insegnato.

e) Tre i principali fattori strutturali della crisi. Il primo concerne il mutamento radicale nel rapporto tra finanza e produzione di beni e servizi che si è venuto a consolidare nel corso dell’ultimo trentennio. A partire dalla metà degli anni ’70 del secolo scorso, la più parte dei paesi occidentali hanno condizionato le loro promesse in materia pensionistica ad investimenti che dipendevano dalla profittabilità sostenibile dei nuovi strumenti finanziari. Al tempo stesso, la creazione di questi nuovi strumenti ha via via esposto l’economia reale ai capricci della finanza, generando il bisogno crescente di destinare alla remunerazione dei risparmi in essi investiti quote crescenti di valore aggiunto. Le pressioni sulle imprese derivanti dalle borse e dai fondi di private equity si sono trasferite in pressioni ancora maggiori in altre direzioni: sui dirigenti ossessivamente indotti a migliorare continuamente le performance delle loro gestioni allo scopo di ricevere volumi crescenti di stocks options; sui consumatori per convincerli, mediante l’impiego di sofisticate tecniche di marketing, a comprare sempre di più pur in assenza di potere d’acquisto; sulle imprese dell’economia reale per convincerle ad aumentare il valore per l’azionista (shareholder value). E così è accaduto che la richiesta persistente di risultati finanziari sempre più brillanti abbia cominciato a ripercuotersi, attraverso un tipico meccanismo di trickle down (di sgocciolamento), sull’intero sistema economico, fino a diventare un vero e proprio modello culturale. Per rincorrere un futuro sempre più radioso, si è così dimenticato il presente. Il secondo fattore è la diffusione a livello di cultura popolare dell’ethos dell’efficienza come criterio ultimo di giudizio e di giustificazione della realtà economica. Per un verso, ciò ha finito col legittimare l’avidità – che è la forma più nota e più diffusa di avarizia – come una sorta di virtù civica: il greed market che sostituisce il free market. "Greed is good, greed is right" (l’avidità è buona; l’avidità è giusta), predicava Gordon Gekko, il protagonista del celebre film del 1987, Wall Street. Per l’altro verso, l’ethos dell’efficienza è all’origine dell’alternanza, ormai sistematica, di avidità e panico. Né vale, come più di un commentatore ha cercato di spiegare, che il panico sarebbe conseguenza di comportamenti irrazionali da parte degli operatori. Perché il panico è nient’altro che un’euforia col segno meno davanti; dunque se l’euforia, secondo la teoria prevalente, è razionale, anche il panico lo è. Il fatto è che è la teoria ad essere aporetica, come dirò nel prossimo paragrafo.

La terza causa remota ha a che vedere con le specificità della matrice culturale che si è andata consolidando negli ultimi decenni sull’onda, da un lato, del processo di globalizzazione e, dall’altro, dall’avvento della terza rivoluzione industriale, quella delle tecnologie info-telematiche. Due aspetti specifici di tale matrice sono rilevanti ai fini presenti. Il primo riguarda la presa d’atto che alla base dell’attuale economia capitalistica è presente una seria contraddizione di tipo pragmatico. Quella capitalistica è certamente un’economia di mercato, cioè un assetto istituzionale in cui sono presenti e operativi i due principi basilari della modernità: la libertà di agire e fare impresa; l’eguaglianza di tutti di fronte alla legge. Al tempo stesso, però, l’istituzione principe del capitalismo – l’impresa capitalistica, appunto – è andata edificandosi nel corso degli ultimi tre secoli sul principio di gerarchia. Ha preso così corpo un sistema di produzione in cui vi è una struttura centralizzata alla quale un certo numero di individui cedono, volontariamente, in cambio di un prezzo (il salario), alcuni dei loro beni e servizi, che una volta entrati nell’impresa sfuggono al controllo di coloro che li hanno forniti.

Il secondo aspetto riguarda l’insoddisfazione, sempre più diffusa, circa il modo di interpretare il principio di libertà. Come è noto, tre sono le dimensioni costitutive della libertà: l’autonomia, l’immunità, la capacitazione. L’autonomia dice della libertà di scelta: non si è liberi se non si è posti nella condizione di scegliere. L’immunità dice, invece, dell’assenza di coercizione da parte di un qualche agente esterno. La capacitazione, (letteralmente: capacità di azione), infine, dice della capacità di conseguire gli obiettivi, almeno in qualche misura, che il soggetto si pone. Non si è liberi se mai (o almeno in parte) si riesce a realizzare il proprio piano di vita. Ebbene, mentre l’approccio liberal-liberista vale ad assicurare la prima e la seconda dimensione della libertà a scapito della terza, l’approccio stato-centrico,vuoi nella versione dell’economia mista vuoi in quella del socialismo di mercato, tende a privilegiare la seconda e la terza dimensione a scapito della prima. Il liberismo è bensì capace di far da volano del mutamento, ma non è altrettanto capace di gestirne le conseguenze negative, dovute all’elevata asimmetria temporale tra la distribuzione dei costi del mutamento e quella dei benefici. I primi sono immediati e tendono a ricadere sui segmenti più sprovveduti della popolazione; i secondi si verificano in seguito nel tempo e vanno a beneficiare i soggetti con maggiore talento. D’altro canto, il socialismo di mercato – nelle sue plurime versioni – se propone lo Stato come soggetto incaricato di far fronte alle asincronie di cui si è detto, non intacca la logica del mercato capitalistico; ma restringe solamente l’area di operatività e di incidenza. La sfida da raccogliere è allora quella di fare stare insieme tutte e tre le dimensioni della libertà: è questa la ragione per la quale il paradigma del bene comune appare come una prospettiva quanto meno interessante da esplorare.

f) Quanto mai opportuna l’insistenza della CV sulla necessità di attuare una governance globale, ma di tipo sussidiario e poliarchico. Ciò implica, per un verso, il rifiuto di dare vita ad una sorta di superstato, per l’altro verso, l’urgenza di completare e aggiornare l’opera svolta nel 1944 a Bretton Woods quando si disegnò il nuovo ordine economico internazionale.

A mio giudizio si tratta di: 1) affiancare all’attuale assemblea delle NU una seconda assemblea in cui siedano i rappresentanti delle varie espressioni della società civile transnazionale; 2) dare vita al Consiglio di Sicurezza socio-economica delle NU in appoggio all’attuale Consiglio di Sicurezza militare; 3) istituire una Organizzazione Mondiale delle Migrazioni e una Organizzazione Mondiale per l’Ambiente sul modello della Organizzazione Mondiale per il Commercio; 4) intervenire sul FMI per affrontare il problema di una valuta globale e realizzare la riforma delle riserve monetarie globali, come è stato proposto dalla Conferenza delle NU del 23 giugno 2009.













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07/07/2009 16.18
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Per una globalizzazione a misura dell’uomo: pubblicata l’Enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI sullo sviluppo umano integrale


“La Carità nella verità, di cui Gesù s’è fatto testimone” è “la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera”: inizia, così, Caritas in Veritate, Enciclica "sullo sviluppo umano integrale" indirizzata al mondo cattolico e “a tutti gli uomini di buona volontà”, presentata oggi nella Sala Stampa della Santa Sede. La sintesi del documento nel servizio di Alessandro Gisotti:

Nell’Introduzione, il Papa ricorda che “la carità è la via maestra della dottrina sociale della Chiesa”. D’altro canto, dato “il rischio di fraintenderla, di estrometterla dal vissuto etico”, va coniugata con la verità. E avverte: “Un Cristianesimo di carità senza verità può venire facilmente scambiato per una riserva di buoni sentimenti, utili per la convivenza sociale, ma marginali”. (1-4)
Lo sviluppo ha bisogno della verità. Senza di essa, afferma il Pontefice, “l’agire sociale cade in balia di privati interessi e di logiche di potere, con effetti disgregatori sulla società”. (5) Benedetto XVI si sofferma su due “criteri orientativi dell’azione morale” che derivano dal principio “carità nella verità”: la giustizia e il bene comune. Ogni cristiano è chiamato alla carità anche attraverso una “via istituzionale” che incida nella vita della polis, del vivere sociale. (6-7) La Chiesa, ribadisce, “non ha soluzioni tecniche da offrire”, ha però “una missione di verità da compiere” per “una società a misura dell’uomo, della sua dignità, della sua vocazione”. (8-9)

Il primo capitolo del documento è dedicato al Messaggio della Populorum Progressio di Paolo VI. “Senza la prospettiva di una vita eterna – avverte il Papa – il progresso umano in questo mondo rimane privo di respiro”. Senza Dio, lo sviluppo viene negato, “disumanizzato”.(10-12)
Paolo VI, si legge, ribadì “l’imprescindibile importanza del Vangelo per la costruzione della società secondo libertà e giustizia”.(13) Nell’Enciclica Humanae Vitae, Papa Montini “indica i forti legami esistenti tra etica della vita ed etica sociale”. Anche oggi, “la Chiesa propone con forza questo collegamento”. (14-15) Il Papa spiega il concetto di vocazione presente nella Populorum Progressio. “Lo sviluppo è vocazione” giacché “nasce da un appello trascendente”. Ed è davvero “integrale”, sottolinea, quando è “volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo”. “La fede cristiana – soggiunge – si occupa dello sviluppo non contando su privilegi o su posizioni di potere”, “ma solo su Cristo”. (16-18) Il Pontefice evidenzia che “le cause del sottosviluppo non sono primariamente di ordine materiale”. Sono innanzitutto nella volontà, nel pensiero e ancor più “nella mancanza di fraternità tra gli uomini e i popoli”. “La società sempre più globalizzata – rileva – ci rende vicini, ma non ci rende fratelli”. Bisogna allora mobilitarsi, affinché l’economia evolva “verso esiti pienamente umani”. (19-20)

Nel secondo capitolo, il Papa entra nel vivo dello Sviluppo umano nel nostro tempo. L’esclusivo obiettivo del profitto “senza il bene comune come fine ultimo – osserva – rischia di distruggere ricchezza e creare povertà”. Ed enumera alcune distorsioni dello sviluppo: un’attività finanziaria “per lo più speculativa”, i flussi migratori “spesso solo provocati” e poi mal gestiti e, ancora, “lo sfruttamento sregolato delle risorse della terra”. Dinnanzi a tali problemi interconnessi, il Papa invoca “una nuova sintesi umanistica”. La crisi “ci obbliga a riprogettare il nostro cammino”. (21)
Lo sviluppo, constata il Papa, è oggi “policentrico”. “Cresce la ricchezza mondiale in termini assoluti, ma aumentano le disparità” e nascono nuove povertà. La corruzione, è il suo rammarico, è presente in Paesi ricchi e poveri; a volte grandi imprese transnazionali non rispettano i diritti dei lavoratori. D’altronde, “gli aiuti internazionali sono stati spesso distolti dalle loro finalità, per irresponsabilità” dei donatori e dei fruitori. Al contempo, denuncia il Pontefice, “ci sono forme eccessive di protezione della conoscenza da parte dei Paesi ricchi, mediante un utilizzo troppo rigido del diritto di proprietà intellettuale, specialmente nel campo sanitario”. (22)
Dopo la fine dei “blocchi”, viene ricordato, Giovanni Paolo II aveva chiesto “una riprogettazione globale dello sviluppo”, ma questo “è avvenuto solo in parte”. C’è oggi “una rinnovata valutazione” del ruolo dei “pubblici poteri dello Stato”, ed è auspicabile una partecipazione della società civile alla politica nazionale e internazionale. Rivolge poi l’attenzione alla delocalizzazione di produzioni di basso costo da parte dei Paesi ricchi. “Questi processi – è il suo monito – hanno comportato la riduzione delle reti di sicurezza sociale” con “grave pericolo per i diritti dei lavoratori”. A ciò si aggiunge che “i tagli alla spesa sociale, spesso anche promossi dalle istituzioni finanziarie internazionali, possono lasciare i cittadini impotenti di fronte a rischi vecchi e nuovi”. D’altronde, si verifica anche che “i governi per ragioni di utilità economica, limitano spesso le libertà sindacali”. Ricorda perciò ai governanti che “il primo capitale da salvaguardare e valorizzare è l’uomo, la persona nella sua integrità”. (23-25)
Sul piano culturale, prosegue, le possibilità di interazioni aprono nuove prospettive di dialogo, ma vi è un duplice pericolo. In primo luogo, un eclettismo culturale in cui le culture vengono “considerate sostanzialmente equivalenti”. Il pericolo opposto è “l’appiattimento culturale”, “l’omologazione degli stili di vita”. (26) Rivolge così il pensiero allo scandalo della fame. Manca, denuncia il Papa, “un assetto di istituzioni economiche in grado” di fronteggiare tale emergenza. Auspica il ricorso a “nuove frontiere” nelle tecniche di produzione agricola e un’equa riforma agraria nei Paesi in via di Sviluppo. (27)
Benedetto XVI tiene a sottolineare che il rispetto per la vita “non può in alcun modo essere disgiunto” dallo sviluppo dei popoli. In varie parti del mondo, avverte, perdurano pratiche di controllo demografico che “giungono a imporre anche l’aborto”. Nei Paesi sviluppati si è diffusa una “mentalità antinatalista che spesso si cerca di trasmettere anche ad altri Stati come se fosse un progresso culturale”. Inoltre, prosegue, vi è “il fondato sospetto che a volte gli stessi aiuti allo sviluppo vengano collegati” a “politiche sanitarie implicanti di fatto l’imposizione” del controllo delle nascite. Preoccupanti sono pure le “legislazioni che prevedono l’eutanasia”. “Quando una società s’avvia verso la negazione e la soppressione della vita – avverte – finisce per non trovare più” motivazioni ed energie “per adoperarsi a servizio del vero bene dell’uomo” (28).
Altro aspetto legato allo sviluppo è il diritto alla libertà religiosa. Le violenze, scrive il Papa, “frenano lo sviluppo autentico”, ciò “si applica specialmente al terrorismo a sfondo fondamentalista”. Al tempo stesso, la promozione dell’ateismo da parte di molti Paesi “contrasta con le necessità dello sviluppo dei popoli, sottraendo loro risorse spirituali e umane”. (29) Per lo sviluppo, prosegue, serve l’interazione dei diversi livelli del sapere armonizzati dalla carità. (30-31)
Il Papa auspica, quindi, che le scelte economiche attuali continuino “a perseguire quale priorità l’obiettivo dell’accesso al lavoro” per tutti. Benedetto XVI mette in guardia da un’economia “del breve e talvolta brevissimo termine” che determina “l’abbassamento del livello di tutela dei diritti dei lavoratori” per far acquisire ad un Paese “maggiore competitività internazionale”. Per questo, esorta una correzione delle disfunzioni del modello di sviluppo come richiede oggi anche lo “stato di salute ecologica del pianeta”. E conclude sulla globalizzazione: “Senza la guida della carità nella verità, questa spinta planetaria può concorrere a creare rischi di danni sconosciuti finora e di nuove divisioni”. E’ necessario, perciò, “un impegno inedito e creativo”. (32-33)

Fraternità, Sviluppo economico e società civile è il tema del terzo capitolo dell’Enciclica, che si apre con un elogio dell’esperienza del dono, spesso non riconosciuta “a causa di una visione solo produttivistica e utilitaristica dell’esistenza”. La convinzione di autonomia dell’economia dalle “influenze di carattere morale – rileva il Papa – ha spinto l’uomo ad abusare dello strumento economico in modo persino distruttivo”. Lo sviluppo, “se vuole essere autenticamente umano”, deve invece “fare spazio al principio di gratuità”. (34) Ciò vale in particolare per il mercato.
“Senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca – è il suo monito – il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica”. Il mercato, ribadisce, “non può contare solo su se stesso”, “deve attingere energie morali da altri soggetti” e non deve considerare i poveri un “fardello, bensì una risorsa”. Il mercato non deve diventare “luogo della sopraffazione del forte sul debole”. E soggiunge: la logica mercantile va “finalizzata al perseguimento del bene comune di cui deve farsi carico anche e soprattutto la comunità politica”. Il Papa precisa che il mercato non è negativo per natura. Dunque, ad essere chiamato in causa è l’uomo, “la sua coscienza morale e la sua responsabilità”. L’attuale crisi, conclude il Papa, mostra che i “tradizionali principi dell’etica sociale” - trasparenza, onestà e responsabilità - “non possono venire trascurati”. Al contempo, ricorda che l’economia non elimina il ruolo degli Stati ed ha bisogno di “leggi giuste”. Riprendendo la Centesimus Annus, indica la “necessità di un sistema a tre soggetti”: mercato, Stato e società civile e incoraggia una “civilizzazione dell’economia”. Servono “forme economiche solidali”. Mercato e politica necessitano “di persone aperte al dono reciproco”. (35-39)
La crisi attuale, annota, richiede anche dei “profondi cambiamenti” per l’impresa. La sua gestione “non può tenere conto degli interessi dei soli proprietari”, ma “deve anche farsi carico” della comunità locale. Il Papa fa riferimento ai manager che spesso “rispondono solo alle indicazioni degli azionisti” ed invita ad evitare un impiego “speculativo” delle risorse finanziarie. (40-41)
Il capitolo si chiude con una nuova valutazione del fenomeno globalizzazione, da non intendere solo come “processo socio-economico”. “Non dobbiamo esserne vittime, ma protagonisti – esorta – procedendo con ragionevolezza, guidati dalla carità e dalla verità”. Alla globalizzazione serve “un orientamento culturale personalista e comunitario, aperto alla trascendenza” capace di “correggerne le disfunzioni”. C’è, aggiunge, “la possibilità di una grande ridistribuzione della ricchezza”, ma la diffusione del benessere non va frenato “con progetti egoistici, protezionistici”. (42)

Nel quarto capitolo, l’Enciclica sviluppa il tema dello Sviluppo dei popoli, diritti e doveri, ambiente. Si nota, osserva, “la rivendicazione del diritto al superfluo” nelle società opulente, mentre mancano cibo e acqua in certe regioni sottosviluppate. “I diritti individuali svincolati da un quadro di doveri”, rileva, “impazziscono”. Diritti e doveri, precisa, rimandano ad un quadro etico. Se invece “trovano il proprio fondamento solo nelle deliberazioni di un’assemblea di cittadini” possono essere “cambiati in ogni momento”. Governi e organismi internazionali non possono dimenticare “l’oggettività e l’indisponibilità” dei diritti. (43) Al riguardo, si sofferma sulle “problematiche connesse con la crescita demografica”. E’ “scorretto”, afferma, “considerare l’aumento della popolazione come causa prima del sottosviluppo”. Riafferma che la sessualità non si può “ridurre a mero fatto edonistico e ludico”. Né si può regolare la sessualità con politiche materialistiche “di forzata pianificazione delle nascite”. Sottolinea poi che “l’apertura moralmente responsabile alla vita è una ricchezza sociale ed economica”. Gli Stati, scrive, “sono chiamati a varare politiche che promuovano la centralità della famiglia”. (44)
“L’economia – ribadisce ancora – ha bisogno dell’etica per il suo corretto funzionamento; non di un’etica qualsiasi bensì di un’etica amica della persona”. La stessa centralità della persona, afferma, deve essere il principio guida “negli interventi per lo sviluppo” della cooperazione internazionale, che devono sempre coinvolgere i beneficiari. “Gli organismi internazionali – esorta il Papa – dovrebbero interrogarsi sulla reale efficacia dei loro apparati burocratici”, “spesso troppo costosi”. Capita a volte, constata, che “i poveri servano a mantenere in vita dispendiose organizzazioni burocratiche”. Di qui l’invito ad una “piena trasparenza” sui fondi ricevuti (45-47).
Gli ultimi paragrafi del capitolo sono dedicati all’ambiente. Per il credente, la natura è un dono di Dio da usare responsabilmente. In tale contesto, si sofferma sulle problematiche energetiche. “L’accaparramento delle risorse” da parte di Stati e gruppi di potere, denuncia il Pontefice, costituisce “un grave impedimento per lo sviluppo dei Paesi poveri”. La comunità internazionale deve perciò “trovare le strade istituzionali per disciplinare lo sfruttamento delle risorse non rinnovabili”. “Le società tecnologicamente avanzate – aggiunge – possono e devono diminuire il proprio fabbisogno energetico”, mentre deve “avanzare la ricerca di energie alternative”.
Infondo, esorta il Papa, “è necessario un effettivo cambiamento di mentalità che ci induca ad adottare nuovi stili di vita”. Uno stile che oggi, in molte parti del mondo “è incline all’edonismo e al consumismo”. Il problema decisivo, prosegue, “è la complessiva tenuta morale della società”. E avverte: “Se non si rispetta il diritto alla vita e alla morte naturale” la “coscienza comune finisce per perdere il concetto di ecologia umana” e quello di ecologia ambientale. (48-52)

La collaborazione della famiglia umana è il cuore del quinto capitolo, in cui Benedetto XVI evidenzia che “lo sviluppo dei popoli dipende soprattutto dal riconoscimento di essere una sola famiglia”. D’altronde, si legge, la religione cristiana può contribuire allo sviluppo “solo se Dio trova un posto anche nella sfera pubblica”. Con “la negazione del diritto a professare pubblicamente la propria religione”, la politica “assume un volto opprimente e aggressivo”. E avverte: “Nel laicismo e nel fondamentalismo si perde la possibilità di un dialogo fecondo” tra la ragione e la fede. Rottura che “comporta un costo molto gravoso per lo sviluppo dell’umanità”. (53-56)
Il Papa fa quindi riferimento al principio di sussidiarietà, che offre un aiuto alla persona “attraverso l’autonomia dei corpi intermedi”. La sussidiarietà, spiega, “è l’antidoto più efficace contro ogni forma di assistenzialismo paternalista” ed è adatta ad umanizzare la globalizzazione. Gli aiuti internazionali, constata, “possono a volte mantenere un popolo in uno stato di dipendenza”, per questo vanno erogati coinvolgendo i soggetti della società civile e non solo i governi. “Troppo spesso”, infatti, “gli aiuti sono valsi a creare soltanto mercati marginali per i prodotti” dei Paesi in via di sviluppo. (57-58) Esorta poi gli Stati ricchi a “destinare maggiori quote” del Pil per lo sviluppo, rispettando gli impegni presi. Ed auspica un maggiore accesso all’educazione e ancor più alla “formazione completa della persona” rilevando che, cedendo al relativismo, si diventa più poveri. Un esempio, scrive, ci è offerto dal fenomeno perverso del turismo sessuale. “E’ doloroso constatare – osserva – che ciò si svolge spesso con l’avallo dei governi locali, con il silenzio di quelli da cui provengono i turisti e con la complicità di tanti operatori del settore”. (59-61)
Affronta poi il fenomeno “epocale” delle migrazioni. “Nessun Paese da solo – è il suo monito – può ritenersi in grado di far fronte ai problemi migratori”. Ogni migrante, soggiunge, “è una persona umana” che “possiede diritti che vanno rispettati da tutti e in ogni situazione”. Il Papa chiede che i lavoratori stranieri non siano considerati come una merce ed evidenzia il “nesso diretto tra povertà e disoccupazione”. Invoca un lavoro decente per tutti e invita i sindacati, distinti dalla politica, a volgere lo sguardo verso i lavoratori dei Paesi dove i diritti sociali vengono violati. (62-64)
La finanza, ripete, “dopo il suo cattivo utilizzo che ha danneggiato l’economia reale, ritorni ad essere uno strumento finalizzato” allo sviluppo. E aggiunge: “Gli operatori della finanza devono riscoprire il fondamento propriamente etico della loro attività”. Il Papa chiede inoltre “una regolamentazione del settore” per garantire i soggetti più deboli. (65-66).
L’ultimo paragrafo del capitolo il Pontefice lo dedica “all’urgenza della riforma” dell’Onu e “dell’architettura economica e finanziaria internazionale”. Urge “la presenza di una vera Autorità politica mondiale” che si attenga “in modo coerente ai principi di sussidiarietà e di solidarietà”. Un’Autorità, afferma, che goda di “potere effettivo”. E conclude con l’appello ad istituire “un grado superiore di ordinamento internazionale” per governare la globalizzazione. (67)

Il sesto ed ultimo capitolo è incentrato sul tema dello Sviluppo dei popoli e la tecnica. Il Papa mette in guardia dalla “pretesa prometeica” secondo cui “l’umanità ritiene di potersi ricreare avvalendosi dei ‘prodigi’ della tecnologia”. La tecnica, è il suo monito, non può avere una “libertà assoluta”. Rileva come “il processo di globalizzazione potrebbe sostituire le ideologie con la tecnica”. (68-72) Connessi con lo sviluppo tecnologico sono i mezzi di comunicazione sociale chiamati a promuovere “la dignità della persona e dei popoli”. (73)
Campo primario “della lotta culturale tra l’assolutismo della tecnicità e la responsabilità morale dell’uomo è oggi quello della bioetica”, spiega il Papa che aggiunge: “La ragione senza la fede è destinata a perdersi nell’illusione della propria onnipotenza”. La questione sociale diventa “questione antropologica”. La ricerca sugli embrioni, la clonazione, è il rammarico del Pontefice, “sono promosse dall’attuale cultura” che “crede di aver svelato ogni mistero”. Il Papa paventa “una sistematica pianificazione eugenetica delle nascite”. (74-75) Viene quindi ribadito che “lo sviluppo deve comprendere una crescita spirituale oltre che materiale” Infine, l’esortazione del Papa ad avere un “cuore nuovo” per “superare la visione materialistica degli avvenimenti umani”. (76-77)

Nella Conclusione dell’Enciclica, il Papa sottolinea che lo sviluppo “ha bisogno di cristiani con le braccia alzate verso Dio nel gesto della preghiera”, di “amore e di perdono, di rinuncia a se stessi, di accoglienza del prossimo, di giustizia e di pace”. (78-79)






La presentazione della “Caritas in Veritate”. Il cardinale Martino: l’Enciclica offre una visione di incoraggiamento per affrontare la crisi


L’Enciclica è stata dunque presentata stamani in una Sala Stampa vaticana affollata da giornalisti di tutto il mondo, segno tangibile della grande attesa dei mass media per la pubblicazione della Caritas in veritate. La conferenza stampa, moderata da padre Federico Lombardi, ha visto gli interventi dei cardinali Renato Raffaele Martino e Paul Josef Cordes, presidenti rispettivamente del Pontificio Consiglio “Giustizia e Pace” e “Cor Unum”, di mons. Giampaolo Crepaldi, segretario di “Giustizia e Pace” e dell’economista dell’Università di Bologna, Stefano Zamagni. L’evento è stato seguito per noi da Alessandro Gisotti:

E’ tempo di una nuova progettualità per governare il fenomeno della globalizzazione che valorizzi la persona umana: questo il messaggio emerso con forza dalla presentazione della Caritas in veritate. Il cardinale Renato Raffaele Martino ha sottolineato che per Benedetto XVI la crisi in atto chiede un ripensamento del modello economico cosiddetto “occidentale”. Una lettura in chiave fiduciosa:


“Dall’Enciclica emerge una visione in positivo di incoraggiamento all’umanità perché possa trovare le risorse di verità e di volontà per superare le difficoltà”.


Il presidente di “Giustizia e Pace” ha ribadito che Caritas in veritate si inserisce nella tradizione delle Encicliche sociali e riflette sui grandi cambiamenti avvenuti negli ultimi anni. Innanzitutto, si confronta con l’ideologia della tecnica e l’accentuazione dei fenomeni della globalizzazione. Quindi, con il ritorno alla ribalta sulla scena mondiale delle religioni e infine con il problema della governance internazionale. L’Enciclica, ha detto, riprende e attualizza la visione dello sviluppo umano integrale della Populorum Progressio attraverso tre prospettive: l’esigenza di un’armonia dei saperi, la necessità di un umanesimo aperto verso l’Assoluto e infine la fraternità per sconfiggere le cause di sottosviluppo. Caritas in veritate, ha commentato poi il cardinale Paul Josef Cordes “è una luce per la società” e per i cristiani che ribadisce la centralità dell’uomo. Ed ha precisato che “la Chiesa ispira ma non fa politica”:


“Riprendendo la Populorum Progressio, l’Enciclica di oggi afferma chiaramente: 'La Chiesa non ha soluzioni tecniche da offrire e non pretende minimamente d’intromettersi nella politica degli Stati'. Questo implica a sua volta che la dottrina sociale della Chiesa non è una 'terza via', cioè un programma politico da realizzare per giungere ad una società perfetta”.


La dottrina sociale della Chiesa, ha riaffermato, “è un elemento dell’evangelizzazione” e, d’altronde, “non si può restringere l’uomo al suo vivere sociale”. Nell’Enciclica, ha aggiunto, si evidenzia che non può esserci vero sviluppo senza Dio e che “non si può affrontare la questione sociale senza riferirsi alla questione etica”. Dal canto suo, mons. Giampaolo Crepaldi ha messo l’accento sulla dimensione della gratuità e del dono ed ha affermato che l’annuncio di Cristo è “il più grande aiuto che la Chiesa può dare allo sviluppo”. Per questo, ha proseguito, il cristianesimo “ha un proprio diritto di cittadinanza nell’ambito pubblico”. Quindi, ha spiegato che nella Caritas in veritate la “questione antropologica” diventa “questione sociale”:


“La procreazione e la sessualità, l’aborto e l’eutanasia, le manipolazioni dell’identità umana e la selezione eugenetica sono valutati come problemi sociali di primaria importanza che, se gestiti secondo una logica di pura produzione, deturpano la sensibilità sociale, minano il senso della legge, corrodono la famiglia e rendono difficile l’accoglienza del debole”.


Rispondendo alle domande dei giornalisti, il cardinale Martino ha parlato della riforma dell’Onu invocata dal Papa nell’Enciclica:

“L’Enciclica non chiede un supergoverno, un governo mondiale, ecc... Le attuali organizzazioni dovrebbero avere questa autorità politica mondiale. Ecco perché il Papa sollecita la riforma delle Nazioni Unite”.

Dal canto suo, il prof. Stefano Zamagni, parlando di società e mercato si è soffermato, in particolare, sul principio di fraternità quale fattore di un autentico sviluppo umano.

La Caritas in veritate porta il copyright della Libreria Editrice Vaticana che ha curato le edizioni in lingua latina, inglese, francese, spagnola, tedesca, portoghese e polacca, per un totale di 50 mila esemplari. Il documento viene pubblicato in tutti i Paesi del mondo attraverso le Conferenze episcopali e gli editori nazionali. E’ possibile acquistare ogni copia al prezzo di tre euro. Per quanto concerne l’edizione in lingua italiana la Lev, servendosi della Tipografia Vaticana, ha preparato 500 mila copie in edizione economica (euro 2,00) e 30 mila copie in edizione cartonata (euro 8,50). La Libreria Editrice Vaticana ha poi autorizzato le riviste “Famiglia Cristiana” e “Tracce” a pubblicare una propria edizione. La stessa autorizzazione è stata data all’editore Cantagalli per un volume commentato da mons. Giampaolo Crepaldi, segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. E’ in preparazione anche una co-edizione Libreria Editrice Vaticana-AVE con commento di vari esperti. Il quotidiano “Avvenire” ed i settimanali diocesani sono stati autorizzati a pubblicare il testo dell’Enciclica nelle loro pagine ordinarie.








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ENCICLICA: PAPA, LE REGOLE SALVINO DIGNITA' PERSONE E ECONOMIA

(AGI) - CdV, 7 lug.

(di Salvatore Izzo)

Per Papa Ratzinger il mercato non deve essere demonizzato ma "non elimina il ruolo degli Stati" ed ha bisogno di “leggi giuste”. Nell'enciclica "Caritas in veritate", presentata oggi, viene ribadita infatti la “necessità di un sistema a tre soggetti”: mercato, Stato e società civile e incoraggiata una “civilizzazione dell’economia".
"L'economia integrata dei giorni nostri - rileva Benedetto XVI - non elimina il ruolo degli Stati, piuttosto ne impegna i Governi ad una più forte collaborazione reciproca.
Ragioni di saggezza e di prudenza suggeriscono di non proclamare troppo affrettatamente la fine dello Stato".
Ed anche "il profitto è utile se, in quanto mezzo, è orientato ad un fine che gli fornisca un senso tanto sul come produrlo quanto sul come utilizzarlo", ma "se mal prodotto e senza il bene comune come fine ultimo, rischia - invece - di distruggere ricchezza e creare povertà".
Inoltre , scrive il Papa, la grande sfida che ci pone la crisi e' una riforma delle Organizzazioni Internazionali. "Lo sviluppo integrale dei popoli e la collaborazione internazionale esigono - rileva l'enciclica - che venga istituito un grado superiore di ordinamento internazionale di tipo sussidiario per il governo della globalizzazione e che si dia finalmente attuazione ad un ordine sociale conforme all'ordine morale e a quel raccordo tra sfera morale e sociale, tra politica e sfera economica e civile che è già prospettato nello Statuto delle Nazioni Unite".
Per il Papa teologo, "tale Autorità inoltre dovrà essere da tutti riconosciuta, godere di potere effettivo per garantire a ciascuno la sicurezza, l'osservanza della giustizia, il rispetto dei diritti.
Ovviamente, essa deve godere della facoltà di far rispettare dalle parti le proprie decisioni, come pure le misure coordinate adottate nei vari fori internazionali. In mancanza di ciò, infatti, il diritto internazionale, nonostante i grandi progressi compiuti nei vari campi, rischierebbe di essere condizionato dagli equilibri di potere tra i più forti".
"Una stretta collaborazione tra i Paesi da cui partono i migranti e i Paesi in cui arrivano va accompagnata da adeguate normative internazionali in grado di armonizzare i diversi assetti legislativi, nella prospettiva di salvaguardare le esigenze e i diritti delle persone e delle famiglie emigrate e, al tempo stesso, quelli delle società di approdo degli stessi emigrati", scrive il Papa nell'enciclica "Caritas in veritate", in un passaggio che in Italia verra' letto con particolare attenzione.
"Nessun Paese da solo - afferma - può ritenersi in grado di far fronte ai problemi migratori
del nostro tempo. Tutti siamo testimoni del carico di sofferenza, di disagio e di aspirazioni che accompagna i flussi migratori. Il fenomeno, com'è noto, è di gestione complessa; resta tuttavia accertato che i lavoratori stranieri, nonostante le difficoltà connesse con la loro integrazione, recano un contributo significativo allo sviluppo economico del Paese ospite con il loro lavoro, oltre che a quello del Paese d'origine grazie alle rimesse finanziarie".
"Ovviamente - ricorda il Pontefice - tali lavoratori non possono essere considerati come una merce o una mera forza lavoro. Non devono, quindi, essere trattati come qualsiasi altro fattore di produzione.
Ogni migrante è una persona umana che, in quanto tale, possiede diritti fondamentali inalienabili che vanno rispettati da tutti e in ogni situazione.
Nell'enciclica il Papa si occupa anche del tema della delocalizzazione: "uno dei rischi maggiori - spiega - è senz'altro che l'impresa risponda quasi esclusivamente a chi in essa investe e finisca così per ridurre la sua valenza sociale".
Cosi' "la cosiddetta delocalizzazione dell'attività produttiva può attenuare nell'imprenditore il senso di responsabilità nei confronti di portatori di interessi, quali i lavoratori, i fornitori, i consumatori, l'ambiente naturale e la più ampia società circostante, a vantaggio degli azionisti, che non sono legati a uno spazio specifico e godono quindi di una straordinaria mobilità". Ma, aggiunge, la delocalizzazione, se riponde a criteri etici e norme adeguate, puo' anche diventare una opportunita' per portare sviluppo e ricchezza in Paesi meno sviluppati.
Ma le pagine piu' forti sono dedicate alla difesa del valore della vita, che l'enciclica sociale presenta come un valore anche in campo economico.
Si diffonde la "piaga dell'aborto", avanza "una mens eutanasica". Ed ci si avvia verso "una sistematica pianificazione eugenetica delle nascite".
"La questione sociale - spiega il Pontefice - è diventata radicalmente questione antropologica, nel senso che essa implica il modo stesso non solo di concepire, ma anche di manipolare la vita, sempre più posta dalle biotecnologie nelle mani dell'uomo: la fecondazione in vitro, la ricerca sugli embrioni, la possibilità della clonazione e dell'ibridazione umana nascono e sono promosse nell'attuale cultura del disincanto totale, che crede di aver svelato ogni mistero, perché si è ormai arrivati alla radice della vita".
Qui, osserva il Papa teologo, "l'assolutismo della tecnica trova la sua massima espressione e in tale tipo di cultura la coscienza è solo chiamata a prendere atto di una mera possibilità tecnica". Per il Papa pero' "non si possono minimizzare gli scenari inquietanti per il futuro dell'uomo e i nuovi potenti strumenti che la cultura della morte ha a disposizione".
"Alla diffusa, tragica, piaga dell'aborto - elenca il Pontefice - si potrebbe aggiungere in futuro, ma è già surrettiziamente in nuce, una sistematica pianificazione eugenetica delle nascite. Sul versante opposto, va facendosi strada una mens eutanasica, manifestazione non meno abusiva di dominio sulla vita, che in certe condizioni viene considerata non più degna di essere vissuta".
"Dietro questi scenari stanno posizioni culturali negatrici della dignità umana", afferma Benedetto XVI sottolineando che "queste pratiche, a loro volta, sono destinate ad alimentare una concezione materiale e meccanicistica della vita umana". Chi potrà misurare gli effetti negativi di una simile mentalità sullo sviluppo? Come ci si potrà stupire dell'indifferenza per le situazioni umane di degrado, se l'indifferenza caratterizza perfino il nostro atteggiamento verso ciò che è umano e ciò che non lo è?", si chiede il Papa.
"Stupisce - osserva - la selettività arbitraria di quanto oggi viene proposto come degno di rispetto". "Pronti a scandalizzarsi per cose marginali, molti - continua - sembrano tollerare ingiustizie inaudite.
Mentre i poveri del mondo bussano ancora alle porte dell'opulenza, il mondo ricco rischia di non sentire più quei colpi alla sua porta, per una coscienza ormai incapace di riconoscere l'umano". Dio, conclude Ratzinger, "svela l'uomo all'uomo; la ragione e la fede collaborano nel mostrargli il bene, solo che lo voglia vedere; la legge naturale, nella quale risplende la Ragione creatrice, indica la grandezza dell'uomo, ma anche la sua miseria quando egli disconosce il richiamo della verità morale".

© Copyright (AGI)


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"CON IL CUORE SPEZZATO... SEMPRE CON TE!"
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Speranza e realismo

Realismo e speranza, nonostante la crisi economica mondiale.
Ecco la terza enciclica di Benedetto XVI in brevissima sintesi o, meglio, secondo l'approssimazione sommaria a un testo tanto importante e ricco quanto lunga è stata la sua elaborazione.
Per continuare una tradizione di documenti papali avviata nel 1891 dalla celebre Rerum novarum di Leone XIII e poi sviluppata con vigore nel 1931 dalle due encicliche di Pio XI successive alla grande depressione economica e finanziaria manifestatasi due anni prima: la Quadragesimo anno e la quasi sconosciuta Nova impendet sulla gravità della crisi e sulla follia della corsa agli armamenti, che manifestò già allora acuta percezione di un problema ancora attuale. Sino ad arrivare agli insegnamenti sociali di Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II.
In questa serie la Caritas in veritate si inserisce sottolineando, anche in questo ambito, la continuità tra la tradizione anteriore e quella successiva al Vaticano II.
Richiamandosi in modo particolare alle encicliche del predecessore e soprattutto alle due ultime montiniane, che quaranta giorni prima di morire Paolo VI ricordò come specialmente espressive del suo pontificato: la Populorum progressio, punto di riferimento continuo e quasi sottotesto di questo documento benedettino, e la Humanae vitae, della quale viene ripresa esplicitamente anche la lettura sociale, come un quarantennio fa avvenne soprattutto nel Terzo mondo a fronte della bufera di critiche, anche all'interno della Chiesa, che nelle ricche società occidentali investirono l'enciclica paolina e sembrarono quasi travolgerla.
A reggere tutto l'impianto della Caritas in veritate, indirizzata non usualmente ai cattolici e "a tutti gli uomini di buona volontà", è il rapporto tra i due termini del titolo.
Connessi con tale forza che da esso viene fatta discendere la possibilità di uno sviluppo integrale della persona e dell'umanità: assicurato appunto solo dalla "carità nella verità", cioè dall'amore di Cristo. Come mostra con chiarezza l'introduzione.
All'interno di questa cornice teologica l'enciclica disegna una summa socialis vigile e aggiornata, che smentisce - se ce ne fosse ancora bisogno - l'immagine di un Papa soltanto teologo chiuso nelle sue stanze e conferma invece quanto Benedetto XVI sia attento, come teologo e pastore, alla realtà contemporanea in tutti i suoi aspetti.
A spiccare nel testo è dunque, a prima vista, l'attenzione ai fenomeni della mondializzazione e della tecnocrazia, di per sé neutri ma soggetti a degenerazioni a causa - "in termini di fede" specifica il Papa - del peccato delle origini. Uno sguardo meno fuggevole coglie tuttavia la fiducia nella possibilità di uno sviluppo davvero umano, quello che già Paolo VI vedeva racchiuso nel disegno della provvidenza divina, e segno, in qualche modo, del cammino progressivo dalla città dell'uomo a quella di Dio. L'atteggiamento di Benedetto XVI non può dunque essere qualificato come pessimistico a priori, come alcuni vorrebbero, ma nemmeno è assimilabile a ingenui e irresponsabili ottimismi, perché si fonda piuttosto sulla fiducia tipicamente cattolica in una ragione aperta alla presenza del divino.
Così la sfera economica e la tecnica appartengono all'attività umana e non vanno demonizzate, ma neppure lasciate a se stesse perché devono essere vincolate al bene comune, e cioè governate dal punto di vista etico. Per limitarsi a un solo esempio, il puro fenomeno della globalizzazione non rende di per sé gli uomini fratelli, cosicché con evidenza sono necessarie regole e logiche che la indirizzino.
Se allora la dimensione economica può - e, anzi, deve - essere umana, se il momento storico è propizio per abbandonare ideologie che soprattutto nel secolo scorso hanno lasciato dietro di sé soltanto rovine, allora davvero è venuto il momento di approfittare dell'occasione offerta dalla crisi mondiale per uscirne insieme, i credenti con le donne e gli uomini di buona volontà. A tutti infatti il Papa scrive che bisogna vivere come una famiglia, sotto lo sguardo del Creatore.

g. m. v.

(©L'Osservatore Romano - 8 luglio 2009)


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Due anni di lavoro per l’Enciclica. Due anni di testi bocciati da Ratzinger

lug 7, 2009 il Riformista

Paolo Rodari

Soltanto quest’oggi a mezzodì l’enigma verrà risolto. Solamente questa mattina, cioè, si saprà chi è stato ad aiutare maggiormente Benedetto XVI nella stesura della sua enciclica dedicata ai temi sociali, la Caritas in veritate (la firma è del 29 giugno), delle tre lettere encicliche di Papa Ratzinger la più difficile per ideazione e gestazione. Caritas in veritate: oltre cento pagine di aggiornamento della Populorum Progressio di Paolo VI e, soprattutto, della Centesimus Annus di Giovanni Paolo II.
Nessuna condanna, dunque, del capitalismo come invece è stato ipotizzato in questi giorni in alcune delle innumerevoli anticipazioni dei contenuti del testo papale. Piuttosto, la richiesta esplicita che lo sviluppo economico dei paesi venga attuato secondo tre direttrici tra loro inscindibili: responsabilità, solidarietà e sussidiarietà.
Le stesure del documento sono state svariate: il Papa, infatti, come fu per la sua prima enciclica, la Deus caritas est, si è lasciato coadiuvare parecchio da terzi. Non così, invece, avvenne per la Spe salvi la quale fu frutto integrale del suo scrivere.
La prima bozza della Caritas in veritate arrivò sul tavolo del Papa direttamente dal pontificio consiglio Iustitia et Pax presieduto dal cardinale Renato Raffaele Martino.
Il testo, visto e rivisto anche dal neo arcivescovo di Trieste e fino a pochi giorni fa numero due dello stesso pontificio consiglio, monsignor Giampaolo Crepaldi, non ha soddisfatto appieno il Pontefice che ha rispedito il tutto al dicastero e, insieme, alla segreteria di Stato.
Di qui, dalla segreteria di Stato, la bozza “Iustitia et Pax” è arrivata su due tavoli importunati. Trattando l’enciclica i temi sociali alla luce della «carità» da una parte e della «verità» dall’altra, sono stati coinvolti il pontificio consiglio Cor Unum, presieduto dal tedesco Paul Josef Cordes, e la congregazione per la Dottrina della Fede diretta dal cardinale statunitense William Joseph Levada.
Cordes, come è nella sua indole quando è chiamato ad affrontare questioni di cui è competente, è intervenuto a piè pari. Ovvero, ha stravolto l’impianto della bozza. Più moderati e meno trancianti, invece, le osservazioni giunte dalla Dottrina della Fede, seppure queste non siano state numericamente irrilevanti.
Benedetto XVI, che già dalle vacanze estive del 2007 in quel di Lorenzago di Cadore aveva deciso di dedicarsi a un’enciclica sociale, ha visionato accuratamente la bozza “Iustitia et Pax” alla luce degli stravolgimenti di Cordes e delle osservazioni dell’ex Sant’Uffizio. E il suo giudizio in merito è stato tutt’altro che positivo. Troppo poco, e in modo troppo approssimativo, i testi pervenuti sul tavolo del Papa affrontavano gli scenari apertisi all’improvviso dallo scatenarsi della crisi economico finanziaria nel mondo e le difficoltà sempre più reali (e sempre meno risolte) dei paesi del cosiddetto Terzo Mondo. E così la richiesta del Papa alla segreteria di Stato fu una: coinvolgere nella cosa altra gente, esperti e studiosi.
Anzitutto entrò in scena un salesiano: Mario Toso, rettore magnifico dell’Ups (Università Pontificia Salesiana), esperto di Dottrina Sociale della Chiesa, il cui coinvolgimento non è servito soltanto alla stesura definitiva del testo papale, ma anche a mettere la sua persona in vista. E la cosa è riuscita: Toso, a metà luglio, prenderà il posto lasciato vacante da Crepaldi a Iustitia et Pax. Come sottosegretario del pontificio consiglio, però, risponderà del proprio lavoro non più al cardinale Martino, ma a un porporato africano il cui nome verrà ufficializzato a breve. Su quest’ultimo vige il massimo riserbo, ma si sa per certo che non sarà il tante volte ipotizzato monsignor Robert Sarah. Oltre a Toso, altri studiosi ed esperti sono stati coinvolti nel lavoro dell’enciclica: tra questi il banchiere Ettore Gotti Tedeschi. E poi Stefano Zamagni, docente all’Università di Bologna, presidente dell’Autorità per le Onlus e il Volontariato, e voce ascoltata oltre il Tevere.
Vista la difficile e lunga gestazione, la presentazione odierna dell’enciclica viene vista in Vaticano non senza un certo sollievo. Ma anche con un po’ di rammarico dovuto a una nota singolare. Ovvero al fatto che l’enciclica dedicata ai temi sociali, alla necessità di rivedere gli stili di vita in ottica di responsabilità verso sé e gli altri, esca in un momento difficilissimo quanto alla gestione delle finanze della Santa Sede. La scorsa settimana la commissione cardinalizia che presiede lo Ior ha provato a fare chiarezza sul pesante bilancio (il disavanzo è di quasi un milione di euro) che attanaglia i conti del Vaticano ma nessuno snellimento significativo della curia romana (soluzione che in molti ritengono logica) è stato messo in cantiere. Gli imputati, comunque, erano due: da un parte il cardinale statunitense Edmund Casimir Szoka che, quando era presidente del Governatorato, investì parecchio in prodotti Goldman Sachs. Dall’altra i conti (spaventosi) della Radio Vaticana, un buco difficilmente ripianabile.

© Copyright Il Riformista, 7 luglio 2009


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Sintesi dell'Enciclica sociale di Benedetto XVI


CITTA' DEL VATICANO, martedì, 7 luglio 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito la sintesi non ufficiale dell'Enciclica di Benedetto XVI, “Caritas in Veritate”, distribuita dalla Sala Stampa vaticana.

* * *

"La Carità nella verità, di cui Gesù s’è fatto testimone" è "la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera": inizia, così, Caritas in Veritate, Enciclica indirizzata al mondo cattolico e "a tutti gli uomini di buona volontà". Nell’Introduzione, il Papa ricorda che "la carità è la via maestra della dottrina sociale della Chiesa". D’altro canto, dato "il rischio di fraintenderla, di estrometterla dal vissuto etico", va coniugata con la verità. E avverte: "Un Cristianesimo di carità senza verità può venire facilmente scambiato per una riserva di buoni sentimenti, utili per la convivenza sociale, ma marginali". (1-4)

Lo sviluppo ha bisogno della verità. Senza di essa, afferma il Pontefice, "l’agire sociale cade in balia di privati interessi e di logiche di potere, con effetti disgregatori sulla società". (5) Benedetto XVI si sofferma su due "criteri orientativi dell’azione morale" che derivano dal principio "carità nella verità": la giustizia e il bene comune. Ogni cristiano è chiamato alla carità anche attraverso una "via istituzionale" che incida nella vita della polis, del vivere sociale. (6-7) La Chiesa, ribadisce, "non ha soluzioni tecniche da offrire", ha però "una missione di verità da compiere" per "una società a misura dell’uomo, della sua dignità, della sua vocazione". (8-9)

Il primo capitolo del documento è dedicato al Messaggio della Populorum Progressio di Paolo VI. "Senza la prospettiva di una vita eterna – avverte il Papa – il progresso umano in questo mondo rimane privo di respiro". Senza Dio, lo sviluppo viene negato, "disumanizzato".(10-12)

Paolo VI, si legge, ribadì "l’imprescindibile importanza del Vangelo per la costruzione della società secondo libertà e giustizia".(13) Nell’Enciclica Humanae Vitae, Papa Montini "indica i forti legami esistenti tra etica della vita ed etica sociale". Anche oggi, "la Chiesa propone con forza questo collegamento". (14-15) Il Papa spiega il concetto di vocazione presente nella Populorum Progressio. "Lo sviluppo è vocazione" giacché "nasce da un appello trascendente". Ed è davvero "integrale", sottolinea, quando è "volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo". "La fede cristiana – soggiunge – si occupa dello sviluppo non contando su privilegi o su posizioni di potere", "ma solo su Cristo". (16-18) Il Pontefice evidenzia che "le cause del sottosviluppo non sono primariamente di ordine materiale". Sono innanzitutto nella volontà, nel pensiero e ancor più "nella mancanza di fraternità tra gli uomini e i popoli". "La società sempre più globalizzata – rileva – ci rende vicini, ma non ci rende fratelli". Bisogna allora mobilitarsi, affinché l’economia evolva "verso esiti pienamente umani". (19-20)

Nel secondo capitolo, il Papa entra nel vivo dello Sviluppo umano nel nostro tempo. L’esclusivo obiettivo del profitto "senza il bene comune come fine ultimo – osserva – rischia di distruggere ricchezza e creare povertà". Ed enumera alcune distorsioni dello sviluppo: un’attività finanziaria "per lo più speculativa", i flussi migratori "spesso solo provocati" e poi mal gestiti e, ancora, "lo sfruttamento sregolato delle risorse della terra". Dinnanzi a tali problemi interconnessi, il Papa invoca "una nuova sintesi umanistica". La crisi "ci obbliga a riprogettare il nostro cammino". (21)

Lo sviluppo, constata il Papa, è oggi "policentrico". "Cresce la ricchezza mondiale in termini assoluti, ma aumentano le disparità" e nascono nuove povertà. La corruzione, è il suo rammarico, è presente in Paesi ricchi e poveri; a volte grandi imprese transnazionali non rispettano i diritti dei lavoratori. D’altronde, "gli aiuti internazionali sono stati spesso distolti dalle loro finalità, per irresponsabilità" dei donatori e dei fruitori. Al contempo, denuncia il Pontefice, "ci sono forme eccessive di protezione della conoscenza da parte dei Paesi ricchi, mediante un utilizzo troppo rigido del diritto di proprietà intellettuale, specialmente nel campo sanitario". (22)

Dopo la fine dei "blocchi", viene ricordato, Giovanni Paolo II aveva chiesto "una riprogettazione globale dello sviluppo", ma questo "è avvenuto solo in parte". C’è oggi "una rinnovata valutazione" del ruolo dei "pubblici poteri dello Stato", ed è auspicabile una partecipazione della società civile alla politica nazionale e internazionale. Rivolge poi l’attenzione alla delocalizzazione di produzioni di basso costo da parte dei Paesi ricchi. "Questi processi – è il suo monito – hanno comportato la riduzione delle reti di sicurezza sociale" con "grave pericolo per i diritti dei lavoratori". A ciò si aggiunge che "i tagli alla spesa sociale, spesso anche promossi dalle istituzioni finanziarie internazionali, possono lasciare i cittadini impotenti di fronte a rischi vecchi e nuovi". D’altronde, si verifica anche che "i governi per ragioni di utilità economica, limitano spesso le libertà sindacali". Ricorda perciò ai governanti che "il primo capitale da salvaguardare e valorizzare è l’uomo, la persona nella sua integrità". (23-25)

Sul piano culturale, prosegue, le possibilità di interazioni aprono nuove prospettive di dialogo, ma vi è un duplice pericolo. In primo luogo, un eclettismo culturale in cui le culture vengono "considerate sostanzialmente equivalenti". Il pericolo opposto è "l’appiattimento culturale", "l’omologazione degli stili di vita". (26) Rivolge così il pensiero allo scandalo della fame. Manca, denuncia il Papa, "un assetto di istituzioni economiche in grado" di fronteggiare tale emergenza. Auspica il ricorso a "nuove frontiere" nelle tecniche di produzione agricola e un’equa riforma agraria nei Paesi in via di Sviluppo. (27)

Benedetto XVI tiene a sottolineare che il rispetto per la vita "non può in alcun modo essere disgiunto" dallo sviluppo dei popoli. In varie parti del mondo, avverte, perdurano pratiche di controllo demografico che "giungono a imporre anche l’aborto". Nei Paesi sviluppati si è diffusa una "mentalità antinatalista che spesso si cerca di trasmettere anche ad altri Stati come se fosse un progresso culturale". Inoltre, prosegue, vi è "il fondato sospetto che a volte gli stessi aiuti allo sviluppo vengano collegati" a "politiche sanitarie implicanti di fatto l’imposizione" del controllo delle nascite. Preoccupanti sono pure le "legislazioni che prevedono l’eutanasia". "Quando una società s’avvia verso la negazione e la soppressione della vita – avverte – finisce per non trovare più" motivazioni ed energie "per adoperarsi a servizio del vero bene dell’uomo" (28).

Altro aspetto legato allo sviluppo è il diritto alla libertà religiosa. Le violenze, scrive il Papa, "frenano lo sviluppo autentico", ciò "si applica specialmente al terrorismo a sfondo fondamentalista". Al tempo stesso, la promozione dell’ateismo da parte di molti Paesi "contrasta con le necessità dello sviluppo dei popoli, sottraendo loro risorse spirituali e umane". (29) Per lo sviluppo, prosegue, serve l’interazione dei diversi livelli del sapere armonizzati dalla carità. (30-31)

Il Papa auspica, quindi, che le scelte economiche attuali continuino "a perseguire quale priorità l’obiettivo dell’accesso al lavoro" per tutti. Benedetto XVI mette in guardia da un’economia "del breve e talvolta brevissimo termine" che determina "l’abbassamento del livello di tutela dei diritti dei lavoratori" per far acquisire ad un Paese "maggiore competitività internazionale". Per questo, esorta una correzione delle disfunzioni del modello di sviluppo come richiede oggi anche lo "stato di salute ecologica del pianeta". E conclude sulla globalizzazione: "Senza la guida della carità nella verità, questa spinta planetaria può concorrere a creare rischi di danni sconosciuti finora e di nuove divisioni". E’ necessario, perciò, "un impegno inedito e creativo". (32-33)

Fraternità, Sviluppo economico e società civile è il tema del terzo capitolo dell’Enciclica, che si apre con un elogio dell’esperienza del dono, spesso non riconosciuta "a causa di una visione solo produttivistica e utilitaristica dell’esistenza". La convinzione di autonomia dell’economia dalle "influenze di carattere morale – rileva il Papa – ha spinto l’uomo ad abusare dello strumento economico in modo persino distruttivo". Lo sviluppo, "se vuole essere autenticamente umano", deve invece "fare spazio al principio di gratuità". (34) Ciò vale in particolare per il mercato.

"Senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca – è il suo monito – il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica". Il mercato, ribadisce, "non può contare solo su se stesso", "deve attingere energie morali da altri soggetti" e non deve considerare i poveri un "fardello, bensì una risorsa". Il mercato non deve diventare "luogo della sopraffazione del forte sul debole". E soggiunge: la logica mercantile va "finalizzata al perseguimento del bene comune di cui deve farsi carico anche e soprattutto la comunità politica". Il Papa precisa che il mercato non è negativo per natura. Dunque, ad essere chiamato in causa è l’uomo, "la sua coscienza morale e la sua responsabilità". L’attuale crisi, conclude il Papa, mostra che i "tradizionali principi dell’etica sociale" - trasparenza, onestà e responsabilità - "non possono venire trascurati". Al contempo, ricorda che l’economia non elimina il ruolo degli Stati ed ha bisogno di "leggi giuste". Riprendendo la Centesimus Annus, indica la "necessità di un sistema a tre soggetti": mercato, Stato e società civile e incoraggia una "civilizzazione dell’economia". Servono "forme economiche solidali". Mercato e politica necessitano "di persone aperte al dono reciproco". (35-39)

La crisi attuale, annota, richiede anche dei "profondi cambiamenti" per l’impresa. La sua gestione "non può tenere conto degli interessi dei soli proprietari", ma "deve anche farsi carico" della comunità locale. Il Papa fa riferimento ai manager che spesso "rispondono solo alle indicazioni degli azionisti" ed invita ad evitare un impiego "speculativo" delle risorse finanziarie. (40-41)

Il capitolo si chiude con una nuova valutazione del fenomeno globalizzazione, da non intendere solo come "processo socio-economico". "Non dobbiamo esserne vittime, ma protagonisti – esorta – procedendo con ragionevolezza, guidati dalla carità e dalla verità". Alla globalizzazione serve "un orientamento culturale personalista e comunitario, aperto alla trascendenza" capace di "correggerne le disfunzioni". C’è, aggiunge, "la possibilità di una grande ridistribuzione della ricchezza", ma la diffusione del benessere non va frenato "con progetti egoistici, protezionistici". (42)

Nel quarto capitolo, l’Enciclica sviluppa il tema dello Sviluppo dei popoli, diritti e doveri, ambiente. Si nota, osserva, "la rivendicazione del diritto al superfluo" nelle società opulente, mentre mancano cibo e acqua in certe regioni sottosviluppate. "I diritti individuali svincolati da un quadro di doveri", rileva, "impazziscono". Diritti e doveri, precisa, rimandano ad un quadro etico. Se invece "trovano il proprio fondamento solo nelle deliberazioni di un’assemblea di cittadini" possono essere "cambiati in ogni momento". Governi e organismi internazionali non possono dimenticare "l’oggettività e l’indisponibilità" dei diritti. (43) Al riguardo, si sofferma sulle "problematiche connesse con la crescita demografica". E’ "scorretto", afferma, "considerare l’aumento della popolazione come causa prima del sottosviluppo". Riafferma che la sessualità non si può "ridurre a mero fatto edonistico e ludico". Né si può regolare la sessualità con politiche materialistiche "di forzata pianificazione delle nascite". Sottolinea poi che "l’apertura moralmente responsabile alla vita è una ricchezza sociale ed economica". Gli Stati, scrive, "sono chiamati a varare politiche che promuovano la centralità della famiglia". (44)

"L’economia – ribadisce ancora – ha bisogno dell’etica per il suo corretto funzionamento; non di un’etica qualsiasi bensì di un’etica amica della persona". La stessa centralità della persona, afferma, deve essere il principio guida "negli interventi per lo sviluppo" della cooperazione internazionale, che devono sempre coinvolgere i beneficiari. "Gli organismi internazionali – esorta il Papa – dovrebbero interrogarsi sulla reale efficacia dei loro apparati burocratici", "spesso troppo costosi". Capita a volte, constata, che "i poveri servano a mantenere in vita dispendiose organizzazioni burocratiche". Di qui l’invito ad una "piena trasparenza" sui fondi ricevuti (45-47).

Gli ultimi paragrafi del capitolo sono dedicati all’ambiente. Per il credente, la natura è un dono di Dio da usare responsabilmente. In tale contesto, si sofferma sulle problematiche energetiche. "L’accaparramento delle risorse" da parte di Stati e gruppi di potere, denuncia il Pontefice, costituisce "un grave impedimento per lo sviluppo dei Paesi poveri". La comunità internazionale deve perciò "trovare le strade istituzionali per disciplinare lo sfruttamento delle risorse non rinnovabili". "Le società tecnologicamente avanzate – aggiunge – possono e devono diminuire il proprio fabbisogno energetico", mentre deve "avanzare la ricerca di energie alternative".

Infondo, esorta il Papa, "è necessario un effettivo cambiamento di mentalità che ci induca ad adottare nuovi stili di vita". Uno stile che oggi, in molte parti del mondo "è incline all’edonismo e al consumismo". Il problema decisivo, prosegue, "è la complessiva tenuta morale della società". E avverte: "Se non si rispetta il diritto alla vita e alla morte naturale" la "coscienza umana finisce per perdere il concetto di ecologia umana" e quello di ecologia ambientale. (48-52)

La collaborazione della famiglia umana è il cuore del quinto capitolo, in cui Benedetto XVI evidenzia che "lo sviluppo dei popoli dipende soprattutto dal riconoscimento di essere una sola famiglia". D’altronde, si legge, la religione cristiana può contribuire allo sviluppo "solo se Dio trova un posto anche nella sfera pubblica". Con "la negazione del diritto a professare pubblicamente la propria religione", la politica "assume un volto opprimente e aggressivo". E avverte: "Nel laicismo e nel fondamentalismo si perde la possibilità di un dialogo fecondo" tra la ragione e la fede. Rottura che "comporta un costo molto gravoso per lo sviluppo dell’umanità". (53-56)

Il Papa fa quindi riferimento al principio di sussidiarietà, che offre un aiuto alla persona "attraverso l’autonomia dei corpi intermedi". La sussidiarietà, spiega, "è l’antidoto più efficace contro ogni forma di assistenzialismo paternalista" ed è adatta ad umanizzare la globalizzazione. Gli aiuti internazionali, constata, "possono a volte mantenere un popolo in uno stato di dipendenza", per questo vanno erogati coinvolgendo i soggetti della società civile e non solo i governi. "Troppo spesso", infatti, "gli aiuti sono valsi a creare soltanto mercati marginali per i prodotti" dei Paesi in via di sviluppo. (57-58) Esorta poi gli Stati ricchi a "destinare maggiori quote" del Pil per lo sviluppo, rispettando gli impegni presi. Ed auspica un maggiore accesso all’educazione e ancor più alla "formazione completa della persona" rilevando che, cedendo al relativismo, si diventa più poveri. Un esempio, scrive, ci è offerto dal fenomeno perverso del turismo sessuale. "E’ doloroso constatare – osserva – che ciò si svolge spesso con l’avallo dei governi locali, con il silenzio di quelli da cui provengono i turisti e con la complicità di tanti operatori del settore". (59-61)

Affronta poi il fenomeno "epocale" delle migrazioni. "Nessun Paese da solo – è il suo monito – può ritenersi in grado di far fronte ai problemi migratori". Ogni migrante, soggiunge, "è una persona umana" che "possiede diritti che vanno rispettati da tutti e in ogni situazione". Il Papa chiede che i lavoratori stranieri non siano considerati come una merce ed evidenzia il "nesso diretto tra povertà e disoccupazione". Invoca un lavoro decente per tutti e invita i sindacati, distinti dalla politica, a volgere lo sguardo verso i lavoratori dei Paesi dove i diritti sociali vengono violati. (62-64)

La finanza, ripete, "dopo il suo cattivo utilizzo che ha danneggiato l’economia reale, ritorni ad essere uno strumento finalizzato" allo sviluppo. E aggiunge: "Gli operatori della finanza devono riscoprire il fondamento propriamente etico della loro attività". Il Papa chiede inoltre "una regolamentazione del settore" per garantire i soggetti più deboli. (65-66).

L’ultimo paragrafo del capitolo il Pontefice lo dedica "all’urgenza della riforma" dell’Onu e "dell’architettura economica e finanziaria internazionale". Urge "la presenza di una vera Autorità politica mondiale" che si attenga "in modo coerente ai principi di sussidiarietà e di solidarietà". Un’Autorità, afferma, che goda di "potere effettivo". E conclude con l’appello ad istituire "un grado superiore di ordinamento internazionale" per governare la globalizzazione. (67)

Il sesto ed ultimo capitolo è incentrato sul tema dello Sviluppo dei popoli e la tecnica. Il Papa mette in guardia dalla "pretesa prometeica" secondo cui "l’umanità ritiene di potersi ricreare avvalendosi dei ‘prodigi’ della tecnologia". La tecnica, è il suo monito, non può avere una "libertà assoluta". Rileva come "il processo di globalizzazione potrebbe sostituire le ideologie con la tecnica". (68-72) Connessi con lo sviluppo tecnologico sono i mezzi di comunicazione sociale chiamati a promuovere "la dignità della persona e dei popoli". (73)

Campo primario "della lotta culturale tra l’assolutismo della tecnicità e la responsabilità morale dell’uomo è oggi quello della bioetica", spiega il Papa che aggiunge: "La ragione senza la fede è destinata a perdersi nell’illusione della propria onnipotenza". La questione sociale diventa "questione antropologica". La ricerca sugli embrioni, la clonazione, è il rammarico del Pontefice, "sono promosse dall’attuale cultura" che "crede di aver svelato ogni mistero". Il Papa paventa "una sistematica pianificazione eugenetica delle nascite". (74-75) Viene quindi ribadito che "lo sviluppo deve comprendere una crescita spirituale oltre che materiale". Infine, l’esortazione del Papa ad avere un "cuore nuovo" per "superare la visione materialistica degli avvenimenti umani". (76-77)

Nella Conclusione dell’Enciclica, il Papa sottolinea che lo sviluppo "ha bisogno di cristiani con le braccia alzate verso Dio nel gesto della preghiera", di "amore e di perdono, di rinuncia a se stessi, di accoglienza del prossimo, di giustizia e di pace". (78-79)
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