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Viaggi pastorali in Italia

Ultimo Aggiornamento: 06/10/2012 20.47
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29/04/2009 17.31
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Da "Il Riformista"...
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Da "Il Riformista"...

FANGO E BACI: IL PAPA LASCIA L’ABRUZZO CON LA TALARE SPORCA DI TERRA

APR 29, 2009 il Riformista

L’Aquila. Pioggia e vento hanno accolto ieri mattina Benedetto XVI in visita alle zone terremotate dell’Abruzzo, la prima volta del Pontefice nella regione. «Una terra splendida e ferita - l’ha definita il Papa - e che sta vivendo giorni di grande dolore». Una terra alla quale Ratzinger ha dedicato parole ma soprattutto gesti significativi: strette di mano, abbracci, ascolto. Una terra calpestata dal Pontefice senza risparmiarsi tanto che, prima di ripartire per Roma, aveva le maniche della talare bianca sporche di fango.
La pioggia e il vento davvero infami hanno costretto Ratzinger a lasciare a casa l’elicottero e ad arrivare a L’Aquila in macchina. In pochi minuti l’autostrada A24 è stata chiusa al traffico e il Pontefice è potuto così arrivare a destinazione soltanto con qualche minuto di ritardo sulla tabella di marcia prevista.
Letta, Bertolaso e Vespa
Ad accompagnare il Papa non c’era Silvio Berlusconi. C’erano però il suo «gentiluomo» di fiducia, ovvero Gianni Letta, Guido Bertolaso e Bruno Vespa. Tra il seguito papale, oltre ovviamente al segretario particolare don Georg Gaenswein, anche il sostituto per gli affari generali della segreteria di Stato Fernando Filoni. Il cardinale Tarcisio Bertone, ovvero colui che Ratzinger ieri ha voluto chiamare davanti a tutti come «il mio segretario di Stato», è rimasto a casa.
Esame di coscienza
Le parole più significative Benedetto XVI le ha dette alla fine della sua visita: la comunità civile deve fare «un serio esame di coscienza, affinché il livello delle responsabilità mai venga meno». Solo «a questa condizione L’Aquila, anche se ferita, potrà tornare a volare». Parole sottolineate da un caloroso applauso dei cittadini accorsi sul grande piazzale della scuola della Guardia di finanza di Coppito, lo stesso piazzale che accolse la lunga fila di bare il giorno dei funerali dei deceduti del sisma. Dietro il palco sul quale il Papa parlava, l’araldico motto della Guardia di finanza: «Nec recisa recedit», ovvero il «simbolo della vostra volontà tenace di non cedere allo scoraggiamento» ha detto il Papa.
Nel paese fantasma
Onna è un paese che non c’è più. A fianco del paese azzerato dal terremoto, c’è una tendopoli. Vi vivono cinquecento persone. È stata la tendopoli la prima tappa del Papa. Qui ha chiesto che in nome delle persone morte sotto le macerie, questa terra torni «a ornarsi di case e di chiese, belle e solide». Occorre non arrendersi perché come recita un detto abruzzese «ci sono ancora tanti giorni dietro il Gran Sasso».
È in questa landa distrutta che Ratzinger ha incontrato due anziane suore dell’asilo di Maria santissima della Presentazione. Le due religiose hanno detto al Papa che siccome si trovano a Onna da tanti anni, non hanno potuto abbandonare il paese proprio ora. E così, pur dormendo in tenda, sono restate: «Avete fatto molto bene - ha risposto loro il Papa - non potevate lasciare il vostro popolo».
Il vicecaporedattore del quotidiano Il Centro, Giustino Parisse, che a Onna ha perso due figli adolescenti e un genitore, ha avvicinato per qualche minuto Benedetto XVI: «Sono di Onna, volevo farglielo sapere. Sono felice che lei sia qui» ha detto al Papa. Subito dopo, si è avvicinata anche una donna con un neonato in braccio: «Non lo abbiamo ancora battezzato», dice indicando il bimbo. Il Papa le ha chiesto: «Come si chiamerà?». La mamma: «Simone». Benedetto XVI si è quindi rivolto a tutti gli sfollati della tendopoli di Onna: «Vorrei abbracciarvi tutti».
I discepoli di Emmaus
È sempre a Onna che il Papa ha ricordato il Vangelo. Ovvero, ha detto ai terremotati che in qualche modo si trovano a essere «nello stesso stato d’animo dei due discepoli di Emmaus di cui parla l’evangelista Luca: dopo l’evento tragico della croce, rientravano a casa delusi e amareggiati, per la fine di Gesù; ma, lungo la strada, Egli si accostò e si mise a conversare con loro». Fu quello Sconosciuto a riaccendere «in loro quell’ardore e quella fiducia che l’esperienza del Calvario aveva spento».
«I vostri morti sono vivi»
Benedetto XVI ha ricordato anche uno dei motivi della sua presenza in Abruzzo: «Il Papa - ha detto - è qui, oggi, tra voi per dirvi una parola di conforto circa i vostri morti: essi sono vivi in Dio e attendono da voi una testimonianza di coraggio e di speranza. Attendono di veder rinascere questa loro terra».
In Suv da Celestino V
Dopo Onna, Collemaggio. Ancora in macchina. Ma non sulla papamobile. Bensì sul Suv di Bertolaso. Quest’ultimo guidava. Il Papa gli sedeva accanto. Poco oltre la porta d’ingresso della basilica di Collemaggio, Benedetto XVI si è inginocchiato davanti all’urna del corpo di Celestino V, il Papa del «gran rifiuto» di dantiana memoria, e ha deposto come omaggio il proprio pallio pontificio. Ratzinger ha mosso istintivamente un passo verso i cumuli di macerie, ma è stato fermato dal capo della gendarmeria vaticana, Domenico Giani, preoccupato che un’eventuale scossa facesse cadere nuovi detriti. «È peggio di come avevo pensato vedendo in televisione», ha detto prima di uscire dalla basilica. E ancora: qui ho potuto «toccare con mano il cuore ferito di questa città».
Alla Casa dello Studente
Li ha salutati a uno a uno, chinandosi verso di loro per stringerne le mani, ascoltando con attenzione quanto avevano da dirgli. Dopo la sosta alla basilica di Collemaggio, Benedetto XVI ha incontrato in via XX settembre, davanti ai resti della Casa dello Studente crollata durante il sisma, dodici studenti, sei ragazzi e sei ragazze, tutti residenti nel centro storico, alcuni proprio nella Casa. Uno studente di ingegneria si è avvicinato a Ratzinger: «Uno studente per costruire bene le case» gli ha detto il Papa.
L’elmetto bianco e giallo
Le parole di Benedetto XVI nella caserma di Coppito hanno profondamente colpito il sottosegretario Guido Bertolaso, responsabile della Protezione Civile, che è apparso commosso mentre Ratzinger parlava della necessità della solidarietà per far risorgere l’Abruzzo ma anche di un esame di coscienza della comunità civile e della Chiesa. Al termine del discorso, il Papa ha deposto una rosa d’oro ai piedi della Vergine della Croce portata a Coppito dal santuario di Roio. Scendendo i gradini del palco è poi inciampato nell’orlo della sua veste bianca, senza tuttavia perdere l’equilibrio, anche grazie all’aiuto dei suoi collaboratori che gli erano accanto.
Sempre a Coppito un episodio curioso. Benedetto XVI ha indossato l’elmetto bianco e giallo dei Vigili del Fuoco. Dopo la recita del Regina Coeli, Ratzinger ha salutato le autorità e una rappresentanza di militari impegnati nell’area del terremoto. Un vigile del fuoco gli ha consegnato l’elmetto e il Papa l’ha messo in testa. Quindi, sempre in auto, è ripartito alla volta del Vaticano.


[Modificato da Paparatzifan 29/04/2009 17.32]
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"CON IL CUORE SPEZZATO... SEMPRE CON TE!"
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Il Papa all'Aquila: questa terra risorga

Alberto Bobbio

L'Aquila

Abbraccia la gente, stringe le mani. Consola e prega. C'è chi ha asciugato lacrime ieri sul vestito bianco di Benedetto XVI a Onna e poi all'Aquila.
Arriva in auto, perché le nuvole basse e la pioggia avevano sconsigliato il viaggio in elicottero. Dice che è venuto a condividere «lo sgomento e le lacrime per i defunti».
Ma invita anche a guardare al futuro, spiegando che «occorre fare un serio esame di coscienza, affinché il livello di responsabilità, in ogni momento, mai venga meno».
E avverte: «A questa condizione L'Aquila, anche se ferita, potrà tornare a volare».
È stata una Via Crucis in tre tappe, dentro il dolore della gente, per le vite e le cose sbriciolate in pochi secondi. Onna, prima stazione.
Piove. Fa freddo. L'auto nera del Papa percorre piano la strada di fango che costeggia le macerie del borgo, fino alla tendopoli. Non c'è protocollo e anche l'ombrello bianco che tengono sul capo del Papa viene chiuso, anche se piove ancora un po'.
Scende e si sporca le scarpe di fango, mentre saluta il vescovo Giuseppe Molinari, mentre stringe a lungo le mani di Guido Bertolaso, mentre ha una parola anche per monsignor Orlando Antonini, nunzio apostolico in Paraguay, abruzzese che a Villa San Angelo ha perso nel terremoto otto parenti, mentre ringrazia don Cesare Cardoso, il parroco di Onna.
Stringe mani, anche quelle di alcuni ragazzi musulmani dell'Islam Relief Italia, che sono qui da venti giorni per aiutare.

«Vorrei abbracciarvi uno a uno»

Sale su una pedana e dice: «Vorrei abbracciarvi uno a uno». E rivela che «se fosse stato possibile avrei desiderato recarmi in ogni paese e in ogni quartiere, venire in tutte le tendopoli e incontrare tutti».
Definisce l'Abruzzo «terra splendida e ferita»: «Mi rendo ben conto che nonostante l'impegno di solidarietà manifestato da ogni parte, sono tanti e quotidiani i disagi che comporta vivere fuori casa, o nelle automobili, o nelle tende, ancor più a causa del freddo e della pioggia». Osserva che la «Chiesa tutta e qui con me», per «aiutarvi a ricostruire case, chiese, aziende crollate o gravemente danneggiate». E dice tutta la sua ammirazione «per il coraggio, la dignità e la fede con cui avete affrontato anche questa dura prova, manifestando grande volontà di non cedere alle avversità».
Cita, per sottolineare la speranza che nasce dalla forza d'animo d'un popolo di montagna, un frase che gli anziani si ripetono continuamente: «Ci sono ancora tanti giorni dietro il Gran Sasso».
È la speranza che può dare ali all'Abruzzo ferito. Il Papa spiega che lo chiedono anche i morti: «Attendono da voi una testimonianza di coraggio e di speranza, attendono di veder rinascere questa loro terra, che deve tornare a ornarsi di case e di chiese, belle e solide».
Assicura la gente che «Dio non vi abbandona» e non è «sordo al grido di chi ha perso case, risparmi, lavoro e a volte anche vite umane». Ma bisogna stare attenti a non «limitarsi all'emergenza iniziale». La «solidarietà deve diventare un progetto stabile e concreto nel tempo». Per questo il Papa nella prima stazione della Via Crucis attraverso il terremoto ha incoraggiato «tutti, istituzioni e imprese, affinché questa città e questa terra risorgano».

«È molto peggio di quello che pensavo»

Scende della pedana e abbraccia di chi è sopravvissuto, ma deve contare 40 morti, tirati fuori dalle macerie delle case sbriciolate là in fondo. Le tre suore dell'asilo di Onna gli mostrano la tenda dove vivono adesso.
E Ratzinger dice: «Avete fatto molto bene a stare qui. È una grande testimonianza che date al vostro popolo». Poi sale nella jeep con Bertolaso alla guida, loro due soli, e si infila tra le macerie delle case di Onna.
Dirà poco dopo alla basilica di Collemaggio, seconda stazione: «Adesso che ho visto di persona mi rendo conto che è peggio di quello che pensavo». Non c'è Papamobile oggi per Benedetto XVI. Su un pulmino bianco della Protezione civile arriva nella chiesa di Celestino V, il Papa del «gran rifiuto». Gli aprono appena la porta santa. La teca con i resti del suo predecessore è lì sull'ingresso.
Il Papa lascia il pallio che gli misero sulle spalle il giorno della sua elezione. Ma lui vorrebbe entrare. Ci prova. Lo trattengono, tutto è pericolante.
Da qui alla Casa dello studente c'è meno di un chilometro.
La zona è completamente inaccessibile. Lo aspettano 12 studenti insieme al cappellano dell'università, don Luigi Epicopo. È la terza stazione. Lui si informa delle facoltà frequentate, degli esami e delle lezioni precarie.
Alcuni studiano ingegneria. E il Papa li sprona a studiare bene perché così si possono costruire case più sicure. È un dialogo fitto, loro da soli, in faccia alle macerie. Maria Fidanza, studentessa di Comunione e liberazione, gli consegna una lettera che hanno scritto gli universitari di Cl, per ringraziarlo.

Il vescovo Molinari: ricostruzione subito

L'ultima tappa è nella caserma della Guardia di finanza. In una sala incontra i sacerdoti terremotati, si informa con ognuno dei danni e delle vittime nelle loro parrocchie. Poi saluta i sindaci dei 49 Comuni disastrati. E parla alla gente e ai volontari. Spiega che la solidarietà è un «sentimento altamente civico e cristiano e misura la maturità di una società». Ma non deve essere solo una «efficiente macchina organizzativa», dentro deve avere «un'anima, una passione», sia che «avvenga nelle forme istituzionali», sia in quelle del volontariato: «Anche a questo oggi voglio rendere omaggio».
Il vescovo Molinari, in un discorso dai toni assai fermi, chiede al Papa di pregare insieme a tutta la città, perché «questa solidarietà delle istituzioni continui nel tempo e le promesse vengano mantenute», perché «non si infranga in poveri interessi di parte», perché si rispettino le «competenze di tutti», senza cedere alla «più piccola forma di ostruzionismo», perché la «ricostruzione dell'Aquila o ci sarà subito o non ci sarà». E questa sarebbe «la nostra morte più brutta di quella già tanto tragica causata dal terremoto»: «Ogni ostacolo alla rinascita del mondo del lavoro, alla costruzione di nuove case, alla rinascita della nostra università sarebbe un delitto infame, che gli aquilano non perdoneranno mai».
Lo ripete anche il sindaco Massimo Cialenti: «Continui a pregare per noi, Santo Padre. Ne abbiamo bisogno».

© Copyright Eco di Bergamo, 29 aprile 2009


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Il primato della carità

Alberto Bobbio

Ha visto il dolore, che lascia una traccia indelebile nel cuore e nella mente, che segna la pelle con quel tremito continuo che vedi nelle mani di chi ha perso gli affetti e la casa.
Gli hanno raccontato la paura, che non passa. Lo hanno guardato negli occhi, gli hanno stretto le mani.
E lui si è lasciato abbracciare da madri e da padri con gli occhi gonfi di pianto per aver perso i figli, da mogli e mariti, da bambini e da nonni.
Eppure l'immagine che resta alla fine è quella di un Papa che abbraccia forte una donna davanti ad una tenda blu. Non è lei che abbraccia Benedetto XVI. È il Papa che stringe lei tra le braccia, donna di un popolo pieno di dignità, che ha dato per primo in questi giorni esempio di coraggio.
Quell'abbraccio è riconoscenza, ma anche monito per chi traffica con questo popolo, lo sta aiutando nell'emergenza, ma non lo deve dimenticare nei mesi a venire.
Benedetto XVI, ieri nell'Abruzzo ferito, ha usato con dolcezza e discrezione, ma allo stesso tempo con fermezza ed energia, parole e gesti.
Ha abbracciato, ha spronato, ha indicato stile e metodo di quello che la Chiesa chiama il primato della carità, che non dimentica mai, che non lascia per strada nessuno. Ha usato ad Onna una parola impegnativa per tutti. Ha detto che la solidarietà deve diventare «progetto stabile e concreto nel tempo». Ha assicurato che la Chiesa farà la sua parte. Parole semplici, dirette, come quelle del vescovo Molinari che ha chiesto a tutti di non occuparsi dei propri interessi, che è un altro modo di dimenticare. Poi il Papa ha ascoltato, perché il primato della carità significa anche porgere orecchio al lamento degli uomini che soffrono. Avrebbe voluto andare in ogni borgo, avrebbe voluto percorrere una per una le città di stoffa blu che contrappungono la piana dell'Aquila. Ha ascoltato perché sa bene che la gente ha bisogno di raccontare, anche ad un Papa, un po' del proprio dolore, delle paure che non se ne vanno, degli incubi della notte, perché anche questo è un modo per sentire più lieve il peso di ciò che ha sconvolto e ha portato via la vita.
La Chiesa, di fronte alle tragedie che la mente dell'uomo non riesce razionalmente a controllare, deve tuttavia anche rispondere ad un'altra domanda. È una domanda terribile. È la domanda su Dio, su dove Dio era quella notte. È la domanda che molti preti del terremoto si sono sentiti rivolgere. Neppure il Papa ieri l'ha elusa. Anzi, l'ha offerta a Dio «Signore del cielo e della terra, ascolta il grido di dolore e di speranza».
Alla fine del breve discorso davanti alle macerie di Onna, Benedetto XVI ha letto una preghiera speciale e bellissima, che ha scritto per le vittime del terremoto. In qualche passaggio assomiglia ad un'invettiva, genere letterario che intreccia alcuni passi delle Sacre Scritture e connota la ricerca dell'uomo di fronte al disegno, a volte misterioso, di Dio.
Il Papa teologo sa che la sofferenza, quando è così grande, quando è così improvvisa, può annientare anche la speranza. E Dio diventa un nemico, in chi non viene aiutato a capire.
Benedetto XVI è andato in Abruzzo anche per questo, per stare vicino, più vicino a chi ha provato più dolore. Ascolta Dio, ha detto, ascolta «il grido silenzioso del sangue di madri, di padri, di giovani e anche di piccoli innocenti che sale da questa terra». La gente di qui aveva bisogno delle parole di un Papa, che ha fatto dell'amore di Dio il centro del suo pontificato, scrivendo la prima enciclica proprio su quel primato della carità che solo può migliorare il mondo e i rapporti tra gli uomini.
Questa gente aveva bisogno di guardarlo negli occhi, di prenderne le mani, di abbracciarlo e di farsi abbracciare. Anche per essere confermata che Dio non la dimentica.

© Copyright Eco di Bergamo, 29 aprile 2009


Papa Ratzi Superstar

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Pastore lontano dal fasto

La veste bianca tra le macerie

Giovanni D'Alessandro

Il bianco era il colore più atteso, all’Aqui la, nel grigio di una piovosa mattina di a prile, che stenta ad aprirsi alla primavera. La veste del Santo Padre, recatosi ieri in visita a Onna e all’Aquila, è stata sommersa da al tri colori.
Erano quelli dei k-way e della ma glieria ancora invernale, altrui o recupera ta a casa, della gente che lo attorniava, nel bagno di folla più anarchico di tutto il suo pontificato.
Le stecche degli ombrelli si so no avvicinate pericolosamente allo zuc chetto bianco; sotto ad essi, mamme con figli piccolissimi in braccio non rinuncia vano alla carezza del Papa fatta sulla testi na dei piccoli.
Non era la carezza notturna del discorso alla luna di Giovanni XXIII, qua si mezzo secolo fa, su una piazza san Pietro e su una via della conciliazione immortala te gremite.
Era la carezza del sole velato, del l’alone cinereo che ha riconsegnato l’Aqui la, nel periodo successivo alla Pasqua, a un’atmosfera quaresimale.
«Sono finalmente con voi, in questa terra splendida e ferita», ha detto il Papa e que sto ha fatto sobbalzare due volte il cuore a gli abruzzesi, nella seconda e nell’ultima pa rola. Perché il 'finalmente' esprimeva la fi ne di un’attesa, così vibrata umile incon sueta per un capo di Stato, per un capo del la cristianità messosi quasi in coda a politi ci, giornalisti, scrittori, cantanti e passerel listi.
E nell’ultimo aggettivo, 'ferita' perché che la loro terra – chiamata cuore verde d’Europa – sia bellissima gli abruzzesi lo sanno bene, ma 'ferita' non lo era fino al 6 aprile. Non nuovamente ferita, almeno, dal nemico di sempre, generato dalla stessa ter ra, che le ha inflitto ferite mortali nel 1703 coi tremila morti dell’Aquila, nel 1706 coi mille di Sulmona e nel 1915 coi trentamila di Avezzano. Tutta la storia d’Abruzzo è scan dita dai terremoti.
Questo bianco nell’anarchia della folla, che l’apprensione della security non riusciva a tenere lontano dalle mani della gente, ha ri chiamato un’altra immagine, quella di un predecessore sia di Benedetto XVI, sia di Giovanni XXIII: l’immagine di Pio XII reca tosi tra le macerie di San Lorenzo a Roma, dopo il bombardamento alleato durante la seconda guerra mondiale, quando il fondo della veste tinse il bianco di altri indicibili colori, e fece come oggi il giro del mondo.
«Vi sono stato accanto fin dal primo mo mento – ha detto Benedetto XVI – la mia presenza qui vuol significare che il Signo re crocifisso vive, è con noi e non ci ab bandona ». Ogni parola che non portasse i segni della passione a questa terra ferita sa rebbe stata impropria, ma il Papa non è ve nuto solo nel segno della croce, è venuto anche nel segno della Pasqua, della resur rezione, e ha detto le parole che solo lui è autorizzato a dire: «I vostri morti sono vivi in Dio e attendono da voi un segnale di co raggio ». Era l’annuncio atteso, per ogni cuo re che non si rassegna alla perdita.
Mentre quelle parole di vita eterna venivano pro nunciate, forse un cameraman si è distrat to e ha zoomato su cento metri di macerie, di tetti collassati, di muri sventrati e que sto parlare di resurrezione in uno scenario di morte è stato il più grande e involonta rio regista del mondo.
Poi il Papa ha lasciato Onna, paese-simbo lo del dolore ed è andato all’Aquila. Si è re cato alla casa dello studente prima che alla basilica di Collemaggio e alla Scuola della Guardia di Finanza, perché questo è stato il terremoto degli studenti, dei morti giovani, dei sommersi e dei salvati che fino a un me se fa avevano, tutti, davanti una vita che sembrava – coi suoi problemi, con le sue speranze – lunga.
Il Papa si è avvicinato a de gli studenti. A uno d’ingegneria, che non rientrerà nell’accartocciata facoltà di Roio, costruita con la plastica al posto del ce mento, ha detto: ci vogliono ingegneri e tec nici più bravi di quelli che hanno costruito qui; bisogna ricostruire.
L’immagine che resta nel cuore di tutti è quella, finale, del Papa nella spianata che fu occupata dai prati di fiori sulle bare. Accanto a quella del pastore entrato a Collemaggio a guardare il suo predecessore Celestino V, incoronato qui nel 1294, coi mattoni spar si in terra a due passi da lui, nella grande basilica distrutta.
È stato un pastore lonta no dal fasto. È stato un pastore tra le mace rie. È stato un pastore del suo gregge.

© Copyright Avvenire, 29 aprile 2009


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Benedetto tra i terremotati, testimone di solidarietà

Il papa teologo in Abruzzo sfata il luogo comune che lo considera “freddo”

Aldo Maria Valli

L’AQUILA

Partecipazione, ammirazione, incoraggiamento, dolcezza.
Benedetto XVI nelle poche ore trascorse all’Aquila è riuscito a comunicare tutto questo. Lo ha fatto con le parole, certamente, ma soprattutto con se stesso, con il proprio atteggiamento, con la disponibilità all’incontro.
Paterno, umanissimo, ha sfatato il luogo comune del “papa freddo”, come ha prontamente rimarcato anche l’Osservatore romano, ed è stato padre fino in fondo.
«Vorrei abbracciarvi con affetto uno ad uno», ha detto ad Onna, il paesino fantasma, davanti alle rovine. E attraverso la sua presenza le persone che vivono nelle tende hanno davvero sentito che in quel momento, con Benedetto, tutta la Chiesa era lì.
«C’è in voi una forza d’animo che suscita speranza», ha aggiunto il papa con un omaggio al carattere abruzzese, e forse tra il pontefice tedesco e questa gente mai teatrale, questo popolo così dignitoso e composto, si è creato un feeling speciale.
Il teologo non ha potuto mancare di sottolineare che la presenza di un papa in mezzo a una tale tragedia è segno tangibile del fatto che il Risorto non abbandona mai gli uomini, che Dio non lascia inascoltato il grido di dolore. È questa l’argomentazione più difficile per l’uomo di fede, sempre spiazzato di fronte al mistero del male.
Ma Benedetto non ha aggirato l’ostacolo.
Come suo solito, ha preso anzi spunto dalla realtà per precisare che cos’è davvero la fede del cristiano. Si è chiesto: «Che cosa vuol dirci il Signore attraverso questo triste evento?». La risposta non è stata esplicita, ma ha rimandato al mistero pasquale: «Abbiamo celebrato la morte e la risurrezione di Cristo portando nella mente e nel cuore il vostro dolore, pregando perché non venisse meno nelle persone colpite la fiducia in Dio e la speranza».
Ma Benedetto non si è limitato a un’omelia sul piano spirituale. I suoi messaggi hanno toccato anche la sfera sociale ed economica.
La terra d’Abruzzo, ha detto, deve tornare a essere ornata di case e chiese «belle e solide» e poi, parlando della solidarietà, ha sottolineato che è un sentimento cristiano, certamente, ma è anche virtù altamente civica, al punto che proprio la solidarietà verso il bisognoso «misura la maturità di una società». Né è mancato il monito sulle cause della tragedia e sulla necessità di non ricadere negli stessi errori, quando ha detto che, come comunità civile, «occorre fare un serio esame di coscienza, affinché il livello delle responsabilità, in ogni momento, non venga mai meno». Parole pronunciate nel discorso tenuto nel piazzale della caserma di Coppito, avendo davanti il presidente della regione Chiodi, il sindaco Cialente e l’arcivescovo Molinari che si è fatto interprete dei sentimenti della sua gente chiedendo al pontefice di pregare perché l’Aquila «risorga presto, con il contributo di tutti, cercando sinceramente il bene di tutti», perché «ogni ostacolo alla rinascita del mondo del lavoro, alla costruzione di nuove case, alla rinascita della nostra università sarebbe un delitto infame che gli aquilani non perdonerebbero mai».
Benedetto ha intercettato questi sentimenti, se n’è fatto carico e la gente ha visto in lui un testimone credibile di solidarietà e di speranza. La mancanza di rigide misure di sicurezza ha favorito il contatto umano con i terremotati, così abbiamo potuto vedere di che cosa è capace Ratzinger quando ha la possibilità di intrattenersi con le persone.
L’omaggio reso a Celestino V, le cui spoglie sono rimaste intatte nella semidistrutta basilica di Collemaggio, non è stato solo formale ed ha assunto un significato che va al di là dell’atto di venerazione verso una reliquia.
Deponendo su quell’urna il pallio, la fascia di lana simbolo di speciale legame con la sede pontificia, Benedetto ha riscattato la memoria dell’umile frate Pietro da Morrone, benedettino insoddisfatto, poi eremita e infine inopinatamente eletto papa nel 1294 dai cardinali maneggioni che, non riuscendo a trovare un accordo tra la sete di potere degli Orsini e dei Colonna, videro in lui una scappatoia.
Restò al suo posto solo cinque mesi, il tempo necessario per fargli capire che quello scherzo di cattivo gusto non poteva durare, anche perché il potere temporale, nelle vesti di Carlo d’Angiò, aveva deciso anch’esso di usare il papa per i suoi giochi spregiudicati. Celestino passò alla storia come il papa che fece per viltà il gran rifiuto, ma in realtà fece valere le ragioni della coscienza, proprio quella coscienza che oggi Benedetto XVI esalta nel suo ultimo libro affermando che bisogna ubbidire a Dio, non agli uomini e che, quando si tratta di scegliere tra il potere e la verità, il cristiano non deve avere dubbi.

© Copyright Europa, 29 aprile 2009


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L'incontro

Una lettera a Ratzinger dagli studenti scampati al crollo

L'AQUILA

Ecco il testo della lettera che alcuni studenti di Comunione e Liberazione hanno consegnato al Papa

Stefano Calvano, Stefano D'Alessandro e Antonella Di Vera hanno anche scambiato con lui alcune parole.

«Santo Padre, La ringraziamo di cuore per questa visita. La Sua presenza ci testimonia la Sua vicinanza, non solo spirituale, alle nostre sofferenze e ci rende sperimentabile la tenerezza della Chiesa, volto contemporaneo della presenza di Cristo nella storia. Anche noi, come tutti i nostri colleghi studenti universitari e i cittadini aquilani, siamo pervasi da paure ed insicurezze. In questo momento di prova, vediamo tutta la fragilità della nostra umanità di fronte al mistero dell'esistenza, avvertiamo bruciante l'interrogativo sul senso di tanta sofferenza. Nel terremoto sono morte decine di nostri compagni di corso. Attraverso questa circostanza dolorosa siamo stati tuttavia condotti a riaffermare in modo più consapevole e drammatico che la vita ci è donata istante per istante e a sperimentare che la presenza di Cristo riconosciuta dalla fede rappresenta la certezza su cui s'appoggia tutta la nostra speranza. Quale compito ci assegna Dio, in questo preciso momento storico, avendoci mantenuti in vita? Nel rispondere ci sentiamo sostenuti dalle parole che Lei ha rivolto a tutta la Chiesa nel messaggio Urbi et Orbi: "La resurrezione non è una teoria, ma una realtà storica rivelata dall'Uomo Gesù Cristo"».

© Copyright Il Tempo, 29 aprile 2009


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Il dono del pallio al Papa eremita che non lo ebbe mai

dall'inviato Maurizio Piccirilli

L'AQUILA

Il gesto più evocativo di tutta la visita nel capoluogo abruzzese.

Un omaggio «al cuore ferito della città». Benedetto XVI a Collemaggio al cospetto delle spoglie di san Celestino V, il papa eremita del gran rifiuto al quale ha donato il suo pallio.

Simbolismi e fede.

Il pallio fatto di lana bianca è simbolo del vescovo buon pastore e insieme dell'Agnello crocifisso per la salvezza dell'umanità. «Il mio - ha spiegato il Pontefice - ha voluto essere un omaggio alla storia e alla fede della vostra terra, e a tutti voi, che vi identificate con questo Santo. Sulla sua urna ho lasciato quale segno della mia partecipazione spirituale il Pallio che mi è stato imposto nel giorno dell'inizio del mio Pontificato». Un gesto molto importante perché Celestino V non aveva mai ricevuto il pallio.
Il dono di Benedetto XVI simboleggia così il legame tra il successore di Pietro e la Chiesa Universale.
Seconda tappa della via dolorosa a L'Aquila, la Basilica di Collemaggio colpisce con le sue volte distrutte e il suo transetto devastato. Benedetto XVI arriva dopo aver incontrato il dolore e la tragedia a Onna, frazione martire del terremoto del 6 aprile. Il Papa accompagnato dal vescovo Giuseppe Molinari ha bussato alla Porta santa, unico ingresso agibile della basilica aquilana. Ad attenderlo il rettore della chiesa don Nunzio Spinelli.
E qui Benedetto XVI ha un gesto inatteso: appena varcata la soglia e inchinatosi sulla teca con le spoglie di Celestino V sta per addentrarsi tra le volte devastate.
Lo trattiene il capo dalla Gendarmeria: «Santità è pericoloso». Intorno i vigili del fuoco fanno da picchetto d'onore all'urna santa. Il Papa ha deposto il pallio e poi sbalordito ha esclamato: «È una tragedia immensa per L'Aquila e per Collemaggio. Non credevo che fosse così. Sono immagini che spaventano». La visita a Collemaggio ferita è stato un momento sublime di speranza. Speranza che il rettore della basilica don Nunzio ha voluto rendere con una metafora: il Papa «ci ha dato di nuovo le ali e noi continueremo a volare.
Il pallio è il simbolo stesso de L'Aquila».
«L'emozione che ho provato quando Sua Santità ha bussato alla porta santa è stata grande - ha spiegato più tardi don Nunzio Spienlli - ciò vuol dire che la porta la riapriremo anche per la Perdonanza il prossimo agosto, anche se siamo in condizioni difficili, ma faremo sacrifici per riuscirci.
Riavremo la basilica, forse più bella».

© Copyright Il Tempo, 29 aprile 2009


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«Anche il Papa aveva l’abito infangato»

di Andrea Tornielli

Davide Gallo, 23 anni, rappresentante regionale della Fuci per l’Abruzzo, è uno studente della facoltà di Ingegneria. La notte del 6 aprile, quella del terremoto che ha devastato l’Abruzzo, scavando con le nude mani e aiutandosi con la luce del cellulare, insieme ad altri amici della federazione universitaria cattolica, ha estratto dalle macerie il più piccolo di due fratelli di otto e dieci anni, che nel crollo della casa hanno perso entrambi i genitori, i quali morendo avevano cercato di far loro scudo. Ieri era insieme ai due bambini in piazza del Duomo, all’Aquila, a salutare papa Benedetto XVI, in visita sui luoghi della tragedia.

Che cosa vi siete detti con il Papa?

«Mi ha chiesto che facoltà facessi. Gli ho risposto che studiavo Ingegneria. Mi ha fissato e mi ha detto: “Che possa esserti d’insegnamento”. Ha voluto farmi capire quanto importante sia il ruolo del progettista. Dobbiamo imparare da ciò che è capitato e far sì che certi errori non si ripetano più».

Che cosa l’ha colpita di più di questo incontro?

«Il Papa è stato un padre, un pastore, ha messo da parte ogni protocollo e formalità. Mi sono commosso vedendo le maniche del suo abito macchiate e infangate. Ha davvero toccato la nostra tragedia, ci siamo sentiti abbracciati da lui».

AnTor

© Copyright Il Giornale, 29 aprile 2009


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Ratzinger tra le macerie del terremoto: «Vorrei abbracciarvi tutti, a uno a uno»

di Andrea Tornielli

nostro inviato all’Aquila

A rimanere impresse nella memoria delle persone che ieri sotto la pioggia, nel fango, hanno accolto Benedetto XVI in Abruzzo non saranno innanzitutto le sue parole, ma i suoi gesti.
Incontrando i superstiti, il Papa, prima di parlare, ha ascoltato e, soprattutto, ha abbracciato. Commosso, continuava a stringere le mani e le braccia di Tiziana, la mamma di Onna, alla quale il terremoto ha strappato la piccola figlia. Benedetto XVI ha camminato nella tendopoli del paesino divenuto il simbolo della tragedia, incrociando i volti e gli sguardi della gente che piangendo lo ringraziava per essere venuto a testimoniare di persona la sua vicinanza.
Una vicinanza palpabile, che ha lasciato il segno sull’abito bianco del vescovo di Roma, le cui maniche, dopo la prima immersione tra la folla, apparivano ingiallite e macchiate.
Il Papa ha invitato a ricostruire «case e chiese solide», e detto che anche la comunità deve «fare un serio esame di coscienza», perché «il livello delle responsabilità, in ogni momento, mai venga meno». La visita ai terremotati si è svolta con un tempo inclemente. La pioggia battente e la nebbia hanno impedito che Ratzinger giungesse in elicottero, costringendolo a servirsi della macchina e provocando così un ritardo di un’ora sul programma. Ad Onna ha percorso un breve tratto della via dei Martiri, e ha potuto toccare con mano la devastazione. Accolto dal responsabile della Protezione civile Guido Bertolaso e dal sottosegretario Gianni Letta, nella tendopoli ascolta i racconti degli scampati, tra i quali il giornalista del quotidiano Il Centro, Giustino Parisse, che sotto le macerie ha perso due figli e suo padre, e ci sono anche dieci volontari musulmani del «Islamic Relief» di Milano, presenti qui per portare aiuto.
Il Papa salito su una pedana ha detto: «Vi sono stato accanto fin dal primo momento, ho seguito con apprensione le notizie condividendo il vostro sgomento e le vostre lacrime... Ora sono qui, tra voi: vorrei abbracciarvi con affetto uno ad uno. La Chiesa tutta è qui con me, accanto alle vostre sofferenze».
Benedetto avrebbe voluto sorvolare le zone colpite con l’elicottero. «Se fosse stato possibile, avrei desiderato recarmi in ogni paese e in ogni quartiere, venire in tutte le tendopoli e incontrare tutti».
Ratzinger ha così spiegato il significato del suo viaggio. «Cari amici: la mia povera presenza tra voi vuole essere un segno tangibile del fatto che il Signore crocifisso vive; che è con noi, che è realmente risorto e non ci dimentica, e non vi abbandona». La risposta concreta di Dio «passa attraverso la nostra solidarietà, che non può limitarsi all’emergenza iniziale, ma deve diventare un progetto stabile e concreto nel tempo». Per questo il Papa incoraggia «tutti, istituzioni e imprese, affinché questa città e questa terra risorgano». Una parola di conforto ai sopravvissuti riguarda coloro che sono morti, i quali, dice Benedetto XVI, «attendono di veder rinascere questa loro terra, che deve tornare a ornarsi di case e di chiese, belle e solide». Nel loro nome «ci si deve impegnare nuovamente a vivere facendo ricorso a ciò che il terremoto non può distruggere: l’amore».
Poi, dopo aver accarezzato il capo delle suore dell’asilo di Onna, che non hanno più visto tornare due dei loro bambini, salito su un pulmino della Protezione civile, Ratzinger è giunto alla basilica di Collemaggio, in gran parte distrutta dal sisma, e ha venerato, all’entrata, l’urna contenente le spoglie di san Celestino V, il Pontefice del «gran rifiuto» di dantesca memoria, che si dimise nel 1294.
Sull’urna il Papa ha deposto in dono il pallio che aveva indossato il giorno della messa di inizio pontificato e guardando le macerie della basilica, ha esclamato: «È peggio di come pensavo guardando le immagini in Tv».
Un’altra sosta c’è stata davanti alla Casa dello Studente, dove si erano radunati alcuni dei sopravvissuti. Infine l’arrivo alla caserma di Coppito, il quartier generale dei soccorsi, dove ha salutato a uno a uno i sindaci dei Comuni colpiti dal sisma e dove l’attendevano qualche migliaio di terremotati. L’Arcivescovo Giuseppe Molinari si è augurato che la visita papale faccia rinascere la speranza, il sindaco Massimo Cialiente, con la voce rotta dall’emozione, ha chiesto al Pontefice di pregare per le persone colpite «perché ne abbiamo tanto bisogno» ha detto. Benedetto XVI ha ringraziato le istituzioni e tutti i soccorritori: «Grazie dell’esempio che avete dato. Andate avanti uniti e ben coordinati, così che si possano attuare quanto prima soluzioni efficaci per chi oggi vive nelle tendopoli». Ha parlato dell’«anima» e della «passione» che sta dietro all’opera di solidarietà. Infine ha concluso ricordando che serve da parte della comunità civile «un serio esame di coscienza, affinché il livello delle responsabilità, in ogni momento, mai venga meno». Solo così «L’Aquila, anche se ferita, potrà tornare a volare».
Al termine dell’incontro, dopo aver sostato in preghiera e donato una rosa d’oro alla Madonna che troneggiava sul palco, risalendo i gradini della tribuna coperta, è scivolato ma è stato prontamente risollevato dal segretario don Georg.

© Copyright Il Giornale, 29 aprile 2009


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PAPA IN ABRUZZO/ Quell'umile viaggio sulle tracce del dolore di un popolo

Alessandro Banfi

mercoledì 29 aprile 2009

«L’Aquila anche se ferita tornerà a volare».

E vola l’abito bianco del Papa in un giorno grigio di pioggia e di vento. Fragile, leggero, squassato dal dolore e dal ricordo. Ma anche dolcissimo Gesù in terra. Un padre che ha portato speranza, come ha detto il sindaco Massimo Cialente. Benedetto XVI è stato tutto questo in un giorno che resterà memorabile su questa terra martoriata d’Abruzzo.
È arrivato in macchina, in ritardo. Il cattivo tempo ha fermato l’elicottero e questa circostanza non ha fatto che sottolineare l’umile operaio della vigna del Signore, come si chiamò Ratzinger nel primo giorno da Papa. Un operaio che ha risalito via XX Settembre e si è incontrato con dei giovani davanti alla Casa dello Studente, tappa del disastro e del dolore. Un dolore che trova nelle sue parole, prima che nella sua personale compassione, un senso, un perché.

Il suo è un messaggio semplice.

Come cristiani. «Dobbiamo chiederci - ha detto il Papa - : “Che cosa vuole dirci il Signore attraverso questo triste evento?”. Abbiamo vissuto la Pasqua confrontandoci con questo trauma, interrogando la Parola di Dio e ricevendone nuova luce. Abbiamo celebrato la morte e la risurrezione di Cristo portando nella mente e nel cuore il vostro dolore, pregando perché non venisse meno nelle persone colpite la fiducia in Dio e la speranza».

Croce e speranza fra le macerie e le tende.

Sotto la pioggia e di fronte al vento di un’avversità che a tratti sembra sovrastare la scena, sommergere con la sua negatività di morte l’orizzonte. Eppure Cristo c’è, attraverso questo anziano professore tedesco divenuto il successore di Pietro. C’è oggi, qui e ora.

Ma c’è un messaggio anche per i cittadini, per la comunità civile.

Anche per chi non crede. «Come comunità civile - ha insistito - occorre fare un serio esame di coscienza, affinché il livello delle responsabilità, in ogni momento, mai venga meno». Ci vorranno «case solide e belle», costruite a regola d’arte. Un messaggio di responsabilità, una speranza tutta terrena e razionale che tragedie di questo tipo non accadano mai più.
Ma per chi conosce la storia dell’Aquila e la sua spiritualità, oggi è accaduto qualcosa che rappresenta un piccolo grande evento nella storia della Chiesa. Benedetto XVI ha portato un dono nella Basilica di Collemaggio, dove sono conservate le spoglie di Celestino V, suo predecessore. Un dono molto significativo, il pallio papale. Una specie di riabilitazione postuma da Pietro a Pietro, nei confronti di un personaggio straordinario della storia della Chiesa. Quel Pietro da Morrone, monaco abruzzese in fama di santità, che il potere del mondo e la Provvidenza volle sul trono papale in un momento difficile per la Chiesa di Cristo e che qui riposa. Colui che secondo Dante «fe’ il gran rifiuto», unico pontefice della storia a dimettersi. Ma anche l’inventore della Perdonanza, grande festa anticipatrice del Giubileo sulla scia di San Francesco.
Benedetto ha reso onore a Celestino e attraverso di lui all’identità di un popolo e alla sua religiosità. A quella Grazia particolare che i Celestini rappresentarono, fino all’abolizione dell’ordine monastico. Tanto amato da Bonaventura e tanto equivocato dalle varie profezie confusamente spiritualiste di oggi.
Grazie Papa per il contrastato e difficile e umilissimo viaggio di ieri sulle tracce del dolore di un popolo.

© Copyright Il Sussidiario, 29 aprile 2009


Papa Ratzi Superstar

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LA VISITA DI BENEDETTO

l’abbraccio

Attorno al Pontefice un popolo intero, vecchi, ragazzi, volontari, vigili del fuoco e finanzieri che si sono ritrovati insieme nelle parole delle preghiere cristiane

Quei segni di fede ritrovati che risvegliano memoria e pietà

Ratzinger bussa alla porta giubilare di Collemaggio che s’apre sullo sfacelo

Appena dentro la basilica è stata messa la teca di Celestino V, santo della Perdonanza e patrono dell’Aquila. Recuperata integra dalle macerie è simbolo della storia che continua La campana di Onna salvata dai pompieri continua a suonare da un campanile di travi. E il crocefisso scoperto tra i detriti della chiesa delle Anime Sante ieri era al centro del palco

DI MARINA CORRADI

La grande porta giubilare della ba silica di Collemaggio è intatta. La mano di Benedetto XVI e quella dell’arcivescovo dell’Aquila insieme bussano sul legno massiccio, com’è tradizione: a Collemaggio, i pellegrini bussano.
Il portone si schiude mo strando il transetto in macerie, il tetto sventrato da cui la pioggia e il vento entrano come padroni. Ma appena dentro è stata messa la teca di Celesti no V, intatta con la sua teca nello sfa celo generale.
Benedetto si inginoc chia, depone il pallio della sua investi tura papale sul santo dell’Aquila, sul santo della Perdonanza, da cui in pel­legrinaggio ogni anno tornano gli a bruzzesi. È un segno, quel tornare a bussare a Collemaggio distrutta; è la fede e la storia di un popolo che, dopo la tempesta, continua.
E tutta la mattina abruzzese del Papa è un allinearsi di segni. È la campana di Onna salvata dai pompieri e instal lata su un povero campanile di travi; è il crocefisso strappato alle macerie del la chiesa delle Anime Sante e posto al centro del palco, a Coppito. Subito do po che le vite umane, gli abruzzesi sembrano aver cercato e salvato osti natamente i segni della loro fede – co sì come, da una casa distrutta, affan nosamente si prendono almeno le fo tografie dei genitori, e dei figli.
Segni come simboli che rimandano a antichi patrimoni di memoria e di pietà.
Abbiamo visto, attorno al Papa in Abruzzo, un popolo vero. Sfollati avvolti in impermeabili di plastica sotto l’acqua battente, vecchi, ragazzi, volontari, pompieri e finanzieri davanti a quel palco, e forse ci ha quasi stupito vedere sulle labbra le parole del Regina Coeli, e, comunque un ritrovarsi insieme nelle parole delle preghiere cristiane.
Un’Italia che ci dicono scomparsa, o in via di estinzione. Ma in questo Abruzzo passato attraverso la catastrofe, sotto a un cielo di nuvole torve, la gente è andata dal Papa, s’è stretta davanti alle tv nelle tendopoli, ha ripetuto con lui coralmente vecchie parole: requiem aeternam dona eis Domine…
Lui è venuto come un padre.
Come un padre, è andato prima di tutto nel cuore del dolore, a Onna, quaranta morti su 250 abitanti. E lì ogni protocollo ufficiale è saltato; gli stava attorno, addosso, la gente – proprio come quando arriva in una casa una persona cara, che si aspettava tanto. Una madre gli ha porto una bambina piccolissima; e c’era in quegli occhi di donna una commossa fierezza di regina, nel mostrare al Papa che a Onna nascono ancora figli, che Onna è viva. A Coppito, il Papa ha voluto salutare i preti della diocesi ad uno ad uno; e i sindaci, anche, e ancora ci ha sorpreso vedere che quasi tutti, con le fasce tricolori addosso, gli baciavano la mano. Come un’Italia che nella sofferenza supera divisioni e riscopre ciò che tiene, al fondo: una comune radice.
Perché questa solidarietà che abbiamo visto prendere corpo e forza in Abruzzo, e quasi ha meravigliato gli italiani stessi, e tacitato per qualche giorno risse e meschinerie, non è solo, ha detto il Papa, una efficiente macchina organizzativa: dentro invece «c’è un’anima, c’è una passione, che deriva dalla grande storia civile e cristiana del nostro popolo».
L’anima dell’Abruzzo, che è poi l’anima dell’Italia più semplice e tenace, s’è vista nelle strade sferzate dalla pioggia, mentre i vecchi cocciutamente si ricalcavano in testa i cappucci delle cerate che il vento strappava. S’è vista, nelle mani che afferravano quelle del Papa e le tenevano a lungo, e malvolentieri se ne staccavano. Perfino, anche se a chi guardava la tv dal suo soggiorno caldo e asciutto pareva incredibile, si sono visti a Coppito e a Onna dei sorrisi. Come si sono visti gli sguardi fissi a terra di chi non potrà colmare il suo dolore, degli straziati che quella notte sono sopravvissuti a un figlio.
Che cosa si può dire a questi padri e madri? Forse che si farà giustizia, che quel costruttore andrà in galera?
L’unica parola la può portare chi ti dice, come ha detto il Papa: i vostri figli, sono fra i vivi.
Sono venuti a cercare la sola parola che vale di fronte alla morte, i terremotati abruzzesi. Come istintivamente, come sapendo in fondo che oltre la dimenticanza quella radice c’è ancora, ed è la sola che un boato feroce nella notte non possa scalzare. Sono venuti i compagni degli studenti morti all’Aquila, ragazzi e ragazze, a salutare il Papa. C’era con loro il giovanissimo cappellano che nel quartiere dei pub teneva la sua chiesa aperta fino alle due di notte: chi voleva, entrava – ed entravano in tanti. Uno di questi studenti ha raccontato di avere detto a Benedetto XVI di studiare ingegneria.
Il Papa si è illuminato: «Ah, un ingegnere, c’è tanto bisogno qui di voi». E quel ragazzo pareva essersi messo via, in fondo al cuore, quelle parole. Si può aver perso gli amici e la casa e ogni certezza, ma voler vivere e sperare ancora, se sai che delle tue mani c’è bisogno. Se sei certo – te lo ha detto un padre – che nemmeno i tuoi amici, in verità, li hai perduti per sempre.

© Copyright Avvenire, 29 aprile 2009


Papa Ratzi Superstar

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Testimonianze raccolte tra i terremotati di Onna e L'Aquila il giorno dopo la visita di Benedetto XVI nei luoghi della tragedia

L'uomo della speranza tra i superstiti

di Giuseppe Molinari
Arcivescovo metropolita de L'Aquila

L'aspettavamo nel villaggio di Onna. I vigili del fuoco, lavorando anche di notte, avevano preparato una pista per l'atterraggio dell'elicottero papale. Ma le condizioni atmosferiche hanno fatto decidere per il viaggio in macchina. C'è stata un'ora di ritardo sul previsto, ma la gente che aspettava non ha mostrato impazienza. A Onna buona parte della popolazione era riunita in una tenda-chiesa, recitavano il rosario, guidati da una delle tre religiose dell'Istituto della Presentazione, che è nel paese da più di un secolo. Il parroco don Cesare, venezuelano, aveva fatto preparare una poltroncina rossa per il Papa.
Ma il programma è cambiato. Il Papa è giunto direttamente al centro della tendopoli. Ha salutato i volontari, le forze dell'ordine e subito dopo la gente di Onna.
Ci sono Giustino e Dina che hanno perduto i loro due figli Domenico e Maria Paola. Giustino, la sera stessa di quel giorno che ha colpito L'Aquila e fatto tante vittime, mi disse al telefono: "Questo è il momento di una grande fede".
Papa Benedetto ha salutato quasi tutti i parenti delle quaranta vittime della piccola comunità di Onna. A tutti ha detto una parola di fede, di speranza. Ha pregato insieme alla piccola folla presente. Ha pregato soprattutto per coloro che non sono più accanto a noi. Ma ha ricordato a tutti che la morte, per il credente, non è la fine di tutto. Anzi è la via che porta alla vera vita.
Renè Bazin ha scritto: "Per il cristiano la morte non esiste neppure per un istante. Perché da una vita si passa a un'altra vita, quella vera. La gente ha sentito il Papa straordinariamente vicino. Ha percepito di essere amata, le vibrazioni del suo cuore sinceramente addolorato, ha compreso il senso vero della partecipazione alle loro sofferenze. Proprio come avrebbe fatto un padre in presenza del dolore del figlio. Hanno pianto. Tanto. Come tanto avevano pianto nei giorni della tragedia, ma con lacrime di sapore diverso.
Dopo Onna c'è stata la breve sosta davanti alla porta santa della basilica di Santa Maria di Collemaggio. Anche qui un momento vissuto con tanta emozione.
Il Papa ha varcato la soglia della porta e si è fermato in preghiera davanti all'urna di Papa Celestino v. Forse avrà ricordato che questo eremita diventò Papa quando ormai era molto avanti negli anni. E il suo pontificato fu brevissimo. Ma rappresentò un fascio di luce in un periodo buio e difficile per la Chiesa. Ho cercato, con poche parole, di ricordare al Santo Padre la Perdonanza celestiniana che ogni anno si celebra all'Aquila dalla sera del 28 agosto alla sera del 29 agosto (festa del martirio di san Giovanni Battista).
Papa Ratzinger ha mostrato sorpresa e molto interesse quando ho ricordato che molti storici sostengono la tesi di un rapporto profondo tra la Perdonanza e il Giubileo proclamato da Papa Bonifacio VIII. In fondo Celestino ha inventato un piccolo giubileo di 24 ore, che è stato fonte di ispirazione per Papa Bonifacio che all'inizio del 1300 indisse un giubileo di 365 giorni.
Toccante è stata la sosta davanti alle rovine della Casa dello studente. Un gruppo di giovani universitari, accompagnati dal loro cappellano, hanno salutato il Santo Padre. Papa Benedetto ha chiesto a ciascuno di loro quale facoltà frequentasse: Vittorio, Giulia, Davide, Arianna e gli altri, visibilmente commossi, hanno ringraziato il Papa per questa visita e per questo incontro. Questi giovani, con nello sguardo ancora l'immensa tristezza per i dieci compagni rimasti sotto le rovine, hanno confermato la loro voglia di andare avanti, di continuare a studiare, proprio qui, all'Aquila, in una università magari più bella di quella di prima, che attiri tanti giovani dall'Abruzzo, dall'Italia e dal mondo. È un modo rapido, efficace e vincente per ricominciare. E ricominciare soprattutto con i giovani. Per me è stato molto significativo perché considero questi giovani una ricchezza per la nostra Chiesa. E il fatto che abbiano confidato al Papa di voler restare comunque qui da noi mi conforta.
Anche la sosta finale si è trasformata in un momento di intensa gioia, frammista a tanta commozione. Estremamente toccante l'incontro con le otto monache del monastero delle Clarisse di Paganica.
La loro badessa, suor Gemma, è rimasta sotto le macerie, per salvare le più anziane. Per loro già è pronto il progetto di un prefabbricato per un piccolo monastero in legno. Nella prossima festa di santa Chiara si spera di inaugurarlo.
Nel cuore resterà anche l'omaggio di Papa Benedetto alla Madonna di Roio, che a noi aquilani ricorda la vita semplice e dura dei pastori, la transumanza, il legame con la terra delle Puglie. Popolo di montanari, popolo di pastori. I tempi cambiano. Ma la fede rimane intatta e rocciosa. Come le nostre montagne. Il Papa ha ricordato un nostro detto popolare: "Ci sono tanti giorni dietro il Gran Sasso".
Lo ripeteva sempre mia madre, quando voleva invitare qualcuno a guardare avanti, a non scoraggiarsi. Noi aquilani ne siamo certi: dopo i giorni del dolore, dietro il Gran Sasso sorgeranno i giorni della rinascita, della ricostruzione, della speranza. E una conferma di questa speranza ci è stata portata da Benedetto XVI.

(©L'Osservatore Romano - 30 aprile 2009)


Papa Ratzi Superstar

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Il conforto di quell'abbraccio

di Nicola Gori

È il giorno della riflessione, della rielaborazione dell'esperienza vissuta, ieri martedì 28 aprile, dagli abitanti di Onna e dell'aquilano. Un'esperienza che neppure la pioggia e il freddo hanno affievolito. Benedetto XVI si è mostrato "come un amico, un parente stretto, un sostegno, una speranza", come dice Giustino, un anziano signore ottuagenario, al quale il sisma ha portato via tutto, tranne il bastone al quale si appoggia.
"Grande umanità": è la parola che ripetono più frequentemente gli abitanti per descrivere la sensazione provata dopo l'incontro con il Papa.
Renzo, infangato fino alle ginocchia, aveva pianto dopo aver abbracciato il Papa: "È venuto apposta per me, mi ha chiesto notizie dei miei cari".
Nelle sue parole, la meraviglia di sentirsi importante per qualcuno. Non vi è famiglia che non pianga un parente rimasto ucciso dal crollo tremendo provocato dal terremoto, ma ieri "nessuno si è sentito solo, nessuno è rimasto escluso dal saluto del Papa", come afferma Lorenzo, coperto dal suo giubbotto azzurro, che mostra la foto della sua fidanzata travolta dal crollo del tetto.
Il Papa è venuto per condividere le sofferenze di quanti hanno perduto affetti, casa, fiducia, tranquillità. Lo conferma un volontario: "Il pianto liberatorio davanti al Pontefice di tante persone è stato spontaneo.
Sono rimaste colpite dalla semplicità, dalla familiarità con le quali si è avvicinato loro".
"Affetto", "calore", "compassione" nel senso più autentico del termine di "soffrire con", sono le impressioni che il Papa ha lasciato nel cuore della gente, come ripete Teresa, un braccio ingessato, rotto per la caduta di una parete di casa: "Non siamo stati abbandonati nel dolore, il Papa ce lo ha dimostrato con la sua presenza".
Anna, su una sedie a rotelle con una gamba ferita, rimasta per ore sotto le macerie prima di essere salvata dai vigili del fuoco, piange e ripete che "vedere il Papa abbracciare le persone, baciare chi piange, commuoversi perché mostra la foto di un figlio perduto per sempre, è stata per noi l'espressione più sincera della solidarietà dimostrata con il coinvolgimento anche emotivo. In quell'istante ci siamo sentiti importanti, compresi, siamo stati al centro delle sue attenzioni".
Davanti alla tendopoli, nello stesso spazio dove il Papa aveva parlato e incontrato la gente, il giorno dopo si ricorda la visita. Tommaso, un giovane che ha perduto un fratello tra le macerie, afferma convinto: "Abbiamo compreso la franchezza, la genuinità, la spontaneità delle parole del Papa. La sua venuta non è stata quella di un politico o di chi ha altri scopi".
Come conferma il cappuccino fra Emiliano, avvolto nel suo mantello marrone: "Colui che è esperto di speranza è venuto a parlare proprio di speranza. E chi vive di speranza vive senza disperazione". Anche suor Maria Livia conferma che "i paesani hanno capito che il Papa era qui per incoraggiarci e per offrirci motivi di speranza per andare avanti".

(©L'Osservatore Romano - 30 aprile 2009)


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LE ANALISI

L’umanità nascosta del papa teologo

di Michele Partipilo

È un papa completamente diverso quello visto ieri nell’Abruzzo del terremoto.
Non più teologo severo, al centro di polemiche e distinguo dottrinali, ma pastore, meglio «padre» - come lo hanno chiamato gli sfollati abruzzesi - che prova a confortare i figli colpiti dall’enorme tragedia.
Nonostante le difficoltà e i pericoli - il papa a un certo punto ha anche rischiato di cadere - questa visita ci voleva. Serviva alle migliaia di persone che vedono il loro futuro avvolto nella più totale incertezza, serviva a Benedetto XVI il cui tratto di umanità - che pure è notevole - era stato messo in ombra da vicende più di tono politico ed etico.
A Onna come davanti alla basilica di Collemaggio l’uomo Ratzinger è finalmente emerso, al di là di ogni timidezza e riservatezza.
Il protocollo vaticano è stato pressoché cancellato: le persone si sono potute avvicinare al Pontefice e baciargli l’anello, ma anche abbracciarlo, posandogli addirittura le mani sulle spalle, proprio come si fa con una persona cara.
E Benedetto XVI non si è tirato indietro. Sentiva di dover dare una testimonianza d’affetto e di disponibilità a quella gente così sfortunata e sentiva di dover fare il pieno della sincera gratitudine che in quelle ore ha ricevuto in cambio e che ha ricoperto dolore, fango e macerie.
Davanti alla Casa dello studente, all’Aquila, forse il momento più toccante, ma anche quello più profondo e profetico. Gli studenti hanno ringraziato il papa per «la tenerezza della Chiesa» che in questi giorni, e ieri in particolare, hanno sentita vicina come non mai.
Già, la tenerezza della Chiesa. Ci voleva forse il terremoto per portare sulle pagine dei giornali, intrise di sangue e violenze quotidiane, un pensiero d’amore che racchiude i valori fondanti del cattolicesimo, ma vestendoli di sentimenti ed emozioni. Deve aver molto colpito il papa quella «tenerezza della Chiesa» sbucata fra pianti e distruzione. Essa è insieme speranza e richiesta d’aiuto, è sentirsi parte di una realtà più vasta come il popolo di Dio, ma anche affidarsi alle proprie forze.
Nelle poche parole dei discorsi ufficiali l’eco della solidarietà e del voler lavorare tutti insieme, da destra a da sinistra, per ridare un tetto e un futuro a migliaia di persone. Il Pontefice è stato chiaro su questo punto: «case e chiese belle e solide». La sintesi di ciò che chiedono gli abruzzesi, ma anche il monito perché la ricostruzione vada esattamente in questo modo e non diversamente, come invece si teme possa accadere.
Non è cosa da tutti giorni - e non era accaduta neppure con Wojtyla - vedere il papa in auto, seduto accanto al conducente, laddove il conducente è Guido Bertolaso, l’uomo che - onore al merito - sta combattendo una straordinaria battaglia per sconfiggere anche l’emergenza terremoto.
Basta guardare le immagini per convicersi dell’atmosfera diversa: il papa con il gomito che sporge dal finestrino e il capo della Protezione civile al volante. Due amici qualunque che si spostano in auto.
Quelli della sicurezza vaticana devono aver visto i sorci verdi ieri davanti ai continui cambiamenti di programma, agli spostamenti che tutti i manuali di security avrebbero sconsigliato. E invece no.
Benedetto XVI è andato avanti deciso, infischiandosene delle regole e degli appelli a rispettare i tempi. C’erano i terremotati da ascoltare. E tutti hanno avuto un sorriso, una carezza, un abbraccio, una benedizione.
Benedetto XVI è voluto andare in Abruzzo per i terremotati e a loro si è dedicato. A quelli che, dando prova di una smisurata dignità, si sono scusati di non poter offrire più di tanto al papa in visita. Invece gli hanno regalato una giornata meravigliosa, forse una delle più intense dei suoi quattro anni di pontificato, in cui è riuscito a mettere insieme la grandezza della Chiesa con il calore dell’uomo. È vero, a volte nella vita servono anche le scosse.

© Copyright Gazzetta del Mezzogiorno, 29 aprile 2009


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PUNTO DI VESPA

Pellegrino a Onna

Bruno Vespa

La figuretta bianca, ancora lontana cento metri da noi, sembrava ritagliata e incollata su una fotografia di macerie. Il destino di Onna s’era sostituito al regista e allo scenografo più abili. «Il Papa a Onna», sussurra Giustino Parisse, il giornalista del Centro che ha perduto nel terremoto la figlia e il figlio, due fiori di ragazzi. «Il Papa a Onna - ripete -. Il nome di un paese che non sta sulle carte geografiche ha fatto il giro del mondo. Si dice ”Il Papa a Onna” come ieri si diceva ”Il Papa a Washington”».
Benedetto XVI si avvicina, le scarpe di pelle color porpora si macchiano di fango perché piove senza interruzione.
Avevano preparato l’accoglienza nella grande tenda gialla trasformata in cappella, accanto a un piccolo campanile di legno. Ma lui è voluto andare nel cuore della tendopoli di questo paese con trecento abitanti, meno i quaranta che sono morti.
Abbraccia innanzitutto i bambini che nascondono nel sorriso e nell’emozione incubi incancellabili. Abbraccia le persone che hanno subito i lutti maggiori: Parisse e la moglie, appunto, e un metro più in là la coppia che aveva raccomandato al figlio maggiore di non andare a dormire dalla nonna.
Ma lui voleva proteggerla dalla paura delle scosse ed è morto abbracciato a lei.
Il papa mi scorge tra la gente e si avvicina. Gli dico che sono dell’Aquila, la mia città ha decine di palazzi crollati, centinaia di edifici lesionati, tutte le sue tante chiese seriamente ferite. La tragedia è molto più grande di quella che lui potrà immaginare. Benedetto è molto turbato, pronuncia parole di solidarietà e di conforto.
«Vorrei abbracciarvi tutti», dirà agli abitanti di Onna. A parte Gianni Letta, il cui volto è una maschera di dolore, qui non è stata ammessa nessuna autorità e nessun prelato, a parte l’arcivescovo dell’Aquila.
La visita è privata come non se ne ricordano. Il dolore sta tutto qui, intorno a lui. Il paese resta defilato, solo con le sue macerie rese lucide dalla pioggia battente. Oltre il cordone di vigili del fuoco che presidia una leggera rete metallica di protezione, s’intravedono solo distruzione e morte.
Non seguo il Papa nello storico e privatissimo incontro con Celestino V, il Papa del «gran rifiuto» dantesco. Il monaco ducentesco che precedette il giubileo concedendo l’indulgenza plenaria a tutti i penitenti che visitino la basilica di Collemaggio nella festa della Perdonanza del 28 agosto. La consegna alle spoglie del santo del pallio, simbolo stesso del pontificato, chiude nel modo più inatteso e solenne una controversia durata 715 anni.
Aspetto Benedetto XVI in un altro scenario surreale, la Casa dello studente. La notte sul 6 aprile dormivano qui un centinaio di ragazzi, qualcuno straniero, i più del centrosud. Otto sono morti. Chiedo ai dodici studenti scelti per aspettare il Papa se tra loro ci sia qualcuno dei superstiti. Nessuno. Nessuno dei sopravvissuti ha avuto la forza di tornare tra quelle macerie. Lo scenario è surreale perché via XX settembre, su cui s’affacciava l’edificio crollato, era la maggiore arteria di scorrimento intorno al centro storico. È deserta. Macerie di qua, macerie di là. Rendono gli onori quaranta vigili del fuoco, venti su ogni lato della strada. Il Papa si ferma con ogni studente, chiede città di provenienza e corso di laurea. A uno della facoltà di Ingegneria raccomanda di progettare con scrupolo. Alla fine della mattinata, quando c’è la cerimonia ufficiale sull’enorme piazzale della scuola della Guardia di Finanza, emerge con drammatica chiarezza la sintesi del messaggio pontificio. Il pallio per onorare il Papa santo aquilano, la rosa d’oro deposta sulla statua della Madonna di Roio, il cui santuario è stato colpito pesantemente dal sisma. L’invito a superare la morte con l’amore di Dio. Ma soprattutto - ripetuto a ogni occasione - il monito a ricostruire case e chiese solide per far volare di nuovo L’Aquila.

© Copyright Il Mattino, 29 aprile 2009


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29 aprile 2009

«Case e chiese solide nel futuro dell’Abruzzo »
Benedetto XVI: anche ferita l’Aquila tornerà a volare


DAL NOSTRO INVIATO A L’ACQUILA
MIMMO MUOLO

« L ’Aquila, anche se ferita, potrà tornare a volare». Le parole di speranza che suggellano la sua visita nelle zone del terremoto, Benedetto XVI le pronuncia proprio sul piazzale che ha visto il dolore e le lacrime per le vittime, nel mesto venerdì santo dei funerali. Ma ora è tempo di Pasqua e il Papa è qui, come egli stesso sottolinea nella preghiera conclusiva, per incoraggiare a «vedere la luce della risurrezione, oltre la sofferenza e la morte ». Bisogna farlo per i sopravvissuti, ma anche per gli stessi morti. I quali, aveva detto poco prima il Pontefice nella tendopoli di Onna, «attendono di veder rinascere questa loro terra che deve tornare a ornarsi di case e di chiese belle e solide».
Naturalmente l’accenno alla solidità degli edifici fa pensare subito alla ricostruzione. Degli edifici, ma anche delle persone. Un’operazione colossale da intraprendere senza indugi e senza «ostruzionismi». Perché, come fa notare l’arcivescovo, monsignor Giuseppe Molinari nel suo saluto al Papa, «la ricostruzione dell’Aquila o ci sarà subito o non ci sarà. E sarebbe la nostra morte. Più brutta di quella, già tanto tragica, causata dal terremoto». In altri termini «un delitto infame», aggiunge il presule, che fin dal primo giorno sta condividendo le sofferenze dei suoi fedeli e dorme egli stesso in una tenda. Così le tre ore o poco più che il Pontefice trascorre tra Onna e il capoluogo acquistano la loro giusta fisionomia. Innanzitutto la vicinanza. «Vorrei abbracciarvi con affetto ad uno ad uno. Se fosse stato possibile avrei desiderato recarmi in ogni paese e in ogni quartiere, venire in tutte le tendopoli», dice Benedetto XVI. Quindi il plauso: «Non vi siete arresi. C’è in voi una forza d’animo che suscita speranza». Infine l’appello: «Incoraggio tutti, istituzioni e imprese, affinché questa città e questa terra risorgano». In effetti è come se in ognuna delle tappe della visita Papa Ratzinger fissasse, con la sua presenza, con le parole dei due discorsi (che Avvenire pubblica integralmente), con la sua preghiera, con i suoi gesti di affetto e con i doni, i paletti di un progetto di rinascita che si deve nutrire di «solidarietà » («da non limitare all’emergenza iniziale »), di «responsabilità » («con un serio esame di coscienza »), di «volontà tenace» e soprattutto «facendo ricorso - sottolinea fin dall’arrivo - a ciò che non muore e che il terremoto non ha distrutto» e cioè «l’amore ». L’itinerario di Benedetto XVI si snoda proprio su queste coordinate. Costretto dal maltempo a rinunciare all’elicottero, il Papa giunge a Onna dopo le 10. Piove a dirotto sulla tendopoli del paese raso al suolo dal sisma (40 morti su 300 abitanti). Ma i superstiti sono tutti lì ad attenderlo, incuranti del freddo e dell’acqua che inzuppa i vestiti. E lo stesso fa il Papa, a malapena riparato dal bianco ombrello che il segretario, monsignor Georg, protende sul suo capo. Insieme agli altri ci sono anche monsignor Molinari, il nunzio in Paraguay, monsignor Orlando Antonini, originario di Villa Sant’Angelo, altro centro gravemente colpito, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, in rappresentanza del governo, e il parroco di Onna, don Cesare Cardoso. «Santità, la ringraziamo di essere venuto tra noi», gli dice quest’ultimo. «Io sono con voi fin dal primo giorno con la preghiera», gli risponde il Pontefice, prima di venire praticamente inghiottito dai 250 sfollati, tutti assiepati intorno a lui. Per i più vicini Benedetto XVI ha sorrisi, carezze e una parola di conforto. A tutti, poi, salito sull’improvvisata pedana di legno che divide due tende della Protezione Civile, rivolge il primo dei due discorsi della giornata. Riferirà poco dopo ai giornalisti don Cesare, di aver visto negli occhi dei suoi parrocchiani riaccendersi con l’arrivo del Papa una luce che si era spenta nelle ultime settimane. «Lui ci aiuterà a ricostruire la fede, prima ancora delle case», commenta il sacerdote. L’applauso, che sa di gratitudine, di questa gente semplice ma indomita, accompagna quindi il Pontefice mentre sale su un Suv della Protezione Civile, al fianco del coordinatore nazionale Guido Bertolaso che guida, e che lo conduce nella parte vecchia del paesino, completamente distrutta.
A L’Aquila il Papa arriva dopo una mezzoretta a bordo di un pulmino bianco, mentre la pioggia finalmente dà tregua. E la 'porta' d’ingresso in città è la Basilica di Collemaggio. Di fronte alla porta vera del tempio gravemente danneggiato, quella detta 'Santa' che sta sul lato dell’edificio, l’arcivescovo Molinari ripete il gesto della Perdonanza. Bussa per tre volte con un ramoscello d’ulivo del Getsemani e i battenti si spalancano. Appena oltre c’è la salma di Celestino V, sulla quale il Papa, visibilmente emozionato, depone il pallio che gli fu imposto quattro anni fa, il giorno dell’inizio del suo Pontificato. Non è previsto che entri, per il pericolo di crolli. Ma la visione dello squarcio nella zona absidale, da cui si vede il cielo, e del cumulo di macerie che occupa tutto il presbiterio, è un impulso troppo forte. Benedetto XVI si porta al centro della navata e quasi attonito, confida al rettore del santuario, don Nunzio Spinelli: «Adesso che vedo con i miei occhi, mi rendo conto che è peggio di quanto si intuiva in tivù».
Sul viso del Pontefice il dolore e la commozione si leggono chiaramente, mentre continua il giro in città, passando per la piazza del duomo, e soffermandosi qualche attimo davanti alla chiesa delle Anime Sante con la sua cupola sbriciolata. Ma egli trova la forza di sorridere ai giovani che incontra alla Casa dello Studente e che gli consegnano anche una lettera di ringraziamento. Sono gli universitari della vicina parrocchia di San Giuseppe Artigiano, accompagnati da don Luigi Epicoco. Gli dicono che molti di loro frequentano ingegneria. E allora raccomanda: «Studiate bene, così costruirete case più sicure».
L’ultima tappa è a Coppito, sul piazzale della Scuola della Guardia di Finanza, dove lo accolgono 5mila fedeli, i sacerdoti e i sindaci (salutati a parte, prima della breve cerimonia) e i volontari marchigiani che hanno allestito l’ospedale da campo e ai quali il Papa che salendo un gradino rischia di inciampare rivolge un grazie speciale. Così come fa per i Vigili del Fuoco quando gli regalano un casco bianco, che egli, divertito, prova per qualche secondo. Poi, a sua volta, Benedetto XVI dona una rosa d’oro alla statua della Madonna di Roio. «Madre della nostra speranza», la invoca il Papa. Quella speranza che ora ha qui, finalmente, il suo epicentro e che non mancherà certamente di estendersi a tutta la zona del terremoto. Per far sì che l’Aquila torni a volare.
«Sono con voi fin dal primo giorno con la preghiera».


Papa Ratzi Superstar

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"CON IL CUORE SPEZZATO... SEMPRE CON TE!"
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Da "Avvenire"...

29 aprile 2009

«Adesso anche il terremoto ci fa meno paura»

La pioggia non ha scoraggiato gli sfollati. E Benedetto XVI li ha ripagati con l’affetto

DAL NOSTRO INVIATO A L’ A QUILA PINO CIOCIOLA

La piazza d’Armi nella scuola della Finanza è fredda, inzuppata, fin dalla notte. È cupa. Sotto gli impermeabili e gli ombrelli c’è gente che aspetta anche da un paio d’ore, che ha la paura aggrappata addosso e chissà quando andrà via. La macchina scoperta delle Fiamme Gialle esce e la piazza la percorre per intero, il Papa saluta, sorride, benedice. Donne e uomini, anziani e bambini lo applaudono, lo chiamano, lo cercano: fra loro ci sono tanti sfollati e molti di coloro ai quali il terremoto ha portato via una, due tre persone amate, ci sono i volontari di mezza Italia e i militari e i Vigili del fuoco, i poliziotti, i carabinieri, e ragazzi e ragazze della Protezione civile. Adesso il freddo è diventato meno fastidioso, la cupezza s’è dissolta.

Specie quando Benedetto XVI sale sul palco allestito l’altro giorno, siede e alle spalle ha un grande Crocifisso. Anche le scosse - che continuano a martellare questa terra - ora fanno un po’ meno paura.
« Il Papa non poteva averci abbandonati » , sussurra una signora anziana: « Non poteva, lo sapevamo che sarebbe venuto tra noi » .
È vero, il Papa è qui. Sorrisi diversi si disegnano su volti tirati e scavati. « Qui si soffre, sembra di non avere più tregua, ormai c’è anche il fango, l’umidità ormai bagna materassi e lenzuola nelle tende » , racconta un giovane uomo e un volontario che gli è accanto, ed anche lui dorme nelle tende, annuisce in silenzio.
« Vederlo qui, averlo qui, è una sferzata di speranza. È una consolazione » . Il Papa abbraccia con dolcezza chi può avvicinarglisi e salutarlo, gli prende le mani, gli parla guardandolo negli occhi ed è come lo facesse con ognuna di queste persone, con ognuna delle persone che ha perso qualcosa, credenti e non credenti.

I maxischermi « allargano » i suoi abbracci fino a poter stringere tutti.
Un paio di gocce scivolano sul volto di un volontario veronese e forse non è solamente pioggia.
« Santità, lei qui è anche come Padre – gli si rivolge il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente –.

Padre di tutti noi. Come quel Padre che dà coraggio ai suoi figli, aiutandoli a superare la paura della tragedia che li ha colpiti » . E, poco dopo, conclude: « Grazie per la sua presenza, Santità. Consideri l’abbraccio sincero che le diamo come segno di devozione, deferenza e sincero affetto. Continui a pregare per noi, ne abbiamo bisogno » . Poi torna a sedersi al suo posto, il sindaco. Lì, a quel punto, si commuove. Sciogliendo, a testa alta, la tensione feroce e le paure di queste tre settimane. Non è davvero l’unico. Suor Rosa Maria, clarissa claustrale del monastero di Paganica, tiene le mani giunte tutto il tempo e gli occhi fissi sul Papa.

La gente applaude spontaneamente le parole di Benedetto XVI, assai più affettuose che cerimoniali. Le applaude con gioia. Vuole stare a sentirlo: « Vogliamo che ci aiuti » . spiega un finanziere aquilano, e che « ci stia vicino, ci è tanto necessario » , aggiunge un’altra signora.

Ma la gente ha applausi anche per le parole di chi porta al Papa il suo saluto, come il governatore abruzzese Gianni Chiodi: « Santità, vogliamo ringraziarla, lei ha voluto visitare « in pellegrinaggio » le nostre rovine, per essere vicino al nostro dolore » . Va avanti: « Vogliamo ripartire dal ricomporre le nostre famiglie, ridare serenità ai nostri figli » , poi « ricostruiremo la città, ricostruiremo i paesi con i loro centri storici , ma soprattutto ci aiuti Santità, anche da lontano, a ricostruire i nostri valori, i nostri principi, le nostre tradizioni » .

Tutti sanno che c’è bisogno, ora, qui, di mille cose materiali necessarie per sopravvivere con dignità. Non tutti immaginano quanto serva almeno altrettanto « conforto spirituale » , come sottolinea il sindaco Cialente.

Un’anziana lo chiede con la voce che è un filo: « Abbiamo perduto tanto, tutto, non lasciateci soli, non abbandonateci neanche fra un po’ » .

È in fondo anche per questo, prima che Benedetto XVI riparta per Roma, che alla fine si prega tutti insieme. Il Regina Coeli: « O Maria, tu che stai vicina alle nostre croci come rimanesti accanto a quella di Gesù... » .


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Onna.L'abbraccio al paese più colpito

ONNA

A Onna è tornato il sorriso: «I nostri cuori sono pieni di emozione - dicono gli abitanti del piccolo paese simbolo della tragedia, dopo la visita del Papa - ci ha portato un messaggio di gioia e di speranza».

Benedetto XVI è stato letteralmente assalito dagli abitanti per ricevere una benedizione o un semplice saluto. E il Papa, raccontano, non si è sottratto: ha salutato e accarezzato il più piccolo della comunità, un bimbo di soli 8 mesi, e il più anziano. «Ci ha detto di avere forza e coraggio - racconta Antonella Foresta - la sua presenza è stata preziosissima». I cittadini raccontano che quello che li ha colpiti di più è stato lo sguardo di Benedetto XVI. «Era pieno di amore e gioia - dice ancora Antonella - nonostante la calca della gente. È stato veramente un messaggio di speranza che si aggiunge alle promesse che ci hanno fatto le istituzioni». Giustino Parisse, il cronista che ha perso i due figli e il padre, ha aggiunto che «la presenza del Papa è comunque un veicolo di speranza e serve a tenere alta l'attenzione su questa tragica vicenda, con la speranza che ci sia un futuro anche per questo paese».

© Copyright Il Tempo, 29 aprile 2009


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Benedetto XVI a Montecassino seguendo le orme del suo patrono

In pellegrinaggio questa domenica, 24 maggio

CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 21 maggio 2009 (ZENIT.org).

Benedetto XVI visiterà questa domenica, 24 maggio, l'Abbazia di Montecassino, seguendo i passi del patrono del suo pontificato, San Benedetto da Norcia, fondatore di quel monastero che ha cambiato la storia dell'Occidente nel VI secolo.
Il 27 aprile 2005, nella sua prima udienza generale, Papa Joseph Ratzinger spiegò di aver preso il nome di Benedetto per legare il suo pontificato al grande "patriarca del monachesimo occidentale", "copatrono d'Europa".
San Benedetto, osservava il Papa, rappresenta "un fondamentale punto di riferimento per l'unità dell'Europa e un forte richiamo alle irrinunciabili radici cristiane della sua cultura e della sua civiltà".
Il Papa inizierà la sua visita celebrando l'Eucaristia nella piazza di Cassino (località vicina all'Abbazia), che in questa occasione verrà dedicata a Benedetto XVI (finora si chiamava Piazza Miranda).
Dopo la Messa, si recherà ad inaugurare la "Casa della Carità", una casa di accoglienza per gli immigrati senza fissa dimora che si sta allestendo nei locali del vecchio ospedale civile di Cassino, ormai dimesso da anni, e che la Regione Lazio ha messo a disposizione su richiesta dell'Abate di Montecassino.
La seconda parte della giornata sarà dedicata esclusivamente al mondo benedettino internazionale. Il Santo Padre incontrerà nella Basilica dell'Abbazia gli abati e le badesse benedettini che, da tutto il mondo, saliranno a Montecassino, insieme a un gran numero di monaci e monache della Congregazione (almeno 500).
Prima di ripartire per Roma, il Papa visiterà uno dei cimiteri della Seconda Guerra Mondiale, in particolare il cimitero polacco che è vicino all'Abbazia, visto che quest'anno ricorre il 65° anniversario del bombardamento dell'Abbazia di Montecassino e della città di Cassino.
L'Abbazia attuale è stata ricostruita dopo essere stata distrutta il 15 febbraio 1944, quando, durante le quattro battaglie di Montecassino (dal gennaio al maggio 1944), l'intero edificio venne ridotto in cenere da una serie di attacchi aerei. L'Abbazia venne ricostruita dopo la guerra, finanziata dallo Stato italiano. Papa Paolo VI la riconsacrò nel 1964.
Il Cardinale Joseph Ratzinger conosce molto bene l'Abbazia, perché vi venne ospitato nel 2001 per scrivere il libro "Dio e il mondo".
San Benedetto fu architetto e ingegnere del monastero di Montecassino, con l'idea che fosse un faro di ispirazione per gli altri monasteri del mondo, e lì definì la Regola benedettina seguita dai monaci.
Secondo la tradizione, vi morì il 21 marzo dell'anno 547.
"Dovremmo domandarci a quali eccessi si sarebbe spinta la gente del Medioevo se non si fosse levata questa voce grande e dolce", ha affermato il francese Jacques Le Goff, ritenuto uno dei più grandi storici del periodo medievale.
Due secoli dopo la sua morte, saranno più di mille i monasteri guidati dalla sua Regola, centri di cultura che conservarono per l'umanità il patrimonio della letteratura classica, che altrimenti sarebbe stata in gran parte perduta.
Il 1º aprile 2005, il giorno prima della morte di Giovanni Paolo II, il Cardinale Ratzinger pronunciò una storica conferenza nel monastero di Santa Scolastica, a Subiaco, in cui spiegava l'importanza della figura di San Benedetto per il mondo di oggi.
"Ciò di cui abbiamo soprattutto bisogno in questo momento della storia sono uomini che, attraverso una fede illuminata e vissuta, rendano Dio credibile in questo mondo. La testimonianza negativa di cristiani che parlavano di Dio e vivevano contro di Lui ha oscurato l'immagine di Dio e ha aperto la porta all'incredulità. Abbiamo bisogno di uomini che tengano lo sguardo dritto verso Dio, imparando da lì la vera umanità", disse.
"Abbiamo bisogno di uomini il cui intelletto sia illuminato dalla luce di Dio e a cui Dio apra il cuore, in modo che il loro intelletto possa parlare all'intelletto degli altri e il loro cuore possa aprire il cuore degli altri. Soltanto attraverso uomini che sono toccati da Dio, Dio può far ritorno presso gli uomini".
"Abbiamo bisogno di uomini come Benedetto da Norcia il quale, in un tempo di dissipazione e di decadenza, si sprofondò nella solitudine più estrema, riuscendo, dopo tutte le purificazioni che dovette subire, a risalire alla luce, a ritornare e a fondare a Montecassino, la città sul monte che, con tante rovine, mise insieme le forze dalle quali si formò un mondo nuovo".
Come è avvenuto nel Medioevo, il Papa ha presentato in vari dei suoi scritti la raccomandazione di San Benedetto nella Regola al mondo di oggi: "Nulla assolutamente antepongano a Cristo" (Regola 72,11; cfr 4,21).

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