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Viaggio apostolico in Camerun e Angola

Ultimo Aggiornamento: 02/05/2009 17.13
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Il toccante incontro nel Centro Cardinale Léger

Dove il dolore degli innocenti si mostra in tutto il suo dramma

dal nostro inviato Mario Ponzi

Lungo il cammino del Papa non manca mai l'incontro con le persone sofferenti.
Qui in Africa ha avuto come cornice una sorta di monumento in ricordo di un grande testimone della carità cristiana, il cardinale canadese Paul Emile Léger. Fedele servitore della Chiesa in varie parti del mondo, che tra l'altro in Giappone aprì un grande seminario. Si dimise nell'aprile del 1968 dall'incarico di arcivescovo di Montreal e si trasferì proprio qui, in Camerun, per dedicarsi ai lebbrosi e ai bambini con gravi handicap. Costruì nel 1971 un centro di assistenza a Etoug-Ebé, un quartiere estremamente povero di Yaoundé e nel 1978 lo consegnò nelle mani delle autorità. Oggi il Centro, che porta il suo nome (il cardinale è morto per una crisi respiratoria nel 1991), è divenuto un punto di riferimento per la riabilitazione, anche grazie a tecniche innovative adottate da un gruppo di medici e di fisioterapisti di alta specializzazione.
Il Papa è giunto nel primo pomeriggio di giovedì 19, accolto dal ministro degli Affari sociali, dal direttore del Centro, dal vescovo incaricato della pastorale della salute monsignor Joseph Djida. Dopo un breve momento di preghiera nella bella cappella, dove erano una sessantina di bambini ospiti del Centro, l'incontro con il volto doloroso dell'Africa è avvenuto all'esterno, su un campetto per la pallacanestro. Vi erano radunate circa duecento persone portate lì dai diversi ospedali del Paese. Uomini e donne che sulle loro carni portano i segni delle malattie più tremende, quelle che fanno più paura in Africa. Si scambiano i discorsi, si presentano i doni. Il Papa offre un mosaico della Madonna della Misericordia. I malati offrono le loro sofferenze. Ci si sforza insomma di far passare questo momento come uno dei tanti protocollari. Ma non è così.

E lo si intuisce quando Benedetto XVI passa tra loro, li tocca, li benedice. Visibilmente commosso alla vista di uomini dilaniati dal morbo di Hansen, la lebbra, di uomini umiliati nel corpo dalle deformazioni più terribili, Benedetto XVI si aggira tra carrozzine e lettighe, rivolge parole di conforto, accarezza gli ammalati, cerca di trasmettere loro l'amore sentito per la gente che soffre. Su quanto è accaduto giovedì pomeriggio in questo "lazzaretto" si potrebbe costruire l'immagine più realistica di un viaggio nel cuore dell'Africa.

La commozione è più forte quando Benedetto XVI si trova dinanzi ai bambini storpiati nei volti e nei corpi dalla malattia. E proprio lì che si mostra una delle piaghe più grandi dell'Africa, la sofferenza degli innocenti. Si mostra in tutta la sua drammaticità e ti resta dentro.

Sarà forse per questo che l'appello del Papa è sembrato ancora più accorato.
E quando tra due ali di folla - che canta e balla quasi a voler esorcizzare la sofferenza - Benedetto XVI si avvia verso l'auto, ha gli occhi velati di tristezza. Il sorriso della bimba in carrozzella che gli dona un fascio di fiori, riesce solo per un attimo a mascherarla. Poi torna il velo di tristezza. Resterà impresso nella mente e nel cuore in tutte le fasi a seguire del viaggio.

(©L'Osservatore Romano - 20-21 marzo 2009)


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ANGOLA FERITA COME LA MIA GERMANIA

Angola: primo giorno per Benedetto XVI accolto nella capitale Luanda da una folla entusiasta. Negli incontri con i politici e con i vescovi le sfide che attendono il Paese e il Continente «Non arrendetevi alla legge del più forte». E ai Paesi ricchi: «Mantenete le promesse di aiuti»

Il Papa: pace e sviluppo per l’Africa

Da Luanda richiamo ai «principi indispensabili a ogni moderna democrazia»

DAL NOSTRO INVIATO A LUANDA (ANGOLA)

MIMMO MUOLO

L’Angola in partico lare, e l’Africa più in generale, «non de vono arrendersi alla legge del più forte».
Per il conti nente, infatti, è arrivato il tempo della democrazia con tutti i suoi principi. Co sì come per i «Paesi svilup pati » è giunto il momento di «realizzare le promesse», tanto più urgenti in tempi di crisi mondiale. Ad esem pio destinare «lo 0,7 % del proprio pil agli aiuti ufficia li allo sviluppo».
Appena giunto a Luanda, Benedet to XVI entra subito nel vivo dei problemi che travaglia no questa terra di grandi contrasti. Corruzione, man cato rispetto dei diritti u mani, guerre, violenze, po vertà.

Il Papa, una volta di più, dimostra con i fatti che conosce e ama l’Africa più di tanti presunti esperti e che dall’Africa è riamato senza riserve. Basti guardare il clima del suo arrivo all’aeroporto internazionale della capitale angolana.

Sono immagini fotocopia (e forse ancora più intense) di quelle di martedì scorso a Yaoundé. Centinaia di migliaia di persone hanno let teralmente circondato la papamobile, che avanzava a fatica lungo i viali fenden do una folla entusiasta, con il Pontefice che non si è sot tratto all’abbraccio e ha ri cambiato con ampi gesti di saluto, sorrisi e benedizioni nel tripudio generale.

Gesti che ha ripetuto anche in se rata, affacciandosi al balco ne della Nunziatura visibil mente contento, per ri spondere alle migliaia di fedeli che lo invocavano scan dendo la frase «Papa, amigo, Angola està contigo».


Ecco, dunque, che i tre di scorsi pronunciati ieri (sul la pista dell’aeroporto di fronte al presidente José Eduardo Dos Santos, nel pa­lazzo presidenziale rivol gendosi al Corpo diplomatico e nella nunziatura al co spetto dei 25 vescovi della locale Conferenza episco­pale) assumono il valore di un ulteriore contraccambio per tanto affetto. Con le sue parole, infatti, come egli stesso sottolinea, il Papa vuole «offrire un cordiale in coraggiamento a prosegui re sulla via della pacifica zione e della ricostruzione». E non solo all’Angola, ma a tutta l’Africa. Questa visita, spiega Benedetto XVI, «nel mio spirito ha per orizzon te il Continente africano, anche se i miei passi – ag giunge – ho dovuto circo scriverli a Yaoundé e Luan da ». E di che cosa ha bisogno dunque questa terra? Tre sono le prospettive indica te dal Pontefice. Pace, de mocrazia, aiuto allo svilup po. La pace innanzitutto.
Ri cordando la sua nazionalità tedesca e quanto la Germa nia abbia sofferto a causa di «ideologie devastanti e di sumane », il Papa invita «al dialogo tra gli uomini come mezzo per superare ogni forma di conflitto e di ten sione e per fare di ogni Na zione una casa di pace e di fraternità». «Non arrende tevi alla legge del più forte» è il suo accorato appello. Con le «ali della fede e del la ragione non vi sarà diffi cile riconoscere nell’altro un fratello con gli stessi di ritti umani». Sono parole pronunciate già all’aeroporto, sotto un sole cocente che nel recen te passato è stato muto te stimone di una terribile guerra civile con più di mez zo milione di morti. E dun que assumono ancora mag gior valore in una nazione che ha trascorso in pratica 27 dei suoi 34 anni di indi pendenza (prima era una colonia portoghese) a dila niarsi. Anche qui, in un cer to senso, si potrebbe parla re di un’«Africa in miniatu ra » (ma per ragioni opposte a quelle del Camerun), poi ché purtroppo quello an golano non è stato il solo conflitto fratricida che ha insanguinato il continente dopo la fine del coloniali smo. Perciò la scena di pa ce e di gioia che si presenta al Papa ai piedi dell’aereo, dove lo attendono autorità e vescovi locali, e poi per le strade della capitale, è dav vero un simbolo di speran za.
Benedetto XVI sa, però, che l’assenza della guerra da so la non basta. E quando ar riva nel palazzo presiden ziale per la visita a Dos San­tos, che è ininterrottamen te al potere dal 1979, e per il discorso al Corpo diploma tico, mette anche l’accento sulla necessità di liberarsi « dal flagello dell’avidità, dalla violenza e dal disordi ne» .
Tra i principi di una moderna democrazia, spie ga il Papa, ci sono «il rispet to e la promozione dei di ritti umani, un governo tra­sparente, una magistratura indipendente, una comu nicazione sociale libera, un’onesta amministrazione pubblica, una rete di scuo le e di ospedali funzionanti in modo adeguato, e la fer ma determinazione, radi cata nella conversione dei cuori, di stroncare una vol ta per tutte la corruzione». E anche queste sono paro le sulle quali riflettere. Non solo qui a Luanda, ma in molti altri Stati africani, compreso il Camerun ap pena lasciato. Tra l’altro, a dimostrazione di quanto il cammino della democrazia sia ancora lungo, va regi strato il rifiuto della polizia all’ingresso del pool di gior nalisti del volo papale che doveva assistere alla ceri monia nel palazzo presi denziale.
A nulla sono valse le proteste.
Ma il discorso sulle pro spettive dell’Africa non sa rebbe completo senza il ri ferimento all’economia. Perciò, sempre parlando al Corpo diplomatico, mentre raccomanda agli africani di diventare «gli agenti prima ri del proprio sviluppo», Pa pa Ratzinger lancia un mo nito alla comunità interna zionale.
«Coordinare gli sforzi - chiede il Pontefice per realizzare gli impegni per lo sviluppo indicati dal Doha round», cioè dare lo 0,7 per cento del pil delle nazioni ricche all’aiuto allo sviluppo. « Un’assistenza ancor più necessaria oggi con la tempesta finanziaria mondiale in atto», sottoli nea il Papa, che conclude: « La Chiesa, la troverete sempre accanto ai poveri di questo continente » . Cosa che qui in Africa è più che e vidente. Anche se in Euro pa molti fingono di non ac corgersene.

© Copyright Avvenire, 21 marzo 2009


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Angola, secondo giorno del Papa
Incontrerà i giovani allo stadio


Ieri sera intanto, una folla di migliaia di persone si è radunata sotto la nunziatura, dove Ratzinger risiede

Due gli appuntamenti che attendono oggi Benedetto XVI, nel suo secondo giorno di visita a Luanda, in Angola.
Il Papa celebrerà messa alle 10 nella parrocchia di Sao Paulo con i vescovi, i sacerdoti, i religiosi, le suore, i movimenti cattolici del Paese.
Nel pomeriggio poi incontrerà i giovani nello stadio cittadino "Dos Coqueiros". Tra di loro ci saranno anche orfani, mutilati, vittime della guerra civile che ha flagellato l'Angola per 27 anni.

Ieri sera intanto, una folla di migliaia di persone si è radunata sotto la nunziatura, dove Ratzinger risiede. Il Papa si è affacciato dal balcone e, visibilmente contento per l'accoglienza e il calore, l'ha benedetta.

Subito dopo si è formato un corteo spontaneo, soprattutto di giovani e donne, che a lume di candela ha attraversato le vie del centro cittadino, con preghiere e canti.

© Copyright Unione Sarda online


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PAPA: PADRE LOMBARDI, NON HA PARLATO DI ABORTO TERAPEUTICO

di Salvatore Izzo

(AGI) - Luanda, 21 mar.

"Non ha parlato assolutamente di aborto terapeutico, non ha detto che deve essere rifiutato sempre: il Papa e' contro il concetto di salute riproduttiva che rintroduce largamente l'aborto come mezzo di controllo delle nascite".

Lo ha precisato padre Federico Lombardi, direttore della Sala stampa vaticana, riferendosi alle parole che il Pontefice ha rivolto ieri al corpo diplomatico.
Il direttore della Sala Stampa ha voluto, durante una conferenza stampa, fare il punto su un'affermazione di Benedetto XVI, fatta ieri durante il suo discorso al corpo diplomatico, che e' stata riportata male o interpretata male".

Padre Lombardi ha sottolineato che il Papa si e' riferito al protocollo Maputu, "un documento sui diritti della donna in Africa e su molti punti la Chiesa e' d'accordo, per esempio quello delle mutilazioni genitali e quello sulla liberta' del matrimonio".
Il direttore della sala stampa ha aggiunto che in quel documento c'e' un articolo in cui "si parla di salute materna e riproduttiva. Attraverso questo concetto oggi in diversi documenti internazionali si promuove un uso dell'aborto come mezzo di controllo delle nascite. Cioe', si dice mettere a disposizione ampiamente l'aborto assistito per evitare i rischi di quello clandestino. Ma non si e' posta nessuna liceita' dell'aborto".
Lombardi ha ribadito che il Papa non ha parlato "assolutamente di aborto terapeutico, non ha detto che deve essere sempre rifiutato, il Papa ha parlato contro il concetto di salute riproduttiva che introduce largamente l'aborto come mezzo di controllo delle nascite".
Nel suo discorso di ieri di fronte alle autorita' politiche dell'Angola, il Papa ha difeso la dignita' della donna, tema che rappresenta uno dei fili conduttori di tutto il suo Magistero, ha spiegato inoltre il direttore della Sala stampa della Santa Sede alla Radio Vaticana.
"'Questo - ha detto padre Lombardi - mi colpisce. E' uno dei fili che attraversano l'insegnamento del Papa in questo viaggio E mi sembra molto significativo, perche' effettivamente il ruolo della donna nella societa' africana e' assolutamente centrale. E quindi saperne riconoscere la dignita', aiutarne lo sviluppo e' una delle chiavi del progresso umano e spirituale dell'Africa".
In merito al tema dell'aborto terapeutico, padre Lombardi ha tenuto a chiarire con i giornalisti che si tratta di un concetto troppo generale, perche' vi si includono situazioni molto diverse tra loro: la Chiesa preferisce parlare di "aborto indiretto" terminologia che si riferisce ad esempio ad un'operazione chirurgica per la rimozione di un tumore all'utero che inevitabilmente comportasse la perdita del feto. E questo puo' essere accettato dalla Chiesa - che tuttavia ha canonizzato il medico italiano Gianna Beretta Molla che preferi' sacrificare la propria vita per far nascere la figlia - solo quando ci sono gravissimi pericoli di vita per la madre e non per altri motivi.
Padre Lombardi ha anche citato le considerazioni di mons. Rino Fisichella che sull'Osservatore Romano aveva criticato il vescovo di Recife per una dichiarazione relativa all'aborto praticato nel caso di una bambina di 13 anni che aveva subito uno stupro. Nell'articolo il presidente della Pontificia Accademia della Vita ricordava che "l'aborto provocato e' sempre stato condannato" con un insegnamento che "permane immutato ai nostri giorni fin dai primordi della Chiesa", tanto che "il Concilio Vaticano II nella 'Gaudium et spes' usa in maniera inaspettata parole inequivocabili e durissime contro l'aborto diretto", e anche il nuovo Codice di diritto canonico "usa l'espressione latae sententiae per indicare che la scomunica si attua nel momento stesso in cui il fatto avviene".
Ma, per mons. Fisichella, il vescovo brasiliano ha sbagliato a pronunciare quelle sue parole di condanna: in questo caso, infatti, poteva esserci un reale pericolo di vita per la bambina e anche in caso contrario "non c'era bisogno di tanta urgenza e pubblicita' nel dichiarare un fatto automatico". E "cio' di cui si sente maggiormente il bisogno in questo momento e' invece il segno di una testimonianza di vicinanza
con chi soffre, un atto di misericordia che, pur mantenendo fermo il principio, e' capace di guardare oltre la sfera giuridica per raggiungere cio' che il diritto stesso prevede come scopo della sua esistenza: il bene e la salvezza delle persone".

© Copyright (AGI)


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Osate, abbiate il coraggio di scegliere

Roma, 21 mar. (Apcom)

Il Papa invita i giovani dell'Angola e, idealmente di tutta l'Africa, a non aver paura di "prendere decisioni definitive".
"Generosità non vi manca, lo so - avvisa Benedetto XVI davanti a oltre 30mila giovani riuniti nello stadio dos Coquieros di Luanda, nel secondo giorno di permanenza nel Paese -. Ma di fronte al rischio di impegnarsi per tutta la vita, sia nel matrimonio che in una vita di speciale consacrazione, provate paura".
Ed ecco l'allarme del Pontefice: "La cultura sociale dominante non vi aiuta a vivere la parola di Gesù e neppure il dono di voi stessi a cui Egli vi invita secondo il disegno del Padre. Carissimi amici, la forza si trova dentro di voi".
Il Papa pensa alle preoccupazioni che attanagliano i giovani. "Il mondo vive in continuo movimento e la vita è piena di possibilità. Potrò io disporre in questo momento della mia vita intera - domanda il Pontefice rivolgendosi ai giovani - ignorando gli imprevisti che essa mi riserva? Non sarà che io, con una decisione definitiva, mi gioco la mia libertà e mi lego con le mie stesse mani?'. Tali sono i dubbi che vi assalgono - osserva Benedetto XVI - e l'attuale cultura individualistica e edonista li esaspera. Ma quando il giovane non si decide, corre il rischio di restare un eterno bambino!".
Da qui l'invito: "Io vi dico: Coraggio! Osate decisioni definitive, perché in verità queste sono le sole che non distruggono la libertà, ma ne creano la giusta direzione, consentendo di andare avanti e di raggiungere qualcosa di grande nella vita. Non c'è dubbio - prosegue Ratzinger - che la vita ha valore soltanto se avete il coraggio dell'avventura, la fiducia che il Signore non vi lascerà mai soli. Gioventù angolana, libera dentro di te lo Spirito Santo, la forza dall'Alto! Con fiducia in questa forza, come Gesù, rischia questo salto per così dire nel definitivo e, con ciò, offri una possibilità alla vita! Così verranno a crearsi tra voi delle isole, delle oasi e poi grandi superfici di cultura cristiana". "Questa è la vita che merita di essere vissuta e che di cuore vi auguro. Viva la gioventù di Angola!".

© Copyright Apcom


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PAPA: "SIAMO TUTTI LAVORATORI NELLA VIGNA DEL SIGNORE"

Salvatore Izzo

(AGI) - Luanda, 21 mar.

Joseph Ratzinger che il 19 aprile del 2005, affacciandosi dalla Loggia della Basilica di San Pietro per la prima volta da Papa, si era descritto alla folla come "un umile lavoratore della Vigna del Signore" e’ tornato oggi ad utilizzare questa immagine evangelica rivolgendosi a 1500 sacerdoti cattolici dell’Angola e a centinaia di religiosi e religiose peresenti nella parrochhia di San Paolo dove ha celebrato la messa.
"Cari fratelli e sorelle - ha detto - provo una grande gioia nel trovarmi oggi in mezzo a voi, miei compagni di giornata nella vigna del Signore; di questa vi occupate con cura quotidiana preparando il vino della Misericordia divina e versandolo poi sulle ferite del vostro popolo cosi’ tribolato. Vi saluto tutti, donne e uomini dediti alla causa di Gesu’ Cristo che qui vi trovate e quanti ne rappresentate: vescovi, presbiteri, consacrate e consacrati, seminaristi, catechisti, leaders dei piu’ diversi Movimenti e Associazioni di questa amata Chiesa di Dio. Desidero ricordare inoltre le religiose contemplative, presenza invisibile ma estremamente feconda per i passi di tutti noi".
Tra i religiosi il Papa si e’ poi rivolto in particolare ai salesiani che reggono la parrocchia di san Paolo che ha ospitato il rito. In proposito, Benedetto XVI ha sottolineato che la parrocchia di San Paolo (come tutte le parrocchie del mondo) non e’ solo dei Figli di Don Bosco ma e’ soprattutto dei fedeli che oggi, ha detto, "ci accolgono nella loro chiesa, senza esitare per questo a cederci il posto che abitualmente spetta ad essi nell’assemblea liturgica".
"Ho saputo - ha continuato - che si trovano radunati nel campo adiacente e spero, al termine di quest’Eucaristia, di poterli vedere e benedire, ma fin d’ora dico il mio grazie. Dio susciti in mezzo a voi e per mezzo vostro tanti apostoli nella scia del vostro Patrono".

© Copyright (AGI)


PAPA: LIBERARE AFRICA DA EUTANASIA DI STRADA E SUPERSTIZIONI

(AGI) - Luanda, 21 mar.

Ci sono in Africa forme di eutanasia basate sulla superstizione. La Chiesa deve contribuire a sradicare questo orrendo fenomeno. Lo chiede il Papa nell’omelia della messa celebrata questa mattina a Luanda per sacerdoti e religiosi delle diocesi dell’Angola. "Arrivano al punto - denuncia il Papa - di condannare bambini della strada e anche i piu’ anziani, perche’, dicono, sono stregoni".
Per Papa Ratzinger, la Chiesa deve dunque avere il coraggio della denuncia e dell'azione davanti a situazioni crudeli (che in molte zone dell’Africa di fatto ancora persistono nel terzo millennio) come l’abbandono di vecchi e bambini (anche neonati, quando la mamma muore in seguito al parto) a morire di stenti in strada o sbranati dalle belve nella foresta. Gesu’, infatti, "e’ stato proprio Lui, come buon medico, ad aprire la ferita, affinche’ la piaga guarisse".
"Sulla scia degli eroici e santi messaggeri di Dio", i missionari che 500 anni fa portarono il Vangelo in Angola, oggi, ricorda il Papa ai vescovi, sacerdoti e fedeli cattolici del grande paese africano, siete chiamati a "offrire Cristo risorto ai vostri concittadini, tanti dei quali vivono nella paura degli spiriti, dei poteri nefasti da cui si credono minacciati" e sono "disorientati". A tutti, spiega, bisogna "annunziare che Cristo ha vinto la morte e tutti quegli oscuri poteri". E a chi obietta: "perche’ non li lasciamo in pace?
Essi hanno la loro verita’; e noi, la nostra. Cerchiamo di convivere pacificamente, lasciando ognuno com’e’, perche’ realizzi nel modo migliore la propria autenticita’", il Papa teologo invita a rispondere con la testimonianza: "se noi siamo convinti e abbiamo fatto l’esperienza che, senza Cristo, la vita e’ incompleta, le manca la realta’ fondamentale, dobbiamo essere convinti anche del fatto che non facciamo ingiustizia a nessuno se gli presentiamo Cristo e gli diamo la possibilita’ di trovare, in questo modo, anche la sua vera autenticita’, la gioia di avere trovato la vita. Anzi - insiste - dobbiamo farlo, e’ un obbligo nostro offrire a tutti questa possibilita’ di raggiungere la vita eterna". "Venerati e amati fratelli e sorelle - invita Benedetto XVI - diciamo loro come il popolo israelita: ’Venite, ritorniamo al Signore: Egli ci ha straziato ed Egli ci guarira’. Aiutiamo la miseria umana ad incontrarsi con la Misericordia divina".

© Copyright (AGI)


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Dal blog di Lella...

Chiesa e aids

La cifra della verità

di Lucetta Scaraffia

Certamente la cifra della missione di Benedetto XVI è la verità. E lo è per tutto, anche per il problema dell'aids e dei preservativi, un tema scottante che - si poteva facilmente immaginare - sarebbe stato toccato nel corso del suo viaggio in Africa.

In mezzo alle polemiche suscitate dalle sue parole, uno dei più prestigiosi quotidiani europei, il britannico "Daily Telegraph", ha avuto il coraggio di scrivere che, sul tema dei preservativi, il Papa ha ragione.

"Certo l'aids - si legge nell'articolo - pone il tema della fragilità umana e da questo punto di vista tutti dobbiamo interrogarci su come alleviare le sofferenze. Ma il Papa è chiamato a parlare della verità dell'uomo. È il suo mestiere: guai se non lo facesse".
Il problema dell'aids si è presentato subito, da quando la malattia si è manifestata negli Stati Uniti nei primi anni Ottanta, non solo dal punto di vista medico, ma anche da quello culturale: lo scoppio dell'epidemia colse di sorpresa una società che credeva di avere sconfitto tutte le malattie infettive, e fin dall'inizio ha toccato un ambito, quello dei rapporti sessuali, che era appena stato "liberato" dalla rivoluzione appunto sessuale. Con una malattia che metteva in discussione il "progresso" appena raggiunto e che si diffondeva rapidamente grazie anche a quella ondata di cosmopolitismo che si stava realizzando con i nuovi veloci mezzi di trasporto.
Fu subito chiaro che quella patologia era frutto di una modernità avanzata e di una profonda trasformazione dei costumi, e che forse la lotta per prevenirla avrebbe dovuto tenere presente anche tali aspetti. Invece, nel mondo occidentale, le campagne di prevenzione sono state basate esclusivamente sull'uso del preservativo, dando per scontato l'obbligo di non esercitare alcuna interferenza sui comportamenti delle persone. Il "progresso" non si doveva mettere in discussione; neppure in Africa, dove era evidente - e dove tuttora è evidente, se solo si leggessero con onestà i dati dell'Organizzazione mondiale della sanità sulla diffusione dell'aids - che la distribuzione di preservativi non serve da sola ad arginare l'epidemia.
Il preservativo, in Africa, non è usato nel modo "perfetto" - l'unico che garantisce il 96 per cento di difesa dall'infezione - ma nel modo "tipico", e cioè con un utilizzo non continuato e non appropriato, che offre solo un 87 per cento di difesa, e per di più dà una sicurezza che può essere pericolosa nel mettersi in rapporto con gli altri: come si sa, l'aids non si trasmette solo attraverso il rapporto sessuale, ma anche per via ematica; basta quindi un'abrasione, un po' di sangue, per aprire la possibilità di contagio. Bisogna anche ricordare, come è scritto sulle puntigliose istruzioni d'uso delle scatole di preservativi, che questi si possono danneggiare facilmente con il caldo - sono di lattice! - e se vengono toccati con mani non lisce, come quelle di coloro che fanno lavori manuali. Ma le industrie farmaceutiche, tanto precise nel segnalare questi pericoli, sono poi le stesse che appoggiano la leggenda secondo cui la diffusione dei preservativi può salvare la popolazione africana dall'epidemia: e si può facilmente immaginare che ogni idea per diffonderne l'uso sia accolta con vero giubilo dai loro uffici commerciali.
L'unico Paese dell'Africa che ha ottenuto risultati buoni nella lotta all'epidemia è l'Uganda, con il metodo Abc, in cui A sta per astinenza, B per fedeltà e C per condom, un metodo certo non del tutto aderente alle indicazioni della Chiesa. Persino la rivista "Science" ha riconosciuto nel 2004 che la parte più riuscita del programma è stata il cambiamento di comportamento sessuale, con una riduzione del 60 per cento delle persone che dichiaravano di avere avuto più rapporti sessuali e l'aumento della percentuale dei giovani fra i 15 e i 19 anni che si astenevano dal sesso, tanto da scrivere: "Questi dati suggeriscono che la riduzione del numero dei partner sessuali e l'astinenza fra i giovani non sposati anziché l'uso del condom sono stati i fattori rilevanti nella riduzione dell'incidenza all'Hiv".

Molti Paesi occidentali non vogliono riconoscere la verità delle parole dette da Benedetto XVI sia per motivi economici - i preservativi costano, mentre l'astinenza e la fedeltà sono ovviamente gratuite - sia perché temono che dare ragione alla Chiesa su un punto centrale del comportamento sessuale possa significare un passo indietro in quella fruizione del sesso puramente edonistica e ricreativa che è considerata un'importante acquisizione della nostra epoca.

Il preservativo viene esaltato al di là delle sue effettive capacità di arrestare l'aids perché permette alla modernità di continuare a credere in se stessa e nei suoi principi, e perché sembra ristabilire il controllo della situazione senza cambiare niente.

È proprio perché toccano questo punto nevralgico, questa menzogna ideologica, che le parole del Papa sono state tanto criticate. Ma Benedetto XVI, che lo sapeva benissimo, è rimasto fedele alla sua missione, quella di dire la verità.

(©L'Osservatore Romano - 22 marzo 2009)



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Papa Ratzi Superstar

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"CON IL CUORE SPEZZATO... SEMPRE CON TE!"
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Discorso del Papa ai Vescovi dell'Angola e São Tomé



LUANDA, sabato, 21 marzo 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato questo venerdì da Benedetto XVI durante l'incontro con i Vescovi dell'Angola e São Tomé nella Cappella della Nunziatura Apostolica di Luanda.






* * *

Signor Cardinale,
Carissimi Vescovi di Angola e São Tomé!

Provo una gioia immensa nel potervi incontrare in questa sede che l’Angola ha riservato al Successore di Pietro – di solito nella persona di un suo Rappresentante –, quale espressione visibile dei legami che uniscono i vostri Popoli alla Chiesa cattolica, la quale da più di cinquecento anni si rallegra di potervi annoverare tra i suoi figli. Si innalzino, concordi e ferventi, le nostre lodi a Dio Padre che, per opera e grazia dello Spirito Santo, non cessa di generare il Corpo mistico del suo Figlio con i lineamenti angolani e santomensi, senza perdere con ciò le fisionomie ebrea, romana, portoghese e tante altre acquistate prima, «poiché quanti siete stati battezzati in Cristo (…), siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3, 27.28). Il buon Dio, per portare avanti oggi quest’opera della gestazione del Cristo totale mediante la fede e il battesimo, ha voluto avere bisogno di me e di voi, venerati Fratelli; non desti quindi stupore che le doglie del parto si facciano sentire in noi finché Cristo non sia completamente formato (cfr Gal 4, 19) nel cuore del vostro popolo. Dio vi ricompenserà di ogni fatica apostolica che avete portato avanti in condizioni difficili, sia durante la guerra sia nei giorni presenti a contatto con tante limitazioni, contribuendo in questo modo a dare alla Chiesa in Angola e in São Tomé e Príncipe quel dinamismo che tutti le riconoscono.

Consapevole del ministero che sono stato chiamato a svolgere al servizio della comunione ecclesiale, vi prego di farvi interpreti della mia costante sollecitudine verso le vostre comunità, che saluto con sincero affetto nella persona di ognuno dei membri di questa Conferenza episcopale. Rivolgo un saluto particolare al vostro Presidente, Mons. Damião Franklin, che ringrazio per le parole di benvenuto che a nome vostro mi ha rivolto, evidenziando il vostro impegno per un puntuale discernimento e per il conseguente piano unitario da attuare nelle vostre comunità diocesane «per rendere idonei i fratelli (…), finché arriviamo tutti allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo» (Ef 4, 12.13). Infatti, contro un diffuso relativismo che nulla riconosce come definitivo e anzi tende ad erigere a misura ultima l’io personale e i suoi capricci, noi proponiamo un’altra misura: il Figlio di Dio, che è anche vero uomo. È Lui la misura del vero umanesimo. Il cristiano di fede adulta e matura non è colui che segue le onde della moda e l’ultima novità, ma colui che vive profondamente radicato nell’amicizia di Cristo. Questa amicizia ci apre verso tutto ciò che è buono e ci offre il criterio per discernere tra errore e verità.

Certamente decisivo in ordine al futuro della fede e all’indirizzo globale della vita della Nazione è il campo della cultura, in cui la Chiesa gode di rinomate istituzioni accademiche, le quali devono proporsi come punto d’onore di far sì che la voce dei cattolici sia sempre presente nel dibattito culturale della Nazione, perché si rafforzino le capacità di elaborare razionalmente, alla luce della fede, le tante questioni che sorgono nei diversi ambiti della scienza e della vita. Inoltre la cultura e i modelli di comportamento si trovano oggi sempre più condizionati e caratterizzati dalle immagini proposte dai mezzi di comunicazione sociale; perciò è lodevole ogni vostro sforzo per avere, anche a questo livello, una capacità di comunicazione che vi metta in grado di offrire a tutti un’interpretazione cristiana degli eventi, dei problemi e delle realtà umane.

Una di queste realtà umane, oggi esposta a parecchie difficoltà e minacce, è la famiglia, la quale ha un particolare bisogno di essere evangelizzata e concretamente sostenuta, poiché, alla fragilità ed instabilità interna di tante unioni coniugali, si viene ad aggiungere la tendenza diffusa nella società e nella cultura di contestare il carattere unico e la missione propria della famiglia fondata sul matrimonio. Nella vostra sollecitudine di Pastori nei confronti di ogni essere umano, continuate ad alzare la voce in difesa della sacralità della vita umana e del valore dell’istituto matrimoniale e per la promozione del ruolo che ha la famiglia nella Chiesa e nella società, chiedendo misure economiche e legislative che le rechino sostegno nella generazione e nell’educazione dei figli.

Mi rallegro per la presenza nelle vostre Nazioni sia di tante comunità vibranti di fede, con un laicato impegnato che si dedica a parecchie opere di apostolato, sia di un numero consistente di vocazioni al ministero ordinato e alla vita consacrata, in special modo quella contemplativa: costituiscono un vero segno di speranza per il futuro. E mentre il clero diventa sempre più autoctono, desidero prestare omaggio al lavoro svolto pazientemente ed eroicamente dai missionari per annunziare Cristo e il suo Vangelo e per far nascere le comunità cristiane di cui oggi siete responsabili. Vi invito a seguire da vicino i vostri presbiteri, preoccupandovi della loro formazione permanente a livello sia teologico che spirituale, e mantenendovi attenti alle loro condizioni di vita e d’esercizio della propria missione, affinché siano autentici testimoni della Parola che annunziano e dei Sacramenti che celebrano. Possano, nel dono di se stessi a Cristo e al popolo di cui sono i pastori, rimanere fedeli alle esigenze del loro stato e vivere il loro ministero presbiterale come un vero cammino di santità, cercando di farsi santi per suscitare intorno a sé nuovi santi.

Venerati Fratelli, nell’affidarmi al vostro orante ricordo presso il Signore, vi assicuro da parte mia una speciale preghiera a Colui che è il vero Sposo della Chiesa, da Lui amata, protetta e nutrita: il Figlio unigenito del Dio vivente, Gesù Cristo Nostro Signore. Egli sostenga con la sua grazia i vostri impegni pastorali, perché diventino fecondi secondo l’esempio e sotto la protezione dell’Immacolato Cuore della Vergine Madre. Con tali sentimenti, imparto la mia Benedizione ad ognuno di voi, ai vostri presbiteri, alle persone consacrate, ai seminaristi, ai catechisti e a tutti i fedeli laici, membri del gregge che Dio vi ha affidato.



[© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana]





Omelia del Papa per i lavoratori nella vigna del Signore in Angola


“Affrettiamoci a conoscere il Signore”





LUANDA, sabato, 21 marzo 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l'omelia pronunciata questo sabato mattina da Benedetto XVI nel presiedere la Messa presso la Chiesa di São Paulo per i Vescovi, i sacerdoti, i religiosi e le religiose, i Movimenti ecclesiali ed i catechisti dell’Angola e São Tomé.










* * *

Carissimi fratelli e sorelle,
Amati lavoratori della vigna del Signore!

Come abbiamo sentito, i figli d’Israele si dicevano l’un l’altro: «Affrettiamoci a conoscere il Signore». Essi si rincuoravano con queste parole, mentre si vedevano sommersi dalle tribolazioni. Queste erano cadute su di loro – spiega il profeta – perché vivevano nell’ignoranza di Dio; il loro cuore era povero d’amore. E il solo medico in grado di guarirlo era il Signore. Anzi, è stato proprio Lui, come buon medico, ad aprire la ferita, affinché la piaga guarisse. E il popolo si decide: «Venite, ritorniamo al Signore: Egli ci ha straziato ed Egli ci guarirà» (Os 6, 1). In questo modo hanno potuto incrociarsi la miseria umana e la Misericordia divina, la quale null’altro desidera se non accogliere i miseri.

Lo vediamo nella pagina del Vangelo proclamata: «Due uomini salirono al tempio a pregare»; di là, uno «tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro» (Lc 18, 10.14). Quest’ultimo aveva esposto tutti i suoi meriti davanti a Dio, quasi facendo di Lui un suo debitore. In fondo, egli non sentiva il bisogno di Dio, anche se Lo ringraziava per avergli concesso di essere così perfetto e «non come questo pubblicano». Eppure sarà proprio il pubblicano a scendere a casa sua giustificato. Consapevole dei suoi peccati, che lo fanno rimanere a testa bassa – in realtà però egli è tutto proteso verso il Cielo –, egli aspetta ogni cosa dal Signore: «O Dio, abbi pietà di me peccatore» (Lc 18, 13). Egli bussa alla porta della Misericordia, la quale si apre e lo giustifica, «perché – conclude Gesù – chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato» (Lc 18, 14).

Di questo Dio, ricco di Misericordia, ci parla per esperienza personale san Paolo, patrono della città di Luanda e di questa stupenda chiesa, edificata quasi cinquant’anni fa. Ho voluto sottolineare il bimillenario della nascita di san Paolo con il Giubileo paolino in corso, allo scopo di imparare da lui a conoscere meglio Gesù Cristo. Ecco la testimonianza che egli ci ha lasciato: «Questa parola è sicura e degna di essere da tutti accolta: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io. Ma appunto per questo io ho ottenuto misericordia, perché Gesù Cristo ha voluto dimostrare in me, per primo, tutta la sua magnanimità, affinché «fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in Lui per avere la vita eterna» (1 Tm 1, 15-16). E, con il passare dei secoli, il numero dei raggiunti dalla grazia non ha cessato di aumentare. Tu ed io siamo di loro. Rendiamo grazie a Dio perché ci ha chiamati ad entrare in questa processione dei tempi per farci avanzare verso il futuro. Seguendo coloro che hanno seguito Gesù, con loro seguiamo lo stesso Cristo e così entriamo nella Luce.

Cari fratelli e sorelle, provo una grande gioia nel trovarmi oggi in mezzo a voi, miei compagni di giornata nella vigna del Signore; di questa vi occupate con cura quotidiana preparando il vino della Misericordia divina e versandolo poi sulle ferite del vostro popolo così tribolato. Mons. Gabriel Mbilingi si è fatto interprete delle vostre speranze e fatiche nelle gentili parole di benvenuto che mi ha rivolto. Con animo grato e pieno di speranza, vi saluto tutti – donne e uomini dediti alla causa di Gesù Cristo – che qui vi trovate e quanti ne rappresentate: Vescovi, presbiteri, consacrate e consacrati, seminaristi, catechisti, leaders dei più diversi Movimenti e Associazioni di questa amata Chiesa di Dio. Desidero ricordare inoltre le religiose contemplative, presenza invisibile ma estremamente feconda per i passi di tutti noi. Mi sia permessa infine una parola particolare di saluto ai Salesiani e ai fedeli di questa parrocchia di san Paolo che ci accolgono nella loro chiesa, senza esitare per questo a cederci il posto che abitualmente spetta ad essi nell’assemblea liturgica. Ho saputo che si trovano radunati nel campo adiacente e spero, al termine di quest’Eucaristia, di poterli vedere e benedire, ma fin d’ora dico loro: «Grazie tante! Dio susciti in mezzo a voi e per mezzo vostro tanti apostoli nella scia del vostro Patrono».

Fondamentale nella vita di Paolo è stato il suo incontro con Gesù, quando camminava per la strada verso Damasco: Cristo gli appare come luce abbagliante, gli parla, lo conquista. L’apostolo ha visto Gesù risorto, ossia l’uomo nella sua statura perfetta. Quindi si verifica in lui un’inversione di prospettiva, ed egli giunge a vedere ogni cosa a partire da questa statura finale dell’uomo in Gesù: ciò che prima gli sembrava essenziale e fondamentale, adesso per lui non vale più della «spazzatura»; non è più «guadagno» ma perdita, perché ora conta soltanto la vita in Cristo (cfr Fl 3, 7-8). Non si tratta di semplice maturazione dell’«io» di Paolo, ma di morte a se stesso e di risurrezione in Cristo: è morta in lui una forma di esistenza; una forma nuova è nata in lui con Gesù risorto.

Miei fratelli e amici, «affrettiamoci a conoscere il Signore» risorto! Come sapete, Gesù, uomo perfetto, è anche il nostro vero Dio. In Lui, Dio è diventato visibile ai nostri occhi, per farci partecipi della sua vita divina. In questo modo, viene inaugurata con Lui una nuova dimensione dell’essere, della vita, nella quale viene integrata anche la materia e mediante la quale sorge un mondo nuovo. Ma questo salto di qualità della storia universale che Gesù ha compiuto al nostro posto e per noi, in concreto come raggiunge l’essere umano, permeando la sua vita e trascinandola verso l’Alto? Raggiunge ciascuno di noi attraverso la fede e il Battesimo. Infatti, questo sacramento è morte e risurrezione, trasformazione in una vita nuova, a tal punto che la persona battezzata può affermare con Paolo: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gl 2, 20). Vivo io, ma già non più io. In certo modo, mi viene tolto il mio io, e viene integrato in un Io più grande; ho ancora il mio io, ma trasformato e aperto agli altri mediante il mio inserimento nell’Altro: in Cristo, acquisto il mio nuovo spazio di vita. Che cosa è dunque avvenuto di noi? Risponde Paolo: Voi siete diventati uno in Cristo Gesù (cfr Gl 3, 28).

E, mediante questo nostro essere cristificato per opera e grazia dello Spirito di Dio, pian piano si va completando la gestazione del Corpo di Cristo lungo la storia. In questo momento, mi piace andare col pensiero indietro di cinquecento anni, ossia agli anni 1506 e seguenti, quando in queste terre, allora visitate dai portoghesi, venne costituito il primo regno cristiano sub-sahariano, grazie alla fede e alla determinazione del re Dom Afonso I Mbemba-a-Nzinga, che regnò dal menzionato anno 1506 fino al 1543, anno in cui morì; il regno rimase ufficialmente cattolico dal secolo XVI fino al XVIII, con un proprio ambasciatore in Roma. Vedete come due etnie tanto diverse – quella banta e quella lusiade – hanno potuto trovare nella religione cristiana una piattaforma d’intesa, e si sono impegnate poi perché quest’intesa durasse a lungo e le divergenze – ce ne sono state, e di gravi – non separassero i due regni! Di fatto, il Battesimo fa sì che tutti i credenti siano uno in Cristo.

Oggi spetta a voi, fratelli e sorelle, sulla scia di quegli eroici e santi messaggeri di Dio, offrire Cristo risorto ai vostri concittadini. Tanti di loro vivono nella paura degli spiriti, dei poteri nefasti da cui si credono minacciati; disorientati, arrivano al punto di condannare bambini della strada e anche i più anziani, perché – dicono – sono stregoni. Chi può recarsi da loro ad annunziare che Cristo ha vinto la morte e tutti quegli oscuri poteri (cfr Ef 1, 19-23; 6, 10-12)? Qualcuno obietta: «Perché non li lasciamo in pace? Essi hanno la loro verità; e noi, la nostra. Cerchiamo di convivere pacificamente, lasciando ognuno com’è, perché realizzi nel modo migliore la propria autenticità». Ma, se noi siamo convinti e abbiamo fatto l’esperienza che, senza Cristo, la vita è incompleta, le manca una realtà – anzi la realtà fondamentale –, dobbiamo essere convinti anche del fatto che non facciamo ingiustizia a nessuno se gli presentiamo Cristo e gli diamo la possibilità di trovare, in questo modo, anche la sua vera autenticità, la gioia di avere trovato la vita. Anzi, dobbiamo farlo, è un obbligo nostro offrire a tutti questa possibilità di raggiungere la vita eterna.

Venerati e amati fratelli e sorelle, diciamo loro come il popolo israelita: «Venite, ritorniamo al Signore: Egli ci ha straziato ed Egli ci guarirà». Aiutiamo la miseria umana ad incontrarsi con la Misericordia divina. Il Signore fa di noi i suoi amici, Egli si affida a noi, ci consegna il suo Corpo nell’Eucaristia, ci affida la sua Chiesa. E allora dobbiamo essere davvero suoi amici, avere un solo sentire con Lui, volere ciò che Egli vuole e non volere ciò che Egli non vuole. Gesù stesso ha detto: «Voi siete miei amici, se farete ciò che Io vi comando» (Gv 15, 14). Sia questo il nostro impegno comune: fare, tutti insieme, la sua santa volontà: «Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc 16, 15). Abbracciamo la sua volontà, come ha fatto san Paolo: «Predicare il Vangelo (…) è un dovere per me: guai a me se non annuncio il Vangelo!» (1 Cr 9, 16).

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Discorso del Papa ai giovani nello Stadio dos Coqueiros di Luanda



LUANDA, sabato, 21 marzo 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato questo sabato da Benedetto XVI durante l'incontro con i giovani nello Stadio dos Coqueiros di Luanda che ha avuto per tema: "Ecco, io faccio nuove tutte le cose" (Ap, 21,5).

All'incontro erano presenti anche rappresentanze di giovani orfani e mutilati, vittime della guerra civile.






* * *

Carissimi amici!

Siete venuti in gran numero, in rappresentanza di molti altri spiritualmente a voi uniti, per incontrare il Successore di Pietro e, insieme a me, proclamare davanti a tutti la gioia di credere in Gesù Cristo e rinnovare l’impegno di essere suoi fedeli discepoli in questo nostro tempo. Un identico incontro ha avuto luogo in questa stessa città, in data 7 giugno 1992, con l’amato Papa Giovanni Paolo II. Con lineamenti un po’ diversi, ma con lo stesso amore nel cuore, ecco davanti a voi l’attuale Successore di Pietro, che vi abbraccia tutti in Gesù Cristo, che "è lo stesso ieri, oggi e per sempre" (Eb 13,8).

Prima di tutto, voglio ringraziarvi per questa festa che voi mi fate, per questa festa che voi siete, per la vostra presenza e la vostra gioia. Rivolgo un saluto affettuoso ai venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio e ai vostri animatori. Di cuore ringrazio e saluto quanti hanno preparato quest’Incontro e, in particolare, la Commissione episcopale per la Gioventù e le Vocazioni con il suo Presidente, Mons. Kanda Almeida, che ringrazio per le cordiali parole di benvenuto rivoltemi. Saluto tutti i giovani, cattolici e non cattolici, alla ricerca di una risposta per i loro problemi, alcuni dei quali sicuramente riferiti dai vostri Rappresentanti, le cui parole ho ascoltato con gratitudine. L’abbraccio che ho scambiato con loro vale naturalmente per tutti voi.

Incontrare i giovani fa bene a tutti! Essi hanno a volte tante difficoltà, ma portano con sé tanta speranza, tanto entusiasmo, tanta voglia di ricominciare. Giovani amici, voi custodite in voi stessi la dinamica del futuro. Vi invito a guardarlo con gli occhi dell’apostolo Giovanni: «Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra (…) e anche la città santa, la nuova Gerusalemme scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono: "Ecco la dimora di Dio con gli uomini"» (Ap 21, 1-3). Carissimi amici, Dio fa la differenza. A cominciare dalla serena intimità fra Dio e la coppia umana nel giardino dell’Eden, passando alla gloria divina che irradiava dalla Tenda della Riunione in mezzo al popolo d’Israele durante la traversata del deserto, fino all’incarnazione del Figlio di Dio che si è indissolubilmente unito all’uomo in Gesù Cristo. Questo stesso Gesù riprende la traversata del deserto umano passando attraverso la morte e arriva alla risurrezione, trascinando con sé verso Dio l’intera umanità. Ora Gesù non si trova più confinato in un luogo e in un tempo determinato, ma il suo Spirito, lo Spirito Santo, emana da Lui e entra nei nostri cuori, unendoci così con Gesù stesso e con Lui al Padre – con il Dio uno e trino.

Sì, miei cari amici! Dio fa la differenza… Di più! Dio ci fa differenti, ci fa nuovi. Tale è la promessa che Egli stesso ci fa: «Ecco io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21, 5). Ed è vero! Ce lo dice l’apostolo san Paolo: «Se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove. Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con se mediante Cristo» (2 Cr 5, 17-18). Essendo salito al Cielo ed essendo entrato nell’eternità, Gesù Cristo è diventato Signore di tutti i tempi. Perciò, può farsi nostro compagno nel presente, portando il libro dei nostri giorni nella sua mano: in essa sostiene fermamente il passato, con le sorgenti e le fondamenta del nostro essere; in essa custodisce gelosamente il futuro, lasciandoci intravedere l’alba più bella di tutta la nostra vita che da lui irradia, ossia la risurrezione in Dio. Il futuro dell’umanità nuova è Dio; proprio un iniziale anticipo di ciò è la sua Chiesa. Quando ne avrete la possibilità, leggetene con attenzione la storia: potrete rendervi conto che la Chiesa, nello scorrere degli anni, non invecchia; anzi diventa sempre più giovane, perché cammina incontro al Signore, avvicinandosi ogni giorno di più alla sola e vera sorgente da dove scaturisce la gioventù, la rigenerazione, la forza della vita.

Amici che mi ascoltate, il futuro è Dio. Come abbiamo ascoltato poc’anzi, Egli «tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate» (Ap 21, 4). Nel frattempo, vedo qui presenti alcuni delle migliaia di giovani angolani mutilati in conseguenza della guerra e delle mine, penso alle innumerevoli lacrime che tanti di voi hanno versato per la perdita dei familiari, e non è difficile immaginare le nubi grigie che coprono ancora il cielo dei vostri sogni migliori… Leggo nel vostro cuore un dubbio, che voi rivolgete a me: «Questo è ciò che abbiamo. Quello che tu ci dici non si vede! La promessa ha la garanzia divina – e noi vi crediamo –, ma Dio quando si alzerà per rinnovare ogni cosa?». La risposta di Gesù è la stessa che Egli ha dato ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, vi avrei mai detto: Vado a prepararvi un posto?» (Gv 14, 1-2). Ma voi, carissimi giovani, insistete: «D’accordo! Ma quando accadrà questo?» Ad una domanda simile fatta dagli apostoli, Gesù rispose: «Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta, ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni (…) fino agli estremi confini della terra» (At 1, 7-8). Guardate che Gesù non ci lascia senza risposta; ci dice chiaramente una cosa: il rinnovamento inizia dentro; riceverete una forza dall’Alto. La forza dinamica del futuro si trova dentro di voi.

Si trova dentro… ma come? Come la vita è dentro un seme: così ha spiegato Gesù, in un’ora critica del suo ministero. Era iniziato – il suo ministero - con grande entusiasmo, poiché la gente vedeva i malati guariti, i demoni cacciati, il Vangelo annunziato; ma, per il resto, il mondo andava avanti come prima: i romani dominavano ancora; la vita era difficile nel susseguirsi dei giorni, nonostante ci fossero quei segni, quelle belle parole. E l’entusiasmo si era andato spegnendo, fino al punto che parecchi discepoli avevano abbandonato il Maestro (cfr Gv 6, 66), che predicava ma non cambiava il mondo. E tutti si domandavano: In fondo che valore ha questo messaggio? Cosa ci porta questo Profeta di Dio? Allora Gesù parlò di un seminatore che semina nel campo del mondo, e spiegò poi che il seme è la sua Parola (cfr Mc 4, 3-20), sono le guarigioni operate: davvero poca cosa se paragonate con le enormi carenze e "macas" [difficoltà] della realtà di ogni giorno. Eppure nel seme è presente il futuro, perché il seme porta dentro di sé il pane di domani, la vita di domani. Il seme sembra quasi niente, ma è la presenza del futuro, è promessa presente già oggi; quando cade in terra buona fruttifica trenta, sessanta ed anche cento volte tanto.

Amici miei, voi siete un seme gettato da Dio nella terra; esso porta nel cuore una forza dell’Alto, la forza dello Spirito Santo. Tuttavia per passare dalla promessa di vita al frutto, la sola via possibile è offrire la vita per amore, è morire per amore. Lo ha detto lo stesso Gesù: «Se il seme caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita, la perde e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna» (cfr Gv 12, 24-25). Così ha parlato Gesù, e così ha fatto: la sua crocifissione sembra il fallimento totale, ma non lo è! Gesù, animato dalla forza di «uno Spirito eterno, offrì se stesso senza macchia a Dio» (Eb 9, 14). E in questo modo, caduto cioè in terra, Egli ha potuto dar frutto in ogni tempo e lungo tutti i tempi. E in mezzo a voi si trova il nuovo Pane, il Pane della vita futura, la Santissima Eucaristia che ci alimenta e fa sbocciare la vita trinitaria nel cuore degli uomini.

Giovani amici, sementi dotate della forza del medesimo Spirito eterno, sbocciate al calore dell’Eucaristia, nella quale si realizza il testamento del Signore: Lui si dona a noi e noi rispondiamo donandoci agli altri per amore suo. Questa è la via della vita; ma sarà possibile percorrerla alla sola condizione di un dialogo costante con il Signore e di un dialogo vero tra voi. La cultura sociale dominante non vi aiuta a vivere la Parola di Gesù e neppure il dono di voi stessi a cui Egli vi invita secondo il disegno del Padre. Carissimi amici, la forza si trova dentro di voi, come era in Gesù che diceva: «Il Padre che è in me compie le sue opere. (…) Anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne fará di più grandi, perché io vado al Padre» (Gv 14, 10.12). Perciò non abbiate paura di prendere decisioni definitive. Generosità non vi manca – lo so! Ma di fronte al rischio di impegnarsi per tutta la vita, sia nel matrimonio che in una vita di speciale consacrazione, provate paura: «Il mondo vive in continuo movimento e la vita è piena di possibilità. Potrò io disporre in questo momento della mia vita intera ignorando gli imprevisti che essa mi riserva? Non sarà che io, con una decisione definitiva, mi gioco la mia libertà e mi lego con le mie stesse mani?». Tali sono i dubbi che vi assalgono e l’attuale cultura individualistica e edonista li esaspera. Ma quando il giovane non si decide, corre il rischio di restare un eterno bambino!

Io vi dico: Coraggio! Osate decisioni definitive, perché in verità queste sono le sole che non distruggono la libertà, ma ne creano la giusta direzione, consentendo di andare avanti e di raggiungere qualcosa di grande nella vita. Non c’è dubbio che la vita ha valore soltanto se avete il coraggio dell’avventura, la fiducia che il Signore non vi lascerà mai soli. Gioventù angolana, libera dentro di te lo Spirito Santo, la forza dall’Alto! Con fiducia in questa forza, come Gesù, rischia questo salto per così dire nel definitivo e, con ciò, offri una possibilità alla vita! Così verranno a crearsi tra voi delle isole, delle oasi e poi grandi superfici di cultura cristiana, in cui diventerà visibile quella «città santa che scende dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo». Questa è la vita che merita di essere vissuta e che di cuore vi auguro. Viva la gioventù di Angola!





[© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana]








“Siete un seme gettato da Dio nella terra”. Così il Papa ai giovani angolani nello stadio di Dos Coqueiros


Apriamo questa edizione con la visita del Papa in Africa, l’11° Viaggio Apostolico iniziato in Camerun e che ora si sta svolgendo in Angola. Oggi pomeriggio migliaia di giovani hanno ricambiato l’abbraccio di Benedetto XVI nello stadio luandese di dos Coqueiros. Il Papa, in un clima di forte emozione, ha portato la parola di Cristo ai giovani ribadendo “voi siete un seme gettato da Dio nella terra”, “voi siete il futuro”. E parlando del matrimonio e della consacrazione ha spronato: “non abbiate paura di prendere decisioni definitive” di fronte ad una “cultura dominante che non aiuta a vivere la Parola di Gesù”. Ma torniamo a questa mattina quando Benedetto XVI ha presieduto la Messa nella Chiesa di San Paolo a Luanda, capitale dell'Angola. Linea al nostro inviato Davide Dionisi:


La messa con i vescovi, i sacerdoti, i religiosi, le religiose, i movimenti ecclesiali ed i catechisti dell’Angola e Sao Tomé, nella chiesa intitolata a San Paolo, ha aperto la seconda giornata angolana di Benedetto XVI. E Proprio all’Apostolo delle genti, il Papa ha dedicato la sua prima parte dell’omelia ricordando il bimillenario della sua nascita e il Giubileo paolino in corso.
Il Santo Padre ha poi salutato con gioia i suoi “compagni di giornata nella vigna del Signore”, ricordando in particolare i Salesiani e i parrocchiani che, per l’occasione, ha segnalato, “ci accolgono nella loro chiesa, senza esitare a cederci il posto che abitualmente spetta ad essi nell’assemblea liturgica”.
Poi l’incoraggiamento di Benedetto XVI ad impegnarsi per far conoscere ovunque Cristo agli angolani e a non permettere loro di alimentarsi di false credenze:


"Hoje cabe a vos...
Oggi spetta a voi, fratelli e sorelle, sulla scia di quegli eroici e santi messaggeri di Dio, offrire Cristo risorto ai vostri concittadini. Tanti di loro vivono nella paura degli spiriti, dei poteri nefasti da cui si credono minacciati; disorientati, arrivano al punto di condannare bambini della strada e anche i più anziani, perché – dicono – sono stregoni".

E a coloro che nutrono perplessità e si convincono che è meglio lasciare in pace questi fratelli perché hanno scelto di seguire la loro verità, optando per la soluzione della pacifica convivenza, il Papa ha risposto dicendo:


"Mas, se estamos...
Ma, se noi siamo convinti e abbiamo fatto l’esperienza che, senza Cristo, la vita è incompleta, le manca una realtà – anzi la realtà fondamentale –, dobbiamo essere convinti anche del fatto che non facciamo ingiustizia a nessuno se gli presentiamo Cristo e gli diamo la possibilità di trovare, in questo modo, anche la sua vera autenticità, la gioia di avere trovato la vita. Anzi, dobbiamo farlo, è un obbligo nostro offrire a tutti questa possibilità di raggiungere la vita eterna".


La mattina si è conclusa con il trasferimento alla Nunziatura Apostolica. Nel pomeriggio, il tanto atteso incontro con i giovani allo Stadio dos Coqueiros. Tema dell’incontro “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”. Sotto un sole cocente, migliaia di ragazzi hanno accolto con grande entusiasmo Benedetto XVI che ha esordito dicendo che: “Incontrare i giovani fa bene a tutti, perché portano con sé tanta speranza, tanto entusiasmo, tanta voglia di ricominciare. Il Papa ha ricordato ancora una volta il dramma della guerra indicando la presenza allo stadio di alcuni delle migliaia di giovani angolani mutilati e di altrettanti che hanno sofferto per la perdita dei familiari.
Anche se la cultura sociale dominante non aiuta le giovani generazioni a vivere la Parola di Gesù, il Santo Padre ha invitato i ragazzi a non avere paura di prendere decisioni definitive e di impegnarsi per tutta la vita sia nel matrimonio, che in una vita di speciale consacrazione. Anche perché, ha sottolineato il Pontefice, quando il giovane non si decide, corre il rischio di restare un eterno bambino. In conclusione la forte esortazione di Benedetto XVI:


"Eu digo-vos: Coragem!...
Io vi dico: Coraggio! Osate decisioni definitive, perché in verità queste sono le sole che non distruggono la libertà, ma ne creano la giusta direzione, consentendo di andare avanti e di raggiungere qualcosa di grande nella vita. Non c’è dubbio che la vita ha valore soltanto se avete il coraggio dell’avventura, la fiducia che il Signore non vi lascerà mai soli".


Un momento particolarmente gioioso, dunque, l’incontro di stasera del Papa con i ragazzi e le ragazze dell’Angola. Ma qual è la realtà vissuta dai giovani in questo paese africano? Davide Dionisi lo ha chiesto a suor Teresa Tulisse Joao, della Pastorale nazionale giovanile, tra le organizzatrici dell’incontro:

La Chiesa di San Paolo - come abbiamo detto - è retta dai Salesiani. Don Gino Favaro, vicario della visitatoria salesiana in Angola, ci parla della presenza della Famiglia di Don Bosco in questa terra. L'intervista è di Davide Dionisi:

R. – Siamo più o meno 70 salesiani - metà in pratica sono già angolani - e cerchiamo di portare avanti il nostro carisma, in questo continente fatto di grandissima e bella gioventù.


D. – Fin da quando siete arrivati in Angola - io ricordo che nel 2006 avete celebrato i 25 anni di presenza salesiana in Angola - avete puntato anche sulla collaborazione con i laici. Ecco, a che punto è questo vostro progetto?


R. – Continuiamo, da soli non si può far tutto. Quindi, il grande sforzo, sia a livello di Chiesa che a livello di Congregazione, è dare forza ai laici perché si assumano le proprie responsabilità. Una delle cose che sta crescendo sempre di più è anche il volontariato laico missionario e il grande sogno è di fare sì che il volontariato laico missionario sia anche angolano. Sono già stati fatti i primi passi e forse nel prossimo anno avremo i primi missionari laici angolani, che vorranno dare una parte della propria vita in qualche posto di evangelizzazione.


D. – Il 22 marzo sarà anche l’occasione per il Papa di incontrare i movimenti cattolici per la promozione della donna nella parrocchia di Sant’Antonio. Come giudica questo evento?


R. – Lo vedo molto bene, perché la donna ha una forza molto grande nella cultura africana, non solo come fattore di educazione, ma anche come fattore sociale. In pratica, è la donna che porta avanti l’economia. E’ veramente il motore dell’economia con il suo lavoro, con la sua dedizione. Nella Chiesa ci sono molte associazioni a favore della promozione della donna, e sono molto forti. In genere, le donne vogliono partecipare come gruppo, sentirsi unite, vivere la propria fede in Gesù.


D. – Anche l’incontro con i giovani sarà sicuramente un evento molto sentito...


R. – I giovani sono la forza, la speranza del futuro dell’Africa, di questa nazione. Dare un segno di speranza a questa gioventù, che non vede ancora futuro, è fondamentale. E poi questa gioventù è aperta, è bombardata sì da tante proposte di vita, di ideali, ma è molto aperta anche al senso religioso e al messaggio di Gesù Cristo.


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Un milione di persone alla Messa a Luanda. Il Papa: il mondo guardi all'Africa assetata di pace e giustizia. Dolore per la morte di due ragazze

Una folla immensa, si parla di oltre un milione di persone, ha partecipato questa mattina alla Messa celebrata dal Papa a Luanda sulla spianata di Cimangola, cui hanno partecipato i vescovi dell'Imbisa, l’organismo che riunisce i presuli dell’Africa meridionale. All'inizio della celebrazione il Papa ha espresso il suo profondo dolore per le due ragazze morte ieri nella calca all’ingresso dello stadio della capitale per l'incontro dei giovani. Benedetto XVI ha poi lanciato un forte appello a tutto il mondo perché volga lo sguardo verso l’Africa, continente assetato di giustizia e di pace, denunciando la cupidigia che riduce in schiavitù i poveri. Il servizio del nostro inviato Davide Dionisi:


Quando la Parola del Signore è trascurata, e quando la Legge di Dio è “ridicolizzata, disprezzata e schernita” il risultato può essere solo distruzione ed ingiustizia. Nell’immensa spianata di Cimangola, a ridosso del cementificio di Luanda, il Santo Padre, durante la Messa con i vescovi dell’Imbisa, è tornato sugli orrori della guerra, indicando quanto i frutti feroci del tribalismo e delle rivalità etniche e la cupidigia che corrompe il cuore dell’uomo, riduce in schiavitù i poveri e priva le generazioni future delle risorse di cui hanno bisogno per creare una società più solidale e più giusta, siano esperienze fin troppo familiari all’Africa. Oltre un milione di angolani, provenienti da ogni parte del Paese, ha accolto Benedetto XVI partecipando con gioia a questa quarta Domenica di Quaresima riservata come giorno di preghiera e di sacrificio alla riconciliazione nazionale. Prima della Messa il Papa ha ricordato le due ragazze che hanno perso la vita ieri pomeriggio allo stadio Dos Coqueiros, durante l’incontro con i giovani. Il Santo Padre ha espresso solidarietà e le sue profonde condoglianze ai loro familiari e ai loro amici e ha assicurato la personale preghiera per i feriti. Quanto avvenuto ha scosso profondamente il Pontefice che è venuto a conoscenza della morte delle due giovani solo in tarda serata. Ai presuli delle Conferenze episcopali di Angola e Sao Tomé, Botswana, Sudafrica e Swaziland, Lesotho, Mozambico, Namibia e Zimbabwe, così come ai fedeli delle varie diocesi angolane il Papa, ha detto :
"Vós sabeis, por amarga experiência, que o trabalho de reconstrução… Voi sapete in base ad un’amara esperienza che, rispetto alla repentina furia distruttrice del male, il lavoro di ricostruzione è penosamente lento e duro. Richiede tempo, fatica e perseveranza (…) Fate sì che le vostre parrocchie diventino comunità dove la luce della verità di Dio e il potere dell’amore riconciliante di Cristo non siano soltanto celebrati, ma espressi in opere concrete di carità. E non abbiate paura! Anche se questo significa essere un 'segno di contraddizione' (Lc 2, 34) di fronte ad atteggiamenti duri e ad una mentalità che vede gli altri come strumenti da usare piuttosto che come fratelli e sorelle da amare, da rispettare e da aiutare lungo la via della libertà, della vita e della speranza".

Dopo il caloroso abbraccio di ieri, il Pontefice ha voluto spronare nuovamente i giovani angolani a scegliere la via di Cristo senza alcun timore, rispondendo alla chiamata del Signore senza esitazione:

"Começai, desde hoje, a crescer na vossa amizade com Jesus…Cominciate fin da oggi a crescere nella vostra amicizia con Gesù, che è 'la via, la verità e la vita' (Gv 14, 6): un’amicizia nutrita ed approfondita mediante la preghiera umile e perseverante. Cercate la sua volontà su di voi, ascoltando quotidianamente la sua parola e permettendo alla sua legge di modellare la vostra vita e le vostre relazioni. In questo modo diventerete profeti saggi e generosi dell’amore salvifico di Dio; diventerete evangelizzatori dei vostri stessi compagni, guidandoli con il vostro esempio personale ad apprezzare la bellezza e la verità del Vangelo e verso la speranza di un futuro plasmato dai valori del Regno di Dio. La Chiesa ha bisogno della vostra testimonianza! Non abbiate paura di rispondere generosamente alla chiamata di Dio a servirlo sia come sacerdoti, religiose o religiosi, sia come genitori cristiani o in tante altre forme di servizio che la Chiesa vi propone".


Durante l’Angelus, il Papa ha affidato alle preghiere degli angolani il lavoro di preparazione per la prossima Assemblea sinodale per l’Africa e ha infine lanciato un appello per la pace nella regione dei Grandi Laghi:
"Aqui, na África Austral, queremos pedir a Nossa Senhora… Qui, nell’Africa del Sud, vogliamo pregare Nostra Signora in modo particolare di intercedere per la pace, la conversione dei cuori e per la fine del conflitto nella vicina regione dei Grandi Laghi. Il Figlio suo, Principe della Pace, porti guarigione a chi soffre, conforto a coloro che piangono e forza a tutti coloro che portano avanti il difficile processo del dialogo, del negoziato e della cessazione della violenza".






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Nel pomeriggio, l'incontro del Papa con i movimenti cattolici per la promozione della donna


La domenica angolana di Benedetto XVI si concluderà oggi pomeriggio con un incontro molto atteso, quello con i movimenti cattolici per la promozione della donna. Il Papa si rivolgerà ad una nutrita delegazione di numerose associazioni femminili nella parrocchia di Sant'Antonio, affidata ai Frati Cappuccini, che sorge in un'area intensamente popolata della periferia di Luanda. All'incontro parteciperà anche Natalia Conestà, volontaria del Cuamm, che intervistata da Davide Dionisi racconta l'impegno della sua Ong per le donne dell'Angola:

R. – "Medici con l’Africa Cuamm" è una Ong che si propone di soccorrere le popolazioni locali nel loro diritto alla salute, lavorando in particolar modo con le diocesi ma non solo, anche con il governo.


D. – Quale importanza ha la visita di Benedetto XVI, sia per gli angolani credenti, sia per i non credenti?


R. – Dal punto di vista del nostro lavoro, la vedo come un'occasione per reimpostare i rapporti tra la Chiesa e il governo angolano. Dal punto di vista del popolo, chiaramente, è un grosso evento perché questa visita probabilmente rafforzerà il senso di ricostruzione del Paese.


D. – Una delle figure più importanti del Cuamm è stata la dottoressa pediatra Maria Bonino, scomparsa il 24 marzo del 2005. Vuoi raccontare un po’ chi è stata Maria Bonino per il Cuamm e per l’Angola intera?


R. – Maria è stata responsabile del reparto di pediatria dell’ospedale di Uije, dove è scoppiata, tra febbraio e marzo del 2005, la terribile epidemia di febbre emorragica di Marburg. Maria è morta il pomeriggio del Giovedì santo a Luanda ed è stata sepolta la mattina del Venerdì santo, nel cimitero alla periferia della capitale. Diceva la mamma che, ogni volta che partiva per l’Africa - dove ha svolto complessivamente 11 anni di servizio come pediatra - affermava: “Se muoio in Africa, lasciatemi dove sono”. Ha condiviso fino in fondo la sofferenza degli altri, soprattutto dei suoi bambini - più di 11 mila ricoverati nel suo reparto, l’anno scorso - che non voleva abbandonare, dando un eroico esempio ed una luminosa testimonianza della scelta di essere veramente "Medici con l’Africa".


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RESSA A LUANDA PER IL PAPA, 2 MORTI

Luanda, 21 mar.

Due persone sono rimaste uccise nella calca allo stadio di Luanda dove era atteso Benedetto XVI. Secondo l'agenzia di stampa Lusa, altre otto persone sono rimaste ferite tra la folla che si e' accalcata agli ingressi per partecipare all'incontro con il Pontefice.
Le vittime, secondo testimoni, sono due giovani: un uomo e una donna.
Il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, ha confermato l'incidente. "Non abbiamo dettagli sulle circostanze o l'identita' delle vittime" ha detto, "il Santo Padre parlera' di questa tragedia durante la messa di domani". Oltre a otto feriti in condizioni trasportati n ospedale, altre dieci persone sono state medicate sul posto e la polizia ha avviato un'indagine per chiarire le responsabilita' dell'accaduto. L'incidente e' avvenuto nello Stadio dos Coqueiross dove 30mila persone si sono ritrovate quattro ore prima dell'incontro e hanno atteso il Pontefice cantando "Cattolici, cattolici" e "Papa, amico mio".
All'arrivo della vettura con Benedetto XVI la folla si e' alzata in piedi e ha cercato di raggiungere l'auto, causando un'altra pericolosa ressa.
Sia il campo che gli spalti erano pieni all'inverosimile.

© Copyright Agi


Le vittime della calca

Due morti e otto feriti sono le vittime della calca all'ingresso dello stadio "Dos Coquiros" di Luanda.
Il grave incidente è avvenuto circa quattro ore prima dell'arrivo del Pontefice. Secondo l'agenzia locale Lusa, le due vittime sarebbero due ragazze; facevano parte degli scout angolani. Sarebbero svenute, forse per il caldo o la sete, e sono poi state portate in ospedale, dove sono morte.
Secondo quanto ha appreso l'Ansa, il Papa e la delegazione vaticana non sono stati informati della tragedia.
Il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, ha confermato la notizia della tragedia. La delegazione vaticana era ignara di tutto fino alle 20 di stasera quando sono cominciate a circolare le prime voci sull'accaduto. A quel punto, il seguito papale ha chiesto chiarimenti alle autorità angolane che hanno confermato la vicenda. Il fatto - ha detto padre Lombardi - ha provocato ovviamente "dolore e sconcerto" sia per il Papa che per i suoi collaboratori.

© Copyright Repubblica online


IL TRAGICO PRECEDENTE DEL 1980

Il 5 maggio del 1980 nove fedeli morirono a Kinshasa, capitale dell'allora Zaire (oggi Repubblica democratica del Congo) schiacciati tra la folla accorsa alla messa di papa Giovanni Paolo II.


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"CON IL CUORE SPEZZATO... SEMPRE CON TE!"
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Benedetto XVI ai cattolici: «No a compromessi con magie e stregoni»

di Redazione

Papa Benedetto sorride, saluta e suda.
Fa caldo nella chiesa parrocchiale di San Paolo, dove in mattinata celebra la messa per i vescovi, i sacerdoti, i religiosi e i catechisti.
Fa caldo allo Stadio dos Coquieros, dove nel pomeriggio lo accolgono quarantamila giovani.
Ma sono calore umano e la fede semplice e forte degli angolani a colpire il vescovo di Roma, venuto a confermare i fedeli africani e confermato lui stesso dal trasporto e dall’entusiasmo delle folle che lo salutano.
Nell’omelia della messa, Benedetto XVI parla delle paure provocate da alcune credenze tradizionali: «Tanti vivono nella paura degli spiriti, dei poteri nefasti da cui si credono minacciati; disorientati arrivano al punto di condannare bambini della strada e anche i più anziani, perché – dicono – sono stregoni». Bambini e anziani subiscono violenza per questo.
Che fare allora? C’è chi suggerisce - continua il Papa - di lasciare le cose come stanno, perché ciascuno crede in ciò che vuole.
«Ma se noi siamo convinti e abbiamo fatto l’esperienza che, senza Cristo, la vita è incompleta, le manca la realtà fondamentale, dobbiamo essere convinti anche del fatto che non facciamo ingiustizia a nessuno se gli presentiamo Cristo e gli diamo la possibilità di trovare, in questo modo, anche la sua vera autenticità». È la missione dei cristiani.
Nel pomeriggio, attraversando le vie di Luanda tra ali di folla, il Papa raggiunge lo stadio, dove si sono radunati giovani provenienti dalle varie diocesi angolane. Vengono eseguiti canti e danze. Poi alcuni giovani raccontano la terribile esperienza della guerra civile, le sofferenze vissute, il desiderio di ricominciare. Tra i presenti ci sono alcune delle 23mila vittime delle mine anti-uomo. Un censimento del 2006 affermava che gli ordigni sepolti erano undici milioni.
«Vedo qui presenti – dice il Papa – alcune delle migliaia di giovani angolani mutilati in conseguenza della guerra e dalle mine».
Commosso, prosegue: «Penso alle innumerevoli lacrime che tanti di voi hanno versato per la perdita dei familiari, e non è difficile immaginare le nubi grigie che coprono ancora il cielo dei vostri sogni migliori».
A loro, come a tutti i quarantamila giovani presenti, Benedetto XVI ripete le parole di Gesù: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me».
E aggiunge: «Siate certi che Gesù non ci lascia senza risposta», invitandoli a «osare» decisioni definitive, sia nel matrimonio che nella vita consacrata, perché «in verità queste sono le sole che non distruggono la libertà, ma consentono di raggiungere qualcosa di grande nella vita».
AnTor

© Copyright Il Giornale, 22 marzo 2009


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«Ora posso pregare sulla tomba di mia figlia»

di Andrea Tornielli

nostro inviato a Luanda (Angola)

«Fino ad oggi non avevo avuto il coraggio di arrivare in Angola a pregare sulla tomba di Maria... Ora sono a Luanda, proprio adesso che c’è il Papa.
È una bella coincidenza, ma non sono venuta per lui, sono venuta per lei».
Gabriella Orioli Bonino è una donna fragile e forte. Seduta sotto la grigia tettoia nel cortile della sede di «Medici con l’Africa» del «Cuamm», l’associazione dei medici missionari sorta a Padova mezzo secolo fa e impegnata in progetti per lo sviluppo e la salute, è impaziente di uscire dal cancello bianco che la separa da quell’universo di povertà e miseria così amato da sua figlia. Il 24 marzo di quattro anni fa, la pediatra Maria Bonino, 51 anni, si spegneva in questa città dopo aver contratto una febbre emorragica nell’ospedale di Uige, dove aveva cercato di salvare tanti bambini colpiti dallo stesso morbo.
«Ogni volta che ripartiva – racconta la madre, con una discrezione e compostezza tipicamente piemontesi – Maria mi diceva: “Se muoio in Africa lasciatemi dove sono”. Ci è riuscita». È sepolta in un cimitero della periferia di Luanda e martedì, per la prima volta, Gabriella visiterà la tomba di quella figlia forte e testarda, che aveva realizzato il sogno della sua giovinezza spendendo la sua vita per gli altri.
«Mio marito era medico – continua -, siamo una famiglia cattolica. Maria venne in Africa, in Kenya, subito dopo la laurea, con un’amica scout. Visitò le missioni, non fece la turista. Rimase colpita e da allora il suo cuore è sempre rimasto in questo continente». Presta servizio prima a Ikonda, in Tanzania, poi in Burkina Faso, quindi in Uganda e nel marzo 2003 arriva all’ospedale provinciale di Uige, in Angola. Attacca alle sette di mattina, esce la sera. Abbraccia e cura centinaia, migliaia di bambini, come fossero suoi figli. «Era convinta dell’importanza di operare sul campo – ripete l’anziana madre –, qui è capitato quello che il Signore ha voluto».
Nell’ottobre 2004, a Uige, inizia a diffondersi un’epidemia di febbre emorragica. «Lei aveva lanciato l’allarme. Non l’hanno ascoltata - sussurra Gabriella -.
E io credo che l’Europa abbia enormi responsabilità.
Quel virus africano venne isolato nel 1965, a Marburg, in Germania. Morirono tre ricercatori.
Ma siccome era un morbo africano, che non interessava noi europei, non si fece ricerca per cercare delle cure. Maria condannava questa assoluta indifferenza».
A Uige cominciano a morire adulti e soprattutto bambini, tra le urla e i gemiti dei genitori disperati. Gli allarmi della dottoressa Bonino non vengono presi sul serio, fino a quel 16 marzo 2005, quando fonti ministeriali segnalano che nella provincia si è diffusa un’epidemia sconosciuta che ha ucciso 55 bambini e sei adulti.
«Quel giorno Maria avvertì i primi sintomi della malattia. A sua sorella scriveva email tranquillizzanti. Diceva: “Mascherina e guanti, candeggina à gogo, stai tranquilla che mi difendo”. Ma il virus l’aveva colpita». La donna spera all’inizio che si tratti di malaria, dice di non voler morire ma aggiunge: «Mi va bene morire se la mia morte sarà l’ultima».
Il 19 marzo 2005 Maria viene trasportata da Uige a Luanda, in una clinica privata. Pochi giorni dopo l’Oms conferma che l’epidemia è causata dal virus di Marburg e alle 16.30 del 24 marzo, il sacrificio di Maria si compie. Gabriella Orioli, che ieri pomeriggio ha incontrato Benedetto XVI, potrà finalmente pregare sulla tomba della figlia.

© Copyright Il Giornale, 22 marzo 2009


Papa Ratzi Superstar

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"CON IL CUORE SPEZZATO... SEMPRE CON TE!"
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L'Aids e il coraggio di Benedetto XVI

Dopo le dure critiche rivolte al Papa sulla questione dell'Aids in Africa, bisogna riflettere.

Ma fino a qualche tempo fa non si era detto, addirittura, che era pronto il vaccino? È pur vero, però, che chi è interessato alla realizzazione di tutto questo dovrebbe investire capitali certamente non proporzionati a quelli adoperati per produrre preservativi.
E infatti, a reagire alla proposta di Benedetto XVI, che non è uno sprovveduto, sono stati i paesi ricchi dell'Europa occidentale, dove la produzione di preservativi è più che consistente.
Non si parli, poi, degli Stati Uniti d'America, Canada, ecc. Vorrei sbagliarmi, ma istintivamente si ha l'impressione che non sia poi così facile buttare questi strumenti profilattici per dedicarsi alla ricerca di farmaci che già esistono per persone facoltose, nei migliori ospedali dell'Occidente. Ci si trova, quindi, ancora una volta dinanzi alle lobbyes finanziarie, che, come al solito, fanno il bello e il cattivo tempo. Si è indotti a questa considerazione anche da qualche espressione dello stesso Pontefice, il quale, il giorno dopo aver ricevuto le critiche, pur non usando l'espressione "lobbyes", ha fatto riferimento ai «Paesi che hanno tradito l'Africa», consegnando ai vescovi africani «l'Instrumentum laboris», cioè il testo che servirà per la discussione al Sinodo dell'Africa previsto per il prossimo mese di ottobre, dove sono contenute pagine di denuncia contro le multinazionali che continuano a invadere l'Africa per appropriarsi delle sue risorse naturali.
Ecco allora: i grandi capitali per questo scopo esistono; non ci sarebbero, invece, per la ricerca scientifica e soprattutto per la produzione di terapie appropriate per sconfiggere Aids e altre malattie endemiche caratteristiche di quelle popolazioni. Non sono da escludere, ovviamente, altre considerazioni egoistiche, se si vuole anche di natura, in certo qual modo, etica. Le parole del Papa, il quale non può che rispettare le leggi divine in materia, hanno dato non poco fastidio a chi adopera i profilattici per avere normali rapporti sessuali e, quindi, per impedire il concepimento. Troppo comodo, pertanto, attaccare il Papa, nascondendo dietro un dito una certa ipocrisia farisaica, scaricando milioni di preservativi su quelle inermi popolazioni africane, come se fossero dei palloncini o dei coriandoli, per coonestare il proprio operato personale e, forse, per qualche presunto cattolico, la propria coscienza.
Almeno fossero stati zitti, pensando, come ha detto qualcuno: «il Papa fa il suo mestiere». Spetta a noi, invece, ripetere ad alta voce: il Papa, affrontando in Africa questo argomento, è stato più che coraggioso, sfidando le "multinazionali", le quali, da decenni non hanno fatto altro che stritolare quella povera gente, d'intesa con i governanti locali che si sono forniti di armi più che sofisticate per scatenare tra di loro carneficine.
Non aver paura, quindi, e avanti, Papa Ratzinger!

* Vescovo emerito di Civitavecchia-Tarquinia


Papa Ratzi Superstar

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Nuova primavera di vocazioni in Angola

Tra una Chiesa che mostra grande vitalità

dal nostro inviato Mario Ponzi

Un insolito omaggio "floreale" ha inaugurato la seconda giornata del Papa a Luanda.
Quando Benedetto XVI, poco dopo le 9 di sabato 21 marzo, è uscito dalla nunziatura, ha trovato davanti all'ingresso una cinquantina di bambini angolani che, avvolti in pezzi di stoffa colorata, si sono disposti davanti a lui in modo da disegnare sull'asfalto una rosa.

Il Papa, sorpreso alla vista di questo "quadro vivente", si è immediatamente avvicinato a loro, li ha benedetti e li ha invitati a stringersi a lui. In un attimo è stato circondato festosamente. I piccoli gli hanno regalato poi una rosa vera, che il Pontefice ha portato con sé fino a quando ha fatto ingresso nella chiesa di san Paolo, nel cuore dell'omonimo quartiere, dove ha celebrato la messa per i fedeli del Paese.

L'accoglienza riservata al Papa a Luanda non fa rimpiangere quella di Yaoundé. Anche se il modo di manifestare entusiasmo è diverso. In Camerun la gente cantava e ballava soprattutto. Qui in Angola la gioia è più rumorosa. Lo slogan che più si sente nelle strade è "Bendito, amigo, Angola está con tigo". Lo ripetono in continuazione e lo si vede scritto su cartelloni e manifesti.
Poi ci sono i bambini. Protagonisti assoluti. Sono tanti. Corrono per centinaia e centinaia di metri, accompagnando il corteo papale. Anche questa mattina il Papa è stato a lungo affiancato da gruppi di bambini, sino a quando è entrato nel complesso parrocchiale per incontrare le varie componenti della Chiesa locale.
È una Chiesa che ha sofferto - lo dice il lungo elenco dei suoi martiri - quella che gli si è mostrata con i suoi vescovi, i sacerdoti, le religiose, i religiosi, i catechisti e i rappresentanti dei diversi movimenti.
Lo hanno accolto sulle note di un canto gregoriano, accompagnato dal suono dell'organo. Dopo aver salutato don Manuel Román, il parroco salesiano, Benedetto XVI si è inginocchiato davanti al Santissimo. Entrato poi in sacrestia ha vestito i paramenti per la celebrazione della messa. Il saluto liturgico lo ha pronunciato l'arcivescovo Gabriel Mbilingi, coadiutore di Lbango e vicepresidente della Conferenza episcopale.
Nella sua risposta il Papa, durante l'omelia, ha parlato alla Chiesa in Angola, a quella che lavora e soffre tutti i giorni. Non a caso si è rivolto ai fedeli presenti chiamandoli "miei compagni di giornata nella vigna del Signore". Un'espressione significativa che riporta alle origini di quella missione che, oltre cinquecento anni fa, ha fatto dell'Angola il Paese pioniere dell'evangelizzazione dell'Africa. È dunque un viaggio alle radici della fede quello che Benedetto XVI ha voluto proporre a questa Chiesa antica, ma ancora tanto giovane nel confronto con le Chiese sorelle dell'Europa.
Un viaggio iniziato già venerdì sera, quando nella nunziatura apostolica si è incontrato a tu per tu con i vescovi del Paese.
A loro Benedetto XVI ha proposto la centralità della figura di Cristo, che va recuperata proprio per rispondere "a un diffuso relativismo - ha detto - che nulla riconosce come definitivo e anzi tende ad erigere a misura ultima l'io personale e i suoi capricci". Noi, ha concluso, "proponiamo un altra misura: il Figlio di Dio che è anche vero uomo".
E qui in questa chiesa sabato mattina c'erano tanti gruppi e movimenti ecclesiali che al Papa hanno mostrato di aver scelto da tempo la strada dell'uomo.
Il seme gettato con le fatiche e i sacrifici dei missionari uccisi ha generato e alimentato una fede che neppure l'ondata della decolonizzazione né quella delle guerre fratricide sono riuscite ad estirpare. L'Africa ha ora bisogno di forze autoctone per portare a compimento il progetto

dell'inculturazione del Vangelo nella sua realtà. Il Papa ha colto il primo segno di questa nuova primavera africana, che qui in Angola mostra una grande vitalità, non solo nelle vocazioni ma anche e soprattutto nell'attività del laicato, impegnato in diversi settori
Sarebbe un errore comunque fermarsi ai numeri. Anche se le vocazioni crescono e molti cattolici sono tornati ad occupare posti di responsabilità nella vita pubblica, restano problemi da risolvere, come ha ricordato il Pontefice in questi giorni. Da dove e come ripartire? Sarà il prossimo sinodo a dare le risposte. La voglia di riscatto mostrata in questi giorni, può essere un elemento positivo. Soprattutto se servirà ad unire ancora di più.

(©L'Osservatore Romano - 22 marzo 2009)


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Le polemiche sul viaggio di Ratzinger in Africa

Il Papa pensa alla dignità poi c'è chi vuole eliminare i poveri

di LUCA VOLONTÈ

Era il 20 febbraio, incontro con i Seminaristi di Roma, quando il Papa annunciò la sua profezia: «San Paolo rimproverava i Galati: vi mordete e attaccate a vicenda come delle belve: emergono le polemiche e uno morde l'altro... si fanno polemiche distruttive... e così emerge una caricatura della Chiesa».
Poi la lettera commovente nella quale Benedetto, ancora una volta dando voce alle priorità del suo pontificato (confermare i fratelli, dar ragione della speranza e condurre gli uomini verso Dio), ribadiva la preoccupante situazione del nostro tempo: «Il vero problema è che Dio sparisce dall'orizzonte degli uomini e che con lo spegnersi della luce proveniente da Dio, l'umanità viene colta dalla mancanza di orientamento,i cui effetti distruttivi si manifestano sempre più».

Dopo quella lettera niente sarà uguale a prima, gli attacchi si moltiplicheranno.

E infatti, già in viaggio per l'Africa calda e accogliente, esplode l'ennesimo calunnioso attacco esterno. Il Papa all'interno di un ampio ragionamento sulla prevenzione, sulla cura e sull'educazione alla responsabilità parla del profilattico come una non soluzione. Apriti cielo, il dio condom richiama governi e organizzazioni alla polemica e si scatena il putiferio. L'Europa è in primissima fila negli attacchi a testa bassa. Una prova tra le altre? Una vignetta blasfema e gravemente offensiva di Le Monde su Gesù.
Fermi tutti, tutto quel che accade in questa riedizione della Passione e della Quaresima, era ampiamente previsto grazie ai finanziamenti Usa all'Ippf e al network europeo per la contraccezione, l'educazione alla pianificazione familiare ai diritti umani (aborto in primis). La sfacciataggine di questi tali (Ippf, Epf, Unfpa e Osce) profumatamente pagati anche dai Governi della Ue, è stata ancora una volta dimostrata dalla audizione alla Commissione Sociale della Assemblea del Consiglio d'Europa, l'11 marzo a Parigi. Nel novembre di quest'anno ci sarà una assemblea commemorativa del 15° anniversario della Conferenza su Popolazione e sviluppo del Cairo, unico obiettivo di questi tali è "ridurre la popolazione" per ridurre la povertà, in questi Paesi poveri si attua con strumenti contraccettivi e con l'aborto, pardon con i "diritti riproduttivi". Un nuovo schiavismo malthusiano, contrabbandato con diritti di scelta e obiettivi di sviluppo. Già l'unico sviluppo dei Paesi poveri che viene accettato da lor signori è quello delle aziende produttrici di contraccettivi e profilattici. Perciò, se quel Benedetto Papa vuol liberare i popoli dal totem del condom e invitarli all'educazione gioiosa della responsabilità e dello sviluppo, allora si aprono le polemiche di chi, in fondo, i poveri li vuole semplicemente eliminare dalla faccia della terra.

* Deputato Udc

© Copyright Il Tempo, 22 marzo 2009


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Il Papa prega per le due vittime di ieri e per i feriti

(AGI) - Luanda, 22 mar. "Vorrei includere un messaggio particolare in questa eucarestia per le due giovani che hanno perso la vita davanti allo stadio Dos Coquerios. Le confido a Gesu". Esprimo la mia solidarieta' alle famiglie e agli amici e il mio vivo dolore perche' sono venute a trovarmi. Nello stesso tempo prego per i feriti'. Benedetto XVI ha iniziato la celebrazione eucaristica di oggi ricordando e pregando per le due giovani morte ieri prima dell'incontro con i giovani. Nel pomeriggio il cardinale Tarciso Bertone andra' in ospedale a trovare i 40 feriti di ieri.


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Angola, un milione per il Papa

Benedetto XVI ricorda due ragazze morte

Un milione di fedeli si è raccolto nella spianata di Cimangola, a Luanda, per assistere alla messa del Papa. I fedeli indossano magliette bianche con l'immagine di Benedetto XVI. Il Pontefice ha espresso profondo dolore per la morte di due ragazze sabato allo stadio di Luanda (dove Ratzinger ha incontrato i giovani) e ha fatto gli auguri ai feriti. A proposito delle due vittime, ha detto: "Affidiamole a Gesù, che le accolga nel suo regno".

L'Africa e l'aborto
"Africa, alzati e mettiti in cammino per costruire un domani migliore": è questo il messaggio che Benedetto XVI ha consegnato a una folla in delirio composta da angolani ma anche da rappresentanze di tribù ed etnie di tutta l'Africa australe. Il Papa ha poi elencato le tragedie che hanno colpito questa parte del mondo.

Poi un nuovo affondo contro l'irresponsabilità sessuale, aborto e "distruzione delle famigliee. "E' egoista chi procede all'eliminazione di vite umane innocenti mediante l'aborto", ha detto Benedetto XVI durante la messa. "Occorre condannare l'insidioso spirito di egoismo che chiude gli individui in se stessi, divide le famiglie e, soppiantando i grandi ideali di generosità e di abnegazione, conduce inevitabilmente all'edonismo, all'evasione in false utopie attraverso l'uso della droga, all'irresponsabilità sessuale, all'indebolimento del legame matrimoniale, alla distruzione delle famiglie e all'eliminazione di vite umane innocenti mediante l'aborto", ha aggiunto.

"Quanto grandi sono le tenebre in tante parti del mondo - ha poi concluso il Papa- . Tragicamente, le nuvole del male hanno ottenebrato anche l'Africa, compresa questa amata Nazione di Angola. Pensiamo al flagello della guerra ai frutti feroci del tribalismo e delle rivalità etniche, alla cupidigia che corrompe il cuore dell'uomo, riduce in schiavitù i poveri e priva le generazioni future delle risorse di cui hanno bisogno per creare una società più solidale e più giusta, una società veramente ed autenticamente africana nel suo genio e nei suoi valori".

Tgcom


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PIETRO E IL MONDO

Festa africana per Benedetto

Benedetto XVI che, nel nome di Cristo, all’abbraccio del continente si è consegnato senza riserve

La siepe umana di 30 chilometri tra l’aeroporto e il centro di Yaoundé. Un 'tappeto umano' di giovani stesi a terra che, fuori dalla nunziatura di Luanda, disegnavano una rosa con le loro magliette. Le carezze ai malati. E l’interminabile fiaccolata notturna

DAL NOSTRO INVIATO A LUANDA (ANGOLA)

MIMMO MUOLO

Quando domani tornerà a Roma, dopo quasi una settimana trascorsa in Africa, Benedetto XVI avrà solo l’imbarazzo della scelta a riempire un ipotetico album dei ricordi con le istantanee più belle di questo suo primo viaggio nel continente nero.
Foto e filmati raccontano infatti di un’accoglienza che definire calorosa è davvero troppo poco.

E ovunque sia passata, la papamobile ha fatto fatica ad avanzare tra due ali di folla entusiasta e un affetto tanto intenso, che gli stessi organizzatori della visita non hanno esitato a definirlo «superiore ad ogni più ottimistica aspettativa».

Emblematica la scena che si è presentata ieri mattina agli occhi del Papa. Quando è uscito dalla nunziatura di Luanda, per recarsi nella parrocchia di Sao Paulo dove avrebbe celebrato la Messa, ha trovato sulla strada davanti al cancello un vero e proprio tappeto umano, formato di ragazzi e ragazze stesi per terra. Erano lì da oltre un’ora e, incuranti del sole a picco, con le loro magliette disegnavano una rosa. In pratica la stessa tecnica che i tifosi degli stadi usano per le scenografie a sostegno della squadra del cuore.
Nel cuore degli africani questo Papa che – per usare una sua bella espressione di ieri – ha «lineamenti un po’ diversi» da quelli di Giovanni Paolo II, ma «lo stesso amore», è già entrato alla grande. Proprio come il suo predecessore. E l’abbraccio con cui quei ragazzi hanno poi stretto il Pontefice che, dopo averli rialzati, si è fermato a lungo a ringraziarli e a benedirli, sta lì a testimoniarlo.
In miniatura l’episodio riproduce il grande abbraccio di Yaoundé e di Luanda, del Camerun e dell’Angola, che rappresentano davvero in questi giorni tutta l’Africa.
Ora dopo ora, man mano che il viaggio avanza verso la sua conclusione, sempre nuovi episodi si aggiungono a dare l’idea della grandezza del feeling sbocciato – proprio come una rosa – sulle strade toccate dall’itinerario papale.

Rimarranno ad esempio certamente indelebili le immagini dei 30 chilometri tra l’aeroporto e il centro della capitale del Camerun ininterrottamente costeggiati sull’uno e sull’altro lato da una catena di uomini, donne e bambini da ore in paziente attesa dell’arrivo del Pontefice. Rimarrà la commozione e la felicità dei malati (anche di Aids) del Centro Cardinal Paul Emile Léger nel ricevere la carezza del Papa. E sarà difficile cancellare anche l’impressione suscitata dai due stadi di Yaoundé e Luanda, gremiti come e più che per una partita di calcio, da decine di migliaia di fedeli capaci di esprimere la propria fede con i tipici canti e balli locali, ma anche con il silenzio assoluto al momento della preghiera eucaristica o dei discorsi di Benedetto XVI.

Così non stupisce che diversi siano stati in questi giorni anche i fuori programma.

L’incontro con i Pigmei Baka, che gli hanno donato una tartaruga, simbolo di saggezza; il Papa che fa fermare l’auto (è successo ieri mattina a Luanda) per scendere a salutare un gruppo di fedeli davanti al sagrato di una parrocchia sulla via del ritorno in nunziatura; l’affaccio (venerdì sera) al balcone della stessa nunziatura per augurare la buona notte ai giovani che sfilavano sotto le sue finestre durante la processione con le fiaccole che ha preparato l’incontro di ieri nello Stadio dos Coquieros.
E forse è proprio questa l’immagine che ha sorpreso più di tutte. Luanda trasformata nottetempo in una grande Lourdes, e attraversata da un autentico fiume di persone in preghiera.
Centomila, forse di più. Nel cuore di una metropoli che in pochi anni è passata da 500mila a tre milioni di abitanti; sui viali di quel porto (circondato dai palazzi di stile coloniale e assediato dalle petroliere in rada), in cui sono passati nei secoli scorsi la disperazione degli schiavi deportati e il latrocinio delle materie prime depredate; al centro di una nazione che dopo una lunga guerra civile vive una difficile transizione verso lo sviluppo e la vera democrazia, rischiando però di consegnarsi a nuovi colonizzatori economici. L’Africa in un certo senso riparte da qui e dalle migliaia e migliaia di fiammelle accese nella notte a simboleggiare vita, fede, speranza. Sapendo di poter contare su un nuovo amico.

© Copyright Avvenire, 22 marzo 2009


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Analisi

Il viaggio «cucinato» dai mass media e quello che c’è stato davvero

Mimmo Muolo

DAL NOSTRO INVIATO A LUANDA (ANGOLA)

Tutto ci si sarebbe aspettato dal pri mo viaggio in Africa di Benedetto XVI, ma non che alla fine i viaggi sa rebbero stati addirittura due.

Quello vero e quello raccontato da gran parte dei me dia occidentali.

Si comincia ancor prima di toccare il suolo africano.
A bordo del l’aereo, il Papa parla della fede gioiosa de gli africani, dei problemi economici mon diali che rischiano di affondare ancor più il continente già duramente provato dal la povertà.
Ma tutto si concentra su una frase: «L’Aids non si combatte distribuen do preservativi, che anzi aggravano il pro blema».

Niente di nuovo sul piano del ma gistero della Chiesa, ma le reazioni dei so liti ambienti radical chic sono durissime.

«Il Papa condanna a morte milioni di a fricani» è più o meno la vulgata del suo discorso, volto in realtà a ricordare come il profilattico non serva, se a monte non c’è un’autentica educazione sessuale e non si concentrano le risorse sulla cura dei malati. Anzi, all’arrivo a Yaoundé Be nedetto XVI chiede espressamente medi cinali gratis per tutti. Ma su questo, natu ralmente, i mass media del primo mondo tacciono.

Così come è quasi impossibile trovare traccia della trionfale accoglienza che gli africani (gli stessi che lui vorrebbe «con dannare a morte») gli tributano in tutte le fasi della visita.

I giornali di Yaoundé, il giorno dopo l’arrivo, hanno titoli del tipo 'In trionfo', ma nella Ue scendono in campo perfino diverse cancellerie e si sca tena la solita canea dei sostenitori del bu siness del preservativo.
«Il Papa è un irre sponsabile », è il commento più benevo lo, e alcuni interventi sono davvero al li mite dell’offesa personale. Tuttavia gli autori di tali dichiarazioni ap partengono al gruppo di quei Paesi ricchi che nel Round di Doha hanno promesso di devolvere lo 0,7 per cento del Pil agli aiuti allo sviluppo e non l’hanno mai fat to; che attuano una colonizzazione eco nomica che fa rimpiangere persino quel la politica di qualche decennio fa; e che di menticano sistematicamente guerre, ca restie e malattie (leggi Darfur e malaria, ad esempio), a causa delle quali, invece, la gente muore davvero.
Il Papa no. Non dimentica. Parla dei pro blemi dell’Africa, chiede il rispetto degli impegni presi a Doha, denuncia corru zione politica, guerre fratricide, violenze sulle donne e sui bambini, visita malati e rifiuta i conflitti in nome di Dio.

Ma torna a far notizia solo quando stigmatizza che sotto il concetto di 'salute riproduttiva delle donne' si voglia far passare l’aborto come mezzo di regolazione delle nascite.

E di nuovo fioccano le polemiche, con il fondo toccato da chi interpreta le parole del Pontefice come un appoggio al vesco vo di Recife e alla sua frettolosa scomuni ca nei confronti della bambina brasiliana costretta ad abortire dopo la violenza su bita dal patrigno.
Incredibile ma vero. È successo anche questo nel viaggio me diatico di Benedetto XVI.
Quello vero è un’altra cosa. È la risposta di chi sa che la vera speranza non viene da quanti vogliono vendere quantità indu striali di preservativi per i propri interes si economici, ma da uomini e donne co me i tanti sacerdoti religiosi e laici che o gni giorno stanno a fianco dei poveri. Que sto fa la Chiesa, questo è venuto a testi moniare il Papa.
E gli africani lo hanno compreso. A differenza di tanti commen tatori occidentali.

© Copyright Avvenire, 22 marzo 2009


Papa Ratzi Superstar

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