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Viaggio apostolico in Camerun e Angola

Ultimo Aggiornamento: 02/05/2009 17.13
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Dal blog di Lella...

Il preservativo non è tutto

ALDO MARIA VALLI

Sebbene quasi tutti i giornali abbiano fatto grandi titoli sostenendo che il papa avrebbe detto no ai preservativi, e nonostante le critiche e le reazioni giunte da Parigi e da Berlino, Benedetto XVI sull’aereo che lo portava in Camerun ha detto un’altra cosa, e precisamente che non si può pensare di combattere l’aids distribuendo preservativi.

È un discorso razionalmente sostenibile al di là di ogni valutazione morale o religiosa.
Ed è un peccato che una valutazione sulla quale sarebbe stato possibile imbastire un confronto serio sia stata ridotta a una battuta.
È questo un problema che si ripete spesso per quanto riguarda la comunicazione della Chiesa e del papa in particolare. Il pontefice dice una cosa e i titoli la riducono a un’altra. Se è vero che la Chiesa ha problemi di comunicazione, è anche vero che la stampa spesso deforma ciò che la Chiesa dice.
Come ha sostenuto il periodico cattolico francese La Croix sembra quasi che i giornalisti non aspettassero altro che di poter inchiodare il papa sul tema dei preservativi.
Ma un conto è inchiodarlo a parole dette veramente, un conto è inchiodarlo a parole inventate.
La realtà tremenda dell’aids in Africa meriterebbe altri approfondimenti e altre valutazioni. Tutti sanno, per esempio, che ci sono missionari che di fronte a situazioni concrete non diversamente affrontabili permettono l’uso dei preservativi.
Come soluzione d’emergenza, non come metodo generale.
Perché il cristiano, quando c’è di mezzo la vita umana, sta sempre dalla parte della realtà.
Benedetto XVI è stato coraggioso quando ha usato la parola preservativo.
Coraggioso e forse anche un po’ troppo fiducioso, ma l’ha fatto, dimostrando di non averne paura.
Qualcuno ha detto che parlare dell’Africa da un aereo a diecimila metri di quota è troppo comodo e che bisognerebbe mescolarsi ai drammi degli africani, ma è un’accusa assolutamente ingiusta. Il papa parla per linee generali perché questo è il suo compito, ma nessuno può accusare la Chiesa di non mescolarsi.
Se c’è qualcuno che si mescola ogni giorno e si sporca le mani è proprio la Chiesa.
I commentatori tutti presi dalla questione del preservativo sapranno ascoltare anche il resto di ciò che il papa ha da dire? Rimanendo nel campo della Chiesa cattolica, c’è la questione del comportamento di alcuni vescovi e della gestione di comunità e parrocchie. Alcune sono alla bancarotta per incapacità e corruzione, e poi c’è il problema della formazione dei sacerdoti e dei religiosi. Le vocazioni in Africa abbondano, ma troppo spesso la “carriera” religiosa è scelta come mezzo di emancipazione sociale e magari per lasciare l’Africa.
A proposito di sessualità c’è poi la questione della castità dei preti, che nel continente nero è vissuta, diciamo, con una certa flessibilità.

Questi sono tutti temi veri. Il papa, che non ha paura, lancerà messaggi.

Ma bisognerà stare ad ascoltarlo con attenzione e onestà intellettuale.

© Copyright Europa, 19 marzo 2009


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Il papa lascia il Camerun e fa tappa in Angola: ragione e fede, le ali di Dio verso i diritti

Scritto da Salvatore Scolozzi

“Non arrendetevi alla legge del più forte! Perché Dio ha concesso agli esseri umani di volare, al di sopra delle loro tendenze naturali, con le ali della ragione e della fede. Se vi fate sollevare da queste ali, non vi sarà difficile riconoscere nell’altro un fratello, che è nato con gli stessi diritti umani fondamentali.” In mattinata ha lasciato il Camerun, e appena arrivato in Angola, accolto dal capo di Stato e dal corpo diplomatico, il papa va dritto al problema della giustizia e della pace, richiamando a fuggire dalle sopraffazioni e dai totalitarismi.

“Vi ricordo – ha detto il papa - che provengo da un Paese dove la pace e la fraternità sono care ai cuori di tutti i suoi abitanti, in particolare di quanti, come me, hanno conosciuto la guerra e la divisione tra fratelli appartenenti alla stessa Nazione a causa di ideologie devastanti e disumane, le quali, sotto la falsa apparenza di sogni e illusioni, facevano pesare sopra gli uomini il giogo dell’oppressione. Potete dunque capire – ha aggiunto il papa - quanto io sia sensibile al dialogo fra gli uomini come mezzo per superare ogni forma di conflitto e di tensione e per fare di ogni Nazione, e quindi anche della vostra Patria, una casa di pace e di fraternità.”

Un esortazione vera e propria, quella di Benedetto XVI, secondo cui bisogna “proseguire sulla via della pacificazione e della ricostruzione del paese e delle istituzioni”. In questo percorso, dice il papa, “dovete prendere dal vostro patrimonio spirituale e culturale i valori migliori, di cui l’Angola è portatrice, e farvi gli uni incontro agli altri senza paura, accettando di condividere le personali ricchezze spirituali e materiali a beneficio di tutti.” Questo perché i diritti sono di tutti, e “Non si può dimenticare la moltitudine di angolani che vivono al di sotto della linea di povertà assoluta. Non deludete le loro aspettative!”.

In questa “opera immane”, tuttavia, l’Angola può ancora contare sulle parole di Giovanni Paolo II, che la visitò nel 1992, parlando, come ricordato dallo stesso Benedetto XVI, “di giustizia, di pace e di solidarietà”. E ancora, c’è bisogno di andare verso “valori da tutti condivisi”, da trovare “anche oggi nel Vangelo di Gesù Cristo, come accadde tempo addietro con un vostro illustre antenato, Dom Afonso I Mbemba-a-Nzinga; per opera sua, cinquecento anni fa è sorto in Mbanza Congo un regno cristiano” e “dalle sue ceneri poté poi sorgere (…) una Chiesa rinnovata che non ha cessato di crescere fino ai nostri giorni”.

E’ proprio l’anniversario dei cinquecento anni dalla cristianizzazione del paese, come ricorda lo stesso pontefice, che ha favorito il viaggio, insieme alla voglia di ritrovarsi “con una delle più antiche comunità cattoliche dell’Africa sub-equatoriale, per confermarla nella sua fede in Gesù risorto ed associarmi alle suppliche dei suoi figli e figlie affinché il tempo della pace, nella giustizia e nella fraternità, non conosca tramonto in Angola, consentendole di adempiere alla missione che Dio le ha affidato in favore del suo popolo e nel concerto delle Nazioni.”

Il papa è giunto a Luanda alle ore 12.45, dopo appena 2 ore e 15 di volo. La partenza da Yaundèe alle ore 10.30 circa, dopo una cerimonia ufficiale di congedo, in cui il papa ha implorato benedizioni per il Camerun, “bellissimo Paese, ‘l’Africa in miniatura’, un Paese di promesse, un Paese di gloria”. Nel suo discorso ha tratteggiato i momenti fondamentali della sua visita, ed ha ricordato come questo “è veramente un momento di grande speranza per l’Africa e per il mondo intero”, se si risponde all’esortazione del Signore “che vi impegna – ha detto il papa - a portare riconciliazione, guarigione e pace alle vostre comunità ed alla vostra società”

"Il calore del sole africano ha trovato il suo riflesso nel calore dell'ospitalità che mi è stata offerta", ha detto il pontefice. Due i momenti di questi giorni che "mi rimarranno profondamente impresse nella memoria", ha aggiunto. Innanzi tutto la visita al Centro Cardinal Leger, per l’incontro con il mondo della sofferenza. "Questa compassione simile a quella di Cristo è un segno sicuro di speranza per il futuro della Chiesa e per il futuro dell'Africa". "Prego affinchè cresciamo anche nel vicendevole rispetto e stima e fortifichiamo la nostra decisione di collaborare per proclamare la dignità donata da Dio alla persona umana, un messaggio che un mondo in crescente secolarizzazione ha bisogno di sentire".

Infine ha affidato alla preghiera dei fedeli del Camerun la buona riuscita dell'Assemblea speciale per l'Africa del Sinodo dei vescovi, perchè "dia prova di essere un tempo di grazia per la Chiesa in tutto il Continente, un tempo di rinnovamento e di nuovo impegno nella missione di portare il messaggio salvifico del Vangelo ad un mondo lacerato".

Tra le curiosità del viaggio, anche la scelta del papa di portare con se una tartaruga donata da un capo dei Pigmei del Camerun, che hanno incontrato il pontefice prima della sua partenza da Yaoundèe. L'animale, simbolo di saggezza, si è imbarcato sull'aereo papale all'interno di un cesto di vimini anch'esso donato dagli indigeni. Il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, ha presentato la tartaruga ai giornalisti del seguito, sopraffatto dalle foto e dalle riprese televisive dei media internazionali. Ancora non è stato scelto un nome.

www.korazym.org



www.radiovaticana.org/it1/videonews_ita.asp?anno=2009&videoclip=752&sett...

[Modificato da Paparatzifan 20/03/2009 16.19]
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20/03/2009 16.15
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VIAGGIO APOSTOLICO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI IN CAMERUN E ANGOLA (17-23 MARZO 2009) (X)

TELEGRAMMI A CAPI DI STATO


Questa mattina, nel corso del volo aereo verso l’Angola - seconda tappa del Suo viaggio in Africa - al momento di lasciare il territorio del Camerun e nel sorvolare poi gli spazi aerei della Guinea Equatoriale, del Gabon, della Repubblica del Congo e della Repubblica Democratica del Congo, il Santo Padre Benedetto XVI ha fatto pervenire ai rispettivi Capi di Stato i seguenti messaggi telegrafici:

SON EXCELLENCE MONSIEUR PAUL BIYA
PRÉSIDENT DE LA RÉPUBLIQUE DU CAMEROUN
YAOUNDE

AU TERME DE MA VISITE PASTORALE ET AU MOMENT DE QUITTER VOTRE TERRITOIRE NATIONAL JE TIENS À REMERCIER VIVEMENT VOTRE EXCELLENCE POUR SON AIMABLE HOSPITALITÉ ET À LUI REDIRE COMBIEN J’AI ÉTÉ SENSIBLE À L’ACCUEIL CHALEUREUX QUE M’A RÉSERVÉ L’ENSEMBLE DES CAMEROUNAIS (.) EN LUI RÉITÉRANT MES VŒUX FERVENTS J’INVOQUE SUR TOUTE LA NATION L’ABONDANCE DES BÉNÉDICTIONS DIVINES

BENEDICTUS PP. XVI


EXCMO SR TEODORO OBIANG NGUEMA MBASOGO
PRESIDENTE DE LA REPÚBLICA DE GUINEA ECUATORIAL
MALABO

AL SOBREVOLAR EL TERRITORIO DE GUINEA ECUATORIAL EN MI VIAJE A ANGOLA DESEO SALUDAR A VUESTRA EXCELENCIA Y MANIFESTAR A TODOS LOS AMADOS HIJOS E HIJAS DE ESE PAÍS MI CERCANÍA ESPIRITUAL ELEVANDO FERVIENTES PLEGARIAS AL SEÑOR PARA QUE CONCEDA A ESA NOBLE NACIÓN COPIOSOS DONES DE PAZ CONCORDIA Y PROSPERIDAD (.) CON ESTOS SENTIMIENTOS E INVOCANDO LA PROTECCIÓN MATERNAL DE LA VIRGEN MARÍA LES IMPARTO UNA ESPECIAL BENDICIÓN APOSTÓLICA

BENEDICTUS PP. XVI


SON EXCELLENCE EL HADJ OMAR BONGO ONDIMBA
PRÉSIDENT DE LA RÉPUBLIQUE GABONAISE
LIBREVILLE

AU MOMENT OÙ JE SURVOLE LE TERRITOIRE DE LA RÉPUBLIQUE GABONAISE AU COURS D’UNE NOUVELLE ÉTAPE DE MA VISITE PASTORALE SUR LE CONTINENT AFRICAIN J’ADRESSE À VOTRE EXCELLENCE MON CORDIAL SALUT AINSI QU’À TOUS SES COMPATRIOTES (.) JE DEMANDE À DIEU D’ASSISTER LA NATION DANS SES EFFORTS POUR CONSTRUIRE UNE SOCIÉTÉ TOUJOURS PLUS JUSTE ET PLUS PROSPÈRE ET J’IMPLORE DU TOUT-PUISSANT L’ABONDANCE DE SES BÉNÉDICTIONS POUR TOUS LES GABONAIS

BENEDICTUS PP. XVI


SON EXCELLENCE MONSIEUR DENIS SASSOU NGUESSO
PRÉSIDENT DE LA RÉPUBLIQUE DU CONGO
BRAZZAVILLE

EMPRUNTANT L’ESPACE AÉRIEN DE LA RÉPUBLIQUE DU CONGO AU COURS D’UNE NOUVELLE ÉTAPE DE MA VISITE PASTORALE EN TERRE AFRICAINE JE TIENS À PRÉSENTER MES SALUTATIONS À VOTRE EXCELLENCE ET À L’ENSEMBLE DE SES CONCITOYENS TOUT EN FORMANT DES VŒUX ARDENTS POUR LA PAIX ET LA PROSPÉRITÉ DE VOTRE PAYS ET EN IMPLORANT SUR LA NATION TOUTE ENTIÈRE L’ABONDANCE DES BÉNÉDICTIONS DIVINES

BENEDICTUS PP. XVI


SON EXCELLENCE MONSIEUR JOSEPH KABILA
PRÉSIDENT DE LA RÉPUBLIQUE DÉMOCRATIQUE DU CONGO
KINSHASA

AU MOMENT D’EMPRUNTER L’ESPACE AÉRIEN DE LA RÉPUBLIQUE DÉMOCRATIQUE DU CONGO POUR UNE NOUVELLE ÉTAPE DE MA VISITE PASTORALE SUR LE CONTINENT AFRICAIN IL M’EST AGRÉABLE DE SALUER VOTRE EXCELLENCE ET DE LUI EXPRIMER LES VŒUX QUE JE FORME POUR L’UNITÉ DE TOUS LES CONGOLAIS AU SEIN D’UNE COMMUNAUTÉ NATIONALE RÉCONCILIÉE ET MOBILISÉE POUR LA RECONSTRUCTION DU PAYS. QUE DIEU BÉNISSE VOTRE PERSONNE ET CET EFFORT NATIONAL

BENEDICTUS PP. XVI




CERIMONIA DI BENVENUTO ALL’AEROPORTO "4 DE FEVEREIRO" DI LUANDA (ANGOLA)

All’arrivo all’aeroporto "4 de Fevereiro" di Luanda, previsto per le ore 12.45, il Santo Padre Benedetto XVI è accolto dal Presidente della Repubblica di Angola, S.E. il Sig. José Eduardo dos Santos, con la Consorte, e successivamente dall’Arcivescovo di Luanda e Presidente della Conferenza Episcopale dell’Angola e São Tomé (CEAST), S.E. Mons. Damião António Franklin. Presenti numerose Autorità politiche e civili; il Nunzio Apostolico S.E. Mons. Giovanni Angelo Becciu; i Vescovi dell’Angola e un gruppo di giovani.

Dopo il saluto del Presidente della Repubblica, S.E. Sig. José Eduardo dos Santos, il Papa pronuncia il discorso che riportiamo di seguito:

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Eccellentissimo Signor Presidente della Repubblica,
Illustrissime Autorità civili e militari,
Venerati Fratelli nell’Episcopato,
Cari amici angolani!

Con vivi sentimenti di deferenza e amicizia, metto piede sul suolo di questa nobile e giovane Nazione nell’ambito di una visita pastorale che, nel mio spirito, ha per orizzonte il Continente africano, anche se i miei passi ho dovuto circoscriverli a Yaoundé e Luanda. Sappiano tutti però che, nel mio cuore e nella mia preghiera, ho presenti l’Africa in generale e il popolo di Angola in particolare, al quale desidero offrire un cordiale incoraggiamento a proseguire sulla via della pacificazione e della ricostruzione del Paese e delle istituzioni.

Signor Presidente, inizio con il ringraziare per l’amabile invito che Ella mi ha fatto di visitare l’Angola e per le cordiali espressioni di benvenuto appena rivoltemi. Voglia gradire i miei deferenti saluti e i migliori auguri, che estendo alle altre Autorità qui gentilmente convenute ad accogliermi. Saluto tutta la Chiesa cattolica in Angola nella persona dei suoi Vescovi qui presenti, e ringrazio tutti gli amici angolani dell’affettuosa accoglienza che mi hanno riservato. A quanti mi seguono mediante la radio e la televisione, giunga pure l’espressione della mia amicizia, con la certezza della benevolenza del Cielo sopra la comune missione che c’è stata affidata: quella d’edificare insieme una società più libera, più pacifica e più solidale.

Come non ricordare quell’illustre Visitatore che benedisse l’Angola nel mese di giugno 1992: il mio amato Predecessore Giovanni Paolo II? Instancabile missionario di Gesù Cristo fino agli estremi confini della terra, egli ha indicato la via verso Dio, invitando tutti gli uomini di buona volontà ad ascoltare la propria coscienza rettamente formata e ad edificare una società di giustizia, di pace e di solidarietà, nella carità e nel perdono vicendevole. Quanto a me, vi ricordo che provengo da un Paese dove la pace e la fraternità sono care ai cuori di tutti i suoi abitanti, in particolare di quanti – come me – hanno conosciuto la guerra e la divisione tra fratelli appartenenti alla stessa Nazione a causa di ideologie devastanti e disumane, le quali, sotto la falsa apparenza di sogni e illusioni, facevano pesare sopra gli uomini il giogo dell’oppressione. Potete dunque capire quanto io sia sensibile al dialogo fra gli uomini come mezzo per superare ogni forma di conflitto e di tensione e per fare di ogni Nazione – e quindi anche della vostra Patria – una casa di pace e di fraternità. In vista di tale scopo, dovete prendere dal vostro patrimonio spirituale e culturale i valori migliori, di cui l’Angola è portatrice, e farvi gli uni incontro agli altri senza paura, accettando di condividere le personali ricchezze spirituali e materiali a beneficio di tutti.

Come non pensare qui alle popolazioni della provincia di Kunene flagellate da piogge torrenziali e alluvioni, che hanno provocato numerosi morti e hanno lasciato tante famiglie prive di alloggio per la distruzione delle loro case? A quelle popolazioni provate desidero far giungere in questo momento l’assicurazione della mia solidarietà, insieme con un particolare incoraggiamento alla fiducia per ricominciare con l’aiuto di tutti.

Cari amici angolani, il vostro territorio è ricco; la vostra Nazione è forte. Utilizzate queste vostre prerogative per favorire la pace e l’intesa fra i popoli, su una base di lealtà e di uguaglianza che promuovano per l’Africa quel futuro pacifico e solidale al quale tutti anelano e hanno diritto. A tale scopo vi prego: Non arrendetevi alla legge del più forte! Perché Dio ha concesso agli esseri umani di volare, al di sopra delle loro tendenze naturali, con le ali della ragione e della fede. Se vi fate sollevare da queste ali, non vi sarà difficile riconoscere nell’altro un fratello, che è nato con gli stessi diritti umani fondamentali. Purtroppo dentro i vostri confini angolani ci sono ancora tanti poveri che rivendicano il rispetto dei loro diritti. Non si può dimenticare la moltitudine di angolani che vivono al di sotto della linea di povertà assoluta. Non deludete le loro aspettative!

Si tratta di un’opera immane, che richiede una più grande partecipazione civica da parte di tutti. È necessario coinvolgere in essa l’intera società civile angolana; questa però ha bisogno di presentarsi all’appuntamento più forte e articolata, sia tra le forze che la compongono come anche nel dialogo con il Governo. Per dare vita ad una società veramente sollecita del bene comune, sono necessari valori da tutti condivisi. Sono convinto che l’Angola li potrà trovare anche oggi nel Vangelo di Gesù Cristo, come accadde tempo addietro con un vostro illustre antenato, Dom Afonso I Mbemba-a-Nzinga; per opera sua, cinquecento anni fa è sorto in Mbanza Congo un regno cristiano che sopravvisse fino al XVIII secolo. Dalle sue ceneri poté poi sorgere, a cavallo dei secoli XIX e XX, una Chiesa rinnovata che non ha cessato di crescere fino ai nostri giorni; ne sia ringraziato Dio! Ecco il motivo immediato che mi ha portato in Angola: ritrovarmi con una delle più antiche comunità cattoliche dell’Africa sub-equatoriale, per confermarla nella sua fede in Gesù risorto ed associarmi alle suppliche dei suoi figli e figlie affinché il tempo della pace, nella giustizia e nella fraternità, non conosca tramonto in Angola, consentendole di adempiere alla missione che Dio le ha affidato in favore del suo popolo e nel concerto delle Nazioni. Dio benedica l’Angola!


Al termine della Cerimonia di Benvenuto, il Papa si trasferisce in auto alla Nunziatura Apostolica di Luanda dove pranza in privato.




Il Papa in Angola: non arrendetevi alla legge del più forte, condividete le ricchezze con giustizia



Benedetto XVI è arrivato oggi in Angola dopo aver concluso stamani la sua visita in Camerun. All'aeroporto di Luanda, durante la cerimonia di benvenuto, Benedetto XVI ha invitato la popolazione angolana alla riconciliazione, senza arrendersi alla legge del più forte, e a condividere le grandi ricchezze del Paese. Quindi ha espresso la sua solidarietà per le popolazioni colpite dalle alluvioni. Il servizio del nostro inviato Davide Dionisi.

Benvenuto, umile lavoratore della vigna del Signore. Bem-vindo a Angola. Finisce così, con gli slogan che campeggiano nelle strade di Luanda e sul principale mezzo di informazione locale, la lunga attesa del popolo angolano. Alle 12.45 di oggi l’aereo del Papa, proveniente da Yaoundé, è atterrato all’aeroporto internazionale “4 de Fevereiro” della capitale e ad accogliere il Santo Padre c’era il nunzio apostolico, mons. Giovanni Angelo Becciu, l’arcivescovo di Luanda e presidente della Conferenza episcopale dell’Angola e Sao Tomé, mons. Damiao Antonio Franklin, il presidente della Repubblica José Eduardo Dos Santos e il coordinatore della visita del Santo Padre e vescovo di Cabinda, mons. Filomeno do Nascimento. Un’attesa lunga diciassette anni, da quando nel 1992 Giovanni Paolo II venne per alleviare “le sofferenze di una lunga e sanguinosa guerra civile” e per lanciare un appello chiedendo a quanti potessero favorire una soluzione e operassero perché le risorse del Paese potessero giovare a tutti i suoi abitanti e costituire un aiuto per l'Africa intera. Benedetto XVI proprio nel suo primo discorso, pronunciato durante la cerimonia di benvenuto, ha ricordato la visita del suo predecessore, sottolineando quanto stessero a cuore a Papa Wojtyla le sorti di questa giovane nazione.

Il Papa poi ha sottolineato la personale comunione di sentimenti con il popolo angolano, entrambi con trascorsi di guerra e di tragedia: la Germania della Seconda Guerra Mondiale e l’Angola di ventisette anni di guerra civile. Ma è il dialogo tra gli uomini, ha ricordato il Pontefice, lo strumento principe per costruire quella civiltà dell’amore da tanta parte evocata:

"Quanto a mim, venho de um país onde a paz e a fraternidade ...
Quanto a me, vi ricordo che provengo da un Paese dove la pace e la fraternità sono care ai cuori di tutti i suoi abitanti, in particolare di quanti – come me – hanno conosciuto la guerra e la divisione tra fratelli appartenenti alla stessa Nazione a causa di ideologie devastanti e disumane, le quali, sotto la falsa apparenza di sogni e illusioni, facevano pesare sopra gli uomini il giogo dell’oppressione. Potete dunque capire quanto io sia sensibile al dialogo fra gli uomini come mezzo per superare ogni forma di conflitto e di tensione e per fare di ogni Nazione – e quindi anche della vostra Patria – una casa di pace e di fraternità”.
Il Papa ha successivamente ricordato le piogge abbondanti dei giorni scorsi che hanno causato alluvioni e smottamenti soprattutto nel Kunene, estremo sud del Paese, al confine con la Namibia:

"Como não pensar aqui nas populações da província do Kunene…
Come non pensare qui alle popolazioni della provincia di Kunene flagellate da piogge torrenziali e alluvioni, che hanno provocato numerosi morti e hanno lasciato tante famiglie prive di alloggio per la distruzione delle loro case? A quelle popolazioni provate desidero far giungere in questo momento l’assicurazione della mia solidarietà, insieme con un particolare incoraggiamento alla fiducia per ricominciare con l’aiuto di tutti”.
Nel ricordare che l’Angola è una delle nazioni più ricche di risorse naturali (petrolio e diamanti su tutte), Benedetto XVI ha invitato a sfruttare al meglio i doni che il Signore ha donato a questa importante fetta d’Africa per il raggiungimento di una pace duratura. Senza però mai cedere alla tentazione di sopraffare l’altro con la forza:

"Queridos amigos angolanos, o vosso território é rico...
Cari amici angolani, il vostro territorio è ricco; la vostra Nazione è forte. Utilizzate queste vostre prerogative per favorire la pace e l’intesa fra i popoli, su una base di lealtà e di uguaglianza che promuovano per l’Africa quel futuro pacifico e solidale al quale tutti anelano e hanno diritto. A tale scopo vi prego: Non arrendetevi alla legge del più forte!”.
Il pensiero poi è andato ai poveri e agli indigenti. Nonostante le immense risorse, il tasso di povertà è ancora molto elevato. I problemi legati alla corruzione e alla mancanza di industrie alimentari e manifatturiere mettono a dura prova la distribuzione della ricchezza tra la popolazione, che registra ancora un alto tasso di disoccupazione:

"Infelizmente, dentro das vossas fronteiras angolanas, há ainda tantos pobres
Purtroppo dentro i vostri confini angolani ci sono ancora tanti poveri che rivendicano il rispetto dei loro diritti. Non si può dimenticare la moltitudine di angolani che vivono al di sotto della linea di povertà assoluta. Non deludete le loro aspettative!”.

E per risollevare le sorti di un popolo così tanto volenteroso di aprire un nuovo capitolo di sviluppo e dar vita ad una società tesa al bene comune, il Santo Padre ha evocato la figura di un illustre antenato, Dom Alfonso I Mbenga-a-Nzinga, grazie al quale cinquecento anni fa sorse in Mbanza Congo un regno cristiano che sopravvisse fino al 18esimo secolo. Infine Benedetto XVI ha spiegato i motivi che lo hanno condotto fin qui. Su tutti quello di ritrovarsi con una delle più antiche comunità cattoliche dell’Africa sub-equatoriale, per confermarla nella sua fede in Gesù risorto ed associarsi alle suppliche dei suoi figli affinché il tempo della pace, nella giustizia e nella fraternità, non conosca tramonto.

Benedetto XVI si è presentato con parole chiare all’Angola e, d’altra parte, palpabile è l’attesa nel Paese per i contenuti di questa visita pastorale. Lo sottolinea, il primo segretario dell’Ambasciata d’Italia in Angola, Riccardo Villa, al quale il nostro inviato, Davide Dionisi, ha domandato quale sia il messaggio che più viene in evidenza con la presenza del Pontefice a Luanda:

R. – Sicuramente, un messaggio di speranza. Il popolo angolano esce da 30 anni di guerra civile che si è conclusa nel 2002, è iniziato un processo di riconciliazione nazionale: non dimentichiamo che le prime elezioni legislative nel Paese ci sono state nel settembre del 2008, elezioni che sono state affrontate dal popolo angolano con grande maturità, con grande serenità. Ne è uscito un responso elettorale molto chiaro per il partito del presidente Eduardo dos Santos, che oggi è al governo. Non si ricostruisce il Paese, dopo 30 anni di guerra civile, in tre-quattro anni! Quindi, decisamente la visita del Papa potrà aiutare a migliorare, forse, l’intervento, l’attenzione delle autorità angolane verso settori – quali quello sociale – che forse sono stati un po’ più trascurati negli anni scorsi rispetto alle esigenze più immediate di riabilitare le infrastrutture del Paese: dalle strade, ai porti … Fino a due anni fa, il Paese non si poteva visitare se non per via aerea: oggi si può percorrere quasi tutto e stiamo parlando di un Paese che è quattro volte più grande dell’Italia!

D. – Ha fatto riferimento alla guerra civile: nel 2002 è finita, sono passati sette anni. Il popolo angolano, come ha reagito?

R. – Il popolo angolano è un popolo che ama la pace, quindi ha sicuramente sposato immediatamente l’idea della pace. Quando è stato dato l’annuncio della fine della guerra, sono state immediatamente abbandonate le armi, da parte di tutti. Non ci sono stati strascichi: questa è una cosa che ha impressionato un po’ tutti. Adesso, il Paese è incamminato su un’altra strada che è quella, appunto, della ricostruzione nazionale che richiede lo sforzo di tutti i cittadini angolani. L’appuntamento elettorale che c’è stato l’anno scorso ha aiutato un po’ a chiarire la situazione politica; ora si potrà forse procedere anche in maniera più spedita e ci sono moltissime opportunità sia a livello sociale sia anche a livello economico.(Montaggio a cura di Maria Brigini)


Dopodomani pomeriggio è in programma, a Luanda, l’atteso incontro di Benedetto XVI con i Movimenti cattolici che lavorano per la promozione della donna. Una delle ong presente sul posto è “Medici con l’Africa Cuamm”. Il nostro inviato in Angola, Davide Dionisi, ha parlato della questione con una delle volontarie dell’ong, Guglielmina Bentu, che spiega come ancora la strada da percorrere per migliorare la dignità della donna africana sia ancora lunga:

R. – Dobbiamo sempre lottare per raggiungere quel livello di emancipazione che la donna africana auspica.

D. – Ma vive ancora in una situazione di sofferenza, o qualche cosa sta migliorando?

R. – La sofferenza non è ancora finita. Bisogna che lo Stato e la società civile, proprio, facciano qualcosa per aiutare anche la stessa donna ad uscire da questa situazione di povertà. Perché, infatti, la povertà colpisce di più la donna.

D. – In che modo colpisce di più la donna?

R. – Perché la donna ha meno possibilità di studiare e quindi non ha lo stesso accesso ad un lavoro degno che la aiuti a guadagnare meglio e a concorrere con gli uomini sul lavoro. La donna deve faticare il doppio per dimostrare agli uomini che lei è veramente brava!

D. – Uno dei momenti più importanti della visita di Benedetto XVI sarà proprio l’incontro con le donne. Ecco: che cosa significa questo appuntamento?

R. – Un messaggio di speranza per la donna africana, che è chiamata a educare meglio i figli affinché domani possano diventare uomini moralmente capaci di dirigere questa nazione con dignità. (Montaggio a cura di Maria Brigini)




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La visita del Papa, “benedizione di pace per l'Angola”


Con la Caritas, la Chiesa ricostruisce il Paese dopo la guerra





LUANDA, venerdì. 20 marzo 2009 (ZENIT.org).- Benedetto XVI arriverà questo venerdì in Angola per una visita già considerata dalla popolazione come una “benedizione di pace” per il Paese, ha affermato il direttore nazionale di Caritas Angola, sr. Marlene Wildner.

“E' un segno che la Chiesa universale non ha dimenticato il popolo angolano. La maggior parte della popolazione dimostra un grande movimento e un forte impegno in vari modi – preghiere, pianificazione comunitaria e gruppi che provengono da altre province”, ha affermato.

L'aspetto fondamentale per Caritas Angola oggi è rappresentato dai programmi di sostenibilità e sviluppo, di formazione professionale soprattutto per giovani e donne e contro l'Hiv/Aids.

Si pensa che la costruzione della pace sarà un aspetto chiave della visita papale in Africa. L'Angola sta emergendo da una guerra civile che ha devastato il Paese per quasi trent'anni.

Caritas Angola è stata una delle poche iniziative umanitarie che hanno operato negli anni del conflitto. Ha favorito dei cessate il fuoco per ottenere accesso umanitario e ha preso parte in modo indipendente ai colloqui di pace. Ha portato cibo e medicinali agli abitanti delle zone più remote, in cui non lavoravano altre organizzazioni, e ha perfino consegnato la corrispondenza favorendo il mantenimento delle comunicazioni. Ha inoltre favorito il ricongiungimento familiare.

Secondo sr. Wildner, le sfide sono ancora molte.

“Dobbiamo aiutare l'Angola a costruire una società di riconciliazione, solidarietà, giustizia e pace”, ha affermato. “Dobbiamo costruire la democrazia e lo sviluppo ricostruendo le basi sociali delle comunità: istruzione, salute, alloggi, acqua, elettricità, agricoltura e formazione professionale”.





Chiesa in Angola: solidarietà e condivisione anche nella povertà


Intervista a don Luigi De Liberali, della parrocchia salesiana più grande al mondo





di Roberta Sciamplicotti

ROMA, venerdì, 20 marzo 2009 (ZENIT.org).- La Chiesa in Angola offre la dimostrazione che “anche le comunità povere sanno realizzare concretamente la condivisione”.

Lo afferma don Luigi De Liberali, della parrocchia di San Pietro e San Paolo di Luena, nella provincia del Moxico, nella zona orientale del Paese, intervistato da ZENIT per conoscere meglio la realtà della Chiesa angolana.

Quella del sacerdote è la parrocchia salesiana più grande del mondo per dimensioni, superando i 50.000 km², anche se ha una densità poco superiore a un abitante per chilometro quadrato. Oltre a un terzo della città di Luena, comprende un'estesa zona rurale con più di 160 comunità, raggiungibili a fatica a causa delle poche strade esistenti, spesso ancora dissestate dopo la guerra civile quasi trentennale conclusasi nel 2002.

ZENT ha chiesto a don De Liberali qual è la situazione ecclesiale in Angola e quali sono le speranze suscitate dalla visita di Benedetto XVI nel Paese, dal 20 al 23 marzo.

Da quanto tempo si trova in Angola e qual è stata la sua esperienza personale fino a questo momento?

Don Luigi De Liberali: Sono un sacerdote salesiano e sono venuto in Angola da poco tempo (dopo aver fatto il missionario per 18 anni nel nord-est del Brasile), ma vivo in una comunità salesiana che ha un’esperienza di più di 25 anni in queste terre.

Il mio lavoro è itinerante. Visito le varie comunità rurali, disperse in un territorio che è grande come Veneto, Trentino-Alto Adige e Lombardia insieme.

Nella prima visita alle comunità rurali ho trovato in una cappella l'immagine di Maria che tiene in braccio il Bambino Gesù: a Lei ho affidato la mia missione, perché possa portare Cristo a chiunque incontrerò.

Visto che stiamo vivendo l'Anno Paolino, ho pensato anche a San Paolo e l'ho invocato perché diventi la mia guida e mi insegni ad essere un buon itinerante, vivendo con il suo ardore missionario e imparando a formare comunità cristiane.

Com'è la situazione della Chiesa in Angola?

Don Luigi De Liberali: La situazione è molto differente nelle varie Diocesi del Paese. La guerra civile, che è durata per quasi trent’anni (dalla proclamazione dell’indipendenza dal Portogallo, nel 1975, fino al 2002), ha segnato nettamente due periodi: quello della persecuzione e quello della partecipazione.

Sempre molto importante è stata l’azione del coordinatore della comunità (il catechista), che ha mantenuto viva la fede anche dove il sacerdote arriva molto difficilmente, a volte una o due volte all'anno.

Esistono, però, zone in cui la Chiesa cattolica è presente da pochi anni e non è ancora riuscita ad evangelizzare bene, come quella in cui mi trovo io, nella provincia del Moxico, nell'est del Paese.

Le strutture della Chiesa (Caritas, scuole, centri di salute...) sono in generale ben funzionanti e hanno dato e continuano a dare un valido appoggio alla crescita sociale del popolo. Sono da sottolineare la sensibilizzare sul problema della donna (attraverso gruppi chiamati PROMAICA), la riflessione sui diritti umani e il lavoro di alfabetizzazione degli adulti (con il “metodo Don Bosco”).

Qual è il grado di inculturazione della fede? Si è inserita bene nel contesto locale – anche per la secolare colonizzazione portoghese – o viene vista da qualcuno come "esterna" ed estranea rispetto ai valori africani tradizionali?

Don Luigi De Liberali: La Chiesa si è inserita bene nella cultura e nei valori del popolo angolano, soprattutto parlando di un Dio che vuole la vita e la pace.

Potremmo dire che la Chiesa è riuscita a entrare nella vita della gente: non guarda dal di fuori, ma accompagna lo sviluppo socio-politico-culturale della Nazione.

Nelle celebrazioni si vede un popolo che partecipa, soprattutto attraverso il canto e l’offerta. Uno dei costumi più belli che ho trovato qui in Angola nelle celebrazioni eucaristiche si chiama “tâmbula” ed è una processione di offertorio in cui i fedeli presentano i propri doni portando all'altare i prodotti della campagna, cibo, galline o utensili per la casa. Alla fine della celebrazione, queste offerte sono consegnate al sacerdote o donate a una famiglia povera: è un piccolo-grande segno della condivisione che anche le comunità povere sanno realizzare concretamente.

Quanto ai canti, c’è da dire che il popolo angolano canta che è una meraviglia e riesce a trasmettere la sua anima cantando!

Quali sono le sfide che affronta il Paese e quali i segnali di speranza?

Don Luigi De Liberali: Le sfide principali sono l’educazione, la salute, la ricostruzione di strutture distrutte dalla guerra (strade, ponti...), il ripristino della produzione agricola e industriale e la redistribuzione della ricchezza.

Quanto ai segnali di speranza, in primo luogo sottolineo la pace che tutti vogliono continuare a costruire e la volontà di non lasciar morire quello che è stato conquistato finora. Accanto a questo ci sono la libertà religiosa, il cammino di democratizzazione politica attraverso le elezioni e il grande potenziale dei giovani.

Com'è stata accolta la notizia del viaggio del Papa e quali sono stati i preparativi speciali per questo evento?

Don Luigi De Liberali: La notizia è stata accolta molto bene da tutti i segmenti della società. La radio e la televisione la stanno divulgando molto, invitando a partecipare ai vari incontri con il Papa e ad ascoltare il suo messaggio di pace e d'amore.

In questi giorni, tutte le sere nel telegiornale nazionale vengono presentate le iniziative delle varie Diocesi angolane.

Sono state preparate delle catechesi (foglietti e libretto) per conoscere meglio il Papa, sono stati stampati molti cartelloni e preghiere per accoglierlo, si sono organizzate veglie di preghiera.

Per il giorno dell'arrivo del Pontefice è stato perfino decretato il “punto facoltativo”, cioè tutti gli uffici pubblici e le scuole rimarranno chiusi.

Quali sono le speranze legate a questa visita?

Don Luigi De Liberali: Le aspettative sono tante. Tutti auspicano che la visita di Benedetto XVI confermi ancor di più la volontà di pace del Paese e orienti il cammino delle comunità cristiane. Speriamo che il Papa pronunci parole di incoraggiamento per i più poveri e bisognosi, apra il cuore di tutti alle parole di Cristo e dia più impulso missionario alla Chiesa in Angola, e che questa visita mostri una Chiesa unita e solidale con il popolo.

Visita alla “fabbrica” di missionari per l'Africa in Camerun


L'Istituto San Giuseppe Mukasa forma religiosi di 14 congregazioni





di Nieves San Martín

YAOUNDÉ, venerdì, 20 marzo 2009 (ZENIT.org).- In Camerun, i religiosi sono una forza che sostiene numerosi progetti educativi, sanitari e sociali. Una delle sfide è la formazione dei loro membri più giovani.

Per questo, 14 congregazioni religiose hanno unito le proprie forze per creare l'Istituto San Giuseppe Mukasa, aperto a giovani religiosi che vanno a studiare a Yaoundé da vari Paesi della regione centrale dell'Africa. Il nome dell'Istituto è quello di uno dei 22 martiri dell'Uganda, compagni di San Carlo Lwanga.

Per conoscere questa realtà ecclesiale in Camerun, ZENIT ha intervistato padre Krzysztof Zielenda, religioso polacco che dirige il centro accademico.

Padre Zielenda si considera appartenente alla generazione di sacerdoti polacchi che hanno sentito la chiamata vocazionale nei primi anni del pontificato di Giovanni Paolo II. Nel suo paese, che non arrivava ai duemila abitanti, la domenica tutti andavano a Messa tranne due famiglie. C'era un ambiente cristiano in cui poteva fiorire la vocazione religiosa, spiega.

Ha studiato con gli Oblati di Maria Immacolata e in seguito è entrato in questa Congregazione, il cui centro di formazione a Yaoundé è il nucleo fondamentale intorno al quale è sorto l'attuale Istituto Mukasa.

Ci può raccontare com'è nato l'Istituto?

P. Zielenda: Prima che l'Università Cattolica iniziasse la sua attività, a Yaoundé erano già giunte molte Congregazioni religiose e volevano realizzare un progetto congiunto per la formazione delle vocazioni, che erano sempre più numerose alla fine degli anni Ottanta. Le strutture di formazione erano allora specificamente diocesane, perché qui c'era il Seminario Maggiore e a 50 chilometri di distanza un Seminario per vocazioni in età più avanzata.

I religiosi hanno creato in questa città prima una Scuola di Teologia, poi l'Istituto di Filosofia San Giuseppe Mukasa e infine l'Università Cattolica.

La domanda che ci siamo posti quando è nata questa Università era se i religiosi si dovessero integrare in essa o dovessero conservare la propria specificità. E abbiamo optato per la seconda ipotesi, perché all'Istituto, oltre a studi veramente seri di Filosofia, offriamo anche agli studenti la possibilità di una formazione umana integrale, spirituale e missionaria. E questo non avviene nell'Università Cattolica perché non è il suo obiettivo, mentre noi vogliamo davvero che sia una formazione per la vita religiosa missionaria.

Hanno dato vita all'Istituto cinque Congregazioni e subito se ne è aggiunta un'altra. Ora studiano in questo centro giovani religiosi di 14 Congregazioni. Abbiamo 186 studenti e il numero va aumentando. Questo incremento degli allievi si spiega non solo con la crescita delle vocazioni, ma anche con il fatto che ogni giorno si stabiliscono a Yaoundé nuove Congregazioni. Un altro motivo è che le Congregazioni tendono a unire gli studenti di vari Paesi in un unico luogo.

Ad esempio gli Oblati, che avevano tre istituti di Filosofia in luoghi distinti, hanno optato per averne uno solo, qui a Yaoundé, e anziché tre per la Teologia uno solo a Kinshasa, nella Repubblica Democratica del Congo. Costa meno e offre ai giovani l'opportunità di formarsi in un ambiente internazionale. Questo è importante perché l'Africa è un continente in cui ci sono vocazioni e c'è la possibilità che la Chiesa universale abbia bisogno di vocazioni giunte dall'Africa. Per questo è molto importante che queste vocazioni si formino nell'interculturalità e nel dialogo.

Cosa può apportare l'Istituto Mukasa alla Chiesa locale del Camerun?

P. Zielenda: Non parlerò del ruolo dei religiosi nella Chiesa perché è già noto. Credo che noi religiosi possiamo testimoniare che è possibile che persone di culture diverse convivano in una società in cui è molto presente il tribalismo e c'è una Chiesa diocesana molto omogenea. Se 14 Congregazioni inviano i propri studenti allo stesso Istituto, e andiamo avanti da anni senza problemi, questa è già una testimonianza. Lo è anche il fatto che in questo centro siano presenti 15 nazionalità, che convivono serenamente.

Ad ogni modo, non è importante solo l'internazionalità. Siamo chiamati a dare una forte testimonianza di vita religiosa autentica, di obbedienza, povertà e celibato. Ciò che mi dà la forza di continuare a lavorare è la speranza che un giorno la Chiesa abbia bisogno in altri luoghi di questi giovani che stiamo preparando, perché le statistiche sono molto chiare: i missionari del domani sono qui. Anche se in Messico e in India aumentano le vocazioni, l'indice di crescita più alto è in Africa.

Attualmente ci sono 100 Congregazioni con sede a Yaoundé e tra queste una decina sono di fondazione africana. E tutte le fondazioni africane che ci sono in questa città sono già presenti in vari Paesi.

Perché a Yaoundé si è concentrata una gran quantità di Congregazioni internazionali?

P. Zielenda: A volte me lo sono chiesto e non ho trovato una risposta soddisfacente. Un motivo evidente è che Yaoundé già fin dall'inizio offriva le condizioni per questa formazione, dava garanzie di un buon livello di formazione perché c'erano molti noviziati e strutture di formazione per formatori.

Un'altra ragione è che il Paese è al centro dell'Africa e ogni Congregazione voleva avere una sede a Yaoundé per facilitare l'iter ufficiale perché l'ambiente di accoglienza ai religiosi era favorevole. Il Governo di questo Paese è pieno di ex seminaristi. Generalmente, quando la polizia ferma una macchina e chiede di che servizio è basta dire “Missione cattolica” perché la lascino proseguire.

La Chiesa cattolica gode di uno status speciale. Non si tratta di privilegi, ma di riconoscimento di tutte le opere sociali che ha fatto. C'erano quindi più agevolazioni che in altri Paesi per venire qui e potersi insediare e comprare un terreno. Il primo Arcivescovo di Yaoundé era un uomo molto aperto alla vita religiosa e ha sempre contribuito ad agevolare le cose.

Come si riflette tutta questa presenza religiosa nella città?

P. Zielenda: Quello che possiamo lamentare è che, nonostante questa presenza importante, Yaoundé non sia ancora autenticamente cristiana. San Paolo era un grande missionario e sapeva che bisognava iniziare l'evangelizzazione nelle grandi città perché la campagna segue le tradizioni, ma il luogo in cui si verificano i cambiamenti è la capitale.

Ad ogni modo, parlando della mia esperienza come missionario del nord, credo che ci siano più testimonianze di vita cristiana profonda al nord che a Yaoundé. Sarebbe un bene se fosse il contrario, perché come ho già detto la capitale influisce sul resto del Paese, ma qui arriva anche una serie di influenze della vita moderna che non facilita questo processo.

Quest'ultima è solo un'opinione personale e penso che, nonostante tutto, sia molto positivo essere missionario in Camerun.

[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]

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Instrumentum laboris per il secondo Sinodo speciale per l'Africa



CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 20 marzo 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo integrale dell'Instrumentum laboris per la seconda Assemblea speciale continentale del Sinodo dei Vescovi, che si svolgerà a Roma, dal 4 al 25 ottobre 2009, sul tema: “La Chiesa in Africa a servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace".




* * *



SINODO DEI VESCOVI

II ASSEMBLEA SPECIALE PER L’AFRICA

LA CHIESA IN AFRICA
AL SERVIZIO DELLA RICONCILIAZIONE,
DELLA GIUSTIZIA E DELLA PACE.
«Voi siete il sale della terra …
Voi siete la luce del mondo» (Mt 5, 13.14)

INSTRUMENTUM LABORIS



Città del Vaticano

2009



INDICE

PREFAZIONE

INTRODUZIONE

CAPITOLO I
LA CHIESA IN AFRICA OGGI

I. DALLA PRIMA ALLA SECONDA ASSEMBLEA SPECIALE PER L’AFRICA

1. Dal 1994 al 2009: un nuovo contesto sociale

Evoluzioni positive
Discernimento, nello Spirito Santo, delle radici delle nostre sofferenze

2. L’Assemblea sinodale in una traiettoria di continuità

Dopo la Prima Assemblea Speciale ed Ecclesia in Africa
I compiti da realizzare

II. ALCUNI PUNTI CRITICI DELLA VITA DELLE SOCIETÀ AFRICANE

1. L’ambito socio-politico
2. L’ambito socio-economico
3. L’ambito socio-culturale

III. RIFLESSIONI TEOLOGICHE SUL TEMA DEL SINODO

1. I discepoli di Cristo come «Sale» e «Luce»

Il contesto della Parola di Gesù
La traduzione in atto della visione di Cristo

2. La Chiesa Famiglia di Dio e la “diaconia”

Una Chiesa Famiglia a servizio
A servizio della giustizia e della pace
A servizio della riconciliazione

3. La giustizia del Regno


4. La pace del Regno

CAPITOLO II
RICONCILIAZIONE, GIUSTIZIA E PACE:
UN BISOGNO URGENTE

I. SULLA VIA DELLA RICONCILIAZIONE

1. Riconciliazione: le esperienze della società
2. Riconciliazione: le esperienze ecclesiali
3. Per operare la riconciliazione: quali interrogativi?

II. SULLA VIA DELLA GIUSTIZIA

1. Giustizia: le esperienze della società
2. Giustizia: le esperienze nella Chiesa
3. Per promuovere la giustizia: quali interrogativi?

III. SULLA VIA DELLA PACE

1. Pace: le esperienze della società
2. Pace: le esperienze nella Chiesa
3. Per coltivare la pace: quali interrogativi?

CAPITOLO III
CHIESA FAMIGLIA DI DIO:
«SALE DELLA TERRA»
E «LUCE DEL MONDO»

I. RADICARSI IN UNA CULTURA AFRICANA TRASFIGURATA

1. Le sfide della globalizzazione
2. La necessità del radicamento culturale
3. Il lievito del Vangelo nei valori africani

II. ATTINGERE FORZA NELLA FEDE IN CRISTO

1. La presenza operante di Cristo nelle nostre vite
2. Cristo, Pane di Vita

L’incontro eucaristico
La forza della Parola di Dio
Il sacramento della riconciliazione

III. AGIRE COME CHIESA FAMIGLIA DI DIO

1. Figli e figlie dello stesso Padre nel Figlio unigenito
2. Segno e strumento di riconciliazione

La Chiesa sacramento di riconciliazione
La riconciliazione autentica: guarigione per la giustizia e la pace

IV. IMPEGNARSI PER UN’AFRICA RICONCILIATA

1. La Chiesa, Famiglia per le Nazioni
2. Il servizio della società: salute, educazione e sviluppo socio-economico
3. Il dialogo ecumenico
4. La relazione con la Religione Tradizionale Africana
5. Il dialogo con l’Islam

CAPITOLO IV
LA CHIESA FAMIGLIA DI DIO ALL’OPERA:
TESTIMONIANZA E NUOVE PROSPETTIVE

I. LA TESTIMONIANZA DI VITA

II. GLI ATTORI E LE ISTITUZIONI

1. Gli attori

I Vescovi
I sacerdoti
Le persone consacrate
I fedeli laici nella Chiesa

2. Strutture e istituzioni ecclesiali

Le Conferenze Episcopali
Il Simposio delle Conferenze Episcopali d’Africa e Madagascar
Le Commissioni Giustizia e Pace
I grandi seminari e case di formazione religiosa
I programmi di formazione
Le istituzioni sanitarie
Le istituzioni educative
Le università

3. I fedeli cristiani nella società

In politica
Nelle forze armate
Nell’economia
Nell’educazione
Nella salute
Negli ambienti della cultura
Nei mass media
Negli organismi internazionali

CONCLUSIONE



Prefazione

Accogliendo la richiesta dell’episcopato africano, il Santo Padre Benedetto XVI ha indetto in Vaticano la Seconda Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi che si terrà, con l’aiuto di Dio, dal 4 al 25 ottobre 2009. Dopo una appropriata consultazione, il Vescovo di Roma, Capo del collegio episcopale e Presidente del Sinodo dei Vescovi, ha scelto per tale Assise sinodale il tema La Chiesa in Africa a servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace. «Voi siete il sale della terra ... Voi siete la luce del mondo» (Mt 5, 13.14).

Il Consiglio Speciale per l’Africa della Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi ha curato, in un primo tempo, il testo dei Lineamenta sull’argomento sinodale, pubblicato il 27 giugno 2006. In seguito, lo stesso Consiglio ha redatto il presente Instrumentum laboris, documento di lavoro della Seconda Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi. Si tratta della sintesi delle risposte sollecitate dai Lineamenta, pervenute dalle 36 Conferenze Episcopali e da 2 Chiese Orientali Cattoliche sui iuris presenti nel continente africano, come pure dai 25 Dicasteri della Curia Romana e dall’Unione dei Superiori Generali, a cui si sono aggiunte riflessioni di varie istituzioni ecclesiali e di fedeli, impegnati nell’evangelizzazione e nella promozione umana nel continente africano.

Il tema dell’Assise sinodale è alquanto significativo. Anzitutto esso fa riferimento alla Prima Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi che ha avuto luogo quindici anni fa, dal 10 aprile all’8 maggio 1994, i cui risultati sono stati raccolti dal Servo di Dio Giovanni Paolo II nell’Esortazione Apostolica Postsinodale Ecclesia in Africa, pubblicata il 14 settembre 1995. Tenendo conto di tale Documento, ancora oggi assai attuale, i Padri sinodali, guidati dal Sommo Pontefice, intendono approfondire i temi della riconciliazione, della giustizia e della pace, affinché la Chiesa nel suo insieme, le sue comunità e istituzioni, come pure i singoli cristiani, comunitariamente e personalmente, possano diventare sempre di più il sale della terra africana e la luce del mondo sociale, culturale e religioso in Africa.

«Lasciatevi riconciliare con Dio» (2 Cor 5, 20). Questo invito pressante ai cristiani di Corinto e di tutto il mondo è rivolto, in mondo particolare, ai fedeli e agli uomini di buona volontà in Africa, sconvolta da tante discordie e divisioni etniche, sociali e religiose, che non poche volte confluiscono in dimostrazioni di odio e di violenza. Esse sono manifestazioni di peccati personali che hanno connotazioni sociali negative e che rendono urgente l’opera di riconciliazione con Dio e con il prossimo. Nella sua infinita bontà ed eterna misericordia, Dio Padre, per opera dello Spirito Santo, prende l’iniziativa nella riconciliazione. Egli ci ha riconciliato a sé mediante il suo Figlio Unigenito Gesù Cristo, il quale ha affidato alla sua Chiesa il ministero della riconciliazione (cf. 2 Cor 5, 19). In effetti, il Signore risorto ha dato ai Discepoli lo Spirito Santo per il perdono dei peccati (cf. Gv 20, 22). Il centro della riconciliazione tra Dio e l’uomo è il cuore trafitto del Signore Gesù crocifisso, da cui continuano a scaturire acqua e sangue (cf. Gv 19, 34), sacramenti della nostra salvezza. Per mezzo della croce, Gesù Cristo ha riconciliato i due popoli, gli Ebrei e i Gentili, distruggendo tra loro ogni inimicizia e costituendoli in un solo corpo (cf. Ef 2, 14-16).

Riconciliato con Dio, il credente anche africano troverà la forza dello Spirito Santo per riconciliarsi con i fratelli. L’opera della riconciliazione, inoltre, oltrepassa i rapporti tra le persone e i popoli e si estende a tutta la creazione (cf. Rm 8, 19). Difatti, per mezzo di Gesù Cristo, Dio Padre ha riconciliato tutte le cose, quelle della terra e quelle nei cieli (cf. Col 1, 20). Per svolgere bene il ministero della riconciliazione, affidatole dal Signore Gesù, la Chiesa stessa deve diventare sempre di più una comunità riconciliata, luogo della riconciliazione da annunciare a tutti gli uomini di buona volontà.

«Conviene che adempiamo ogni giustizia» (Mt 3, 15). Insistendo con San Giovanni Battista per ricevere il battesimo, Gesù Cristo volle compiere ciò che era giusto davanti a Dio Padre, adempiendo la sua volontà. Tale atteggiamento ebbe l’approvazione dal cielo. Lo Spirito Santo, in forma di colomba, discese su Gesù, mentre il Padre lo riconobbe suo Figlio amato, in cui porre il suo compiacimento (cf. Mt 3, 16-17). Seguendo l’esempio del Maestro, i discepoli devono soprattutto cercare il Regno e la giustizia di Dio (cf. Mt 6, 33). Da tale obbedienza alla volontà di Dio deriva la giustizia nei riguardi del prossimo, com’è indicato, tra l’altro, anche nel Decalogo (cf. Es 20, 2-17). I diritti di Dio precedono e fondano i diritti degli uomini e dei popoli. Lo stesso Gesù Cristo promette che Dio farà prontamente giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui (cf. Lc 18, 6-8).

Tra gli eletti si possono raffigurare tanti malati, poveri, schiavi, vedove, forestieri, migranti, persone al margine della società in Africa, i quali sono, però, oggetto dell’amore preferenziale di Dio. Il Signore Gesù si identifica con loro: «tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25, 40). In particolare, Gesù Cristo dichiara beati coloro che sono perseguitati per causa della giustizia (cf. Mt 5, 10). Egli stesso offre l’esempio per eccellenza, giusto e mite servo di Dio che ha giustificato molti (cf. Mt 12, 18-21; Is 40, 1-4; 53, 11). La giustizia dei cristiani, con la grazia dello Spirito Santo, deve superare quella dei farisei (cf. Mt 5, 20) e diventare misericordia (cf. Mt 9, 13; 12, 7). Anche i peccatori pentiti, che credono in Dio e compiono la sua volontà, come i pubblicani e le prostitute, fanno parte del Regno di giustizia e di pace (cf. Mt 21, 32). La giustizia retributiva deve essere integrata con quella riparativa, in Africa e ovunque nel mondo.

«Pace a voi!» (Gv 20, 19). Il Signore Gesù dà lo Spirito senza misura ed offre ai discepoli la pace (cf. Gv 20, 21; 3, 34). Si tratta di una pace particolare, che il mondo non può dare (cf. Gv 14, 27) perché non conosce né il Signore Gesù né lo Spirito Santo (cf. Gv 14, 17). Infatti, la nostra pace è Gesù Cristo, colui che ha abbattuto ogni inimicizia unendo i popoli divisi (cf. Ef 2, 14). Già con la sua nascita, Gesù ha indirizzato sulla via della pace i passi del popolo avvolto nelle tenebre (cf. Lc 1, 79). Ne ha gioito tutta la creazione, il cielo e la terra e gli uomini di buona volontà. La moltitudine dell’esercito celeste ha cantato gloria a Dio nel più alto dei cieli, auspicando la pace in terra agli uomini che Dio ama (cf. Lc 2, 14).

Purtroppo non tutti accettano Gesù e il dono della pace. Nella lotta con le tenebre del peccato e della morte, il Signore Gesù diventa segno di contraddizione (cf. Lc 2, 34). Egli piange sulla sorte di Gerusalemme perché non ha conosciuto la via della pace (cf. Lc 19, 42). Nonostante la tribolazione, i fedeli hanno ricevuto la promessa della pace del Signore perché Egli ha vinto il mondo (cf. Gv 16, 33). È questa pace del Signore che ci scambiamo durante l’Eucaristia, prima di accedere alla comunione.

«Pace a questa casa!» (Lc 10, 5). Nella sequela di Gesù Cristo, i fedeli sono chiamati ad essere operatori di pace. Per tale opera saranno beati, chiamati figli di Dio (cf. Mt 5, 9). La pace è il grande dono che i discepoli devono annunciare a tutti, secondo il mandato ricevuto dal Padre (cf. Gv 20, 21). Tale missione di pace è quanto mai attuale nell’Africa sconvolta da conflitti, guerre e violenze. La ricerca della pace necessita varie iniziative: un’ambasceria per «chiedere pace» (Lc 14, 32), il dialogo, l’accordo onorevole. La pace ha una dimensione personale, familiare e comunitaria. Alla donna peccatrice che si pente, il Signore offre il perdono e la pace (cf. Lc 7, 50). I discepoli portano la pace alle persone che visitano in una casa (cf. Mt 10, 13; Lc 10, 5-6). La pace, ad ogni modo, è destinata a tutti, a partire dai discepoli tra loro: «Siate in pace gli uni con gli altri» (Mc 9, 50).

Gesù Cristo«è venuto ad annunciare pace a voi che eravate lontani, e pace a coloro che erano vicini» (Ef 2, 17). La Chiesa non si stanca mai di annunciare la beatitudine della riconciliazione, della giustizia e della pace attraverso le vie spesso incerte del mondo e le strade tortuose della storia. In tale modo resta fedele al suo Signore Gesù che «percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità» (Mt 9, 35). Pur affermando chiaramente che il suo Regno non è di questo mondo (cf. Gv 18, 36), nel corso della sua vita terrena Gesù Cristo ne moltiplicava i segni, venendo in aiuto alle persone in necessità spirituali e materiali. La piena realizzazione del Regno avverrà solamente in cielo, quando gli eletti, riconciliati con Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, vivranno la pienezza della giustizia e della pace nella comunione di tutti i santi, tra cui un posto particolare occupa la Beata Vergine Maria. Alla materna intercessione di Maria, Nostra Signora dell’Africa e Regina della Pace, affidiamo le fatiche apostoliche dei Vescovi partecipanti alla Seconda Assemblea Speciale per l’Africa sotto la guida saggia e affettuosa del Santo Padre Benedetto XVI, affinché vengano moltiplicati sempre più i segni del Regno per il bene della Chiesa Cattolica, delle altre Chiese e comunità cristiane come pure delle altre denominazioni religiose, di coloro che hanno a cuore la pace nella giustizia e nella riconciliazione, e di tutti gli uomini di buona volontà nel grande continente africano e nelle isole adiacenti.



Mons. Nikola Eterović
Arcivescovo titolare di Sisak
Segretario Generale

Dal Vaticano, 19 marzo 2009.


INTRODUZIONE



1. La preparazione della Seconda Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi entra nella sua seconda fase. Essa si colloca dopo l’Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi su La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa. L’Instrumentum laboris, che raccoglie ed elabora le risposte ai Lineamenta fornite dalle Conferenze Episcopali, dalle Chiese Orientali Cattoliche sui iuris, dai Dicasteri della Curia Romana e dall’Unione dei Superiori Generali, beneficia delle riflessioni di questo momento ecclesiale, celebrato nell’anno giubilare di San Paolo, Apostolo delle Genti.

2. Conformemente al suo obiettivo, questo documento di lavoro aspira a stimolare la riflessione, suscitare la discussione, accompagnare e sostenere il discernimento collegiale dei Pastori riuniti in Assemblea sinodale, in comunione con il Vescovo di Roma – il Santo Padre Benedetto XVI – secondo l’antica tradizione ecclesiale africana difesa da San Cipriano, Vescovo di Cartagine [1], nell’ascolto dello Spirito Santo e della Parola di Dio.

3. Per favorire il raggiungimento di tale obiettivo, l’Instrumentum laboris è strutturato in quattro capitoli: il primo presenta, anzitutto, un breve panorama della situazione attuale delle società africane, relativamente all’epoca della Prima Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi (1994). Esso, quindi, valuta l’accoglienza dell’Esortazione Apostolica Postsinodale Ecclesia in Africa, ed esamina, infine, il tenore teologico del tema della Seconda Assemblea. Il secondo capitolo riporta le “aperture” e soprattutto gli “ostacoli” incontrati dalla società e dalla Chiesa lungo le vie della riconciliazione, della giustizia e della pace, nella triplice dimensione socio-politica, socio-economica e socio-culturale, e nell’esperienza ecclesiale. Il terzo capitolo, invece, riunisce gli elementi che caratterizzano la Chiesa Famiglia di Dio nel suo desiderio di favorire l’apertura di itinerari di riconciliazione, giustizia e pace. Il quarto capitolo, infine, compie una valutazione di ciò che la Chiesa, con i suoi membri e le sue istituzioni, ha già realizzato affinché si instaurino la riconciliazione, la giustizia e la pace in Africa.

4. Visto che lo studio dei Lineamenta ha permesso alla Chiesa in Africa di riflettere sulla situazione delle società africane e di esaminarsi, essa deve evitare, evidentemente, di chiudersi su se stessa, perché essa è chiamata ad aprirsi agli altri mediante l’ospitalità e la missione ad Gentes!
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20/03/2009 16.21
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CAPITOLO I
LA CHIESA IN AFRICA OGGI

5. Lo sguardo che la Chiesa rivolge a questo continente si alimenta alle fonti della vita concreta delle comunità cristiane nel loro contesto ordinario di vita. Il bene che si fa è spesso più discreto ma più profondo del male bruciante e tragico riportato dai media. Le Chiese particolari hanno percepito l’influsso dello Spirito nelle società africane in generale, e nella Chiesa in particolare, specialmente dopo la Prima Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi.


I. Dalla Prima alla Seconda Assemblea Speciale per l’Africa

6. Il contesto sociale africano è andato modificandosi in maniera significativa dopo l’ultima assise sinodale del 1994. Pur se, a grandi linee, determinati problemi fondamentalmente umani restano invariati, alcuni dati invitano ad approfondire le questioni già sollevate quindici anni fa sul piano religioso, politico, economico e culturale.

1. Dal 1994 al 2009: un nuovo contesto sociale

Evoluzioni positive

7. L’azione di grazia è la prima risposta delle Chiese particolari. In effetti, l’emancipazione dei popoli dal giogo dei regimi dittatoriali annuncia una nuova era e l’inizio, pur se timido, di una cultura democratica, come attestano le varie elezioni che hanno avuto luogo in tutto il continente. Durante il periodo di transizione politica di alcuni Paesi, il desiderio della Chiesa di restare imparziale nella condotta degli affari politici è stato riconosciuto e applaudito, mediante l’invito ai Vescovi a presiedere le Conferenze Nazionali Sovrane e le iniziative intraprese dai fedeli laici per promuovere autentiche istituzioni democratiche. Merita, inoltre, di essere rilevato l’esempio dell’accordo quadro tra Santa Sede e Repubblica del Gabon sui principi e su alcune disposizioni giuridiche riguardanti le loro relazioni e la loro collaborazione, firmato il 12 dicembre 1997 e ratificato il 2 giugno 1999.

8. I dirigenti africani hanno assunto maggiore consapevolezza della responsabilità storica nei riguardi dei conflitti, a volte sanguinari, provocati dalle elezioni (segni di crescita politica verso la creazione di uno Stato di diritto). Essi stessi assicurano la mediazione nei Paesi in crisi o cercano vie pacifiche: il contenzioso della penisola di Bakassi tra il Camerun e la Nigeria fu regolato in maniera esemplare sotto l’egida delle Nazioni Unite. Nei riguardi di tutto il continente, la creazione tanto dell’Unione Africana quanto della Nuova Partnership per lo Sviluppo Africano (NEPAD) è da accogliere come segno di una volontà, da parte dei responsabili politici, di offrire una visione e un quadro strategico per permettere all’Africa di uscire dalla povertà e dall’emarginazione in un movimento generale di globalizzazione. Il Meccanismo Africano di Controllo Paritario (MAEP) è uno strumento di cui il continente si è munito per valutare gli sforzi compiuti tanto nella cultura della democrazia quanto in economia. A livello delle Nazioni, l’esempio della Commissione “Verità e Riconciliazione”, in Sudafrica e in altri Stati, è riuscito ad utilizzare il modello tradizionale africano de l’arbre à palabre e degli elementi cristiani (ad esempio la concessione del perdono a colui che confessa il proprio peccato) per evitare al Paese di precipitare nel caos. Pur tuttavia, il carattere volontarista e la mancanza di una qualche forma di riparazione o di compensazione non ne limitano l’efficacia?

9. La Chiesa ha potuto accompagnare in questo processo i cristiani e i non cristiani, in particolare attraverso le organizzazioni di pastorale sociale. E le Comunità Ecclesiali Viventi (CEV) [2] hanno vissuto l’impegno sociale alla luce della Sacra Scrittura.

10. La Chiesa ha visto gli effetti di una forte azione dello Spirito nella crescita delle proprie comunità [3]: battezzati, vocazioni sacerdotali e religiose, movimenti e associazioni di fedeli laici, ecc. Nel continente si è manifestata in diverse forme una grande sete di Dio e, paradossalmente, il proliferare delle sette ne è un ulteriore segno. Oggi la Chiesa, che celebra il bimillenario della nascita di San Paolo, ricorda la convinzione del grande Apostolo delle Genti: «Non è infatti per me un vanto predicare il vangelo; è un dovere per me: guai a me se non predicassi il vangelo!» (1 Cor 9, 16). Ma dove, dunque, Cristo invia i suoi discepoli ad annunciare la Buona Novella alle società africane del nostro tempo? Come annunciare Gesù Cristo in Africa nei nuovi aeropaghi del continente (cf. At 17, 22ss.)?

Discernimento, nello Spirito Santo, delle radici delle nostre sofferenze

11. Tutto ben considerato alla luce dello Spirito Santo, le Chiese particolari ritengono che nel cuore ferito dell’uomo si annidi la causa di tutto ciò che destabilizza il continente africano [4]. L’egoismo alimenta l’attrattiva del guadagno, la corruzione e l’avarizia, mentre spinge alla sottrazione indebita di beni e ricchezze destinati a intere popolazioni. Inoltre, la sete di potere provoca il disprezzo di tutte le regole elementari di buon governo, utilizza l’ignoranza dei popoli, manipola le differenze politiche, etniche, tribali e religiose, e istalla la cultura del guerriero come eroe e quella del debito per sacrifici passati o torti commessi. Ciò che contamina la società africana è, fondamentalmente, ciò che proviene dal cuore dell’uomo (cf. Mt 15,18-19; Mc 7,15; v. anche Gen 4).
12. In connivenza con uomini e donne del continente africano, forze internazionali sfruttano questa miseria del cuore umano che non è specifica delle società africane. Esse fomentano le guerre per la vendita delle armi. Sostengono poteri politici irrispettosi dei diritti umani e dei principi democratici per assicurarsi, come contropartita, dei vantaggi economici (sfruttamento delle risorse naturali, acquisizione di mercati importanti, ecc.). Minacciano, infine, di destabilizzare le nazioni e di eliminare tutti coloro che vogliono affrancarsi dalla loro tutela.

13. La globalizzazione è un fatto di questo secolo e, anche se tende ad emarginare il continente africano, è impossibile parlare dei problemi e delle soluzioni dell’Africa senza implicare altri continenti e le loro istituzioni economiche e finanziarie, come pure la loro rete d’informazione il cui impatto sulle società africane è considerevole. Le comunità ecclesiali invitano, pertanto, i Padri sinodali ad esaminare questi drammi di cui le società africane sono in parte responsabili e in parte vittime [5].

2. L’Assemblea sinodale in una traiettoria di continuità
14. I Pastori d’Africa, in unione con il Vescovo di Roma che presiede alla comunione universale della carità [6], hanno ritenuto che un approfondimento dei problemi già sollevati nel corso della precedente Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi, e ripresi nell’Esortazione Apostolica Postsinodale Ecclesia in Africa, meritasse una maggiore attenzione. Si tratta di iscrivere il cammino sinodale attuale nella traiettoria di quello precedente, tanto a livello delle domande che saranno oggetto della riflessione collegiale, quanto dell’atteggiamento cristiano richiesto.

15. In effetti, i problemi sopra menzionati erano già stati oggetto di attenzione da parte dei Padri sinodali [7]. La Chiesa in Africa si era presentata, allora, con modello di Famiglia di Dio, evangelizzatrice mediante la testimonianza: «Mi sarete testimoni» (At 1, 8). Agli albori del XXI secolo, essa intende proseguire la riflessione sulla sua missione di comunione e sul suo impegno a servire la società come nuova dimensione dell’annuncio del Vangelo, essendo «sale della terra» e «luce del mondo» (Mt 5, 13.14) [8].

16. I Lineamenta hanno invitato, in riferimento all’Esortazione Apostolica Postsinodale Ecclesia in Africa, «a fare un inventario e un esame di coscienza; in altri termini, dobbiamo porci tre interrogativi: cosa ha fatto Ecclesia in Africa? Cosa abbiamo fatto di Ecclesia in Africa? Cosa resta da fare […] in funzione del nuovo contesto africano?» [9].

Dopo la Prima Assemblea Speciale ed Ecclesia in Africa
17. Affinché la Chiesa in Africa si manifesti appropriatamente, la Prima Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi ha proposto il modello della Chiesa Famiglia di Dio, segnalando tra le condizioni di una testimonianza credibile: la riconciliazione, la giustizia e la pace. Essa raccomandava, inoltre, la formazione dei cristiani alla giustizia e alla pace, il rafforzamento del ruolo profetico della Chiesa, la giusta remunerazione dei lavoratori [10] e l’istituzione di Commissioni Giustizia e Pace [11]. Cosa permette di constatare uno sguardo retrospettivo?

18. Le risposte delle Chiese particolari riconoscono, in grande maggioranza, che l’Esortazione Ecclesia in Africa è stata e continua ad essere vissuta. In alcuni luoghi, essa non è ancora sufficientemente diffusa ed applicata, nonostante le sue chiare raccomandazioni. Si deve continuare a compiere ogni sforzo affinché il suo messaggio, che resta sempre attuale e pertinente, venga assimilato. A questo scopo, si suggerisce l’utilizzo della radio, della stampa, delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione. La catechesi, le celebrazioni liturgiche e i congressi teologici, da parte loro, possono apportare il proprio contributo specifico. È quindi auspicabile che sia intrapresa una valutazione approfondita da parte di esperti di come è stata accolta l’Esortazione Apostolica Postsinodale, per rilevare ciò che è stato fatto e mettere in luce ciò che resta ancora da fare.

19. Alcune Chiese particolari hanno analizzato, nel proprio ambito specifico, quelle raccomandazioni dell’Esortazione Postsinodale che hanno trovato applicazione:

- Le Assemblee plenarie del Simposio delle Conferenze Episcopali d’Africa e Madagascar (SCEAM/SECAM); in particolare quelle del 1997 e 2000.

- Il piano d’azione pastorale: alcune Conferenze Episcopali e alcune diocesi si sono munite di piani d’azione pastorale.

- L’Apostolato biblico, compresa la traduzione della Bibbia nelle lingue locali [12], ha permesso una ripresa di interesse per la lettura della Sacra Scrittura, e ha reso le celebrazioni della Parola di Dio più dinamiche, più partecipative e, pertanto, più effettive.

- Le Comunità Ecclesiali Viventi [13]: esse sono veri luoghi di studio, meditazione e condivisione della Parola di Dio; favoriscono un’espressione della fede cristiana nel quadro tipico di una comunità tradizionale africana. L’esperienza d’integrazione dei funerali nella liturgia eucaristica presso il domicilio del defunto, per ricordare la speranza cristiana nella risurrezione e indicare la famiglia come cellula viva della Chiesa Famiglia di Dio, si è rivelata un potente sostegno della fede [14].

- La famiglia [15]: l’evangelizzazione della famiglia è consistita, tra l’altro, nel considerare lo spazio familiare, «chiesa domestica», come luogo di incontro dei cristiani, e nel lottare contro ogni comportamento in contraddizione con il piano divino sulla famiglia: ad esempio l’omosessualità, la prostituzione e l’aborto.

- I giovani [16]: la Chiesa ha eretto o consolidato delle strutture per guidare i giovani; si è preoccupata anche di nominare dei cappellani per l’apostolato dei giovani e per coordinarne la partecipazione alla vita della Chiesa sul piano nazionale e internazionale.

- I congressi e i simposi teologici: numerosi incontri di ricerca e riflessione hanno permesso di approfondire le questioni sollevate dalla Prima Assemblea e da Ecclesia in Africa.

- La Chiesa come mediatrice [17]: la Chiesa ha servito da mediazione tra parti in conflitto e ha difeso e sostenuto la causa dei più vulnerabili della società («la voce di chi non ha voce»).

- Lo sviluppo integrale [18]:attraverso la Caritas e altre organizzazioni di pastorale sociale, la Chiesa è presente nella lotta contro le povertà umane d’ogni genere. Sono stati organizzati sinodi diocesani e interdiocesani per riflettere sulla sfida rappresentata dalla povertà e dalla dipendenza economica.

- Le Commissioni Giustizia e Pace [19]:esse sono state veri strumenti d’evangelizzazione risvegliando le coscienze cristiane alla difesa dei diritti umani, il buon governo, ecc.; insieme ad altre organizzazioni ecclesiali orientate verso il sociale, hanno contribuito alla formazione civica di cristiani e non cristiani per promuovere la giustizia, la pace e la riconciliazione.

- I mezzi di comunicazione sociale [20]: l’investimento della Chiesa nei mass media, in particolare nella radio, continua ad aumentare; si tratta di mezzi potenti per comunicare riconciliazione, giustizia e pace come dimensione della Buona Novella della salvezza.

- Il dialogo ecumenico e interreligioso [21]: esso si è manifestato in maniera tangibile come strumento di rispetto reciproco nelle azioni per la salute (in particolare l’HIV/AIDS, la malaria e il colera), per la promozione della pace, il buon governo e la democrazia, ma anche in altre iniziative concrete.

- Il flagello dell’AIDS [22]: sono state create strutture (ospedali e centri sanitari) e organizzazioni per la lotta contro questo flagello e per l’accompagnamento dei malati e dei loro familiari.

- L’autosufficienza [23]: alcune Chiese particolari hanno creato progetti capaci di produrre risorse (ad es. banche, compagnie d’assicurazione, unità di produzione agricola, ecc.) per sostenere l’opera d’evangelizzazione.

I compiti da realizzare
20. I compiti definiti dalla Prima Assemblea sono un cantiere aperto che occorre portare avanti. La Seconda Assemblea dovrebbe correggere la mancanza di un sistema di follow-up dell’applicazione dei risultati dell’Assemblea e dell’Esortazione Apostolica Postsinodale. Alcune Chiese particolari hanno proposto come luoghi di attenzione i seguenti settori sociali:

- La famiglia. Si fa sentire un bisogno di creatività per rispondere alle necessità spirituali e morali della famiglia. Alcune Chiese particolari, che cercano di accompagnare le famiglie nelle sfide che esse incontrano e di guidare gli sposi, si domandano se non si debbano elaborare strategie e programmi di servizio.

- La dignità della donna. Un gran numero di Chiese particolari ritengono che la dignità della donna debba ancora essere promossa tanto nella Chiesa quanto nella società. In effetti, le donne e, in generale, i laici non sono ancora pienamente integrati nelle strutture di responsabilità della Chiesa e nella progettazione del suo programma pastorale.

- La missione profetica. La ricerca della pace e della giustizia è parte integrante della missione profetica legata all’annuncio del Vangelo (cf. Lc 4, 16-19). Spesso tale azione è bloccata dalla pressione dei poteri e dalla limitatezza delle risorse finanziarie. Le questioni di giustizia e pace sono assegnate alle Commissioni Giustizia e Pace mentre lo sviluppo alla Caritas o agli organismi d’azione pastorale specializzati in questo settore. Come rendere visibile l’unità intrinseca dei due aspetti?

- Le comunicazioni e le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Resta ancora da compiere uno sforzo affinché le radio diventino genuinamente cattoliche. I media hanno bisogno di essere evangelizzati, mediante la formazione di coloro che li animano. Le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione sono oggi un contesto imprescindibile d’evangelizzazione. Quali sono le vie attraverso le quali la Chiesa vi si può impegnare?

- L’autosufficienza. Numerosi programmi ecclesiali in Africa dipendono ancora, in vasta misura, da donatori. Questo stato di fatto non presenta il rischio, da una parte, di beneficiare di fondi provenienti da organizzazioni che non rispettano i diritti umani, e, dall’altra, di ipotecare l’autonomia e la proprietà dei programmi, dei progetti e delle strutture a scapito della Chiesa e dei beneficiari?


II. Alcuni punti critici della vita delle società africane

21. I problemi sottoposti ai Padri sinodali interpellano vivamente la coscienza cristiana. Tali problemi sono presenti non solo nella società ma anche nella stessa Chiesa, poiché i cristiani sono figli e figlie delle loro società. «Tutte le Chiese d’Africa […] portano in sé questa fragilità della situazione attuale dei Paesi africani a numerosi livelli istituzionali, finanziari, teologici, culturali e anche giuridici» [24]. Li possiamo raggruppare in tre ambiti: politico, economico e culturale.

1. L’ambito socio-politico

22. In questi ultimi anni sono apparsi, sul piano politico, segni che fanno sperare in una maturazione delle coscienze civiche; una società civile attiva si fa sempre più visibile nella lotta per i diritti umani; uomini e donne in politica si mostrano assetati della rinascita del continente in ogni ambito, mentre la preoccupazione di una risoluzione interafricana dei conflitti, constatata qua e là, dimostra che alcuni esponenti delle classi politiche africane hanno una viva consapevolezza del fatto che spetta loro educare politicamente i propri popoli e guidare le proprie Nazioni verso una vita di pace e prosperità.

23. Tuttavia, la società continua a lottare per liberarsi di molteplici impedimenti. Alcuni dirigenti politici danno prova di insensibilità verso i bisogni del popolo, perseguono interessi personali, disprezzano le nozioni di bene comune, perdono il senso dello Stato e dei principi democratici, elaborano politiche faziose, partigiane, clienteliste, etnocentriste e incitano alla divisione per poter regnare. In alcuni luoghi, il partito al potere tende ad identificarsi con lo Stato. La nozione di autorità è concepita allora come “potere” – partito al potere, condivisione dei poteri – e non come “servizio” (cf. Mt 20, 24ss.; v. anche 1 Re 3). Si constata, inoltre, con tristezza, che i politici, uomini e donne, dimostrano una grave mancanza di cultura in materia politica, violano senza scrupolo i diritti umani e strumentalizzano tanto la religione quanto le istituzioni religiose, di cui ignorano, d’altronde, la missione e la funzione nella società. Non stupisce, quindi, che alle controversie politiche essi oppongano risposte bellicose. La mancanza di coscienza ed educazione civica dei cittadini viene quindi sfruttata a danno di questi ultimi. Solo un ambiente politico stabile può favorire la crescita economica e lo sviluppo socio-culturale.

2. L’ambito socio-economico

24. Nel mondo degli affari, alcuni dirigenti d’impresa e alcune corporazioni di uomini e donne d’affari hanno la ferma volontà di risanare e raddrizzare l’economia del Paese: le vie di comunicazione in certe regioni, se non a livello continentale, sono migliorate; istituzioni finanziarie sono state create da africani, ecc. In sostanza, si scopre una volontà di creare ricchezza per ridurre la povertà e la miseria, e migliorare la salute delle popolazioni.

25. Questi sforzi sono ancora rallentati dal malfunzionamento delle istituzioni statali che dovrebbero accompagnare gli attori economici. Poiché in Africa manca un mercato interno che potrebbe creare un ambiente economico favorevole alle produzioni locali, i prezzi di queste, spesso fissati dai richiedenti, sono bassi. I piccoli produttori difficilmente hanno accesso ai crediti e il cattivo stato delle infrastrutture di comunicazione impedisce un smercio fluido dei loro prodotti. Ne consegue che i giovani dei villaggi, di fronte alla mancanza di una politica agraria, non riescono più a restare nel loro ambiente. La città, però, non è la risposta poiché il tasso di disoccupazione aumenta. I lavoratori percepiscono salari miseri quando, semplicemente, non sono pagati. In alcune regioni, sussiste ancora la schiavitù. Le tasse sono eccessivamente alte e, a volte, illecite. Inoltre, l’aiuto internazionale alle istituzioni che si preoccupano della sorte delle popolazioni è spesso accompagnato da condizioni inaccettabili. Quanto alle materie prime, sono sfruttate con licenze di cui si ignorano i criteri di attribuzione; i proventi finanziari sono largamente sottratti da alcuni provocando, così, una ripartizione disuguale di tali ricchezze nella società.

26. I programmi di ristrutturazione delle economie africane, proposti dalle istituzioni finanziarie internazionali, si sono rivelati funesti. Le ristrutturazioni “imposte” hanno comportato, da una parte, l’indebolimento delle economie africane e, dall’altra, il degrado del tessuto sociale con l’aumento, di conseguenza, del tasso di criminalità, l’allargamento del divario tra ricchi e poveri, l’esodo dalle zone rurali e la sovrappopolazione delle città [25].

27. La crisi alimentare e quella energetica hanno già colpito il nostro continente e manifestano l’urgenza di soluzioni globali e di reazioni etiche ai disordini provocati dai mercati.

28. Le multinazionali continuano ad invadere gradualmente il continente per appropriarsi delle risorse naturali. Schiacciano le compagnie locali, acquistano migliaia d’ettari espropriando le popolazioni delle loro terre, con la complicità dei dirigenti africani. Inoltre, recano danno all’ambiente e deturpano il creato che ispira la nostra pace e il nostro benessere, e con cui le popolazioni vivono in armonia.

29. La crisi che colpisce oggi le istituzioni finanziarie riguarda anche il continente, a più livelli:

- gli investimenti diretti stranieri rischiano di diminuire;

- le istituzioni finanziarie africane beneficeranno difficilmente di crediti dalle banche occidentali per fare, a loro volta, prestiti alle imprese e agli individui, così che ne risentirà l’economia reale;

- l’aiuto allo sviluppo rischia di soffrirne, in quanto i progetti finanziati da fondi esteri (in difficoltà) potrebbero essere sospesi, e gli impegni dei Paesi industrializzati nei confronti di quelli poveri rischiano ugualmente di esserlo;

- a causa della recessione, sui mercati sviluppati la domanda di produzioni africane (in particolare di materie prime) potrebbe diminuire.

Si impone pertanto una riflessione sul fatto che l’Africa (tranne il Sudafrica) sia esclusa dalla ricerca di soluzioni al sistema finanziario internazionale attuale.

3. L’ambito socio-culturale
30. In numerose regioni del continente, i popoli africani conservano un amore profondo per la loro cultura. Artisti, musicisti, scultori, ecc., danno libero corso al loro genio con opere sempre più apprezzate. Si riconosce che il radicamento culturale condiziona lo sviluppo integrale dei singoli individui e delle collettività. Così, uomini e donne del continente si uniscono per promuovere l’eredità culturale della loro terra. Alcuni Stati vi si sono impegnati risolutamente. Queste attività associate permetteranno di salvaguardare gli autentici valori africani di rispetto degli anziani, della donna come madre, della cultura della solidarietà, dell’aiuto reciproco e dell’ospitalità, dell’unità, della vita, dell’onestà e della verità, della parola data, ecc., minacciate da quelle venute da altri continenti [26] e diffuse attraverso il fenomeno della globalizzazione?

31. Il deterioramento dell’identità culturale ha condotto a uno squilibrio interiore delle persone che si manifesta con la rilassatezza morale, la corruzione e il materialismo, la distruzione del matrimonio autentico e della nozione di famiglia sana, mediante l’abbandono delle persone anziane e la negazione dell’infanzia. In seguito ai conflitti armati si è installata una cultura di violenza, di divisione e il mito del guerriero eroe. Sembra che, col pretesto della modernità, sia in atto un processo organizzato di distruzione dell’identità africana. E ciò si rivela tanto più efficace quanto più permane l’analfabetismo a causa dell’investimento carente nell’educazione da parte dei poteri pubblici. L’educazione dei giovani è così abbandonata all’influenza degli antivalori diffusi dai mass media, da certi politici e da altre figure pubbliche.

32. Alcune credenze e pratiche negative delle culture africane esigono, tuttavia, una vigilanza del tutto speciale: la stregoneria lacera le società dei villaggi e delle città e, in nome della cultura o della tradizione ancestrale, la donna è vittima delle disposizioni in materia di eredità e dei riti tradizionali di vedovanza, della mutilazione sessuale, del matrimonio forzato, della poligamia, ecc.

33. È in questi diversi ambiti che le Chiese particolari si sentono interpellate e si attendono molto dalla riflessione dei Padri sinodali, alla luce della Rivelazione.

III. Riflessioni teologiche sul tema del Sinodo

34. Il sottotitolo del tema sinodale indica la prospettiva in cui le comunità ecclesiali sono invitate a servire la riconciliazione, la giustizia e la pace. Esso la radica nella Parola di Cristo che chiama i suoi discepoli ad agire some «sale della terra» (Mt 5, 13) e «luce del mondo» (Mt 5, 14). È ciò che noi dobbiamo essere affinché, attraverso il nostro agire, lo Spirito di Cristo produca «buone opere» che riconcilino, compiano la giustizia e la pace nella Chiesa e nella società in Africa (cf. Mt 5, 16).

1. I discepoli di Cristo come «Sale» e «Luce»

Il contesto della Parola di Gesù

35. Nell’insegnamento del discorso della montagna in Mt 5, 3-10, Gesù ci introduce nella visione della sua missione: far entrare nel Regno del Padre suo i poveri, gli afflitti, i miti, coloro che hanno fame e sete di giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace e i perseguitati per causa della giustizia. Così, tutti coloro che sono suoi discepoli devono collaborare all’avvento di questo Regno, prestando attenzione all’affamato, al malato, allo straniero, all’umiliato (che è nudo), al prigioniero. Poiché dice il Signore, «ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25, 40).

La traduzione in atto della visione di Cristo

36. Perché questa visione diventi realtà, Gesù coinvolge anzitutto i suoi discepoli, preparandoli a vivere assieme a lui la persecuzione, gli insulti e ogni sorta d’infamia «per causa mia» (Mt 5, 11). Pertanto, impegnarsi nella sequela di Cristo, nella sua missione, vuol dire accettare di soffrire con lui per condividerne la gloria, come attesta la vita dei santi del nostro continente, e particolarmente in questi ultimi secoli, i martiri dell’Uganda (Charles Lwanga e i suoi compagni [martirizzati tra 1885 e il 1887]), i santi Daniel Comboni (1831-1881), Joséphine Bakhita (1869-1947); i beati Charles de Foucauld (1858-1916), Victoire Rasoamanarivo (1848-1894), Isidore Bakanja (1880/1890-1909), Cyprien Michel Iwene Tansi (1903-1964), Clémentine Nengapeta Anuarite (1941-1964). Essi sono stati «sale» nella terra in cui sono vissuti, e «luce» nel mondo che li ha visti vivere.

37. I due simboli del sale e della luce esprimono una duplice dimensione nell’identità del discepolo. L’immagine del «sale della terra» caratterizza i discepoli come agenti di trasformazione tra i propri fratelli e sorelle che abitano la terra. In effetti, come il sale cambia il sapore degli alimenti nei quali è aggiunto, così i discepoli di Cristo sono chiamati a vivere in maniera da dare al loro ambiente un sapore migliore d’umanità. Questo impatto della vita del discepolo sfugge allo sguardo, come il sale che si dissolve e diventa invisibile. E, come al gusto, il mondo sentirà l’effetto trasformatore della presenza efficace del discepolo. I santi e i beati che la Chiesa propone come esempi ai cristiani illustrano, con la loro vita, l’efficacia della testimonianza cristiana sulla vita sociale, in quanto la loro azione non ha lasciato indifferente nessuna delle loro società. Bisogna credere che, come il sale conserva, purifica e protegge, così una vita santa conserva quanto di meglio c’è nell’umanità (i suoi valori autentici) e la protegge dalla corruzione (cf. Gen 18, 17-33).

38. Per quanto riguarda la seconda immagine, essa invita i discepoli ad identificarsi con la «luce del mondo». Gesù non li incoraggia a mettersi in mostra; egli, del resto, denuncia gli ipocriti (cf. Mt 6, 1ss.). Ad ogni modo, però, la luce destinata a illuminare non può restare nascosta; come una città collocata sopra un monte, essa sarà sempre visibile (cf. Mt 5, 14-16). In altre parole, il discepolo che illumina non può passare inosservato. Si tratta di essere luce che illumina l’uomo e tutto ciò che in lui è disumano, rendendolo visibile e intelligibile mediante le «buone opere»: dar da mangiare all’affamato, dar da bere all’assetato, accogliere il forestiero, vestire colui che è nudo, visitare i malati e gli anziani, prendersi cura dei prigionieri, ecc. (cf. Mt 25, 35-36). La vita di una comunità ecclesiale che incarna la Parola diventa allora lampada sui passi della società in generale, affinché siano evitati i cammini di morte e si intraprendano invece quelli che conducono alla vita, cioè alla sequela di Gesù, «via, verità e vita» (Gv 14, 6).

39. In definitiva, con queste due immagini Gesù interpella profondamente coloro che lo ascoltano affinché trasformino la società umana con il proprio essere e mostrino, con il proprio esempio di vita, le vie che conducono al Regno di Dio, promesso a quanti sono schiacciati e sottoposti ad angherie, coloro che la società respinge. Il Regno appare allora come la terra di consolazione, di sazietà e misericordia, ereditata dai figli di Dio. Esso si estende grazie all’agire del discepolo, servitore sensibile ad ogni sofferenza umana, traducendo in atto la preghiera insegnataci da Gesù: «Padre […] venga il tuo Regno!» (Mt 6, 10).

2. La Chiesa Famiglia di Dio e la “diaconia”

Una Chiesa Famiglia a servizio

40. Su invito di Gesù Cristo, il Maestro, la comunità dei suoi discepoli, che è la Chiesa, è diventata una Famiglia di figli e figlie del Padre (cf. Mt 5, 16.45.48; 6, 26.32; 7, 11). L’amore vissuto dal Figlio unigenito diventa la caratteristica dei membri di questa Famiglia, chiamata a seguire l’esempio del fratello maggiore con il servizio fraterno o diakonia. In effetti, dopo aver lavato i piedi dei suoi discepoli, Gesù dichiara loro: «Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi» (Gv 13, 15). E nella sua risposta al dottore della legge che sapeva bene come leggere la Legge per trarne l’essenziale, cioè l’amore per Dio e per il prossimo (cf. Lc 10, 25-28), Gesù dice: «va’ e anche tu fa’ lo stesso». Di fatto, l’esempio che gli fornisce nella parabola è un modello di diakonia, in cui l’amore si traduce in atto concreto nella figura del buon Samaritano (cf. Lc 10, 29-37), figura in cui riconosciamo Gesù stesso al capezzale di ogni sofferenza umana, modello per la Chiesa che si preoccupa dell’Africa in cerca di riconciliazione, di giustizia e di pace.

A servizio della giustizia e della pace

41. Secondo le parole del salmista, «giustizia e pace si baceranno» (Sal 84, 11). È una caratteristica del Regno di Dio di cui invochiamo l’avvento quando preghiamo il Padre: «Venga il tuo Regno!». La Chiesa Famiglia sa così di essere inviata affinché in Africa si realizzi un mondo di giustizia e di pace, un mondo in cui Dio regna, perché è stato riconciliato con il proprio Dio e con se stesso. Quali strade intraprendere in questi tempi di turbamenti e ingiustizie che il mondo finge di non vedere?

A servizio della riconciliazione

42. Gesù Cristo è la fonte della riconciliazione di Dio con l’umanità e con ogni persona. Egli è anche operatore di riconciliazione degli uomini tra di loro (cf. Mt 6, 12; Rm 5, 10-11); è il fondamento della missione della Chiesa. La Chiesa Famiglia di Dio in Africa si sente investita del «ministero della riconciliazione» (2 Cor 5, 18), poiché essa è messaggera del «Vangelo della pace» (Ef 6, 15), che la rende un unico Corpo e Tempio dello Spirito Santo. Su esempio di Cristo, essa è artefice di riconciliazione nel suo corpo di carne. I cristiani, in quanto costruttori di comunione, chiameranno la società africana all’unione dei cuori e ne daranno essi stessi l’esempio con la testimonianza della vita, una vita che riconcilia perché lascia spazio al perdono (cf. Mt 5, 23; Ef 2, 14-15).

43. Gesù dice in effetti: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13, 35). Da allora, prima di ogni azione, ciascuna cellula ecclesiale sarà, con la sua maniera d’essere, un’esortazione ai nostri fratelli e sorelle africani a lasciarsi riconciliare con Dio e gli uni con gli altri (cf. Mt 5, 23ss.; 2 Cor 5, 20). La Chiesa manifesterà così la propria dimensione di sacramento, segno che rende presente, nel cuore dell’Africa, la grazia della riconciliazione operata tra Dio e l’umanità, e tra gli uomini stessi, da Gesù Cristo, diventato nostra Giustizia e nostra Pace.

3. La giustizia del Regno

44. La giustizia che Gesù Cristo ci invita a cercare è anzitutto quella del Regno (cf. Mt 6, 33). È la giustizia illustrata da Giuseppe, chiamato il «giusto» (Mt 1, 19), perché ha ascoltato la sua coscienza abitata dalla Parola di Dio, e ha offerto a Maria, sua sposa, e al bambino nel suo seno, quanto era loro dovuto: la protezione della vita. Questa giustizia più grande del Regno trascende la giustizia della Legge; essa, infatti, è anche virtù [27]. Essa non nega la giustizia umana, ma l’integra e la trascende. È in questo che diventa via che conduce al perdono e all’autentica riconciliazione e restaura la comunione.

45. La Chiesa Famiglia abitata da Cristo, Parola del Padre, si sente chiamata a servire la giustizia del Regno. Essa ha il dovere di vivere la giustizia anzitutto al suo interno, tra i suoi membri, affinché i nostri fratelli e le nostre sorelle in Africa vedano il cammino arduo della redenzione e lo seguano. In effetti, a ciascuna persona è dovuto, in tutta giustizia, il rispetto della sua dignità di figlio o figlia di Dio. Sulla scena del continente africano, ci sono «uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia» (Rm 1, 18). Questa verità deve essere liberata. E «in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù» (Rm 3, 24), come discepoli di Cristo al servizio della giustizia, «anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» e le sorelle (1 Gv 3, 16). Così, anche la nostra terra vivrà pacificata: «La pace è frutto della giustizia (cf. Is 32, 17)» [28].

4. La pace del Regno

46. Di quale pace si tratta? «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi» (Gv 14, 27), ci dice Gesù. La pace del mondo, infatti, è precaria e fragile. La pace vera ci viene offerta da Cristo e in Cristo. «Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia [...] per creare in se stesso [...] un solo uomo nuovo, facendo la pace [...] per mezzo della croce, distruggendo in se stesso l’inimicizia. Egli è venuto perciò ad annunziare pace a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini. Per mezzo di lui possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito» (Ef 2, 14-18).

47. La missione di servire la pace consisterà, per noi, nel costruirla in ciascuno dei membri del Corpo di Cristo, affinché tutti noi diventiamo donne e uomini nuovi, capaci di operare la pacificazione dell’Africa. La pace, in effetti, non è anzitutto il prodotto di strutture o di realtà esterne, ma nasce soprattutto dal di dentro, dall’interno delle singole persone e delle comunità stesse. La conversione del cuore in «un cuore nuovo» e «uno spirito nuovo» (Ez 36, 26) è la fonte di un’azione trasformatrice efficace. Grazie ad una vita autentica di discepolo, frutto della metanoia (cf. Mc 1, 15), si può sperare nella trasformazione dei comportamenti, delle abitudini e delle mentalità. La nostra identità di discepoli si rivela dunque essenziale per trasformare la nostra società e il mondo in generale in un mondo migliore, più vero, più giusto, più pacificato, più riconciliato, più fraterno e più felice, e ciò con la collaborazione di tutti gli uomini di buona volontà. Così le persone scoraggiate dalla vita a causa di interminabili conflitti, di guerre cicliche, della povertà e delle ingiustizie sociali, politiche ed economiche, vi ritroveranno speranza e gusto di vivere.
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CAPITOLO II

RICONCILIAZIONE, GIUSTIZIA E PACE:
UN BISOGNO URGENTE

48. I luoghi di attenzione e di impegno su elencati e le riflessioni suscitate dal tema del Sinodo nelle Chiese particolari indicano le «aperture» o gli «ostacoli» incontrati sul cammino della riconciliazione, della giustizia e della pace [29]. Come ricordava il Santo Padre Benedetto XVI ad alcuni Pastori del continente africano, «l’impegno dei fedeli al servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace è un imperativo urgente» [30].


I. Sulla via della riconciliazione

49. Per aprire una nuova strada verso l’armonia, è stato fatto notare che alcuni Stati si sono ispirati a modelli tradizionali di riconciliazione e a pratiche cristiane attinenti al sacramento della riconciliazione (Conferenze Nazionali Sovrane, Commissione “Verità e Riconciliazione” in Sudafrica, ecc.). I risultati sono limitati, se non addirittura imperfetti, ma invitano ad elencare le esperienze che ostacolano la riconciliazione affinché l’Assemblea sinodale vi rifletta.

1. Riconciliazione: le esperienze della società

50. La dimensione socio-politica della riconciliazione. Alcune società africane sono state portate alla rovina dai loro dirigenti politici. Certi Paesi sono stati teatro di scene tragiche di xenofobia, in cui lo straniero simbolizzava tutte le sciagure della società e serviva da capro espiatorio: esseri umani sono stati bruciati vivi, altri dilaniati, intere famiglie sono state disperse e villaggi distrutti. In altri Stati, come constatato da alcune Chiese particolari, determinati partiti politici hanno utilizzato la natura etnica, tribale o regionale per attirare le popolazioni alla loro causa nella conquista del potere, invece di favorire il vivere insieme.

51. La dimensione socio-economica della riconciliazione. È stato notato che la cattiva gestione e la miseria da essa generata hanno provocato il traffico di esseri umani, lo sfruttamento commerciale della prostituzione e il lavoro minorile; ciò ha ampiamente contribuito a distruggere i legami familiari, a destabilizzare intere comunità e a gettare in strada migliaia di rifugiati. Quanto alle Nazioni, le zone ricche di risorse petrolifere o minerarie diventano presto luogo di conflitti, quando non di guerre, tra popoli vicini e tra nazioni.

52. La dimensione socio-culturale della riconciliazione. Alcuni media (radio, stampa, televisione) hanno diffuso informazioni e immagini che hanno incitato le popolazioni alla violenza e all’odio, e hanno messo seriamente a repentaglio i valori che cementavano il tessuto familiare e sociale: il rispetto degli antenati, delle donne come madri e protettrici della vita, ecc. Le popolazioni sono preoccupate della crescente perdita dell’identità culturale, soprattutto tra i giovani. Inoltre, questo sguardo negativo rivolto alla Religione Tradizionale Africana accentua il deprezzamento di quei valori che dovrebbero costituire il patrimonio africano. Questo rapporto con la religione altrui, viene sottolineato, si trasforma in vera rivalità tra cristiani e musulmani in alcune parti del continente.

2. Riconciliazione: le esperienze ecclesiali

53. Le Chiese particolari chiedono ai Padri sinodali di aiutare la Chiesa in Africa a proporre meglio il proprio messaggio profetico, per permetterle di parlare con autorità ai dirigenti politici. Essa vi riuscirà perfettamente solo se sarà capace di far regnare, nel suo seno, l’unità e di risolvere le proprie contraddizioni. Di fatto, anche in alcune comunità ecclesiali si constatano divisioni etniche o tribali, regionali o nazionali ed atteggiamenti ed intenzioni xenofobi da parte di alcuni Pastori. Le risposte ai Lineamenta riportano situazioni di discordia tra alcuni Vescovi e il loro presbiterio, mentre all’interno di una stessa Conferenza episcopale nazionale si infiltrano delle prese di posizione di alcuni Vescovi in favore di un determinato partito politico. Ne consegue, in questi casi, che la Conferenza Episcopale non può più parlare con un’unica voce per reclamare l’unità.

3. Per operare la riconciliazione: quali interrogativi?

54. Dalle risposte emerge che le esperienze sociali ed ecclesiali interpellano la Chiesa affinché cerchi modi e mezzi per ricostruire la comunione, l’unità, la fraternità episcopale o sacerdotale, si rivesta di coraggio profetico, si impegni nella formazione di dirigenti laici dalla fede salda per agire in politica, per adoperarsi a far vivere insieme le differenze nella società. Essa dovrebbe promuovere altresì la formazione di sacerdoti, religiosi e religiose desiderosi di essere segni e testimoni del Regno. Si ritiene che l’Assemblea potrebbe riflettere sulle ragioni profonde dei conflitti di una tale ampiezza in Africa.


II. Sulla via della giustizia

55. Dalle risposte risulta che il concetto africano di giustizia è sinonimo di riconciliazione e pace poiché è radicato nell’idea di restaurare l’armonia tra l’offeso e colui che offende e con la società in generale. Gli ostacoli sulla via della giustizia sono tali che i fedeli si attendono dai Padri sinodali delle proposte che li aiutino a superarli.

1. Giustizia: le esperienze della società

56. La dimensione socio-politica della giustizia.

Per reclamare giustizia, alcune “minoranze etniche” o regioni ferite imbracciano le armi e scatenano la guerra. Le sommosse e le espulsioni di popolazioni allogene in uno stesso Paese sono gravi atti di ingiustizia che restano spesso impuniti. Sovente, infatti, nelle istituzioni giudiziarie e in tutte quelle che lottano contro la corruzione sono infiltrate forze politiche. Coloro che detengono il potere utilizzano gli agenti della sicurezza per sottomettere quei cittadini che esprimono opinioni contrarie alle proprie. Sono menzionate anche altre forme di ingiustizia: la pena di morte; il trattamento disumano dei prigionieri, spesso in soprannumero nelle case circondariali; i ritardi eccessivi nei processi; la tortura dei prigionieri; l’espulsione dei rifugiati a dispetto della loro dignità.

57. La dimensione socio-economica della giustizia. Il Meccanismo Africano di Controllo Paritario (MAEP) cerca di identificare le forme e le cause della corruzione che imperversa nel continente, e che restano impunite. Le risorse naturali sono confiscate e dilapidate da alcuni gruppi d’interesse. La cattiva gestione, le sottrazioni di fondi pubblici, l’esodo dei capitali verso banche estere, contro il quale la Chiesa in Africa aveva già levato la voce durante l’ultimo Sinodo [31], sono tutte forme di ingiustizia che restano impunite e contro le quali la Chiesa deve prestare la sua voce a coloro che non hanno voce.

58. I lavoratori agricoli sui quali si basa gran parte dell’economia africana sono vittime di ingiustizia nella commercializzazione dei loro prodotti, spesso pagati a prezzi molto bassi, fissati, paradossalmente, in alcune regioni, dagli stessi acquirenti. La popolazione già sfavorita non fa altro che diventare sempre più povera. La campagna di semina di organismi geneticamente modificati (OGM), che pretende di assicurare la sicurezza alimentare, non deve far ignorare i veri problemi degli agricoltori: la mancanza di terra arabile, di acqua ed energia, di accesso al credito, di formazione agricola, di mercati locali, infrastrutture stradali, ecc. Questa tecnica rischia di rovinare i piccoli coltivatori e di sopprimere le loro semine tradizionali rendendoli dipendenti dalle società produttrici di OGM. A ciò si aggiunge il problema del cambiamento climatico i cui effetti si fanno sentire nelle zone aride, compromettendo i modesti guadagni delle economie africane. I Padri sinodali possono restare insensibili a questi problemi che pesano sulle spalle dei contadini?

59. La dimensione socio-culturale della giustizia. Anche la cultura è luogo di ingiustizie da esaminare e sradicare, in particolare il nepotismo e il trialismo che sono dei camuffamenti del dovere d’aiuto al proprio “fratello”. In tutte le regioni la donna continua ad essere sottoposta a diverse forme di assoggettamento: violenze domestiche, espressione del dominio dell’uomo sulla donna; poligamia, che sfigura il volto sacro del matrimonio e della famiglia, anche mediante la competizione tra le mogli e i figli; la mancanza di rispetto della dignità e dei diritti delle vedove; la prostituzione; la mutilazione degli organi genitali femminili. Nel rapporto tra le nazioni, la globalizzazione è un fenomeno che occorre considerare nella sua dimensione legale, amministrativa e pratica, in quanto l’Africa è diventata vulnerabile di fronte all’invasione dei modelli delle potenze militari ed economiche.

60. Il sistema educativo resta inadeguato: classi in soprannumero e proporzioni anomale tra insegnanti e studenti o tra professori e studenti. I programmi educativi sono orientati alla formazione di chi è in cerca di impiego e non di chi vuole creare impiego. Per questo, il tasso di disoccupazione è galoppante in quanto non tutti riescono a farsi assumere. Tenuto conto dell’impegno della Chiesa nel sistema educativo, le Chiese particolari auspicano che gli appelli dei Padri sinodali orientino e stimolino la ricerca in coloro che hanno la responsabilità dei programmi.

2. Giustizia: le esperienze nella Chiesa

61. Così come nella società, le Chiese particolari riportano esperienze che sono contrarie alla giustizia: nella collaborazione con le donne, queste sono spesso ridotte a un rango inferiore. Nelle strutture della Chiesa, non sono sempre garantiti salari giusti. Inoltre, la gestione dei beni della Chiesa da parte dei Pastori manca, a volte, di trasparenza.

3. Per promuovere la giustizia: quali interrogativi?

62. L’Assemblea sinodale dovrebbe far sentire il grido dei poveri, delle minoranze, delle donne offese nella loro dignità, degli emarginati, dei lavoratori mal pagati, dei rifugiati e dei migranti, dei prigionieri che attendono una cappellania strutturata e non soltanto un cappellano. «È dovere di tutti, e specialmente dei cristiani, lavorare con energia per instaurare la fraternità universale, base indispensabile di una giustizia autentica e condizione di una pace duratura» [32].

III. Sulla via della pace

63. Cammini di pace sono stati aperti dai Pastori, dalle persone consacrate, dalle Comunità Ecclesiali Viventi, dai laici, individualmente o in associazioni. Restano ancora degli ostacoli da superare.

1. Pace: le esperienze della società

64. La dimensione socio-politica della pace. L’instabilità politica che compromette così gravemente la pace nel continente africano affonda le radici nella storia: la schiavitù, la colonizzazione e la neo-colonizzazione. Benché la migrazione interna ed estera delle popolazioni sia un fenomeno sociale normale, essa ha finito per diventare fonte di disordini e conflitti. La pace è certamente molto più del silenzio delle armi, ma i conflitti sono il sintomo della sua assenza (nella R.D. del Congo, nello Zimbabwe, in Somalia, in Sudan [Darfour], ecc.). Le transizioni politiche verso una gestione democratica del potere hanno mostrato al mondo scene fratricide orchestrate da partiti rivali.

65. La dimensione socio-economica della pace. Le risposte sottolineano che la disoccupazione, l’emigrazione intensa e clandestina e, soprattutto, gli investimenti esagerati nell’armamento vanno a sfociare nella violenza, mentre ci sono migliaia di poveri, già vittime d’ineguaglianze economiche e di ingiustizie sociali. A questo riguardo, il Santo Padre Benedetto XVI osservava che «vi sono i Paesi del mondo industrialmente sviluppato che traggono lauti guadagni dalla vendita di armi e vi sono le oligarchie dominanti in tanti Paesi poveri che vogliono rafforzare la loro situazione mediante l’acquisto di armi sempre più sofisticate»[33]. Le guerre che le regioni africane conoscono sono in gran parte legate all’economia in generale.

66. La dimensione socio-culturale della pace. Le vittime più colpite dagli attacchi alla pace sono le famiglie. La destrutturazione del tessuto familiare e l’influenza dei mass media hanno progressivamente provocato la delinquenza giovanile, la dissolutezza dei costumi, la dipendenza dalla droga, ecc. Ma alcuni ritengono che la ragione profonda dell’instabilità delle società del continente sia legata all’alienazione culturale e alla discriminazione razziale che, nel corso della storia, hanno generato un complesso di inferiorità, il fatalismo e la paura. Il disprezzo delle lingue africane e della letteratura orale africana ha comportato il rifiuto dei valori propriamente africani, tanto che i giovani, privi di punti di riferimento, diventano instabili.

2. Pace: le esperienze nella Chiesa

67. La Chiesa ha partecipato, a diversi livelli, a ristabilire la pace in un certo numero di Paesi, grazie all’insegnamento e all’azione dei suoi Pastori. Nei Grandi Laghi, ad esempio, le Conferenze Episcopali hanno lavorato a costruire la pace favorendo l’avvicinamento dei giovani dei Paesi in conflitto.

3. Per coltivare la pace: quali interrogativi?

68. Le Chiese particolari si aspettano che l’Assemblea rifletta sulla maniera di costruire una società di pace mediante l’aiuto reciproco, la disponibilità ad accogliere l’altro, il servizio fraterno ai più deboli (bambini, malati e anziani), la giustizia e l’amore tra fratelli e sorelle, il ristabilimento dell’autorità parentale nelle famiglie. «La famiglia – dice il Santo Padre Benedetto XVI nel suo Messaggio per la pace – è la prima e insostituibile educatrice alla pace […] perché permette di fare determinanti esperienze di pace» [34].

69. Dalle risposte emerge la convinzione che «Dio [...] può creare aperture per la pace là dove sembra che vi siano soltanto ostacoli e chiusure» [35], come ricordava Papa Giovanni Paolo II. Però, sottolineava ancora, «non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono» [36]. Poiché «la vera pace, in realtà, è “opera della giustizia” (Is 32, 17)» [37], quella giustizia del Regno che incorpora e trascende i limiti della legalità e di cui la Chiesa Famiglia di Dio vuole essere a servizio. È così che si manifesta l’originalità del messaggio evangelico di riconciliazione, giustizia e pace.

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CAPITOLO III
CHIESA FAMIGLIA DI DIO:
«SALE DELLA TERRA»
E «LUCE DEL MONDO»

70. Rispondendo alle domande dei Lineamenta, le Chiese particolari auspicano di aprire cammini di riconciliazione, giustizia e pace nel continente. Per questo, i Padri del Sinodo rifletteranno sul problema del radicamento delle loro comunità nella cultura africana, nella Tradizione viva della Chiesa e nei valori evangelici. Essi dovranno scoprire, per la Chiesa, il modo migliore di essere «sale» e «luce» nel cuore dell’Africa, in sinergia con la società africana e per essa.


I. Radicarsi in una cultura africana trasfigurata

71. Le Chiese particolari constatano che la sfida dell’inculturazione è più che mai cruciale per le nostre società africane le cui culture sono minacciate.

1. Le sfide della globalizzazione

72. Come ricordava il Santo Padre Benedetto XVI all’inizio dell’anno, «la famiglia umana [è] oggi ulteriormente unificata dal fenomeno della globalizzazione» [38]. In questo contesto mondiale in cui l’Africa è lesa, alcune risposte suggeriscono che i Padri del Sinodo cerchino le vie di un’azione della Chiesa a favore di una maggiore integrazione delle società e delle Nazioni del continente. In effetti, nell’attuale corsa dei Paesi industrializzati ad occupare le riserve minerarie più grandi del mondo, l’abbondanza delle risorse naturali del continente continua ad essere una fonte di minaccia alla pace, alla giustizia e alla riconciliazione, e le società inoltre rischiano di essere deturpate dalla logica dell’economia mondiale a scapito di ciò che costruisce la persona umana, cioè il meglio delle nostre tradizioni locali e della nostra fede [39].

2. La necessità del radicamento culturale

73. Il Vangelo si radica nel tessuto umano della cultura. Le società africane constatano, impotenti, la disgregazione delle loro culture. La Chiesa può formare cristiani autentici [40] solo prendendo seriamente in mano l’inculturazione del messaggio evangelico. In questo anno giubilare di San Paolo, le Chiese particolari auspicano che i Padri sinodali mettano la figura di San Paolo al centro delle loro riflessioni, poiché «l’Apostolo è stato un eccezionale arte­fice di inculturazione del messaggio biblico entro nuove coordinate culturali. È ciò che la Chiesa è chiamata a fare anche oggi […]. Essa deve far penetrare la Parola di Dio nella molteplicità delle culture ed esprimerla secondo i loro linguaggi, le loro concezioni, i loro simboli e le loro tradizioni religiose» [41].

3. Il lievito del Vangelo nei valori africani

74. Nelle risposte si evidenzia la necessità di una pastorale migliore, affinché le verità e i valori delle culture africane siano toccati e trasfigurati dal Vangelo. Ciò che il Servo di Dio Giovanni Paolo II diceva a questo riguardo resta una preoccupazione. L’«inculturazione – egli affermava – […] sarà realmente un riflesso dell’incarnazione del Verbo, quando una cultura, trasformata e rigenerata dal Vangelo, produce dalla sua propria viva tradizione espressioni originali di vita, di celebrazione, di pensiero cristiani» [42]. Radicandosi nella Scrittura – tradotta nelle lingue locali –, i cristiani saranno capaci di comprendere il Verbo di Dio e di ascoltarne la Parola. Essi gli obbediranno secondo l’accezione comune del verbo “ascoltare” nelle lingue africane, per vivere in maniera profonda i valori evangelici, senza tradirli con pratiche e comportamenti culturalmente ammessi ma contrari allo spirito di Cristo (cf. Mt 5, 17). Come dice l’Apostolo Paolo: «Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8, 38-39).

II. Attingere forza nella fede in Cristo

75. Nella maggior parte delle risposte, le Conferenze Episcopali sottolineano che il legame con Cristo, che ha costituito gli uomini figli di Dio mediante il battesimo, sostiene le comunità ecclesiali nella loro azione. Esse alimentano questa relazione mediante l’ascolto della Parola, la frazione del pane eucaristico e la pratica del Sacramento della riconciliazione (cf. At 2, 42).

1. La presenza operante di Cristo nelle nostre vite

76. Come un fermento nelle nostre vite, la fede in Cristo presente e operante ci impegna e ci rende capaci di solidarietà e condivisione con l’assistenza ai poveri, ai malati, agli orfani e alle vedove, in cui vediamo il Suo volto (cf. Mt 25), per trasmettere il Suo amore, la Sua bontà e la Sua compassione. È grazie a questa fede che noi, discepoli di Cristo, assolviamo coscienziosamente il nostro lavoro. Essa ci stimola ad occuparci delle parrocchie nella misura delle nostre possibilità e della formazione dei futuri sacerdoti e persone consacrate in seno alle Comunità Ecclesiali Viventi.

77. Questa fede ci rinvia a Cristo, modello e riferimento nella profondità dei nostri interrogativi. In Lui troviamo l’orientamento della nostra vita, mediante il discernimento della volontà di Dio nostro Padre nelle situazioni che affrontiamo, «essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato» (Eb 4, 15).

78. Poiché Gesù Cristo è Salvatore e Signore, abbiamo potuto prendere delle iniziative al fine di promuovere la riconciliazione, la giustizia e la pace. Nelle difficoltà, non siamo indietreggiati davanti alla lotta contro gli antivalori e siamo rimasti aggrappati alla nostra comunità di fede senza fuggire verso soluzioni facili di salvezza proposte dalle sette. Nei momenti di persecuzione la Signoria di Cristo ci ha riempiti di coraggio, temperanza e pace. Noi restiamo nella speranza poiché, come Egli diceva, «voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!» (Gv 16, 33). E ancora: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20).

2. Cristo, Pane di Vita

79. Come ricordava ancora la Dodicesima Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sulla Parola di Dio, è alla tavola di Cristo Pane di Vita che i cristiani nutrono la koinonia («comunione fraterna» [43]), che trasmettono in seguito alla società.

L’incontro eucaristico

80. Nell’Eucaristia, Cristo resta in mezzo a noi e in ciascuno di noi. Donandosi a noi, confessano le Chiese particolari, Egli ci riunisce e fa di noi un popolo di figli e figlie di Dio riconciliati e in armonia con il Padre, e gli uni con gli altri affinché, a nostra volta, noi possiamo essere agenti di riconciliazione, artefici di pace e di giustizia. Partecipi dell’offerta di Cristo al Padre, noi possiamo vivere, in Lui, azioni e gesti di pace e riconciliazione, e acconsentire al sacrificio del dono di noi stessi. Poiché «Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1 Gv 3, 16), affinché il Regno del Padre si diffonda. La celebrazione eucaristica è vissuta allora nella sua dimensione di luogo di esperienza spirituale in cui il memoriale di Cristo ispira i nostri impegni, ci dona la forza per andare verso gli altri in testimonianza evangelica di fede e di amore.

81. L’Eucaristia è Sacramento d’amore. E là dove c’è l’amore, non sono ammessi l’odio, la vendetta e l’ingiustizia. Così, una comunità edificata dall’Eucaristia diventa autentico sacramento d’unità, fraternità e riconciliazione nel cuore dell’umanità. Poiché in essa il Signore vuole coronare di successo tutti i nostri sforzi diretti a fare del mondo un luogo di Gloria per il Padre suo, poiché «la gloria di Dio – dice Sant’Ireneo – è l’uomo vivente» [44].

82. È ancora in questo Sacramento che ci riconcilia con il Padre che otteniamo la guarigione delle nostre divisioni mediante la preparazione penitenziale, la pace di Cristo data e ricevuta e il Pane di Vita condiviso, in cui Gesù stesso ci nutre del suo Corpo e della sua Parola.

La forza della Parola di Dio

83. La Parola di Dio nutre la nostra fede e sostiene il nostro impegno. Essa ispira la vita personale, illumina gli avvenimenti quotidiani e offre criteri di discernimento nell’azione.

84. Forza di coesione e di costruzione di comunità cristiane e di società più giuste e più fraterne, la Parola di Dio ridinamizza e rivivifica i membri delle nostre comunità [45]. È importante dunque ascoltare, meditare ed approfondire la Parola, luogo privilegiato in cui si realizza il progetto meraviglioso di Dio sulla persona umana e sulla creazione. Le esperienze di certe famiglie in cui la Bibbia è al centro della loro vita e serve all’educazione dei figli e alle relazioni tra i genitori, attestano che la Parola di Dio ristabilisce l’armonia e la concordia nella casa, e rinsalda i legami familiari. La familiarità con la Parola di Dio ascoltata e condivisa in famiglia ammonisce le coscienze e protegge da derive quali il concubinato, l’adulterio e l’alcolismo. Essa mantiene lo sguardo dei suoi membri fisso su Gesù Cristo.

85. Queste esperienze ci invitano a lottare contro l’analfabetismo e a sollecitare una vasta solidarietà per ridurre il costo delle bibbie, affinché ciascun cristiano o almeno tutte le famiglie vi possano avere accesso. Se letta e spiegata in gruppi o nelle Comunità Ecclesiali Viventi, la Sacra Scrittura diventerà il fermento che rinnova e ricrea la nostra cultura affinché formi uomini e donne nuovi «nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo» (Ef 4, 13).

Il sacramento della riconciliazione

86. Fedele al suo ministero di riconciliazione dell’uomo con Dio e degli uomini tra di loro, la Chiesa assicura ai suoi figli e figlie il servizio del sacramento di penitenza, riconciliazione e perdono. Attraverso la sua pratica abituale, i cristiani testimoniano che essi apprendono a guardare in faccia la loro vita per confessare l’esperienza della misericordia e della bontà di Dio [46] verso la loro miseria, il loro peccato e le loro mancanze d’amore [47]. Tale pratica sacramentale è diventata luogo autentico in cui la grazia di Dio li ha riconciliati con se stessi e con gli altri. Essi hanno progressivamente appreso ad entrare nella logica della riconciliazione (cf. Mt 6, 15; 18, 23-35). Una forma di celebrazione comunitaria del sacramento, secondo le norme della Chiesa, non potrebbe contribuire a medicare le ferite delle società lacerate da esperienze di violenza, di conflitti e di guerre?


III. Agire come Chiesa Famiglia di Dio

1. Figli e figlie dello stesso Padre nel Figlio unigenito

87. Benché provenienti da origini diverse, l’appartenenza a Cristo ci riunisce come fratelli e sorelle di una stessa famiglia di figli e figlie di Dio. In questo modo, essa ci invita a trasformare le nostre differenze tribali, etniche, razziali o di classe sociale, che a volte ostacolano il nostro camminare insieme, affinché l’acqua del battesimo sia più forte del sangue (cf. Gal 3, 27-28).

88. Poiché fondata sulla paternità di Dio, l’immagine della Chiesa come Famiglia ha messo in rilievo i valori familiari africani di solidarietà, condivisione, rispetto dell’altro, coesione, ecc. Questo modello ha aperto i cuori e gli animi a una gestione dei conflitti mediante il dialogo sotto l’arbre à palabre e mediante i riti di riconciliazione che, per noi discepoli di Cristo, sono la Parola di Dio, ascoltata e condivisa [48], il sacramento della penitenza e l’Eucaristia che suggella la comunione. È ciò che ci insegna l’esperienza dei sinodi diocesani, delle giornate sacerdotali, dei forum di fedeli laici e delle Comunità Ecclesiali Viventi.

2. Segno e strumento di riconciliazione
89. La Chiesa Famiglia diventa segno visibile e strumento di giustizia, di pace e di riconciliazione operate da Cristo a beneficio del genere umano, quand’essa vive in coerenza con la sua identità di famiglia «sale della terra» e «luce del mondo» [49]. Ne ha dato un esempio il Servo di Dio Giovanni Paolo II a Gorée (Senegal) nel 1992 e alla soglia del terzo millennio a Roma (12 marzo 2000). Dopo di lui, i Vescovi del SCEAM hanno ripreso il suo gesto a Gorée nel 2003.

La Chiesa sacramento di riconciliazione

90. La Chiesa nel continente africano ha occupato un posto ragguardevole nella riconciliazione in occasione dei conflitti. Essa gode, altresì, di una grande credibilità in molte società africane. Non è forse questo un invito ad un impegno più coraggioso a costruire ponti tra gli uomini? Ad esempio, poiché la forza di cui le comunità ecclesiali dispongono proviene loro dallo Spirito Santo, alcune di esse testimoniano che in nome della loro fede in Cristo, esse hanno il coraggio di intraprendere iniziative per riconciliare, al livello delle Comunità Ecclesiali Viventi, le coppie separate, le famiglie in conflitto e le comunità divise dei villaggi.

La riconciliazione autentica: guarigione per la giustizia e la pace

91. Come un seme gettato in terra che spinge senza che ce se ne accorga, così avviene per il Regno di Dio di cui la Chiesa è segno e strumento. L’efficacia della sua azione è invisibile agli occhi dell’uomo. La riconciliazione che Cristo continua ad operare attraverso di essa per l’unità del genere umano è una guarigione lenta e lunga che esige da tutti i cristiani che essi vi lavorino con la fede di Mosè che, «rimase saldo, come se vedesse l’invisibile» (Eb 11, 27). Guariti dall’unzione dello Spirito di Cristo, essi potranno operare per riconciliare gli uomini tra di loro e ristabilire la pace nei cuori e nella società.


IV. Impegnarsi per un’Africa riconciliata

92. È riconosciuto che la Chiesa è profondamente impegnata nella società africana al servizio di tutti attraverso le sue istituzioni educative e sanitarie e i programmi di sviluppo. Come possono queste altre istituzioni e comunità (Conferenze episcopali, diocesi, parrocchie, Comunità Ecclesiali Viventi) dare gli stessi segni?

1. La Chiesa, Famiglia per le Nazioni
93. Le Comunità Ecclesiali Viventi incarnano questa preoccupazione di convivialità familiare nella Chiesa. La vita cristiana a misura umana si vive in questo quadro. Le solidarietà positive come espressione della carità cristiana si sperimentano in maniera esemplare in queste comunità. In alcuni luoghi, la Parola di Dio è letta, condivisa e vissuta a questo livello. Diventa importante, pertanto, il ruolo degli animatori laici delle comunità per assicurare un servizio di leadership che aiuti i membri a crescere nella fede e nell’impegno per una società riconciliata, giusta e pacifica. Un lavoro teologico è senza dubbio auspicato in questo “luogo”.

94. La Chiesa prende la Famiglia come modello. Essa deve far sì che questa “chiesa domestica” sia a immagine della Sacra Famiglia in cui il dono totale di sé all’altro è contrassegnato da rispetto, disponibilità e collaborazione (cf. Mt 2, 13-14.19-23; Lc 2, 21ss.; Gv 2, 1-12; 19, 26-27; At 1, 14). I coniugi e la famiglia richiedono un’attenzione particolare. Il matrimonio tradizionale obbliga, a volte, i cristiani a vivere ai margini della loro comunità. Cosa fare affinché la celebrazione cristiana del matrimonio si radichi sempre più nella tradizione africana dell’alleanza matrimoniale e quest’ultima sia elevata e trasformata dai valori evangelici del matrimonio cristiano? [50] Quali disposizioni adottare per ridurre il costo, spesso molto elevato, dei matrimoni in Chiesa e incoraggiare i più poveri a celebrare questo Sacramento? La questione della coppia cristiana riguarda naturalmente quella della famiglia. La complessità del controllo delle nascite richiede che la Chiesa vi si dedichi con l’aiuto di esperti e in dialogo con i coniugi cristiani, nel rispetto dei valori culturali africani legati alla vita, nel rispetto della legge morale che la Chiesa insegna, e nell’utilizzo dei migliori consigli medici per la “pianificazione familiare naturale”.

95. D’altronde, con il calo della pratica cristiana si constata, in certe Chiese particolari, un affievolimento del tessuto familiare ecclesiale. Le ragioni sono varie. La mancanza di un progetto comune rallenta lo sforzo della Chiesa per la pace e la risoluzione dei conflitti. I cristiani sono resi fragili poiché non hanno una comprensione solida della loro fede per viverla e «rispondere a chiunque […] domandi ragione della speranza che è in [loro]» (1 Pt 3, 15). La Sacra Scrittura, che deve aiutarli in questo, non è ancora entrata nel loro modo di vita come fonte di apprendimento del cammino con Dio nel cuore del mondo e della storia. A volte, essi ricorrono perfino alla stregoneria e alle pratiche su deplorate, o si lasciano influenzare dalle ideologie politiche e dalle sette cristiane che attaccano la Chiesa cattolica. Per un gran numero di cristiani, la Chiesa è la gerarchia; essi non hanno presente la dimensione del corpo mistico con le sue molteplici membra. Non c’è dubbio che la mancanza di operai apostolici in certe Chiese particolari e i problemi economici che esse incontrano, indeboliscono la volontà di intraprendere progetti capaci di edificare questo sentimento di essere Chiesa. D’altronde, la Chiesa soffre del fatto che alcuni sacerdoti, religiosi e religiose danno a volte il cattivo esempio abbandonandosi a pratiche occulte – e ciò può perfino avvenire nelle preghiere di guarigione e di liberazione – e a lotte di posizione sociale, invece di dedicarsi al servizio degli ultimi.


2. Il servizio della società: salute, educazione e sviluppo socio-economico

96. In certe regioni del continente, le infrastrutture sanitarie, già insufficienti, non solo sono distrutte dalle guerre, ma rese anche inefficaci a seguito dell’incompetenza e della corruzione. L’espressione della solidarietà cristiana e africana si trova così messa a dura prova, e, in maniera singolare, proprio là dove il numero di malati colpiti da malattie endemiche è molto elevato. In altre regioni, le strutture sanitarie sono significative; esse sono in grado, difatti, di accogliere i malati, i feriti di guerra e altri bisognosi. Le mutue sanitarie inoltre concretizzano la volontà ecclesiale di solidarietà. Grazie, poi, all’aiuto della Caritas e delle Comunità Ecclesiali Viventi, ci si prende cura dei più poveri e dei malati di AIDS. In alcune Chiese particolari ci sono associazioni che accompagnano le famiglie nella pianificazione familiare secondo i metodi naturali. L’abnegazione e l’esemplare generosità del personale curante nelle istituzioni sanitarie rendono visibile la sollecitudine della Chiesa per i malati.

97. Per quanto riguarda il settore dell’educazione, numerose Chiese particolari hanno creato delle strutture, non senza difficoltà. Tuttavia, la loro gestione è difficile a causa della pletora di giovani e della mancanza di personale qualificato. Poiché non hanno spazi di divertimento e gioco per ricrearsi, i giovani si divertono in luoghi in cui la cattiva compagnia li trascina verso la droga e la violenza. Inoltre, essi sono vittime di abusi sessuali e di altri crimini, quando non sono arruolati come soldati nelle guerre o sfruttati per il lavoro nei campi o nelle miniere. La situazione peggiora quando si ha a che fare con gli orfani o, più in generale, quando mancano l’interesse, l’attenzione e il controllo della famiglia. Ora, i bambini, hanno i loro diritti [51]: lavorare con e per la gioventù, vuol dire pensare all’avvenire di tutta la società. Questo è un compito che si impone, pertanto, a tutti i cristiani. Le scuole cattoliche ne hanno la preoccupazione, ma quelle che non beneficiano di sovvenzioni fanno fatica a mantenersi o si mantengono a costi proibitivi per i poveri. Ciò nonostante, lo sviluppo delle università cattoliche nel continente è ragguardevole. Detto ciò, la dedizione al compito e l’attenzione agli alunni e agli studenti da parte di tutti coloro che lavorano nel settore educativo suscitano ammirazione e meritano l’incoraggiamento di tutta la Chiesa.

98. Al di là dei settori specifici della salute e dell’educazione, la grande maggioranza delle Chiese particolari si sono impegnate in differenti ambiti socio-economici al servizio dei poveri, dei rifugiati, dei nomadi e della gioventù. Esse hanno una preoccupazione particolare per i cattolici impegnati nella vita politica ed economica.



3. Il dialogo ecumenico

99. Grazie ad alcuni luoghi abituali di incontro, alla settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, alla traduzione della Bibbia nelle nostre lingue locali con l’Alleanza biblica, il dialogo tra cristiani in Africa, tutte le confessioni incluse, prosegue e meriterebbe di essere maggiormente stimolato.

100. Il desiderio di proseguire il dialogo con i nostri fratelli e sorelle cristiani si scontra, tuttavia, con alcuni ostacoli: da un lato, c’è una divergenza di riferimenti dottrinali, principi d’ermeneutica biblica, natura e missione della Chiesa, morale e disciplina ecclesiastica, nonché di stili liturgici; dall’altro, si innalzano diffidenza, rivalità tra gruppi di cristiani e un fondamentalismo mosso da complessi espressi, tra l’altro, da una mimetizzazione nell’abbigliamento (abiti clericali, insegne episcopali, paramenti liturgici). La mancanza di tolleranza e comprensione reciproca, nonché le accuse da ambo i lati, rendono molto difficili gli incontri. Nello spazio pubblico, la Chiesa cattolica è oggetto di una virulenta aggressione da parte delle sette cristiane, strumentalizzate dai politici per abbattere i valori che essa difende: famiglia, rispetto della dignità e della sacralità della vita umana, unità. Nonostante le sfide il dialogo deve proseguire, in particolare negli incontri nazionali e internazionali del Consiglio Ecumenico delle Chiese.

4. La relazione con la Religione Tradizionale Africana
101. La relazione pastorale suggerita con gli adepti della religione tradizionale africana è quella di uno studio benevolo di questa religione e della cultura che ne costituisce la matrice, al fine di identificare quegli elementi buoni e nobili che il Cristianesimo può adottare, purificando quelli che ritiene incompatibili con il Vangelo, al fine di forgiare una cultura di riconciliazione, di giustizia e di pace. Un approccio di questo tipo faciliterebbe la collaborazione con gli adepti di questa religione e contribuirebbe a una vera inculturazione nella Chiesa [52]. Si dovranno tuttavia distinguere gli adepti della RTA dagli sciovinisti che la difendono come patrimonio nazionale e ne fanno oggetto di orgoglio nazionale, benché non la pratichino.


5. Il dialogo con l’Islam

102. In certi luoghi, la convivenza con i nostri fratelli musulmani è sana e buona; in altri, invece, la diffidenza da entrambi i lati impedisce un dialogo sereno: i conflitti occasionati dai matrimoni misti ne sono una prova. L’intolleranza poi di certi gruppi islamici genera ostilità e alimenta i pregiudizi. Non aiutano neanche le posizioni dottrinali di alcune correnti a proposito della Jihad: come lavorare alla pace mediante il dialogo e la riconciliazione come ci chiede il Cristianesimo? La tendenza a politicizzare le appartenenze religiose è del resto un pericolo comparso laddove si era iniziato il dialogo. Tuttavia, all’interno delle crisi, in alcune regioni la collaborazione in materia di educazione civica ed elettorale si è rivelata fruttuosa. A volte i documenti delle Conferenze Episcopali sono stati accolti positivamente dai musulmani. Talvolta le strutture della Chiesa sono servite a comunità musulmane per distribuire beni ai poveri e ai bisognosi. Manifesta è la solidarietà di alcuni ambienti musulmani con la Chiesa quando questa organizza incontri di riflessione sui problemi della società: coesistenza pacifica, corruzione, povertà, ecc. Infine, il rispetto dell’identità religiosa dei bambini musulmani nelle nostre scuole cattoliche concorre, in maniera esemplare ed efficace, ad educare la società alla tolleranza e alla pace.

CAPITOLO IV
LA CHIESA FAMIGLIA DI DIO ALL’OPERA:
TESTIMONIANZA E NUOVE PROSPETTIVE

103. Dopo la Prima Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi, le Chiese particolari cercano di vivere gli orientamenti e le direttive di Ecclesia in Africa e di metterne in pratica le raccomandazioni, particolarmente in materia di giustizia, pace e unità secondo lo spirito della Chiesa Famiglia di Dio. Esse attendono dai Padri della Seconda Assemblea riflessioni rinnovate che li impegnino ancor più nello sforzo sul piano personale, comunitario e istituzionale, e li orientino nella ricerca di vie verso la riconciliazione, la giustizia e la pace.

I. La testimonianza di vita

104. Come discepoli di Cristo (Vescovi, sacerdoti, consacrati e fedeli laici) e muniti delle armi della fede, la risposta più appropriata che noi possiamo dare è la conversione sulla via della santità: attraverso l’ascolto della Parola, la vita sacramentale e gli esercizi spirituali; nell’accogliere la domanda che ci viene dal prossimo, dalla società e dagli avvenimenti; mediante uno sforzo di conversione morale, una coerenza tra la vita che conduciamo e la Parola che annunciamo, un esercizio fedele delle responsabilità affidate a ciascuno; per mezzo di opere di penitenza, misericordia e carità; con i nostri impegni sociali che vanno controcorrente rispetto ai criteri del mondo, e mediante uno stile di vita semplice, ispirato al Vangelo. La vera natura dell’evangelizzazione, infatti, è l’incontro personale di Gesù Cristo nella preghiera quotidiana, nei Sacramenti e nella vita spirituale, nella convinzione che «se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori» (Sal 127, 1).

105. Maria, Madre Dio, resta il modello per eccellenza per la testimonianza dei discepoli di Cristo in Africa. In lei, ciascun cristiano impara l’ascolto obbediente della Parola di Dio che si fa carne nella sua vita. In effetti, il suo fiat l’avrebbe condotta fino ai piedi della croce (cf. Gv 19, 25ss.): ella mette al mondo il figlio nella povertà «perché non c’era posto per loro nell’albergo» (Lc 2, 7); si preoccupa per il figlio rimasto nel Tempio ma di lui medita le parole (cf. Lc 2, 41-52); si preoccupa della gioia dei giovani sposi di Cana e interviene presso il figlio in loro favore (cf. Gv 2); tiene compagnia ai discepoli nel Cenacolo nell’attesa dello Spirito Santo (cf. At 1, 14). Come può la Madre di Gesù occupare il posto che le compete in mezzo ai suoi figli provati e lacerati, e invitarli a fare tutto ciò che il Figlio dirà (cf. Gv 2, 5), accompagnandoli nuovamente negli avvenimenti gioiosi, dolorosi e gloriosi della vita quotidiana?


II. Gli attori e le istituzioni

1. Gli attori

106. In una Chiesa Famiglia di Dio, ciascuno ha il compito di svolgere la propria missione di modo che il corpo familiare agisca secondo lo spirito della famiglia, che è lo Spirito di Cristo, per un mondo che sia secondo il cuore di Dio. L’esempio di tanti Pastori e fedeli laici che hanno vissuto il martirio in nome della fede invita tutta la Chiesa in Africa ad impegnarsi in maniera risoluta sulla via della santità.

I Vescovi

107. La voce dei Vescovi, servitori della Parola, in comunione con il Vescovo di Roma, Pastore universale della Chiesa, risuona in periodo di crisi sociale come quella di chi veglia sulla città [53]. Di fronte ai problemi politici riguardanti le costituzioni, le elezioni, le ingiustizie, le violazioni dei diritti umani, ecc., una parola profetica da parte loro rappresenta una risposta alla sete di giustizia e di pace del popolo. Il loro coraggio e la loro audacia ne fanno esempi viventi di «sale della terra» e di «luce del mondo».

108. L’azione dell’episcopato in favore di un mondo riconciliato si manifesta attraverso le lettere pastorali, le riviste che diffondono una cultura della pace e la divulgazione della dottrina sociale della Chiesa al maggior numero di cristiani. La creazione e il sostegno di strutture appropriate e il loro impegno nel dialogo ecumenico ed interreligioso, con la preoccupazione dell’unione dei cuori, contribuiscono a forgiare un ambiente di pace. E negli abissi che separano i dirigenti dai cittadini, il dialogo stabilito con i leader politici e l’informazione trasmessa ai cristiani contribuiscono alla pacificazione.

109. Per favorire o ristabilire la giustizia e la pace in seno alla Chiesa, si auspica che i Vescovi nominino sacerdoti e religiosi che seguano criteri oggettivi e non etnici. Spetta alla Chiesa Famiglia di Dio di dotarsi di gruppi di mediazione ai vari livelli. Capita a volte, in effetti, che il dialogo tra il Vescovo, il suo presbiterio o l’altra porzione del suo popolo faccia difficoltà ad intrecciarsi. Nel caso, poi, in cui l’uno o l’altro membro sia responsabile e colpevole di abuso, spetta all’autorità competente restaurare la fiducia e ricucire il tessuto familiare ecclesiale.

110. L’unità collegiale dei Vescovi tra di loro è essenziale. Essa si costruisce e si consolida attraverso la fraternità affettiva ed effettiva e la condivisione delle esperienze pastorali. A questo fine, la definizione di metodi appropriati, l’elaborazione di programmi pastorali efficaci, la predisposizione del tempo necessario e l’adozione di un linguaggio giusto si rivelano importanti.

I sacerdoti

111. Nel loro compito di collaboratori saggi e avveduti dei Vescovi, i sacerdoti [54] condividono in molteplici maniere il ministero dell’insegnamento, in particolare attraverso la predicazione domenicale, che faranno attenzione a preparare con cura, poiché questa occasione permette loro di far sentire ai cristiani l’appello ad essere artefici di giustizia, di pace e di riconciliazione. Alla stessa maniera, anche l’amministrazione dei Sacramenti è luogo d’educazione e formazione della sensibilità dei cristiani a questi stessi valori, alla luce dei quali ciascuno è invitato ad esaminare il proprio cammino alla sequela di Cristo.

112. Nella vita quotidiana i sacerdoti incontrano diversi gruppi di fedeli (consigli parrocchiali e altri). Si tratta, per loro, di un’opportunità per iniziare, guidare e moderare la revisione di vita alla luce del Vangelo per un’esistenza cristiana autentica. Infondere uno spirito d’amore e verità, di giustizia e pace nelle esortazioni ai loro fedeli, nell’arbitraggio dei conflitti matrimoniali e familiari, nel sostegno agli emarginati e a coloro che sono isolati e nell’applicazione dei programmi ecclesiali, resta una risposta singolare di cui essi devono fare generosamente uso.
Le persone consacrate

113. Gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica [55] hanno conosciuto una forte crescita delle vocazioni, segno del dinamismo della Chiesa in Africa [56]. Alcune risposte vi vedono una fonte di “energia spirituale” che alimenta la Chiesa. Con i loro carismi e il loro impegno specifico nella Chiesa, essi lavorano a diffondere il Regno di giustizia, di pace e d’amore di Cristo, mediante la guida dei giovani (quelli che frequentano la scuola, quelli di strada, ecc.), l’aiuto ai poveri, alle donne (in particolare alle vedove), la cura dei malati e dei diversamente abili. Da parte loro, una manifesta collaborazione con l’Ordinario locale contribuirà a rendere visibile la comunione di cui la Chiesa Famiglia vuole essere segno profetico per l’Africa, nel cuore delle nostre società divise.

114. Le consacrate, con la loro vita e il lavoro in comunità, con Maria, Madre di Dio, come modello, contribuiscono a rivelare ancora di più una dimensione di Dio, mediante il loro genio femminile fatto di dolcezza, tenerezza e disponibilità nell’ascolto come Maria, la sorella di Lazzaro (cf. Gv 11) o la Samaritana (cf. Gv 4), o il servizio fraterno come Marta (cf. Lc 8; Gv 11). La risposta alle sfide della riconciliazione, della giustizia e della pace mediante la vicinanza sembra trovare migliore espressione nella donna, con i suoi doni. È anche e in gran parte attraverso di Lei e con Lei, come prima collaboratrice nella missione di evangelizzazione, che dobbiamo cercare nuove risposte alle sofferenze delle nostre società africane.

I fedeli laici nella Chiesa

115. In generale, quando è ispirato dai valori evangelici l’impegno dei cristiani nella società aggiunge un sapore particolare. Numerosi cristiani laici, individualmente o in associazione (di donne, giovani, per professione, ecc.), danno prova di coraggio tenendo alta la fiaccola della fede negli ambienti in cui la giustizia e la pace sono calpestati. Essi si mostrano autentici agenti di riconciliazione, grazie, in particolare, all’azione cattolica e alle associazioni apostoliche o spirituali di fedeli.

116. I catechisti, araldi del Vangelo, continuano ad essere animatori preziosi delle comunità cristiane [57]. Per migliorarne il contributo, occorre dare loro una solida formazione biblica e dottrinale, e una giusta remunerazione affinché possano prendersi degnamente cura della loro famiglia e ai loro figli.

117. La testimonianza di numerose cristiane nelle situazioni di conflitti conferma che il genio femminile assunto nello Spirito di Cristo genera una cultura di pace e non di violenza, di vita e non di morte, d’umanità e non di barbarie. Il ruolo delle donne sarebbe più efficace se la Chiesa Famiglia affidasse loro una missione più visibile o le impegnasse in maniera più schietta, in quanto esse umanizzerebbero molto di più le società africane.

118. Gli uomini, nei loro ruoli di coniugi, padri o capifamiglia, devono lavorare a mantenere l’unità familiare, favorendo la pace, relazioni giuste, rapporti armoniosi con altre famiglie nelle Comunità Ecclesiali Viventi, e facendosi artefici di riconciliazione, di giustizia e di pace nelle varie associazioni e movimenti di fedeli laici di cui sono membri.


2. Strutture e istituzioni ecclesiali

119. Oltre all’esempio delle nostre vite, le istituzioni devono portare i segni dello spirito evangelico di cui San Paolo ha annunciato il frutto: «carità, gioia, pace, longanimità, benignità, bontà, fedeltà, mitezza, temperanza» (Gal 5, 22-23).

Le Conferenze Episcopali

120. Contro tutto ciò che opprime gli uomini e le donne nella società, le lettere pastorali delle Conferenze Episcopali danno la testimonianza di una Chiesa Famiglia che si preoccupa dell’unità. Il loro sostegno alle Commissioni Giustizia e Pace e alle altre istituzioni ecclesiali che lavorano nell’ambito della giustizia, della pace e della riconciliazione, è particolarmente prezioso; l’attenzione pastorale ai fedeli laici impegnati nei servizi pubblici e privati, e alle varie corporazioni di mestieri mediante la presenza dei cappellani, indica fortemente che «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore» [58].

Il Simposio delle Conferenze Episcopali d’Africa e Madagascar
121. La visita di Vescovi o di cristiani cattolici di altri continenti per scambi di esperienze sulla pace, per una partnership e un sostegno ecclesiali tanto a livello tecnico quanto finanziario rafforza lo slancio delle Chiese particolari e invia a tutti i cristiani un messaggio positivo di solidarietà della Chiesa universale. Come esempio, citeremo le relazioni del Simposio delle Conferenze Episcopali d’Africa e Madagascar (SCEAM/SECAM) con le Conferenze Episcopali d’Asia e d’Europa, che bisogna incoraggiare; incontri di questo genere esistono anche a livello delle Conferenze Episcopali nazionali e regionali.

122. Uno sviluppo della partnership dei laici tra le Chiese dei vari continenti favorirebbe lo scambio di esperti nei vari ambiti che riguardano la pace e la giustizia, e potrebbero collaborare nelle istanze internazionali per la causa della giustizia e della pace in nome della loro fede comune in Gesù, Principe della Pace.

Le Commissioni Giustizia e Pace

123. A tutti i livelli organizzativi delle nostre Chiese particolari, le Commissioni Giustizia e Pace si sono sforzate di destare e formare le coscienze dei fedeli affinché questi diventino sale del mondo e luce della terra. Esse hanno formato al rispetto dei diritti del cittadino e alla lotta contro l’impunità, i crimini di guerra e contro l’umanità, il trattamento indegno dei prigionieri, ecc. In periodo elettorale, alcune Commissioni Giustizia e Pace hanno proposto programmi d’educazione civica ed elettorale. Grazie ai loro interventi, è stato possibile riflettere su determinate carenze presenti tanto nella società quanto nella Chiesa. In quelle Chiese particolari che non dispongono di Commissioni Giustizia e Pace, sono la Caritas e altre istituzioni ad assicurare gli stessi compiti.

124. Quanto all’azione, esse si sono mostrate attive nell’accompagnamento delle vittime di ogni tipo di violenza, soprattutto le donne e i bambini, nella loro ricerca di giustizia. In alcuni Paesi, hanno partecipato all’osservazione elettorale.
125. Alcune risposte ai Lineamenta ritengono che la Commissione Giustizia e Pace risponderebbe maggiormente e in maniera più efficace alla sua missione, se fosse meglio compresa. Essa infatti, dicono, è vista spesso come uno strumento atto ad incoraggiare i laici a lottare per la giustizia e non come un vero veicolo di evangelizzazione, attraverso la sua azione per la riconciliazione, la giustizia e la pace. Come aiutare a far meglio comprendere le Commissioni Giustizia e Pace?

I grandi seminari e case di formazione religiosa

126. Se i servitori della Chiesa Famiglia devono essere guide e modelli delle comunità cristiane, artefici di pace, riconciliatori e uomini giusti, si impone un maggiore discernimento nella scelta e nella formazione solida dei futuri sacerdoti[59]e delle persone consacrate. Occorre, inoltre, che la loro formazione prenda in considerazione le sfide della vita reale delle comunità cristiane in cui differenti etnie, tribù, razze e origini sociali sono chiamate a vivere unite dalla stessa fede in Cristo. A questo scopo, l’implicazione dei laici, uomini e donne, nella formazione dei futuri sacerdoti contribuirebbe a renderli maturi ed equilibrati.

127. La formazione di consacrate capaci di essere collaboratrici a pieno titolo nella vigna del Signore richiede una revisione del loro programma di formazione di modo che vi figurino ufficialmente la disciplina filosofica e quella teologica. Il valore e l’efficacia dell’insegnamento della Chiesa sulla donna si esprime con il posto che occupano le donne consacrate nella collaborazione pastorale.

I programmi di formazione

128. Le Chiese particolari hanno risposto alle sfide sociali proponendo programmi di formazione alla luce della dottrina sociale della Chiesa [60], che aspirano a promuovere una società più giusta, più fraterna e prospera. L’intento della formazione, in ambiti quali il diritto, le tradizioni, la pace e lo sviluppo, l’educazione civica ed elettorale, la riconciliazione e il buon governo, l’alfabetizzazione, la prevenzione sanitaria e la condotta di vita (nel caso dell’HIV/AIDS ad esempio) e molti altri ancora, è stato quello di preparare i figli dei nostri Paesi a diventare attori a pieno titolo, responsabili nella gestione degli affari pubblici. Si fa sentire, altresì, il bisogno di associare gli operatori pastorali a programmi di questo genere affinché partecipino in maniera più efficace ad edificare una cultura di riconciliazione, giustizia e pace.

129. Si apprende a risanare il tessuto delle relazioni sociali mediante un processo di riconciliazione in profondità (gestione dei conflitti), con un accento particolare sulla giustizia, condizione di una pace vera. I cittadini, cristiani e non cristiani, imparano a partecipare alle decisioni che prendono i dirigenti e che riguarderanno la loro vita, a controllare il lavoro di coloro che sono stati eletti e a partecipare alla gestione delle ricchezze del loro Paese. Innanzitutto, viene dedicata una cura particolare alla formazione della coscienza, soprattutto quella dei giovani, poiché è con loro che si gioca l’avvenire delle nostre società.

130. Alcune difficoltà si manifestano nella diffusione e nell’attuazione completa dei programmi. L’implicazione delle strutture diocesane, parrocchiali e delle Comunità Ecclesiali Viventi non sarebbe una via possibile?

Le istituzioni sanitarie

131. Persone qualificate e competenti scelte su questa base saranno veri servitori della pace del cuore e del corpo, capaci di affrontare le sfide attuali. Il servizio di qualità offerto da queste istituzioni, aperto a tutti, senza distinzione di razza, tribù, etnia o religione, contribuisce a fare della Chiesa cattolica un’artefice di pace nei nostri Paesi.

132. Con una buona pianificazione del rinnovamento del personale e della manutenzione del materiale, e la creazione di strutture per cure specialistiche con la possibilità di un controllo medico rigoroso, le istituzioni ecclesiali sanitarie potranno contribuire a edificare una società che rispetti la dignità umana, dal primo momento della vita al suo termine naturale: «Come non preoccuparsi dei continui attentati portati alla vita, dal concepimento fino alla morte naturale?» si domandava il Santo Padre Benedetto XVI, nel vedere con sorpresa che in regioni come l’Africa, in cui la cultura del rispetto della vita è tradizionale, si tenti di banalizzare l’aborto con il Protocollo di Maputo [61]

Le istituzioni educative

133. L’implicazione della Chiesa nel sistema educativo è un atto evangelico fondamentale per salvare tutto l’uomo, al fine di preparare la società di domani, sana, pacifica e responsabile. Nelle regioni o Paesi in cui le istituzioni ecclesiali sono state confiscate dallo Stato, vengono compiuti sforzi per la loro restituzione, al fine di poterli rimettere al servizio delle popolazioni.

134. Affinché i servizi educativi possano migliorare, occorre perfezionare le condizioni degli insegnanti e la loro competenza, offrire, in dialogo con lo Stato, una formazione scolastica alla portata di tutti, includere i genitori nella guida dei giovani mediante associazioni e seminari sull’educazione, proporre un programma di educazione integrale (intellettuale, morale, spirituale, umana e professionale), incoraggiare l’istituzione del tutor e gli scambi di programmi, riconoscere i meriti e assumere iniziative d’autofinanziamento. Si tratta di vie importanti per un avvenire di pace e prosperità.

Le università

135. Le università devono rispondere alla loro vocazione di universitas mostrando l’esempio di integrazione dell’unità nella diversità (unitas in diversis), in un lavoro di ricerca accademica di altissimo livello, in cui le scienze sono in dialogo con la Parola di Dio, fonte di pace autentica per gli spiriti di verità: verità dell’uomo (individuo e società), verità di Dio. Fedeli alla loro identità cattolica e aiutate da un programma d’introduzione alla teologia cattolica per tutti gli studenti, ad esempio, le università cattoliche si riveleranno promotrici di un’autentica apertura all’universale, antidoto contro i ripiegamenti d’identità.

136. Risposte effettive o potenziali delle nostre università e istituzioni accademiche alle sfide della riconciliazione, della giustizia e della pace, sono l’insegnamento dei diritti fondamentali della persona umana, l’introduzione di un pubblico più vasto di gente semplice al senso delle leggi del loro Paese, la proposta di conferenze-dibattiti sulle questioni di corruzione, povertà ed ingiustizia, e la produzione di studi seri sulla cultura della giustizia e della pace in ambito urbano e rurale, per raggiungere una trasformazione.

3. I fedeli cristiani nella società

137. La Chiesa agisce nella società come comunità e attraverso i suoi membri, in particolare i fedeli laici. La fiducia acquisita dalla Chiesa nella società è il frutto dell’azione dello Spirito Santo che anima la fede dei cristiani in Cristo e ne sostiene l’impegno. Sull’esempio della Santa Famiglia di Nazareth, una famiglia cristiana [62] che vive secondo i valori d’amore e fraternità, compassione e misericordia, apertura alle altre famiglie (cf. Lc 2, 44) e la cui sicurezza economica è sufficiente, diventa un ambiente di serenità, pace ed armonia contagiosa. Poiché la famiglia è la cellula della società, occorrerà promuovere famiglie di questo tipo in numero tale da avere un grande impatto sulla società e sulla Chiesa. Questa fede è vissuta in maniera disinteressata nel far giungere l’aiuto ai poveri, agli emarginati, ai deboli, nel partecipare attivamente alla risoluzione dei problemi sociali e nel cercare con determinazione l’unità. Tuttavia è attraverso i laici, messaggeri a pieno titolo del Vangelo, che la Chiesa assicura la sua presenza effettiva in seno alle istituzioni secolari.

In politica
138. Luce del mondo, secondo lo spirito del Vangelo, sono coloro che si sono dedicati con abnegazione e coraggio, spirito di servizio e preoccupazione del bene comune, al rispetto dei diritti umani, e che lottano contro la dittatura e la corruzione, per una gestione sana ed onesta di tutte le risorse naturali e umane, sacrificandosi per costruire e consolidare la democrazia affinché nello Stato regni il diritto. Grazie a questi uomini e queste donne che danno credibilità all’azione politica, la testimonianza cristiana forgerà una cultura di vita, di pace e giustizia nelle nostre società africane. Una più ampia presenza nella leadership da parte dei cristiani, testimoni dei valori di credibilità, responsabilità, giustizia, probità, ecc., darà una diversa qualità alla politica africana.

Nelle forze armate

139. Uomini e donne impegnati nelle forze armate hanno visto tra le loro fila compagni d’armi, membri della Chiesa, testimoniare un patriottismo esemplare nel rispetto della deontologia militare, dei beni e delle persone, garantire la sicurezza dei più deboli in periodo di conflitti e anche di guerra, e mostrarsi pronti a difendere l’integrità territoriale del loro Paese in ogni momento. Si tratta di valori che dovrebbe incarnare ogni cristiano arruolato nelle forze armate in Africa, affinché siano uno strumento di giustizia e pace. Questi cristiani, consapevoli dei pericoli delle armi, devono far sentire la loro voce contro la vendita delle armi in zone di conflitto, reclamare la forza della legge e non quella delle armi, opporsi all’arruolamento dei bambini e obbedire a Dio piuttosto che agli uomini (cf. At 5, 29).
Nell’economia

140. Deve essere incoraggiato e sostenuto l’esempio di numerosi cristiani che, in nome della propria fede, creano imprese o gestiscono quelle pubbliche in maniera efficace ed edificante: essi vivono del proprio lavoro, producono ricchezza, pagano le imposte e tutte le tasse per la Tesoreria dello Stato, corrispondono salari giusti, lottano contro lo spreco delle risorse naturali, regolamentano i meccanismi d’import/export, ecc. Queste forze vitali devono crescere sempre più poiché sono esse che, con la loro capacità di trasformazione, arresteranno la miseria e la povertà. Inoltre, questi cristiani modello devono diventare mediatori tra le popolazioni impotenti e le strutture internazionali del commercio (per esempio l’Organizzazione Mondiale del Commercio), i finanzieri capaci di concedere crediti, ecc., per migliorare la condizione di lavoro dei più deboli: proteggere la loro produzione, facilitare lo smercio dei loro prodotti a un giusto prezzo.

Nell’educazione

141. In alcune regioni, i giovani cattolici [63] si fanno propagatori dei valori evangelici, trasmettendo ciò che essi stessi hanno ricevuto come educazione cristiana alla vita e all’amore. Spetta, pertanto, a tutti gli adulti cristiani il compito di trasmettere ai giovani i valori del discepolo di Cristo affinché essi, a loro volta, diventino sale e luce. Ciò avverrà in maniera tanto più efficace quanto più essi entreranno in contatto con leader autentici che incarnano i valori trasmessi nell’insegnamento, ad esempio lo sforzo e l’assiduità nel lavoro, e il cui esempio si presenta come una parola veramente persuasiva.
Nella salute

142. Nella loro formazione, gli operatori sanitari si impegnano, con il giuramento di Ippocrate, a proteggere la vita. I cristiani del corpo medico in Africa hanno dato il tono con competenza, coraggio e a volte eroismo nella protezione della vita dagli inizi (rifiutando l’aborto) al suo termine (rifiutando l’eutanasia), nell’assistenza dedita alle vittime dell’HIV/AIDS, ecc. Esempi di questo genere si devono far conoscere e si devono proporre come modello. Occorre, inoltre, che alcune infrastrutture sanitarie, promotrici di questo spirito evangelico, aprano ai più poveri l’accesso alle cure mediche. Se i fedeli del corpo sanitario aiuteranno a migliorare l’igiene e la salute delle fasce più abbandonate della società, ridurranno i focolai di rivolta ed aggressività che incancreniscono il corpo sociale e compromettono la pace.

Negli ambienti della cultura
143. Nell’ora in cui la globalizzazione tende a veicolare sempre più il dominio di un unico modello culturale e la negazione della vita, mettere in rilievo i valori delle culture africane come ricchezza del creato e purificarli di tutto ciò che aliena e avvilisce, può contribuire all’avvento, in Africa, di società riconciliate con se stesse, pacifiche e felici di vivere insieme piuttosto che in inimicizia e nell’odio.

Nei mass media

144. I mass media e le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione sono il nuovo areopago del nostro secolo. Poiché favoriscono l’incontro dei popoli e delle culture, e aprono al mondo, i media sono uno spazio efficace di formazione delle coscienze e di sensibilizzazione, e degno di lode è lo sforzo dei fedeli ansiosi di annunciarvi i valori evangelici di pace, misericordia, amore e unità. Essi devono essere incoraggiati affinché, sul loro esempio, un numero sempre più grande di cattolici diffondano nelle nostre città africane, per mezzo di questi mezzi, informazioni giuste, credibili e costruttive, come pure messaggi di gioia, amicizia ed amore fraterno.

Negli organismi internazionali

145. Adottare l’opzione preferenziale per i poveri – poiché rifiutare di essere povero è la rivendicazione di un diritto umano fondamentale, fondato sulla destinazione universale dei beni della terra – [64], lottare per ridurre il debito dei Paesi poveri e trascendere le barriere di ogni tipo (razza, tribù, regione, nazione e ideologia) in nome della comune umanità e della dignità dei figli di Dio, è un compito che i cristiani si sono assegnati all’interno degli Organismi internazionali. È questo uno sforzo che contribuisce a edificare un’Africa di pace e di vita. Si farebbe un passo avanti informando le popolazioni sul ruolo e la funzione delle istituzioni internazionali, ottenendo che numerosi fedeli si impegnino presso queste istanze affinché sia spezzato il giogo del debito dei Paesi poveri.
Conclusione

146. La Seconda Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi è un momento importante per la Chiesa Famiglia di Dio in Africa. Essa è un kairos (cf. Mc 1, 15). Come diceva l’Apostolo Paolo ai Corinzi, «ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza» (2 Cor 6, 2). Questo tempo è favorevole a una riconciliazione di ciascuna persona con Dio e con gli altri, una riconciliazione che genera giustizia e pace. Come Gesù stesso mediante la croce, tutti i discepoli di Cristo in Africa – che hanno accolto la Parola «con la gioia dello Spirito Santo anche in mezzo a grande tribolazione» (1 Ts 1, 6) – devono abbattere «il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia» (Ef 2, 14). In effetti, «la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata, e la virtù provata la speranza […] perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5, 3-5). È Lui che dirige «i nostri passi sulla via della pace» (Lc 1, 79) e ci affida il «ministero della riconciliazione» (2 Cor 5, 18).

147. Il bisogno di riconciliazione nell’oggi del continente è quanto mai urgente. La riconciliazione, di cui l’Africa ha sete affinché si rigeneri la famiglia umana, si ottiene mediante una giustizia più che umana, una pace più profonda dell’assenza delle guerre e del silenzio delle armi. Con il Santo Padre Benedetto XVI, i fedeli sono invitati a implorare lo Spirito Santo che ci ha riconciliati nel Figlio e che opera nel cuore degli uomini. «Lo Spirito è anche forza che trasforma il cuore della Comunità ecclesiale, affinché sia nel mondo testimone dell’amore del Padre, che vuole fare dell’umanità, nel suo Figlio, un’unica Famiglia» [65]. Convinti che «in un mondo lacerato da lotte e discordie [tu Dio] lo rendi disponibile alla riconciliazione», gli uomini offrono le loro sofferenze e operano affinché «gli avversari si stringano la mano e i popoli si incontrino nella concordia»[66] (cf. 2 Cor 5, 18), poiché la civiltà dell’amore è un compito di cui nessuno si deve stancare.

148. Fedele alla sua vocazione di annunciare il Vangelo, Buona Novella, la Chiesa Famiglia di Dio in Africa vuole essere sempre più disponibile per la missione ad intra, nel continente stesso, e ad extra, verso le Chiese particolari negli altri continenti che la sollecitano [67]. In questa disponibilità ad essere «testimoni […] fino ai confini della terra» (At 1, 8), i cristiani e le comunità ecclesiali del continente vogliono aprire i loro cuori anche agli immigrati provenienti da altri Paesi e da altri continenti. Questa dinamica evangelica rafforzerà il servizio della Chiesa Famiglia di Dio verso la riconciliazione, la giustizia e la pace.

149. Con Maria, restiamo disponibili all’azione dello Spirito affinché esso rinnovi, in noi e attraverso di noi, la faccia della terra:

Santa Maria,
Madre di Dio, Protettrice dell’Africa,
tu hai dato al mondo la vera Luce, Gesù Cristo.
Con la tua obbedienza al Padre
e per mezzo della grazia dello Spirito Santo
ci hai dato la fonte della nostra riconciliazione e della nostra giustizia,
Gesù Cristo, nostra pace e nostra gioia.

Madre di tenerezza e di saggezza,
mostraci Gesù, il Figlio tuo e Figlio di Dio,
sostieni il nostro cammino di conversione
affinché Gesù faccia brillare su di noi la sua Gloria
in tutti i luoghi della nostra vita personale, familiare e sociale.

Madre, piena di Misericordia e di Giustizia,
con la tua docilità allo Spirito Consolatore,
ottieni per noi la grazia di essere testimoni del Signore Risorto,
affinché diventiamo sempre più
sale della terra e luce del mondo.

Madre del Perpetuo Soccorso,
alla tua intercessione materna affidiamo
la preparazione e i frutti del Secondo Sinodo per l’Africa.
Regina della Pace, prega per noi!
Nostra Signora d’Africa, prega per noi!



[1] Cf. S. Cipriano di Cartagine, De Catholicae Ecclesiae unitate: SC 500.

[2] Le denominazioni variano ma la realtà è la stessa: Comunità Ecclesiale Vivente (CEV); Comunità Cristiana di base (CCB).

[3] Cf. Seconda Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi, Lineamenta, Prefazione di S.E. Mons. Nikola Eterović, Città del Vaticano 2006, p. IV.

[4] Cf. Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica Postsinodale Reconciliatio et paenitentia (02.12.1984), 2: AAS 77 (1985) 186-188.

[5] Cf. Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica Postsinodale Ecclesia in Africa (14.09.1995), 113-114; 120: AAS 88 (1996) 66-68; 71.

[6] Cf. Benedetto XVI, Angelus (22.02.2009): L’Osservatore Romano (23-24.02.2009), p. 1; S. Ignazio d’Antiochia, Ad Romanos, Pref., Funk F., Opera Patrum Apostolicorum, vol. 1, Tubingae 1897, p. 124; Concilio Ecumenico Vaticano II, Lumen gentium, 13.

[7] Cf. idem, 105-139 et passim: AAS 88 (1996) 63-80.

[8] Cf. idem, 108: AAS 88 (1996) 65.

[9] Seconda Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi, Lineamenta, 1, Città del Vaticano 2006, p. 1.

[10] Cf. Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica Postsinodale Ecclesia in Africa (14.09.1995), 70: AAS 88 (1996) 45.

[11] Cf. idem, 106: AAS 88 (1996) 64.

[12] Cf. idem, 58: AAS 88 (1996) 37.

[13] Cf. idem, 89: AAS 88 (1996) 56.

[14] Cf. AMECEA-IMBISA, Message The Role of the Church in Development in the Light of the African Synod (20.08.1995), § 6.

[15] Cf. Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica Postsinodale Ecclesia in Africa (14.09.1995), 80: AAS 88 (1996) 52.

[16] Cf. idem, 115: AAS 88 (1996) 68-69.

[17] Cf. idem, 17; 70: AAS 88 (1996) 13; 45.

[18] Cf. idem, 68: AAS 88 (1996) 42-44.

[19] Cf. idem, 106: AAS 88 (1996) 64.

[20] Cf. idem, 71; 124: AAS 88 (1996) 46; 72-73.

[21] Cf. idem, 109: AAS 88 (1996) 65.

[22] Cf. idem, 116: AAS 88 (1996) 69.

[23] Cf. idem, 104: AAS 88 (1996) 63.

[24] Symposium des Conférences Épiscopales d’Afrique et Madagascar (SCEAM-SECAM),Actes della 7ème Assemblée Plénière (Kinshasa 1984) 167.

[25] Cf. Pontificio Consiglio per la Pastorale dei migranti e degli itineranti, Istruzione Erga migrantes caritas Christi (03.05.2004), 10: AAS 96 (2004) 767-768.

[26] Cf. Seconda Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi, Lineamenta, 20, Città del Vaticano 2006, pp. 13-14.

[27] Cf. Concilio Ecumenico Vaticano II, Gaudium et spes, 78; Pontificio Consiglio per la Giustizia e la Pace, Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, 134.

[28] Paolo VI, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace “Se vuoi la pace, lavora per la giustizia” (08.12.1971): AAS 63 (1971) 868.

[29] Cf. Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace “Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono” (08.12.2001): AAS 94 (2002) 132-140.

[30] Benedetto XVI, Discorso ai Vescovi del Mali in visita Ad limina (18.05.2007): L’Osservatore Romano (18-19.05.2007), p. 5.

[31] Cf. Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica Postsinodale Ecclesia in Africa (14.09.1995), 113: AAS 88 (1996) 66-67.

[32] Paolo VI, Lettera Apostolica Octogesima adveniens (14.05.1971), 17: AAS 63 (1971) 414.

[33] Benedetto XVI, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace “Famiglia umana, comunità di pace” (08.12.2007), 14: L’Osservatore Romano (12.12.2007), p. 5.

[34] Idem, 3: L’Osservatore Romano (12.12.2007), p. 4.

[35] Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace “Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono” (08.12.2001), 14: AAS 94 (2002) 139.

[36] Idem, 15: AAS 94 (2002) 139.

[37] Idem, 3: AAS 94 (2002) 133.

[38] Benedetto XVI, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace “Famiglia umana, comunità di pace” (08.12.2007), 10: L’Osservatore Romano (12.12.2007), p. 4.

[39] Cf. Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica Postsinodale Ecclesia in Africa (14.09.1995), 48: AAS 88 (1996) 31.

[40] Cf. idem, 47: AAS 88 (1996) 30.

[41] XII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi (2008), Verbum Domini in vita et missione Ecclesiae, Messaggio, 15.

[42] Giovanni Paolo II, Viaggio Apostolico in Africa, Discorso ai Vescovi del Kenya (07.05.1980), 6: AAS 72 (1980) 497.

[43] Cf. XII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi (2008), Verbum Domini in vita et missione Ecclesiae, Messaggio, 10; Concilio Ecumenico Vaticano II, Dei Verbum, 21.

[44]S. Ireneo di Lione, Adversus Hereses, IV, 20, 7: SC 100, 648.

[45] Cf. Benedetto XVI, Lettera ai partecipanti all’Assemblea Generale della Federazione Biblica Cattolica (12.06.2008): L’Osservatore Romano (25.06.2008), p. 8.

[46] Cf. S. Agostino, Confessionum libri tredecim, Liber 10, Cap. 33, 50: PL 32, 800.

[47] Cf. S. Agostino, Sermo LVI, 7, 11: PL 38, 381-382.

[48] Il metodo della Lectio divina messo a punto dall’Istituto di Lumko (Sudafrica), denominato “Seven Steps”, è stato adottato in un certo numero di Paesi.

[49] Cf. Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica Postsinodale Reconciliatio et paenitentia (02.12.1984), 8-9: AAS 77 (1985) 200-204.

[50] Cf. Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica Postsinodale Ecclesia in Africa (14.09.1995), 50: AAS 88 (1996) 31-32.

[51] Cf. Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), Convenzione internazionale dei diritti dell’Infanzia (20.11.1989).

[52] Cf. Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica Postsinodale Ecclesia in Africa (14.09.1995), 78: AAS 88 (1996) 56.

[53] Cf. idem, 98: AAS 88 (1996) 61.

[54] Cf. idem, 97 e 96 (i diaconi): AAS 88 (1996) 60.

[55] Cf. idem, 94: AAS 88 (1996) 58-59.

[56]Cf. Secretaria Status Rationarium Generale Ecclesiae, Annuarium statisticum Ecclesiae 2006, Città del Vaticano, p. 43.

[57] Cf. Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica Postsinodale Ecclesia in Africa (14.09.1995), 91: AAS 88 (1996) 57.

[58]Concilio Ecumenico Vaticano II, Gaudium et spes, 1.

[59] Cf. Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica Postsinodale Ecclesia in Africa (14.09.1995), 95: AAS 88 (1996) 59-60.

[60] Cf. Pontificio Consiglio per la Giustizia e la Pace, Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa.

[61]Benedetto XVI, Discorso al Corpo Diplomatico (08.01.2007): L’Osservatore Romano (08-09.01.2007), p. 7.

[62] Cf. Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica Postsinodale Ecclesia in Africa (14.09.1995), 92: AAS 88 (1996) 57-58.

[63] Cf. idem, 93: AAS 88 (1996) 58.

[64] Cf. Pontificio Consiglio per la Giustizia e la Pace, Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, 171-175.

[65] Benedetto XVI, Lettera Enciclica Deus caritas est (25.12.2005), 19: AAS 98 (2006) 233.

[66] Prefazio della Preghiera Eucaristica della riconciliazione II.

[67] Cf. Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica Postsinodale Ecclesia in Africa (14.09.1995), 130; 134-135: AAS 88 (1996) 75; 77; Concilio Ecumenico Vaticano II, Ad gentes, 20.

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Luanda, calore umano e resistenza fisica di Benedetto

Cari amici, alle 12.37 siamo atterrati all’aeroporto di Luanda, in Angola. La vista dall’aereo è impressionante: una distesa a perdita d’occhio di case e casupole per lo più diroccate, che lambivano quasi i bordi della pista dove il Boeing 777-200 dell’Alitalia ha toccato terra.
Se in Camerun faceva caldo, qui fa caldissimo.
Un clima torrido, l’asfalto quasi liquefatto. Sono bastati pochi minuti di attesa davanti al padiglione dell’aeroporto per stenderci tutti.
Avevamo sinceramente paura per il Papa, che ha dovuto ascoltare gli inni e stringere le mani dei notabili per molti minuti. Poi, sotto uno striminzito palchetto, Ratzinger ha ascoltato stando in piedi il discorso del presidente Dos Santos.
Infine ha preso la parola, e ha pronunciato il suo discorso, peraltro non breve, al quale ha aggiunto un paragrafo dedicato alle vittime delle inondazioni che nei giorni scorsi hanno sconvolto alcune zone dell’Angola.
Nonostante la giornata veramente faticosa di ieri a Yaoundé, e il caldo che avrebbe steso chiunque, Benedetto XVI ha portato a termine il suo saluto in portoghese, prima di “imbarcarsi” sulla papamobile.
Anche qui, come in camerun, accoglienza festosissima, con la gente accalcata sulle strade per salutare il passaggio del corteo papale.

dal blog di Andrea Tornielli


Niente paura! Abbiamo un papa forte!!!!
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Papa Ratzi Superstar

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"CON IL CUORE SPEZZATO... SEMPRE CON TE!"
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PADRE LOMBARDI

«UNA SOLA FRASE HA OSCURATO L’INTERA VISITA»

Il Papa è stato informato del dibattito che si è acceso sulle sue parole. E padre Federico Lombardi, nel rispondere a una specifica domanda sull’argomento, ha fornito un indiretto commento alle polemiche innescate dagli interventi di alcuni governi europei. «Sarebbe bene – ha sottolineato il direttore della Sala Stampa vaticana – che anche in Europa ci si ricordi che c’è un viaggio del Papa in Camerun e che Benedetto XVI sta dicendo cose importanti sull’Africa».
Il portavoce della Santa Sede si è detto convinto che «a volte si nota una dicotomia tra l’effettivo svolgimento del viaggio e quello di cui si parla all’estero. Ma anche in certi ambienti – ha detto con evidente riferimento ad alcune Cancellerie europee – sarebbe meglio se si facesse più attenzione a ciò che il Papa fa e dice in favore dei popoli africani, piuttosto che concentrarsi su una sua singola frase. Qui in Africa, ad esempio, la malaria uccide più dell’Aids, ma nessuno ne parla. E dico questo non per minimizzare la portata del flagello dell’Aids, che in effetti uccide molte persone e va affrontato seriamente».
Durante il breve briefing è intervenuto un giornalista camerunense, Claude Babà della Radio Cattolica di Yaoundé: «Pensiamo che il problema sia più occidentale che nostro. Qui abbiamo bisogno di medicine e non preservativi». (M.Mu.)

© Copyright Avvenire, 20 marzo 2009


Papa Ratzi Superstar

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Se il Papa africano diventa No Global

di Paolo Rodari

mar 20, 2009 il Riformista

Incurante degli attacchi ricevuti da parte delle cancellerie di mezza Europa, delle parole di Silvio Berlusconi di ieri che in qualche modo lo difende (o lo giustifica?) dicendo che lui «svolge semplicemente il suo ruolo» e di quelle di Dario Franceschini che invece ricorda come «il profilattico sia indispensabile e da diffondere per combattere l’Aids, la disperazione e la morte in Africa e nei Paesi più poveri del mondo», Benedetto XVI parla con accenti che ricordano le istanze più originarie del movimento No Global, quelle per intenderci dell’opposizione senza se e ma alla logica del business a tutti costi imposto sovente dalle multinazionali: nel suo secondo giorno di permanenza in Camerun, infatti, spiega che «l’Africa è minacciata» dalle «false glorie», dai «falsi ideali» portati «da persone senza scrupoli che cercano d’imporre il regno del denaro disprezzando i più indigenti», portati dalle «multinazionali».
Incuranti delle critiche europee al Papa sono stati ieri anche i 60mila che hanno assiepato lo stadio di Yaoundè, la capitale del Paese.

È qui che Benedetto XVI è entrato nel cuore dei problemi dell’Africa: la minaccia più pericolosa che insidia il continente, ha detto, è la perdita dell’identità, del senso della famiglia, della ricchezza interiore di fronte ai «falsi ideali», portati, appunto, da stranieri senza scrupoli.

Tra questi, le multinazionali, citate dal Pontefice nel documento Instrumentum laboris, consegnato ieri ai vescovi in vista del prossimo Sinodo speciale per l’Africa. Le multinazionali «continuano a invadere gradualmente il continente per appropriarsi delle risorse naturali». E ancora: «Schiacciano le compagnie locali, con la complicità dei dirigenti africani. Recano danno all’ambiente e deturpano il creato». Anche le campagne di semina di organismi geneticamente modificati finiscono per «rovinare i piccoli coltivatori, indotti a sopprimere le loro semine tradizionali». E, quindi, ecco l’attacco ai dirigenti politici africani, che «hanno portato alla rovina le loro società».
Le parole del Pontefice non sono una novità. Più volte Ratzinger ha stigmatizzato un certo modo d’intendere e di mettere in pratica la globalizzazione. E di questi temi parlerà all’interno della prossima enciclica sociale attesa per questa primavera.
L’Instrumentum laboris consegnato ieri è esplicito: «La crisi che colpisce oggi le istituzioni finanziarie riguarda anche il continente a più livelli: gli investimenti diretti stranieri rischiano di diminuire; le istituzioni finanziarie africane beneficeranno difficilmente di crediti dalle banche occidentali; l’aiuto allo sviluppo rischia di soffrirne; a causa della recessione sui mercati sviluppati la domanda di produzioni africane potrebbe diminuire».

Ad avallare la critica papale ci sono, impietosi, gli ultimi dati Ocse. Come ha ricordato ieri il settimanale Vita, sono proprio quei Paesi europei che hanno criticato il Papa per le sue affermazioni sui preservativi a essere responsabili «di aver fatto carta straccia di tutti gli impegni internazionali da qualche decennio in qua».

Sono gli stessi rappresentanti di quei governi che hanno fallito l’obiettivo fissato alla conferenza di Barcellona del 2002 di destinare agli aiuti internazionali lo 0,33 per cento del Pil entro il 2006. Di aver tradito l’impegno preso nel 2004 sugli Obiettivi del Millennio di innalzare la quota per la cooperazione allo sviluppo sino allo 0,7% del Pil entro il 2015. E, ancora, la promessa del G8 2005 di voler raddoppiare l’aiuto all’Africa. Secondo il Development Co-operation Report «i Paesi donatori avevano promesso di aumentare i loro finanziamenti di circa 50 miliardi di dollari l’anno entro il 2015 ma le proiezioni rispetto alla destinazione di questi fondi registrano una caduta complessiva di circa 30 miliardi. Tra il 2006 e il 2007 i Paesi di area Ocse hanno diminuito il loro impegno dell’8,5% a livello internazionale, con punte del 29,6% per il Regno Unito, del 29,8% del Giappone, del 16,4% della Francia e dell’11,2% del Belgio. Anche l’Italia perde terreno: meno 2,6% nel 2007.

© Copyright Il Riformista, 20 marzo 2009


Papa Ratzi Superstar

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Intervista a Pippo Corigliano (Opus Dei)

“Se le stesse cose di Ratzinger le avesse dette il Dalai Lama tutti sarebbero rimasti benignamente pensosi”

mar 20, 2009 il Riformista

di Paolo Rodari

Pippo Corigliano, portavoce dell’Opus Dei, non ci sta. E al Riformista dice che contro il Papa è in atto una persecuzione ideologica. E, insieme, dice che se le stesse parole pronunciate sull’Aids dal Papa l’altro ieri partendo per il Camerun le avesse pronunciate il Dalai Lama, questa persecuzione non si sarebbe verificata. Parole forti, come quelle rilasciate qualche giorno fa a Roma davanti agli amici del cenacolo organizzato da Marco Antonellis al palazzo dell’informazione dell’Adnkronos di Pippo Marra. Qui Corigliano diede il suo punto di vista sulla revoca della scomunica ai lefebvriani. A detta di Corigliano non si può capire Ratzinger se non si ricorda il suo passato: al Concilio indossò «i panni dell’innovatore». Poi «si accorse che si stava formando all’interno delle scuole teologiche una nuova tendenza che, con parole sue, “eliminava Dio e lo sostituiva con l’azione politica dell’uomo”. È a questa tendenza che Ratzinger si è opposto e si oppone. La sua è una presa di posizione «rivolta a quella moda postconciliare per la quale la vera fede è sorta solo dopo il Vaticano II e deve essere ancora purificata col balsamo della postmodernità».

Ma torniamo all’Africa. Corigliano, alle parole del Papa sull’Aids e i preservativi ha reagito stizzita mezza Europa. Come commenta?

Dico che è sconcertante l’impegno nel banalizzare le parole del Papa. Benedetto XVI dice semplicemente: è necessario “un rinnovo spirituale e umano che porti con sé un nuovo modo di comportarsi”. In altre parole occorre conservare la fedeltà coniugale e questa è la migliore prevenzione. Credo che su questo nessuno si debba scandalizzare. Se lo dicesse il Dalai Lama forse tutti rimarrebbero benignamente pensosi. Invece lo dice il Papa e tanti si maldispongono.

La posizione del Papa è antistorica?

Il Papa ha detto anche “non si può superare questo problema con la distribuzione di preservativi: al contrario, aumentano il problema.” E questa è una verità dimostrata da tutti gli studi sociologici. E si comprende facilmente. La distribuzione dei preservativi incita alla promiscuità sessuale e, alla fine, l’Aids aumenta e non diminuisce. L’uso del preservativo dà l’illusione dell’immunità, e invece non è vero. Anche col preservativo si può contrarre l’Aids.

Sono i giornali che interpretano male il Papa o il Papa che non si fa capire?

Tanti media presentano il Papa come se avesse detto: “nelle vostre scorribande sessuali non usate il preservativo”. E questo nessuno si sogna di dirlo. Ciò non ostante le reazioni indignate riportate dai media sono riferite proprio a questa presunta affermazione. Siamo al livello di persecuzione ideologica. Perché non ci si ferma un momento a ragionare, a studiare? Così suggeriva San Josemaría convinto che tanti conflitti si risolverebbero in questo modo. Il Papa ha inoltre ragione quando ricorda che non c’è nessuno come la Chiesa cattolica in prima fila nella battaglia contro l’Aids.

© Copyright Il Riformista, 20 marzo 2009


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"CON IL CUORE SPEZZATO... SEMPRE CON TE!"
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Un altro viaggio

Dall'Africa e in un'ottica africana la visita di Benedetto XVI appare molto diversa da quella che è stata rappresentata su molti media soprattutto europei, al punto da sembrare un altro viaggio. Diverso da quello che risulta dall'appiattimento brutale e propagandistico sulla questione dei metodi per contrastare l'Aids: una malattia che è una priorità drammatica per il continente africano, come sanno bene le persone e istituzioni, cattoliche e non, che da anni sono impegnate sul campo nella lotta a questo flagello.
Solo da lontano si può pensare che la Chiesa non stia facendo anche in questo campo tutto quanto si può fare. E con buoni risultati. Ancora una volta il Papa lo ha ripetuto e mostrato visitando a Yaoundé i malati e coloro che spendono la vita per stare loro vicini.
Non bisognerebbe dunque ignorare queste realtà, che cercano di contrastare il male. Con realizzazioni di solidarietà che sono sotto gli occhi di chi è disposto a guardare appena più in là del proprio benessere, senza fermarsi a notizie confezionate in modo da suscitare sensazione.

Si può certo dissentire dalla visione cattolica, ma perché - come si è fatto - polemizzare fino all'insulto e alla distorsione dei fatti?

Il viaggio africano del vescovo di Roma in Camerun e Angola è davvero un altro viaggio.

Accolto con entusiasmo toccante e gioioso da centinaia di migliaia di persone: un popolo vitale e giovane, che ha affollato per quasi tre giorni le strade della capitale camerunese e che nel suo più grande stadio ha dato vita a una celebrazione impressionante, tra preghiere latine e canti in diverse lingue africane, accompagnati da strumenti e danze tradizionali. Alla presenza dei rappresentanti delle Conferenze episcopali di tutto il Continente.
Proprio la dimensione africana è uno degli aspetti che più stanno segnando questa visita di Benedetto XVI. Il Papa infatti è venuto anche per consegnare ai vescovi del continente il documento preparatorio della prossima assemblea sinodale - un testo nato dalla collaborazione soprattutto tra Roma e i cattolici africani - e per discuterlo insieme ai cardinali e ai vescovi del consiglio speciale per l'Africa del Sinodo.
In una riunione senza precedenti nei viaggi papali, che richiama le visite di lavoro compiute in diversi Paesi dal cardinale Ratzinger e dai suoi più stretti collaboratori alla Congregazione per la Dottrina della Fede, e che rappresenta un ulteriore sviluppo del metodo collegiale della Chiesa di Roma.
A quasi mezzo secolo dall'indipendenza della maggior parte degli Stati africani, il continente - segnato da fame, guerre e sperequazioni - ha bisogno urgente di riconciliazione, di giustizia e di pace. Per questo la Chiesa vuole essere sempre più al servizio dei popoli dell'Africa, che così strettamente è legata al cristianesimo. Sin dalle origini, quando offrì rifugio dalla persecuzione al piccolo Gesù, a Maria e a Giuseppe. Nei primi secoli cristiani l'Egitto e l'Africa romana hanno dato tanto alla Chiesa, e dopo la crescita del Novecento il cattolicesimo africano è maturo, pronto a contribuire, con la sua specificità, alla costruzione di un continente più giusto e pacifico. Insieme ai credenti di altre religioni e soprattutto con i musulmani, incontrati dal Papa a Yaoundé e con i quali bisogna condividere la ricerca della pace: basandosi sulla ragione e nel rifiuto di ogni violenza.
Ecco, questo è il viaggio di Benedetto XVI: una visita a due grandi Paesi per mostrare vicinanza e affetto all'intera Africa, continente sfruttato da vecchi e nuovi colonialismi, anche culturali, e in genere dimenticato dall'informazione internazionale. Ma che è giovane e vitale, aperto al futuro e alla speranza. Il Papa è qui per rendere testimonianza a Cristo e incoraggiare i popoli africani a essere se stessi in una convivenza giusta e pacifica.
Ma questo forse non piace a molti: quelli appunto che hanno voluto vedere un viaggio diverso, ben lontano dalla realtà.

g. m. v.

(©L'Osservatore Romano - 20-21 marzo 2009
)

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Discorso del Papa ai politici e ai diplomatici dell'Angola

LUANDA, venerdì, 20 marzo 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato questo venerdì da Benedetto XVI nell'incontrarsi a Luanda, con le autorità politiche e civili e i membri del Corpo diplomatico dell'Angola.


* * *

Signor Presidente della Repubblica,

Distinte Autorità,

Illustri Ambasciatori,

Venerati Fratelli nell’Episcopato,

Signore e Signori,

Con gentile gesto di ospitalità, il Signor Presidente ha voluto accoglierci nella sua residenza, offrendomi così la gioia di potere incontrare tutti voi, per salutarvi e augurarvi i migliori successi nell’esercizio delle formidabili responsabilità che ciascuno di voi porta su di sé nei settori governativo, civile e diplomatico, dove serve la propria nazione a bene dell’intera famiglia umana. Signor Presidente, grazie per la Sua accoglienza e per le parole appena rivoltemi, piene di stima verso la persona del Successore di Pietro e di fiducia nell’attività della Chiesa cattolica a beneficio di questa Nazione tanto amata.

Amici miei, voi siete artefici e testimoni di un’Angola che si sta risollevando. Dopo ventisette anni di guerra civile che ha devastato questo Paese, la pace ha cominciato a mettere radici, portando con sé i frutti della stabilità e della libertà. Gli sforzi palpabili del Governo per stabilire le infrastrutture e rifare le istituzioni fondamentali per lo sviluppo e il benessere della società hanno fatto rifiorire la speranza tra i cittadini della Nazione. A sostegno di questa speranza sono intervenute diverse iniziative di agenzie multilaterali, decise a trascendere interessi particolari per operare nella prospettiva del bene comune. Non mancano in varie parti del Paese esempi di insegnanti, operatori sanitari e impiegati statali che, con magri stipendi, servono con integrità e dedizione le loro comunità umane; e vanno moltiplicandosi le persone impegnate in attività di volontariato al servizio dei più bisognosi. Voglia Iddio benedire e moltiplicare tutte queste buone volontà e le loro iniziative a servizio del bene!

L’Angola sa che è arrivato per l’Africa il tempo della speranza. Ogni comportamento umano retto è speranza in azione. Le nostre azioni non sono mai indifferenti davanti a Dio; e non lo sono neanche per lo sviluppo della storia. Amici miei, armati di un cuore integro, magnanimo e compassionevole, voi potete trasformare questo Continente, liberando il vostro popolo dal flagello dell’avidità, della violenza e del disordine, guidandolo sul sentiero segnato dai principi indispensabili ad ogni moderna civile democrazia: il rispetto e la promozione dei diritti umani, un governo trasparente, una magistratura indipendente, una comunicazione sociale libera, un'onesta amministrazione pubblica, una rete di scuole e di ospedali funzionanti in modo adeguato, e la ferma determinazione, radicata nella conversione dei cuori, di stroncare una volta per tutte la corruzione. Nel Messaggio di quest'anno per la Giornata Mondiale della Pace ho voluto richiamare all’attenzione di tutti la necessità di un approccio etico allo sviluppo. Infatti, più che semplici programmi e protocolli, le persone di questo continente stanno giustamente chiedendo una conversione profondamente convinta e durevole dei cuori alla fraternità (cfr n. 13). La loro richiesta a quanti servono nella politica, nella amministrazione pubblica, nelle agenzie internazionali e nelle compagnie multinazionali è soprattutto questa: stateci accanto in modo veramente umano; accompagnate noi, le nostre famiglie, le nostre comunità!

Lo sviluppo economico e sociale in Africa richiede il coordinamento del Governo nazionale con le iniziative regionali e con le decisioni internazionali. Un simile coordinamento suppone che le nazioni africane siano viste non solo come destinatarie dei piani e delle soluzioni elaborate da altri. Gli stessi africani, lavorando insieme per il bene delle loro comunità, devono essere gli agenti primari del loro sviluppo. A questo proposito, vi è un numero crescente di efficaci iniziative che meritano di essere sostenute. Tra esse, la New Partnership for Africa's Development (NEPAD), il Patto sulla sicurezza, la stabilità e lo sviluppo nella Regione dei Grandi Laghi, il Kimberley Process, la Publish What You Pay Coalition e l'Extractive Industries Transparency Iniziative: loro comune obiettivo è promuovere la trasparenza, l'onesta pratica commerciale e il buon governo. Quanto alla comunità internazionale nel suo insieme, è di urgente importanza il coordinamento degli sforzi per affrontare la questione dei cambiamenti climatici, la piena e giusta realizzazione degli impegni per lo sviluppo indicati dal Doha round e ugualmente la realizzazione della promessa dei Paesi sviluppati molte volte ripetuta di destinare lo 0,7 % del loro PIL (prodotto interno lordo) agli aiuti ufficiali per lo sviluppo. Questa assistenza è ancor più necessaria oggi con la tempesta finanziaria mondiale in atto; l’auspicio è che essa non sia una in più delle sue vittime.

Amici, desidero concludere la mia riflessione confidandovi che la mia visita in Camerun e in Angola va suscitando in me quella gioia umana profonda che si prova nel trovarsi tra famiglie. Penso che tale esperienza possa essere il dono comune che l’Africa offre a quanti provengono da altri continenti e giungono qui, dove "la famiglia è il fondamento sul quale è costruito l'edificio sociale" (Ecclesia in Africa, 80). Eppure, come tutti sappiamo, anche qui numerose pressioni si abbattono sulle famiglie: ansia e umiliazione causate dalla povertà, disoccupazione, malattia, esilio, per menzionarne solo alcune. Particolarmente sconvolgente è il giogo opprimente della discriminazione sulle donne e ragazze, senza parlare della innominabile pratica della violenza e dello sfruttamento sessuale che causa loro tante umiliazioni e traumi. Devo anche riferire un'ulteriore area di grave preoccupazione: le politiche di coloro che, col miraggio di far avanzare 1’«edificio sociale», minacciano le sue stesse fondamenta. Quanto amara è l'ironia di coloro che promuovono l'aborto tra le cure della salute "materna"! Quanto sconcertante la tesi di coloro secondo i quali la soppressione della vita sarebbe una questione di salute riproduttiva (cfr Protocollo di Maputo, art. 14)!

La Chiesa, Signore e Signori, la troverete sempre – per volontà del suo divino Fondatore – accanto ai più poveri di questo continente. Posso assicurarvi che essa, attraverso iniziative diocesane e innumerevoli opere educative, sanitarie e sociali dei diversi Ordini religiosi, programmi di sviluppo delle Caritas e di altre organizzazioni, continuerà a fare tutto ciò che le è possibile per sostenere le famiglie – comprese quelle colpite dai tragici effetti dell'AIDS – e per promuovere l’uguale dignità di donne e uomini sulla base di un'armoniosa complementarità. Il cammino spirituale del cristiano è quello della quotidiana conversione; a questo la Chiesa invita tutti i leaders dell’umanità, affinché essa possa seguire i sentieri della verità, dell'integrità, del rispetto e della solidarietà.

Signor Presidente, desidero confermarLe la mia viva riconoscenza per l’accoglienza che ci ha offerta nella Sua casa. Ringrazio ciascuno di voi per la gentilezza della presenza e dell’attento ascolto. Contate sulle mie preghiere per voi e per le vostre famiglie e per tutti gli abitanti di questa meravigliosa Africa! Il Dio del cielo vi sia propizio e tutti benedica!

[© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana]



Il Papa in Angola: non arrendetevi alla legge del più forte, condividete le ricchezze con giustizia

Con un forte appello contro la discriminazione delle donne, con una dura condanna dell’aborto e con un vibrante appello ai paesi più ricchi del mondo affinché mantengano le loro promesse di aiuto all’Africa, è iniziato oggi il viaggio di Benedetto XVI in Angola, dopo aver concluso stamattina la visita in Camerun. Dopo la cerimonia di benvenuto all’aeroporto di Luanda, il papa ha incontrato il presidente della repubblica Dos Santos, le autorità politiche e civili ed il corpo diplomatico. Successivamente prima della cena, in nunziatura, l’incontro con i vescovi dell’Angola e Sao Tomé. Da Luanda, il servizio del nostro inviato Davide Dionisi


Il popolo angolano dà finalmente il suo caloroso benvenuto a Benedetto XVI. E’ terminata questa mattina la lunga attesa durata diciassette anni, da quando nel 1992 Giovanni Paolo II venne per alleviare “le sofferenze di una lunga e sanguinosa guerra civile”. L’aereo papale ha atterrato in tarda mattinata all’aeroporto internazionale “4 de Fevereiro” di Luanda e fin dal suo primo discorso, il Santo Padre ha sottolineato la personale comunione di sentimenti con il popolo angolano, entrambi con trascorsi di guerra e di tragedia: la Germania della Seconda Guerra Mondiale e l’Angola di ventisette anni di guerra civile. Ma è il dialogo tra gli uomini, ha ricordato il Pontefice, lo strumento principe per costruire quella civiltà dell’amore da tanta parte evocata. Il Papa ha successivamente ricordato le piogge abbondanti dei giorni scorsi che hanno causato alluvioni e smottamenti soprattutto nel Kunene, estremo sud del paese, al confine con la Namibia ed ha espresso piena solidarietà, incoraggiando le comunità colpite alla fiducia per ricominciare con l’aiuto di tutti.
Nel ricordare che l’Angola è una delle nazioni più ricche di risorse naturali (petrolio e diamanti su tutte), papa Benedetto XVI ha invitato a sfruttare al meglio i doni che il Signore ha donato a questa importante fetta d’Africa per il raggiungimento di una pace duratura. Senza però mai cedere alla tentazione di sopraffare l’altro con la forza.

Cari amici angolani, il vostro territorio è ricco; la vostra Nazione è forte. Utilizzate queste vostre prerogative per favorire la pace e l’intesa fra i popoli, su una base di lealtà e di uguaglianza che promuovano per l’Africa quel futuro pacifico e solidale al quale tutti anelano e hanno diritto. A tale scopo vi prego: Non arrendetevi alla legge del più forte!

Nel pomeriggio con l’incontro con le autorità politiche e civili e con il corpo diplomatico, è entrata nel vivo la visita di Benedetto XVI in Angola. Dopo il colloquio privato con il Presidente della Repubblica, José Eduardo Dos Santos, il Santo Padre ha incontrato quelli che lui stesso ha definito, durante il suo discorso, gli “artefici e testimoni di un’Angola che si sta risollevando”. Il Papa ha riconosciuto il lavoro svolto dalle autorità locali e finalmente dopo ventisette anni di guerra civile, la pace, ha sottolineato il pontefice, ha cominciato a mettere radici, portando con sé i frutti della stabilità e della libertà. Ma rivolgendosi alle autorità convenute nel Salone d’onore del Palazzo presidenziale, Benedetto XVI ha ricordato che è necessario un approccio etico allo sviluppo. Più che semplici programmi e protocolli, gli africani chiedono una conversione profondamente convinta e durevole dei cuori alla fraternità e soprattutto continuano a lanciare un segnale inequivocabile: stateci accanto in modo veramente umano; accompagnate noi, le nostre famiglie, le nostre comunità.
Il Papa ha ricordato poi le difficoltà di tante famiglie e le discriminazioni nei confronti delle donne, con una grave preoccupazione:

Le politiche di coloro che, col miraggio di far avanzare 1’«edificio sociale», minacciano le sue stesse fondamenta. Quanto amara è l'ironia di coloro che promuovono l'aborto tra le cure della salute "materna"! Quanto sconcertante la tesi di coloro secondo i quali la soppressione della vita sarebbe una questione di salute riproduttiva

In serata il trasferimento alla Nunziatura Apostolica e il terzo appuntamento di questa prima intensa giornata: l’incontro con i vescovi dell’Angola e Sao Tomé nella cappella della stessa nunziatura. Il Pontefice ha definito “decisivo” in ordine al futuro della fede e all’indirizzo globale della vita della Nazione il campo della cultura, in cui la Chiesa gode di rinomate istituzioni accademiche, le quali devono proporsi come punto d’onore di far sì che la voce dei cattolici sia sempre presente nel dibattito culturale della Nazione.
Ai presuli, il Papa ha chiesto di continuare ad alzare la voce in difesa della sacralità della vita umana e del valore dell’istituto matrimoniale e per la promozione del ruolo che ha la famiglia nella Chiesa e nella società, chiedendo misure economiche e legislative che le rechino sostegno nella generazione e nell’educazione dei figli. Benedetto XVI ha invitato i vescovi, infine, a seguire da vicino i presbiteri, e a preoccuparsi della loro formazione permanente affinché siano autentici testimoni della Parola che annunziano e dei Sacramenti che celebrano.


Benedetto XVI si è presentato con parole chiare all’Angola e, d’altra parte, palpabile è l’attesa nel Paese per i contenuti di questa visita pastorale. Lo sottolinea, il primo segretario dell’Ambasciata d’Italia in Angola, Riccardo Villa, al quale il nostro inviato, Davide Dionisi, ha domandato quale sia il messaggio che più viene in evidenza con la presenza del Pontefice a Luanda:

R. – Sicuramente, un messaggio di speranza. Il popolo angolano esce da 30 anni di guerra civile che si è conclusa nel 2002, è iniziato un processo di riconciliazione nazionale: non dimentichiamo che le prime elezioni legislative nel Paese ci sono state nel settembre del 2008, elezioni che sono state affrontate dal popolo angolano con grande maturità, con grande serenità. Ne è uscito un responso elettorale molto chiaro per il partito del presidente Eduardo dos Santos, che oggi è al governo. Non si ricostruisce il Paese, dopo 30 anni di guerra civile, in tre-quattro anni! Quindi, decisamente la visita del Papa potrà aiutare a migliorare, forse, l’intervento, l’attenzione delle autorità angolane verso settori – quali quello sociale – che forse sono stati un po’ più trascurati negli anni scorsi rispetto alle esigenze più immediate di riabilitare le infrastrutture del Paese: dalle strade, ai porti … Fino a due anni fa, il Paese non si poteva visitare se non per via aerea: oggi si può percorrere quasi tutto e stiamo parlando di un Paese che è quattro volte più grande dell’Italia!

D. – Ha fatto riferimento alla guerra civile: nel 2002 è finita, sono passati sette anni. Il popolo angolano, come ha reagito?

R. – Il popolo angolano è un popolo che ama la pace, quindi ha sicuramente sposato immediatamente l’idea della pace. Quando è stato dato l’annuncio della fine della guerra, sono state immediatamente abbandonate le armi, da parte di tutti. Non ci sono stati strascichi: questa è una cosa che ha impressionato un po’ tutti. Adesso, il Paese è incamminato su un’altra strada che è quella, appunto, della ricostruzione nazionale che richiede lo sforzo di tutti i cittadini angolani. L’appuntamento elettorale che c’è stato l’anno scorso ha aiutato un po’ a chiarire la situazione politica; ora si potrà forse procedere anche in maniera più spedita e ci sono moltissime opportunità sia a livello sociale sia anche a livello economico.(Montaggio a cura di Maria Brigini)


Dopodomani pomeriggio è in programma, a Luanda, l’atteso incontro di Benedetto XVI con i Movimenti cattolici che lavorano per la promozione della donna. Una delle ong presente sul posto è “Medici con l’Africa Cuamm”. Il nostro inviato in Angola, Davide Dionisi, ha parlato della questione con una delle volontarie dell’ong, Guglielmina Bentu, che spiega come ancora la strada da percorrere per migliorare la dignità della donna africana sia ancora lunga:

R. – Dobbiamo sempre lottare per raggiungere quel livello di emancipazione che la donna africana auspica.

D. – Ma vive ancora in una situazione di sofferenza, o qualche cosa sta migliorando?

R. – La sofferenza non è ancora finita. Bisogna che lo Stato e la società civile, proprio, facciano qualcosa per aiutare anche la stessa donna ad uscire da questa situazione di povertà. Perché, infatti, la povertà colpisce di più la donna.

D. – In che modo colpisce di più la donna?

R. – Perché la donna ha meno possibilità di studiare e quindi non ha lo stesso accesso ad un lavoro degno che la aiuti a guadagnare meglio e a concorrere con gli uomini sul lavoro. La donna deve faticare il doppio per dimostrare agli uomini che lei è veramente brava!

D. – Uno dei momenti più importanti della visita di Benedetto XVI sarà proprio l’incontro con le donne. Ecco: che cosa significa questo appuntamento?

R. – Un messaggio di speranza per la donna africana, che è chiamata a educare meglio i figli affinché domani possano diventare uomini moralmente capaci di dirigere questa nazione con dignità. (Montaggio a cura di Maria Brigini)


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VIAGGIO APOSTOLICO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI IN CAMERUN E ANGOLA (17-23 MARZO 2009) (XIII)


SANTA MESSA NELLA CHIESA DI SÃO PAULO A LUANDA



Questa mattina, lasciata la Nunziatura Apostolica di Luanda, il Santo Padre Benedetto XVI si reca in auto alla Chiesa di São Paulo per la Santa Messa con i Vescovi, i sacerdoti, i religiosi e le religiose, i Movimenti ecclesiali ed i catechisti dell’Angola e São Tomé.

Accolto al Suo arrivo dal Parroco, il Papa si ferma per un breve momento in adorazione davanti al Santissimo Sacramento.

Alle ore 10 ha inizio la Celebrazione Eucaristica, introdotta dall’indirizzo di saluto di S.E. Mons. Gabriel Mbilingi, C.S.Sp., Arcivescovo Coadiutore di Lubango e Vicepresidente della Conferenza Episcopale dell’Angola e São Tomé (CEAST). Dopo la proclamazione del Vangelo il Papa pronuncia l’omelia che riportiamo di seguito:




Carissimi fratelli e sorelle,
Amati lavoratori della vigna del Signore!

Come abbiamo sentito, i figli d’Israele si dicevano l’un l’altro: «Affrettiamoci a conoscere il Signore». Essi si rincuoravano con queste parole, mentre si vedevano sommersi dalle tribolazioni. Queste erano cadute su di loro – spiega il profeta – perché vivevano nell’ignoranza di Dio; il loro cuore era povero d’amore. E il solo medico in grado di guarirlo era il Signore. Anzi, è stato proprio Lui, come buon medico, ad aprire la ferita, affinché la piaga guarisse. E il popolo si decide: «Venite, ritorniamo al Signore: Egli ci ha straziato ed Egli ci guarirà» (Os 6, 1). In questo modo hanno potuto incrociarsi la miseria umana e la Misericordia divina, la quale null’altro desidera se non accogliere i miseri.

Lo vediamo nella pagina del Vangelo proclamata: «Due uomini salirono al tempio a pregare»; di là, uno «tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro» (Lc 18, 10.14). Quest’ultimo aveva esposto tutti i suoi meriti davanti a Dio, quasi facendo di Lui un suo debitore. In fondo, egli non sentiva il bisogno di Dio, anche se Lo ringraziava per avergli concesso di essere così perfetto e «non come questo pubblicano». Eppure sarà proprio il pubblicano a scendere a casa sua giustificato. Consapevole dei suoi peccati, che lo fanno rimanere a testa bassa – in realtà però egli è tutto proteso verso il Cielo –, egli aspetta ogni cosa dal Signore: «O Dio, abbi pietà di me peccatore» (Lc 18, 13). Egli bussa alla porta della Misericordia, la quale si apre e lo giustifica, «perché – conclude Gesù – chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato» (Lc 18, 14).

Di questo Dio, ricco di Misericordia, ci parla per esperienza personale san Paolo, patrono della città di Luanda e di questa stupenda chiesa, edificata quasi cinquant’anni fa. Ho voluto sottolineare il bimillenario della nascita di san Paolo con il Giubileo paolino in corso, allo scopo di imparare da lui a conoscere meglio Gesù Cristo. Ecco la testimonianza che egli ci ha lasciato: «Questa parola è sicura e degna di essere da tutti accolta: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io. Ma appunto per questo io ho ottenuto misericordia, perché Gesù Cristo ha voluto dimostrare in me, per primo, tutta la sua magnanimità, affinché «fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in Lui per avere la vita eterna» (1 Tm 1, 15-16). E, con il passare dei secoli, il numero dei raggiunti dalla grazia non ha cessato di aumentare. Tu ed io siamo di loro. Rendiamo grazie a Dio perché ci ha chiamati ad entrare in questa processione dei tempi per farci avanzare verso il futuro. Seguendo coloro che hanno seguito Gesù, con loro seguiamo lo stesso Cristo e così entriamo nella Luce.

Cari fratelli e sorelle, provo una grande gioia nel trovarmi oggi in mezzo a voi, miei compagni di giornata nella vigna del Signore; di questa vi occupate con cura quotidiana preparando il vino della Misericordia divina e versandolo poi sulle ferite del vostro popolo così tribolato. Mons. Gabriel Mbilingi si è fatto interprete delle vostre speranze e fatiche nelle gentili parole di benvenuto che mi ha rivolto. Con animo grato e pieno di speranza, vi saluto tutti – donne e uomini dediti alla causa di Gesù Cristo – che qui vi trovate e quanti ne rappresentate: Vescovi, presbiteri, consacrate e consacrati, seminaristi, catechisti, leaders dei più diversi Movimenti e Associazioni di questa amata Chiesa di Dio. Desidero ricordare inoltre le religiose contemplative, presenza invisibile ma estremamente feconda per i passi di tutti noi. Mi sia permessa infine una parola particolare di saluto ai Salesiani e ai fedeli di questa parrocchia di san Paolo che ci accolgono nella loro chiesa, senza esitare per questo a cederci il posto che abitualmente spetta ad essi nell’assemblea liturgica. Ho saputo che si trovano radunati nel campo adiacente e spero, al termine di quest’Eucaristia, di poterli vedere e benedire, ma fin d’ora dico loro: «Grazie tante! Dio susciti in mezzo a voi e per mezzo vostro tanti apostoli nella scia del vostro Patrono».

Fondamentale nella vita di Paolo è stato il suo incontro con Gesù, quando camminava per la strada verso Damasco: Cristo gli appare come luce abbagliante, gli parla, lo conquista. L’apostolo ha visto Gesù risorto, ossia l’uomo nella sua statura perfetta. Quindi si verifica in lui un’inversione di prospettiva, ed egli giunge a vedere ogni cosa a partire da questa statura finale dell’uomo in Gesù: ciò che prima gli sembrava essenziale e fondamentale, adesso per lui non vale più della «spazzatura»; non è più «guadagno» ma perdita, perché ora conta soltanto la vita in Cristo (cfr Fl 3, 7-8). Non si tratta di semplice maturazione dell’«io» di Paolo, ma di morte a se stesso e di risurrezione in Cristo: è morta in lui una forma di esistenza; una forma nuova è nata in lui con Gesù risorto.

Miei fratelli e amici, «affrettiamoci a conoscere il Signore» risorto! Come sapete, Gesù, uomo perfetto, è anche il nostro vero Dio. In Lui, Dio è diventato visibile ai nostri occhi, per farci partecipi della sua vita divina. In questo modo, viene inaugurata con Lui una nuova dimensione dell’essere, della vita, nella quale viene integrata anche la materia e mediante la quale sorge un mondo nuovo. Ma questo salto di qualità della storia universale che Gesù ha compiuto al nostro posto e per noi, in concreto come raggiunge l’essere umano, permeando la sua vita e trascinandola verso l’Alto? Raggiunge ciascuno di noi attraverso la fede e il Battesimo. Infatti, questo sacramento è morte e risurrezione, trasformazione in una vita nuova, a tal punto che la persona battezzata può affermare con Paolo: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gl 2, 20). Vivo io, ma già non più io. In certo modo, mi viene tolto il mio io, e viene integrato in un Io più grande; ho ancora il mio io, ma trasformato e aperto agli altri mediante il mio inserimento nell’Altro: in Cristo, acquisto il mio nuovo spazio di vita. Che cosa è dunque avvenuto di noi? Risponde Paolo: Voi siete diventati uno in Cristo Gesù (cfr Gl 3, 28).

E, mediante questo nostro essere cristificato per opera e grazia dello Spirito di Dio, pian piano si va completando la gestazione del Corpo di Cristo lungo la storia. In questo momento, mi piace andare col pensiero indietro di cinquecento anni, ossia agli anni 1506 e seguenti, quando in queste terre, allora visitate dai portoghesi, venne costituito il primo regno cristiano sub-sahariano, grazie alla fede e alla determinazione del re Dom Afonso I Mbemba-a-Nzinga, che regnò dal menzionato anno 1506 fino al 1543, anno in cui morì; il regno rimase ufficialmente cattolico dal secolo XVI fino al XVIII, con un proprio ambasciatore in Roma. Vedete come due etnie tanto diverse – quella banta e quella lusiade – hanno potuto trovare nella religione cristiana una piattaforma d’intesa, e si sono impegnate poi perché quest’intesa durasse a lungo e le divergenze – ce ne sono state, e di gravi – non separassero i due regni! Di fatto, il Battesimo fa sì che tutti i credenti siano uno in Cristo.

Oggi spetta a voi, fratelli e sorelle, sulla scia di quegli eroici e santi messaggeri di Dio, offrire Cristo risorto ai vostri concittadini. Tanti di loro vivono nella paura degli spiriti, dei poteri nefasti da cui si credono minacciati; disorientati, arrivano al punto di condannare bambini della strada e anche i più anziani, perché – dicono – sono stregoni. Chi può recarsi da loro ad annunziare che Cristo ha vinto la morte e tutti quegli oscuri poteri (cfr Ef 1, 19-23; 6, 10-12)? Qualcuno obietta: «Perché non li lasciamo in pace? Essi hanno la loro verità; e noi, la nostra. Cerchiamo di convivere pacificamente, lasciando ognuno com’è, perché realizzi nel modo migliore la propria autenticità». Ma, se noi siamo convinti e abbiamo fatto l’esperienza che, senza Cristo, la vita è incompleta, le manca una realtà – anzi la realtà fondamentale –, dobbiamo essere convinti anche del fatto che non facciamo ingiustizia a nessuno se gli presentiamo Cristo e gli diamo la possibilità di trovare, in questo modo, anche la sua vera autenticità, la gioia di avere trovato la vita. Anzi, dobbiamo farlo, è un obbligo nostro offrire a tutti questa possibilità di raggiungere la vita eterna.

Venerati e amati fratelli e sorelle, diciamo loro come il popolo israelita: «Venite, ritorniamo al Signore: Egli ci ha straziato ed Egli ci guarirà». Aiutiamo la miseria umana ad incontrarsi con la Misericordia divina. Il Signore fa di noi i suoi amici, Egli si affida a noi, ci consegna il suo Corpo nell’Eucaristia, ci affida la sua Chiesa. E allora dobbiamo essere davvero suoi amici, avere un solo sentire con Lui, volere ciò che Egli vuole e non volere ciò che Egli non vuole. Gesù stesso ha detto: «Voi siete miei amici, se farete ciò che Io vi comando» (Gv 15, 14). Sia questo il nostro impegno comune: fare, tutti insieme, la sua santa volontà: «Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc 16, 15). Abbracciamo la sua volontà, come ha fatto san Paolo: «Predicare il Vangelo (…) è un dovere per me: guai a me se non annuncio il Vangelo!» (1 Cr 9, 16).



Al termine della Celebrazione Eucaristica, il Santo Padre rientra alla Nunziatura Apostolica di Luanda dove pranza in privato.





La Messa a Luanda. Benedetto XVI: chi annuncia Cristo non manca di rispetto alle altre culture e credenze ma offre un messaggio di vita eterna. Liberare dalla paura degli "stregoni"


Prosegue il viaggio internazionale di Benedetto XVI in Africa: stamani il Papa ha presieduto la Messa nella Chiesa di San Paolo a Luanda, capitale dell'Angola. Nell'omelia ha ribadito la necessità dell'evangelizzazione: chi è convinto della sua fede per aver fatto l’esperienza che, senza Cristo, la vita è incompleta - ha detto - deve essere convinto anche del fatto di non mancare di rispetto a nessuno se annuncia il Vangelo. Benedetto XVI ha parlato anche delle paure di tante persone che arrivano a condannare i bambini di strada e i cosiddetti "stregoni". Il servizio del nostro inviato Davide Dionisi:

La seconda giornata angolana di Benedetto XVI si è aperta con la Messa con i vescovi, i sacerdoti, i religiosi, le religiose, i movimenti ecclesiali e i catechisti dell’Angola e di São Tomé, presieduta dal Santo Padre nella chiesa intitolata a San Paolo, patrono di Luanda. L’edificio – costruito dai Padri cappuccini nel 1935 e rilevato successivamente dai Salesiani nel 1982 – è stato recentemente ristrutturato proprio in previsione della visita del Papa. Si è trattato di un intervento di rifacimento che rientra in un ampio piano dell’arcidiocesi di Luanda che ha come scopo il miglioramento di diverse strutture ecclesiali. E proprio a San Paolo, Benedetto XVI ha dedicato la prima parte della sua omelia ricordando il bimellenario della nascita dell’Apostolo delle genti e il Giubileo paolino in corso:


“De Deus, rico em Misericórdia, fala-nos por experiência própria São Paulo …
Di questo Dio, ricco di Misericordia, ci parla per esperienza personale San Paolo… Ecco la testimonianza che egli ci ha lasciato: «Questa parola è sicura e degna di essere da tutti accolta: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori e di questi il primo sono io. Ma appunto per questo io ho ottenuto misericordia, perché Gesù Cristo ha voluto dimostrare in me, per primo, tutta la sua magnanimità, affinché ‘fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in Lui per avere la vita eterna’»”.


Il Papa ha poi salutato con gioia i suoi “compagni di giornata nella vigna del Signore”, ricordando in particolare i Salesiani e i fedeli della parrocchia di San Paolo. Poi l’esortazione di Benedetto XVI ad impegnarsi per far conoscere ovunque Cristo agli angolani e a non permettere loro di alimentarsi di false credenze:


“Hoje cabe a vós, irmãos e irmãs, na senda destes heróicos e santos …
Oggi spetta a voi, fratelli e sorelle, sulla scia di quegli eroici e santi messaggeri di Dio, offrire Cristo risorto ai vostri concittadini. Tanti di loro vivono nella paura degli spiriti, dei poteri nefasti da cui si credono minacciati; disorientati, arrivano al punto di condannare bambini della strada e anche i più anziani, perché – dicono – sono stregoni”.


E a coloro che nutrono perplessità e si convincono che è meglio lasciare in pace questi fratelli perché hanno scelto di seguire la loro verità, optando per la soluzione della pacifica convivenza, il Papa ha risposto dicendo:


“Mas, se estamos convencidos e temos a experiência de que, sem Cristo, …
Ma, se noi siamo convinti e abbiamo fatto l’esperienza che, senza Cristo, la vita è incompleta, le manca una realtà – anzi la realtà fondamentale –, dobbiamo essere convinti anche del fatto che non facciamo ingiustizia a nessuno se gli presentiamo Cristo e gli diamo la possibilità di trovare, in questo modo, anche la sua vera autenticità, la gioia di avere trovato la vita. Anzi, dobbiamo farlo, è un obbligo nostro offrire a tutti questa possibilità di raggiungere la vita eterna”.


La mattinata si è conclusa con il trasferimento alla nunziatura apostolica. Nel pomeriggio è previsto l’incontro con i giovani allo Stadio dos Coqueiros che si svolgerà sul tema “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”.

La Chiesa di San Paolo - come abbiamo detto - è retta dai Salesiani. Don Gino Favaro, vicario della visitatoria salesiana in Angola, ci parla della presenza della Famiglia di Don Bosco in questa terra. L'intervista è di Davide Dionisi:

R. – Siamo più o meno 70 salesiani - metà in pratica sono già angolani - e cerchiamo di portare avanti il nostro carisma, in questo continente fatto di grandissima e bella gioventù.


D. – Fin da quando siete arrivati in Angola - io ricordo che nel 2006 avete celebrato i 25 anni di presenza salesiana in Angola - avete puntato anche sulla collaborazione con i laici. Ecco, a che punto è questo vostro progetto?


R. – Continuiamo, da soli non si può far tutto. Quindi, il grande sforzo, sia a livello di Chiesa che a livello di Congregazione, è dare forza ai laici perché si assumano le proprie responsabilità. Una delle cose che sta crescendo sempre di più è anche il volontariato laico missionario e il grande sogno è di fare sì che il volontariato laico missionario sia anche angolano. Sono già stati fatti i primi passi e forse nel prossimo anno avremo i primi missionari laici angolani, che vorranno dare una parte della propria vita in qualche posto di evangelizzazione.


D. – Il 22 marzo sarà anche l’occasione per il Papa di incontrare i movimenti cattolici per la promozione della donna nella parrocchia di Sant’Antonio. Come giudica questo evento?


R. – Lo vedo molto bene, perché la donna ha una forza molto grande nella cultura africana, non solo come fattore di educazione, ma anche come fattore sociale. In pratica, è la donna che porta avanti l’economia. E’ veramente il motore dell’economia con il suo lavoro, con la sua dedizione. Nella Chiesa ci sono molte associazioni a favore della promozione della donna, e sono molto forti. In genere, le donne vogliono partecipare come gruppo, sentirsi unite, vivere la propria fede in Gesù.


D. – Anche l’incontro con i giovani sarà sicuramente un evento molto sentito...


R. – I giovani sono la forza, la speranza del futuro dell’Africa, di questa nazione. Dare un segno di speranza a questa gioventù, che non vede ancora futuro, è fondamentale. E poi questa gioventù è aperta, è bombardata sì da tante proposte di vita, di ideali, ma è molto aperta anche al senso religioso e al messaggio di Gesù Cristo. (Montaggio a cura di Maria Brigini)




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21/03/2009 16.05
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Incontro con le autorità politiche a Luanda. Il Papa: lotta a corruzione e discriminazione delle donne. L'aborto non è cura della salute materna


Gli africani siano protagonisti del proprio sviluppo nel rispetto della famiglia e della vita: è l’esortazione di Benedetto XVI alle autorità politiche e civili angolane e al corpo diplomatico incontrato ieri sera nel palazzo presidenziale di Luanda. L’evento, nel quale il Papa ha anche denunciato quanti considerano l’aborto una questione di salute riproduttiva, è avvenuto dopo la visita di cortesia del Pontefice al presidente della Repubblica dell’Angola, José Eduardo Dos Santos. Il servizio di Alessandro Gisotti:

La dignità della donna, la promozione della famiglia e la difesa della vita siano il fondamento di un autentico sviluppo dell’Africa: si può sintetizzare così la sfida che Benedetto XVI ha lanciato alle autorità politiche e diplomatiche dell’Angola e di tutto il continente africano. Un intervento, quello pronunciato al Palazzo presidenziale di Luanda, improntato alla fiducia nelle possibilità dell’Africa di costruire un futuro di pace e progresso:


Angola sabe que chegou para a África o tempo da esperança...
“L’Angola – ha detto il Papa - sa che è arrivato per l’Africa il tempo della speranza”. Ogni comportamento umano retto, è stata la sua riflessione, “è speranza in azione. Le nostre azioni non sono mai indifferenti davanti a Dio; e non lo sono neanche per lo sviluppo della storia”. E ha esortato gli africani a trasformare questo Continente, liberandolo “dal flagello dell’avidità, della violenza e del disordine, guidandolo sul sentiero segnato dai principi indispensabili ad ogni moderna civile democrazia”. Il Papa ha numerato questi principi: “Il rispetto e la promozione dei diritti umani, un governo trasparente, una magistratura indipendente, una comunicazione sociale libera, un'onesta amministrazione pubblica, una rete di scuole e di ospedali funzionanti in modo adeguato, e la ferma determinazione, radicata nella conversione dei cuori, di stroncare una volta per tutte la corruzione”:


Meus amigos, vós sois obreiros e testemunhas duma Angola que se levanta...
“Amici miei – ha affermato - voi siete artefici e testimoni di un’Angola che si sta risollevando”. Dopo ventisette anni di guerra civile che ha devastato questo Paese, ha rilevato con gioia, “la pace ha cominciato a mettere radici, portando con sé i frutti della stabilità e della libertà”. Ha quindi lodato gli “sforzi palpabili” del governo e delle agenzie multilaterali, “decise a trascendere interessi particolari per operare nella prospettiva del bene comune”. Né ha mancato di elogiare quanti “servono con integrità e dedizione le loro comunità umane” e sono “impegnati in attività di volontariato al servizio dei più bisognosi”. Quindi, ha richiamato la necessità di un “approccio etico allo sviluppo” al centro del suo ultimo Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace:


De facto, mais do que simples programas e protocolos...
“Infatti – ha avvertito il Santo Padre - più che semplici programmi e protocolli, le persone di questo continente stanno giustamente chiedendo una conversione profondamente convinta e durevole dei cuori alla fraternità”. Gli africani, ha detto ancora, chiedono alle agenzie internazionali di stare loro accanto in modo “veramente umano”. Ed ha ribadito che “gli stessi africani, lavorando insieme per il bene delle loro comunità, devono essere gli agenti primari del loro sviluppo”, esortando al contempo i Paesi industrializzati a dar seguito alla promessa di destinare lo 0,7% del loro Pil agli aiuti allo sviluppo. Un’assistenza “ancora più necessaria oggi - ha soggiunto - con la tempesta finanziaria mondiale in atto”. Ma su cosa deve dunque basarsi lo sviluppo africano? Il Papa indica nella famiglia il fondamento su cui costruire l’edificio sociale. La famiglia, ha detto, è proprio il “dono comune che l’Africa offre a quanti provengono da altri continenti”:


Entretanto, como todos sabem, também aqui se abatem numerosas...
“Eppure – ha costatato con amarezza - come tutti sappiamo, anche qui numerose pressioni si abbattono sulle famiglie: ansia e umiliazione causate dalla povertà, disoccupazione, malattia, esilio, per menzionarne solo alcune”. Particolarmente sconvolgente, ha denunciato Benedetto XVI, “è il giogo opprimente della discriminazione sulle donne e ragazze", senza parlare della inqualificabile "pratica della violenza e dello sfruttamento sessuale che causa loro tante umiliazioni e traumi”. Il Papa ha quindi riferito “un'ulteriore area di grave preoccupazione: le politiche di coloro che, col miraggio di far avanzare l’«edificio sociale», minacciano le sue stesse fondamenta”:


Que amarga é a ironia daqueles que promovem o aborto...
“Quanto amara – ha detto il Papa - è l'ironia di coloro che promuovono l'aborto tra le cure della salute "materna"! Quanto sconcertante la tesi di coloro secondo i quali la soppressione della vita sarebbe una questione di salute riproduttiva (cfr Protocollo di Maputo, art. 14)!” La Chiesa, ha proseguito, la troverete sempre “accanto ai più poveri di questo continente”, attraverso iniziative diocesane e innumerevoli opere educative, sanitarie e sociali:


Continuará a fazer tudo o possível para apoiar as famílias, nomeadament...
“Continuerà a fare tutto ciò che le è possibile per sostenere le famiglie – ha rassicurato – comprese quelle colpite dai tragici effetti dell'AIDS e per promuovere l’uguale dignità di donne e uomini sulla base di un'armoniosa complementarità”. Il cammino spirituale del cristiano, ha concluso Benedetto XVI, “è quello della quotidiana conversione; a questo la Chiesa invita tutti i leader dell’umanità, affinché essa possa seguire i sentieri della verità, dell'integrità, del rispetto e della solidarietà”.




Il Papa ai vescovi dell'Angola: cristiano adulto non è chi che segue le mode ma chi vive radicato nell'amicizia con Cristo


Benedetto XVI, subito dopo l’incontro con le autorità politiche e civili, si è recato nella cappella della nunziatura a Luanda dove ha incontrato i vescovi dell’Angola e São Tomé. Ce ne parla Sergio Centofanti.

Il Papa incoraggia i vescovi a proseguire il loro ministero episcopale nonostante le fatiche, le tante limitazioni e difficoltà: sono le doglie del parto – ha detto – che si fanno sentire “finché Cristo non sia completamente formato”. Anche qui si diffonde una cultura relativista “che nulla riconosce come definitivo e anzi - sottolinea il Papa - tende ad erigere a misura ultima l’io personale e i suoi capricci”. La Chiesa propone “un’altra misura: il Figlio di Dio, che è anche vero uomo. È Lui la misura del vero umanesimo”:


“O cristão de fé adulta e madura não é aquele que segue as ondas da moda...
Il cristiano di fede adulta e matura non è colui che segue le onde della moda e l’ultima novità, ma colui che vive profondamente radicato nell’amicizia di Cristo. Questa amicizia ci apre verso tutto ciò che è buono e ci offre il criterio per discernere tra errore e verità”.


Per Benedetto XVI in questo contesto è “certamente decisivo” il campo della cultura:


“a voz dos católicos esteja sempre presente no debate cultural da nação...
la voce dei cattolici sia sempre presente nel dibattito culturale della Nazione, perché si rafforzino le capacità di elaborare razionalmente, alla luce della fede, le tante questioni che sorgono nei diversi ambiti della scienza e della vita”.


“La cultura e i modelli di comportamento – ha proseguito - si trovano oggi sempre più condizionati e caratterizzati dalle immagini proposte dai mezzi di comunicazione sociale”. Per questo è lodevole ogni sforzo perché la comunità ecclesiale abbia una capacità comunicativa “in grado di offrire a tutti un’interpretazione cristiana degli eventi”. Tra gli impegni che il Papa propone è la difesa della famiglia, “oggi esposta a parecchie difficoltà e minacce” , e la cui fragilità è resa ancor più acuta dalla “tendenza diffusa nella società e nella cultura di contestare il carattere unico e la missione propria della famiglia fondata sul matrimonio”.


“Na vossa solicitude de Pastores...
Nella vostra sollecitudine di Pastori … continuate ad alzare la voce in difesa della sacralità della vita umana e del valore dell’istituto matrimoniale e per la promozione del ruolo che ha la famiglia nella Chiesa e nella società, chiedendo misure economiche e legislative che le rechino sostegno nella generazione e nell’educazione dei figli”.


Quindi il Papa ha espresso la propria gioia per la presenza in Angola “di tante comunità vibranti di fede, con un laicato impegnato”, per le tante vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata, “vero segno di speranza per il futuro”. E di fronte ad un clero che “diventa sempre più autoctono” rende “omaggio al lavoro svolto pazientemente ed eroicamente dai missionari per annunziare Cristo e il suo Vangelo” in queste terre. Infine Benedetto XVI parla della formazione permanente dei sacerdoti, della loro testimonianza, della fedeltà al loro stato, perché cerchino “di farsi santi per suscitare intorno a sé nuovi santi”.




Padre Lombardi: non siano depredate le ricchezze dell'Africa


Per una prima valutazione della tappa angolana del viaggio di Benedetto XVI in Africa ascoltiamo il commento del direttore della Sala Stampa vaticana padre Federico Lombardi, intervistato da Davide Dionisi:

R. - Io ho avuto l’impressione che siano discorsi molto decisi, ricchi di contenuto. In un certo senso sono un po’ diversi da quelli che abbiamo sentito in Camerun, che erano più centrati sul tema del Sinodo e della vita della Chiesa. I discorsi come quello all’aeroporto, diretto al popolo angolano e alla sua situazione dopo tante divisioni e tante guerre, con l’impegno adesso della ricostruzione, e il discorso alle autorità politiche e civili e al Corpo diplomatico. Ecco, anche questo è stato un discorso molto forte: si è parlato dei principi essenziali per la costruzione di una democrazia moderna, con il rispetto dei diritti della persona, l’onestà nell’amministrazione, il superamento definitivo della corruzione. Veramente tante cose, estremamente importanti e chiare. E infine anche l’impegno per la famiglia e il monito contro misure che siano contrarie alla dignità della donna e anche l’uso dell’aborto per il controllo delle nascite.


D. – Nel ricordare che l’Angola, teatro negli anni scorsi di un conflitto trentennale, è una delle nazioni più ricche di risorse naturali ha detto: “Non arrendetevi alla legge del più forte”...


R. – Questo è uno dei moniti che il Papa ha dato. Il suo è sempre un richiamo al rispetto del bene comune, alla solidarietà, all’attenzione ai poveri, ad una retta distribuzione delle risorse. Questo fatto che l’Africa sia un continente in cui molti Paesi sono ricchi di risorse, ma sono allo stesso tempo travagliati da un’estrema povertà delle persone che vi abitano, è una cosa che grida vendetta al cospetto di Dio. E bisogna assolutamente trovare il modo da parte dell’estero di non depredare queste ricchezze per interessi economici estranei e da parte dei governanti di non usare male per motivi di corruzione, di interesse personale, queste risorse, ma di metterle veramente a disposizione di tutti.


D. – Ecco, il discorso, durante l’incontro con le autorità politiche e civili e con il Corpo diplomatico, ha ricordato le difficoltà di tante famiglie e le discriminazioni nei confronti delle donne...


R. – Questo mi colpisce. E’ uno dei fili che attraversano l’insegnamento del Papa in questo viaggio. E mi sembra molto significativo, perchè effettivamente il ruolo della donna nella società africana è assolutamente centrale. E quindi saperne riconoscere la dignità, aiutarne lo sviluppo è una delle chiavi del progresso umano e spirituale dell’Africa.





Domani la Messa celebrata dal Papa con i vescovi dell'Imbisa



Domani mattina, sulla spianata di Cimangola a Luanda, Benedetto XVI presiederà la Messa con i vescovi dell'Imbisa, l'organismo che riunisce i vescovi dell'Africa meridionale. Sulle sfide della Chiesa in questo continente ascoltiamo quanto riferisce mons. Gabriel Mbilingi, presidente dell'Imbisa, al microfono di Davide Dionisi:


R. – Le sfide principali sono l’evangelizzazione, la formazione morale, religiosa della gioventù, la cura nei riguardi dei diritti della donna in generale, l’evangelizzazione nella sua dimensione sociale per quanto riguarda la vita politica delle nostre società, come governare per il bene comune i nostri Paesi: e poi le sfide relative alle malattie, soprattutto l’Aids.


D. – Qual è il significato per la Chiesa angolana e per tutto il Paese, di questa visita di Benedetto XVI?


R. – Il Papa arriva in un momento veramente importante, a tutti i livelli. A livello religioso, pastorale, e a livello politico e anche della realtà economica che il mondo vive in questo momento. Per cui, per noi è innanzitutto un privilegio, e questo lo apprezziamo e per questo ringraziamo anche Dio. Il Papa visita l’Angola sette anni dopo che l’Angola ha trovato la via della pace, dello sviluppo, e questo per noi significa che il Papa viene ad incoraggiarci in questo cammino di riconciliazione dei nostri popoli, nella sfida che abbiamo davanti a noi di far sì che il nostro Paese, uscito dalle ceneri, possa ora guardare all’avvenire con una speranza molto più grande di vedere questo Paese andare avanti in modo nuovo, con la benedizione di Dio che ci viene attraverso le mani del nostro Santo Padre. (Montaggio a cura di Maria Brigini)


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Ha fatto sentire all'Africa la vicinanza della Chiesa

dal nostro inviato Mario Ponzi

L'Africa, il giorno dopo. Il giorno dopo aver preso coscienza che, forse, da domani sarà più difficile operare nell'ombra per quelle "forze internazionali" che "in connivenza con uomini e donne del continente africano" sfruttano quanto di male viene dal cuore dell'uomo e "fomentano le guerre per la vendita di armi", o "sostengono poteri irrispettosi dei diritti umani" per avidità di guadagno. Se non altro l'Africa ha la certezza che la Chiesa non tace su questo fronte e denuncia il pericolo insito nel fenomeno del secolo, la globalizzazione, che "tende a emarginare l'Africa".
Se obiettivo primario di questa fase del viaggio di Benedetto XVI era quello di far sentire all'Africa la vicinanza della Chiesa, certamente è stato raggiunto. Almeno a scorrere le pagine dei principali quotidiani in edicola in edizione straordinaria già giovedì sera 19: "L'Africa nel cuore della Chiesa" titola "Mutations quotidien"; "Benedetto, la riconciliazione, la giustizia e la pace per l'Africa" il "Cameroon tribune"; "Il Sinodo africano in Africa per un futuro di riconciliazione, di giustizia, di pace" "Le Jour". Tutti ormai hanno in mano il testo dell'Instrumentum laboris per il Sinodo africano. Da quando il Papa lo ha consegnato ai vescovi, ne circolano migliaia di copie. I quotidiani se non integralmente, ne hanno pubblicato ampi stralci. E naturalmente si tratta dei passaggi più significativi.
È dunque già consegnato alla storia quanto accaduto a Yaoundé nelle poche ore appena trascorse, fitte di appuntamenti per Benedetto XVI. La recita dei vespri mercoledì sera, 18 marzo, nella bella basilica di Maria Regina degli Apostoli, dove il Papa ha raccolto le testimonianze di un sacerdote, di una religiosa e di un giovane, animatori dei numerosi movimenti ecclesiali che arricchiscono l'arcidiocesi, e rappresentanti delle altrettanto numerose confessioni cristiane, importate dall'Europa e dagli Stati Uniti. L'incontro di giovedì mattina, 19 marzo, in nunziatura, con i rappresentanti della comunità musulmana, durante il quale è stata riaffermata la volontà di incontrarsi sempre più spesso per imparare a conoscersi più a fondo. E poi l'appuntamento più importante, quello nello stadio Amadou Ahidjo di Yaoundé.
L'immagine più significativa che resta di quel momento è forse lo sfilare dinnanzi all'altare eretto al centro del prato verde, di 42 vescovi (36 presidenti di Conferenze episcopali locali e sei presidenti di riunioni di Conferenze episcopali regionali) per ricevere dalle mani del Papa un libricino con su scritto "La Chiesa in Africa al servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace. Voi siete il sale della terra... Voi siete la luce del mondo". Lo stringevano tra le mani tradendo ora emozione, ora gioia, ora perplessità per un futuro che sanno comunque difficile. Esternavano anche un po' di preoccupazione per la grande responsabilità che il Papa aveva appena messo nelle loro mani, cioè guardare con onestà e fino in fondo anche all'interno della propria casa, per vedere, per capire.
Si è compiuto così il momento culminante di questa prima tappa del viaggio di Benedetto XVI in Africa. La più significativa, la più importante per la Chiesa in questo continente, poiché l'aiuta a sentire l'universalità del suo appartenere a Cristo, riaccende la speranza di cui è portatrice, rinvigorisce la forza di cui ha bisogno per affiancare un popolo che ha estremamente bisogno della sua Chiesa.
La consegna è avvenuta al termine della messa, celebrata in uno stadio gremito. Incredibile quanta gente sia rimasta fuori. Anche perché gran parte delle gradinate sono state riservate alle delegazioni di tutte le nazioni africane che hanno voluto essere presenti in una giornata fondamentale per il futuro.
Il Papa è stato accolto da un boato incredibile. Sugli spalti sventolavano bandiere, lunghe strisce di stoffa colorata, fazzolettoni di foggia diversa. Un coro tipicamente africano dettava il ritmo delle ovazioni e accompagnava l'ondeggiare della folla sugli spalti. Le canzoni eseguite a una sola voce dai circa sessantamila presenti, tutte rigidamente africane, erano accompagnate dal suono di strumenti tradizionali, frammisto con quello di clarini, trombe e sax. Tradizione e modernità, dunque per un'unica festa della fede secondo il genio africano. Come solo un genio africano poteva disegnare e realizzare l'altare. Un'arca immensa, fatta tutta di legno, con la prua puntata verso la gente. A bordo tutti i vescovi dell'Africa, centinaia di sacerdoti. Al centro la cattedra del Papa, il timoniere della barca di Pietro. E non mancavano le onde disegnate sul prato sul quale l'arca era poggiata. Pennellate blu con al centro una scritta ricorrente "riconciliazione, giustizia e pace".
E tipicamente africane sono state altre parti della messa: l'incensazione dell'altare è inizialmente avvenuta con l'incenso bruciato in un crogiolo portato all'altare da quattro diaconi in vesti tradizionali, così come il libro del Vangelo è stato portato ai piedi dell'altare su un baldacchino di legno sorretto da sei diaconi africani nei loro vestiti tradizionali, preceduto e seguito da schiere di giovani donne, anch'esse avvolte nei loro abiti tradizionali, che procedevano con il passo ritmico e sinuoso segnato dalla musica. È stato poi consegnato nelle mani del diacono ministrante che si è incaricato di portarlo sull'altare. Anche questo momento è stato accompagnato da un coro di voci di sessantamila elementi.
È in questi momenti, espressioni di una fede profonda, che essi amano proporre tutta la bellezza della loro tradizione, che nulla toglie alla solennità della celebrazione, anzi la rende veramente più partecipata e interiorizzata. Non è una Chiesa africana, ma è la Chiesa in Africa.
Indubbiamente la Chiesa in Africa, oggi come ieri, sta recando un fermento di cui il futuro dimostrerà tutto il valore. È ricca di vocazioni perché ha un bisogno particolare di uomini di Dio che, senza alcuna interferenza politica, rechino un generoso contributo alla difesa dei diritti umani; alla riconciliazione, da ricercare anche al proprio interno; alla giustizia perché prenda il posto della corruzione; alla pace stabile e duratura. L'Africa non può progredire serenamente se non sulla scia di una realistica riaffermazione della dignità della persona.
Benedetto XVI parla all'Africa ma il suo cuore e il suo pensiero sono rivolti al mondo intero. Nella sua omelia c'è una perfetta consonanza con quanto denunciato dall'Instrumentum laboris. "In questo tempo - dice - ci sono tante persone senza scrupoli che cercano di imporre il regno del denaro disprezzando i più indigenti". "Dovete stare molto attenti", li ammonisce.
Secondo alcuni la parola "Africa" deriva dalla voce semitica "farag" che significa "separazione". Ma a dispetto di questa etimologia ieri in quello stadio sembrava essersi veramente radunata un'Africa in miniatura, rappresentata da tutti i suoi popoli, quelli che ne costituiscono l'anima. Sanno di essere ormai al giro di boa, tra un passato che è finito e un futuro in gran parte da costruire. Il Papa è qui tra loro, per camminare con loro sui sentieri della riconciliazione, della giustizia e della pace. Ma devono essere uniti. Ieri l'altare, al centro dello stadio, è stato punto di riferimento per ritrovare questa unità.
Una festa di famiglia, per forza di cose abbastanza ristretta, se paragonata alle celebrazioni oceaniche cui siamo abituati ad assistere durante i pellegrinaggi papali. Si è scelto di celebrare questo momento così solenne in un posto tutto sommato limitato per un motivo molto semplice. Intanto si trattava di un momento particolare per i pastori di questo immenso gregge africano durante il quale è a loro che il Papa si è rivolto per invitarli a riflettere e a rileggere la storia e la realtà delle loro Chiese locali. Ci sembra, però, che sia soprattutto il viaggio del Papa in se stesso che ha certi ritmi. Il viaggio, in due diverse nazioni, è stato organizzato in modo tale da non proporre ripetizioni di eventi simili, a poca distanza l'uno dall'altro. Così la grande messa di popolo si celebrerà domenica prossima a Luanda, in Angola, su uno spazio capace di ospitare oltre un milione di persone. Così come l'incontro con il mondo della sofferenza si è svolto giovedì pomeriggio a Yaoundé, quello con i giovani si terrà sabato a Luanda, ove si svolgeranno gli incontri con i rappresentanti della comunità internazionale, mentre a Yaoundé si è svolto quello con i rappresentanti delle altre religioni.
La messa è stata tra l'altro occasione per tutti i vescovi africani per fare gli auguri di buon onomastico al Papa nel giorno di san Giuseppe. Successivamente, durante il pranzo in nunziatura parole augurali al Papa sono state rivolte anche dal cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone e dal nunzio apostolico in Camerun Eliseo Ariotti.

(©L'Osservatore Romano - 20-21 marzo 2009)


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Il Papa: l’aborto è un crimine, non un rimedio per la salute

di Andrea Tornielli

nostro inviato a Luanda (Angola)

Dal finestrino dell’aereo che sta per planare sull’asfalto liquefatto dal calore, Benedetto XVI guarda le baracche che si estendono a perdita d’occhio e arrivano a lambire la pista dell’aeroporto di Luanda, seconda e ultima tappa del viaggio papale in Africa.
L’Angola, uscita nel 2002 da una sanguinosa guerra civile durata ventisette anni che ha lasciato sul terreno milioni di mine anti-uomo, è il simbolo delle contraddizioni ma anche delle speranze del Continente nero: il Paese è il quarto produttore mondiale di diamanti e il primo produttore africano di petrolio, il suo Pil è aumentato del 27 per cento, ma ben più della metà della popolazione vive sotto la soglia della povertà.
Il portellone del Boeing Alitalia si apre. Un caldo torrido e soffocante investe Ratzinger che, nonostante la stanchezza per l’ultima impegnativa giornata trascorsa in Camerun, regge bene la fatica e rimane per tutto il tempo in piedi ad ascoltare il discorso di José Eduardo Dos Santos, il presidente al potere da trent’anni, protagonista delle varie stagioni che hanno visto l’Angola passare dal collettivismo marxista all’economia di mercato.
Nel primo saluto, dove non manca l’accenno alle vittime delle inondazioni che nei giorni scorsi hanno colpito una regione angolana, Benedetto XVI parla della recente guerra civile, e ricorda di aver personalmente conosciuto in Germania «la guerra e la divisione tra fratelli appartenenti alla stessa nazione a causa di ideologie devastanti e disumane, le quali, sotto la falsa apparenza di sogni e illusioni, facevano pesare sopra gli uomini il giogo dell’oppressione».
«Potete dunque capire – aggiunge – quanto io sia sensibile al dialogo fra gli uomini come mezzo per superare ogni forma di conflitto».
Ratzinger ricorda che l’Angola «è ricca» e invita i suoi abitanti a non arrendersi «alla legge del più forte». «Purtroppo – dice – dentro i vostri confini ci sono ancora tanti poveri che rivendicano il rispetto dei loro diritti. Non si può dimenticare la moltitudine di angolani che vivono al di sotto della soglia di povertà assoluta».

La cerimonia dei saluti finisce, e finalmente Benedetto XVI incontra l’abbraccio di una folla travolgente che si stringe attorno alla papamobile, accompagnandolo con canti, balli, applausi e sventolio di bandiere lungo tutto il percorso fino alla nunziatura apostolica.

Nel pomeriggio, dopo la visita di cortesia a Dos Santos, il Papa incontra nello stesso palazzo presidenziale le autorità politiche e il corpo diplomatico.
Qui pronuncia il discorso più forte, invitando chi lo ascolta a «trasformare questo Continente, liberando il vostro popolo dal flagello dell’avidità, della violenza e del disordine», guidandolo sulla via dei principi della democrazia civile, «il rispetto e la promozione dei diritti umani, un governo trasparente, una magistratura indipendente, una comunicazione sociale libera, un’onesta amministrazione pubblica», ospedali e scuole adeguati. Chiede «di stroncare una volta per tutte la corruzione», ma rivolge un appello anche ai Paesi sviluppati, perché mantengano la promessa di destinare lo 0,7 per cento del loro Pil agli aiuti per l’Africa.
Benedetto XVI parla poi delle «numerose pressioni che si abbattono sulle famiglie», povertà, disoccupazione, malattia, esilio. Della «discriminazione sulle donne e sulle ragazze» e «della innominabile pratica della violenza e dello sfruttamento sessuale che causa loro tante umiliazioni e traumi». Ma c’è un’altra «grave preoccupazione» che angoscia il Papa, e sono le politiche abortiste.
«Quanto amara è l’ironia di coloro che promuovono l’aborto tra le cure della salute “materna”! Quanto sconcertante la tesi di coloro secondo i quali la soppressione della vita sarebbe una questione di salute riproduttiva». Sono i termini usati dal «Protocollo di Maputo», il trattato sui diritti delle donne adottato dall’Unione Africana, così come dalle agenzie dell’Onu.
Il Papa conclude la sua prima giornata angolana incontrando i vescovi in nunziatura, nel cui giardino è stata liberata poche ore prima la tartaruga di terra donata al Pontefice a Yaoundé da un gruppo di pigmei. Anche il rettile ha viaggiato sull’aereo papale.

© Copyright Il Giornale, 21 marzo 2009


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BENEDETTO XVI/ Il Papa odiato dai media, ma amato dal popolo

(Marco Fattorini)

Di lui hanno detto tante banalità e inesattezze, tentando invano di instaurare un paragone (peraltro impossibile viste le due diverse personalità) con il predecessore Giovanni Paolo II e proprio in base a tale confronto spesso sono stati sfornati giudizi scialbi e senz’altro superficiali. Reazionario, conservatore, pastore tedesco, duro, solitario?
No carismatico.
Papa Ratzinger sin dall’inizio della sua elezione al soglio pontificio si è impegnato con i fatti a smentire tutto ciò che di gossipparo e sleale fosse detto di lui e del suo modo di vivere e agire nella Chiesa.

E da questi fatti, non può che emergere un carisma davvero raro come quello che ha magneticamente attratto centinaia di migliaia di fedeli negli States durante la messa nel celebre stadio di football. Oppure sono ancora nitide le immagini della trasferta papale francese dove l’ennesimo bagno di folla (non curiosi ma fedeli) ha accolto, ascoltato e applaudito le omelie e i messaggi di Benedetto, in special modo le sue parole verso i malati in occasione della visita a Lourdes.

Marzo 2009: è tempo del viaggio in Africa. Martedì 17 Ratzinger è volato in Camerun per iniziare una nuova complessa avventura nel continente più tormentato del mondo, ma dove comunque tra malattie e povertà la presenza cristiana è aumentata nel corso degli anni in modo straordinario. Di certo non si tratta di un viaggio semplice: non ci si può limitare alla messa e alla benedizione perché nel continente nero ci sono mali come l’Aids che rendono inferno la vita e la crescita di milioni di persone, ci sono condizioni esistenziali a dir poco umilianti davanti alle quali spesso il resto del globo fa orecchie da mercante.
Benedetto no.

Neanche è cominciato il viaggio che già parla, e non dei massimi sistemi, ma dell’aids. Chiede, infatti, che le cure per questa malattia in Africa siano gratis e che si possa procedere in un cammino di maggiore ragionevolezza e sviluppo nella battaglia all’HIV, visto che i soli preservativi non bastano, anzi spesso aggravano il problema. La soluzione vera e longeva è un rinnovo della spiritualità e un nuovo modo di vivere la sessualità in maniera responsabile e adulta.

Parole sante, ma come al solito travisate da una stampa miope e generalizzatrice, magari anche maliziosa. Visto che Benedetto ha esortato alla responsabilità e a un atteggiamento ragionevole dinanzi alla sessualità, poiché i soli preservativi di certo non sconfiggeranno l’aids se non ci sarà un cervello umano pensante a porsi davanti alla realtà.

Benedetto è in Africa per parlare alla gente e anche al clero: giovedì ha consegnato ai vescovi africani l’Instrumentum laboris, un documento, denso di attualità, su cui dovranno riflettere e studiare. La gente c’è, anche in Africa: nello stadio di Yaoundè a salutarlo e ad ascoltarlo vi erano 60mila fedeli davanti ai quali il Pontefice ha celebrato una messa.

Dal vescovo di Roma nei giorni scorsi è arrivata anche la ricetta della spaventosa crisi che manda a casa lavoratori di mezzo mondo: bisogna rivalutare l’etica, fondamento dell’economia e di essa elemento necessariamente intrinseco. Come sempre Benedetto è chiaro e perentorio, non gira intorno alle questioni cruciali, anzi le affronta con una buona dose di realismo, testimoniando il messaggio di pace e libertà, che sì, udite udite, potrebbe portare sensibili miglioramenti anche nel campo minato dell’odierna economia globale.
E allora ecco che questo carisma emerge da fatti e azioni che vedono il Papa presente e vigile, dal Vaticano ai viaggi, dall’Angelus della domenica agli incontri di rito. Si tratta di una forza tutta umana e spirituale che parla concretamente. Altro che Papa lontano e freddo.

I pregiudizi cadono e tante critiche si rivelano davvero errate, perché ora Sua Santità è in Africa, a maggio sarà in Israele, qualche settimana fa parlava agli operai di Pomigliano d’Arco e ogni qual volta è in pubblico ha davanti a sé migliaia di fedeli (non curiosi) che lo ascoltano, lo seguono, lo stimano. Questa è la vera testimonianza dei valori cristiani nella società, in un’Europa timida e relativista, in un mondo impaurito e scosso dalla crisi, ecco che una voce parla con un perché. E ha tanto da dire.

© Copyright Il Sussidiario, 21 marzo 2009


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L’Angola, uscita nel 2002 da una sanguinosa guerra civile durata ventisette anni che ha lasciato sul terreno milioni di mine anti-uomo, è il simbolo delle contraddizioni ma anche delle speranze del Continente nero: il Paese è il quarto produttore mondiale di diamanti e il primo produttore africano di petrolio, il suo Pil è aumentato del 27 per cento, ma ben più della metà della popolazione vive sotto la soglia della povertà.
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«Potete dunque capire – aggiunge – quanto io sia sensibile al dialogo fra gli uomini come mezzo per superare ogni forma di conflitto».
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La cerimonia dei saluti finisce, e finalmente Benedetto XVI incontra l’abbraccio di una folla travolgente che si stringe attorno alla papamobile, accompagnandolo con canti, balli, applausi e sventolio di bandiere lungo tutto il percorso fino alla nunziatura apostolica.

Nel pomeriggio, dopo la visita di cortesia a Dos Santos, il Papa incontra nello stesso palazzo presidenziale le autorità politiche e il corpo diplomatico.
Qui pronuncia il discorso più forte, invitando chi lo ascolta a «trasformare questo Continente, liberando il vostro popolo dal flagello dell’avidità, della violenza e del disordine», guidandolo sulla via dei principi della democrazia civile, «il rispetto e la promozione dei diritti umani, un governo trasparente, una magistratura indipendente, una comunicazione sociale libera, un’onesta amministrazione pubblica», ospedali e scuole adeguati. Chiede «di stroncare una volta per tutte la corruzione», ma rivolge un appello anche ai Paesi sviluppati, perché mantengano la promessa di destinare lo 0,7 per cento del loro Pil agli aiuti per l’Africa.
Benedetto XVI parla poi delle «numerose pressioni che si abbattono sulle famiglie», povertà, disoccupazione, malattia, esilio. Della «discriminazione sulle donne e sulle ragazze» e «della innominabile pratica della violenza e dello sfruttamento sessuale che causa loro tante umiliazioni e traumi». Ma c’è un’altra «grave preoccupazione» che angoscia il Papa, e sono le politiche abortiste.
«Quanto amara è l’ironia di coloro che promuovono l’aborto tra le cure della salute “materna”! Quanto sconcertante la tesi di coloro secondo i quali la soppressione della vita sarebbe una questione di salute riproduttiva». Sono i termini usati dal «Protocollo di Maputo», il trattato sui diritti delle donne adottato dall’Unione Africana, così come dalle agenzie dell’Onu.
Il Papa conclude la sua prima giornata angolana incontrando i vescovi in nunziatura, nel cui giardino è stata liberata poche ore prima la tartaruga di terra donata al Pontefice a Yaoundé da un gruppo di pigmei. Anche il rettile ha viaggiato sull’aereo papale.

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