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Enciclica "Caritas in veritate"

Ultimo Aggiornamento: 16/11/2010 00.26
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Il messaggio per la pace conferma la Caritas in veritate
di mons. Giampaolo Crepaldi



TRIESTE, domenica, 10 gennaio 2010 (ZENIT.org).- L’edizione 2010 del tradizionale Messaggio del papa per la Giornata mondiale della pace, reso noto dal cardinale Martino, era fortemente atteso.

Nei paesi dell’Europa centro settentrionale e specialmente in Germania la sua enciclica Caritas in veritate è stata oggetto di severe critiche proprio sulla questione dell’ambiente e in particolare dei cambiamenti climatici.

Era quindi logico che si attendesse questo Messaggio per la Giornata mondiale della pace di quest’anno, dedicato appunto al tema “Se vuoi coltivare la pace custodisci il creato”.

Benedetto XVI non ha disatteso l’appuntamento, ribadendo però il proprio insegnamento e, quindi, scontentando probabilmente ancora una volta tutti coloro che tendono a caricare i temi ideologici di eccessive forzature ideologiche.

Il punto centrale del Messaggio è a mio parere un passaggio del paragrafo 13 dove il Papa dice che “una corretta concezione del rapporto dell’uomo con l’ambiente non porta ad assolutizzare la natura né a ritenerla più importante della stessa persona”.

La Chiesa – continua – esprime perplessità “dinanzi ad una concezione dell’ambiente ispirata all’ecocentrismo e al biocentrismo”, perché elimina la differenza tra l’uomo e gli altri esseri, “favorendo una visione egualitaristica della dignità di tutti gli esseri viventi.

Si dà adito, così, ad un nuovo panteismo con accenti neopagani che fanno derivare dalla sola natura, intesa in senso puramente naturalistico, la salvezza per l’uomo”.

Secondo la Chiesa all’uomo va confermato “il ruolo di custode e amministratore”, ruolo di cui non deve abusare ma a cui non deve nemmeno abdicare: “Infatti, anche la posizione contraria di assolutizzazione della tecnica e del potere umano, finisce per essere un grave attentato non solo alla natura, ma anche alla stessa dignità umana”.

Benedetto XVI non nega che le questioni ambientali abbiano un impatto sulla povertà, né che richiedano profondi ripensamenti del modello di sviluppo, né che comportino la presa in esame di una maggiore sobrietà, ma ripropone la convinzione che se non c’è un ripensamento dell’umanità su se stessa e se non si torna a leggere nella natura un discorso su di noi (il “creato”, appunto e non solo un mucchio di pietre) non si riuscirà ad acquisire una nuova responsabilità morale prima ancora che politica.

Sia chi disprezza la natura materiale, sia chi la rispetta più dell’uomo come se fosse in se stessa qualcosa di divino, in fondo non ne legge il messaggio e non accumula sapienza. Si tratta, in fondo, di atteggiamenti ambedue solo tecnici.

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Mons. Giampaolo Crepaldi è Arcivescovo di Trieste.
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La Fondazione "Centesimus Annus" indica qual è l'economia virtuosa
La Dottrina Sociale della Chiesa si diffonde negli ambienti economici

di Costantino Coros


ROMA, mercoledì, 3 febbraio 2010 (ZENIT.org).- L'Enciclica Caritas in Veritate ha suscitato un enorme interesse nella comunità economica, finanziaria e lavorativa del mondo intero.

In particolare, stanno giungendo a Roma sempre più domande per conoscere e approfondire la Dottrina Sociale della Chiesa cattolica.

Per avere un'idea di cosa sta accadendo, ZENIT ha intervistato Domingo Sugranyes Bickel, neo Presidente del Consiglio d'Amministrazione della Fondazione Centesimus Annus - Pro Pontifice.

Domingo Sugranyes Bickel, di nazionalità spagnola, è nato a Friburgo (Svizzera), dove si è laureato in Scienze Economiche e Politiche. Sposato, ha 3 figli e 7 nipoti, e attualmente risiede a Madrid. Prima della sua nomina era vicepresidente della Fondazione.

Dal 1969 fa parte dell'International Christian Union of Business Executives (UNIAPAC), della quale è stato segretario generale dal 1974 al 1981 e presidente dal 1997 al 2000. Ha ricoperto vari incarichi tra Londra, Barcellona, Roma e Ginevra. Dal 1981 lavora a Madrid per la MAPFRE, la prima compagnia assicurativa spagnola, nella quale ha avuto varie cariche, tra cui quella di vicepresidente esecutivo della Corporación MAPFRE.

Attualmente è membro del Board della Fondazione MAPFRE e del Comitato di Controllo del Gruppo, oltre ad essere membro del Board della Società Cattolica di Assicurazione di Verona. E' anche impegnato in iniziative come il Forum Cristianismo y Sociedad (Fondazione Paolo VI, Madrid) e l'Observatoire de la Finance (Ginevra).

Dottrina Sociale della Chiesa e mondo economico finanziario: quali strade seguire per fare in modo che il Magistero sociale sia sempre più un punto di riferimento per gli operatori economici?

Domingo Sugranyes: La Dottrina Sociale della Chiesa non è fortunatamente un libro di ricette, ma una fonte di riflessione e di ispirazione. I testi del Magistero richiedono dagli operatori economici in primo luogo uno sforzo personale di cambiamento nel modo di vedere gli obiettivi e le modalità del proprio agire. E' un invito che le Encicliche rivolgono ai credenti e "a tutti gli uomini di buona volontà". Non esistono scorciatoie che permettano di "applicare" la Dottrina Sociale senza questo lungo cammino personale.

Su questa linea, la Fondazione Centesimus Annus - Pro Pontifice continuerà ad apportare il proprio contributo allo sforzo di diffusione e discussione indispensabile per aumentare l'influenza della Dottrina Sociale negli ambienti economici.

Il pensiero del Santo Padre in materia economica e sociale gode attualmente di una crescente autorità perché sottolinea instancabilmente la centralità della persona umana e la grandezza di un lavoro partecipativo per il bene comune, una linea di pensiero, molto lontana dalle visioni meccaniche o deterministiche dell'economia, che affronta oggi una profonda aspirazione della società e conferma le conclusioni empiriche di molti economisti.

La risposta alla sua domanda è quindi semplice: bisogna far conoscere il "tesoro nascosto" rappresentato dalla Dottrina Sociale della Chiesa e dibattere su questo tema in gruppi di responsabili economici per trarre dal loro studio conclusioni teoriche e pratiche. E' questo che cerca di fare la Fondazione.

La Fondazione Centesimus Annus - Pro Pontifice, con i suoi 500 soci presenti in una decina di Paesi, è una realtà internazionale capace di osservare i fenomeni che caratterizzano le dinamiche dell'economia mondiale. Qual è l'opera che la Fondazione svolge per sensibilizzare gli imprenditori?

Domingo Sugranyes: In primo luogo, cerchiamo di far sì che il numero dei soci continui ad aumentare e che l'ambito abbracciato dalla Fondazione si estenda ad altri Paesi.

Per convincere gli imprenditori è necessario avvicinarsi alle loro preoccupazioni; in questo contesto, l'Enciclica Caritas in Veritate ci offre alcuni orientamenti estremamente interessanti sul ruolo ampliato dell'iniziativa imprenditoriale, che non è mai stata determinata meccanicamente dal mero desiderio di benefici a breve termine (le logiche dell'imprenditore e dell'investitore passivo sono piuttosto diverse), ma che oggi si deve arricchire con nuove aspettative e nuove dimensioni del bene comune, in cui possano confluire le "leggi" del mercato e della politica con motivazioni caratterizzate dal dono e dalla gratuità.

Per comprendere in profondità questi orientamenti e tradurli in termini concreti di dinamica economica, contiamo da un lato sui nostri consulenti spirituali, dall'altro su un gruppo internazionale di studiosi riuniti in un Comitato Scientifico presieduto da un prestigioso economista italiano, il professor Quadrio Curzio, vicepresidente dell'Accademia Nazionale dei Lincei. I lavori che ne derivano sono resi noti nei Convegni internazionali della Fondazione e in numerosi atti organizzati dai soci a livello nazionale o locale.

Formare le coscienze secondo una prospettiva cristiana è un compito molto importante che la Fondazione svolge fin dalla sua nascita. Quali sono i programmi e gli obiettivi che intende perseguire in questo ambito durante il suo mandato?

Domingo Sugranyes: I soci della Fondazione assumono l'obbligo di formarsi nella Dottrina Sociale della Chiesa. In Italia hanno la possibilità di farlo nei corsi organizzati dalla Fondazione insieme alla Pontificia Università Lateranense. In altri Paesi esistono altre istituzioni che forniscono questo tipo di formazione, e la Fondazione ha previsto di stabilire nei prossimi anni accordi con queste realtà per costituire una rete di centri di formazione a disposizione dei soci.

Allo stesso modo, sono utili a questo scopo le riunioni regolari dei soci con gli assistenti spirituali della Fondazione nominati nei vari Paesi dalle Conferenze Episcopali. Oltre alla formazione teorica, la Fondazione persegue un altro obiettivo statutario più concreto: raccogliere fondi per sostenere opere o istituzioni scelte dal Santo Padre o che egli sottopone alla nostra attenzione. In questo modo per i soci c'è anche un dovere di impegno materiale.

In quali altri ambiti si orienterà la sua azione?

Domingo Sugranyes: Sulla linea descritta, per espressa indicazione del Santo Padre attraverso il Presidente dell'Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (APSA), Sua Eminenza il Cardinale Attilio Nicora, al quale la Fondazione fa riferimento, cercheremo di sostenere materialmente un'altra istituzione vaticana, il Pontificio Istituto di Studi Arabi e d'Islamistica (PISAI).

Si tratta di un istituto di altissimo valore accademico che prepara laici e religiosi destinati a conoscere e a comprendere in profondità il mondo arabo e l'islam. Il PISAI ha più di 100 anni di vita ed è conosciuto e rispettato anche in ambienti islamici. Ci è stato chiesto di aiutare i suoi responsabili a modernizzare le strutture e a fornire borse di studio. Ci avviciniamo quindi anche a un campo di enorme interesse nel mondo attuale: il dialogo interreligioso sulle questioni di etica economica e sociale.

Il primo rapporto sulla Dottrina Sociale della Chiesa nel mondo, pubblicato dall'Osservatorio internazionale Cardinale Van Thuân sulla DSC, ha ricordato le tante iniziative per la diffusione del Compendio della DSC. La Fondazione Centesimus Annus - Pro Pontifice è nata proprio per questo. Può spiegare le iniziative e l'impegno della Fondazione in questo ambito?

Domingo Sugranyes: Tutti i nostri sforzi saranno orientati a far conoscere la Dottrina e a far riflettere gli eminenti esperti di economia e di etica sociale con i nostri soci, per trarre conseguenze e un rinnovato impegno. Ma non siamo soli! Fortunatamente nel mondo ci sono molte iniziative che operano nella stessa direzione e c'è molto da fare per tutti, cercando l'arricchimento che deriva da esperienze così varie.

[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]










Società, economia, politica nella “Caritas in Veritate”
Al centro di un Convegno svoltosi all’Università di Padova

di Antonio Gaspari


ROMA, mercoledì, 3 febbraio 2010 (ZENIT.org).- “Il vero sviluppo dell’uomo passa nella scoperta del progetto di Dio su di noi e nell’amare i fratelli nella verità del progetto di Dio”. Con queste parole monsignor Giampaolo Crepaldi, Arcivescovo di Trieste, ha concluso il suo intervento venerdì 29 gennaio nell’aula magna dell’Università di Padova.

Il convegno dal titolo “Società, economia, politica nella Caritas in Veritate” ha visto la partecipazione e gli interventi di: Giuseppe Zaccaria, del rettore dell’Università di Padova; Giovanni Bazoli, presidente del Consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo; Pierluigi Bersani, segretario nazionale del Partito Democratico; Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà; e Maurizio Sacconi, ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali.

L'incontro è stato organizzato dall’associazione Rosmini in collaborazione con Centro giovanile Antonianum, Centro Universitario Padovano, Collegio universitario Forcellini, Collegio universitario Murialdo, Compagnia delle Opere del Veneto, Federazione Universitaria Cattolica Italiana (Fuci), Istituto Filosofico Aloisianum, Istituto Romano Bruni, Lista studentesca Ateneo Studenti, Pastorale Sociale e del Lavoro - Diocesi di Padova, e Pastorale Universitaria - Diocesi di Padova.

Monsignor Crepaldi ha ricordato che la Dottrina sociale della Chiesa “consiste nell’annuncio della verità dell’amore di Cristo nella società, e sente il bisogno di incontrare l’università, ossia il sapere e i saperi”, perchè – ha aggiunto citando la Fides et ratio – “questo è uno dei compiti di cui il pensiero cristiano dovrà farsi carico nel corso del prossimo millennio dell’era cristiana”.

“Non si tratta solo di una esigenza epistemologica - ha continuato -, si tratta invece dell’uomo e del suo bene” perché “il cristianesimo è la fede nel Dio dal volto umano”.

Citando gli interventi del Pontefice Benedetto XVI, l’Arcivescovo di Trieste ha ricordato che i cattolici credono “in quel Dio che è Spirito creatore, Ragione creativa” e “questa Ragione creativa è Bontà, è Amore”.

Per questo motivo “la ragione può parlare di Dio, deve anzi parlare di Dio, se non vuole amputare se stessa”.

Secondo monsignor Crepaldi, “lo sviluppo stesso dell’uomo quindi richiede l’incontro tra la fede e la ragione e la Dottrina sociale della Chiesa si trova proprio in questo punto di incontro”.

In questo contesto la “'Caritas in Veritate' spiega che Lo sviluppo non è la semplice crescita: lo sviluppo diventa possibile in vista di un fine che ci viene incontro e ci attrae”

A questo proposito l’Arcivescovo di Trieste ha ripreso un altro passaggio di Benedetto XVI il quale al College del Bernardins ha detto che “i monaci cercavano Dio, ma così facendo hanno anche sviluppato la grammatica della convivenza umana”; mentre nell’enciclica “Spe salvi” si cita San Bernardo di Chiaravalle, secondo il quale “nessuna positiva strutturazione del mondo può riuscire la dove le anima inselvatichiscono” .

“La collaborazione tra la scienza e la fede cristiana nell’orizzonte della Dottrina sociale della Chiesa - ha sottolineato monsignor Crepaldi - ha anche l’effetto positivo di farci guidare nelle tematiche dello sviluppo da un sano realismo piuttosto che dalle prospettive ideologiche”.

E “ascoltare il sapere e i saperi è importante per la carità, perché possa essere vera” perché “non c’è l’intelligenza e poi l’amore: ci sono l’amore ricco di intelligenza e l’intelligenza piena di amore”.

In conclusione l’Arcivescovo di Trieste ha affermato che “questa 'armonia' risulta particolarmente evidente nella 'Caritas in veritate' quando essa enuncia il principio secondo il quale la gratuità e il dono non si aggiunge solo dopo l’attività economica ma le deve riguardare fin dall’inizio”.
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La Dottrina Sociale è annuncio della verità di Cristo nella società
La "Caritas in Veritate" e la questione antropologica

di Antonio Gaspari

ROMA, martedì, 9 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Nel primo degli incontri per il 2010 in Cattedrale a Roma, questo lunedì, il Cardinale Camillo Ruini ha spiegato la rilevanza della Dottrina Sociale della Chiesa come rivoluzione antropologica che intende annunciare la verità di Cristo nella società.

Tema dell'incontro, organizzato dal Vicariato dei Roma, è stato "Caritas in Veritate. Riflessione sui fondamenti antropologici"

Introducendo il tema, il Cardinale Agostino Vallini, Vicario di Roma, ha precisato che "con la 'Caritas in Veritate' il Papa ha offerto alla Chiesa e a tutti gli uomini di buona volontà una riflessione di grande impegno argomentativo sullo sviluppo umano, un documento organico di analisi e di progetto per un mondo nuovo; potremmo dire: un manuale etico per l'economia, e anche - in un certo senso - una guida alla politica, intesa in senso alto. Insomma un testo di ampio respiro e di speranza".

"Per Papa Benedetto - ha aggiunto il porporato - nessuna questione che interessa l'uomo - dunque anche quella sociale - può prescindere dal rinvio ai fondamenti. Cioè non cambia il concetto di uomo e il modo con cui si interpreta la relazione che sussiste tra uomo e natura, uomo e libertà, uomo e lavoro, uomo ed economia, cambiano conseguentemente il concetto di società, lo scopo del processo economico, le regole e gli obiettivi dello sviluppo".

Il Cardinal Ruini, attuale presidente del Progetto Culturale della Conferenza Episcopale Italiana, ha subito sottolineato, riprendendo il concetto dall'Enciclica papale, che "la questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica" e che, "senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo, e un cristianesimo di carità senza verità diventa facilmente marginale".

Da qui l'asserzione secondo cui "la Dottrina Sociale della Chiesa è ‘Caritas in Veritate in re sociali': annuncio della verità di Cristo nella società".

Il già presidente della CEI e Vicario di Roma ha spiegato che "la verità dell'uomo si esprime anzitutto nella centralità della persona umana", principio chiave di una "corretta e feconda attuazione dello sviluppo".

"E' la persona, infatti, il soggetto che deve assumersi primariamente il dovere dello sviluppo, ed è la persona la risorsa fondamentale che rende possibile lo sviluppo, il primo capitale da salvaguardare in vista dello sviluppo stesso".

In questo contesto, secondo il porporato "l'Enciclica capovolge la tesi, da tempo diffusa, che l'eccessivo incremento demografico sia all'origine del sottosviluppo, o almeno dei ritardi dello sviluppo".

"E' piuttosto la denatalità - ha precisato - a rivelarsi oggi causa di incertezza e anche di declino in Nazioni economicamente sviluppate, mentre l'apertura moralmente responsabile alla vita rappresenta una ricchezza sociale ed economica".

"Pertanto, il rispetto per la vita e l'apertura alla vita sono al centro del vero sviluppo, mentre la mentalità antinatalista e le legislazioni contrarie alla vita, come le pratiche di controllo demografico imposte dai Governi, comportano assai pesanti costi umani e sociali", ha aggiunto.

Nel contesto che unisce l'etica sociale e l'etica della vita è evidente lo stretto rapporto della "Caritas in Veritate" non solo con la Populorum Progressio, ma anche con l'Humanae Vitae, oltre che con la Evangelium Vitae.

A questo proposito, il presidente del Progetto Culturale ha sostenuto con forza l'invito di Papa Benedetto XVI a superare la divaricazione nella sensibilità morale che caratterizza l'odierno Occidente.

Riprendendo l'"Evangelium Vitae" di Giovanni Paolo II, il Cardinal Ruini ha affermato che non può "avere solide basi una società che - mentre afferma valori quali la dignità della persona, la giustizia e la pace - si contraddice radicalmente accettando e tollerando le più diverse forme di disistima e violazione della vita umana, soprattutto se debole ed emarginata".

Dopo aver denunciato il rischio dei un nichilismo della tecnica, con l'utilizzo utilitaristico e scientista delle conoscenze scientifiche e delle nuove tecnologie, il già presidente della CEI ha posto l'attenzione sulle "attuali tendenze a separare la cultura dalla natura, (...) problema decisivo, anche per la salvaguardia del creato".

Il vero e fondamentale problema, osserva, è "la complessiva tenuta morale dell'umanità e il rispetto integrale del soggetto umano e della sua vita". E' in questo ambito che "l'ecologia umana" reca vantaggio anche all'ecologia ambientale.

"E quando si ha a che fare con la centralità dell'uomo, con l'etica e con la legge naturale, non è possibile evitare la domanda su Dio", ha spiegato.

La "Conclusione" dell'Enciclica si apre perciò con un'affermazione forte, che riprende l'istanza centrale del magistero di Benedetto XVI: "Senza Dio l'uomo non sa dove andare e non riesce nemmeno a comprendere chi egli sia".

Considerazione che riflette il pensiero di Paolo VI nella "Populorum Progressio", secondo cui "l'uomo non è in grado di gestire da solo il proprio progresso, perché non può fondare su se stesso un vero umanesimo".

"Solo se riteniamo di essere chiamati a far parte della famiglia di Dio come suoi figli saremo in grado di produrre un nuovo pensiero e di esprimere nuove energie a servizio di un vero umanesimo integrale - ha concluso il Cardinal Ruini -. Al contrario, sia le chiusure ideologiche a Dio sia l'ateismo dell'indifferenza, che dimenticano il Creatore e rischiano di dimenticare anche i valori umani, sono oggi tra i maggiori ostacoli dello sviluppo".
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La Caritas in Veritate e la Dottrina Sociale della Chiesa


ROMA, giovedì, 11 febbraio 2010 (ZENIT.org).- Per la Rubrica di Dottrina Sociale e Bene Comune, pubblichiamo il contributo di monsignor Angelo Casile, Direttore dell'Ufficio Nazionale per la Pastorale Sociale e del Lavoro della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), sul tema "La Caritas in Veritate e la Dottrina Sociale della Chiesa".

* * *

Premettere l'essere al fare

Scorrendo le pagine della Caritas in veritate, appare evidente il primato dell'essere sul fare. «È la verità originaria dell'amore di Dio, grazia a noi donata, che apre la nostra vita al dono e rende possibile sperare in uno "sviluppo di tutto l'uomo e di tutti gli uomini"» (CV 8). Il principio, usato da Joseph Ratzinger, nell'opera Introduzione al Cristianesimo pubblicata nell'ormai lontano 1968,[1] prospetta una conversione a una nuova sapienza che vede ogni ambito sociale come una chiamata, come occasione per vivere la propria vocazione, nell'assunzione di personale responsabilità per la crescita del bene comune.[2]

Senza l'accoglienza del dono di Dio, del primato cioè dell'essere sul fare, si snatura ogni intervento umano e ogni azione o ambito perde il proprio valore a favore dello sviluppo integrale dell'uomo. Infatti, senza il dono di Dio:

la carità... diviene sentimentalismo e non amore che promuove l'uomo nella verità (cfr CV 3);

la verità... opinione contingente dei soggetti e non luce che dà senso e valore alla carità (cfr CV 3);

il creato... risorsa da saccheggiare e non giardino da custodire e utilizzare come dono di Dio da consegnare "nuovo" alle generazioni future (cfr CV 48);

la giustizia... attribuzione di diritti e non profonda esperienza della misericordia di Dio e parte integrante di quell'amore coi fatti e nella verità (cfr CV 6);

la pace... accordo tra i popoli e non accoglienza di Gesù "nostra pace" che germina nella paziente tessitura di incontri tra i popoli nell'amore e nella comprensione reciproca (cfr CV 73);

il lavoro... produzione di beni e servizi e non espressione della propria creatività a immagine del Creatore (cfr CV 41);

la politica... visione utopistica e ideologica e non testimonianza della carità divina che, operando nel tempo, prepara l'eterno (cfr CV 7);

la tecnica... riduzione di tutto a puro fare e non sapienza che governa l'armonia del cosmo nella signoria dello spirito sulla materia (cfr CV 69);

la solidarietà... assistenzialismo paternalista e non fraternità che accoglie riconoscendo nell'altro il volto di un figlio di Dio nel sentirsi tutti responsabili di tutti (cfr CV 38);

la sussidiarietà... particolarismo sociale e non antidoto all'assistenzialismo nel rispetto della dignità della persona, capace di donare qualcosa e se stesso agli altri (cfr CV 57);

il mercato... sopraffazione del debole e non luogo di incontro ed esperienza di scambio di doni nella fiducia e per un sviluppo umano integrale (cfr CV 35);

l'impresa... vantaggio personale e non servizio all'economia reale e promozione di sviluppo stabile nella comunità locale (cfr CV 40);

il turismo... evasione consumistica e scadimento morale e non riposo nella festa e promozione della conoscenza reciproca e della cooperazione internazionale (cfr CV 61);

la globalizzazione... dinamica fatalista e non occasione per orientare l'umanità nella relazionalità, nella comunione e nella condivisione del sentirsi l'unica famiglia di Dio (cfr CV 42);

i migranti... mera forza lavoro e non persone con diritti inalienabili che vanno rispettati da tutti e in ogni situazione (cfr CV 62);

la crescita demografica... causa di sottosviluppo e non apertura responsabile alla vita nella bellezza della famiglia, cellula vitale della società e del suo sviluppo (cfr CV 44);

la bioetica... predominio sulla vita e non luogo di esercizio della responsabilità dell'uomo nell'accoglienza di Dio e nel fecondo dialogo tra fede e ragione (cfr CV 74);

la crisi... incapace rassegnazione e non occasione di discernimento, di nuova progettualità, di fiduciosa speranza nelle scelte che riguardano sempre più il destino dell'uomo (cfr CV 21).

Impegnarsi per lo sviluppo umano integrale

Il tema prevalente della Caritas in veritate è «lo sviluppo umano integrale» (CV 4) a partire da Dio, Amore e Verità, e approfondito nella continuità con le dinamiche della Populorum progressio di Paolo VI che rifletteva sulle prospettive dello sviluppo dei popoli.

Benedetto XVI afferma di voler «rendere omaggio e tributare onore alla memoria del grande Pontefice Paolo VI» e, collocandosi sulla sua scia, come già fece Giovanni Paolo II con la Sollicitudo rei socialis, giunge a considerare la Populorum progressio come «la Rerum novarum dell'epoca contemporanea» (CV 8).

Dobbiamo a Paolo VI anche la sottolineatura della rilevanza dell'evangelizzazione con l'Evangelii nuntiandi e delle problematiche sociali connesse ai temi legati alla procreazione con l'Humanae vitae.

La Caritas in veritate fa proprie tre prospettive di ampio respiro contenute nell'enciclica di Paolo VI e legate allo sviluppo umano integrale.

La prima prospettiva è che «il mondo soffre per mancanza di pensiero (PP 85)» (CV 53), è necessaria perciò una interdisciplinarietà dei saperi a servizio dello sviluppo umano; la seconda che «Non vi è umanesimo vero se non aperto verso l'Assoluto (PP 42)» (CV 16), il traguardo dello sviluppo di tutto l'uomo e di tutti gli uomini è davanti a noi e sopra di noi; la terza è che all'origine del sottosviluppo c'è «la mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli (PP 66)» (CV 19).

Infine, fa notare come anche Paolo VI faceva appello alla carità e alla verità quando invitava ad operare «con tutto il loro cuore e tutta la loro intelligenza» (cfr PP 82)» (CV 8).

S.E. Mons. Mario Toso, Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, invita a leggere la Caritas in veritate, prima enciclica sociale del Terzo Millennio, per la profonda riflessione sull'attuale momento storico e culturale e perché prospetta «l'esigenza di un nuovo "rinascimento" e di un nuovo umanesimo, previo il recupero della verità sull'uomo, sull'economia, sulla politica, sullo sviluppo, sulla globalizzazione».[3]

Il vero sviluppo umano integrale è impossibile senza uomini retti che si impegnino nella fraternità, nella solidarietà e nella sussidiarietà che privilegiano l'educazione guidata da una visione integrale dell'uomo, per un lavoro "decente" per tutti, nella cooperazione sociale basata sulla convivialità, nell'economia e nella finanza finalizzate al sostegno di un vero sviluppo.

Tale sviluppo globale, secondo il Messaggio per la XLIII Giornata Mondiale della Pace deve prendere una «direzione più rispettosa nei confronti del creato e di uno sviluppo umano integrale, ispirato ai valori propri della carità nella verità... fondato sulla centralità dell'essere umano, sulla promozione e condivisione del bene comune, sulla responsabilità, sulla consapevolezza del necessario cambiamento degli stili di vita e sulla prudenza, virtù che indica gli atti da compiere oggi, in previsione di ciò che può accadere domani».[4]

[1] «La mentalità di oggi infatti, sotto forma di positivismo e di fenomenologismo, ci invita a limitarci al "visibile", al "fenomenico" nel senso più ampio del termine, a estendere l'atteggiamento metodico di fondo, cui le scienze naturali vanno debitrici dei loro successi, alla totalità dei nostri rapporti con la realtà. In quanto tecnica, poi, ci incita ad abbandonarci al fattibile e ad attenderci da esso il terreno solido che ci sostiene. Il primato dell'invisibile sul visibile e del ricevere sul fare contrasta in maniera stridente con tale impostazione di fondo. È appunto questa la causa per cui lo slancio dell'abbandono fiducioso al non-visibile ci risulta oggi così difficile» Joseph Ratzinger, Introduzione al Cristianesimo, Editrice Queriniana, Brescia 200816, p. 67.

[2] Cfr Giampaolo Crepaldi, Introduzione alla lettura dell'enciclica Caritas in veritate, in: Benedetto XVI, Caritas in veritate, Edizioni Cantagalli, Siena 2009, p. 19.

[3] Mario Toso, La speranza dei popoli. Lo sviluppo nella carità e nella verità - L'enciclica sociale di Benedetto XVI letta e commentata, LAS Editrice, Roma 2009, p. 10.

[4] Benedetto XVI, Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato, Messaggio per la XLIII Giornata Mondiale della Pace, 2009, 9.
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La dottrina sociale della Chiesa nella "Caritas in veritate"
di mons. Angelo Casile*


ROMA, giovedì, 25 febbraio 2010 (ZENIT.org).- La Caritas in veritate contiene delle precise affermazioni sulla natura della dottrina sociale della Chiesa, definita come «caritas in veritate in re sociali: annuncio della verità dell’amore di Cristo nella società. Tale dottrina è servizio della carità, ma nella verità» (CV 5).

Ciò significa che la dottrina sociale è anzitutto: «elemento essenziale di evangelizzazione… annuncio e testimonianza di fede... strumento e luogo imprescindibile di educazione ad essa» (CV 15), «servizio alla verità che libera. Aperta alla verità, da qualsiasi sapere provenga, la dottrina sociale della Chiesa l’accoglie, compone in unità i frammenti in cui spesso la ritrova, e la media nel vissuto sempre nuovo della società degli uomini e dei popoli» (CV 9).

Seguendo l’insegnamento della Sollicitudo rei socialis di Giovanni Paolo II e riprendendo quanto già affermato sul magistero nella continuità della vita della Chiesa,1 Benedetto XVI afferma che non esiste una dottrina sociale «preconciliare e una postconciliare, diverse tra loro, ma un unico insegnamento, coerente e nello stesso tempo sempre nuovo» (CV 12).

La dottrina sociale «illumina con una luce che non muta i problemi sempre nuovi che emergono» e «fa parte della Tradizione sempre vitale della Chiesa» in quanto si rifà alle opere e alle parole di Gesù, ed «è costruita sopra il fondamento trasmesso dagli Apostoli ai Padri della Chiesa e poi accolto e approfondito dai grandi Dottori cristiani» (CV 12). Non si può leggere la dottrina sociale «fuori dal contesto del vangelo e del suo annuncio.

La dottrina sociale, come mostra questa enciclica, nasce e si interpreta alla luce della rivelazione» e impegna «in primo luogo il cristiano a “incarnare” la sua fede»2. Il punto di vista della dottrina sociale della Chiesa non è la realtà sociale sociologicamente intesa, ma la fede apostolica che annuncia il «Dio dal volto umano» (CV 55).

Scrive Benedetto XVI: Lo sviluppo «ha bisogno di cristiani con le braccia alzate verso Dio» (CV 79). La dottrina sociale perché diventi promozione di sviluppo integrale ha bisogno di uomini nuovi e di cristiani autentici capaci di rinnovare con l’aiuto di Dio se stessi e la società: «Dio rinnova il cuore dell’uomo perché questi possa dedicarsi a vivere nella carità e nella giustizia. Perciò i cristiani non stanno semplicemente alla finestra a guardare o a protestare, contagiati dalla moderna cultura della denuncia, ma si lasciano convertire per costruire, in Dio, una cultura nuova».3

La dottrina sociale nella sua prospettiva interdisciplinare permette «alla fede, alla teologia, alla metafisica e alle scienze di trovare il loro posto entro una collaborazione a servizio dell’uomo. È soprattutto qui che la dottrina sociale della Chiesa attua la sua dimensione sapienziale» (n. 31).

Attorno al principio “caritas in veritate”, «ruota l’intera dottrina sociale della Chiesa. Solo con la carità, illuminata dalla ragione e dalla fede, è possibile conseguire obiettivi di sviluppo dotati di valenza umana e umanizzante».4

L’importanza della dottrina sociale della Chiesa si fa oggi sempre più evidente, in un tempo segnato da profondi e radicali cambiamenti, che ci chiede bussole efficaci, punti di riferimento per confrontarci con la complessità che ci circonda e tali orientamenti sono tanto più essenziali quando più si opera nel campo della formazione all’impegno sociale e politico.


NOTE


1) Cfr Benedetto XVI, Discorso alla Curia Romana per la presentazione degli auguri natalizi (22 dicembre 2005): Insegnamenti I (2005), 1023-1032.

2) Così ribadiva il Card. Paul Josef Cordes, Presidente del Pontificio Consiglio “Cor Unum”, nel suo intervento di presentazione dell’enciclica il 7 luglio scorso.

3) Idem.

4) Benedetto XVI, Discorso all’Udienza generale, 8 luglio 2009. Potrebbe essere utile approfondire altre piste: Si può consultare il testo AA.VV., Carità Globale. Commento alla Caritas in veritate, Editrice AVE, Roma 2009.


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*Mons. Angelo Casile è Direttore dell'Ufficio Nazionale per la Pastorale Sociale e del Lavoro della Conferenza Episcopale Italiana.
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Il lavoro nella “Caritas in veritate” e l’imprenditoria giovanile
di mons. Angelo Casile*


ROMA, giovedì, 18 marzo 2010 (ZENIT.org).- «Non esistono formule magiche per creare lavoro. Occorre investire nell’intelligenza e nel cuore delle persone…». È un pensiero di mons. Mario Operti, Direttore dell’Ufficio Nazionale per i problemi sociali e il lavoro negli anni 1994-2000, che descrive realisticamente il lavoro come un investimento, un'opera paziente dell’intelligenza e del cuore.

A ben pensarci, questa opera di paziente dedizione per il lavoro trova piena realizzazione nel Progetto Policoro,[1] pensato da don Mario nel 1995, ma che rivela ancora oggi tutta la sua positività perché punta a valorizzare i giovani attraverso l’annuncio del Vangelo, l’educazione a una nuova cultura del lavoro e l’esprimere insieme segni di speranza (cooperative, imprese), che inverano la parola annunciata e diventano segni di fiducia e speranza in territori che spesso vivono l’esperienza del lavoro nero, della criminalità, della disoccupazione.

“Intelligenza e cuore” oppure potremmo dire “conoscenza e amore”, “verità e carità” per usare un binomio molto caro al Santo Padre Benedetto XVI al punto da donarci, il 29 giugno 2009, un’intera enciclica intitolata Caritas in veritate (CV), che si apre con una straordinaria affermazione: «La carità nella verità, di cui Gesù Cristo s’è fatto testimone con la sua vita terrena e, soprattutto, con la sua morte e risurrezione, è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera» (CV 1). È Cristo, verità e carità, la forza del nostro sviluppo, è «Dio è il garante del vero sviluppo dell’uomo» (CV 29).

«Veritas in caritate» (Ef 4,15), ma anche in modo inverso e complementare “caritas in veritate”, nel senso che la verità va cercata, trovata ed espressa nella carità, «e la carità a sua volta va compresa, avvalorata e praticata nella luce della verità» (CV 2).

La Caritas in veritate fa proprie tre prospettive di ampio respiro contenute nell’enciclica Populorum progressio (PP) di Paolo VI e legate allo sviluppo umano integrale:

- «il mondo soffre per mancanza di pensiero (PP 85)» (CV 53), è necessaria perciò una profonda opera formativa ed educativa a servizio dello sviluppo umano;

- «non vi è umanesimo vero se non aperto verso l’Assoluto (PP 42)» (CV 16), occorre educare al trascendente, il traguardo dello sviluppo di tutto l’uomo e di tutti gli uomini è davanti a noi e sopra di noi;

- all’origine del sottosviluppo c’è «la mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli (PP 66)» (CV 19), è importante riscoprire la fraternità nella logica della gratuità e del dono.

Formare l’uomo, educarlo al trascendente e fargli riscoprire e vivere la fraternità sono compiti da realizzare nella carità e nella verità, con tutto il cuore e con tutta l’intelligenza (cfr PP 82: CV 8).

Lavoro… investire nell’intelligenza e nel cuore delle persone

Occorre investire nell’intelligenza e nel cuore delle persone… perché «tutti gli uomini avvertono l’interiore impulso ad amare in modo autentico: amore e verità non li abbandonano mai completamente, perché sono la vocazione posta da Dio nel cuore e nella mente di ogni uomo. Gesù Cristo purifica e libera dalle nostre povertà umane la ricerca dell’amore e della verità e ci svela in pienezza l’iniziativa di amore e il progetto di vita vera che Dio ha preparato per noi. In Cristo, la carità nella verità diventa il Volto della sua Persona, una vocazione per noi ad amare i nostri fratelli nella verità del suo progetto. Egli stesso, infatti, è la Verità (cfr Gv 14,6)» (CV 1).

La Caritas in veritate ci ricorda che ogni uomo, in quanto amato da Dio, riceve una vocazione che si concretizza nell’amare nella verità Dio e il prossimo. Solo dopo aver accolto il dono del Vangelo nella nostra vita, possiamo annunciare la verità dell’amore di Cristo nella società, testimoniare Gesù risorto con coraggio e generosità in ogni ambito: lavoro, politica, economia, sociale…

Siamo chiamati da Dio a rispondergli ogni giorno e ad aiutare gli altri a rispondere, a vivere la carità nella verità, a riconoscere il vero, a gioire del bello e a godere del buono.

Anche il lavoro quindi è per l’uomo una vocazione: «Non a caso Paolo VI insegnava che “ogni lavoratore è un creatore”[2] (CV 41). Il lavoro è atto della persona,[3] per cui è bene che a ogni lavoratore «sia offerta la possibilità di dare il proprio apporto in modo che egli stesso sappia di lavorare in proprio» (CV 41). Il lavoro permette a ogni uomo di esprimere sé stesso, il proprio talento, le proprie capacità in quanto è espressione della propria creatività a immagine del Creatore, di un Dio che “lavora” nella Creazione e nella Redenzione. La Bibbia si apre con Dio che lavora: «In principio Dio creò il cielo e la terra» (Gen 1,1) e che crea l’uomo a sua immagine.

Attraverso il lavoro l’uomo realizza se stesso, poiché il lavoro, per essere pienamente vero, ci deve parlare oltre che dell’uomo e della sua dignità, anche di Dio. Di Dio che lavora sei giorni e il settimo si riposa fa festa e gioisce, trovando bella l’opera delle sue mani (Gen 2,2), di Dio che si è identificato per quasi trent’anni della sua vita terrena nel lavoro del carpentiere di Nazareth (Mc 6,3), di Dio che ha redento il lavoro e ha chiamato i suoi discepoli a seguirlo mentre erano al lavoro, invitandoli a diventare pescatori di uomini (Lc 5,10), di Dio che «ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con mente d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo».[4]

Il lavoro nella Caritas in veritate… prospettive

Il nostro Dio lavora; «continua a lavorare nella e sulla storia degli uomini. In Cristo Egli entra come Persona nel lavoro faticoso della storia. “Il Padre mio opera sempre e anch’io opero”. Dio stesso è il Creatore del mondo, e la creazione non è ancora finita».[5] Avendo come sfondo queste parole di Benedetto XVI su Dio che lavora, approfondiamo il tema del lavoro nella Caritas in veritate.

Nell’enciclica non c’è una trattazione sistematica del lavoro, cosi come per tanti altri temi,[6] tuttavia si trovano tanti riferimenti particolari che aiutano ad avere una visione del lavoro collocata nell’orizzonte della primato di Dio, della rilevanza dell’essere sul fare e della vocazione dell’uomo allo sviluppo integrale.

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*Mons. Angelo Casile è Direttore dell'Ufficio Nazionale per la Pastorale Sociale e del Lavoro della Conferenza Episcopale Italiana.


1) Nato all’indomani del Convegno Ecclesiale di Palermo con il coinvolgimento del Servizio Nazionale per la pastorale giovanile e di Caritas Italiana. Il primo incontro si svolse a Policoro (MT) il 14 dicembre 1995.

2) Lett. enc. Populorum progressio, 27.

3) Giovanni Paolo II, Lett. enc. Laborem exercens, 24.

4) Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 22.

5) Benedetto XVI, Discorso all’Incontro con il mondo della cultura al Collège des Bernardins, Parigi, 12 settembre 2008.

6) Il tema di fondo dell’enciclica è lo sviluppo (250 ricorrenze). La dottrina sociale della Chiesa è “caritas in veritate in re sociali”, ovvero annuncio della verità dell’amore di Cristo nella società. Quindi si tratta di una verità (96) che sempre si esprime nella carità (90), nell’amore donato, nell’amare (68). Ogni società elabora un sistema di giustizia (45), quale “misura minima della carità”, ma nonostante ciò si producono disuguaglianze, povertà intollerabili e si lasciano soli i poveri (30). La crisi (22) economico-finanziaria potrà essere un’opportunità per ripensare un nuovo modello di sviluppo se, è questo l’invito dell’enciclica, l’impresa (30), la politica (28), l’economia (28), la tecnica (27) rimettono al centro la persona (57), nella sua libertà (38), responsabilità (51) e impegno nel lavoro (50). Il sociale (109) deve diventare spazio pubblico di relazione con l’altro (38) in una logica di fraternità e reciprocità (16) da vivere della comunità (24) e della comunione (10) fra uomini e fra Stati (26) nella prospettiva di una vera famiglia umana (10). Il mercato (33) deve aprirsi al dono e alla gratuità (36) nel perseguimento del bene comune (19), vera declinazione dell’etica (19), parola troppo spesso vuota. Gli strumenti? Una logica di sussidiarietà (13) per il governo della globalizzazione (30) e un metodo di collaborazione e di cooperazione (21). Da segnalare l’ingresso di molte parole nuove per lo sviluppo possibile: Microcredito, Microfinanza, Finanza etica (4); Responsabilità sociale dell’impresa (3); non profit (2); Terzo settore (1); economia civile e di comunione (2) (cfr blog.vita.it/lapuntina/2009/07/08/lenciclica-parola-per...
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Per una società ed una economia a misura d'uomo
Convegno a Milano sulla "Caritas in Veritate"



MILANO, venerdì, 19 marzo 2010 (ZENIT.org).- A Milano il 13 marzo scorso, presso l'Auditorium dell'Istituto Gonzaga, si è tenuto un convegno organizzato dalla Fondazione Enzo Peserico www.fondazioneenzopeserico.org sul tema "Per una società ed una economia a misura d'uomo. Riflessioni intorno alla Lettera Enciclica Caritas in Veritate".

Il convegno ha affrontato il tema dello sviluppo, da ripensare a partire dalla dottrina sociale, dalla carità che non può essere disgiunta dalla verità; contro l'ideologia del relativismo e del materialismo, che ha dimostrato il suo fallimento sociale ed economico.

In apertura del convegno, Sabrina Pagani Peserico, presidente della Fondazione organizzatrice e vedova di Enzo Peserico, ha ricordato la figura del marito, testimone esemplare di uno stile di vita cristiano che, in ogni ambito, familiare, sociale, educativo e professionale, è riuscito a dimostrare che si può vivere secondo i principi del Vangelo, augurandosi che la Fondazione che porta il suo nome possa continuare ad indicare quella strada e quell'esperienza.

Stefano Fontana, Direttore dell'Osservatorio Internazionale "Cardinale Van Thuân" sulla dottrina sociale della Chiesa, nella relazione sul tema "Libertà e responsabilità: l'autentica vocazione dell'attività economica", ha ricordato che la Caritas in veritate è molto di più di un'enciclica sull'economia.

Il Pontefice ha sorpreso con l'affermazione che la logica del dono appartiene fin da subito alla normale attività economica (n. 36). Fontana è partito da qui per dimostrare come l'economia abbia bisogno di elementi non economici per essere se stessa.

Il dono infatti non può essere collocato dopo l'attività economica ma deve appartenerle fin da principio. Esso rappresenta la vocazione dell'economia in quanto le indica cosa sia e quali siano i suoi fini, ma l'economia per poterlo accogliere e riconoscere deve già possederlo nella forma dell'attesa. Infatti non è possibile desiderare se non ciò che in qualche modo già si conosce.

Secondo Fontana questo spiega non solo il rapporto tra economia e logica del dono, ma anche quello tra ragione e fede, tra giustizia e carità. Nessun livello si dà da solo la propria verità; ognuno si costituisce in virtù di un conferimento di senso che gli deriva da altro. Questo conferimento di senso non può essere prodotto, ma solo accolto in dono.

Fontana è così potuto tornare al cuore stesso della Caritas in veritate, appunto alla verità e all'amore. La loro esperienza da parte nostra è esperienza di un senso che ci è dato in dono e da cui dipendiamo per la nostra identità e la nostra dignità.

E' aperta così la strada ad un "posto di Dio nel mondo", ad una luce di verità e al calore di un amore che fa in modo che tutto il resto scopra la propria verità e dignità, compresa l'economia, ma non solo essa.

Stefano Zamagni, professore ordinario di Economia Politica all'Università di Bologna, ha svolto una relazione sul tema "Le radici della crisi e la ricerca dell'armonia perduta", in cui si è chiesto perché la Caritas in veritate sia tanto letta e discussa.

Il motivo è che essa individua con chiarezza i tre principali paradossi del nostro disagio di civiltà. Il primo è che mentre aumenta il reddito aumentano più che proporzionalmente le disuguaglianze. Il secondo è che abbiamo un sistema agroalimentare in grado di sfamare 12 miliardi di persone e si muore ampiamente ancora di fame e denutrizione. Il terzo è il paradosso della felicità: superati i 32 mila dollari, ulteriori aumenti di ricchezza fanno diminuire l'indice di felicità.

Questo pone in crisi l'essenza stessa del modello capitalistico e il senso stesso della vita economica. Nessuno infatti può fare a meno della felicità. Secondo Zamagni la Caritas in veritate denuncia l'esistenza di tre pericolose separazioni. La prima separazione è quella tra economia e società. All'economia è stata infatti affidata la produzione della ricchezza con il criterio dell'efficienza, mentre alla società sono state affidate la redistribuzione e l'equità con il criterio della solidarietà.

La seconda separazione è tra lavoro e ricchezza. Finora si era pensato che la ricchezza derivasse dal lavoro, oggi con l'attività finanziaria e speculativa non si pensa più così. Ciò comporterebbe tra l'altro la fine della stessa dottrina sociale della Chiesa secondo la quale il lavoro è collaborazione all'opera creativa di Dio.

La terza separazione è tra mercato e democrazia poichè si ritiene che le regole del mercato debbano nascere dal mercato stesso. La Caritas in veritate indica, secondo Zamagni, tre principi guida per ricomporre in armonia queste fratture. Il primo è che la fraternità, parola che compare per la prima volta nell'enciclica, deve entrare dentro il mercato e non collocarsi dopo. La seconda è la "libertà per", che coincide con il problema educativo e con l'emergenza educativa. La terza è il bene comune, che non è un bene totale, somma dei beni individuali, ma il prodotto di un'etica delle virtù.

Massimo Introvigne, sociologo delle religioni e Vice responsabile nazionale di Alleanza Cattolica, ha concluso i lavori con una relazione sul tema "Fede, ragione, persona, comunità", ripercorrendo quattro aspetti dell'enciclica non trattati dai due precedenti relatori: la natura e il fondamento della dottrina sociale della Chiesa; il ricordo dell'enciclica di Papa Paolo VI Populorum progressio; una descrizione di quanto profondamente è cambiata la società negli oltre quarant'anni che ci separano da quel testo; e infine una presentazione delle principali sfide sulle quali, nel contesto attuale, si deve focalizzare un'azione condotta alla luce della dottrina sociale della Chiesa.

Denunciando i rischi del relativismo, ha ricordato che difendere la verità e proporla, annunciarla e testimoniarla è una forma di carità. A proposito della Populorum progressio, Benedetto XVI ribadisce la necessità di leggerla alla luce della Tradizione della dottrina sociale della Chiesa. E al sostantivo "sviluppo" il Pontefice unisce sempre l'aggettivo "integrale", per sottolineare che lo sviluppo che sta a cuore alla Chiesa non è mai solo quello economico.

Se cresce il prodotto interno lordo ma crescono anche gli aborti e i suicidi, o si diffonde l'ateismo, non siamo di fronte a un vero sviluppo. Come afferma Benedetto XVI "Oggi occorre affermare che la questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica" (n. 75). In conclusione, se si esclude la dimensione spirituale non si uscirà dalle crisi dei nostri giorni, né dalla crisi economica né dalla solitudine, e non si opererà veramente per lo sviluppo integrale.
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L'uomo al centro delle scelte socio-politiche
Nella "Caritas in Veritate", la soluzione alla crisi internazionale

di Mariaelena Finessi


ROMA, domenica, 30 maggio 2010 (ZENIT.org). - Già espresso nella “Caritas in veritate”, Benedetto XVI torna a ribadire il concetto secondo cui «il bene comune è la finalità che dà senso al progresso e allo sviluppo». Un bene comune che, però, non può esaurirsi nella produzione, nell'industrializzazione e, in definitiva nella ricchezza materiale. Esistono dei fattori inalienabili, senza i quali infatti l'uomo sarebbe più povero. Quali sono questi fattori? La dignità, innanzitutto, che si sostanzia nella partecipazione alle innumerevoli forme di vita sociale. Siano esse politiche, economiche o culturali.

Della questione, più che mai attuale, si è dibattuto il 25 maggio nel corso dell'incontro all'Università Gregoriana di Roma, “L'uomo al centro delle scelte socio-politiche”, organizzato dalla Fondazione Magis (Movimento e Azione dei Gesuiti Italiani per lo Sviluppo) e dal Jesuit Social Network. Padre Federico Lombardi, direttore della Sala stampa vaticana, a proposito del tema ricorda un recente discorso del Papa, tenuto sabato 22 presso la Fondazione “Centesimus Annus”.

«Come rilevavo nell’enciclica "Caritas in veritate" – spiega il Pontefice - uno dei maggiori rischi nel mondo attuale è quello che "all’interdipendenza di fatto tra gli uomini e i popoli non corrisponda l’interazione etica delle coscienze e delle intelligenze, dalla quale possa emergere come risultato uno sviluppo veramente umano" (n. 9). Una tale interazione, ad esempio, appare essere troppo debole presso quei governanti che, a fronte di rinnovati episodi di speculazioni irresponsabili nei confronti dei Paesi più deboli, non reagiscono con adeguate decisioni di governo della finanza. La politica deve avere il primato sulla finanza e l’etica deve orientare ogni attività».

Padre Lombardi cita poi il Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, là dove è detto che «la comunità politica, realtà connaturale agli uomini, esiste per ottenere un fine altrimenti irraggiungibile: la crescita più piena di ciascuno dei suoi membri, chiamati a collaborare stabilmente per realizzare il bene comune, sotto la spinta della loro tensione naturale verso il vero e verso il bene». Qui è il nodo: la comunità politica è necessaria per raggiungere un bene più grande e collettivo.

Dal canto suo, Maurizio Petriccioli, segretario confederale CISL, parte dall'attualità e nella scelta dei Governi, di procedere a delle misure restrittive per combattere la crisi internazionale, scorge un modis operandi che non tiene conto dei risvolti sociali: «La realtà è che il governo degli uomini è affidato ai mercanti, i quali scriveranno regole per affermare il proprio potere. Innegabile, infatti, il predominio dell'economia sulla politica mentre la sfera sociale è in difficoltà, e la constatazione è quella di una perdita di capacità nel saper andare oltre i bisogni dei singoli».

«Eppure, con toni non equivocabili, nell'enciclica c'è una critica profonda a questo modello di sviluppo che, al contrario, dovrebbe mettere al centro d'ogni iniziativa l'uomo, tutti gli uomini. Un siffatto stato di cose – è questa però la denuncia di Petriccioli – si è reso possibile perché siamo di fronte ad una crisi antropologica: ad essere in crisi è l'uomo stesso, privato dei valori del passato. La crisi ci pone dunque domande sul suo stesso senso e il luogo dove cercare delle risposte ed un riscatto è la comunità. Ecco perché è necessario puntare sullo sviluppo di reti di solidarietà e integrazione, nonché valorizzare il ruolo della sussidarietà, che è cosa diversa, voglio ricordarlo con le parole dell'enciclica, "da quell'assistenzialismo che umilia"».

«Di fatti - spiega Luca Diotallevi, professore associato di Sociologia all'Università di Roma Tre - con il numero 57 della "Caritas in Veritate" fa il suo ingresso nel lessico del magistero pontificio il termine “poliarchico”. In altri termini, essendo il bene comune composto di più beni, di esso non può decidere un potere soltanto. Difendere le ragioni della poliarchia significa allora contrastare la tendenza del potere politico, o di quello economico e scientifico, a farsi assoluto; in breve, significa valorizzare la funzione di reciproca limitazione che ciascun potere svolge rispetto a tutti gli altri. Allo stesso tempo, un ordine sociale poliarchico è strettamente collegato al principio di sussidiarietà, là dove istituzioni e soggetti diversi collaborano tra di loro, anche limitandosi reciprocamente».

«Certo è che una tale riflessione – commenta con amarezza Diotallevi -, sfuggita ai politici e agli stessi cattolici, ci arriva invece dagli ultimi due Pontefici che di fronte ai problemi hanno saputo invece pensare largo. Il termine “nuovo”, ad esempio, quante volte compare nell'enciclica? Contate – è la sfida che lancia Diotallevi - e capirete quanto è impegnativo questo testo». Dunque, una possibile soluzione alla crisi economica e antropologica dei nostri giorni risiederebbe nella "Caritas in Veritate". L'invito è a prendere – specie gli Stati – in giusta considerazione il Magistero di Benedetto XVI, senza finti ossequi e piaggeria.

«Troppo spesso – lamenta il gesuita padre Gianni Notari, direttore dell'Istituto di formazione politica Pedro Arrupe - l'ispirazione etica è stata utilizzata dai politici in modo retorico, senza coerenza tra il detto e le azioni, e così, fatte le dovute eccezioni, tutti parlano di sintonia con le parole del Papa. Tuttavia è incomprensibile la parola di chi è garantito dal potere alle orecchie di chi non ha nulla». Ciò che serve, suggerisce, è «un'etica cristiana, l'esercizio della democrazia, indispensabili opzioni e progetti concreti» che legittimino un nuovo ordine politico che riporti il bene comune al centro del dibattito.

Non sarà facile, certo: «In fondo - spiega Notari, citando Karl Popper - il mondo è un luogo meraviglioso che noi, come giardinieri, possiamo ancora migliorare e coltivare, usando però la modestia di un giardiniere esperto il quale sa che molti dei suoi tentativi falliranno». Eppure, se teniamo “le braccia alzate verso Dio nel gesto della preghiera”, come scrive Benedetto XVI nell'enciclica, «abbiamo non poche probabilità – conclude padre Notari - di essere buoni giardinieri».
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Caritas in Veritate, bene comune, poliarchia e Settimane sociali
Il 10 giugno la tavola rotonda conclusiva della Scuola di formazione "Luigi Sturzo"





ROMA, martedì, 8 giugno 2010 (ZENIT.org).- Si concluderà, giovedì 10 giugno, con una tavola rotonda, la Scuola di formazione politica "Luigi Sturzo" organizzata dal Centro Studi Tocqueville-Acton in collaborazione con Rubbettino Editore.

L'iniziativa, intitolata “Caritas in veritate, bene comune, poliarchia e Settimane sociali dei cattolici italiani”, vedrà, a partire dalle 17.45, la partecipazione dei professori Flavio Felice e Luca Diotallevi, rispettivamente presidente e membro del comitato scientifico del Centro Studi Tocqueville-Acton. Con loro interverranno, i professori Antonio Cocozza e Paolo Armellini. Modererà il giornalista economico di “Panorama” Marco Cobianchi.

Al termine del percorso della Scuola di formazione dedicata all'enciclica “Caritas in veritate” di Benedetto XVI, gli organizzatori hanno deciso di soffermarsi su una delle naturali declinazioni del magistero sociale cattolico: le Settimane sociali, che da diversi decenni costituiscono un momento di riflessione sul medesimo e accompagnano la crescita e la consapevolezza della Chiesa italiana, e in particolare del laicato, sui problemi più urgenti del nostro Paese.

Quest'anno che la 46a Settimana sociale avrà luogo in ottobre (14-17) a Reggio Calabria, il documento preparatorio ha preso le forme di una vera e propria "agenda della speranza" con concreti spunti di riforme esperibili per la situazione italiana.

Il fatto da sottolineare è la netta evoluzione nell'apertura verso le prospettive di analisi delle scienze sociali che affiancano gli orientamenti teologici e pastorali naturalmente caratterizzanti simili documenti.

La cifra di questa evoluzione è l'accoglienza del paradigma poliarchico, una via di studio delle democrazie contemporanee nata dalla riflessione del politologo statunitense Robert Dahl e qui applicato in estensione e profondità per comprendere causa e natura delle emergenze che attanagliano il nostro paese.

In questo compito sarà determinante proprio il vicepresidente del comitato scientifico e organizzatore delle Settimane sociali, il prof. Luca Diotallevi, che in un recente studio edito da Rubbettino (“Una alternativa alla laicità”), ha trattato a fondo il ruolo dei contenuti religiosi nelle poliarchie contemporanee, cercando di dimostrare l'oppornità che il paradigma continentale della laicité (o laicità alla francese) vada superato in direzione del paradigma anglossassone della religious freedom.

Al termine della tavola rotonda, verranno consegnati gli attestati di partecipazione ai frequentanti della scuola di formazione. La partecipazione è libera e aperta a tutti.


[Per maggiori informazioni: www.cattolici-liberali.com]

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Caritas in Veritate e sviluppo tecnologico
Non c’è vero sviluppo laddove la scienza si stacca dalla morale

di Tommaso Scandroglio


ROMA, mercoledì, 16 giugno 2010 (ZENIT.org).- Giovedì 13 maggio, presso il Campus Bovisa del Politecnico di Milano, Massimo Introvigne, moderato dal rettore prof. Giulio Balio, ha tenuto una relazione dal titolo “Tecnologia e Società nella prospettiva di indagine della Caritas in veritate”. La conferenza si è inserita nel ciclo di incontri denominato “Libertà, Scelta e professione” promosso dall’Associazione Laureati del Politecnico di Milano, dalla Cappellania universitaria e da Ingegneria senza Frontiere.

il prof. Introvigne ha centrato il suo intervento soprattutto sul capitolo VI della Caritas in veritate di Benedetto XVI, sezione dedicata allo sviluppo dei popoli e al rapporto tra etica e tecnologia.

Dopo una breve disanima della storia e degli elementi caratterizzanti della Dottrina sociale della Chiesa, Introvigne ha messo in relazione due termini che sono ormai di uso corrente: sviluppo e globalizzazione.

Già Paolo VI nella Populorum progressio distingueva tra sviluppo integrale e sviluppo come vocazione, intesa quest’ultima come elemento trascendente dello sviluppo che trova in Dio la sua causa efficiente e insieme a ciò il suo fine ultimo.

Sviluppo integrale è invece quel processo di incremento valoriale delle società che deve tenere conto non solo dei dati economici e produttivi di un consesso sociale ma soprattutto delle condotte morali. Non c’è vero sviluppo laddove questo si sgancia da riferimenti della morale naturale.

In merito invece alla globalizzazione il fenomeno di per sé è portatore sia di effetti positivi che negativi. Conseguenze positive della globalizzazione sono l’esportazione di tecnologie, di risorse, di conoscenze e scoperte. Gli effetti negativi invece si possono classificare secondo tre voci.

Effetti negativi culturali: pensiamo al relativismo, inteso, in questo ambito, come paritetiche visioni morali dell’esistenza anche laddove i principi etici assunti siano dichiaratamente contrari alla dignità dell’uomo. Pensiamo poi all’omologazione sociale, assunta come condizione di appiattimento del pensiero, delle condotte e degli stili di vita.

Effetti negativi economici: la precarietà dei posti di lavoro, la delocalizzazione all’estero delle industrie e delle imprese (non sempre un male tiene a precisare Introvigne). Nell’ambito economico-finanziario, sottolinea il relatore, spesso i costi umani sono costi economici e viceversa come ci ha tristemente insegnato la recente crisi dei mercati. Effetti negativi morali: la reificazione della persona, il turismo sessuale, etc.

Infine Introvigne ha affrontato il tema della tecnocrazia, termine che indica un uso non lecito dal punto di vista morale della tecnologia. Le ideologie del ‘900 hanno passato il testimone alla tecnocrazia, cioè a gruppi di tecnici che tentano spesso con successo di diffondere e a volte di imporre, grazie ai loro strumenti di lavoro, visioni del mondo e nuovi assetti sociali e culturali. La tecnocrazia è presente in ogni ambito professionale del vivere: dalla scienza sperimentale al diritto, dalla ricerca ai mass media.

Un episodio dove ha trionfato la tecnocrazia, ricorda Introvigne, è il caso Terri Schiavo, vicenda dai risvolti drammatici che nel 2005 ha scosso l’opinione pubblica internazionale. La signora Schiavo a seguito di un arresto cardiaco rimase in stato vegetativo persistente per 15 anni, finché per volontà del marito non sopraggiunse la morte all’età di 41 anni a seguito della interruzione di alimentazione e idratazione. I genitori della figlia, il popolo americano, il presidente di allora George W. Bush e il Senato erano tutti d’accordo che non si poteva uccidere Terri Schiavo privandola di acqua e cibo.

Ma bastò che un solo magistrato, il giudice George W. Greer del sesto Circuit della Florida, si opponesse perchè tutti i tentativi politici e solidaristici messi in atto perdessero di valore ed efficacia. Tipico esempio di come il potere di un solo tecnico vale più della voce di un’intera nazione.
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LE UDIENZE

Il Santo Padre Benedetto XVI ha ricevuto questa mattina in Udienza:

Ecc.mi Presuli della Conferenza Episcopale del Brasile (Regione LESTE II), in Visita "ad Limina Apostolorum":

S.E. Mons. Ricardo Pedro Chaves Pinto Filho, O. Praem., Arcivescovo di Pouso Alegre;

S.E. Mons. Diamantino Prata de Carvalho, O.F.M., Vescovo di Campanha;

S.E. Mons. José Lanza Neto, Vescovo di Guaxupé;

S.E. Mons. Aloísio Roque Oppermann, S.C.I., Arcivescovo di Uberaba;

S.E. Mons. Cláudio Nori Sturm, O.F.M. Cap., Vescovo di Patos de Minas;

S.E. Mons. Dario Campos, O.F.M., Vescovo di Leopoldina;

S.E. Mons. José Alberto Moura, C.S.S., Arcivescovo di Montes Claros.

Il Papa riceve questa mattina in Udienza:

il Rev.do Padre Alvaro Corcuera Martinez del Rio, Superiore Generale dei Legionari di Cristo.









RINUNCE E NOMINE


RINUNCIA DEL VESCOVO DI BERBÉRATI (REPUBBLICA CENTROAFRICANA)

Il Santo Padre Benedetto XVI ha accettato la rinuncia al governo pastorale della diocesi di Berbérati (Repubblica Centroafricana), presentata da S.E. Mons. Agostino Delfino, O.F.M. Cap., in conformità al can. 401 § 1 del Codice di Diritto Canonico.
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L'attualità della “Caritas in veritate” a partire dai suoi critici



ROMA, sabato, 10 luglio 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito la relazione tenuta da mons. Giampaolo Crepaldi, Arcivescovo di Trieste e Presidente dell’Osservatorio Internazionale “Cardinale Van Thuan” sulla Dottrina Sociale della Chiesa, al Convegno promosso dal Forum delle Persone e della Associazioni di ispirazione cattolica nel mondo del lavoro del Friuli Venezia Giulia, e svoltosi a Trieste il 19 maggio scorso.

* * *

Hans Georg Gadamer sostiene, come noto, che il significato di un testo risulta arricchito dalla storia dei suoi effetti. Questo vale anche per l’enciclica “Caritas in veritate” di Benedetto XVI. A rileggerla oggi, dopo mesi dalla sua pubblicazione avvenuta il 7 luglio 2009, essa risulta ancora più ricca e chiara, dato che sul testo si proiettano le interpretazioni che ne sono seguite e il testo rivela così nuovi significati e sfumature che hanno bisogno di tempo per venire alla luce. L’Osservatorio Cardinale Van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa ha pubblicato nel fascicolo 1/2010 del suo “Bollettino” un primo spoglio degli articoli sulla “Caritas in veritate” pubblicati sulle riviste specializzate. Tutte queste riflessioni condotte sul testo dell’enciclica non sono inutili e gli permettono di esprimere con maggiore completezza i suoi significati. Anche le critiche rivolte all’enciclica – che pure ci sono state – indirettamente concorrono ad esplicitarne il senso, in quanto obbligano ad un approfondimento del testo della Caritas in veritate, naturalmente alla luce della tradizione e del magistero e dell’analogia delle verità della fede cattolica, ossia del principio secondo cui tutte le verità della fede “stanno insieme”.

Anch’io sono stato in qualche modo “coinvolto” – se così posso esprimermi – in questa lettura approfondita dell’enciclica dietro la suggestione di alcune sue critiche che ho ritenuto opportuno esaminare. E’ stato un esercizio utile per capire meglio l’enciclica, un testo veramente ricco e complesso, che va appunto letto e riletto, non liquidato troppo sommariamente. Vorrei riprendere qui con voi alcune di queste critiche, come stimolo ad esaminare qualche aspetto dell’enciclica che possa aiutarci – che possa aiutarvi – nel nostro - nel vostro - lavoro quotidiano.

Proprio all’indomani della pubblicazione della “Caritas in veritate” dal monto nordamericano veniva una critica piuttosto ruvida circa il mercato e il capitalismo. Vi si diceva che la Caritas in veritate aveva rotto con la tradizione della Centesimus annus e di Giovanni Paolo II. Costui avrebbe espresso una valutazione positiva del mercato e dell’impresa, che sarebbe stata invece molto stemperata e perfino sostituita nell’enciclica di Benedetto XVI da una concezione molto negativa. Si è trattato di una critica un po’ “ruvida”, come dicevo, e forse non ben sedimentata prima di venire espressa. E’ stata però utile ad indurmi a rileggere con nuova attenzione l’enciclica, focalizzando l’analisi proprio su questo punto. Ho dovuto concludere - come in seguito ho avuto modo di esprimere in un articolo su “L’Osservatore Romano” – che c’è invece una grande continuità tra la Centesimus annus e la Caritas in veritate, oppure, se si vuole, un ulteriore approfondimento. La continuità sta nel fatto che per ambedue le encicliche, il mercato dipende sempre “da altro da sé” ed è incapace di autogiustificarsi pienamente, anche sul piano economico. L’approfondimento sta nel fatto che mentre la Centesimus annus parlava di una sistema a tre soggetti – il privato, lo Stato e la società civile – sottointendendo, ma non dicendo esplicitamente, che la logica del dono apparteneva a tutti e tre, la Caritas in veritate invece estende il concetto, affermando con chiarezza che nessuno dei tre ambiti è esente dalla logica del dono. Se la formulazione della Centesimus annus poteva suggerire interpretazioni che relegavano la logica del dono nel solo terzo settore, la Caritas in veritate supera questi limiti e, nel contempo, toglie il cosiddetto terzo settore dalla sua marginalità residuale. Tutti e tre gli ambiti hanno piena dignità economica – tanto è vero che la Caritas in veritate richiede esplicitamente anche uno strutturato scambio di imprenditorialità e di esperienza dall’uno all’altro e perfino un impegno per andare altre la divisione tra profit e non profit – e tutti e tre sono resi complementari dalla comune logica del dono. Ritengo che queste affermazioni stiano ancora attendendo di essere adeguatamente approfondite dagli addetti ai lavori. Esse hanno delle ripercussioni anche sul tema del lavoro di primaria importanza. Proprio in questi giorni, per fare un esempio, ci si interroga nel nostro Paese sul deficit nella finanza della sanità di alcune regioni. Contemporaneamente si pone il problema della presenza in Italia di 3 milioni e mezzo di dipendenti pubblici. Potranno le strade del federalismo, della riforma della pubblica amministrazione, del riordino del Welfare, della necessità di ridurre l’imposizione fiscale sia a carico delle imprese che dei lavoratori fare a meno di ripensare i tre settori del privato, della società civile e dello Stato in un nuovo quadro?

Una seconda critica mossa alla Caritas in veritate è venuta dal mondo tedesco e riguardava il cuore stesso del messaggio dell’enciclica, ossia la logica del dono e della gratuità come anima della vita economica e sociale. Non si tratta - si chiedevano i critici – di moralismo ininfluente, dato che esistono oggi strutture economiche e finanziarie – e qui il riferimento alla crisi è d’obbligo – che richiedono che i problemi vengano posti e d affrontati a quel livello e non a livello etico? La Caritas in veritate è molto critica verso un certo Stato assistenziale, forse ancora più critica del paragrafo 48 della Centesimus annus che già non era molto tenero, e proprio questo le rimproveravano i suoi critici d’oltralpe, ossia di affidare la giustizia più alla buona volontà reciproca che al sistema di redistribuzione fiscale dello Stato. Ripeto qui, come ho già detto in una intervista pubblicata in Germania ove ho in qualche modo risposto a simili critiche, che la proposta di Benedetto XVI circa il dono e la gratuità nella vita economica non è stata ben compresa se è stata intesa in senso moralistico, o come un disprezzo per la dimensione strutturale dei problemi. La Caritas in veritate non è così ingenua: essa sa parlare il linguaggio della fede e della morale ma anche quello dell’economia. Il bisogno di dono e gratuità non è un fervorino etico appiccicato sull’economia, è un bisogno della stessa economia, bisogno che l’enciclica spiega molto bene anche dal punto di vista economico: il compito della redistribuzione non può più essere fatto “dopo” e solo dallo Stato, esso va fatto in ogni momento del ciclo economico, da tutti i soggetti coinvolti e in tutti i luoghi geografici e sociali in cui esso si svolge. Quanti hanno detto che la crisi finanziaria aveva motivi etici? Quasi tutti, a mia memoria. Quanti ne hanno tratto le conseguenze? Molto pochi, a mia memoria. Quindi ad adoperare le frasi moralistiche non è stato il Papa ma quanti adoperano i riferimenti etici per abbandonarli un attimo dopo. Il problema è che così ne risente anche l’economia il che prova che non si trattava di moralismo.

Con queste osservazioni passo alla terza critica che ho potuto notare, anche questa proveniente dal mondo tedesco. La Caritas in veritate non avrebbe sufficientemente tenuto conto dei risultati delle scienze, soprattutto delle scienze della terra che si occupano di ambiente e, in particolare, di quelle che si occupano di cambiamenti climatici. Questa critica mi è sembrata molto curiosa. Abbiamo visto tutti come sia andato a finire il Vertice Onu sul cambiamento climatico di Copenaghen, come in fondo l’unica argomentazione veramente importante sul tema sia stata fatta dal Papa, dato che proprio in quei giorni veniva reso noto il testo del suo Messaggio per la Pace del 1 gennaio 2010 che si occupava proprio di questi temi, di come il cambiamento climatico sia spesso caricato di significati ideologici e di come le stesse scienze non siano oggi in grado di fare luce sull’argomento. Mi è sembrato curioso, quindi, che si movessero delle critiche all’enciclica proprio su questi punti, assai controversi e campo ampiamente battuto dalle nuove ideologie. Poi, però, riflettendoci, ho capito che forse l’obiettivo era un altro, vale a dire criticare il punto di vista assunto da Benedetto XVI nella Caritas in veritate che non parte dalle scienze umane, come a lungo avevano detto molti teologi soprattutto tedeschi e latinoamericani, ma dalla rivelazione così come ci è trasmessa dalla tradizione. Non è vero che il Papa nella Caritas inveritate non si confronta con le scienze, ma non parte dalle scienze e ritiene che la prospettiva della fede abbia qualcosa da dire anche ai saperi umani, entrando in dialogo con essi proprio perché portatrice di una sua verità. Chi aveva sostenuto che la Dottrina sociale della Chiesa, per non essere un sapere ideologico, deve partire dalla situazione, dalla prassi, dalle scienze ed assumere un metodo induttivo, certamente non può accettare facilmente che invece Benedetto XVI – ma non solo lui, ovviamente, in quanto la Dottrina sociale della Chiesa ha sempre fatto così – sostenga che, proprio per non essere ideologica e poter veramente dialogare con il mondo, la fede debba partire da se stessa e dalla profonda umanità di Cristo.

Considero questo punto di capitale importanza per tutti noi e, in modo particolare, per il lavoro di questo Forum. Sui temi del lavoro e dell’economia che più vi stanno a cuore, il dialogo va aperto con i problemi, con i saperi umani che illuminano quei problemi, con le competenze e le esperienze che ne rendono possibile la soluzione … ma alla luce della verità di Cristo insegnata dalla Chiesa, luce che tutto illumina a partire dalla coscienza e dall’intelligenza della persona umana.

[Fonte: www.vanthuanobservatory.org/]
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I temi ambientali nella Caritas in veritate
di Rosario Sitari*


ROMA, giovedì, 22 luglio 2010 (ZENIT.org).- Il rapporto dell’uomo con l’ambiente e l’uso delle risorse naturali già trattato nelle encicliche precedenti riceve nella Caritas in veritate una trattazione sistematica. La questione demografica è emblematica per constatare l’attenzione pastorale alla dinamica dei problemi dell’esistenza. Basti pensare che all’epoca della Populorum progressio il volume della popolazione aumentava più rapidamente delle risorse disponibili per cui le indicazioni pastorali riconoscevano ai poteri pubblici la legittimazione ad adottare misure adeguate purché “conformi alle esigenze della legge morale e rispettose della giusta libertà della coppia”, titolare del diritto inalienabile al matrimonio e alla procreazione.[1] Nella Sollicitudo rei socialis di vent’anni dopo, dato che il problema demografico risultava avere andamento inverso - nel Sud, in aumento, mentre nel Nord del Mondo si verificava una preoccupante caduta del tasso di natalità - si denunciava l’immoralità delle campagne contro la natalità.[2]

Nella stessa enciclica si guardava con favore alla “maggiore consapevolezza dei limiti della risorse disponibili, la necessità di rispettare l’integrità e i ritmi della natura e di tenerne conto nella programmazione dello sviluppo”[3].

Oggi nel documento di Benedetto XVI emerge con chiarezza lo sforzo ulteriore di dare una visione di sintesi tra la fede e la vita, sulla quale si fonda lo sviluppo integrale dell’uomo che trova espressione compiuta nell’uso oculato delle risorse naturali così come nella “procreazione responsabile”. “È una necessità sociale, e perfino economica … la rispondenza [delle istituzioni chiamate] a varare politiche che promuovano la centralità e l’integrità della famiglia, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, prima e vitale cellula della società, facendosi carico anche dei suoi problemi economici e fiscali, nel rispetto della sua natura relazionale.”[4] Sul tema della procreazione il Pontefice richiama il principio del rispetto della vita ed esprime preoccupazione per il fatto che “perdurano in varie parti del mondo pratiche di controllo demografico, … che spesso … giungono a imporre anche l’aborto.”[5]

Anche sul problema ecologico troviamo nella Centesimus annus le espressioni che seguono.

La prima: “Alla radice dell’insensata distruzione dell’ambiente naturale c’è un errore antropologico. … Invece di svolgere il suo ruolo di collaboratore di Dio nell’opera della creazione, l’uomo si sostituisce a Dio e così finisce per provocare la ribellione della natura, piuttosto tiranneggiata che governata da lui.”

La seconda: “l’umanità di oggi deve essere conscia dei suoi doveri e compiti verso le generazioni future”.

La terza: “Mentre ci si preoccupa…di preservare gli «habitat» naturali delle diverse specie animali…ci si impegna troppo poco per salvaguardare le condizioni morali di un’autentica «ecologia umana»”.[6]

Benedetto XVI parte da qui per metterci in guardia contro “l’assolutismo della tecnica” tanto più pericoloso perché le biotecnologie, essendo figlie di una “concezione materiale e meccanicistica della vita umana”, consentono all’uomo di “manipolare la vita”.[7] E aggiunge “Le modalità con cui l’uomo tratta l’ambiente influiscono sulle modalità con cui tratta se stesso e, viceversa. …La Chiesa ha una responsabilità per il creato e deve far valere questa responsabilità anche in pubblico. E facendolo deve difendere non solo la terra, l’acqua e l’aria come doni della creazione appartenenti a tutti. Deve proteggere soprattutto l’uomo contro la distruzione di se stesso. È necessario che ci sia qualcosa come un’ecologia dell’uomo, intesa in senso giusto. Il degrado della natura è infatti strettamente connesso alla cultura che modella la convivenza umana: quando l’ecologia umana è rispettata dentro la società, anche l’ecologia ambientale ne trae beneficio. [Ciò significa] che il libro della natura è uno e indivisibile, sul versante dell’ambiente come sul versante della vita, della sessualità, del matrimonio, della famiglia, delle relazioni sociali, in una parola dello sviluppo umano integrale.”[8] Questa unicità e indivisibilità fanno dello studio dell’ambiente una disciplina complessa. Ogni approccio in materia è interdisciplinare e sistemico e implica una rivisitazione critica dello stesso statuto delle discipline specialistiche quando queste assumono l’ambiente come oggetto di studio. Si tratta di ricondurre a unità la cultura del riduzionismo scientifico dato che l’ambiente non può essere concepito soltanto come sommatoria frammentata e astorica dei fattori che lo compongono, ma anche come insieme di relazioni interattive nello spazio e nel tempo che dà origine a un’organizzazione complessa con una propria identità.[9]

Anche l’economia quando assume l’ambiente come oggetto di studio può utilizzare gli strumenti di intervento e i metodi di analisi che le sono propri, ma a una condizione: non è più possibile tenere separate economia e ambiente perché la separazione impedisce di vedere le interconnessioni esistenti fra le tre sostenibilità - economica, ecologica e sociale - che hanno grande influenza sullo stato di salute di questa e delle future generazioni.

Le indicazioni della Caritas in Veritate - annunciate nell’udienza di mercoledì 8 luglio 2009 e ribadite nel messaggio “Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato” che Benedetto XVI ha inviato in occasione della celebrazione della giornata mondiale della pace del 1° gennaio 2010 - sono molto chiare in proposito e sono sintetizzabili in queste brevi proposizioni:

coniugare le esigenze dell’ambiente con quelle dello sviluppo non significa “assolutizzare la natura né … ritenerla più importante della stessa persona”; significa rispettare “la ‘grammatica’ che il Creatore ha inscritto nella sua opera, affidando all’uomo il ruolo di custode e amministratore responsabile del creato”.

Non si tratta di assumere le esigenze dell’ambiente come ‘vincoli’ all’attività economica, e perciò come meri elementi di costo, si tratta piuttosto di considerare “il concetto di ecologia umana” all’interno di un orizzonte temporalmente più esteso della razionalità economica che riconosca i benefici della sostenibilità. Qui si colloca l’intreccio e la sintesi tra due finalità, parimenti irrinunciabili: quella della salvaguardia dell’ambiente e quella dello sviluppo.

Tale sintesi sembra essere praticabile in riferimento a tre importanti capitoli della teoria economica. L’ economia del benessere, infatti, si va arricchendo dei contenuti dello sviluppo sostenibile, mentre gli equilibri del produttore e del consumatore stanno evolvendo in concomitanza con le problematiche ambientali sempre più incidenti sull’organizzazione industriale, sull’elaborazione delle strategie di impresa e sull’affinamento delle preferenze.

Non va dimenticato tuttavia che l’ambiente è uno dei temi che maggiormente hanno evidenziato alcuni limiti dell’impianto concettuale della teoria economica. Proporne perciò la riflessione in un quadro di riferimento caratterizzato da un alto grado di incertezza espone al rischio di collocarsi entro margini troppo ampi di soggettività nell’opera di sintesi tra quanto c’è di consolidato e quanto va emergendo nella teoria e nelle strategie di impresa.

Inoltre la conoscenza e l’interazione ambientale vanno a inserirsi in contesti istituzionali e in situazioni reali con problemi economici e politici altrettanto seri dove, peraltro, non tutto funziona come dovrebbe. Ne consegue che misure razionalmente adeguate introdotte in certe realtà possono diventare impraticabili o subire deformazioni tali da diventare dannose.

Con ciò non si intende mettere in forse la fiducia nella ragione, si vuole solo accantonare quella razionalità astratta di avanguardie intellettuali, che pretendono di definire per tutti i parametri di progresso e di qualità della vita senza accogliere le aspirazioni autentiche delle comunità civili, le sole legittimate a esprimere le preferenze collettive. L’economia può agevolare questo processo di attuazione del principio di sussidiarietà mediante lo svolgimento di una funzione educativa finalizzata alla crescita di una responsabilità ecologica che “salvaguardi un’autentica ‘ecologia umana’ ”. L’economia, proprio per il rigore logico del suo metodo, può acuire la sensibilità e la responsabilità dei cittadini, dato che i suoi riferimenti teorici e i contenuti applicativi del tema ambiente impongono riflessioni corali di interesse generale su metodi e strumenti che attengono alla micro e alla macroeconomia: cioè sui prezzi e, al tempo stesso, sulle quantità aggregate e, quindi, sull’economia dell’impresa, sull’economia del benessere, sull’economia dell’energia e delle risorse naturali.

L’ambiente, dunque, fa dell’economia un vero e proprio strumento di maturazione dei valori della democrazia ambientale. È necessario però superare due ostacoli. Il primo è di carattere generale ed è la scarsa attitudine al lavoro interdisciplinare del mondo accademico. Il secondo riguarda i rapporti tra economisti generali ed economisti applicati che tendono a mantenere separate la dialettica teorica da quella che si sviluppa in ambiti specifici.

Nel suo messaggio il Papa sostiene che la salvaguardia dell’ambiente è “essenziale per la pacifica convivenza dell’umanità” e ricorda che già nel 1990 il suo predecessore Giovanni Paolo II parlò di “crisi ecologica”, facendo notare lٰ ”urgente necessità morale di una nuova solidarietà”. E aggiunge: “Questo appello si fa ancora più pressante oggi, di fronte alle crescenti manifestazioni di una crisi che sarebbe irresponsabile non prendere in seria considerazione”.

La crisi riguarda “i cambiamenti climatici, la desertificazione, il deterioramento e la perdita di produttività di ampie zone agricole, la contaminazione dei fiumi e delle falde acquifere, la perdita della biodiversità, l’aumento delle catastrofi naturali, la deforestazione nelle zone equatoriali e tropicali.”

Benedetto XVI osserva inoltre con apprensione i conflitti provocati dall’accesso alle risorse e quelli conseguenti al “crescente fenomeno dei cosiddetti ‘profughi ambientali’: persone che, a causa del degrado dell’ambiente in cui vivono lo devono lasciare”.

A fronte di tali questioni, “che hanno un profondo impatto sull’esercizio dei diritti umani, come ad esempio il diritto alla vita, all’alimentazione, alla salute, allo sviluppo”,[10] l’enciclica sostiene la necessità “che maturi una coscienza solidale che consideri l’alimentazione e l’accesso all’acqua come diritti universali di tutti gli esseri umani, senza distinzioni né discriminazioni”.[11]

Per la soluzione di tali problemi l’economista ha il dovere di trasformare le proprie convinzioni in esplicite scelte di ricerca, di formazione e di proposta per la crescita della società civile.

L’economia, dunque, può fare molto in materia ambientale, ma non sarebbe un sicuro atto di saggezza chiedere all’economia ciò che l’economia non può dare: chiedere cioè ad essa di svolgere una funzione di surroga alla morale, all’etica e alla politica.

Il significato, la portata e l’effettività del messaggio di precauzione e di speranza che anima la Caritas in Veritate è racchiusa in queste poche righe: “La crisi ci obbliga a riprogettare il nostro cammino, a darci nuove regole e a trovare nuove forme di impegno, a puntare sulle esperienze positive e a rigettare quelle negative. La crisi diventa così occasione di discernimento e di nuova progettualità. In questa chiave, fiduciosa piuttosto che rassegnata, conviene affrontare le difficoltà del momento presente.”

Il messaggio non è un inventario di petizioni di principio, esso si spinge talvolta ad entrare nel merito di problemi concreti quando afferma, ad esempio, “che oggi è realizzabile un miglioramento dell’efficienza energetica ed è al tempo stesso possibile far avanzare la ricerca di energie alternative.”[12] Altrettanta concretezza si rileva quando afferma che la “comunità internazionale ha il compito imprescindibile di … disciplinare lo sfruttamento delle risorse non rinnovabili, con la partecipazione anche dei Paesi poveri, in modo da pianificare insieme il futuro.”[13]

------------

*Il prof. Rosario Sitari è docente di Politica dell’ambiente all’Università LUMSA di Roma e Segretario nazionale AIDU (Associazione Italiana Docenti Universitari). Autore di pubblicazioni in materia di politica economica e di politica industriale, di economia e politica dell’energia e dell’ambiente. Già dirigente ENI, ha insegnato nelle Università statali di Roma, Cagliari e Parma, nella Scuola di Management della LUISS, nella Scuola Superiore E. Mattei e nell’Istituto di Formazione dell’Association For European Training of Workers on the impact of New Technology.


[1] Populorum progressio, 37.

[2] Sollicitudo rei socialis, 25, 30 dicembre 1987.

[3] Ibid., 26.

[4] Caritas in veritate, 44.

[5] Ibid., 28.

[6] Centesimus annus, 37 e 38.

[7] Caritas in veritate, 75.

[8] Ibid., 51.

[9] Cfr. Antonio Moroni, Ambiente, Risorse, Società, Atti della prima conferenza nazionale di Statistica, Roma, 18-19 novembre 1992, pag. 135 e segg., ISTAT.

[10] Messaggio del Pontefice alla Giornata Mondiale della pace già citato nel testo.

[11] Caritas in veritate, 27.

[12] Ibid., 49.

[13] Ibid., c. s.
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La “Caritas in veritate” di Benedetto XVI: riflessioni pastorali
di Stefano Fontana*



ROMA, giovedì, 9 settembre 2010 (ZENIT.org).- La “Caritas in veritate” doveva essere un’enciclica sullo sviluppo e, secondo il disegno originario, avrebbe dovuto commemorare il 40mo anniversario della Populorum progressio (PP) di Paolo VI. Non temo però di dire che essa è ben più che una enciclica sullo sviluppo. A mio modo di vedere il suo tema è “il posto di Dio nel mondo”, e il guardarsi reciproco tra Chiesa e mondo, fede e ragione, natura e sopranatura. Nella CV la questione sociale non solo diviene la “questione antropologica”, ma diventa addirittura la “questione teologica”: appunto il posto di Dio nel mondo.

Precisazioni metodologiche

Un primo tratto caratteristico della CV è comunque il riferimento alla PP di Paolo VI. Nonostante che, per molti motivi, la data del 2007 non sia stata rispettata, l’enciclica mantiene un importante riferimento alla PP e a Paolo VI. Tra l’altro, questo riferimento assume due aspetti di grande importanza. Il primo riguarda il ricordo di questo pontefice e il riconoscimento della sua grandezza anche per la DsC. Non va dimenticato che molti hanno parlato in passato di “incertezze” di Paolo VI in questo campo, viste come segno di un ripensamento della natura della DsC secondo le linee teologiche che la interpretavano come ideologia. Si diceva che il Vaticano II non aveva dedicato una attenzione sistematica alla Dsc e aveva adoperato l’espressione in modo marginale. Quando nel 1971 Paolo VI pubblicò la Octogesima adveniens in forma non di Enciclica ma di Lettera apostolica, una diminutio quindi, molti vi lessero un ulteriore segno che anche nel magistero di Paolo VI la DsC non assumeva più il ruolo occupato precedentemente al Concilio. Tutto ciò animava la distinzione tra due DsC una preconciliare ed una postconciliare, quando non addirittura la improponibilità della DsC nel postconcilio. Siccome simili posizioni sono ancora, e largamente, presenti, è di grande significato che Benedetto XVI abbia riletto il magistero di Paolo VI come per nulla incerto o debole nei confronti della DsC ma, anzi, fortemente propositivo e lungimirante. Della PP egli dice infatti che è da considerarsi come la Rerum novarum dell’epoca postconciliare e sottolinea gli stretti legami di questa enciclica con la Humanae vitae del 1968, anticipazione ante litteram di come già allora la questione sociale si ponesse come questione antropologica.

Alla rivalutazione, se così possiamo dire, di Paolo VI, la CV associa l’idea che il punto di vista della DsC è la “tradizione apostolica” e che non è possibile separare due DsC, l’una preconciliare e l’altra conciliare. Vediamo brevemente questi due importanti aspetti.

Per molto tempo si è sostenuto che partire dalla rivelazione trasmessa nella tradizione apostolica faceva della DsC un sistema deduttivo. A ciò si contrapponeva un procedimento induttivo. Il punto di partenza, o addirittura il punto di vista, doveva essere la situazione, la prassi o i dati delle scienze umane. Si tratta di posizioni tipiche degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, ma ancora molto presenti tra i teologi e i docenti degli Istituti di Scienze Religiose. Già ad Aparecida, davanti all’episcopato latinoamericano e poi nella CV, Benedetto XVI afferma invece che il punto di vista – o luogo ermeneutico – è la fede apostolica, e che partire dalla situazione, dalla prassi o dalle sole scienze umane è ideologico. Egli rovescia così il percorso, segnalando che anche il magistero di Paolo VI, come del resto il Concilio, è su questa linea.

La tradizione apostolica però è una sola ed ecco l’applicazione dell’ermeneutica della continuità del Concilio vaticano II anche alla DsC [più di recente, il papa l’ha applicata anche alla figura del sacerdote]. Quanti Manuali di DsC che ostentavano, articolavano e sistematizzavano questa contrapposizione dovrebbero essere rivisti e riscritti! Queste contrapposizioni sono frutto della sovrapposizione alla DsC di categorie ideologiche ad essa estranee, che impediscono di riconoscere il suo vero messaggio.

Una nuova valutazione dell’economia

Un secondo tratto caratteristico della CV è una nuova considerazione dell’attività economica. L’affermazione forse più sorprendente è che la logica del dono deve essere presente fin dall’inizio nella normale attività economica. Questo principio viene ripetuto più volte nell’enciclica e articolato anche con buoni criteri scientifici, oltre che teologici e morali. E’ un principio dalle molteplici conseguenze: non c’è prima il produrre e poi il distribuire; l’economia non può essere separata dalla società come se la prima mirasse all’efficienza e la seconda alla solidarietà; la suddivisione tra pubblico e privato o tra non profit e profit non sono più sufficienti a interpretare la realtà dell’economia; la gratuità e il dono non riguardano solo il terzo settore, ma anche il settore privato e quello cosiddetto pubblico; gli esperti devono impegnarsi a configurare giuridicamente e scientificamente nuove forme di imprenditorialità; l’imprenditorialità va intesa in modo polivalente con la possibilità di scambi reciproci tra i diversi tipi di imprenditori; e così via.

Un punto, a questo proposito, è di fondamentale importanza. Il mercato è inteso come l’ambito che rende disponibili i beni. Il papa sostiene – ma a dirlo sono ormai molti economisti – che il mercato, per funzionare, ha bisogno di beni indisponibili. Per poter produrre il mercato deve presupporre beni che esso stesso non può produrre. Partendo da questa constatazione per l’economia, la CV la amplia all’intera realtà, sostenendo che l’intero sviluppo umano si fonda su una vocazione che non gli è disponibile, ma che gli viene incontro in dono. Nessun livello di realtà può darsi da solo la sua verità. Quando un livello della realtà si chiude in se stesso, presumendo di poter bastare a se stesso, diventa prigioniero di se stesso. Senza Dio, l’uomo può produrre solo uno sviluppo disumanizzato.

Tre nuovi ambiti tematici

Questo spunto ermeneutico fondamentale viene applicato da Benedetto XVI a tre grandi tematiche dell’attualità storica: l’ateismo e le religioni, l’ambiente e la natura umana, la tecnica e la bioetica. Nessuna enciclica precedente aveva affrontare in modo così ampio ed approfondito questi elementi che sono emersi in modo dirompente dopo la famosa “crisi delle ideologie” e che contengono in sé nuove preoccupanti ideologie.

Se lo sviluppo ha bisogno di nutrirsi di una vocazione che sia altro da sé, l’ateismo è nemico dello sviluppo. E non solo, dice il papa, l’ateismo militante e persecutorio della religione, ma anche l’ateismo dell’indifferenza, o nichilismo, che viene sistematicamente propagandato anche nelle società che un tempo erano cristiane. L’ateismo soffoca le energie più autentiche dell’uomo, ne appiattisce l’impegno su obiettivi meschini, guasta le relazioni umane e impedisce agli uomini di sacrificarsi per ciò che veramente è bello e grande.

La libertà di religione è quindi un diritto fondamentale per lo sviluppo, ma va correttamente intesa. Essa non comporta che tutte le religioni siano messe sullo stesso piano – non comporta cioè l’indifferenza religiosa. C’è l’arbitro, lo Stato, che garantisce la libertà di religione ma sa anche fischiare qualche fallo, quando le religioni minacciano i diritti umani e il bene comune. Ci sono poi i giocatori, e tra essi i cattolici, che non devono farsi riguardo dal giocare la loro partita perché questo offenderebbe le altre religioni. La libertà di religione né toglie alla ragione politica l’impegno di valutare quando esse comportino una lesione dei diritti umani, né chiede che si costituisca un ambito pubblico neutro dalla religione come nel modello francese, né chiede che i cristiani debbano rinunciare ad evangelizzare.

La cura dell’ambiente e la difesa della natura umana devono essere sempre collegati insieme. La natura non va disprezzata, ma neppure sacralizzata in nuove forme di paganesimo. L’ecologismo rischia di diventare una nuova religione. La tutela dell’ambiente naturale non deve riguardare solo l’aria e l’acqua ma anche e soprattutto l’uomo. Il cristiano ha il dovere di difendere il creato, prima fra tutti la natura della persona umana che pure appartiene al creato, e non solo le foche. La difesa della vita e della famiglia non può essere separata dalla difesa della natura. Viceversa l’ecologia diventa ideologia. La difesa della vita umana è affrontata dalla CV a tre riprese e viene organicamente collegata con tutti i temi del vero sviluppo. Non sarà più possibile, da ora in avanti, parlare di ecologia e di sviluppo dimenticando le tematiche della vita.

Infine la tecnica. L’intero capitolo VI è dedicato a questo argomento, con dei passaggi di grande profondità. La tecnica è vista anche come estrema configurazione del rifiuto di un senso e quindi come estremo nemico dello sviluppo, in quanto lo riduce al massimo a crescita o ad aumento del Pil. L’enciclica vede il pericolo del tecnicismo in molti aspetti della nostra vita sociale: nella finanziarizzazione dell’economia, nei mass media, negli aiuti allo sviluppo che servono più a mantenere gli apparati che non a favorire l’uscita dalla povertà, eccetera. Ma lo vede soprattutto nel campo bioetico. C’è un genocidio in atto e quasi nessuno ne parla. I dati pubblicata recentemente dal IPF di Madrid sono agghiaccianti. L’aborto è fenomeno di massa, le nuove pratiche diagnostiche prenatali confluiscono ormai automaticamente nell’aborto quando si riscontrasse qualche malattia anche ipotetica nel feto, è in atto una spietata selezione eugenetica sia in ordine alla salute del nascituro sia in ordine al suo sesso che terrificano, i tentativi di negare la natura complementare di maschio e femmina e di mettere le mani sulla stessa identità umana fanno rabbrividire, con l’inseminazione artificiale si è superata una soglia oltre la quale non è più possibile parlare di rispetto della dignità umana. E’ qui che il papa dice che la questione sociale è diventata la questione antropologica.

Il posto di Dio nel mondo

Vorrei a questo punto indicare un quarto ed ultimo tratto caratteristico della CV, uno schema ermeneutico che essa indica e che può esserci di grande aiuto anche nella nostra attività pastorale. Ho detto all’inizio che la CV ha come tema di fondo il posto di Dio nel mondo. Non è un tema nuovo se laRerum novarum diceva che non c’è soluzione alla questione sociale fuori del Vangelo, se la PP affermava che il principale fattore di sviluppo è il Vangelo e se la Centesimus annus diceva che la Chiesa ha un diritto di cittadinanza nella società. In altri termini la DsC non può rinunciare alla pretesa che, come dice la CV, il cristianesimo non sia solo utile ma anche indispensabile alla costruzione di un vero sviluppo umano. Ma ecco il punto: come può questa pretesa non soffocare l’autonomia delle realtà terrene, la responsabilità umana, la luce della ragione e l’importanza dei saperi scientifici? Dal punto di vista pastorale si tratta di un problema chiave. La CV lo risolve in questo modo: la luce che viene da Cristo – si rilegga la Gaudium et spes su questo punto – svela l’uomo all’uomo, non ne soffoca le capacità ma anzi lo rende maggiormente capace di sé, più maturo. La luce della rivelazione non soffoca la luce della ragione, ma la aiuta ad essere se stessa. La fede cristiana può dialogare con i saperi dell’uomo in quanto non li mortifica ma li invita a scendere maggiormente in profondità dentro se stessi e produrre i loro frutti migliori. La pretesa della fede cristiana di essere “dal volto umano” sveglia la ragione, le impedisce di essere prigioniera di se stessa e la invita a non fermarsi mai. E’ per questo che la pretesa cristiana di essere la religio vera non è una imposizione ma un dialogo con la ragione, certo non con ogni tipo di ragione, ma solo con quella che non rifiuta l’invito ad allargarsi che le deriva dalla fede.

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*Stefano Fontana è Direttore dell'Osservatorio Internazionale "Cardinale Van Thuân" sulla dottrina sociale della Chiesa.
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Mons. Fisichella: il “bene comune” è scomparso dall'orizzonte politico
In un incontro a Pisa sull’enciclica sociale “Caritas in Veritate” di Benedetto XVI

di Aldo Ciappi



PISA, lunedì, 4 ottobre 2010 (ZENIT.org).- La nozione di “bene comune” è scomparsa dall'orizzonte politico. E' quanto ha detto mons. Rino Fisichella, Presidente del neo costituito Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, intervenendo il 2 ottobre, presso l’aula magna del Polo Didattico “Carmignani” dell’Università degli Studi di Pisa, a un incontro sull’enciclica sociale “Caritas in Veritate” di Benedetto XVI.

All'incontro, organizzato dall’Ufficio per la Pastorale del Lavoro dell’Arcidiocesi di Pisa, erano presenti in veste di relatori, oltre a mons. Fisichella, anche due deputati cattolici, Enrico Letta e Maurizio Lupi, impegnati in opposti schieramenti politici (PD il primo e PDL il secondo), i quali hanno parlato ad un centinaio di presenti, tra cui monsignor Giovanni Paolo Benotto, Arcivescovo di Pisa, e diverse autorità civili.

Mons. Fisichella ha sottolineato la drammaticità della crisi che riguarda l’intera società umana a cui il Papa, con questa enciclica, ha voluto indirizzare un alto messaggio con al centro l’affermazione della “verità” come presupposto imprescindibile di ogni autentica azione “caritatevole” (“solo nella verità la carità risplende”; par. 3): verità sull’uomo e sulla sua dignità; verità sul lavoro, sul mercato, sullo “sviluppo”, che deve essere “integrale”, richiamando concetti già presenti in precedenti encicliche (tra cui la Populorum Progressio di Paolo VI°) aggiornati però alla luce di recenti fenomeni come la globalizzazione delle relazioni economico-sociali e delle comunicazioni, la caduta delle ideologie con il loro tragico bilancio storico, l’enorme sviluppo delle tecnologie e delle conoscenze scientifiche.

In questo contesto, ha proseguito mons. Fisichella, il Papa ha voluto richiamare l’attenzione sulla centralità delle istanze etiche che devono sempre guidare l’ azione umana in ogni campo: nella ricerca scientifica come nelle sue applicazioni; nelle relazioni economico-sociali come nel mercato e nella finanza. Il primato, dunque, alla tutela della vita e della dignità umana come metro di giudizio di un autentico sviluppo.

Un altro fondamentale messaggio del Papa nell’enciclica – sempre secondo Fisichella - è rappresentato da quel binomio inscindibile “libertà-responsabilità” che caratterizza l’agire umano: la prima, come presupposto ineliminabile della seconda; la seconda come naturale proiezione dell’estrinsecarsi della prima. Concetto che, invece, l’uomo moderno sembra aver smarrito, preso com’è dalla ricerca di una malintesa libertà, come sinonimo di “autonomia”, nel suo significato proprio di “legge a se stessa”, che pertanto non dovrebbe rendere conto a nessuno, non solo a Dio, ma neppure al prossimo e alla comunità.

Questa crisi, prima di tutto culturale e antropologica, si riflette in ogni campo e quindi anche in quello politico-legislativo, dal cui orizzonte è sparita la nozione di “bene comune” per far posto all’ affermazione di figure giuridiche nuove sulla spinta di tendenze e costumi diffusi senza che ci si ponga il problema delle loro negative ricadute sulla società, se è vero, come è vero, che le leggi producono mentalità (si pensi, per esempio all’introduzione dell’obbligo del casco).

Ciò – ha proseguito Fisichella - ricorda molto il Re Mida che voleva che tutto si piegasse alla sua volontà, trasformandosi in oro ciò che toccava, ma che alla fine, proprio per questo, perse tutto ciò di cui aveva bisogno per vivere.

Ogni diritto individuale, dunque, per essere autentico non dovrebbe mai perdere di vista la rete delle relazioni sociali in cui esso va ad inserirsi e che reclama altrettanti doveri; all’esercizio di ogni diritto si accompagna di regola una qualche “responsabilità”. Senza di ciò e senza una scala di valori coerente non vi può essere alcuna progettualità nella politica.

Quindi - secondo il presule - è necessario promuovere una politica che si proponga di produrre “cultura”: far diventare “cultura” l’ azione legislativa. Nei prossimi 20 anni, che si voglia o no, ha detto Fisichella, l’azione legislativa dovrà occuparsi delle grandi questioni della bioetica che, come Presidente emerito della Pontifica Accademia della Vita, lo stesso ha avuto modo di conoscere da vicino.

La scoperta della genetica e le nuove applicazioni delle tecniche bio-mediche hanno consentito grandi progressi ma allo stesso tempo hanno posto nuove ed angoscianti questioni: come si affronterà il problema della compravendita degli organi? Come si potrà evitare la programmazione di esseri umani di cui già oggi, in vitro, potrebbe determinarsi il sesso? Quali leggi dovrà darsi uno Stato per evitare derive facilmente immaginabili? Si dovrà prendere a misura soltanto la volontà legislativa espressa dall’autorità dello Stato sovrano, quale che essa sia? Questa è la provocazione.

La politica deve tornare ad avere il primato sull’economia, sulla finanza, sulla tecnologia; deve recuperare la sua capacità di orientamento sulla società anche alla luce dell’apporto che la Chiesa offre attraverso la formulazione di un nuovo “umanesimo” nel quale il bene dell’uomo deve tornare al centro di ogni realtà che lo circonda, non circoscritto, però, alla sua dimensione biologica, bensì aperto al trascendente, ossia a quella dimensione che dà pieno significato alle domande sul senso della vita che ciascuno di noi si pone.

Di seguito hanno preso la parola i due politici, entrambi facenti parte dell’intergruppo parlamentare per la Sussidiarietà, i quali hanno dato atto come, pur appartenendo a diversa area politica ma condividendo lo spirito e gli insegnamenti dell’enciclica e più in generale della dottrina sociale della Chiesa, sia possibile svolgere un lavoro comune e raggiungere importanti obiettivi (come, per esempio, il sostegno del 5 per mille alle associazioni non profit), di aiuto concreto alla società e alle sue articolazioni. Questo a condizione che si recuperi il significato alto della politica come servizio reso alla comunità e lontano dagli interessi individuali o di partito.

Ha concluso di nuovo mons. Fisichella richiamando due passaggi chiave nell’enciclica. Da un lato, la constatazione di come “oggi il mondo soffre per la mancanza di pensiero”. Riferito al mondo della politica, esso manca di “progettualità”, di “cultura”, e una nuova classe politica di cattolici è sollecitata dal Papa a dare uno specifico contributo in questo senso. Tuttavia, se può accettarsi una frammentazione della presenza cattolica nelle varie formazioni partitiche, ciò che non è accettabile e rappresenta una vera e propria tragedia è la “diaspora culturale” dei cattolici impegnati in politica.

La politica non deve ridursi a gossip né a personalismi. I problemi da affrontare sono molteplici e urgenti; si pensi, per esempio, al crollo delle nascite in questi ultimi decenni. Se non si interviene subito con politiche adeguate non esiste futuro per questo paese. Questo è uno dei frutti della “carenza di pensiero”.

Il secondo passaggio sottolineato da mons. Fisichella riguarda il richiamo ad una ricerca costante del bene comune che, per il cristiano, costituisce “la via istituzionale o possiamo dire politica della carità” (par. 7) ed il bene comune di una società non può prescindere dal bene della famiglia. E’ da condividere, secondo il presule, il giudizio di alcuni economisti e banchieri che hanno affermato che l’attuale crisi economica è frutto anche della grave crisi della famiglia che ha portato al collasso demografico.

Non vi potrà essere futuro per questo paese, dunque, se si non porrà al centro della politica la tutela della famiglia che è l’unica istituzione che può garantire, con l’insostituibile opera educativa dei genitori, alle generazioni future la trasmissione di quel patrimonio culturale che abbiamo ereditato. A questa importante missione sono chiamati i cattolici impegnati in politica.

Alla fine, il saluto ed il ringraziamento ai relatori e ai partecipanti di mons. Benotto, il quale ha ricordato come la stessa figura di S. Ranieri, uno dei primi santi laici della storia della Chiesa, di cui Pisa celebra quest’anno l’ 850° anniversario della morte, può a buon titolo essere presa quale fulgido esempio di operatore di concordia sociale in un tempo in cui la potente città marinara era lacerata anch’essa al suo interno da forti contrasti politici.


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Regole etiche di mercato al servizio del bene comune


ROMA, sabato, 23 ottobre 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito la “Lectio magistralis” sulla Caritas in veritate di Benedetto XVI pronunciata il 20 ottobre scorso dall'Arcivescovo di Chieti-Vasto, mons. Bruno Forte, alla Facoltà di Economia dell'Università degli Studi G. D’Annunzio di Chieti-Pescara.

* * *

1. Dalla “Populorum Progressio”… Era stato Paolo VI, il Papa dell’Enciclica Populorum Progressio (1967), ad intuire con singolare lungimiranza, al tempo della “guerra fredda” e dei blocchi contrapposti, che il futuro del pianeta sarebbe stato sempre più connesso, al punto che lo sviluppo dei popoli “dipendenti” avrebbe prima o poi condizionato anche quello delle nazioni del primo e del secondo mondo. L’idea chiave dell’Enciclica di Papa Montini - quella dello sviluppo inteso come realizzazione progressiva e sempre più integrale ed equamente distribuita della dignità di ogni persona umana e delle sue espressioni collettive - era dunque colta nell’ottica di una rete globale di rapporti di inter-dipendenza, capaci di ostacolare o favorire lo sviluppo stesso. Con la sua Caritas in veritate Benedetto XVI riprende l’intuizione del Suo Predecessore, per affermarne e approfondirne il valore permanente: “Pubblicando nel 1967 l’Enciclica Populorum progressio… Paolo VI ha illuminato il grande tema dello sviluppo dei popoli… Egli ha affermato che l’annuncio di Cristo è il primo e principale fattore di sviluppo e ci ha lasciato la consegna di camminare sulla strada dello sviluppo con tutto il nostro cuore e con tutta la nostra intelligenza, vale a dire con l’ardore della carità e la sapienza della verità... A oltre quarant’anni dalla pubblicazione dell’Enciclica, intendo rendere omaggio e tributare onore alla memoria del grande Pontefice Paolo VI, riprendendo i suoi insegnamenti sullo sviluppo umano integrale e collocandomi nel percorso da essi tracciato, per attualizzarli nell’ora presente. Questo processo di attualizzazione iniziò con l’Enciclica Sollicitudo rei socialis, con cui il Servo di Dio Giovanni Paolo II volle commemorare la pubblicazione della Populorum progressio in occasione del suo ventennale. Fino ad allora, una simile commemorazione era stata riservata solo alla Rerum novarum. Passati altri vent’anni, esprimo la mia convinzione che la Populorum progressio merita di essere considerata come la Rerum novarum dell’epoca contemporanea, che illumina il cammino dell’umanità in via di unificazione” (n. 8).

2. Alla “Caritas in veritate”… L’idea chiave dell’Enciclica di Paolo VI è approfondita da Benedetto XVI nel contesto dell’attuale globalizzazione, descritta come “la novità principale” prodottasi negli oltre quarant’anni trascorsi: l’espressione si riferisce all’esplosione dell’interdipendenza planetaria, processo che, “nato dentro i Paesi economicamente sviluppati, ha prodotto un coinvolgimento di tutte le economie… e rappresenta di per sé una grande opportunità. Tuttavia, senza la guida della carità nella verità, questa spinta planetaria può concorrere a creare rischi di danni sconosciuti finora e di nuove divisioni nella famiglia umana” (n. 33). Si individua qui la domanda di fondo dell’Enciclica, che ne ha reso particolarmente impegnativa l’elaborazione e ne mostra la scottante attualità: come valorizzare la globalizzazione, evitandone i pericoli drammaticamente evidenziati dalla crisi economica mondiale in atto, dovuti all’avidità e alla spavalderia con cui alcune agenzie hanno giocato sull’apparente omologazione della finanza virtuale con l’economia reale a proprio vantaggio e a danno dei più deboli, nell’assenza di ogni organismo di controllo capace di incidere a livello planetario?

3. L’economia ha bisogno dell’etica. La risposta del Papa è netta: l’economia da sola non basta a promuovere il bene comune, né, peraltro, la carità come guida dei rapporti personali e sociali è sufficiente, se l’una e l’altra non si coniugano all’individuazione ed al rispetto di norme oggettive, che abbiano carattere di esigitività morale per tutti. “L’economia ha bisogno dell’etica per il suo corretto funzionamento; non di un’etica qualsiasi, bensì di un’etica amica della persona” (45). Al centro della valutazione morale in campo economico deve esserci la dignità di ogni essere umano, lo sviluppo di tutto l’uomo in ogni uomo. “Desidererei ricordare a tutti - scrive il Papa -, soprattutto ai governanti impegnati a dare un profilo rinnovato agli assetti economici e sociali del mondo, che il primo capitale da salvaguardare e valorizzare è l’uomo, la persona, nella sua integrità” (n. 25). Il discorso si fa estremamente concreto: “La dignità della persona e le esigenze della giustizia richiedono che, soprattutto oggi, le scelte economiche non facciano aumentare in modo eccessivo e moralmente inaccettabile le differenze di ricchezza e che si continui a perseguire quale priorità l’obiettivo dell’accesso al lavoro o del suo mantenimento, per tutti” (n. 32).

4. Un’economia eticamente responsabile è anche economicamente più efficace. Nell’analisi del Papa ciò è esigito anche dalla “ragione economica”: “L’aumento sistemico delle ineguaglianze tra gruppi sociali… ha anche un impatto negativo sul piano economico, attraverso la progressiva erosione del capitale sociale, ossia di quell’insieme di relazioni di fiducia, di affidabilità, di rispetto delle regole, indispensabili ad ogni convivenza civile” (ib.). Il mondo, le società, le persone non cresceranno se non insieme! E questo perché “i costi umani sono sempre anche costi economici e le disfunzioni economiche comportano sempre anche costi umani” (ib.). Si comprende in tal senso la preoccupazione del Papa riguardo al ricorso egoistico alla delocalizzazione del lavoro: “Non è lecito delocalizzare solo per godere di particolari condizioni di favore, o peggio per sfruttamento, senza apportare alla società locale un vero contributo per la nascita di un robusto sistema produttivo e sociale” (n. 40). Anche in campo economico, “il rispetto dei legittimi diritti degli individui e dei popoli” (n. 4) proibisce di agire per pregiudizio, considerando l’altro come minaccia e rifiutandogli le garanzie dovute alla sua dignità di persona, specialmente se in particolari condizioni di bisogno e di fragilità. Si pensi al dramma degli immigrati clandestini: “Ogni migrante - afferma il Papa - è una persona umana che, in quanto tale, possiede diritti fondamentali inalienabili che vanno rispettati da tutti e in ogni situazione” (n. 62). O si pensi all’abuso delle risorse energetiche da parte di alcuni paesi, alla crisi ecologica che sempre più ne consegue a danno di tutti (cap. IV dell’Enciclica), all’uso della tecnica non finalizzata alla promozione della dignità della persona ma al potere di alcuni su altri (cap. VI), o ancora alla manipolazione e alla violenza esercitata sulla vita umana, nella varietà delle sue fasi e delle sue espressioni (nn.74-75)…

5. Il “principio di gratuità” in economia. Questo forte richiamo alla sensibilità etica in campo economico e sociale non ha nulla di moralistico. L’Enciclica, ad esempio, non demonizza in alcun modo il profitto e l’impresa, come avveniva nelle letture ideologiche massimaliste. Ciò che deve però caratterizzare il conseguimento del profitto e l’imprenditorialità è l’attenzione all’eticità dei mezzi e dei fini, oltre che al reinvestimento sociale dei profitti stessi. Qui Benedetto XVI avanza un’idea di grande fascino, che appare supportata dalle tante forme di finanza etica e di economia di comunione che si vanno sviluppando nel mondo: la rilevanza del principio di gratuità in economia (n. 34). Se è vero che non si crescerà se non insieme, il reinvestimento di una parte degli utili al servizio della promozione umana e sociale dei più deboli è garanzia di benessere per tutti. “Senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica” (n. 35). Ne è riprova l’impatto positivo avuto nelle economie delle varie forme di microcredito e di partecipazione cooperativa. Il Papa della Deus caritas est lancia in tal modo un messaggio di estrema attualità: senza regole etico-sociali oggettive lo slancio della solidarietà e l’impresa economica sono a rischio per tutti. “Senza la verità, la carità… è esclusa dai progetti e dai processi di costruzione di uno sviluppo umano di portata universale, nel dialogo tra i saperi e le operatività” (n. 4). Il villaggio globale ha bisogno tanto di amore, quanto di verità. Saranno capaci i grandi della terra e gli esperti di economia di corrispondere a questa sfida?

6. Accoglienza dell’Enciclica. Le reazioni all’Enciclica indicano segnali complessi: se da una parte si registra un largo apprezzamento da parte di organismi di governo, da esponenti della politica e dell’economia, dall’altra non mancano riserve esplicite o implicite. Il direttore della Banca d’Italia Mario Draghi fa sue le tesi del Papa, spiegando che “uno sviluppo di lungo periodo non è possibile senza l’etica. Questa è una implicazione fondamentale, per l’economista… Per riprendere la via dello sviluppo occorre creare le condizioni affinché le aspettative generali, quelle che Keynes chiamava di lungo periodo, tornino favorevoli. È necessario ricostituire la fiducia delle imprese, delle famiglie, dei cittadini, delle persone nella capacità di crescita stabile delle economie” (Non c'è vero sviluppo senza etica, in L’Osservatore Romano 9 Luglio 2009). Il Premio Nobel 1974 per l’economia Paul Samuelson commenta positivamente l’enciclica, sostenendo che “il Papa con la sua enciclica sta cercando di riportarci ad una realtà che potrebbe diventare più vivibile con un ritorno all’etica nella finanza”. Secondo Samuelson in ciò che è avvenuto negli ultimi anni in campo economico-finanziario le regole più elementari del comune buon senso sono state eluse per dar spazio alla “deregulation” più selvaggia, all’arroganza del potere finanziario, alla noncuranza per la dignità umana. Pur accettando i processi della globalizzazione, Benedetto XVI ne denuncia lucidamente i pericoli e gli eccessi che possono far crescere povertà e disuguaglianza: se tali processi fossero ben gestiti, potrebbero condurre ad una redistribuzione della ricchezza a livello planetario, alleviando le sofferenze di tanti esseri umani. E ciò esige la coniugazione di carità e verità (Il Denaro, 14 Luglio 2009).

7. Obiezioni all’Enciclica. Fra le reazioni critiche, vanno segnalate alcune voci che provengono dagli Stati Uniti, in particolare da quell’America fedele alla tradizione del “rugged individualism”e al mito del “magnificent destiny” legato all’economia liberale. Il politologo e teorico dell’economia Michael Novak afferma di preferire al documento di Benedetto XVI l’enciclica Centesimus Annus, sostenendo che “Giovanni Paolo II aveva affrontato la crisi del sistema più chiaramente” e che “la tradizione cattolica sembra porre ancora troppo l’accento sulla carità, la virtù e la giustizia e non si concentra abbastanza sui metodi per sconfiggere il peccato dell’uomo” (Io preferivo la “Centesimus Annus”, in Liberal, 10-07-2009). Ancora più netta la critica dell’economista George Weigel, secondo il quale alcuni passaggi dell’Enciclica “sono semplicemente incomprensibili, come quando si afferma che per sconfiggere la povertà del Terzo Mondo e il sottosviluppo si richiede una ‘necessaria apertura, in un contesto mondiale, a forme di attività economica segnate da quote di gratuità e di comunione’. Questo può significare qualcosa di interessante; può significare anche qualcosa di ingenuo o stupido. Ma, contestualmente, è praticamente impossibile sapere cosa significa…. Ciò che può essere inteso come un nuovo punto di partenza concettuale per la dottrina sociale cattolica è, in realtà, un confuso sentimento precisamente dello stesso tipo di quelli che l’enciclica deplora come staccati dalla verità nella carità. Vi è anche un po’ di più nell’enciclica circa la ridistribuzione della ricchezza piuttosto che la creazione di ricchezza - un segno sicuro delle posizioni erronee di Giustizia e Pace al lavoro. E un altro aspetto preferito di Giustizia e Pace - la creazione di una ‘autorità politica mondiale’ al fine di garantire lo sviluppo umano integrale - è rivisitato, senza approfondire il modo in cui tale autorità dovrebbe operare normalmente, non più di quanto non lo si approfondisca nel fideismo curiale circa l’intrinseca superiorità della governance transnazionale” (Caritas in Veritate in Gold and Red. The revenge of Justice and Peace (or so they may think), in National Review on line July 7, 2009). Dal canto suo, lo storico italiano Paolo Prodi lamenta la mancanza di “senso tragico” nell’Enciclica, perché “il mercato è conflitto”: “Con questa Enciclica Benedetto XVI cerca di fissare delle coordinate metastoriche all’economia. Ma questa sottrazione alla storia fa problema… ” (nell’intervista fattagli da Marco Burini su Il Foglio 1 Luglio 2009).

Conclusione. Risposta alle obiezioni e prospettive. Risponde a queste critiche l’economista Stefano Zamagni, indicato fra gli ispiratori del testo della Caritas in veritate: “Ci sono due concezioni del mercato. La prima identifica il mercato con il sistema capitalistico. Se uno sposa questa tesi è evidente che metterà il principio del dono fuori dal mercato, nelle attività di volontariato, filantropiche. L’altra concezione, l’economia civile, è stata dominante fino a tutto il Settecento, poi è finita nell’ombra e solo negli ultimi anni si riaffaccia. Secondo questa tradizione di pensiero il mercato è il genere, il capitalismo la specie: dunque il mercato per funzionare bene deve incorporare il principio del dono. Uno è libero di scegliere la prima tesi o la seconda, basta non mischiarle… La dottrina sociale della chiesa riprende una linea di pensiero antichissima iniziata nell’XI secolo e portata avanti dai cistercensi e dai francescani: se il mercato è opera dell’uomo che vive in società non si vede perché l’uomo quando entra nel mercato debba abbandonare la virtù, il dono… È un filone di cui l’ultimo grande teorico è l’abate Antonio Genovesi, il primo titolare di una cattedra di Economia, all’Università di Napoli, nel Settecento… Ci vorranno anni per capire questa enciclica che usa categorie innovative… Gli americani avevano scommesso su un’enciclica che sconfessasse la ‘Populorum progressio’ e sono rimasti spiazzati. Le polemiche sul dono sono un pretesto” (intervista di Marco Burini su Il Foglio 16 Luglio 2009). Fra le posizioni elogiative di molti e quelle critiche provenienti soprattutto dal pensiero liberale americano, ci sono infine le voci ufficiali di consenso dei neo-liberisti europei politicamente impegnati: i loro elogi appaiono tuttavia inficiati da ricerca di consenso, perché di fatto le loro politiche in campo economico-sociale sembrano fare tutt’altro che tesoro delle indicazioni dell’Enciclica (si pensi solo alla politica sulle immigrazioni,o a quelle sulle fasce sociali più deboli). In conclusione, l’Enciclica appare come un sasso nello stagno, che scuote il dibattito economico mondiale in un momento di grande crisi, in cui la posta in gioco è altissima: o tornare indietro dopo tanto clamore alle scellerate politiche finanziarie, fruttuose in termini di profitto per pochi, ma devastanti per l’economia reale e l’interesse dei più; o imbarcarsi in una seria revisione delle regole della finanza e del mercato, per ridisegnare l’ordine economico internazionale e il sistema interno ad ogni paese alla luce del principio di gratuità, che riordini il profitto in vista del bene comune sulla base della convinzione che più etica e solidarietà in economia significano anche più verità e carità, e in ultima analisi economia più sana, giusta e vantaggiosa per tutti.
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"Caritas in Veritate", anche nel mondo sanitario
Mons. Zimowski: si ponga fine alle disuguaglianze nell'assistenza medica

di Carmen Elena Villa


CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 15 novembre 2010 (ZENIT.org).- Per il Presidente del Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute, monsignor Zygmunt Zimowski, “le attuali diseguaglianze nell’assistenza sanitaria esigono che si intraprenda un’azione coraggiosa senza indugio”.

Il presule lo ha affermato questa mattina durante una conferenza stampa nella Santa Sede, nella quale è stata presentata la XXV conferenza internazionale “Per una cura della salute equa ed umana alla luce della Enciclica Caritas in Veritate”.

L'evento accademico si svolgerà il 18 e il 19 novembre a Roma. Tra i relatori figurano i Cardinali Tarcisio Bertone, Segretario di Stato vaticano, Renato Raffaele Martino, Presidente emerito del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, e il titolare di questo dicastero, il Cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson.

Monsignor Zimowski ha affermato che risulta sempre più difficile “conciliare il progresso economico, scientifico e tecnico con la persistente disparità di accesso ai servizi sanitari, che è un diritto umano fondamentale”.

Allo stesso modo, ha denunciato le “continue ineguaglianze tra i sistemi sanitari dei Paesi ricchi e quelli dei Paesi in via di sviluppo, e peggio ancora di quelli cosiddetti meno sviluppati”.

Il presule ha inoltre rimarcato come all'interno degli stessi Paesi ricchi esistano “ampie differenze nell’accesso alle cure sanitarie”.

“Molti poveri ed emarginati non hanno accesso ai farmaci e ad altre tecnologie salvavita, a causa dei costi inaccessibili o delle scarse infrastrutture sanitarie esistenti nelle loro Nazioni”, ha lamentato.

Questa conferenza, guidata dai passi della “Caritas in Veritate” dedicati al tema della salute, “esaminerà, tra l’altro, le prospettive basilari per una promozione equa e più umana della salute”, ha detto monsignor Zimowski.

Per il professor Domenico Adruni, ordinario di Ginecologia e Ostetricia, questo evento vuole “riportare l’uomo, il paziente, al centro del nostro interesse”, e prendere così coscienza del fatto che “qualcosa sta mancando nelle Nazioni piú avanzate e anche nelle più sfortunate, ma forse più fortunate dal punto di vista umano, che chiedono sempre cure migliori”.

Padre P. Maurizio Faggioni, O.F.M., docente di Bioetica all'Accademia Alfonsiana di Roma, ha affermato dal canto suo che la conferenza vuole mostrare il tema della salute come “un diritto naturale, umano, fondato sulla persona, la dignità, sul guardare all'altro”.

Alcune statistiche sul tema sono state presentate dal sottosegretario del Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute, monsignor Jean-Marie Mpendawatu: “mentre in Italia le nascite assistite da personale sanitario qualificato sono il 99%, se andiamo in Etiopia il 6% delle donne in gravidanza ha questa possibilità, in Uganda il 42% e in Laos il 20%”.

Monsignor Zimowski ha quindi espresso l'auspicio che questa conferenza “faccia luce sui modi di migliorare l’accesso alla tanto desiderata parità di assistenza sanitaria di base, che sia allo stesso tempo rispettosa della dignità inalienabile dell’uomo”.

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