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Enciclica "Caritas in veritate"

Ultimo Aggiornamento: 16/11/2010 00.26
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Lettera del Presidente Napolitano al Papa sulla "Caritas in Veritate"
"Un invito ad un ripensamento approfondito e sereno di molti aspetti della vita"



CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 16 luglio 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo la lettera del Presidente Giorgio Napolitano a Benedetto XVI in merito all'enciclica "Caritas in Veritate".

* * *

Ho letto con grande interesse la Sua terza enciclica Caritas in veritate che, rivolta anche “a tutti gli uomini di buona volontà”, porta il Suo messaggio all’interno di società in cui vi è in questi anni apprensione ed incertezza non solo per le prospettive e per il futuro dell’economia mondiale e dello sviluppo, ma anche per i cambiamenti che si vanno delineando nei rapporti umani, nel mondo del lavoro e dell’impresa, nelle relazioni tra gli abitanti del pianeta e l’ambiente e le risorse naturali che per molto tempo sono state considerate inesauribili.

Sono certo che i temi centrali che riguardano la vita dell’uomo in rapporto ai suoi simili e le grandi questioni che toccano le nostre società, così come delineati nell’enciclica e collegati da quel filo rosso che Ella ha saputo così chiaramente rendere visibile nel testo, costituiranno uno stimolo ad una riflessione che potrà risultare benefica per tutti.

L’affermazione di Vostra Santità che oggi la questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica costituisce in effetti un invito ad un ripensamento approfondito e sereno di molti aspetti della vita e del funzionamento degli aggregati umani, con particolare riferimento “al senso dell’economia e dei suoi fini” e alla necessità di una “revisione profonda e lungimirante del modello di sviluppo, per correggerne le disfunzioni e le distorsioni”.

Mi è gradita l’occasione, Santità, per ribadirLe le espressioni della mia più alta considerazione e della mia attenta partecipazione nel seguire lo svolgimento della Sua quotidiana ed estremamente impegnativa missione".

Roma, 16 luglio 2009
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La dimensione teologico-pastorale della “Caritas in veritate”
di Paolo Asolan*


ROMA, sabato, 18 luglio 2009 (ZENIT.org).- Vari i timori che hanno accompagnato la gestazione dell’enciclica: su tutti, la persuasione diffusa e condivisa che i temi sociali non appartenessero alle corde profonde della teologia e della pastorale di Joseph Ratzinger. Un papa “teologo”: appassionato a questioni di fede e all’affermazione della verità soprattutto ad intra Ecclesiae, solo occasionalmente dedito a questioni ad extra Ecclesiae e soltanto quando si tratti di difendere la possibilità della religione di chiesa nel mondo e nella cultura post-moderni.

1.Carità nella verità: reciproca inclusione di teoria e prassi

Invece il primo dato, emergente fin dal titolo, è l’affermazione dell’unità profonda di verità e di carità, di fede creduta e di vita vissuta, di fides quae e di fides qua. Chi si occupa di teologia pastorale avrà tirato un sospiro di sollievo, ritrovando nella riflessioni introduttive (i nn. 1-7) il filo che trattiene inestricabilmente teoria e prassi, teologia speculativa e teologia pratica. Su tale filo si regge la teologicità non solo della teologia pastorale ma anche della Dottrina sociale della chiesa, nonchè la loro legittimità, tanto ad intra che ad extra. Il tema della reciproca inclusione di teoria e di prassi nonchè della loro specificità è giustificato dall’enciclica a partire da un’unità originaria del conoscere, che possiamo qui riassumere come unità di intelligenza e di amore. Già in Deus caritas est, 10 il papa dimostrava come questo fosse un dato che sporge non solo dall’esperienza umana elementare, ma pure dalla rivelazione cristiana. Si comprende così perchè la teologia si interessi di tutte le questioni pratiche umane, e dunque anche di quelle sociali. Che l’azione sia inscritta nella comprensione, è tanto dato originario dell’uomo quanto nota peculiare della Rivelazione cristiana, la cui attestazione non è mai solo informativa, ma sempre performativa: cioè conversione interiore e cambio della vita. Anche sociale.

2. La Dottrina sociale ha il suo “luogo” nella Tradizione della fede apostolica

“Appartiene da sempre alla verità della fede [...] che la Chiesa, essendo a servizio di Dio, è a servizio del mondo in termini di amore e di verità” (n.11). Tale dato originario è richiamato dal papa attraverso il rapporto che egli stabilisce tra l’enciclica, il Concilio, il magistero sociale precedente e soprattutto la Populorum progressio di Paolo VI (nn. 8-11 e l’intero primo capitolo), omaggiata di un impegnativo riconoscimento: “esprimo la mia convinzione che la Populorum progressio merita di essere considerata come ‘la Rerum novarum’ dell’epoca contemporanea” (n. 8). Questa unità tra pronunciamenti sociali diversi ma tutti con le medesime radici è spiegata dal papa come sviluppo della Tradizione della fede apostolica (n. 10). Si tratta di un tema “classico” e in fondo prevedibile in un pontefice che interpreta il Concilio entro l’ermeneutica della continuità.

Ciò che appare se non nuova almeno ribadita con fermezza, è l’uso di una tale ermeneutica per il corpus della Dottrina sociale. Il che può significare non tanto (come certamente si affanneranno a interpretare – e scrivere – altri, non noi) che al potenziale di emancipazione sociale iscritto nel cristianesimo si vuol mettere la museruola di una riduzione conservatrice, ma che nella chiesa non si è ancora sufficientemente compreso e agito intendendo la Dottrina sociale come “parte integrante della nuova evangelizzazione”. Dunque come un ambito che non può essere trascurato dalla ordinaria predicazione e dalla pastorale ordinaria delle comunità cristiane. La Dottrina sociale – nella sua valenza culturale e con la sua pretesa di offrire non solo precetti, ma anche una visione complessiva dell’uomo e della società, coestensiva alla visione cristiana della vita, è un capitolo strutturale del contributo che la fede cristiana può e desidera offrire al superamento della crisi della ragione moderna occidentale, ricollocando l’uomo nella sua costitutiva relazionalità sociale.

3. Una questione sociale complessa, non solo per via della globalizzazione

Tale “crisi antropologica” è in fondo alla base delle molte cose che non vanno anche in economia, politica e sistemi sociali vari (cfr. n. 34), cosicchè si potrebbe sostenere che la questione sociale oggi viene a coincidere con la “questione antropologica” di ruiniana memoria (cfr. n. 51). La carità nella verità vede urgente ricomporre un intero che sia di nuovo l’uomo-non-scisso: in cui, ad esempio, fede e ragione si sostengono e si “allargano” a vicenda, i regni di Dio tornano ad essere uno (e non uno nella mano destra e un altro nella sinistra, come sosteneva Lutero), l’anima e il corpo non si ignorano tra loro, l’individuo sia parte di una società, e più in generale l’uomo non tratti Dio da nemico.

Tali scissioni - per certi versi senz’altro all’origine della modernità, nonchè di quell’esito che è la differenziazione luhmanniana - necessitano di essere risignificate anche nella sfera sociale della vita a partire da un centro. Questo centro non può essere costitutito da un sottosistema-quale-che-sia (n.34).

La religione cattolica ritiene che dall’incarnazione del Figlio di Dio in poi, un tale centro sia offerto a tutti: in forza dell’unione ipostatica Dio e l’uomo non sono scissi o separati tra loro, così che il papa può sorprendentemente ri-affermare che “l’annuncio di Cristo è il primo e principale fattore di sviluppo” (n. 8; PP n. 16). Questo sviluppo ‘integrale’ si dà entro un’intelaiatura chel’enciclica tesse tra la questione della vita umana, quella del diritto al vangelo e quella sociale. Proprio ricalcando il magistero montiniano, Benedetto XVI lega Humanae vitae (HV), Evangelii nuntiandi (EN) e Populorum progressio (PP). La questione della vita umana (HV), del progresso sociale ed economico (PP) e del diritto al vangelo (EN) si saldano tra loro fondando la dignità inviolabile e l’effettiva possibilità dello sviluppo dei popoli e dei singoli a un livello che non rimanga puramente quello del potere e dell’economia (o del potere dell’economia). Per quanto affermato fin dall’inizio a proposito del legame tra tra teoria e prassi, risulta chiaro che una certa visione della procreazione umana porta implicito un certo legame o non-legame con il Dio rivelato dal vangelo e dunque un certo modello di rapporti sociali ed economici. E così via. Sarà a carico di chi rigetterà l’enciclica esplicitare il proprio apparato teorico a riguardo dell’antropologia e dell’evangelizzazione, implicito in quel rifiuto pratico; e sostenere la congruenza tra la sua posizione e quella espressa da Gesù, così come ci è stata trasmessa finora. Possibilmente, senza creare nuove scissioni.

4. Gv 21, 25 a

Cioè: “Vi sono ancora molte altre cose...” nell’enciclica che meriterebbero di essere riprese. Una osservazione si può ancora fare: quanto è bella la chiesa quando non parla solo di se stessa! Quando il sale o il lievito di cui essa dispone vengono immessi dentro la pasta che è la vita del mondo. Isolare le prese di posizione della Chiesa e trattarle come distillati da laboratorio, senza farli regire con situazioni e contesti concreti, non porta che a un’estenuazione del dato di fede. A dibattiti che, avvitandosi su se stessi, rendono incomprensibile se non inutile la fede, perchè privata del suo essenziale supposto che è non l'uomo astratto, ma quello reale (cfr. RH n. 14).

Che pena se la recezione dell’enciclica in Italia si limitasse al dibattito “meglio per la Chiesa lasciar perdere la bioetica e concentrarsi sulle questioni sociali”- come se non esistesse tra loro la connessione di cui sopra!

Sarà interessante raccogliere le reazioni e i dibattiti di quanti sono impegnati nella pastorale sociale e nella Caritas, più o meno internationalis: ci aiuteranno a coniugare la carità nella verità? O si perpetueranno – anche qui – le “moderne” scissioni: carità/giustizia, evangelizzazione/promozione umana, impegno sociale/vita spirituale, cittadino/cristiano?

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*Don Paolo Asolan insegna Teologia Pastorale all’Istituto Pastorale “Redemptor Hominis” della Pontificia Università Lateranense.










L’ordoliberalismo di Benedetto XVI
di Flavio Felice*


ROMA, sabato, 18 luglio 2009 (ZENIT.org).- La Caritas in veritate non vuole essere un trattato di economia, bensì un documento teologico-pastorale le cui argomentazioni si situano nel punto di congiunzione tra le scienze sociali e l’antropologia cristiana che le giudica e le raccorda. Nella lettura del documento, avvincente e complessa, abbiamo ritenuto opportuno limitarci all’analisi del concetto di mercato, consapevoli della parzialità della scelta e della limitatezza della riflessione.

Il paragrafo 34 dell’enciclica di Benedetto si apre con una dichiarazione il cui valore politico è sin troppo evidente, si consideri l’antiperfettismo di alcuni passi del The Federalist e i presupposti di alcuni padri del costituzionalismo moderno di marca anglosassone: “Talvolta, l’uomo moderno, è erroneamente convinto di essere il solo autore di se stesso, della sua vita e della società. E’ questa una presunzione, conseguente alla chiusura egoistica in se stessi, che discende – per dirla in termini di fede – dal peccato delle origini”. Si tratta di una tale cristallina visione dell’uomo che agisce nella società, ben presente nella storia del pensiero cattolico, si pensi all’antiperfettismo di Sturzo, che consente al Magistero sociale di Benedetto di giudicare come parziali e talvolta infernali le diverse derive materialistiche del XIX secolo: “La convinzione di essere autosufficiente e di riuscire a eliminare il male presente nella storia solo con la propria azione ha indotto l’uomo a far coincidere la felicità e la salvezza con forme immanenti di benessere materiale e di azione sociale”. E, d’altra parte: “La convinzione poi della esigenza di autonomia dell’economia, che non deve accettare ‘influenze’ di carattere morale, ha spinto l’uomo ad abusare dello strumento economico in modo persino distruttivo”.

La riflessione socio-economica della Caritas in veritate non si discosta dall’insegnamento del suo immediato predecessore. I cardini sui quali poggia sono pur sempre il principio di solidarietà e di sussidiarietà. È stato merito di Giovanni Paolo II, ed è un tratto caratteristico del Magistero di Benedetto XVI, sin dalla Deus caritas est, aver mostrato la complementarietà dei due principi, evidenziando l’impossibilità di concepire la sussidiarietà a prescindere da una comprensione altrettanto consistente della solidarietà, dunque, della giustizia sociale.

La “soluzione personalista-relazionale”, ad esempio, proposta da Benedetto XVI sin dal Messaggio per la Pace del 2009, in pratica, incontra il principio di solidarietà sul terreno del principio di sussidiarietà: il tema dell’esercizio della giustizia commutativa non è disgiunto, bensì assume significato autentico nella pratica della virtù della giustizia distributiva. È questo il tema trattato da Benedetto XVI nel paragrafo 35 in merito alla complementarietà del mercato rispetto ad altre dimensioni della alla vita sociale. In primo luogo, scrive Benedetto, “Il mercato, se c’è fiducia reciproca e generalizzata, è l’istituzione economica che permette l’incontro tra le persone, in quanto operatori economici che utilizzano il contratto come regola dei loro rapporti e che scambiano beni e servizi tra loro fungibili, per soddisfare i loro bisogni e desideri. Il mercato è soggetto ai principi della cosiddetta giustizia commutativa, che regola appunto i rapporti del dare e del ricevere tra soggetti paritetici”. Il mercato ci viene presentato come la più alta forma di collaborazione tra persone che non condividono necessariamente gli stessi fini. Il mercato si fonda sul principio contrattualistico della “reciprocità”, esso ovviamente non è il dono e neppure la rapina; sappiamo bene che la vita degli uomini non si risolve nel mercato, ma relegare il mercato tra le relazioni utilitaristiche, oltre ad essere un errore logico e storico, appare sempre più un errore pratico e, alla lunga, potrebbe risolversi in un errore politico. La catallassi, il mercato, è la tipologia sociale propria degli uomini liberi che consapevolmente cum-petono per ottenere il miglior risultato possibile, in ordine all’allocazione di beni scarsi e disponibili; ciò che non è scarso e non è disponibile evidentemente non entra e non deve entrare nella logica di mercato.

È in questo contesto che Benedetto XVI pone l’accento sull’importanza della giustizia distributiva per l’esistenza della stessa economia di mercato, in quanto in grado di offrire i fattori extracontrattuali necessari affinché un contratto possa essere stipulato e al minor costo possibile: “Infatti il mercato, lasciato al solo principio dell’equivalenza di valore dei beni scambiati, non riesce a produrre quella coesione sociale di cui pure ha bisogno per ben funzionare”. E continua: “Senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica. Ed oggi è questa fiducia che è venuta a mancare, e la perdita della fiducia è una perdita grave”. È in questa atmosfera concettuale, oltre che pastorale, che emerge un’affermazione di grande valore propositivo: “Non si tratta solo di correggere delle disfunzioni mediante l’assistenza. I poveri non sono da considerare un ‘fardello’, bensì una risorsa anche dal punto di vista strettamente economico”. In queste parole sono presenti tutti i temi affrontati da Giovanni Paolo II in Sollicitudo rei socialis (1987) e in Centesimus annus (1991). Argomenti che spinsero alcuni commentatori dell’epoca a parlare di barefoot capitalism, un capitalismo a piedi scalzi che ricorda le analisi dell’economista peruviano Hernando De Soto, ma anche quella decisamente più vicina a noi di “capitalismo popolare” di Luigi Sturzo.

Per questa ragione, il tema dell’integralità e dell’indivisibilità della libertà e con essa dello sviluppo umano è espresso da Benedetto XVI nella teorizzazione dell’impossibilità del mercato di auto fondarsi. È una questione particolarmente spigolosa che vede spesso in disaccordo anche coloro che sul significato “positivo e fondamentale del mercato” generalmente concordano. Il mercato per Benedetto XVI vive e prospera in forza delle virtù come l’onestà, la fiducia, la simpatia, ma non è in grado necessariamente di crearle da solo; e, qualora dovesse promuoverle, lo fa solo nella misura in cui i soggetti che vi operano scelgono di vivere secondo virtù e, così facendo, per usare un argomento tipicamente smithiano, anche inintenzionalmente finiscono per lubrificare i meccanismi del corpo sociale. Scrive Benedetto XVI: “È interesse del mercato promuovere emancipazione, ma per farlo veramente non può contare solo su se stesso, perché non è in grado di produrre da sé ciò che va oltre le sue possibilità. Esso deve attingere energie morali da altri soggetti, che sono capaci di generarle”.

La prospettiva di Benedetto XVI è sì un nuovo ordine mondiale, così come all’indomani della seconda guerra mondiale lo fu per i padri dell’“ordoliberalismo” alla Eucken, alla Böhm, alla Grossman-Dörth, alla Rüstov, alla Röpke, alla Müller-Armack, solo per citare alcuni tra gli intellettuali tedeschi che ricostruirono la Germania e posero le basi culturali ed istituzionali dell’Unione Europea. Si trattava, e nella riflessione di Benedetto XVI si tratta, ad ogni modo, di un’idea di ordine economico e di ordinamento politico mondiale anch’essi ispirati al principio di sussidiarietà orizzontale e verticale, se non si vuole cadere nella trappola hobbesiana, di un Leviathan globale le cui prerogative sovrane non appaiano più circoscritte neppure dalle pur deboli barriere nazionali.

In definitiva, Benedetto XVI sembrerebbe rinviare al significato “ordolibelarale” di ordine e di ordinamento; “ordine” e “ordinamento” appaiono una variabile determinante per la definizione e l’apprezzamento di un dato mercato. È, in breve, l’idea che i succitati autori avevano dell’economia sociale di mercato (senza confonderla con ibridi nostrani o renani). Fuori da ogni logica dogmatica: statalista-dirigista o anarco-libertaria che sia, Benedetto XVI sembra ripeterci che non esiste il “mercato nudo e crudo”; per intenderci, è sterile soffermarsi sugli “stili economici”, così come denunciati da Eucken nei suoi Fondamenti dell’economia politica (1939). Il mercato è un sistema relazionale, la cui cifra “civile” è data dalla capacità dei regolatori di individuare con metodo cooperativo (partecipativo-democratico) le procedure che consentano agli operatori del mercato la condivisione delle medesime regole (n. 24). Per il rispetto di tali regole è necessario, sebbene nella logica antropologica espressa dalla DSC non ancora sufficiente, predisporre per via sussidiaria un sistema di istituzioni nazionali e sovranazionali che ne salvaguardi la certezza e la trasparenza operativa, avendo a cuore l’ampliamento dei margini di libertà integrale degli operatori, presupposto indispensabile per ogni forma di sviluppo.

In definitiva, la critica di Benedetto ai sistemi economici non si comprende al di fuori del dato antropologico di partenza (n. 25), e dell’implicito rifiuto dell’assunto secondo il quale è necessario liberare l’uomo dall’idea di Dio perché l’uomo possa essere libero. Quello antropologico è il vero problema della filosofia cristiana contemporanea e anche della Dottrina Sociale, anche se troppi interpreti lo sottovalutano, riducendo così gli insegnamenti della Chiesa a mere visioni sociologiche ad uso di particolari visioni politiche, non di rado estranee alle intenzioni magisteriali. Scrive Benedetto: “Un Cristianesimo di carità senza verità può venire facilmente scambiato per una riserva di buoni sentimenti, utili per la convivenza sociale, ma marginale” (n. 4).

Appare con chiarezza che oggetto della critica al paradigma economico dominante non siano la proprietà privata, il mercato o il perseguimento del profitto, che Benedetto XVI, in sintonia con il suo predecessore invece ha saputo analizzare ed anche ridefinire, quanto il riduzionismo materialistico. Le attività economiche, al pari di qualsiasi altra dimensione dell’agire umano, non si realizzano mai in uno vuoto morale o in un mondo virtuale, ma all’interno di un determinato contesto culturale, le cui matrici possono essere riconosciute e apprezzate ovvero trascurate e disprezzate. Quando un sistema sociale nega il valore trascendente della persona umana (in ambito politico, economico e culturale) si rivela da se stesso come disumano, e merita di essere criticato: “non può ‘avere solide basi una società che […] si contraddice radicalmente accettando e tollerando le più diverse forme di disistima e violazione della vita umana, soprattutto se debole ed emarginata’” (n. 15). In questa prospettiva, una sana economia di mercato è sempre limitata da un ordine giuridico che la regola e da istituzioni morali, come ad esempio la famiglia e la pluralità dei corpi intermedi, che interagiscono con essa e la influenzano, essendone esse stesse influenzate.



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Il prof. Flavio Felice è Presidente del Centro Studi Tocqueville-Acton









Il quadro giuridico ed istituzionale del mercato di Benedetto XVI
di Fabio G. Angelini*


ROMA, sabato, 18 luglio 2009 (ZENIT.org).- La pubblicazione della prima enciclica sociale di Benedetto XVI a pochi giorni dal G8 dell’Aquila non pare essere una semplice coincidenza. Si tratta, infatti, di due eventi di straordinaria importanza perché saremo presto chiamati a scegliere quale modello di sviluppo vogliamo per i nostri figli.

E sul punto le opzioni a disposizione sembrano essere sostanzialmente due: ricercare, attraverso le azioni umane e gli strumenti economici, politici e sociali a nostra disposizione, la felicità umana nel solo benessere materiale; oppure, riconoscendo i limiti e la fallibilità della nostra conoscenza e degli strumenti in nostro possesso, concentrare gli sforzi nella ricerca di un modello di sviluppo integrale della persona, intesa sia nella sua dimensione materiale sia in quella spirituale.

L’enciclica “Caritas in veritate” [da una prima, sommaria e selettiva lettura], nel sottolineare come “senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica”, indica una chiara visione dell’economia di mercato. Delinea un sistema economico quanto più lontano da logiche dirigistiche e statalistiche, incentrato invece sul libero scambio e su una concezione del mercato che, riconoscendo la propria fallibilità, si apre a valori come solidarietà, la gratuità, la fiducia.

Un mercato concepito in chiave meramente produttivistica ed utilitaristica, in cui la persona non è considerata nella sua integrità, a lungo andare si manifesta per quello che è, cioè, come uno strumento incapace di assicurare un sviluppo non meramente consumistico e materialistico. Al contrario, in una “economia sociale di mercato” [un mercato che assume la cultura delle regole come cifra di civiltà], l’uomo - con la sua azione, la sua creatività e la sua capacità di innovare - viene posto al centro dei processi di mercato, fino a divenirne il fine.

Per far questo però, il mercato non può bastare a se stesso. Esso necessità di altri strumenti quali gli ordinamenti giuridici, i sistemi di controllo sociale extragiuridici, un’etica che contempli la cultura delle regole ed un sistema d interventi pubblici conformi al mercato, capaci di perseguire efficacemente gli interessi “civili” dei singoli. Si tratta di strumenti che devono operare all’interno del sistema economico ed intervenire in chiave sussidiaria al fine di lubrificare gli ingranaggi del libero mercato. Da un lato, accrescendo la fiducia e la correttezza tra gli operatori e garantendo la coesione sociale, dall’altro, scongiurando il rischio concreto che nella trama delle relazioni di mercato l’uomo venga ridotto a mero contraente, perdendo di conseguenza quel valore intrinseco che è invece proprio di ogni singola persona indipendentemente da ciò che essa è in grado di scambiare nel mercato

I prodotti finanziari-assicurativi costruiti per distribuire il più possibile i rischi derivanti dall’erogazione del credito, la delocalizzazione industriale concepita non come strumento di solidarietà ma di sfruttamento a fini produttivi di manodopera a basso costo, le politiche pubbliche di incentivazione ai consumi delle famiglie finalizzate all’aumento del PIL anche in condizioni di crescita demografica pari a zero (si veda la vicenda dei mutui subprime), la perversa concorrenza “a ribasso” tra ordinamenti giuridici in ambito sovranazionale (specie in materia di diritti sociali), le politiche di deregulation anche in settori sensibili come la finanza e il credito, l’assenza nel diritto globale dell’economia di un soddisfacente bilanciamento tra valori economici e valori non economici, rappresentano strumenti distruttivi del mercato e cioè, gli esiti di un’economia concepita in modo slegata rispetto alla logica del dono che è invece immanente nell’economia di mercato auspicata da Benedetto XVI.

Quanto detto ci mette tutti nelle condizioni di riflettere sulle possibili exit strategies con una prospettiva parzialmente diversa rispetto a quella con cui siamo soliti analizzare l’attuale crisi economica. Ci invita ad abbandonare quella concezione che vorrebbe l’economia affrancata dalla morale e che nega l’utilità - entro certi limiti e a determinate condizioni - della politica, delle istituzioni e delle regole per il corretto funzionamento del mercato.

Nell’esperienza degli Stati nazionali, quando ancora i confini dello Stato e quelli del mercato coincidevano, non sempre la politica ha dato prova di saper governare l’economia senza lasciarsi prendere dalla tentazione dirigistica. Del pari, non sempre le regole sono state in grado di promuovere la libertà economica, assicurando un’efficace tutela degli interessi pubblici. Ma quando le caratteristiche dell’economia post-industriale e la globalizzazione hanno segnato la fine di questo modello, si è venuta a creare una situazione di ingovernabilità del sistema economico e di eccessiva conflittualità intersoggettiva in parte riconducibile alla frammentazione dei pubblici poteri il cui intervento si basa sempre più su meccanismi e procedure di tipo non democratico, slegato dal circuito della rappresentanza politica.

In questo mutato contesto, l’insufficienza dei tradizionali strumenti giuridico-istituzionali tesi a promuovere il corretto funzionamento del mercato (tra cui rientra tanto la finanza pubblica, quanto la disciplina dei mercati finanziari, i servizi pubblici e l’azione delle autorità indipendenti), accompagnata dall’affermazione di un nuovo sistema valoriale spiccatamente egoistico e indifferente al bene di chi mi passa accanto, hanno permesso che nel mercato globale si facesse largo una visione economicistica dell’esistenza da cui è scaturita una preoccupante confusione tra fini (la persona) e mezzi (l’economia).

Perciò, se da un punto di vista culturale ed antropologico occorre soffermarsi sulla necessità di rinnovare il “contratto sociale” su cui si fonda il capitalismo, da un punto di vista giuridico-istituzionale, interrogarsi sulle possibili exit strategies significa avviare una riflessione su quali possano essere i mezzi attraverso cui, nonostante la globalizzazione e la persistente frammentarietà degli ordinamenti giuridici, assicurare al mercato oltre all’esercizio della virtù della giustizia commutativa, quella giusta dose di giustizia distributiva, senza la quale neppure la prima può essere esercitata. Si tratta, in altri termini, dell’affascinante tema della governance dell’economia globale e del problematico rapporto tra politica, diritto e mercato la cui soluzione non può che essere l’attuazione del principio di sussidiarietà.

L’ormai irreversibile crisi degli Stati nazionali, la frammentazione dei pubblici poteri e il nuovo rapporto tra società e diritto che ne è scaturito, la sussistenza di un articolato insieme di norme e regole e nel contempo di intersezioni fra diversi ordinamenti giuridici nazionali ed ultranazionali ove è assente qualsiasi forma di regolamentazione, deve spingere i potenti della terra verso il rafforzamento (anche politico) di una costituzione giuridico-istituzionale del mercato globale, favorendo il bilanciamento fra il libero mercato e quei valori extra economici il cui rispetto è essenziale per uno sviluppo equilibrato degli scambi e delle regolazioni in ambito sovranazionale.

Nell’impossibilità di immaginare la creazione di un vero e proprio Stato globale [ma anche la rischiosità che un simile evento comporterebbe], un passo importante (e forse più efficace) sarebbe quello di riflettere sulla possibilità di dar vita ad una vera e propria costituzione economica globale (a cui dovrebbero ancorarsi i global legal standards) capace di porre, nel rispetto della libertà dei singoli, poche e semplici regole a presidio degli interessi generali e del mercato stesso e di impedire che la concorrenza tra ordinamenti dia luogo ad una corsa al ribasso capace di stravolgere qualsiasi valore e tutela della persona. In questo nuovo contesto giuridico-istituzionale gli Stati nazionali (e, nel nostro caso, l’Europa) sarebbero chiamati ad intervenire, attraverso gli strumenti a propria disposizione, in chiave sussidiaria e conforme al mercato con l’unico fine di assicurare quella tutela della dimensione integrale della persona che tanto nelle economie chiuse quanto nella globalizzazione è mancata.



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Fabio G. Angelini è Direttore del Centro Studi Tocqueville-Acton
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La novità della "Caritas in Veritate"
di Pierpaolo Donati*


ROMA, martedì, 21 luglio 2009 (ZENIT.org).- Dell’Enciclica Caritas in Veritate sono già state dette e scritte molte cose. Giustamente ci si è concentrati sul suo messaggio centrale, e cioè che la carità vissuta nella verità “è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera” (n. 1). Il richiamo del Papa a ritrovare il senso più profondo dell’agire umano nell’amore autentico verso Dio (che è Verità) e verso gli altri uomini è certamente il cuore dell’enciclica. Indubbiamente, è la stella polare che orienta sia l’analisi dei grandi problemi economici, sociali e politici del mondo contemporaneo, sia delle loro possibili soluzioni.

In questo breve intervento io vorrei sottolineare un aspetto dell’enciclica che non è stato ancora approfondito. Alludo al nuovo ‘modo di pensare’ che Papa Ratzinger propone in questo testo. Si tratta di un modo di pensare che è centrato sulla relazionalità come categoria centrale per leggere la condizione umana e le vie da percorrere per un autentico sviluppo integrale della persona e dell’umanità (“Un simile pensiero obbliga ad un approfondimento critico e valoriale della categoria della relazione”, n. 53).

Papa Ratzinger vede nella carità “la via maestra della dottrina sociale della Chiesa” con la seguente giustificazione: perché “essa dà vera sostanza alla relazione personale con Dio e con il prossimo; è il principio non solo delle micro-relazioni: rapporti amicali, familiari, di piccolo gruppo, ma anche delle macro-relazioni: rapporti sociali, economici, politici” (n. 2). Sin dall’inizio, appare chiaro che la chiave di volta dell’enciclica viene collocata nella qualità delle relazioni, micro e macro, passando per le relazioni meso (quelle proprie delle formazioni sociali intermedie di società civile, di cui si parla diffusamente nei capitoli 3,4,5).

Alla base di questa impostazione c’è l’idea che, ferma restando la verità perenne secondo cui la dignità umana consiste nella filiazione divina, è altrettanto vero che oggi cambia il senso (storico, culturale, contestuale) di ciò che è umano. Lo scenario ci pone davanti a un complesso di degradazioni di ogni genere, specie nel campo della manipolazione della vita umana e della famiglia, così come a tante emergenze, da quella educativa, alla disoccupazione, alla negazione di fondamentali diritti umani in tante parti del globo. Non si può affrontare questo nuovo scenario senza un’adeguata antropologia (“La questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica”, n. 75) e senza che tale antropologia sia capace di proiettarsi poi sull’intera società, cioè su tutti i rapporti sociali in cui è in gioco la vita umana.

La via che Benedetto XVI propone può essere, a mio avviso, chiamata ‘relazionale’ a motivo del fatto che è nella categoria della relazione che va cercata la soluzione. “La creatura umana, in quanto di natura spirituale, si realizza nelle relazioni interpersonali. Più le vive in modo autentico, più matura anche la propria identità personale. Non è isolandosi che l'uomo valorizza se stesso, ma ponendosi in relazione con gli altri e con Dio. L'importanza di tali relazioni diventa quindi fondamentale. Ciò vale anche per i popoli. È, quindi, molto utile al loro sviluppo una visione metafisica della relazione tra le persone” (n. 53). E poco più oltre: “La rivelazione cristiana sull'unità del genere umano presuppone un'interpretazione metafisica dell'humanum in cui la relazionalità è elemento essenziale” (n. 55).

Ecco dunque il filo rosso dell’enciclica: leggere l’umano attraverso la relazionalità e di qui procedere a svolgere un’analisi adeguata al nostro tempo delle varie questioni che ci attanagliano. La qualità delle relazioni sociali si qualifica per ciò che le persone amano di più, per le premure ‘ultime’ che le persone esprimono nelle loro relazioni. L’amore è dono di Dio, ma anche premura fondamentale delle persone umane. La sua presenza o la sua assenza spiega i problemi di cui soffriamo e dischiude le loro possibili soluzioni. Ma l’amore non è un bel sentimento, bensì è una certa relazione con se stessi, con gli altri e con Dio. L’enciclica insiste proprio sul fatto che la carità non può essere intesa come un generico sentimento, affetto o emozione. La carità di cui si parla, proprio perché è relazione, non può essere un fatto ‘privato’ (privato di responsabilità sociale). È invece la sorgente di ogni bene, in quanto bene relazionale. Per questa ragione, l’amore può e deve diventare un principio di organizzazione sociale (la civiltà dell’amore). “Il problema decisivo è la complessiva tenuta morale della società” (n. 51). Occorre che gli uomini tessano “delle reti di carità” (n. 5). “La ‘città dell'uomo’ non è promossa solo da rapporti di diritti e di doveri, ma ancor più e ancor prima da relazioni di gratuità, di misericordia e di comunione. La carità manifesta sempre anche nelle relazioni umane l'amore di Dio” (n. 6).

Di qui, poi, le conseguenze operative. In sintesi: l’idea che le relazioni in cui la carità si concretizza, come il dono e la fraternità, possano e debbano diventare, da realtà marginali ed emarginate nella società moderna, dei principi che hanno un posto di primo piano nelle cose più pratiche, per esempio nel modo di organizzare e gestire le imprese economiche, un’associazione di consumatori, un sindacato, una rete di servizi sociali, lo Stato sociale, le relazioni fra i popoli, e così via. Fino a sostenere l’articolazione della società, del ‘fare società’ (associazioni in senso lato), su una governance di tipo societario e plurale, che realizza il bene comune attraverso una combinazione di solidarietà e sussidiarietà fra tutte le parti. Ciò vale dall’organizzazione di una famiglia su su fino alle relazioni internazionali.

Ma cosa può spingere gli uomini su questa via, stante l’attuale processo di globalizzazione guidato da un capitalismo rampante, da un individualismo sempre più pervasivo, da evidenti fenomeni di scollamento e frammentazione del tessuto sociale?

È qui che entra in gioco la verità, senza cui la carità sarebbe ridotta solo a emozioni: “senza la verità, la carità viene relegata in un ambito ristretto e privato di relazioni. È esclusa dai progetti e dai processi di costruzione di uno sviluppo umano di portata universale, nel dialogo tra i saperi e le operatività” (n. 4); e ancora: “la verità libera la carità dalle strettoie di un emotivismo che la priva di contenuti relazionali e sociali” (n. 3).

Qui si rivela di nuovo l’importanza della chiave relazionale come ‘novità’ dell’enciclica. Infatti, lo specifico dell’enciclica, al di là dei temi ben noti (appello allo sviluppo umano integrale, alla lotta contro le vecchie e nuove povertà, ecc.), sta nell’evidenziare il mutuo interscambio tra carità e verità che si configura come un pensarli ‘relazionalmente’. È da tale relazionalità che possono scaturire i progetti di un nuovo umanesimo aperto alla trascendenza. Non c’è verità senza carità e non c’è carità senza verità. La verità ha bisogno della carità, così come la carità ha bisogno della verità. Questo nesso inscindibile è la relazione che caratterizza l’umano. In essa trovano le loro radici tutte le qualità che possiamo caratterizzare come autenticamente umane, le quali sono indispensabile per avere una ‘società dell’umano’, cioè un’economia, una politica, una tecnologia, una bioetica dal volto umano.

Il nesso relazionale tra amore e verità è sempre necessario, ma le sue forme e i suoi contenuti sono sempre contingenti a motivo della particolarità dei contesti, nello spazio e nel tempo. La portata di questa prospettiva è lo sviluppo di “un nuovo pensiero” (n. 78) che risponde al grido lanciato da Paolo VI: “il mondo soffre per mancanza di pensiero” (n. 53). La Caritas in Veritate ci invita ad abbracciare un nuovo pensiero additandoci una strada precisa, che sgorga da una visione teologica, ma è capace di dialogare e fecondare tutte le scienze umane e sociali.

La Chiesa non pretende di dare delle ricette, ma addita un nuovo modo di pensare che ha nella relazionalità, radicata nella realtà insieme trascendente e immanente della Trinità, la sua fonte. Questa prospettiva, dopo le prime pagine a carattere teologico, è particolarmente espressa come dialogo con le scienze umane e sociali nei nn. 53-55, e dà sostanza a tutte le altre considerazioni più ‘pratiche’ in merito alla configurazione delle relazioni economiche (una nuova economia civile), delle relazioni politiche (un nuovo welfare plurale, sussidiario, relazionale), delle relazioni famigliari e di cura della vita (una nuova bioetica relazionale), e così via.

Il messaggio più profondo dell’enciclica, a me pare, sta dunque nello scommettere su una nuova interazione etica delle coscienze e delle intelligenze, su un pensiero relazionale che sia all’altezza delle nuove interdipendenze che si vengono a creare tra gli uomini e tra i popoli. Lo sviluppo umano sarà l’effetto emergente di questa nuova visione dello stare in società e delle pratiche che ne conseguono. Per esempio, la procreazione artificiale non potrà essere più pensata e praticata come espressione di un desiderio o di un sentimento privato (emozionale) di uno o due individui, perché ciò che conta è la dignità della relazione da cui nasce il figlio, dignità da cui dipende l’humanum nell’identità del figlio stesso. L’appello di Benedetto XVI “alla reciprocità delle coscienze e delle libertà” è un appello a ripensare la nostra vita in questa direzione, cioè come relazione in ciò che essa ha di umano. Da questo modo di pensare può scaturire una nuova società.

Nell’orizzonte di questa prospettiva il bene comune viene ripensato come bene relazionale, il quale può essere realizzato solo attraverso un uso appropriato e combinato dei principi di solidarietà e sussidiarietà, sulla base di una antropologia relazionale e di una visione relazionale dell’intera società, a partire dalla famiglia.

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*Pierpaolo Donati è professore ordinario di Sociologia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Bologna, dove è anche coordinatore del Dottorato di ricerca in Sociologia e direttore del CEPOSS (Centro Studi di Politica Sociale e Sociologia Sanitaria). Past-President dell’Associazione Italiana di Sociologia, ha fondato il CIRS (Centro Interuniversitario per la ricerca sociale, una rete di reti accademiche di ricerca empirica). Dal 1997 è membro della Pontificia Accademia di Scienze Sociali.












L’apertura responsabile alla vita è una ricchezza sociale ed economica
di Angela Maria Cosentino

ROMA, martedì, 21 luglio 2009 (ZENIT.org).- L’attuale crisi economica evidenzia la fragilità di un sistema, a cui occorre rispondere con un cambiamento di stili di vita e un’alleanza tra etica ed economia. Questo è il fondamentale messaggio dell’enciclica Caritas in Veritate di Benedetto XVI di fronte all’attuale questione sociale, oggi globale.

Il documento rappresenta una proposta rivolta ad intra e ad extra in continuità con il passato (Populorum progressio e Humanae vitae di Paolo VI, Evangelium vitae di Giovanni Paolo II) e nello stesso tempo aperta a nuovi temi (immigrazione, globalizzazione, tutela dell’ambiente, ricerca di fonti alternative di energia, attuale crisi economica e finanziaria, innovative esperienze sindacali). Particolarmente significativo è il collegamento, oggi sempre più inquietante, tra rispetto della vita e sviluppo dei popoli.

Già Humanae vitae, che sottolinea il significato insieme unitivo e procreativo della sessualità, indica i forti legami esistenti tra etica della vita ed etica sociale (CV, 15), inaugurando una tematica magisteriale che ha preso corpo in vari documenti, fino all’enciclica Evangelium vitae. La Chiesa propone con forza questo collegamento, nella consapevolezza che non può “avere solide basi una società che – mentre afferma valori quali la dignità della persona, la giustizia e la pace – si contraddice radicalmente accettando e tollerando le più diverse forme di disistima e violazione della vita umana, soprattutto se debole ed emarginata” (EV, 93).

Anche per effetto, in varie parti del mondo, di politiche demografiche che spesso impongono un forte controllo delle nascite con contraccezione, aborto e sterilizzazione. Nei Paesi economicamente più sviluppati, le legislazioni contrarie alla vita sono molto diffuse e hanno condizionato mentalità e comportamento, e contribuiscono a diffondere anche in altri Stati, come progresso culturale, una deleteria mentalità antinatalista (CV, 28).

Così, l’aborto, insieme ad una sistematica pianificazione eugenetica delle nascite e sul versante opposto, una mens eutanasica, che in certe condizioni considera la vita non più degna di essere vissuta, e per pressione di gruppi nazionali e internazionali rivendica il riconoscimento giuridico dell’eutanasia , sono espressioni di posizioni culturali che negano la dignità umana e che con tali pratiche, alimentano, a loro volta, una concezione materiale e meccanicistica della vita umana. “Chi potrà misurare gli effetti negativi di una simile mentalità sullo sviluppo?” (CV 75).

L’apertura moralmente responsabile alla vita, invece, è una ricchezza sociale ed economica, al centro del vero sviluppo. Quando una società si orienta verso la negazione della vita finisce per non trovare più le motivazioni e le energie necessarie per il vero bene dell’uomo. La ridotta sensibilità personale e sociale verso l’accoglienza alla vita comporta l’inaridimento anche di altre forme di accoglienza sociale. L’apertura alla vita, invece, “tempra le energie morali e rende capaci di aiuto reciproco” ( CV, 28).

È auspicabile, perciò, un maggiore impegno per creare un clima più favorevole a una revisione delle politiche demografiche verso una cultura per la vita. L’iter della mozione con cui il governo italiano si dovrebbe impegnare all’ONU per una moratoria sull’aborto come mezzo di controllo delle nascite è una tappa significativa, di elevato valore simbolico, per contribuire a rompere quella logica di morte che sta attanagliando l’Europa e il mondo intero.
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Dalla solidarietà alla fraternità, la rivoluzione della “Caritas in veritate”
Intervista al Preside della Scuola Superiore di Studi Medievali e Francescani

di Antonio Gaspari


ROMA, venerdì, 24 luglio 2009 (ZENIT.org).- Uno degli aspetti più originali e caratteristici dell’enciclica “Caritas in veritate” è quello in cui il Pontefice Benedetto XVI supera il concetto della generica solidarietà e indica la fraternità come approccio guida per realizzare la rivoluzione sociale necessaria per promuovere e orientare lo sviluppo dei popoli.

Secondo il Papa il concetto di solidarietà è troppo limitativo e non impegna integralmente la comunità umana e la Chiesa nel prendersi cura dell'altro. La fraternità intesa come pratica della carità nella verità significa amare l'umanità esprimendo un amore gratuito, che impegna ogni individuo a dare prima ancora di ricevere. In questo contesto l'enciclica è esplicita nel richiedere la conversione dei cuori di ognuno.

Per cercare ci comprendere meglio come si possa costruire una pratica economica intorno al principio di fraternità, ZENIT ha intervistato padre Pietro Messa, Preside della Scuola Superiore di Studi Medievali e Francescani della Pontificia Università Antonianum di Roma.

Nell’enciclica “Caritas in veritate”, il Papa Benedetto XVI sottolinea l’importanza della “fraternità”. Può illustrarci che cosa intendeva san Francesco per fraternità e che cosa intende il Pontefice oggi?

Padre Messa: Francesco d’Assisi negli anni precedenti alla sua conversione faceva parte di quelle fraternità giovanili presenti nel suo periodo, spesso animate da desideri di compiere gesta eroiche e imbevute di una vera e propria ideologia cavalleresca.

Dopo la sua conversione con altri formò sempre una fraternità, ma ora caratterizzata dal vivere la forma di vita del Vangelo: quindi il passaggio non fu nel costituire una fraternità, ma dalla presenza del Vangelo come motivo unificatore.

Ciò fece sì che all’interno della fraternità ci fossero relazioni nuove, caratterizzate dalla minorità e dal servizio; non più un gruppo chiuso in se stesso e compiaciuto delle proprie gesta, ma una comunità aperta tanto che al termine della vita Francesco denominerà persino il sole, la luna, le stelle, il fuoco, l’acqua e persino la morte con l’appellativo di fratello e sorella.

Benedetto XVI nel capitolo terzo dell’enciclica afferma che il trinomio fraternità, sviluppo economico e società civile devono stare uniti rispetto a ideologie che assolutizzano uno degli aspetti a discapito degli altri con risultati che si sono rivelati nefasti. Naturalmente con fraternità intende tutti gli uomini uniti dall’essere creature dell’unico Dio.

San Francesco operò una rivoluzione sociale che influì molto sull’economia. Oggi quella rivoluzione è malintesa. Può spiegarci in che modo san Francesco sanò l’economia dando testimonianza di fraterna e virtuosa vita cristiana?

Padre Messa: Di per sé frate Francesco volle vivere il Vangelo in fraternità e minorità congiunta alla povertà. Perché quest’ultima diventasse vivibile e non solo una utopia, soprattutto dopo la sua morte, i frati cominciarono a distinguere l’uso delle cose dalla loro proprietà, e successivamente l’uso povero da un uso non evangelico.

Così si giunse a riconoscere che la moralità non stava tanto nel possesso o no di un bene, ma nel suo uso che doveva essere finalizzato al bene comune. Da ciò scaturì la convinzione che anche un mercante capace nel suo mestiere, purché finalizzato al bene comune, poteva essere virtuoso e vivere santamente. Legato a ciò è la nascita dei Monti di Pietà ad opera dei francescani di cui parla l’enciclica al paragrafo 65.

Quali sono, secondo lei, i punti più rilevanti della nuova enciclica?

Padre Messa: Per una maggiore comprensione sarebbe bene leggere i testi indicati in nota, e non meraviglia che tra questi vi sia alla nota 102 il rimando alla Istruzione sulla libertà cristiana e la liberazione, “Libertatis coscientia”, del 22 marzo 1987 della Congregazione della Dottrina della Fede, che porta la firma proprio dell’allora cardinal Joseph Ratzinger. In tale documento si afferma che il problema non sono le strutture in se stesse, ma il peccato dell’uomo che può strutturarsi in vere e proprie “strutture di peccato”.

In continuità con ciò nell’enciclica si afferma continuamente che la questione essenziale è la purificazione del cuore, della mente e della volontà dell’uomo. Da ciò si vede l’unità del magistero di Benedetto XVI che accanto ad una enciclica come questa sullo sviluppo dà molta importanza alle indulgenze concesse ad esempio per l’anno paolino o l’anno sacerdotale.

Il Papa Benedetto XVI critica aspramente le politiche di riduzione delle nascite, indicandole come una delle cause vere della crisi in corso. Qual è il suo parere in proposito?

Padre Messa: Per Benedetto XVI origine e causa del male è il peccato, inteso come chiusura in se stesso e egoismo. Ciò si manifesta in molti modi, tra cui vi è anche la chiusura egoistica alla vita generata nell’amore.

In merito ai problemi ambientali l’enciclica respinge l’ideologia ecologista radicale che si oppone allo sviluppo umano e respinge la visione in cui la natura è considerata più importante della persona umana. Al n. 48 il documento papale sostiene che questa posizione ideologica “induce ad atteggiamenti neopagani o di nuovo panteismo”. Condivide l’analisi della Caritas in veritate?

Padre Messa: Questa enciclica sembra persino una sintesi del magistero di Benedetto XVI che indica una ricomposizione della “verità totale” superando le polarizzazioni che conducono all’assolutizzazione di qualche particolare contro il resto con risultati grotteschi: la ragione contro la fede e viceversa, la carità contro la verità, l’incarnazione contro la dimensione escatologica della vita. Ciò vale anche per il rispetto per il creato: egli corregge sia un disprezzo della creazione, ma anche l’assolutizzazione idolatra.

Da alcuni decenni il mondo cattolico sembra diviso tra chi si occupa di opere sociali e di chi difende la vita e la famiglia. L’enciclica supera brillantemente la questione sostenendo che “non c’è carità senza verità” e che verità e carità si ritrovano in Cristo e nel Vangelo. Qual è il suo parere in proposito?

Padre Messa: Proprio questo è ciò che va colto di Benedetto XVI: mostrare la bellezza della fede. A questo proposito san Bonaventura da Bagnoregio – le cui opere hanno contribuito alla formazione del pensiero del Papa – diceva che la bellezza è l’armonia di parti ottimamente colorate.

A volte invece sembra che debba esserci armonia ma senza identità oppure identità nel contrasto, anche in aspetti della fede fondamentali quali la carità e la verità. Un altro teologo caro a Benedetto XVI è Hans Urs von Balthasar che soleva dire che “la verità è sinfonica”: è questa armonia sinfonica della bellezza della fede che Benedetto XVI vuole mostrare.
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La stampa vede nell'Enciclica un messaggio di speranza
Riconosce padre Lombardi, portavoce vaticano



LES COMBES, domenica, 26 luglio 2009 (ZENIT.org).- I mezzi di comunicazione, che hanno offerto e continuano a offrire una straordinaria copertura dell'Enciclica, hanno visto nella Caritas in Veritate "un messaggio di speranza", spiega il portavoce vaticano.

Padre Federico Lombardi S.I., direttore della Sala Stampa della Santa Sede, ha sintetizzato il modo in cui la stampa ha accolto la terza Enciclica di questo pontificato e il nuovo panorama che presenta nell'editoriale di "Octava Dies", il settimanale informativo del Centro Televisivo Vaticano.

"L'Enciclica 'Caritas in veritate' ha avuto e continua ad avere una larga eco nel mondo, con numerosi commenti in molte lingue diverse", constata il portavoce.

"La profondità dell'approccio antropologico e teologico, la molteplicità e l'attualità dei temi trattati danno effettivamente occasione a un'ampia gamma di approfondimenti, generalmente assai positivi", aggiunge.

"I commentatori colgono che - nonostante la crisi che attraversiamo - l'Enciclica offre un messaggio di speranza: l'umanità ha la missione e i mezzi per trasformare il mondo e far progredire la giustizia e l'amore nelle relazioni umane, anche nel campo sociale ed economico".

"Ma se lo sviluppo dev'essere al servizio dell'uomo e di tutti gli uomini non si può sfuggire alla domanda più profonda: chi è quest'uomo da servire?", si chiede padre Lombardi.

"Qui - ed è una delle originalità dell'Enciclica - l'orizzonte si allarga a temi che non erano toccati in precedenti encicliche sociali: la difesa della vita, la visione della sessualità e della famiglia", risponde.

"Su questi temi il Papa va ancora una volta coraggiosamente controcorrente rispetto a tendenze culturali oggi molto diffuse se non dominanti".

"Ma anche queste parti dell'Enciclica sono essenziali: vanno lette e prese sul serio come parti di un discorso unitario".

"La Chiesa - conclude padre Lombardi - offre con lealtà a tutti la sua visione dell'uomo, perché è convinta che sia il modo migliore per servire il bene dell'uomo".
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I temi della "Caritas in veritate" esposti dal cardinale Tarcisio Bertone davanti al Senato italiano. Apprezzamenti dalle forze politiche


Il cardinale segretario di Stato, Tarcisio Bertone, ha illustrato stamani davanti al Senato della Repubblica italiana l’ultima Enciclica di Benedetto XVI, Caritas in veritate. “Coloro che hanno la delicata e onorifica responsabilità di rappresentare il popolo italiano - ha affermato il porporato - possono trovare nelle parole del Papa un’alta e profonda ispirazione nello svolgimento della loro missione, così da rispondere adeguatamente alle sfide etiche, culturali e sociali che oggi ci interpellano”. Il servizio di Amedeo Lomonaco:

Il cardinale segretario di Stato si è soffermato sulle forze propulsive della verità e della carità. Solo ancorandosi a questi due criteri fondamentali si può costruire “l’autentico bene” e rispettare la legge naturale “inscritta nel cuore dell’uomo”. Verità e carità, tra loro inseparabilmente congiunte, sono anche i cardini della riflessione di Benedetto XVI sull’attuale realtà socioeconomica. Un importante messaggio dell’Enciclica Caritas in veritate - ha spiegato il cardinale Tarcisio Bertone - è l’invito a superare l’ormai obsoleta dicotomia tra la sfera economica e quella sociale:

“L’agire economico non è qualcosa di staccato e di alieno dai principi cardine della dottrina sociale della Chiesa che sono: centralità della persona umana, solidarietà, sussidiarietà, bene comune”.

La Dottrina sociale della Chiesa ci ricorda che una buona società è frutto certamente del mercato e della libertà. Propone un umanesimo a più dimensioni, nel quale il mercato non è combattuto o “controllato”, ma è visto come momento importante della sfera pubblica. Ci sono esigenze riconducibili al principio di fraternità - ha poi affermato il cardinale Tarcisio Bertone - che non possono essere eluse, “né rimandate alla sola sfera privata o alla filantropia”:

“La Caritas in veritate ci aiuta a prendere coscienza che la società non è capace di futuro se si dissolve il principio di fraternità; non è cioè capace a progredire se esiste e si sviluppa solamente la logica del dare per avere, oppure del dare per dovere. Ecco perché, né la visione liberal-individualista del mondo né la visione statocentrica della società sono guide sicure per farci uscire dalle secche in cui le nostre società sono oggi impantanate”.

Il cardinale segretario di Stato ha quindi aggiunto che la Dottrina sociale della Chiesa “non va considerata una teoria etica ulteriore rispetto alle tante già disponibili in letteratura”, ma una “grammatica comune” a queste perché fondata su uno specifico punto di vista, quello del “prendersi cura del bene umano”. Efficienza e giustizia, anche se unite, non bastano ad assicurare lo sviluppo dell’umanità:

“Il messaggio che la Caritas in veritate ci lascia è quello di pensare la gratuità, e dunque la fraternità, come cifra della condizione umana e quindi di vedere nell’esercizio del dono il presupposto indispensabile affinché Stato e mercato possano funzionare avendo di mira il bene comune. Senza partiche estese di dono si potrà anche vavere un mercato efficiente ed uno Stato autorevole (perfino giusto), ma di certo le persone non saranno aiutate a realizzare la gioia di vivere”.

Il cardinale Tarcisio Bertone si è soffermato infine su alcuni fattori che hanno portato all’attuale crisi economica. Il mutamento radicale nel rapporto tra finanza e produzione di beni e servizi ha portato ad una richiesta persistente di risultati finanziari sempre più brillanti. La diffusione dell’ethos dell’efficienza come criterio ultimo di giudizio ha poi finito con il legittimare l’avidità come una sorta di virtù civica. Alle autorità di governo la crisi lancia un duplice messaggio: la critica allo Stato interventista non può valere a disconoscere il ruolo centrale dello Stato regolatore. Le autorità pubbliche devono poi consentire la nascita e il rafforzamento di un mercato finanziario pluralista. L’augurio - ha detto il cardinale Tarcisio Bertone - è che l’Enciclica Caritas in veritate possa trovare l’attenzione che merita e portare “frutti positivi e abbondanti per il bene di ogni persona e di tutta l’umana famiglia, a cominciare dalla cara nazione italiana”.

Il presidente del Senato, Renato Schifani, ha affermato infine che l’Enciclica Caritas in veritate propone un nuovo "lessico di pace fondato sulla parola speranza". In questo quadro, ha osservato,è necessario un profondo cambiamento delle istituzioni internazionali:

“L’Enciclica apre il nuovo millennio dopo un periodo prolungato di crisi ed è anche occasione per ripensare l’economia del mondo globale, per ricercare nuove regole in una società in profonda trasformazione”.


Consensi unanimi, stamani al Senato, alle parole del cardinale Tarcisio Bertone e del presidente dell’assemblea di Palazzo Madama, Renato Schifani. Alessandro Guarasci ha intervistato il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani, il sottosegretario al Ministero degli Interni, Alfredo Mantovano, e il deputato del Pd, Luigi Bobba:

D. - Epifani, quest’enciclica è un richiamo alto al mondo della finanza…


R. - E’ un richiamo molto forte e a me convince molto il richiamo al fatto che nel processo di produzione l’uomo sia considerato come un fine e non come un mezzo. Lo stesso ragionamento fatto oggi dal cardinale Bertone sulla fraternità richiama proprio ciò e da questo punto di vista è una cosa che condivido molto.


D. - Il mondo economico le sembra disposto ad accettare questo messaggio?


R. - Io vedo il mondo economico un po’ distratto. La crisi l’aveva un po’ imtimorito e lo aveva anche fatto tornare indietro rispetto a quelle certezze che riteneva infallibili, come quella dell’autoregolamentazione dei mercati. Non riesco a capire se la lezione di questa crisi possa mutare in un atteggiamento ed anche in una dottrina, in una cultura dell’impresa diversa. Avremmo tutti l’interesse che l’impresa riflettesse sui limiti che ha avuto lo sviluppo in questi anni e riflettesse anche il suo rapporto con le persone.


D. - Mantovano, la Caritas in veritate può aiutare ad uscire più velocemente dalla crisi secondo lei?


R. - Una riflessione sulle conseguenze sociali della Buona novella avrebbe impedito di entrare nella crisi, collegando l’economia e la vita sociale in generale a principi di realtà. L’allontanamento, invece, dalla realtà ha provocato questo insieme di costruzioni finanziarie - in certi casi truffaldine, eteree - che sono uno dei fattori, evidentemente non l’unico, della crisi. L’altro aspetto è l’emergere, con evidenza - anche dalla lettura di questa Enciclica, ma anche in tutto il magistero della Chiesa - del collegamento con la crisi demografica: c’è un nesso strettissimo che viene ben sottolineato dalla decisione di non fare di figli e gli effetti che ne conseguono: un impoverimento non soltanto demografico, ma anche economico.


D. - Bobba, dall'Enciclica viene interpellata anche la classe politica?


R. - Credo che questa Enciclica interpelli fortemente la politica per due ragioni: da un lato, perché rimette in tensione il rapporto fra etica ed economia - altrimenti l’economia impazzisce se perde il parametro del bene comune e dello sviluppo integrale dell’uomo. Dall’altro, perché c’è una sollecitazione, una spinta, quasi un pungolo alla politica a pensare di costruire istituzioni di carattere globale, senza le quali i problemi globali non si riescono ad affrontare e la politica finisce come vagone di coda dell’economia. Parlo, ad esempio, del tema delle migrazioni, o del tema dell’ambiente.




Radio Vaticana
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Discorso del Card. Bertone al Senato italiano sulla “Caritas in veritate”


ROMA, mercoledì, 22 luglio 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato questo mercoledì dal Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato vaticano, di fronte al Senato della Repubblica Italiana a presentazione della Lettera enciclica “Caritas in veritate” di Benedetto XVI.

* * *

L'enciclica di Benedetto XVI si apre con un'Introduzione, che costituisce una densa e profonda riflessione nella quale vengono ripresi i termini del titolo stesso il quale coniuga fra loro strettamente la caritas e la veritas, l'amore e la verità. Si tratta non solo di una sorta di explicatio terminorum, di un chiarimento iniziale, ma si vogliono indicare i principi e le prospettive fondamentali di tutto il suo insegnamento. Infatti, come in una sinfonia, il tema della verità e della carità ritorna poi lungo tutto il documento, proprio perché qui sta, come scrive il Papa, "la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell'umanità intera" (Caritas in veritate, n. 1).

Ma - ci chiediamo - di quale verità e di quale amore si tratta? Non v'è dubbio che proprio questi concetti suscitino oggi sospetto - soprattutto il termine verità - o siano oggetto di fraintendimento - e ciò vale soprattutto per il termine "amore". Per questo è importante chiarire di quale verità e di quale amore parli la nuova enciclica. Il Santo Padre ci fa comprendere che queste due realtà fondamentali non sono estrinseche all'uomo o addirittura imposte a lui in nome di una qualsivoglia visione ideologica, ma hanno un profondo radicamento nella persona stessa. Infatti, "amore e verità - afferma il Santo Padre - sono la vocazione posta da Dio nel cuore e nella mente di ogni uomo" (n. 1), di quell'uomo che, secondo la Sacra Scrittura, è appunto creato "ad immagine e somiglianza" del suo Creatore, cioè del "Dio biblico, che è insieme Agápe e Lógos: Carità e Verità, Amore e Parola" (n. 3).

Questa realtà ci è testimoniata non solo dalla Rivelazione biblica, ma può essere colta da ogni uomo di buona volontà che usa rettamente della sua ragione nel riflettere su se stesso ("La verità è luce che dà senso e valore alla carità. Questa luce è, a un tempo, quella della ragione e della fede, attraverso cui l'intelligenza perviene alla verità naturale e soprannaturale della carità", n. 3). A questo riguardo, sembrano illustrare bene tale visione alcuni contenuti di un significativo ed importante documento che ha di poco preceduto la pubblicazione della Caritas in veritate: la Commissione Teologica Internazionale ci ha dato nei mesi scorsi un testo intitolato Alla ricerca di un'etica universale: nuovo sguardo sulla legge naturale. Esso affronta delle tematiche di grande importanza, che mi sento di segnalare e raccomandare specialmente in questo contesto del Senato, cioè di una istituzione che ha come funzione precipua la produzione normativa. Infatti, come disse all'Assemblea delle Nazioni Unite a New York il Santo Padre, durante la sua visita dello scorso anno al Palazzo di Vetro a proposito del fondamento dei diritti umani: "Questi diritti trovano il loro fondamento nella legge naturale inscritta nel cuore dell'uomo e presente nelle diverse culture e civiltà. Separare i diritti umani da tale contesto significherebbe limitare la loro portata e cedere a una concezione relativista, per la quale il senso e l'interpretazione dei diritti potrebbe variare e la loro universalità potrebbe essere negata in nome delle diverse concezioni culturali, politiche, sociali e anche religiose" (18 aprile 2008). Sono considerazioni che valgono non solo per i diritti dell'uomo, ma per ogni intervento dell'autorità legittima chiamata a regolare secondo vera giustizia la vita della comunità mediante delle leggi che non siano frutto di una mera intesa convenzionale, ma mirino all'autentico bene della persona e della società e per questo facciano riferimento a questa legge naturale.

Orbene, la Commissione Teologica Internazionale nell'esporre la realtà della legge naturale illustra proprio come la verità e l'amore siano esigenze essenziali di ogni uomo, profondamente radicate nel suo essere. "Nella sua ricerca del bene morale, la persona umana si mette in ascolto di ciò che essa è e prende coscienza delle inclinazioni fondamentali della sua natura" (Alla ricerca di un'etica universale: nuovo sguardo sulla legge naturale, n. 45), le quali inclinano l'uomo verso dei beni necessari alla sua realizzazione morale. Come è noto, "si distinguono tradizionalmente tre grandi insiemi di dinamismi naturali (...) Il primo, che le è comune con ogni essere sostanziale, comprende essenzialmente l'inclinazione a conservare e a sviluppare la propria esistenza. Il secondo, che le è comune con tutti i viventi, comprende l'inclinazione a riprodursi per perpetuare la specie. Il terzo, che le è proprio come essere razionale, comporta l'inclinazione a conoscere la verità su Dio e a vivere in società" (n. 46). Approfondendo questo terzo dinamismo che si ritrova in ogni persona, la Commissione Teologica Internazionale afferma che esso "è specifico dell'essere umano come essere spirituale, dotato di ragione, capace di conoscere la verità, di entrare in dialogo con gli altri e di stringere relazioni di amicizia (...) Il suo bene integrale è così intimamente legato alla vita in comunità, che si organizza in società politica in forza di un'inclinazione naturale e non di una semplice convenzione. Il carattere relazionale della persona si esprime anche con la tendenza a vivere in comunione con Dio o l'Assoluto (...)

Certamente, può essere negata da coloro che rifiutano di ammettere l'esistenza di un Dio personale, ma rimane implicitamente presente nella ricerca della verità e del senso presente in ogni essere umano" (n. 50).
L'uomo è dunque fatto per conoscere mediante la "ragione allargata" (cfr. Discorso del 12 settembre 2006 all'università di Regensburg) la verità in tutta la sua ampiezza, cioè non limitandosi ad acquisire conoscenze tecniche per dominare la realtà materiale, ma aprendosi fino ad incontrare il Trascendente, e per vivere pienamente la dimensione interpersonale dell'amore, "principio non solo delle micro-relazioni: rapporti amicali, familiari, di piccolo gruppo, ma anche delle macro-relazioni: rapporti sociali, economici, politici" (Caritas in veritate, n. 2). Sono proprio la veritas e la caritas che ci indicano le esigenze della legge naturale che Benedetto XVI pone come criterio fondamentale della riflessione di ordine morale sull'attuale realtà socio-economica: "Caritas in veritate è principio intorno a cui ruota la dottrina sociale della Chiesa, un principio che prende forma operativa in criteri orientativi dell'azione morale" (n. 6).

Con efficace espressione, il Santo Padre afferma perciò che "la dottrina sociale della Chiesa (...) è caritas in veritate in re sociali: annuncio della verità dell'amore di Cristo nella società. Tale dottrina è servizio della carità, ma nella verità" (n. 5).

La proposta dell'enciclica non è né di carattere ideologico né solo riservata a chi condivide la fede nella Rivelazione divina, ma si fonda su realtà antropologiche fondamentali, quali sono appunto la verità e la carità rettamente intese, o come dice la stessa enciclica, date all'uomo e da lui ricevute, non da lui prodotte arbitrariamente ("La verità, che al pari della carità è dono, è più grande di noi, come insegna sant'Agostino. Anche la verità di noi stessi, della nostra coscienza personale, ci è prima di tutto "data". In ogni processo conoscitivo, in effetti, la verità non è prodotta da noi, ma sempre trovata o, meglio, ricevuta. Essa, come l'amore, "non nasce dal pensare e dal volere ma in certo qual modo si impone all'essere umano"", Caritas in veritate, n. 34). Benedetto XVI vuol ricordare a tutti che solo ancorandosi a questo duplice criterio della veritas e della caritas, fra loro inseparabilmente congiunte, si può costruire l'autentico bene dell'uomo, fatto per la verità e l'amore. Secondo il Santo Padre, "solo con la carità, illuminata dalla luce della ragione e della fede, è possibile conseguire obiettivi di sviluppo dotati di una valenza più umana e umanizzante" (n. 9).

Dopo questa indispensabile premessa, nella quale ho voluto evidenziare alcuni aspetti antropologici e teologici del testo pontificio, forse meno commentati dai servizi giornalistici, desidero esporre ora solo alcuni punti, senza avere la pretesa di coprire il vasto contenuto dell'enciclica, di cui, peraltro, autorevoli commentatori, anche sulle pagine de "L'Osservatore Romano" o altrove, hanno già offerto specifici approfondimenti.

Un importante messaggio che ci viene dalla Caritas in veritate è l'invito a superare l'ormai obsoleta dicotomia tra la sfera dell'economico e la sfera del sociale. La modernità ci ha lasciato in eredità l'idea in base alla quale per poter operare nel campo dell'economia sia indispensabile mirare al profitto ed essere animati prevalentemente dal proprio interesse; come a dire che non si è pienamente imprenditori se non si persegue la massimizzazione del profitto. In caso contrario, ci si dovrebbe accontentare di far parte della sfera del sociale.

Questa concettualizzazione, che confonde l'economia di mercato che è il genus con una sua particolare species quale è il sistema capitalistico, ha portato ad identificare l'economia con il luogo della produzione della ricchezza (o del reddito) e il sociale con il luogo della solidarietà per un'equa distribuzione della stessa.

La Caritas in veritate ci dice, invece, che fare impresa è possibile anche quando si perseguono fini di utilità sociale e si è mossi all'azione da motivazioni di tipo pro-sociale. È questo un modo concreto, anche se non l'unico, di colmare il divario tra l'economico e il sociale dato che un agire economico che non incorporasse al proprio interno la dimensione del sociale non sarebbe eticamente accettabile, come è altrettanto vero che un sociale meramente redistributivo, che non facesse i conti col vincolo delle risorse, non risulterebbe alla lunga sostenibile: prima di poter distribuire occorre, infatti, produrre.

Si deve essere particolarmente grati a Benedetto XVI per aver voluto sottolineare il fatto che l'agire economico non è qualcosa di staccato e di alieno dai principi cardine della dottrina sociale della Chiesa che sono: centralità della persona umana; solidarietà; sussidiarietà; bene comune.

Occorre superare la concezione pratica in base alla quale i valori della dottrina sociale della Chiesa dovrebbero trovare spazio unicamente nelle opere di natura sociale, mentre agli esperti di efficienza spetterebbe il compito di guidare l'economia. È merito, certamente non secondario, di questa enciclica quello di contribuire a porre rimedio a questa lacuna, che è culturale e politica ad un tempo.

Contrariamente a quel che si pensa non è l'efficienza il fundamentum divisionis per distinguere ciò che è impresa e ciò che non lo è, e questo per la semplice ragione che la categoria dell'efficienza appartiene all'ordine dei mezzi e non a quello dei fini. Infatti, si deve essere efficienti per conseguire al meglio il fine che liberamente si è scelto di dare alla propria azione. L'imprenditore che si lascia guidare da un'efficienza fine a se stessa rischia di scadere nell'efficientismo, che è una delle cause oggi più frequenti di distruzione della ricchezza, come la crisi economico-finanziaria in atto tristemente conferma.

Ampliando un istante la prospettiva del discorso, dire mercato significa dire competizione e ciò nel senso che non può esistere il mercato laddove non c'è pratica di competizione (anche se il contrario non è vero). E non v'è chi non veda come la fecondità della competizione stia nel fatto che essa implica la tensione, la dialettica che presuppone la presenza di un altro e la relazione con un altro. Senza tensione non c'è movimento, ma il movimento - ecco il punto - cui la tensione dà luogo può essere anche mortifero, cioè generatore di morte.

Quando lo scopo dell'agire economico non è la tensione verso un comune obiettivo - come l'etimo latino cum-petere lascerebbe chiaramente intendere - ma l'hobbesiana mors tua, vita mea, il legame sociale viene ridotto al rapporto mercantile e l'attività economica tende a divenire inumana e dunque ultimamente inefficiente. Dunque, anche nella competizione, la "dottrina sociale della Chiesa ritiene che possano essere vissuti rapporti autenticamente umani, di amicizia e di socialità, di solidarietà e di reciprocità, anche all'interno dell'attività economica e non soltanto fuori di essa o "dopo" di essa. La sfera economica non è né eticamente neutrale né di sua natura disumana e antisociale. Essa appartiene all'attività dell'uomo e, proprio perché umana, deve essere strutturata e istituzionalizzata eticamente" (n. 36).

Ebbene, il guadagno, certo non da poco, che la Caritas in veritate ci offre è quello di prendere in grande considerazione quella concezione del mercato, tipica della tradizione di pensiero dell'economia civile, secondo cui si può vivere l'esperienza della socialità umana all'interno di una normale vita economica e non già al di fuori di essa o a lato di essa. È questa una concezione che si potrebbe definire alternativa, sia rispetto a quella che vede il mercato come luogo dello sfruttamento e della sopraffazione del forte sul debole, sia a quella che, in linea con il pensiero anarco-liberista, lo vede come luogo in grado di dare soluzione a tutti i problemi della società.

Questo modo di fare impresa si differenzia nei confronti dell'economia di tradizione smithiana che vede il mercato come l'unica istituzione davvero necessaria per la democrazia e per la libertà. La dottrina sociale della Chiesa ci ricorda invece che una buona società è frutto certamente del mercato e della libertà, ma ci sono esigenze, riconducibili al principio di fraternità, che non possono essere eluse, né rimandate alla sola sfera privata o alla filantropia. Piuttosto, essa propone un umanesimo a più dimensioni, nel quale il mercato non è combattuto o "controllato", ma è visto come momento importante della sfera pubblica - sfera che è assai più vasta di ciò che è statale - che, se concepito e vissuto come luogo aperto anche ai principi di reciprocità e del dono, può costruire una sana convivenza civile.

Prendo ora in considerazione uno dei temi presenti nell'enciclica che mi pare abbia suscitato un certo interesse pubblico per la novità che rivestono i principi di fraternità e di gratuità nell'agire economico. "Lo sviluppo, se vuole essere autenticamente umano", dice Benedetto XVI , deve "fare spazio al principio di gratuità" (n. 34). Servono "forme economiche solidali". Significativo, in questo senso il capitolo dedicato alla collaborazione della famiglia umana, dove viene messo in evidenza che "lo sviluppo dei popoli dipende soprattutto dal riconoscimento di essere una sola famiglia" per cui "un simile pensiero obbliga ad un approfondimento critico e valoriale della categoria della relazione". E ancora: "Il tema dello sviluppo coincide con quello dell'inclusione relazionale di tutte le persone e di tutti i popoli nell'unica comunità della famiglia umana, che si costruisce nella solidarietà sulla base dei fondamentali valori della giustizia e della pace" (nn. 53-54).

La parola chiave che oggi meglio di ogni altra esprime questa esigenza è quella di fraternità. È stata la scuola di pensiero francescana a dare a questo termine il significato che esso ha conservato nel corso del tempo, che costituisce il complemento e l'esaltazione del principio di solidarietà. Infatti mentre la solidarietà è il principio di organizzazione sociale che consente ai diseguali di diventare eguali per via della loro uguale dignità e dei loro diritti fondamentali, il principio di fraternità è quel principio di organizzazione sociale che consente agli eguali di esser diversi, nel senso di poter esprimere diversamente il loro piano di vita o il loro carisma.

Esplicito meglio: le stagioni che abbiamo lasciato alle spalle, l'Ottocento e soprattutto il Novecento, sono state caratterizzate da grosse battaglie, sia culturali sia politiche, in nome della solidarietà e questa è stata cosa buona; si pensi alla storia del movimento sindacale e alla lotta per la conquista dei diritti civili. Il punto è che una società orientata al bene comune non può accontentarsi della solidarietà, ma ha bisogno di una solidarietà che rispecchi la fraternità dato che, mentre la società fraterna è anche solidale, il contrario non è necessariamente vero.

Se si dimentica il fatto che non è sostenibile una società di esseri umani in cui viene meno il senso di fraternità e in cui tutto si riduce a migliorare le transazioni basate sullo scambio di equivalenti o ad aumentare i trasferimenti attuati da strutture assistenziali di natura pubblica, ci si rende conto del perché, nonostante la qualità delle forze intellettuali in campo, non si sia ancora addivenuti ad una soluzione credibile del grande trade-off tra efficienza ed equità. La Caritas in veritate ci aiuta a prendere coscienza che la società non è capace di futuro se si dissolve il principio di fraternità; non è cioè capace di progredire se esiste e si sviluppa solamente la logica del "dare per avere" oppure del "dare per dovere". Ecco perché, né la visione liberal-individualista del mondo, in cui tutto (o quasi) è scambio, né la visione statocentrica della società, in cui tutto (o quasi) è doverosità, sono guide sicure per farci uscire dalle secche in cui le nostre società sono oggi impantanate.

Ci si pone allora la domanda: perché riemerge come un fiume carsico, la prospettiva del bene comune, secondo la formulazione ad essa data dalla dottrina sociale della Chiesa, dopo almeno un paio di secoli durante i quali essa era di fatto uscita di scena? Perché il passaggio dai mercati nazionali al mercato globale, consumatosi nel corso dell'ultimo quarto di secolo, va rendendo di nuovo attuale il discorso sul bene comune? Osservo, di sfuggita, che quanto accade è parte di un più vasto movimento di idee in economia, un movimento il cui oggetto è il legame tra religiosità e performance economica. A partire dalla considerazione che le credenze religiose sono di importanza decisiva nel forgiare le mappe cognitive dei soggetti e nel plasmare le norme sociali di comportamento, questo movimento di idee cerca di indagare quanto la prevalenza in un determinato Paese (o territorio) di una certa matrice religiosa influenzi la formazione di categorie di pensiero economico, i programmi di welfare, la politica scolastica e così via. Dopo un lungo periodo di tempo, durante il quale la celebre tesi della secolarizzazione pareva avesse detto la parola fine sulla questione religiosa, almeno per quel che concerne il campo economico, quanto sta oggi accadendo suona veramente paradossale.

Non è così difficile spiegarsi il ritorno nel dibattito culturale contemporaneo della prospettiva del bene comune, vera e propria cifra dell'etica cattolica in ambito socio-economico. Come Giovanni Paolo ii in parecchie occasioni ha chiarito, la dottrina sociale della Chiesa non va considerata una teoria etica ulteriore rispetto alle tante già disponibili in letteratura, ma una "grammatica comune" a queste, perché fondata su uno specifico punto di vista, quello del prendersi cura del bene umano. Invero, mentre le diverse teorie etiche pongono il loro fondamento vuoi nella ricerca di regole (come succede nel giusnaturalismo positivistico, secondo cui l'etica viene derivata dalla norma giuridica) vuoi nell'agire (si pensi al neo-contrattualismo rawlsiano o al neo-utilitarismo), la dottrina sociale della Chiesa accoglie come suo punto archimedeo lo "stare con". Il senso dell'etica del bene comune, spiega che per poter comprendere l'azione umana, occorre porsi nella prospettiva della persona che agisce (Veritatis splendor, n. 78) e non nella prospettiva della terza persona (come fa il giusnaturalismo) ovvero dello spettatore imparziale (come Adam Smith aveva suggerito). Infatti il bene morale, essendo una realtà pratica, lo conosce primariamente non chi lo teorizza, ma chi lo pratica: è lui che sa individuarlo e quindi sceglierlo con certezza ogniqualvolta è in discussione.

Veniamo allora a parlare del principio del dono in economia. Cosa comporta, a livello pratico, l'accoglimento della prospettiva della gratuità entro l'agire economico? Risponde Papa Benedetto XVI che mercato e politica necessitano "di persone aperte al dono reciproco" (Caritas in veritate, nn. 35-39). La conseguenza che discende dal riconoscere al principio di gratuità un posto di primo piano nella vita economica ha a che vedere con la diffusione della cultura e della prassi della reciprocità.

Assieme alla democrazia, la reciprocità - definita da Benedetto XVI "l'intima costituzione dell'essere umano" (n. 57) - è valore fondativo di una società. Anzi, si potrebbe anche sostenere che è dalla reciprocità che la regola democratica trae il suo senso ultimo.

In quali "luoghi" la reciprocità è di casa, viene cioè praticata ed alimentata? La famiglia è il primo di tali luoghi: si pensi ai rapporti tra genitori e figli e tra fratelli e sorelle. Attorno alla propria famiglia si sviluppa quel rapporto donativo tipico della fraternità. Poi c'è la cooperativa, l'impresa sociale e le varie forme di associazioni. Non è forse vero che i rapporti tra i componenti di una famiglia o tra soci di una cooperativa sono rapporti di reciprocità? Oggi sappiamo che il progresso civile ed economico di un Paese dipende basicamente da quanto diffuse tra i suoi cittadini sono le pratiche di reciprocità. C'è oggi un immenso bisogno di cooperazione: ecco perché abbiamo bisogno di espandere le forme della gratuità e di rafforzare quelle che già esistono. Le società che estirpano dal proprio terreno le radici dell'albero della reciprocità sono destinate al declino, come la storia da tempo ci ha insegnato.

Qual è la funzione propria del dono? Quella di far comprendere che accanto ai beni di giustizia ci sono i beni di gratuità e quindi che non è autenticamente umana quella società nella quale ci si accontenta dei soli beni di giustizia. Il Papa parla della "stupefacente esperienza del dono" (n. 34).

Qual è la differenza? I beni di giustizia sono quelli che nascono da un dovere; i beni di gratuità sono quelli che nascono da una obbligatio. Sono beni cioè che nascono dal riconoscimento che io sono legato ad un altro, che, in un certo senso, è parte costitutiva di me. Ecco perché la logica della gratuità non può essere semplicisticamente ridotta ad una dimensione puramente etica; la gratuità infatti non è una virtù etica. La giustizia, come già Platone insegnava, è una virtù etica, e siamo tutti d'accordo sull'importanza della giustizia, ma la gratuità riguarda piuttosto la dimensione sovra-etica dell'agire umano perché la sua logica è la sovrabbondanza, mentre la logica della giustizia è la logica dell'equivalenza. Ebbene, la Caritas in veritate ci dice che una società per ben funzionare e per progredire ha bisogno che all'interno della prassi economica ci siano soggetti, che capiscano cosa sono i beni di gratuità, che si capisca, in altre parole, che abbiamo bisogno di far rifluire nei circuiti della nostra società il principio di gratuità.

Benedetto XVI invita a restituire il principio del dono alla sfera pubblica. Il dono autentico, affermando il primato della relazione sul suo esonero, del legame intersoggettivo sul bene donato, dell'identità personale sull'utile, deve poter trovare spazio di espressione ovunque, in qualunque ambito dell'agire umano, ivi compresa l'economia. Il messaggio che la Caritas in veritate ci lascia è quello di pensare la gratuità, e dunque la fraternità, come cifra della condizione umana e quindi di vedere nell'esercizio del dono il presupposto indispensabile affinché Stato e mercato possano funzionare avendo di mira il bene comune. Senza pratiche estese di dono si potrà anche avere un mercato efficiente ed uno Stato autorevole (e perfino giusto), ma di certo le persone non saranno aiutate a realizzare la gioia di vivere. Perché efficienza e giustizia, anche se unite, non bastano ad assicurare la felicità delle persone.

La Caritas in veritate si sofferma sulle cause profonde (e non già sulle cause prossime) della crisi ancora in atto. Non è mia intenzione passarle in rassegna e mi limiterò a sintetizzare i tre principali fattori di crisi individuati e presi in esame.

Il primo concerne il mutamento radicale nel rapporto tra finanza e produzione di beni e servizi che si è venuto a consolidare nel corso dell'ultimo trentennio. A partire dalla metà degli anni Settanta del secolo scorso, diversi Paesi occidentali hanno condizionato le loro promesse in materia pensionistica ad investimenti che dipendevano dalla profittabilità sostenibile dei nuovi strumenti finanziari, esponendo così l'economia reale ai capricci della finanza e generando il bisogno crescente di destinare alla remunerazione dei risparmi in essi investiti quote di valore aggiunto. Le pressioni sulle imprese, derivanti dalle borse e dai fondi di private equity, si sono ripercosse in più direzioni: sui dirigenti indotti a migliorare continuamente le performance delle loro gestioni allo scopo di ricevere volumi crescenti di stocks options; sui consumatori per convincerli a comprare sempre di più, pur in assenza di potere d'acquisto; sulle imprese dell'economia reale per convincerle ad aumentare il valore per l'azionista.

E così è accaduto che la richiesta persistente di risultati finanziari sempre più brillanti si sia ripercossa sull'intero sistema economico, fino a diventare un vero e proprio modello culturale.

Il secondo fattore causale della crisi è la diffusione a livello di cultura popolare dell'ethos dell'efficienza come criterio ultimo di giudizio e di giustificazione della realtà economica. Per un verso, ciò ha finito col legittimare l'avidità - che è la forma più nota e più diffusa di avarizia - come una sorta di virtù civica: il greed market che sostituisce il free market. Greed is good, greed is right ("l'avidità è buona; l'avidità è giusta"), predicava Gordon Gekko, il protagonista del celebre film del 1987, Wall Street.

Infine, la Caritas in veritate non manca di soffermarsi sulla causa delle cause della crisi: le specificità della matrice culturale che si è andata consolidando negli ultimi decenni sull'onda, da un lato, del processo di globalizzazione e, dall'altro, dall'avvento della terza rivoluzione industriale, quella delle tecnologie info-telematiche. Un aspetto specifico di tale matrice riguarda l'insoddisfazione, sempre più diffusa, circa il modo di interpretare il principio di libertà. Come è noto, tre sono le dimensioni costitutive della libertà: l'autonomia, l'immunità, la capacitazione.

L'autonomia dice libertà di scelta: non si è liberi se non si è posti nella condizione di scegliere. L'immunità, invece, dice assenza di coercizione da parte di un qualche agente esterno. È, in buona sostanza, la libertà negativa (ovvero la "libertà da"). La capacitazione, (letteralmente: capacità di azione) infine, dice capacità di scelta, di conseguire cioè gli obiettivi, almeno in parte o in qualche misura, che il soggetto si pone. Non si è liberi se mai (o almeno in parte) si riesce a realizzare il proprio piano di vita.
Come si può comprendere, la sfida da raccogliere è quella di fare stare insieme tutte e tre le dimensioni della libertà: è questa la ragione per la quale il paradigma del bene comune appare come una prospettiva quanto mai interessante da esplorare.

Alla luce di quanto precede riusciamo a comprendere perché la crisi finanziaria non può dirsi un evento né inatteso né inspiegabile. Ecco perché, senza nulla togliere agli indispensabili interventi in chiave regolatoria e alle necessarie nuove forme di controllo, non riusciremo ad impedire l'insorgere in futuro di episodi analoghi se non si aggredisce il male alla radice, vale a dire se non si interviene sulla matrice culturale che sorregge il sistema economico. Alle autorità di governo questa crisi lancia un duplice messaggio. In primo luogo, che la critica sacrosanta allo "Stato interventista" in nessun modo può valere a disconoscere il ruolo centrale dello "Stato regolatore". In secondo luogo, che le autorità pubbliche collocate ai diversi livelli di governo devono consentire, anzi favorire, la nascita e il rafforzamento di un mercato finanziario pluralista, un mercato cioè in cui possano operare in condizioni di oggettiva parità soggetti diversi per quanto concerne il fine specifico che essi attribuiscono alla loro attività. Penso alle banche del territorio, alle banche di credito cooperativo, alle banche etiche, ai vari fondi etici. Si tratta di enti che non solamente non propongono ai propri sportelli finanza creativa, ma soprattutto svolgono un ruolo complementare, e dunque equilibratore, rispetto agli agenti della finanza speculativa. Se negli ultimi decenni le autorità finanziarie avessero tolto i tanti vincoli che gravano sui soggetti della finanza alternativa, la crisi odierna non avrebbe avuto la potenza devastatrice che stiamo conoscendo.

Prima di concludere, desidero ringraziare il presidente del Senato della Repubblica Italiana, onorevole Schifani, per avermi consentito di illustrare a questo qualificato uditorio alcuni tratti dell'ultima enciclica di Benedetto XVI.

In qualche modo si tratta oggi come di un ritorno del Santo Padre in questa sede del Senato della Repubblica, ove l'allora cardinale Joseph Ratzinger tenne il 13 maggio 2004 nella Biblioteca del Senato stesso una non dimenticata lectio magistralis sul tema "Europa. I suoi fondamenti spirituali ieri, oggi e domani".

È interessante notare come in quell'intervento, tra l'altro, il futuro Pontefice toccava alcuni temi che ritroviamo oggi nella sua ultima enciclica. Pensiamo, ad esempio, all'affermazione della ragione profonda della dignità della persona e dei suoi diritti: essi - diceva l'allora cardinale Ratzinger - "non vengono creati dal legislatore, né conferiti ai cittadini, "ma piuttosto esistono per diritto proprio, sono sempre da rispettare da parte del legislatore, sono a lui previamente dati come valori di ordine superiore". Questa validità della dignità umana previa ad ogni agire politico e ad ogni decisione politica rinvia ultimamente al Creatore: solamente Egli può stabilire valori che si fondano sull'essenza dell'uomo e che sono intangibili. Che ci siano valori che non sono manipolabili per nessuno è la vera e propria garanzia della nostra libertà e della grandezza umana; la fede cristiana vede in ciò il mistero del Creatore e della condizione di immagine di Dio che egli ha conferito all'uomo". Nella Caritas in veritate Benedetto XVI ripete che "i diritti umani rischiano di non essere rispettati" quando "vengono privati del loro fondamento trascendente" (n. 56), cioè quando si dimentica che "Dio è il garante del vero sviluppo dell'uomo, in quanto, avendolo creato a sua immagine, ne fonda altresì la trascendente dignità" (n. 29).

Ancora, nella lectio magistralis tenuta cinque anni or sono, l'attuale Pontefice ricordava che "un secondo punto in cui appare l'identità europea è il matrimonio e la famiglia. Il matrimonio monogamico, come struttura fondamentale della relazione tra uomo e donna e al tempo stesso come cellula nella formazione della comunità statale, è stato forgiato a partire dalla fede biblica. Esso ha dato all'Europa, a quella occidentale come a quella orientale, il suo volto particolare e la sua particolare umanità, anche e proprio perché la forma di fedeltà e di rinuncia qui delineata dovette sempre nuovamente venir conquistata, con molte fatiche e sofferenze.

L'Europa non sarebbe più Europa, se questa cellula fondamentale del suo edificio sociale scomparisse o venisse essenzialmente cambiata". Nella Caritas in veritate questo monito si allarga fino a divenire universale, diremmo globale, e raggiunge tutti responsabili della vita pubblica; così leggiamo, infatti, in essa: "Diventa (...) una necessità sociale, e perfino economica, proporre ancora alle nuove generazioni la bellezza della famiglia e del matrimonio, la rispondenza di tali istituzioni alle esigenze più profonde del cuore e della dignità della persona. In questa prospettiva, gli Stati sono chiamati a varare politiche che promuovano la centralità e l'integrità della famiglia, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, prima e vitale cellula della società, facendosi carico anche dei suoi problemi economici e fiscali, nel rispetto della sua natura relazionale" (n. 44).

Certo la Caritas in veritate si rivolge, come si afferma nel suo titolo ufficiale, a tutti i membri della Chiesa cattolica e "a tutti gli uomini di buona volontà". Eppure per i principi che illumina, per i problemi che affronta e per le indicazioni che offre, questo documento pontificio, che ha suscitato tanta attesa, prima, e poi tanta attenzione e tanto apprezzamento, in particolare in ambito sociale, politico ed economico, mi sembra che possa trovare una singolare eco in questa sede istituzionale che è il Senato della Repubblica. Sono convinto che, al di là delle differenze di formazione e di convinzioni personali, coloro che hanno la delicata e onorifica responsabilità di rappresentare il popolo italiano e di esercitare per suo mandato il potere legislativo, possono trovare nelle parole del Papa un'alta e profonda ispirazione nello svolgimento della loro missione, così da rispondere adeguatamente alle sfide etiche, culturali e sociali che oggi ci interpellano e che con grande lucidità e completezza l'enciclica Caritas in veritate ci pone davanti. Il mio augurio è che questo documento del Magistero ecclesiale, che ho cercato di illustrarvi almeno in parte quest'oggi, possa in questa sede trovare l'attenzione che merita e così portare frutti positivi e abbondanti per il bene di ogni persona e di tutta l'umana famiglia, a cominciare dalla cara Nazione italiana.









Cardinal Bertone: la "Caritas in veritate" si rivolge a credenti e non credenti
Perché si basa sulla legge naturale



CITTA' DEL VATICANO, martedì, 28 luglio 2009 (ZENIT.org).- La "Caritas in Veritate" si rivolge a credenti e non credenti perché si basa sulla legge naturale, ha spiegato il più stretto collaboratore di Benedetto XVI presentando questo martedì la nuova Enciclica davanti al Senato italiano.

Il Cardinale Tarcisio Bertone S.D.B., Segretario di Stato, che mercoledì scorso aveva lavorato alla sua presentazione del testo con il Papa a Les Combes, ha osservato che il Pontefice ha raggiunto l'obiettivo di unire intimamente i due termini del titolo: la "caritas" e la "veritas", l'amore e la verità.

"Il Santo Padre ci fa comprendere che queste due realtà fondamentali non sono estrinseche all'uomo o addirittura imposte a lui in nome di una qualsivoglia visione ideologica, ma hanno un profondo radicamento nella persona stessa", ha affermato il porporato.

Per questo, ha aggiunto, "questa realtà ci è testimoniata non solo dalla Rivelazione biblica, ma può essere colta da ogni uomo di buona volontà che usa rettamente della sua ragione nel riflettere su se stesso".

Le proposte che il Papa presenta nella sua Enciclica si basano sulla legge naturale, che secondo il numero 1954 del Catechismo della Chiesa Cattolica "esprime il senso morale originale che permette all'uomo di discernere, per mezzo della ragione, il bene e il male, la verità e la menzogna".

In questo senso, il Cardinale ha collegato la nuova Enciclica al documento pubblicato di recente (per il momento in italiano e in francese) dalla Commissione Teologica Internazionale con il titolo "Alla ricerca di un'etica universale: nuovo sguardo sulla legge naturale".

Il testo, iniziato sotto l'impulso del Cardinale Joseph Ratzinger quando era presidente della Commissione Teologica, documenta ciò che Benedetto XVI ha spiegato nel suo discorso del 18 aprile 2008 davanti all'Assemblea Generale dell'ONU.

I diritti umani, ha detto in quell'occasione, "trovano il loro fondamento nella legge naturale inscritta nel cuore dell'uomo e presente nelle diverse culture e civiltà".

"Separare i diritti umani da tale contesto significherebbe limitare la loro portata e cedere a una concezione relativista, per la quale il senso e l'interpretazione dei diritti potrebbe variare", ha aggiunto il Pontefice nel suo discorso al Palazzo di Vetro.

Secondo quanto ha spiegato al Senato il Cardinal Bertone, il nuovo documento della Commissione Teologica Internazionale "illustra proprio come la verità e l'amore siano esigenze essenziali di ogni uomo, profondamente radicate nel suo essere".

"'Nella sua ricerca del bene morale, la persona umana si mette in ascolto di ciò che essa è e prende coscienza delle inclinazioni fondamentali della sua natura' (n. 45), le quali inclinano l'uomo verso dei beni necessari alla sua realizzazione morale".

L'uomo, ha aggiunto, è dunque fatto per conoscere "la verità in tutta la sua ampiezza, cioè non limitandosi ad acquisire conoscenze tecniche per dominare la realtà materiale, ma aprendosi fino ad incontrare il Trascendente, e per vivere pienamente la dimensione interpersonale dell'amore, principio non solo delle micro-relazioni: rapporti amicali, familiari, di piccolo gruppo, ma anche delle macro-relazioni: rapporti sociali, economici, politici".

"Sono proprio la 'veritas' e la 'caritas' che ci indicano le esigenze della legge naturale che Benedetto XVI pone come criterio fondamentale della riflessione di ordine morale sull'attuale realtà socio-economica".

Per questo, ha segnalato il Cardinale, "la proposta dell'Enciclica non è né di carattere ideologico né solo riservata a chi condivide la fede nella Rivelazione divina, ma si fonda su realtà antropologiche fondamentali, quali sono appunto la verità e la carità rettamente intese, o come dice la stessa enciclica, date all'uomo e da lui ricevute, non da lui prodotte arbitrariamente".
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“Caritas in veritate” nell’attuale dibattito filosofico-sociale
Intervista al filosofo Rodrigo Guerra López

di Jaime Septién


QUERÉTARO, mercoledì, 22 luglio 2009 (ZENIT.org).- L’enciclica sociale di Benedetto XVI “Caritas in veritate” supera gli ambiti del sapere quali la politica, l’economia o le teorie sulla globalizzazione, per entrare pienamente nel dibattito filosofico-sociale contemporaneo, spiega un filosofo.

Per approfondire queste intuizioni contenute nel nuovo documento pontificio, ZENIT ha intervistato Rodrigo Guerra López, laureato in filosofia presso l’Accademia Internazionale del Principato del Liechtenstein, membro della Pontificia Accademia per la vita, e direttore del Centro de Investigación Social Avanzada (www.cisav.org).

Tra i suoi libri figurano “Volver a la persona” (Madrid 2002); “Católicos y políticos: una identidad en tensión” (Bogotá 2005) e “Como un gran movimiento” (México 2006). Recentemente è stato pubblicato il libro “Vida humana y aborto” (México 2009) di cui è coautore.

Come si colloca l’enciclica “Cartas in veritate” nel dibattito filosofico-sociale contemporaneo?

Rodrigo Guerra: La nuova enciclica del Papa non si propone di competere al pari delle analisi sociologiche sullo sviluppo nel contesto del mondo globalizzato. “Caritas in veritate” si inserisce invece nella discussione, sulla base della Dottrina sociale della Chiesa. Questo significa che la sapienza pratica nata dall’incontro con Cristo permette di formulare un giudizio sulle condizioni che rendono possibile lo sviluppo e sulle disfunzioni che l’attuale globalizzazione presenta.

Ampliando un poco i concetti, potremmo dire che Papa Benedetto XVI offre una “teoria critica della società”, ovvero una revisione di alcuni dei più importanti presupposti che sottendono l’attuale configurazione del mondo globale. A differenza delle altre “teorie critiche”, Benedetto XVI non colloca il nucleo della questione nella capacità dell’essere umano di auto-redimersi e di auto-emanciparsi.

Al contrario, la dimensione costitutiva del criterio di giudizio utilizzato dal Papa è dato da una precisa antropologia in cui ogni sostanza del “io” si riconosce come dono, come regalo, e pertanto come apertura relazionale verso il Fondamento, verso Dio che sostiene e che libera. In questo modo, Benedetto XVI insiste sul fatto che “l’uomo non si sviluppa con le sole proprie forze” (n. 11), ma ha bisogno di un orizzonte più ampio di quello a cui può accedere da solo. Un orizzonte in cui c’è Cristo, ovvero l’Avvenimento che ci precede.

Che rapporto c’è tra l’enciclica “Caritas in veritate” e il resto del Magistero di Benedetto XVI?

Rodrigo Guerra: “Caritas in veritate” poggia proprio sul riconoscimento del Cristianesimo come “Avvenimento” e per questo possiede un legame strutturale con “Deus caritas est”, con “Spe salvi” e in generale con la già millenaria tradizione ecclesiale che riconosce l’assoluta novità dell’irruzione e permanenza di Cristo nella storia. In questo modo, la nuova enciclica fa continuamente riferimento all’importanza del “dilatare l’orizzonte della ragione”, perché senza riduzionismi possiamo aprirci alla verità in generale e quindi anche alla Verità incarnata.

In questo senso, “Caritas in veritate” non è un documento secondario nell’insegnamento del Papa, ma è il completamento di un cammino avviato con il discorso di Ratisbona e che è proseguito nei suoi molteplici interventi sulla necessità di stabilire un nuovo rapporto tra fede e ragione. Questo cammino è lungi dall’essere di natura meramente teorica, ma è portatore proprio di una grande novità e pertinenza esistenziale e sociale, dovuto al fatto che si fonda sul carattere “performativo” che il Cristianesimo possiede: il Cristianesimo è un fatto che incide nella vita e che promuove realmente lo sviluppo nella dignità. Per questo il Papa coraggiosamente segnala al numero quattro dell’enciclica che “l’annuncio di Cristo è indispensabile per un vero sviluppo umano”.

L’enciclica "Caritas in veritate" scommette sul riorientamento della globalizzazione perché serva concretamente allo sviluppo delle persone e dei popoli: questo è effettivamente possibile?

Rodrigo Guerra: La storia recente ha dimostrato che non è possibile pensare di costruire l’ordine nazionale e internazionale sulla base di premesse puramente strumentali relative allo Stato e al mercato. La globalizzazione, così come è oggi definita, divora i propri creatori.

Per questo è razionale e ragionevole pensare che la via per correggere il cammino della globalizzazione consista nell’introduzione di una logica diversa da quella fondata sulle leggi della domanda e dell’offerta. Questa nuova razionalità ha come elemento essenziale la gratuità, la responsabilità sociale, l’equa redistribuzione della ricchezza, la capacità di creare nuove forme di impresa.

Oggi esistono esperienze importanti in materia di commercio equo, microfinanza, economica solidale e di comunione, che dimostrano che questo cammino non solo è possibile ma è necessario. La globalizzazione non modificherà il suo profilo se non attraverso persone concrete che siano capaci di rimodellarla. Per questo è necessario un nuovo pensiero economico e una nuova capacità di incidere a livello locale, nazionale e globale.

L’autonomia dell’economia non è rimessa in discussione alla luce del pensiero di Benedetto XVI?

Rodrigo Guerra: Giustamente, le economie che oggi stanno fallendo, hanno difficoltà ad ammettere al loro interno orientamenti di natura morale. Questo è un errore epistemologico importante: l’economia ha la libertà come dimensione costitutiva della propria natura. Per questo, un’economica autenticamente umana e autenticamente autonoma non può che essere essenzialmente etica. È assurdo che una teoria del valore nell’economia prescinda dall’esistenza di valori morali!

I diversi tipi di valore sussistono nell’esperienza e possono essere riconosciuti dalla ragione pratica, che è il tipo di ragione prevalente nell’attività economica. Per questo Benedetto XVI recupera una potente intuizione di Giovanni Paolo II: ogni decisione di investimento, di produzione o di consumo possiede una ineludibile dimensione morale. Subordinare o cancellare questa dimensione, da un lato attenta alla dignità della persona – che è la principale ricchezza di un’impresa e di una nazione – e dall’altro attenta contro la stessa economia in quanto tale.

Che importanza ha lo Stato e l’azione politica alla luce della nuova enciclica?

Rodrigo Guerra: Il Papa esplicitamente si dice preoccupato degli elementi che caratterizzano lo Stato come uno “Stato sociale”. In questo senso avverte che una riduzione irresponsabile delle competenze dello Stato può condurre a una violazione dei diritti dei lavoratori. Questo tipo di considerazioni ci mostrano che la comprensione cattolica della politica non si identifica univocamente con lo Stato liberale né con la mera presenza di certe élites cristiane nei luoghi di potere.

L’azione politica deve recuperare un senso sociale che mai avrebbe dovuto perdere. “Senso sociale” non significa solo “politiche sociali” più profonde e solidali, ma significa portare nel cuore una decisa opzione preferenziale per i poveri e gli emarginati. Per questo, una vera collaborazione nell’organizzazione e gestione del bene comune si misura più in termini di sviluppo che di successo elettorale, più in termini di servizio ai più deboli che di attivismo.

Quali sono le cause profonde del sottoviluppo, secondo Benedetto XVI?

Rodrigo Guerra: Il Papa, al numero 19 di “Caritas in veritate”, dice che le cause del sottosviluppo sono essenzialmente due: la mancanza di fraternità e la mancanza di pensiero. D’altra parte “la società sempre più globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli”. Finché non si comprende che la carità, il perdono e la riconciliazione sono metodi dell’azione politica ed economica, non si riuscirà a progredire come persone e come società. In questo senso, il Papa constata l’assenza di autentici pensatori capaci di generare un nuovo umanesimo sociale e politico. Senza un pensiero rigoroso, capace di concentrarsi sulle cose, l’azione politica ed economica rimane senza senso, senza direzione, come puro attivismo che non trascende gli interessi meschini della ricerca del potere per il potere.

Il Papa insiste sulla necessità di una nuova autorità mondiale. Non è un qualcosa di molto pericoloso? Non si rischia di cadere in un nuovo totalitarismo su scala planetaria?

Rodrigo Guerra: La Chiesa è pienamente consapevole dei rischi insiti in un nuovo ordine politico, economico e giuridico per il mondo globalizzato. Tuttavia, non è possibile assicurare governabilità alla globalizzazione se non si iniziano a costruire le basi per una nuova civilizzazione, per una nuova Res publica mondiale, che non deve essere un super-Stato totalitario, ma un nuovo modo di costruire relazioni internazionali, sulla base di una “grammatica dell’azione” – come diceva Wojtyla – ovvero sulla base di un nuovo “diritto delle genti” di natura giuspersonalistica.

Chi è chiamato a mettere in pratica l’insegnamento dell’enciclica “Caritas in veritate”?

Rodrigo Guerra: La “Caritas in veritate” è destinata a tutti i cattolici e a tutti gli uomini di buona volontà. D’altra parte, come ogni insegnamento corre un rischio: quello della riduzione del suo contenuto ad indicazioni meramente formali o astratte. È facile eludere la responsabilità personale e istituzionale, e pensare che l’insegnamento del Papa è “mera ispirazione” o che sia destinato “agli altri”, ma non a “noi”.

Per questo mi permetto di segnalare qualcosa che non finisce di stupirmi: i vescovi latinoamericani, nel documento di “Aparecida” hanno affrontato praticamente tutti i temi essenziali dell’enciclica, in un modo provvidenzialmente anticipatorio. Seguendo l’insegnamento del Papa, hanno inoltre riconosciuto con grande forza che il Cristianesimo è Avvenimento, scuola di discepolato e esperienza di comunione.

In altre parole, perché l’enciclica possa essere messa in atto, prima ancora di un “piano strategico” abbiamo bisogno di recuperare le fondamenta del metodo cristiano. Solo così potremo mostrare che la fede genera movimento, creatività e impegno solidale. Solo così torneremo a far vedere che il “soggetto” della Dottrina sociale della Chiesa esiste e, in quanto esiste, agisce.

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Una globalizzazione in equilibrio tra libertà e responsabilità
Il prof. Quagliarello in un convegno a Roma sull'enciclica “Caritas in veritate”



ROMA, giovedì, 30 luglio 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato dal prof. Gaetano Quagliarello, presidente della Fondazione Magna Charta, in occasione del convegno sul tema “Oltre l’ideologia della crisi”, organizzato a Roma dalla Fondazione Magna Charta (www.magna-carta.it) il 21 luglio scorso.

* * *

In un'enciclica, sempre, vi sono aspetti eterogenei che derivano dalla vastità di orizzonti, sia tematici che geografici, della missione della Chiesa. E' impossibile dunque esprimere un'assoluta convergenza, così come un completo e radicale rifiuto. Ogni enciclica, però, ha un suo centro ordinatore che la caratterizza, la mette in relazione con i precedenti documenti della medesima natura e le assegna una specifica cifra culturale, sia rispetto al momento contingente che alla più complessiva storia dell'umanità.


Caritas in veritate non sfugge a questa lettura. Non vi è dubbio che, di fronte alla più grande crisi economico-finanziaria dal 1929 a oggi, l'enciclica rappresenti una chiave di lettura del rapporto tra cristianesimo e capitalismo, non a caso da lungo tempo attesa. L'argomento, d'altra parte, non può essere ridotto a un tema di stretta attualità: esso, più o meno direttamente, attraversa la riflessione dei padri dell'economia classica, dalle maggiori aperture che si incontrano in Adam Smith e nella sua concezione del mercato come luogo che sa suscitare solidarietà e fiducia, alle chiusure di Mandeville e della sua Favola delle api; dalle radicali affermazioni di incompatibilità tra i due sistemi di pensiero che si incontrano nelle pagine di Socialismo di Von Mises, alle convincenti analisi etimologiche che le smentiscono di Angelo Tosato.


Al cospetto della crisi e della sua durezza, in molti avrebbero auspicato una enciclica di rinnovata condanna nei confronti del modello capitalistico, e di rilancio di quelle letture della dottrina sociale della Chiesa di stampo pauperistico o, quantomeno, scettiche nei confronti dello sviluppo e delle sue potenzialità. Costoro sono rimasti delusi. Il testo di Benedetto XVI, infatti, non solo rigetta qualsiasi critica radicale del capitalismo, ma realizza una conciliazione tra il cristianesimo e i principi dell'economia classica ancora più profonda e più “resistente” di quella che si incontra nelle encicliche a sfondo sociale del suo predecessore: la Sollicitudo rei socialis e la Centesimus annus. In Caritas in veritate, a ben vedere, i motivi di critica del sistema capitalistico, che pure non mancano, rispondono a una logica interna propria di chi quel sistema non solo lo ha accettato ma ha anche operato uno sforzo serio per comprenderlo al fine di migliorarlo.


L'analisi è inserita in una cornice epocale che Benedetto XVI ricostruisce stabilendo una continuità e una rottura. La continuità, assicurata dal principio che lui stesso definisce di fedeltà dinamica, è quella con la Populorum progressio di Paolo VI. Vi sono alcune ragioni tematiche per affermare questa congiunzione. Ma vi è soprattutto una più profonda ragione analitica che attraversa l'intero pontificato di Benedetto XVI. Paolo VI, infatti, è il Papa del Concilio. E Benedetto XVI, richiamandolo, vuole per l'appunto riaffermare come il Vaticano II non costituisca affatto quel momento di svolta e di rottura a lungo accreditato dalle correnti cattoliche cosiddette “sociali”, ma che, nella storia della Chiesa, vi sia una continuità più profonda che assorbe anche la lettura e l'interpretazione del Concilio. Non a caso, quasi ad ogni riferimento alla Populorum progressio ne corrisponde uno che richiama la Rerum novarum di Leone XIII.


A fronte di tale continuità interna alla Chiesa, l'enciclica coglie in profondità le conseguenze di lungo periodo che sono derivate dalla rottura dell'ordine bipolare: conseguenze che in realtà solo oggi, dopo vent'anni, stanno sedimentando i loro effetti consentendo analisi non più meramente impressionistiche. In questo documento, vi è una considerazione affatto pregiudiziale del cosiddetto fenomeno di globalizzazione, assunto come occasione da governare, in particolare per una riprogettazione dello sviluppo mondiale, che fin qui solo in piccola parte è stata colta. Certo la globalizzazione – come ci ricorda il Pontefice – presenta grandi difficoltà e pericoli, di fronte ai quali però la risposta non può e non deve essere il ritorno a forme di controllo statalista e di chiusura autarchica. Occorre piuttosto “prendere coscienza di quell'anima antropologica ed etica che spinge la globalizzazione stessa verso traguardi di umanizzazione solidale”.


Ed è proprio sulla base di tali osservazioni che nell'enciclica si ritrova anche una riconsiderazione del ruolo degli Stati, ai quali circa quarant'anni fa la Populorum progressio assegnava ancora compiti centrali e che ora - si ammette in Caritas in veritate - non sono più in grado di fissare le priorità dell'economia né di governarne l'andamento. Da qui discendono analisi oggettive ed equilibrate sull'inevitabile ridimensionamento delle reti di sicurezza sociale, nonché sulle opportunità e i rischi legati a una più marcata mobilità lavorativa, conseguenza diretta del processo di globalizzazione. E tutto ciò, come si vedrà, senza indulgere verso frettolose e unilaterali “liquidazioni” dello Stato contemporaneo e del suo ruolo.


Questo nuovo contesto epocale, per essere affrontato, nella sfera economico-sociale così come nel più ampio ambito delle relazioni umane, porta il Pontefice a sottolineare con ancor più forza rispetto al passato il nesso necessario tra la libertà dell'uomo e la sua responsabilità. Il tema è proposto in numerosissimi punti dell'enciclica: ancor più che dalla legge, la libertà che si può esercitare nella complessità del nuovo ordine mondiale deve essere temperata, aiutata, esaltata dalla responsabilità. E questo atteggiamento porta con sé il rifiuto di una spasmodica ricerca d'ampliamento della sfera dei diritti, i quali – ribadisce Benedetto XVI – valgono laddove trovano dei corrispondenti doveri.


In questo equilibrio va ricercata la differenza implicita tra individualismo e centralità della persona. L'individualismo presuppone la ricerca di un allargamento della sfera dell'autodeterminazione personale che prescinde da ogni fondamento, dalla considerazione degli altri e persino dai dati stessi della realtà inevitabilmente intrisi di una tradizione che si può certo criticare e innovare ma non ignorare. La centralità della persona, al contrario, presuppone la responsabilità nei confronti degli altri e in particolare nei confronti delle comunità all'interno delle quali la vicenda umana si inserisce. Tale relazione, in ogni caso, non cancella l'autonomia dell'individuo - come invece nella comunità proposta dai totalitarismi del XX secolo - perché “il rapporto tra persona e comunità è di un tutto verso un altro tutto”.


E' sulla base di questa analisi delle novità introdotte dal XXI secolo che vanno letti i brani dell'enciclica specificamente riferiti al sistema di libero mercato. Innanzitutto vi si afferma il nesso inscindibile tra libertà economica e sviluppo umano: “Solo se libero, lo sviluppo può essere integralmente umano; solo in un regime di libertà responsabile esso può crescere in maniera adeguata”. Quando il progresso non si ideologizza, scadendo in progressismo, esso racchiude la possibilità di un maggior benessere diffuso e, per questo, va ricercato con fiducia. Da qui, il definitivo “sdoganamento” del profitto: esso non è il fine assoluto del processo economico, ma ne è comunque un elemento inevitabile; non può dunque considerarsi lo sterco del diavolo, ma è bene che venga temperato dal ruolo della carità che implica il dono e la gratuità. Tale compito spetta alle singole persone, ed è per questo ben diverso dal tentativo di raggiungere la giustizia sociale imbrigliando il profitto all'interno di una organizzazione statuale che di fatto giunga a negarlo.


Vi è nell'enciclica, insomma, la consapevolezza che il mercato non è un luogo selvaggio: ha delle regole sulle quali si può agire. Da qui, la volontà di rispettarne la logica di fondo, ma anche di condizionarne il funzionamento, affinché la centralità della persona possa affermarsi in tutte le sue fasi. Si cerca insomma di agire sui presupposti del processo economico per stabilire la centralità della persona, abbandonando la spasmodica ricerca di una tanto ideologica quanto utopistica uguaglianza sociale assoluta che stabilisca un'astratta perfezione. Anche per questo, in Caritas in veritate la povertà viene trattata come un'opportunità di sviluppo, anziché essere cristallizzata come il risultato di un meccanismo iniquo. E, in particolare nelle parti consacrate alla cooperazione internazionale, vi è un chiaro rigetto dell'assistenzialismo.


Questo tentativo di influenzare le regole del mercato in tutte le diverse fasi del suo ciclo porta da una parte a sollecitare una positiva e progressiva contaminazione tra i diversi tipi di impresa, senza erigere muri e barriere tra profit e non profit. E' evidente che le diversità strutturali fra le imprese non possono annullarsi, ma esse – secondo la Caritas in veritate - devono sempre più integrarsi e scolorirsi. Così come - cosa ancora più importante - questa enciclica crea integrazione anche tra l'agire economico e l'agire politico. Viene meno insomma quella distinzione che a lungo ha legittimato l'intervento politico del cosiddetto riformatore cattolico. In Caritas in veritate non c'è più un “prima” e un “dopo”: non c'è il processo capitalistico che provoca ingiustizie e il riformatore cattolico che successivamente deve agire per mettervi riparo. E, conseguentemente, viene meno il ruolo dello Stato come grande distributore di equità. L'equità possibile, il rispetto per la persona, la capacità di sfuggire ai corporativismi che per Benedetto XVI hanno preso eccessivo spazio nel mondo sindacale, devono essere ricercati fin dalla definizione del mercato come luogo di incontro, di reciproca fiducia, di vantaggiosa commutazione. A questo deve tendere l'operato del politico ispirato dai principi cristiani. Ed è in questo compito di regolatore sulla base del primato della persona che lo Stato ritrova una sua funzione, anche a dispetto del mito dell'autonomia contrattuale come sinonimo di libertà personale.


Infine, a fronte di questa nuova impostazione del confronto con il mercato, in controtendenza può segnalarsi l'auspicata costituzione di un'autorità politica mondiale per il governo dei problemi globali. In teoria, tale concentrazione di potere si pone in contraddizione con il principio di sussidiarietà più volte richiamato dalla stessa enciclica. In pratica poi, la proposta potrebbe risolversi in un rafforzamento del potere dell'Organizzazione delle Nazioni Unite alla quale, pure, l'enciclica non lesina delle critiche. Ma se la richiesta di tale autorità implica, più pragmaticamente, un adeguamento del sistema dei controlli per evitare una degenerazione della finanza prodotta anche dalle politiche interventiste degli Stati nazionali, evidentemente la contraddizione si attenua e diviene il prezzo che ogni liberale deve esser pronto a pagare di fronte a ciò che nel mondo è accaduto a causa dello sviluppo dopato che, a partire dall'amministrazione Clinton, è stato provocato dalla politica americana sui mutui per sostenere il mercato abitativo.


Insomma, se il liberalismo ha in comune qualcosa con il cristianesimo, questo è innanzitutto il saper non mettere la testa sotto la sabbia al cospetto delle storture del mondo, il cercare soluzione non ideologiche per risolvere i problemi, il saper correggere la rotta pur rispettando una linea di sostanziale continuità. Ed è proprio lungo questa strada che l'enciclica Caritas in Veritate fissa un proficuo punto di incontro.
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Il legame tra lo sviluppo dei popoli e la promozione umana
Intervento di Bonanni al Convegno dal titolo “Oltre l’ideologia della crisi”



ROMA, giovedì, 30 luglio 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato dal segretario generale della CISL (il principale sindacato cattolico italiano) Raffaele Bonanni, in occasione del convegno sul tema “Oltre l’ideologia della crisi”, organizzato a Roma dalla Fondazione Magna Charta (www.magna-carta.it) il 21 luglio scorso.

* * *

Ci chiama tutti ad una maggiore responsabilità la lettera Enciclica “Caritas in Veritate” del Pontefice Benedetto XVI. Essa rappresenta una speranza, un ancoraggio, un punto di riferimento per tutte le forme associative del mondo del lavoro, che come la Cisl sono impegnate quotidianamente nella vita economica e sociale del nostro paese. Siamo nel pieno della più grave crisi economica che si ricordi. Un evento prodotto ed alimentato da una finanza senza controllo e senza regole che ha prodotto diseguaglianze sociali, povertà e disoccupazione in tutto il mondo. Tuttavia possiamo e dobbiamo ritrovare un nuovo equilibrio su basi alternative a quelle del passato. La crisi ci obbliga a riprogettare il nostro cammino, a darci nuove regole e trovare nuove forme di impegno. A puntare “sulle esperienze positive e a rigettare quelle negative”. Il mondo ha bisogno di un profondo rinnovamento culturale attraverso la riscoperta di valori di fondo su cui costruire un futuro migliore. Questo è il messaggio di fiducia e di speranza dell’Enciclica di Benedetto XVI, che ci indica con lucidità e chiarezza un percorso alternativo a quello del passato, ponendo al centro del vero sviluppo il “valore” essenziale della vita. Attraverso il dono della vita si realizzano la libertà dell’uomo e la giustizia sociale. Non è sufficiente progredire solo da un punto di vista economico e tecnologico. C’è un nesso fondamentale fra lo sviluppo dei popoli ed il tema della promozione umana. In tanti paesi del mondo non vengono rispettati i diritti umani dei lavoratori,gli aiuti internazionali vengono distolti dalle loro finalità. E’ cresciuta la ricchezza mondiale in termini assoluti, ma sono aumentate le disparità. Eppure, come rileva Papa Benedetto XVI, “il primo capitale da salvaguardare e valorizzare è proprio l’uomo, la persona, nella sua integrità”. L’uomo è l’autore, il centro ed il fine di tutta la economica sociale. Lo sviluppo autentico è quello capace di promuovere ogni uomo. Negli ultimi anni, anche per effetto di una sorta di pensiero unico strisciante (suggerito da poteri forti quanto irresponsabili) abbiamo distrutto la voglia di progettare, di fare, di usare la mente ed il lavoro per creare qualcosa di davvero utile. Il declino della società moderna nasce anche da questa evidente patologia. Non è solo scaturito dal deteriorarsi del quadro economico. E’ prioritario, dunque, tornare ad uno sviluppo basato sulla produzione, su ciò che ogni popolo può dare di meglio, frutto della propria intelligenza,più che di un apparato di mercato etero diretto. Da qui, l’appello costante del Pontefice alle “responsabilità”. Governi, imprese, sindacati devono attivarsi concretamente per produrre beni e servizi innovativi, ecosostenibili, al riparo dalla speculazione finanziaria, ricchezze accessibili a tutti gli uomini, al di là delle distinzioni geografiche. Ma il punto cruciale è la riforma del sistema finanziario che deve essere rivisto in funzione di una crescita orientata al benessere sociale e non più all'arricchimento di pochi. Proprio per questo, nel prossimo autunno, in vista del G20 di Pitsburg, come sindacato ci impegneremo attivamente a far sì che il dibattito sui “Global legal standards” sia sempre più legato, come ricorda proprio il Pontefice, ad obiettivi di “Governance” della finanza globale, redistribuzione della ricchezza e delle risorse, riduzione delle povertà, salvaguardia del pianeta. E’ necessario cambiare il sistema capitalistico per un’economia civile e solidale che venga incontro alle esigenze di quanti sono in difficoltà, dei deboli e degli emarginati. Sono concetti universali, cari alla storia ed al ruolo di una organizzazione sindacale come la Cisl, che ha sempre messo al centro della sua attività i valori della solidarietà, della eguaglianza, della partecipazione dei lavoratori al bene comune. Ecco perché è davvero emozionante il riconoscimento che la nuova Enciclica esprime sul ruolo delle organizzazioni sindacali come “fattore decisivo dello sviluppo”, in Italia e nel mondo, che non devono chiudersi nel recinto corporativo o geografico, ma devono essere messe in condizione di difendere ovunque i diritti dei lavoratori per farsi carico dei nuovi problemi delle società. E sono altresì importanti per la Cisl, i richiami del Pontefice per un equo commercio internazionale, la necessità di una condivisione solidale delle risorse energetiche, un maggiore accesso all'educazione, il rispetto per gli immigrati, la lotta alla disoccupazione, la difesa della dignità del lavoro. L’Enciclica esalta la responsabilità, ma anche il potere del lavoratore. Egli non cerca solo di difendere la propria dignità e di guadagnarsi un salario, ma attraverso l’uso della sua libertà “dona” qualcosa in più che va ad arricchire non solo l’impresa quanto la società nel suo complesso. Facendo bene il proprio mestiere, si crea un “plusvalore sociale", in una dimensione cooperativa, di partecipazione e non di antagonismo. Questa è la strada per contribuire a realizzare quel nuovo “umanesimo del lavoro e della società” che il Papa indica con grande acume. Ma nell’Enciclica c’è soprattutto un richiamo forte alla responsabilità sociale dell’impresa. Uno dei rischi è che l’impresa risponda quasi esclusivamente a chi in essa investa e finisca così per ridurre la sua valenza sociale. Non possiamo lasciare tutte le decisioni ai manager ed agli azionisti di riferimento. Come ricordava anche Giovanni Paolo II, ”investire ha sempre un significato morale, oltre che economico”. Ed a tal proposito scrive il suo successore, Benedetto XVI: “La gestione dell’impresa non può tenere conto degli interessi dei soli proprietari della stessa, ma deve anche farsi carico di tutte le altre categorie di soggetti che contribuiscono alla vita dell’impresa”. Un passo ulteriore avanti. Dunque, bisogna riconoscere ai lavoratori un eguale protagonismo nelle scelte generali e particolari, in uno spirito di co-responsabilizzazione. Non solo puntando ad individuare adeguate procedure di decisione sui processi produttivi o sui servizi, ma garantendo la partecipazione dei lavoratori al capitale di rischio attraverso l’azionariato in forma collettiva. Con il modello partecipativo si registrerà un’efficace e solidale convergenza di interessi tra lavoratori ed imprenditori nel governo dell’impresa e negli indirizzi di riforma. Ci sarà una maggiore interazione tra dipendenti e datori di lavoro per migliorare la qualità dei prodotti e dei servizi Occorre costruire anche un nuovo welfare attivo. Questo è uno dei punti più moderni ed innovativi della nuova Enciclica. L’analisi sulla mobilità lavorativa, non certo stigmatizzata, impone a tutti una riflessione su un uso distorto delle flessibilità da parte delle imprese che ha prodotto negli ultimi anni un eccesso di precarietà e di “sprechi sociali”. Essere disoccupati o dipendere dai sussidi pubblici, rappresenta una grave perdita di libertà e di creatività, con forti sofferenze sul piano psicologico e morale. Per questo anche la Cisl, ha sempre cercato di stimolare, durante questa crisi, l’incentivazione di strumenti come i “contratti di solidarietà” che sono alternativi alla cassa integrazione perché di fatto lasciano il lavoratore nel proprio posto di lavoro, attraverso l’attivazione di corsi di riqualificazione ed una redistribuzione dell’orario e del salario. Il rischio da combattere oggi è la solitudine, il senso di frustrazione dell’uomo moderno, considerate dal Pontefice delle profonde “povertà”. Per questo oggi è necessario sviluppare e realizzare politiche sociali adeguate e costruire una fitta rete di ammortizzatori e di servizi sul territorio che vengano realmente incontro alle esigenze dei lavoratori e delle famiglie. Lo stesso sistema fiscale deve essere ricalibrato sul nucleo familiare e sulla tassazione dei consumi reali. Bisogna sostenere le migliaia di famiglie italiane che hanno una persona anziana o disabile di cui occuparsi. Si devono istituire assegni di assistenza specifici per la cura del familiare disabile o dell’anziano non autosufficiente. Si possono agevolare ancora di più il lavoro a tempo ridotto, in particolare i part-time lunghi, attraverso la fiscalizzazione degli oneri, per aiutare le madri lavoratrici. “Caritas in Veritate” ci ricorda costantemente che bisogna tenere in grande considerazione il “bene comune”. Ri-orientare l’economia al bene comune deve essere la missione ed il ruolo di tutte le istituzioni civili, politiche e sociali che convivono oggi in un mondo globalizzato. Per questo siamo molto grati al Pontefice Benedetto XVI per questa nuova Enciclica davvero tanto attesa, che la Cisl cercherà di fare vivere concretamente nei territori, nelle categorie, nel nostro lavoro quotidiano di sindacalisti, con l’obiettivo di rappresentare ed unire i vari interessi della società.
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L’annuncio di Cristo è il primo fattore dello sviluppo umano: un mese fa la pubblicazione della Caritas in veritate. Benedetto XVI incoraggia l’economia di comunione


Un mese fa la pubblicazione di Caritas in veritate, prima Enciclica sociale di Benedetto XVI. Il documento, che ha suscitato uno straordinario interesse a livello mondiale e consensi trasversali, è diventato un best seller in numerosi Paesi. L’Enciclica, fin dall’incipit, sottolinea che lo “sviluppo umano integrale” ha bisogno della verità e della carità. Un binomio che rappresenta la chiave di lettura di tutta la Caritas in veritate. Il servizio di Alessandro Gisotti:

“La Carità nella verità, di cui Gesù s’è fatto testimone” è “la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera”. Benedetto XVI lo sottolinea subito nella “Caritas in veritate” e ribadisce che “amore e verità” sono la “vocazione posta da Dio nel cuore e nella mente di ogni uomo”. D’altro canto, avverte, dato il rischio di fraintendere la carità, “di estrometterla dal vissuto etico”, va coniugata con la verità. Senza di essa, infatti, annota il Papa, “la carità scivola nel sentimentalismo. E rileva: “Un Cristianesimo di carità senza verità può venire facilmente scambiato per una riserva di buoni sentimenti, utili per la convivenza sociale, ma marginali”. Lo sviluppo ha bisogno della verità, ribadisce il Pontefice, perché senza di essa “l’agire sociale cade in balia di privati interessi e di logiche di potere, con effetti disgregatori sulla società”. Come Paolo VI nella “Populorum Progressio”, Benedetto XVI afferma che “l’annuncio di Cristo è il primo e principale fattore di sviluppo”. Uno “sviluppo umano integrale” che può essere perseguito solo “con la carità illuminata dalla luce della ragione e della fede”. “Senza la prospettiva di una vita eterna – è il monito del Papa – il progresso umano in questo mondo rimane privo di respiro”. Ecco perché “le istituzioni da sole non bastano”. Senza Dio, soggiunge, lo sviluppo viene negato, “cade nella presunzione dell’auto-salvezza e finisce per promuovere uno sviluppo disumanizzato”. Per questo, afferma, “l’umanesimo che esclude Dio è un umanesimo disumano”. “Caritas in veritate” rimarca che l’umanesimo cristiano, ravvivato dalla carità e guidato dalla verità, è “la maggiore forza a servizio dello sviluppo”. E’ l’amore, di Dio, l’umanesimo aperto all’Assoluto, ci ricorda il Papa, che “ci dà il coraggio di operare e proseguire nella ricerca del bene di tutti”.


Nella Caritas in veritate, in particolare nel terzo capitolo, il Papa elogia l’esperienza del dono e della gratuità nei rapporti economici ed incoraggia l’economia di comunione. Un’esperienza, quest’ultima, nata nel 1991 in Brasile nell’alveo del Movimento dei Focolari. Ad un suo promotore, il dottor Alberto Frassinetti - già dirigente industriale ed ora consulente d’impresa - Alessandro Gisotti ha chiesto di spiegare i tratti distintivi dell’economia di comunione:

R. - L’idea è quella di avere delle aziende che stanno sul mercato come tutte le altre, aziende che nascono per fare profitti ma che dividono questi profitti in tre parti: una parte viene destinata ad ai poveri con dei progetti di aiuto e di emersione dalla povertà; un’altra parte viene destinata per formare dei giovani a questa nuova cultura della gratuità, della fratellanza universale. E infine, una parte resta in azienda proprio per sviluppare l’azienda affinché possa continuare a prosperare e a produrre ancora utili negli anni a venire.


D. – Può fare riferimento ad un’esperienza concreta?


R. - Un’azienda dove stiamo facendo consulenza e che all’inizio dell’anno era in crisi, ha visto il suo mercato calare del 40 per cento. Il titolare ha riunito tutti i responsabili attorno a un tavolo ha detto: “Bene, adesso fatevi venire delle idee”. Da soli hanno deciso di varare un progetto di risparmio, che dopo quattro mesi aveva fruttato più di 25 mila euro di risparmi fra telefoni, luce e quant’altro. Il titolare ha deciso di dedicare una parte di questi risparmi a un progetto di aiuto per i poveri che fosse scelto dagli stessi dipendenti. Per loro è stata una gratificazione così importante che ognuno si è impegnato ancora maggiormente all’interno dell’impresa. Oggi, questa è un’impresa commerciale che non ha dovuto mandare ancora a casa nessuno.


D. - Quali spazi di crescita ha l’economia di comunione?


R. - A mio avviso ci sono ampi margini di miglioramento. Oggi è chiaramente un’esperienza di nicchia. L’economia di comunione è un’esperienza di uomini. Non servono idee imprenditoriali nate a tavolino, ma servono uomini con idee e con coraggio, che abbiano voglia di intraprendere una strada che sia una strada non solo per se stessi ma anche per gli altri. L’esempio tipico è il Polo Lionello Bonfanti che noi abbiamo costruito da poco ad Incisa, in Val d’Arno. Si tratta del polo italiano delle aziende di economia di comunione: ne raccoglie circa 23. E’ l’espressione più concreta di una dimensione di gratuità e del fatto che un’economia del genere non è solo per addetti ai lavori ma è anche per casalinghe, insegnanti, studenti, e per chiunque creda in un progetto dove l’economia sia uno strumento per migliorare il benessere di tutti quanti.



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Caritas in veritate è una bussola per ridefinire il sistema economico mondiale: la riflessione del presidente di “Banca Etica”, Fabio Salviato


La crisi economica deve diventare “un’occasione di discernimento e di nuova progettualità. In questa chiave, fiduciosa piuttosto che rassegnata, conviene affrontare le difficoltà del momento presente”: è uno dei passaggi della Caritas in veritate, che sottolinea la necessità di riprogettare il cammino dell’economia mondiale alle prese con una delle peggiori crisi della storia. Proprio l’Enciclica sociale di Benedetto XVI può diventare una bussola per riorientare l’economia verso la realizzazione di un umanesimo integrale. E’ quanto sottolinea il presidente di “Banca Etica”, Fabio Salviato, intervistato da Alessandro Gisotti:

R. – Indubbiamente, l’Enciclica “Caritas in veritate” rappresenta una bussola che ci può illuminare in questa fase di individuazione di un nuovo sistema economico e finanziario.


D. – Il Papa incoraggia una “civilizzazione dell’economia” e avverte che nell’era della globalizzazione, non si può pensare più ad un sistema fondato esclusivamente sul binomio Stato-mercato. Una sua riflessione in particolare, dunque, sul ruolo della società civile …


R. – Sì, è estremamente importante. L’Enciclica mette in rilievo questi tre pilastri fondamentali su cui si deve basare un nuovo sistema economico e finanziario: Stato-mercato-società civile. E’ un richiamo alla società civile affinché rappresenti veramente un settore nuovo, innovativo. Ma anche affinché il variegato mondo della società civile promuova la diffusione, la comunicazione, il “contagio” degli elementi valoriali che rappresenta. Quindi, un riconoscimento ma anche uno stimolo molto importante alla società civile, affinché diventi centrale nella ridefinizione del sistema economico-finanziario.


D. – L’economia – sottolinea la “Caritas in veritate” – ha bisogno dell’etica per il corretto funzionamento, ma – aggiunge il Papa – “di un’etica amica della persona”. Come concretizzare questa esortazione?


R. – E’ importante applicare l’etica alla persona. La grande novità è che si chiede un cambiamento culturale fondato sulla centralità della persona. Quindi, attraverso la risposta dei bisogni della persona, la lotta alla povertà, il rispetto dell’ambiente si va verso una ridefinizione di questo sistema economico e finanziario.


D. – Il latino non è certo la lingua di Wall Street. Eppure, “Caritas in veritate” è già un best-seller, letto con attenzione da leader politici e anche da operatori finanziari in tutto il mondo. Dunque, la Dottrina sociale della Chiesa è sempre feconda e attuale …


R. – Credo che il Santo Padre ci abbia offerto veramente non solo un’illuminazione ma un grande regalo, una bussola, per gli operatori economici e non solo: per chi ha responsabilità nel mondo della politica, nel mondo della finanza, della società civile, rappresenta un punto di riferimento centrale e dà delle indicazioni, oserei dire, quasi di carattere tecnico su come dovrà essere costruita, o ricostruita, dopo questa fase di crisi, di difficoltà, il nuovo sistema economico-finanziario. Quindi, indubbiamente un documento per chi crede, ma anche per chi non crede, di riferimento: un richiamo all’unità, ad interrogarsi, a ridefinire quella che è la situazione attuale di un sistema che lotta per la massimizzazione del profitto e che invece deve inserire il profitto all’interno di criteri di eticità, nell’intero sistema economico-finanziario.



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La dimensione spirituale della persona alla base di un autentico sviluppo: il commento di Riccardo Moro sulla Caritas in veritate



“Se l’uomo fosse solo frutto o del caso o della necessità”, se “non avesse una natura destinata a trascendersi in una vita soprannaturale, si potrebbe parlare di incremento o di evoluzione ma non di sviluppo”: è uno dei passaggi dell’Enciclica “Caritas in veritate”. Il Papa sottolinea dunque che non c’è sviluppo autentico se si nega la dimensione spirituale della persona. Dio, infatti, scrive Benedetto XVI, “è il garante del vero sviluppo dell’uomo” poiché avendolo creato a sua immagine “ne alimenta il costitutivo anelito ad essere di più”. Su questa visione dello sviluppo umano delineata nell’Enciclica, Alessandro Gisotti ha intervistato l’economista Riccardo Moro, direttore della Fondazione Giustizia e Solidarietà della Cei:

R. – Nel momento in cui noi immaginiamo lo sviluppo come una successione quasi meccanica e automatica di fasi, noi sostanzialmente equipariamo l’uomo ad una sorta di macchina. Nel momento in cui l’uomo è immagine e somiglianza di Dio, ma anche secondo altre prospettive e concezioni religiose, in ogni caso l’uomo è un essere vivente che in qualche modo partecipa di una vita che la dimensione della divinità gli offre, alla quale la dimensione della divinità lo chiama, con una serie di talenti complessivi. Allora, in questo senso, lo sviluppo è il risultato della interazione di questi talenti tra le persone, che offre sempre dei risultati nuovi.

D. - Il fondamentalismo religioso, scrive il Papa, come il terrorismo, e in definitiva la negazione della libertà religiosa, contrastano lo sviluppo autentico della persona e dei popoli: un richiamo quanto mai attuale, pensando anche alla cronaca quotidiana, alla situazione in tanti Paesi, dall’Iraq al Pakistan…

R. – Certo, se educare all’ateismo comportava una negazione della persona umana, della sua complessità, analogamente la degenerazione opposta del fondamentalismo religioso, per cui la persona non ha più la sua libertà personale, ma deve aderire ad un sistema di regole, di comportamenti, definiti da altri, non può che sterilizzare, inibire le capacità che gli uomini hanno di interagire tra di loro e di creare cose nuove.

D. – L’uomo non è una macchina. E’ possibile, dunque, auspicabile, che si guardi all’economia non solo con parametri meramente produttivistici. Questa crisi che è all’inizio della sua conclusione potrebbe aiutare anche a ripensare il modello di sviluppo?

R. – La crisi finanziaria è sicuramente un’occasione. Esiste un dibattito da questo punto di vista per riflettere sulle ragioni di quella crisi che molti interpretano anche come una mancanza di etica. Ora, la questione dell’etica nell’economia non è una questione di discorsi retorici o romantici o moralistici, è una questione molto precisa: nel momento in cui le relazioni commerciali e finanziarie, e più generalmente economiche, non guardano, oltre che all’interesse della mia parte, al bene comune, cioè all’interesse anche dell’altro, a che cosa capita nel contesto in cui io opero, in ragione delle scelte che percorro, il rischio è che succeda quello che è capitato nel sistema finanziario. Allora, nel momento in cui io siglo un contratto non devo pensare solo a quanto guadagnerò io, ma devo guardare anche a cosa capita nel contesto, e questa è un’assunzione etica. Dire che ci vuole etica nell’economia significa esattamente dire questo, che dobbiamo porci il problema di quali sono le conseguenze delle nostre scelte, dei nostri contratti, delle nostre firme sul contesto generale. Senza questa attenzione, io perseguo l’interesse e lo ottengo nel breve periodo, ma nel medio e lungo periodo incontro dei problemi gravi esattamente come quelli che si sono determinati.


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18/08/2009 15.24
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L’assolutismo della tecnica nega lo sviluppo e viola la dignità dell’uomo: la riflessione del prof. Lucio Romano sulla “Caritas in veritate”


Per conseguire uno sviluppo autentico, è urgente “una formazione alla responsabilità etica nell’uso della tecnica”: è il richiamo di Benedetto XVI nella Caritas in veritate, il cui ultimo capitolo è proprio dedicato allo “sviluppo dei popoli e la tecnica”. Il Papa sottolinea che, “attratta dal puro fare tecnico, la ragione senza la fede è destinata a perdersi nell’illusione della propria onnipotenza”. E aggiunge: la ricerca sugli embrioni, la clonazione “sono promosse dall’attuale cultura del disincanto totale che crede di aver svelato ogni mistero”. Su queste riflessioni di Benedetto XVI, Alessandro Gisotti ha raccolto il commento del prof. Lucio Romano, ginecologo dell'Università Federico II di Napoli e presidente dell’associazione “Scienza e Vita”:

R. – Il Papa pone all’attenzione di tutti il problema – estremamente avvertito – di come la tecnica oggi rappresenti un dato da prendere in considerazione, in ragione anche del passaggio epocale da una globalizzazione delle ideologie ad una sorta di globalizzazione della tecnica. Vediamo quindi che, essendo la tecnica una questione sociale è ineludibile che la questione sociale in quanto tale richiami anche una questione antropologica. Qui entriamo nel cuore del tema, cioè di come la tecnica non venga assolutamente rifiutata da parte del Papa. Ma, laddove la tecnica rappresenti una negazione dell’uomo, un superamento dell’uomo inteso in ottica distruttiva – con tutto ciò che ne può conseguire -, evidentemente non risponde più ad un’ars etica. Il Papa propugna una tecnica si arricchisca di senso e di valore. Il senso ed il valore non possono essere altro che trovati nella dimensione squisitamente umana di una verità antropologica, dove la libertà si coniuga con la responsabilità.


D. – Il Papa mette in guardia proprio dalla tentazione dell’umanità di pensare di "potersi ricreare da sé" attraverso i prodigi della tecnica, della tecnologia. In un certo qual modo un’attualizzazione del mito di Prometeo…


R. – E’ il tentativo che l’uomo cerca da sempre di mettere in essere, la cosiddetta “autopoiesi”: l’uomo che produce se stesso, l’uomo che riproducendo se stesso crede di essere padrone del mondo. Il discorso diventa altrettanto importante perché si vanno a confrontare due razionalità, così come il Papa richiama alla nostra attenzione. Da una parte, la razionalità dove la ragione è aperta alla trascendenza e, dall'altra, una ragione che invece è chiusa nell’immanenza. La dimensione di una tecnica che si autosupporta, si autogratifica è una ragione chiusa nell’immanenza, che non va oltre la dimensione squisitamente orizzontale e, non prendendo in considerazione una verità trascendente, nega la stessa dignità dell’essere uomo. Fede e ragione si aiutano a vicenda. Se noi consideriamo la dimensione tecnica da sola, questa rischia di cadere nello scientismo puro; altrettanto la fede, senza la dimensione della ragione, potrebbe rischiare di cadere nella dimensione del fideismo puro. La fede e la ragione insieme ci danno la possibilità di riconoscere la verità.


D. – Il Papa sottolinea che oggi il "campo primario di questa lotta culturale tra l’assolutismo della tecnica e la responsabilità morale dell’uomo è quello della bioetica"…


R. – Sì, una bioetica che si richiami ad un’antropologia di riferimento. Un’antropologia di riferimento sicuramente personalista, nella dimensione di un personalismo ontologicamente fondato, dove c’è quindi la dimensione di una difesa e di una tutela della vita, dal concepimento fino alla morte naturale e non certamente una bioetica fondata su un’assoluta dimensione di autodeterminazione di libertà irrispettosa dell’uomo. Quello che invece riteniamo una dimensione rispettosa della dignità dell’essere uomo è una bioetica che tenga conto della presa in carico della persona, che l’assista, che si prenda cura, che le sia affianco, che sia tutela della sua vita e che l’accompagni anche nelle fasi terminali a quello che è il naturale progredire, verso la morte naturale. Una bioetica che sia quindi rispettosa dell’uomo e rispettosa di una ricerca scientifica che non sia però sostitutiva del rispetto e della dignità dell’essere uomo.



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Acquistare è sempre un atto morale e non solo economico. I commenti di Paolo Landi e Sergio Marelli sulla Caritas in veritate


“È bene che le persone si rendano conto che acquistare è sempre un atto morale, oltre che economico”: è la riflessione di Benedetto XVI nella Caritas in veritate, che dedica un intero paragrafo alla realtà dei consumatori e alla loro responsabilità sociale. Il Papa mette l’accento sull’educazione dei consumatori al rispetto dei principi morali, che non sono mai contrari alla razionalità economica dell’acquisto. Il servizio di Alessandro Gisotti:

Benedetto XVI rileva che la “interconnessione mondiale ha fatto emergere un nuovo potere politico, quello dei consumatori e delle loro associazioni”. Si tratta, scrive il Papa, di un fenomeno “che contiene elementi positivi da incentivare e anche eccessi da evitare”. È bene, è l’esortazione della Caritas in veritate, “che le persone si rendano conto che acquistare è sempre un atto morale, oltre che economico”. C'è dunque, aggiunge l’Enciclica, “una precisa responsabilità sociale del consumatore, che si accompagna alla responsabilità sociale dell'impresa”. I consumatori vanno perciò “continuamente educati al ruolo che quotidianamente esercitano e che essi possono svolgere nel rispetto dei principi morali, senza sminuire la razionalità economica intrinseca all'atto dell'acquistare”. Nell’attuale momento di crisi, “in cui il potere di acquisto potrà ridursi e si dovrà consumare con maggior sobrietà – rileva il Pontefice - è necessario percorrere altre strade, come per esempio forme di cooperazione all'acquisto”. Il Papa indica l’esperienza delle “cooperative di consumo, attive a partire dall'Ottocento anche grazie all'iniziativa dei cattolici”. Ed auspica la realizzazione di “forme nuove di commercializzazione di prodotti provenienti da aree depresse del pianeta per garantire una retribuzione decente ai produttori”. E ciò, tuttavia, “a condizione che si tratti veramente di un mercato trasparente, che i produttori non ricevano solo maggiori margini di guadagno, ma anche maggiore formazione, professionalità e tecnologia, e infine che non s'associno a simili esperienze di economia per lo sviluppo visioni ideologiche di parte”. Benedetto XVI auspica infine “un più incisivo ruolo dei consumatori” come “fattore di democrazia economica”.


Il Papa invoca dunque una responsabilità etica del consumatore nell’atto dell’acquisto. Esortazione su cui si sofferma il segretario generale dell’Adiconsum, Paolo Landi, intervistato da Alessandro Gisotti:

R. – Oggi viviamo in una società dove la pubblicità ci induce ai consumi più vari, al consumismo più sfrenato, anche laddove non abbiamo bisogno di comprare delle cose, pur di acquistare l’ultimo modello, l’ultima novità … Bene, in questa Enciclica c’è un’affermazione importante del consumo responsabile, un’attenzione sull’educazione al consumo responsabile; su tutto il tema dell’energia, un uso responsabile del denaro rispetto ad un consumismo sfrenato … E credo che questa sottolineatura dell’etica negli acquisti sia un dato importante, in quello che è l’insegnamento della Chiesa e ci fa veramente piacere!


D. – L’etica non è contro la razionalità economica in un acquisto …


R. – Assolutamente no! Soprattutto dopo quello che è successo: quando abbiamo verificato che l’economia, la finanza non erano più finalizzate allo sviluppo ma al business in quanto tale, alla speculazione in quanto tale, e abbiamo visto i disastri che questo ha fatto. E’ evidente che l’economia, se è finalizzata al benessere della popolazione è una cosa importante, è una cosa positiva. Per questo è opportuno evidenziare l’etica non soltanto nelle scelte sociali, ma anche da parte dei consumatori, perché i consumatori, con le loro scelte, possono orientare l’economia, possono privilegiare quei consumi dove c’è chiaramente il rispetto delle norme internazionali, il rispetto del lavoro minorile, piuttosto invece che le imprese che operano utilizzando il lavoro minorile, utilizzando questi fenomeni speculativi.


D. – Il Papa auspica una maggiore sobrietà nello stile di vita …


R. – Sì. Io credo che questa crisi economica, questa recessione che è in atto, porterà anche ad un ripensamento degli stili di vita. Pensiamo alla questione telefonini: oggi siamo in piena recessione e il consumo telefoni sta aumentando comunque, tutti alla rincorsa dell’ultimo modello anche se quello precedente funziona egregiamente. Io credo che qui vada ripensato il nostro modo di consumare; io credo che ci sia bisogno di recuperare una dimensione che sia quella della qualità della vita, che sia quella della solidarietà. E in questo, credo che l’insegnamento dell’Enciclica dia veramente contenuti importanti.


Un commercio equo è la condizione necessaria per far sì che i lavoratori dei Paesi in via di sviluppo vedano riconosciuti i propri diritti. Ma questo è possibile solo attraverso una responsabilizzazione del consumatore. E’ quanto sottolinea Sergio Marelli, direttore generale di Volontari nel mondo-Focsiv, al microfono di Alessandro Gisotti:

R. – Non bisogna mai dimenticare – e a questo mi sembra che il Santo Padre ci richiami – che acquistando dei prodotti, in qualche modo noi contribuiamo a favorire un commercio più giusto oppure delle regole che fino ad oggi hanno in qualche modo imperato nel commercio internazionale, che tendono ad “avvantaggiare” quelle imprese che, proprio violando i diritti umani e sfruttando i lavoratori, hanno massimizzato in questi anni i loro profitti. Quindi, acquistare un prodotto significa anche contribuire a dare la possibilità a milioni di produttori nei Paesi poveri di poter vivere di quanto producono.


D. – Non è solo una questione economica, dunque: è una questione culturale, di cambio di mentalità?


R. – Assolutamente sì! E’ una questione di cambio culturale a livello individuale ma con la consapevolezza che se ognuno di noi assume questa nuova cultura, questo atteggiamento responsabile, contribuisce anche a modificare delle regole, dei giochi che sembrano passare sopra la nostra testa. Insomma, il consumatore è un po’ come l’auditel per le trasmissioni televisive: più singolarmente si contribuisce a privilegiare quei prodotti che sono stati ottenuti anche con il rispetto della dignità della persona, con il rispetto della giusta retribuzione che bisogna riconoscere ai produttori, e più si condizionano anche i grandi circuiti internazionali.


D. – Com’è possibile questa inversione di tendenza in una società che oggi potremmo addirittura definire degli sprechi piuttosto che dei consumi?


R. – Io penso che sia possibile proprio assumendo questo atteggiamento che, attraverso delle scelte individuali quotidiane, seppur piccole, si abbia questa consapevolezza di poter influire sui grandi meccanismi che regolano il commercio a livello internazionale. E’ per questo che noi sosteniamo molto, per esempio, il Commercio equo e solidale, che è proprio questo modo di commerciare e di consumare dei prodotti che, eliminando gli intermediari che massimizzano i profitti, danno una più giusta retribuzione ai produttori.



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Dalla Chiesa nessun appoggio a logiche economiche ingiuste
Parla il revisore internazionale della Prefettura degli Affari Economici della Santa Sede



ROMA, sabato, 22 agosto 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito una intervista apparsa sul quotidiano vaticano “L'Osservatore Romano”.

* * *

di Francesco M. Valiante

Per i cristiani non può valere solo la logica del «profitto più alto al più basso costo possibile»: nessun coinvolgimento perciò in operazioni commerciali o imprenditoriali che sacrificano alla convenienza economica le esigenze della giustizia e della carità. Lo sostiene l'economista coreano Thomas Hong-Soon Han, dal novembre scorso revisore internazionale della Prefettura degli Affari Economici, l'organismo a cui spettano la vigilanza e il controllo sulle amministrazioni che dipendono dalla Santa Sede. In questa intervista al nostro giornale lo studioso traccia un primo bilancio della sua esperienza in Vaticano e legge i recenti sviluppi della crisi mondiale alla luce delle indicazioni della Caritas in veritate di Benedetto xvi.

Al Sinodo dei vescovi sulla parola di Dio lei ha chiesto più rigore etico nella gestione dei beni materiali da parte della Chiesa. Quale era il senso di quell'appello?

La mia richiesta si riferiva al modo concreto con cui la Chiesa dà la sua testimonianza evangelica nella vita di ogni giorno. Non era rivolta solo alla gerarchia, ma anche ai laici, in particolare a tutti coloro che da cristiani si dedicano ad attività economiche e hanno responsabilità nel campo imprenditoriale, commerciale o contrattuale. Bisogna sempre porsi un interrogativo di fondo: qual è lo stile di vita che vogliamo portare in queste attività? È chiaro che come cristiani non possiamo seguire soltanto la logica del profitto più alto al più basso costo possibile.

Che cosa significa in concreto?

Le faccio un esempio. Poniamo il caso che un ente ecclesiastico indica un appalto per costruire un edificio. Io dico che le offerte non devono essere valutate soltanto in base alla convenienza economica. Bisogna vedere che cosa c'è dietro i costi di realizzazione proposti da una determinata ditta: quali sono le condizioni di lavoro, qual è il livello dei salari, insomma come viene realizzata concretamente la giustizia nell'organizzazione dell'attività produttiva.

Dopo di che?

Se per esempio si verificano situazioni di sfruttamento dei lavoratori, è evidente che accettare l'offerta vorrebbe dire per la Chiesa rendersi corresponsabile — sia pure solo indirettamente — di quella logica ingiusta. Perciò un'offerta del genere va bocciata. Del resto, questo è l'unico mezzo di pressione che abbiamo per convincere i responsabili di un'impresa a rispettare le condizioni della giustizia e della carità.

In proposito lei ha ammesso che nel passato i comportamenti dei cristiani non sono stati sempre inappuntabili.

È vero, non sempre. È facile cedere alla tentazione di ottenere anzitutto condizioni favorevoli dal punto di vista economico. A volte questo viene giustificato in nome delle esigenze della carità: il risparmio in un settore — si dice — può significare maggiore disponibilità per altre attività sociali e umanitarie. Però si dimentica che in ogni caso «la carità esige la giustizia», come scrive il Papa nella Caritas in veritate.

Dal 22 novembre 2008 lei è revisore internazionale della Prefettura degli Affari Economici della Santa Sede. In cosa consiste il suo lavoro?

La Prefettura ha un collegio internazionale dei revisori composto da cinque laici di vari Paesi del mondo, che si riuniscono due volte all'anno. Il nostro compito principale è quello di esaminare bilanci preventivi e consuntivi della Santa Sede e del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, per offrire indicazioni in vista di una migliore gestione economica e patrimoniale.

Si tratta di indicazioni vincolanti per l'approvazione di questi bilanci?

No, ma devo riconoscere che la Prefettura è sempre molto attenta alle nostre osservazioni.

A voi spettano valutazioni solo economiche o anche etiche?

Non ci sono limiti al nostro giudizio. Del resto, un bilancio non è solo uno strumento tecnico: è il risultato di un modo di intendere e di gestire i beni economici. E noi dobbiamo dire la nostra anche su questo, altrimenti rischiamo di fermarci alla superficie delle cose. «Ogni decisione economica ha una conseguenza di carattere morale» ricorda Benedetto xvi nella sua enciclica sociale. Con una battuta, direi che valutare le cose unicamente in termini di efficienza non è molto efficiente.

Le è capitato di esaminare bilanci che contenessero voci censurabili dal punto di vista morale?

No. Tenga presente, comunque, che noi non esaminiamo tutti i dettagli delle singole operazioni, come i costi indiretti di cui parlavo prima. In base ai dati fornitici, possiamo indicare le linee generali che devono essere seguite. E questo già è molto importante.

Ma quando la Chiesa gestisce in prima persona attività economiche e commerciali non rischia di perdere di vista i suoi doveri spirituali e pastorali?

Il metro di valutazione dev'essere sempre il Vangelo. Dunque, la prima cosa da tener presente è che la Chiesa è il luogo dove si adora Dio e non «mammona», il denaro, come ha ricordato di recente il Papa. La seconda cosa è considerare tutto dal punto di vista della missionarietà. Se un'iniziativa serve a promuovere la missione, allora va bene.

E come si fa a essere missionari attraverso un'attività commerciale?

Dando un esempio soprattutto in termini di sobrietà e di solidarietà. L'importante è rimanere fedeli all'insegnamento evangelico senza lasciarsi irretire dalla logica del mondo. Penso che sia molto eloquente in proposito l'ammonimento di Gesù: «Siate prudenti come i serpenti e semplici come le colombe».

Che cosa deve fare la Chiesa per non farsi coinvolgere eccessivamente da queste attività?

Suggerirei due cose. Anzitutto di lasciarle gestire a professionisti laici. E poi di evitare la tentazione di ampliarle sempre di più: il rischio è che una parte della struttura ecclesiastica finisca per trasformarsi in una sorta di ente commerciale, per non dire in un grande supermarket.

A giudicare da questi nove mesi di esperienza al servizio della Santa Sede, è cambiato qualcosa nello stile di vita della Chiesa dopo il suo intervento al Sinodo o c'è ancora da fare?

Nella Chiesa c'è sempre da fare: Ecclesia semper reformanda. Del resto, io non ho dubbi sul fatto che la Chiesa era ed è già impegnata sulla strada che ho indicato. Il mio appello voleva essere solo un contributo in questa direzione. La Chiesa è in cammino da duemila anni e continua a camminare, ad andare avanti, sia pure talvolta a piccoli passi. Certo, non sempre i frutti si vedono; ma sono convinto che comunque la buona volontà non viene mai meno.

Da economista cattolico, che giudizio dà sulle cause dell'attuale crisi economica?

Già dieci anni fa c'è stata una fase di recessione, anche se circoscritta ai Paesi asiatici. Ma ora la crisi è diventata universale, perché in questo decennio l'economia mondiale si è progressivamente globalizzata. E così i suoi effetti si avvertono in tutto il pianeta. La differenza rispetto a quella precedente è che stavolta è scoppiata nel Paese considerato la locomotiva dello sviluppo mondiale: gli Stati Uniti. In questo io vedo un aspetto positivo, «un'opportunità» come ha detto il Papa. Improvvisamente il mondo si è accorto che anche un gigante economico apparentemente solido può fallire. E ha cominciato a chiedere il perché.

Qual è la risposta?

Bisogna andare in profondità. La radice di questa crisi sta in un deficit morale. Il capitalismo non funziona senza una base etica. E il gigante crolla quando le sue fondamenta non sono costruite sui principi morali. Sul biglietto del dollaro c'è scritto In God we trust, «Noi confidiamo in Dio». Per l'appunto: se il mercato si basa unicamente sull'interesse egoistico e non «confida in Dio», fallisce.

Per superare la crisi sono sufficienti regole più rigide e controlli più severi, od occorre un cambiamento radicale del sistema?

Posta così, credo che la questione sia difficilmente risolvibile. A chi giudica sufficiente la prima soluzione vorrei far notare: nel momento in cui aumentano le regole e i controlli, già non si può più parlare di capitalismo allo stato puro o di libero mercato in senso stretto. E a quelli che propendono per la seconda ipotesi chiederei di essere più espliciti: qual è l'alternativa concreta a questo sistema?

Un intellettuale cattolico come Ernst-Wolfgang Böckenförde sostiene che il capitalismo ha un ineliminabile «carattere disumano» e che la dottrina sociale della Chiesa deve elaborare «una radicale contestazione» del sistema in nome del principio di solidarietà. Che ne pensa?

In linea di principio potrei anche essere d'accordo. Tuttavia bisogna essere chiari. Criticare questo sistema è facile: dobbiamo sempre impegnarci a realizzare un'organizzazione economica migliore di quella attuale. Però, ripeto, qual è l'alternativa? Spesso si parla di «terza via». Ma di cosa si tratta in concreto? Non dimentichiamo, in ogni caso, che la Chiesa non condanna il capitalismo in se stesso, anche se afferma che l'economia di mercato deve indirizzarsi verso un fine e un senso che abbiano al centro la persona e la sua dignità. La Caritas in veritate è molto chiara in proposito.

Allora come si esce da questo impasse?

Cominciamo col riconoscere onestamente che lo spirito del capitalismo non va d'accordo con quello del Vangelo. Il cuore del cristianesimo è l'amore per gli altri. Il nucleo del capitalismo, invece, è la competizione, che è l'antitesi dell'amore.

Quindi bisogna andare oltre questo sistema?

Attenzione, la cosa non è così scontata come sembra. Storicamente i tentativi di costruire un'economia senza competizioni e conflitti si sono rivelati un'illusione: pensiamo al fallimento dei sistemi socialisti. Direi di più: la stessa Chiesa primitiva descritta negli Atti degli apostoli aveva realizzato un modello di vita comunitaria basato sulla condivisione dei beni e quindi sull'assenza di spirito di competizione, ma anche questo modello di fatto non ha avuto seguito.

E allora siamo al punto di partenza.

Infatti. Dobbiamo ripartire dalla fonte, dall'origine di tutto: il peccato originale. Da qui nasce nell'uomo quell'egoismo che non va d'accordo con l'insegnamento del Vangelo.

Quindi è una questione di uomini e non di strutture?

Direi di entrambi, ma in primo luogo di uomini. Giovanni Paolo ii ha parlato più volte di «strutture di peccato». Però bisogna chiedersi: di chi è la responsabilità del peccato? Dell'individuo. Quindi è dal livello personale che deve avere inizio la conversione. E da lì, poi, si può arrivare alla riforma delle «strutture di peccato».

Qual è il primo passo da fare?

Cominciamo a formare le coscienze ai valori evangelici. Questo è il compito principale della dottrina sociale della Chiesa e a questo mira anche la nuova enciclica di Benedetto xvi.

Ma gli imprenditori cattolici non dovrebbero avere già questo tipo di formazione?

Purtroppo non sempre è così. Quello che spesso manca, per esempio, è la coscienza della «responsabilità sociale» che deriva dalle loro attività. Nessuna impresa è un'isola. E chi oggi non ne tiene conto — avverte il Papa nella Caritas in veritate — è destinato al fallimento: non solo come singolo imprenditore ma come ingranaggio di un sistema che coinvolge azionisti, banche, lavoratori, fino ad arrivare ai consumatori.

A proposito di questi ultimi, che cosa possono fare di fronte a un simile meccanismo?

Possono fare molto se diventano consapevoli delle conseguenze del loro stile di vita e delle loro scelte pratiche. Anche il semplice gesto di acquistare qualcosa può avere conseguenze importanti sul piano economico: nessuna scelta è neutra. E non vale nulla obiettare: «Io sono solo uno dei sei miliardi di persone che vivono sulla terra, il mio gesto non conta niente». Sta proprio a noi iniziare per primi, perché ciascuno nel suo piccolo può cambiare il mondo.

E quindi cambiare il sistema.

Lo ripeto: a me questo sembra un falso problema. Mi importa piuttosto che la logica del profitto si concili con quella dell'amore e della giustizia. La produttività dev'essere orientata al bene delle persone, sulla base della carità e secondo criteri di solidarietà. Insomma un'economia guidata, con regole ben gestite. Chiamiamola come vogliamo: economia di comunione, per esempio. Alla fine non è questione di etichette ma di fatti. Bisogna agire concretamente, non limitarsi a discussioni teoriche. La Chiesa e i cristiani devono essere i primi a farlo.

In che modo?

Io ho molto apprezzato, per esempio, il fatto che la Conferenza episcopale italiana abbia promosso la colletta di solidarietà per sostenere le famiglie in difficoltà. Certo, la Chiesa non è in grado materialmente di aiutare tutti i bisognosi. Però può dare il buon esempio ai suoi fedeli, mostrando appunto che per amare non bastano le parole: occorrono i fatti.

Ma così non si rischia di trasformare la Chiesa in una sorta di agenzia umanitaria?

Noi non siamo una ong o un ente caritativo. L'azione dei cristiani si basa sulla carità, ma scaturisce dalla verità: caritas in veritate, appunto. Non possiamo prescindere dall'incarnazione di un Dio che si è fatto uomo per amore degli uomini. Questa è carità perfetta. La verità della nostra fede acquista più credibilità se testimoniata dall'amore.
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29/08/2009 00.25
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Buona accoglienza della "Caritas in Veritate" tra i protestanti evangelici
56 personalità firmano un messaggio di sostegno all'Enciclica

di Inma Álvarez

WASHINGTON, venerdì, 28 agosto 2009 (ZENIT.org).- 56 personalità del mondo protestante evangelico statunitense, tra professori universitari, editori e rappresentanti di varie istituzioni, hanno firmato il 27 luglio un messaggio di sostegno all'ultima Enciclica di Papa Benedetto XVI, "Caritas in Veritate".

Nella dichiarazione, intitolata "Doing the Truth in Love", a cui ZENIT ha potuto avere accesso, i firmatari "lodano" il testo e chiedono "ai cristiani di ogni parte, e soprattutto ai nostri membri evangelici", di leggerlo.

Allo stesso modo, esortano tutti i cristiani a un "serio dialogo" sulle proposte dell'Enciclica.

I firmatari si congratulano soprattutto con "il modo in cui questa Enciclica considera lo sviluppo economico in termini di traiettoria del vero fiorire umano" e chiedono "una nuova visione dello sviluppo che riconosca la dignità della vita umana nella sua pienezza", il che presuppone la "preoccupazione per la vita dal concepimento alla morte naturale, per la libertà religiosa, per l'alleviamento della povertà e per la cura del creato".

In particolare, si dicono d'accordo con il concetto di "sviluppo umano integrale" e con la visione del fenomeno della globalizzazione.

"La globalizzazione deve diventare un processo di integrazione centrato sulla persona e orientato alla comunità", segnala il testo.

I firmatari apprezzano anche che la "Caritas in Veritate" non compia un'analisi semplificatrice della polarizzazione tra il libero mercato e l'eccessivo intervento statale, ma inquadri l'economia nelle relazioni umane, ritenendola quindi soggetta a norme morali.

"La vita economica non è amorale o autonoma - affermano -. Le istituzioni economiche, inclusi gli stessi mercati, devono essere caratterizzate da relazioni interne di solidarietà e fiducia".

Sostengono anche "l'enfasi della 'Caritas in Veritate' sull'impresa sociale, cioè sullo sforzo degli affari guidato da un principio che trascende la dicotomia del beneficio sì/beneficio no".

"In termini più generali, esortiamo gli evangelici a considerare l'invito di Papa Benedetto XVI a riflettere su chi deve essere considerato agente imprenditoriale e sul significato morale dell'investimento".

Ad ogni modo, sostengono che nell'Enciclica manchi "una critica più forte contro l'elevazione del denaro a uno stato di idolatria e il conseguente dominio dei mercati finanziari su altri elementi dell'economia mondiale".

Sostengono infine la preoccupazione dell'Enciclica per la decadenza dei sistemi di sicurezza sociale, per il potere sempre minore dei sindacati e per la pressione di una mobilità lavorativa socialmente distruttiva.

Concordano poi sul timore per la "crescita di un welfare State arrogante, che degrada il pluralismo sociale e civico. Siamo quindi d'accordo sul fatto che la sussidiarietà e la solidarietà devono procedere insieme, come propone la 'Caritas in Veritate'". Non "più Stato", ma "Stato migliore".

"Con la 'Caritas in Veritate', ci impegniamo a non essere vittime della globalizzazione, ma suoi protagonisti, lavorando per la solidarietà globale, la giustizia economica e il bene comune, come norme che trascendono e trasformano le ragioni del beneficio economico e del progresso tecnologico", conclude il messaggio.

[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]

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04/09/2009 00.44
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Un lettura bioetica dell'Enciclica “Caritas in Veritate”
Intervista al professor Dalton Ramos

di Alexandre Ribeiro

SAN PAOLO, giovedì, 3 settembre 2009 (ZENIT.org).- La recente Enciclica sociale di Benedetto XVI, Caritas in Veritate, apporta una serie di riflessioni che coinvolgono il campo della bioetica. Per offrire alcune chiavi di lettura in questo ambito, ZENIT ha parlato con il professor Dalton Ramos.

Professore titolare dell'Università di San Paolo (USP), Ramos insegna Bioetica nei corsi della Facoltà di Odontologia (FOUSP) e offre discipline di bioetica per i programmi post-lauream dell'USP.

E' membro della Pontificia Accademia per la Vita, della Commissione di Bioetica della Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile (CNBB) e dell'équipe del Settore Vita del Consiglio Episcopale Latinoamericano (CELAM).

Di recente ha coordinato la pubblicazione di due libri: “Bioetica, Persona e Vita” (Edizioni Difusão) e “Bioetica & Documento di Aparecida” (Edizioni PUCSP in collaborazione con le Edizioni Difusão”.

Quali indicazioni o punti di partenza sottolineerebbe per le persone che vogliono leggere e studiare l'Enciclica?

Dalton Ramos: Questa Enciclica non può essere letta, come del resto ogni documento del Magistero della Chiesa, solo nei suoi aspetti specifici. Ad esempio, il tema della bioetica, quello della difesa della vita e varie altre tematiche dell'Enciclica, come la questione economica, non possono essere considerati in modo distaccato. Il fulcro dell'Enciclica, qualsiasi lettura desideriamo fare, è il volto di Cristo.

Il punto centrale è proprio nelle prime righe del testo: “La carità nella verità, di cui Gesù Cristo s'è fatto testimone con la sua vita terrena e, soprattutto, con la sua morte e risurrezione, è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell'umanità intera”. Questa frase non è solo un'apertura. Esprime tutto il senso in cui si possono leggere le questioni seguenti.

Il Papa segnala che la Dottrina Sociale della Chiesa ha come via maestra la carità. Quando si parla di questa Enciclica, è sempre importante riprendere la Dottrina Sociale della Chiesa, visto che il testo viene a consolidare questa via.

Al punto 8 si parla dello sviluppo umano integrale, riprendendo ciò che il Magistero della Chiesa sosteneva già nel 1967, nella Populorum Progressio di Papa Paolo VI. Benedetto XVI riprende questo aspetto. Quando si pensa alle questioni che coinvolgono la dignità umana e la difesa della vita, è necessario considerare questa premessa e ogni sforzo per lo sviluppo umano integrale. In particolare, ritengo che le azioni educative favoriscano il fatto di poter aiutare la persona a vedersi in modo completo.

E il tema della difesa della vita?

Dalton Ramos: Già al punto 15, il Papa tocca in modo più diretto le questioni che coinvolgono la difesa della vita. Riprende le Encicliche Humanae Vitae ed Evangelium Vitae. Il Pontefice viene quindi a sommare a questi riferimenti così importanti il costante lavoro pedagogico della Chiesa di riprendere quello che è il nostro senso, quali ragioni ci portano a comprendere più profondamente cosa sono la dignità e il valore della persona umana.

Approfondendo ulteriormente questi aspetti, il punto 28 afferma esplicitamente: “Uno degli aspetti più evidenti dello sviluppo odierno è l'importanza del tema del rispetto per la vita, che non può in alcun modo essere disgiunto dalle questioni relative allo sviluppo dei popoli”.

La base dello sviluppo dei popoli è Cristo, come si è detto all'inizio del testo. Non possiamo tuttavia separare la questione dello sviluppo da quella del rispetto per la vita.

“L'apertura alla vita è al centro del vero sviluppo. Quando una società s'avvia verso la negazione e la soppressione della vita, finisce per non trovare più le motivazioni e le energie necessarie per adoperarsi a servizio del vero bene dell'uomo. Se si perde la sensibilità personale e sociale verso l'accoglienza di una nuova vita, anche altre forme di accoglienza utili alla vita sociale si inaridiscono” (n.28).

Quando si nega che l'apertura alla vita sia al centro del vero sviluppo, iniziano ad essere evidenti i segnali che questa società si sta degradando. Ciò aiuta a capire se una società prende effettivamente in considerazione lo sviluppo a favore della propria umanità.

Si parla anche della ricerca scientifica e tecnologica.

Dalton Ramos: La questione della ricerca scientifica appare al punto 31. Qui Benedetto XVI riprende alcune categorie che hanno caratterizzato il suo Magistero, richiamando l'attenzione su un aspetto culturale del nostro tempo: “L''allargamento del nostro concetto di ragione e dell'uso di essa' è indispensabile per riuscire a pesare adeguatamente tutti i termini della questione dello sviluppo e della soluzione dei problemi socio-economici” (n. 31).

Questo è un aspetto molto forte di questa Enciclica, e qui si entra nella questione della tecnologia, di uno sviluppo che si basa su di essa. E' un insegnamento che ci ricorda che la tecnologia è un bene che l'intelligenza umana può offrire per lo sviluppo dell'umanità come un tutt'uno, chiedendo che ciò si faccia attraverso l'uso della ragione. Ragione che significa considerare la realtà nel suo insieme.

Qui si parla già della questione relativa all'uso adeguato della ragione, che il Papa sottolinea sempre.

Dalton Ramos: Sì. Come si può affrontare in modo adeguato il tema dell'aborto, dell'eutanasia? Facendo un uso adeguato della ragione e dell'esperienza umana. In una società sviluppata, non solo dal punto di vista del reddito pro capite, ma in cui esistono politiche pubbliche effettivamente accessibili a tutti, il tema dell'aborto e quello dell'eutanasia passano ad essere secondari, perché quando ci sono condizioni efficaci per la vita si può affrontare in modo adatto il tema della morte e questa non è al centro del dibattito. Non è proprio della natura umana parlare di morte quando ci sono condizioni di vita. La questione dello sviluppo economico, quella dello sviluppo sociale e quella della difesa della vita sono interconnesse proprio per questo.

Al punto 44 il Papa dice che “l'apertura moralmente responsabile alla vita è una ricchezza sociale ed economica”. Sottolinea anche come questione centrale la famiglia: “Gli Stati sono chiamati a varare politiche che promuovano la centralità e l'integrità della famiglia, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, prima e vitale cellula della società, facendosi carico anche dei suoi problemi economici e fiscali, nel rispetto della sua natura relazionale”.

Ricordando qui le caratteristiche che promuovono la centralità, richiamerei l'attenzione su un altro punto che l'Enciclica sottolinea, perché è un elemento essenziale della Dottrina Sociale della Chiesa: la questione della sussidiarietà. Nella questione della difesa della vita, ciò significa che quegli organismi sociali che stanno promuovendo la vita, qualunque sia la loro origine, devono ricevere sussidi dagli organismi governativi per svolgere questo compito.

Al punto 51, Benedetto XVI segnala poi che “il problema decisivo è la complessiva tenuta morale della società. Se non si rispetta il diritto alla vita e alla morte naturale, se si rende artificiale il concepimento, la gestazione e la nascita dell'uomo, se si sacrificano embrioni umani alla ricerca, la coscienza comune finisce per perdere il concetto di ecologia umana e, con esso, quello di ecologia ambientale”.

Questa è un'altra diagnosi compiuta dal Papa, che sottolinea anche la necessità che la gente riprenda la questione della solidità morale. In particolare insisterei sulle azioni educative.

Nel corso dell'Enciclica si amplia l'orizzonte della comprensione dei temi di bioetica.

Dalton Ramos: Il VI capitolo, che parla dello sviluppo dei popoli e della tecnica, è impressionante per chi vuole comprendere ciò che il Magistero della Chiesa dice riguardo alla difesa della vita. In poche pagine si riprende la Dottrina Sociale in questo campo, e Benedetto XVI aggiunge la preoccupazione che riferivamo sull'uso della ragione. Al punto 70 si legge: “Lo sviluppo tecnologico può indurre l'idea dell'autosufficienza della tecnica stessa quando l'uomo, interrogandosi solo sul come, non considera i tanti perché dai quali è spinto ad agire”.

Quando l'uomo è chiamato nella sua vocazione, creatività e intelligenza allo sviluppo della tecnica, deve interrogarsi non solo sul come, ma anche sui perché, cercare il significato delle azioni umane anche per quanto riguarda il progresso tecnologico. Qui si arriva specificamente alla questione dell'opportunità di una migliore preparazione degli scienziati per ciò che concerne la questione morale.

Al punto 74, poi, il Papa esplicita la questione della bioetica: “Si tratta di un ambito delicatissimo e decisivo, in cui emerge con drammatica forza la questione fondamentale: se l'uomo si sia prodotto da se stesso o se egli dipenda da Dio”.

“Di fronte a questi drammatici problemi, ragione e fede si aiutano a vicenda. Solo assieme salveranno l'uomo. Attratta dal puro fare tecnico, la ragione senza la fede è destinata a perdersi nell'illusione della propria onnipotenza. La fede senza la ragione, rischia l'estraniamento dalla vita concreta delle persone”.

Lo sviluppo integrale è un sogno lontano?

Dalton Ramos: No, anzi. Questo sviluppo integrale non può essere confuso con il sapere scolastico, con i titoli. Quando la gente parla di sviluppo integrale, ed è proprio questo l'equivoco che ha a che vedere con l'uso ridotto della ragione, non si può concepire come se si potesse acquisire solo con il sapere scientifico. In verità stiamo parlando della conoscenza di ciò che è la persona umana.

Non è con la scienza che interpreto ciò che è la persona umana, cioè il suo significato più profondo. Con la scienza studio un determinato aspetto di questa realtà chiamata persona umana, ad esempio come funziona il suo organismo. Se vogliamo conoscere la persona umana, dobbiamo avvalerci di altri metodi oltre a quello scientifico, come quello che ci viene offerto guardando all'esperienza che ciascuno può fare su ciò che è essere una persona, nell'insieme delle sue dimensioni fisica, psicologica, spirituale, sociale o morale.

In questo senso, quindi, lo sviluppo integrale della persona umana è un guardare alla propria persona. Non è un insieme di informazioni come si cerca di fare all'università, nel senso di fare un grande compendio della conoscenza umana. Guardare alla propria esperienza significa guardare alle esperienze che faccio nella mia vita. Non sono semplicemente fatti, è più di questo. E' guardare a questi fatti della mia vita e avere un giudizio su ciò che questo significa.

E' questo il lavoro che la Chiesa ci aiuta a fare. L'esperienza implica sempre un giudizio. E' questo che garantisce lo sviluppo integrale delle persone. Per questo è qualcosa di accessibile a tutti. Entrano in scena le azioni educative e anche una compagnia, che è ciò che la Chiesa ci offre; una compagnia che è l'essenza di questo percorso educativo, e questo percorso consolida le coscienze. E' aiutare a far sì che l'uomo possa guardare alla realtà della vita in tutti i campi – sociale, economico, ambientale – e dire: questo è giusto, questo è costruttivo, oppure questo non è costruttivo.

[Traduzione dal portoghese di Roberta Sciamplicotti]
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La “Caritas in veritate” e il mondo del lavoro (I)
L'Arcivescovo Crepaldi presenta l’enciclica al Comitato esecutivo della CISL



ROMA, giovedì, 10 settembre 2009 (ZENIT.org).- Per la rubrica di Dottrina sociale della Chiesa riportiamo di seguito la prima parte dell'intervento pronunciato il 9 settembre da mons. Gianpaolo Crepaldi, Arcivescovo-Vescovo di Trieste e Presidente dell’Osservatorio internazionale “Cardinale Van Thuân”, in occasione della presentazione dell’enciclica “Caritas in veritate” al Comitato esecutivo della CISL

La seconda parte verrà pubblicata il 17 settembre prossimo.

* * *

1. Come tutte le encicliche sociali anche nella Caritas in veritate si possono riscontrare due livelli. Un primo livello, decisamente il più importante, riguarda l’ottica sintetica assunta dall’enciclica e quindi la prospettiva di ampia portata che essa indica. Questo livello non sarà superato dai tempi, perché non tratta di nessuna problematica specifica particolare, ma legge la storia umana alla luce del Vangelo ed esprime una sapienza cristiana. Un secondo livello è dato poi dalle singole tematiche specifiche esaminate dall’enciclica le quali, pur essendo in molti casi di ampia portata e non certo legate alla cronaca, risentono delle caratteristiche di questo nostro tempo. Ciò non vuol dire che in futuro queste parti dell’enciclica saranno automaticamente superate, perché come sappiamo la “storia degli effetti” arricchisce il senso di quanto pronunciato oggi e, paradossalmente, molte cose affermate oggi possono sprigionare meglio la loro verità domani. In ogni caso è bene sempre tenere distinti, ma non separati, i due livelli per una corretta ermeneutica dei documenti del magistero sociale.

Il mio intento, in questa presentazione dell’enciclica, è in relazione alla distinzione ora fatta: dapprima cercherò di mettere a fuoco la prospettiva sintetica e di fondo indicata dall’enciclica; poi esaminerò un settore particolare – quello del mondo del lavoro, naturalmente, dato il luogo in cui mi trovo – per vedere come risulti illuminato dalla prospettiva di fondo precedentemente evidenziata.

2. Presentando l’enciclica nella Sala Stampa della Santa Sede il 7 luglio scorso, ho utilizzato una espressione scritta da Joseph Ratzinger nell’ormai lontano 1967, in una tra le sue opere più importanti – “Introduzione al Cristianesimo” – per esprimere la prospettiva generale dell’enciclica, il nocciolo di quanto essa vuole dirci: “Il ricevere precede il fare” 1. In cosa può ultimamente consistere il messaggio di una enciclica sociale se non di riannunciare di nuovo e sempre il primato di Dio nella costruzione della società? Questo ha fatto la Rerum novarum, per la quale “non c’è soluzione della questione sociale fuori del Vangelo”; questo ha fatto anche la Caritas in veritate affermando che “l’annuncio di Cristo è il primo e principale fattore di sviluppo” (n. 8). Nessuna sorpresa, quindi, da questo punto di vista. La sorpresa semmai deriva ad un altro aspetto della questione: l’annuncio del primato di Dio viene fatto con la pretesa che esso sia una vocazione che corrisponde ad una attesa. L’intento del magistero di Benedetto XVI – non diverso da quello della Tradizione, ma certamente molto incentrato su questo punto – è non solo, come ovvio, annunciare Cristo, ma sostenere che l’ambito delle cose ordinate dalla ragione attende questo annuncio, ne è capace, sicché accogliendolo riscopre meglio le sue stesse possibilità, si conferma nella propria verità. Questo è il punto centrale della Caritas in veritate: siccome il cristianesimo è la religione “dal volto umano” e il Dio cristiano dice un grande “sì” all’uomo2, tutto l’ambito umano, compreso il lavoro, ne viene illuminato, invitato a prendere coscienza della propria verità, sostenuto e incoraggiato ad essere maggiormente se stesso, purificato dalle ideologie e dagli interessi di parte. Cristo, ci dice la Caritas in veritate, non è venuto a dirci come dobbiamo lavorare, è venuto a illuminare il lavoro; non è venuto a dirci come dobbiamo essere imprenditori, è venuto ad illuminare la realtà dell’economia. Senza negarle o sovrapporvisi dall’esterno, ma svelandone più in profondità il senso autonomo, la pienezza della loro vocazione. In questo consiste la “laicità” della religione cristiana. Sembrerebbe una contraddizione: da un lato si afferma il primato di Dio e dall’altro ci si dice rispettosi della laicità, ossia del’autonomia metodologica dei diversi livelli della realtà. Ebbene, la Caritas in veritate viene a dirci che non c’è contraddizione. Cristo non toglie niente di quanto è umano, lo fa meglio emergere dall’interno in tutta la sua umanità. Un mondo del lavoro che fosse organizzato secondo questa luce non sarebbe meno tale, la realtà del lavoro non verrebbe negata o sminuita, ma valorizzata.

3. Cosa c’entra tutto questo con il primato dal ricevere sul fare? Quanto viene da Dio lo si può solo ricevere, ed oscurato Dio, l’uomo si illude di poter fare tutto con le sole sue forze. Comincia così il disastro del fare senza che prima ci sia il ricevere. Dio è la fonte ultima della gratuità e del dono, è la Verità e la Carità, che possono solo essere ricevute e non possono venire prodotte. Oscurato Dio, si indeboliscono la luce della verità e la spinta della carità e tutta la vita sociale si impoverisce. La Caritas in veritate ci dice che abbiamo bisogno di verità e carità, abbiamo bisogno di quanto non possiamo produrre e che ci rimane indisponibile. Questo è evidente anche esaminando la nostra normale esistenza umana senza infingimenti. Quello che non possiamo produrre è la cosa più produttiva, quella più indispensabile. Scriveva un economista: «In realtà, nella moderna economia c’è molto più sacrificio, fiducia, cooperazione e coordinamento che non self-interest, che apparentemente è considerato guidare l’attività economica nella forma normale di mercato. La moderna economia funziona perché centinaia di migliaia di perfetti estranei possono fidarsi. Essi sono sufficientemente responsabili e affidabili per far volare in sicurezza gli aeroplani, perché i cibi venduti nei negozi corrispondano alle descrizioni delle etichette, per mantenere le promesse e così via»3. Abbiamo sentito ripetere fino alla nausea, in occasione della recente crisi finanziaria, che si trattava di una crisi di fiducia. Ma abbiamo inteso fino in fondo il significato di questa espressione? La Caritas in veritate la chiama necessità che il senso ci sia donato e che non lo produciamo noi. Io mi fido di un altro quando vedo che nel nostro incontro c’è qualcosa che ambedue presupponiamo, qualcosa che precede e fonda il nostro rapporto e che è ad esso irriducibile. Lo scopo della finanza non è la finanza, lo scopo del mercato non è il mercato, lo scopo del lavoro non è il lavoro, questo ci viene a dire la Caritas in veritate.

Ma questo riconoscimento è il presupposto indispensabile perché la finanzia, il mercato e il lavoro siano veramente se stessi e non cadano completamente nella disponibilità degli interessi. Senza una luce ricevuta non ce la fanno.

4. Un aspetto della precedenza del ricevere sul fare è di particolare interesse per chi si occupa di lavoratori e di lavoro. Mi riferisco alla questione se venga prima la giustizia o la carità. La giustizia è un fatto naturale, umano, razionale. Della giustizia si occupa la ragion pratica, non c’è bisogno di rivelazione. La carità, invece, non appartiene alla natura ma alla sopranatura. Chi si occupa del mondo del lavoro è molto interessato alla giustizia e tende a pensare che prima debba essere raggiunta la giustizia e poi, eventualmente, si debba anche vivere la carità. Ma se andiamo in profondità vediamo che così non è: senza la carità non è possibile nemmeno la giustizia: “Per vedere i poveri bisogna volerli vedere” – don Mazzolari. Ecco perché la giustizia ha bisogno anche della gratuità e del dono (n. 34), ha bisogno del ricevere prima del fare. Non che la carità sostituisca la giustizia o che la renda superflua: essa la fa essere più giustizia, la illumina con qualcosa che riceviamo e non produciamo. Pensiamo alla giustizia commutativa: è sì una forma di giustizia ma quanto cieca e limitata! Pensiamo alla giustizia sociale: possiamo considerarla veramente tale quella attuata per via politica? Senza un supplemento d’anima la giustizia diventa una “fredda giustizia”. Questo voleva dire Benedetto XI quando nella Deus caritas est affermava che anche uno Stato perfettamente funzionante avrebbe comunque avuto bisogno della carità: non per gli emarginati residuali, ma per funzionare perfettamente. “I poveri li avrete sempre con voi” non vuol dire che dei vinti ai margini del percorso ci saranno sempre – questo è fin troppo evidente – ma significa che senza l’attenzione alla povertà frutto della carità non c’è giustizia. L’attenzione caritatevole ai poveri deve esserci sempre anche prima e dentro la giustizia.

5. Questa logica viene espressa dalla Caritas in veritate con grande insistenza quando essa mostra la necessità del dono e della gratuità dentro, e non solo dopo, la vita economica (n. 36). Pensare che la carità venga dopo la giustizia comporta che la giustizia possa essere fatta anche da delle strutture, senza la responsabilità della persona, il che è stato il grande errore del liberismo economico e dello Stato assistenziale nel periodo della sua decadenza. Pensare, invece, che la carità sia necessaria per la giustizia, vuol dire collocare il gratuito e il dono dentro la normale attività economico produttiva, come elemento di giustizia ed equità ex ante anziché ex post. Vocazione e attesa: la Caritas in veritate fa questa proposta derivandola dal Vangelo, che ci parla della signoria della carità, ma ritiene che sia anche una necessità della società di oggi. Infatti, osserva l’enciclica, non è più possibile che lo Stato faccia da unico ridistributore della ricchezza dato che la ricchezza oggi prodotta in un certo spazio prende la strada di infiniti altri spazi (nn. 24 e 38). L’economia non è più a base spaziale, mentre la politica lo è ancora. Osservazione questa che, come dirò tra breve, riguarda anche il sindacato. Quindi il primato della carità (del ricevere, dato che essa non può essere prodotta) enunciato dal Vangelo trova una conferma in una necessità, o attesa, della stessa economia di oggi.

------------

1) Ho approfondito quelle riflessioni in G. Crepaldi, Introduzione a Benedetto XVI, Lettera enciclica Caritas in veritate, Cantagalli, Siena 2009, pp. 5-44.

2) Benedetto XVI, Discorso ai partecipanti al IV Convegno nazionale della Chiesa italiana, Verona 19 ottobre 2006.

3) E. Hadas, L’economia, la finanza e il bene: una crisi concettuale, “Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa” V (2009) 2, p. 53.
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PUBBLICATA IN LATINO ENCICLICA "CARITAS IN VERITATE"

(AGI) - CdV, 16 set.

A due mesi dalla sua pubblicazione nelle principali lingue moderne, e' finalmente disponibile il testo latino ufficiale della "Caritas in veritate", la terza enciclica di Benedetto XVI, divenuta uno dei best seller di questa estate con oltre un milione di copie gia' diffuse nella sola edizione italiana.
"Caritas in veritate - recita il primo paragrafo, riprodotto oggi dall'Osservatore Romano - quam sua terrestri vita ac potissimum suam per mortem et resurrectionem testificatus est Iesus Christus, precipua est vis, quae verum in omnibus humanis personis universaque humanitate producit progressum".
L'enciclica in latino, stampata dalla Libreria Editrice Vaticana, e' disponibile anche sul sito della Santa Sede (www.vatican.va).

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