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Viaggio apostolico in Camerun e Angola

Ultimo Aggiornamento: 02/05/2009 17.13
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Dal blog di Lella...

PAPA: AFRICA HA BISOGNO DI GIUSTIZIA NON DI CONDOM

(AGI) - Younde', 17 mar.

(di Salvatore Izzo)

L'Africa ha bisogno di ben altro che dei preservativi. Ne e' convinto Benedetto XVI.
"In un tempo di globale scarsita' di cibo, di scompiglio finanziario, di modelli disturbati di cambiamenti climatici, l'Africa soffre sproporzionatamente: un numero crescente di suoi abitanti finisce preda della fame, della poverta', della malattia. Essi implorano a gran voce riconciliazione, giustizia e pace, e questo e' proprio cio' che la Chiesa offre loro", ha affermato nel discorso pronunciato all'aeroporto di Younde', dove e' stato accolto festosamente al suo arrivo in Camerun.
"Anche in mezzo alle piu' grandi sofferenze, il messaggio cristiano - ha pero' scandito il Pontefice - reca sempre con se' speranza e in questo momento di grazia lancio un appello a tutti i vescovi, sacerdoti, religiosi e fedeli laici del Continente a dedicarsi nuovamente alla missione della Chiesa a portare speranza ai cuori del popolo dell'Africa, e con cio' pure ai popoli di tutto il mondo". La Chiesa in Africa non propone "nuove forme di oppressione economica o politica, ma la liberta' gloriosa dei figli di Dio.
E dunque dice "no all'imposizione di modelli culturali che ignorano il diritto alla vita dei non ancora nati, ma offre la pura acqua salvifica del Vangelo della vita, dice no alle amare rivalita' interetniche o interreligiose, ma raccomanda la rettitudine, la pace e la gioia del Regno di Dio, la 'civilta' dell'amore' descritta da Paolo VI".

E' in questo contesto che deve essere letto anche il no al condom, ribadito dal Pontefice sull'aereo (e che tante reazioni ha provocato in Italia, riuscendo se non altro a far parlare di Africa e Aids, per una volta).

"L'Aids - ragiona Ratzinger - e' una tragedia che non puo' essere risolta solo con il denaro e le campagne pubblicitarie, ne' attraverso la distribuzione di preservativi che persino aggravano il problema".

Secondo il Pontefice, che a Younde' ha anche rinnovato il suo appello affinche' i malati di Aids abbiano diritto a terapie gratuite, serve un "risveglio spirituale e umano" e un cambiamento di atteggiamento: occorre, ha ricordato, "soffrire con i sofferenti". E infatti "di fronte al dolore o alla violenza, alla poverta' o alla fame, alla corruzione o all'abuso di potere, un cristiano non puo' mai rimanere in silenzio", come ha quasi gridato rispondendo al discorso del presidente Paul Biya. "Il messaggio salvifico del Vangelo - ha spiegato - esige di essere proclamato con forza e chiarezza, cosi' che la luce di Cristo possa brillare nel buio della vita delle persone". "Qui, in Africa, come pure in tante altre parti del mondo, innumerevoli uomini e donne - ha aggiunto il Papa - anelano ad udire una parola di speranza e di conforto.
Conflitti locali lasciano migliaia di senza tetto e di bisognosi, di orfani e di vedove.
In un Continente che, nel passato, ha visto tanti suoi abitanti crudelmente rapiti e portati oltremare a lavorare come schiavi, il traffico di esseri umani, specialmente di inermi donne e bambini, e' diventato una moderna forma di schiavitu'".
Per Benedetto XVI la causa della recessione e' soprattutto di carattere etico, perche', come ha spiegato sull'aereo che lo portava in Africa, "dove manca l'etica, la morale, non puo' esserci correttezza nei rapporti". Durante la sua visita il Pontefice parlera' di Dio e dei grandi valori della vita cristiana, offrendo su questo terreno anche un contributo all'analisi e alla comprensione della crisi economica. Al riguardo il Papa ha assicurato che fara' appello alla comunita' internazionale perche' sia solidale con l'Africa.
"La solidarieta' e la carita' - ha affermato - fanno parte della cattolicita'.
Dunque, e' proprio dai cattolici che mi aspetto qualcosa di piu'". Il Papa ha accennato anche alla prossima enciclica dedicata ai temi sociali, rivelando che era gia' pronta e stava per uscire.
"Ma poi - ha spiegato - si e' scatenata la tempesta e, di conseguenza, sono state riviste alcune cose alla luce dei nuovi avvenimenti per cercare risposte sempre piu' confacenti". Papa Ratzinger ha confermato nella conferenza stampa tenuta sull'aereo di andare in Africa con gioia, per incontrare un popolo ricco di fede. Riferendosi in particolare alla comunita' cattolica, ha parlato di una Chiesa molto vicina alla gente, presente con tutte le sue istituzioni accanto ai poveri e ai sofferenti. Certo - ha ammesso - la Chiesa non e' "una societa' perfetta". Per questo, ha spiegato ai giornalisti, nel suo viaggio fara' appello anche a "una purificazione alla Chiesa". Ma si tratta - ha specificato - di una purificazione non delle strutture, ma del cuore e della coscienza, perche' le strutture sono il risultato di cio' che e' il cuore".
"Io - ha poi confidato ai giornalisti che viaggiano con lui - amo l'Africa, ho tanti amici africani gia' dai tempi in cui ero professore fino a tutt'oggi. Amo la gioia della fede, questa gioiosa fede che si trova in Africa".
"Cio' che la Chiesa regionale dell'Africa occidentale si aspetta da Benedetto XVI e' un'evidenziazione ancora piu' precisa delle ragioni per cui la famiglia e' la linea profetica piu' importante della conoscenza di Dio, della pastorale e della missione, non solo della Chiesa in Africa, ma anche della Chiesa universale. L'opzione preferenziale per i poveri e' stata un contributo proprio della Chiesa in America Latina alla Chiesa universale.
La Chiesa come famiglia di Dio e la famiglia come linea profetica futura per la nostra umanita' costituiscono la linea profetica africana", afferma sull'Osservatore Romano il card. Theodore Adrien Sarr arcivescovo di Dakar e presidente della Conferenza episcopale regionale dell'Africa occidentale. "L'Africa – scrive il porporato senegalese - in lui vede il pastore accorto e lungimirante, che vuole aiutare a uscire dalla 'dittatura del relativismo', a qualunque livello essa si trovi".

© Copyright (AGI)


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Il papa in Africa per portare pace e speranza
Scritto da Angela Ambrogetti

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Meno di sei ore di volo per immergersi nel continente delle sfide: l’Africa. Primo viaggio di Benedetto XVI in un paese che, ha detto prima di partire domenica scorsa, “intende abbracciare idealmente” con questa visita. Una viaggio quasi missionario: “La Chiesa non persegue obbiettivi economici, sociali e politici; la Chiesa annuncia Cristo” Sull’ aereo, il Boeing 777 della nuova Alitalia, il papa parla con i giornalisti della crisi economica mondiale e del suo impatto nei paesi poveri, l’enciclica sociale “era già pronta, ma poi si è scatenata la tempesta”, dice. E poi la Chiesa africana, la sua vitalità e i suoi problemi. E l’Aids con l’impegno di tante istituzioni cattoliche a vantaggio dei malati. Non si può vincere l’Aids con il denaro, tantomeno con la distribuzione dei preservativi, spiega Benedetto. La Chiesa offre da sempre due risposte: umanizzare la sessualità e aiutare l’uomo anche nelle situazioni di sofferenza. E appena sceso dall’aereo Ratzinger ricorda che in Camerun i malati vengono curati gratuitamente.

I malati africano il papa li abbraccerà giovedi nella visita al "Centro Cardinale Paul-Emile Léger" che si occupa della riabilitazione dei disabili. È un'opera nata per volere del cardinale canadese Paul-Emile Léger nel 1971, che poi, nel 1978 con un decreto presidenziale è stata trasferita allo stato camerunense. Il Cardinale Paul-Émile Léger, canadese, nel 1968 presentò le sue dimissioni come arcivescovo di Montréal e si trasferì in Camerun per lavorare nelle missioni, con i lebbrosi e i bambini handicappati. Nel 1978 partecipò ai conclavi che elessero Giovanni Paolo I e poi Giovanni Paolo II. In Aereo si è parlato anche di dialogo interreligioso con i rapporti con le religioni tradizionali che, dice il papa, si stanno aprendo al messaggio evangelico, perché cominciano a vedere che il Dio dei cattolici non è un Dio lontano. E Poi il dialogo con l’Islam: con loro, dice, sta crescendo il rispetto reciproco nella comune responsabilità etica. Alla fine arriva anche una battuta sulla sua “solitudine”. Ridendo, dice: “non sono solo, vedo ogni giorno i miei collaboratori.”

Ma soprattutto parla di speranza e risponde così all’ultima domanda dei giornalisti: «La nostra fede è speranza per definizione. Chi porta la fede è convinto di portare anche la speranza. Nonostante tutti i problemi che conosciamo bene, ci sono grandi segni di speranza, nuovi governi, nuove disponibilità di collaborazione, lotta contro la corruzione – grande male che va superato – e anche l’apertura delle religioni tradizionali, alla fede cristiana. Tutti conoscono Dio ma appare un po’ lontano e attendono si avvicini. E poi il culto tradizionale degli antenati trova sua risposta nella comunione dei santi: che non sono i canonizzati ma tutti i nostri morti. C’è un incontro profondo che dà speranza. Cresce il dialogo interreligioso. Ho parlato con più della metà dei vescovi e mi dicono che relazione con i musulmani è molto buona. Cresce il rispetto reciproco, la comune responsabilità etica, la gioia di essere cristiani. Un problema delle religioni tradizionali è la paura degli spiriti. Un vescovo mi ha detto: uno è veramente convertito e diventa pienamente cristiano se sa che con Cristo non ha paura, che Gesù è più forte degli spiriti. Crescono forze spirituali, sociali e economiche che danno speranza. Ecco: vorrei mettere in luce l’elemento della speranza».

All’ aeroporto di Yaoundé, davanti alle autorità del Paese con 150 milioni di abitanti, il papa parla di gioia di speranza, in una terra “con un governo che parla chiaramente in difesa dei diritti dei non nati”, una “terra di pace” e “una terra di giovani”. C’è il ricordo della visita di Giovanni Paolo II nel 1995. Oggi come allora il papa porta lo Strumento di Lavoro per l’Assemblea speciale per l’Africa del Sinodo dei vescovi che si svolgerà ad ottobre in Vaticano. Ma in Africa, c’ancora tanta sofferenza: i “conflitti locali”, il “traffico di esseri umani” che “è diventato una moderna forma di schiavitù”, la “scarsità di cibo”, lo “scompiglio finanziario”, particolarmente accentuato in questo periodo, i “modelli disturbati di cambiamenti climatici”. In Africa mancano cibo, acqua potabile, scuole ed ospedali. Sono come “virus” che bloccano le potenzialità dell’Africa. E non bastano la crescita vertiginosa del numero dei cattolici o la vivacità liturgica e il legame con Roma o l’impegno per la promozione della donna. Gli africani “implorano a gran voce riconciliazione, giustizia e pace, e questo è proprio ciò che la Chiesa offre loro” invece di “nuove forme di oppressione economica o politica, ma la libertà gloriosa dei figli di Dio.”

L’Africa chiede di crescere, non di subire una nuova colonizzazione con l’imposizione di modelli culturali. “Di fronte al dolore o alla violenza, alla povertà o alla fame, alla corruzione o all’abuso di potere, un cristiano non può mai rimanere in silenzio. Il messaggio salvifico del Vangelo esige di essere proclamato con forza e chiarezza”, dice il papa. Il Camerun “è effettivamente terra di speranza per molti nell’Africa Centrale” ricorda. Migliaia di rifugiati dai Paesi della regione devastati dalla guerra hanno ricevuto qui accoglienza. È una terra di pace: risolvendo mediante il dialogo il contenzioso sulla penisola Bakassi, Camerun e Nigeria hanno mostrato al mondo che una paziente diplomazia può di fatto recare frutto.” I giovani politici africani che hanno studiato in Europa vogliono migliorare l’Africa, e affrontano anche il neocolonialismo cinese cercando di non perdere l’entusiasmo dei primi anni dell’indipendenza. A Yaoundé vanno a ruba cappellini e t-shirt con le foto del Papa. Si vendono bandiere della Santa Sede e del Camerun con le foto del presidente Paul Biya e di Benedetto XVI.

La città si è preparata con prati annaffiati e buche coperte e una mano di vernice sui palazzi, ma la povertà si odora per le strade. Secondo una tradizione, il nome "Yaoundé" sarebbe nato da una storpiatura della dicitura locale "Mia wondo". Degli esploratori tedeschi vedendo un gruppo di contadini, nel 1887, che seminavano arachidi chiesero loro: “Voi chi siete?”. Sentendosi rispondere "Mia wondo" (seminatori di arachidi) avrebbero scritto sul loro taccuino: "Ya-un-de". Oggi Yaoundé, come molte metropoli africane, si presenta agli occhi dei visitatori come una città composita dal punto di vista architettonico e urbanistico. In essa, immersa in una natura lussureggiante, convivono palazzi moderni, a volte fastosi, avveniristici ed eleganti con case modeste, condomini fatiscenti e migliaia di bidonville nelle zone periferiche e sulle colline. Il contrasto tra quartieri ricchi e benestanti e aree povere e degradate è stridente.


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Il Papa porta in Africa la dottrina sociale in piena crisi finanziaria


Rivolge un appello alla solidarietà con il continente





YAOUNDÉ, martedì, 17 marzo 2009 (ZENIT.org).- Nel pieno di una crisi finanziaria che corre il rischio di tagliare fuori l'Africa dai programmi di sviluppo, Benedetto XVI ha spiegato questo martedì ai giornalisti che con il suo viaggio intende promuovere la dottrina sociale, e in particolare la solidarietà.

Il Papa ha risposto a sei domande dei giornalisti in circa mezz’ora a bordo del Boeing 777 dell'Alitalia che lo ha portato da Roma a Yaoundé (Camerun) per iniziare il suo undicesimo viaggio apostolico internazionale, il primo nel continente africano.

In particolare, ha affrontato l'impatto della crisi economica nei Paesi poveri e l’importanza dell’etica per un retto ordine economico mondiale, argomento che sarà sviluppato ulteriormente anche nella prossima Enciclica, rimandata proprio a causa della congiuntura mondiale.

Si è scatenata la tempesta e, di conseguenza, sono state riviste alcune cose alla luce dei nuovi avvenimenti per cercare risposte sempre più confacenti, ha spiegato.

“Spero che l’Enciclica potrà anche essere un elemento, una forza per superare questa crisi”, ha confessato.

Secondo il Papa, la causa della recessione è soprattutto di carattere etico, perché “dove manca l'etica, la morale, non può esserci correttezza nei rapporti”.

Per questo motivo, ha aggiunto, durante il suo viaggio in Camerun e Angola parlerà di Dio e dei grandi valori della vita cristiana, offrendo su questo terreno anche un contributo all'analisi e alla comprensione della crisi economica.

Il Pontefice ha assicurato che farà appello alla comunità internazionale perché sia solidale con l'Africa.

“La solidarietà e la carità fanno parte della cattolicità – ha ricordato –. Dunque, è proprio dai cattolici che mi aspetto qualcosa di più”.

In Africa, ha rilevato, ci sono nuovi Governi e nuove disponibilità nella lotta contro la corruzione, che è uno dei più grandi mali da sconfiggere.

Benedetto XVI ha espresso la sua soddisfazione per la visita nel continente, un progetto che accarezzava fin dall'inizio del suo pontificato.

“Io amo l’Africa, ho tanti amici africani già dai tempi in cui ero professore fino a tutt’oggi. Amo la gioia della fede, questa gioiosa fede che si trova in Africa”.

Con la sua visita, ha commentato, vuole promuovere la fede che caratterizza la Chiesa in Africa. Visto che la Chiesa non è “una società perfetta”, ha riconosciuto, farà appello anche a “una purificazione” non delle strutture, ma del cuore e della coscienza, perché le strutture sono il risultato di ciò che è il cuore.

Il Papa ha anche parlato dell’Aids e della prospettiva cristiana dell’amore e della sessualità, così come dell’impegno efficace e positivo di tante istituzioni cattoliche a vantaggio dei malati e dei sofferenti, un messaggio di speranza per l’Africa e per la Chiesa nel continente.

“Direi che non si può superare questo problema dell’Aids solo con slogan pubblicitari”, ha dichiarato, spiegando che la soluzione di questo dramma non può essere meramente economica.

“Non si può superare con la distribuzione di preservativi, che al contrario aumentano il problema. La soluzione può solo essere una umanizzazione della sessualità, un rinnovo spirituale e umano”.

A chi gli ha chiesto un commento sull'immagine di un Pontefice “solo” diffusa in questi giorni dai media dopo il caso Williamson e la revoca delle scomuniche, Benedetto XVI ha risposto sorridendo: “Per dire la verità, viene un po' da ridere del mito della solitudine del Papa. In nessun modo mi sento solo. Ogni giorno ricevo delle visite dei collaboratori più stretti, incominciando dal segretario di Stato”.

“Sono realmente circondato da amici e in stupenda collaborazione con Vescovi, collaboratori, laici e sono grato per questo”.

Il Papa ha anche parlato delle sette religiose, fenomeno importante in Africa, ricordando che l'annuncio cristiano è un annuncio sereno, perché propone un Dio vicino all'uomo e dà vita a una grande rete di solidarietà.

Le stesse religioni tradizionali si stanno aprendo al messaggio evangelico, ha detto, perché cominciano a vedere che il Dio dei cattolici non è un Dio lontano.

Il Pontefice ha quindi ribadito la sua fiducia nel dialogo interreligioso. Parlando dei rapporti con i musulmani, ha assicurato che sta crescendo il rispetto reciproco nella comune responsabilità etica.








Il Presidente del Camerun al Papa: promuoverò i diritti civili


L'attenzione del Pontefice per l'Africa, antidoto all'“afropessimismo”





YAOUNDÉ, martedì, 17 marzo 2009 (ZENIT.org).- Accogliendo questo martedì pomeriggio Benedetto XVI all'aeroporto della capitale Yaoundé, il Presidente della Repubblica del Camerun Paul Biya ha assicurato il suo impegno per la promozione dei diritti civili e ha affermato che la visita del Pontefice è un antidoto all'“afropessimismo”.

Il Capo di Stato, nel suo discorso di benvenuto, ha riconosciuto che “non è possibile non sostenere l'appello della Chiesa per una maggiore giustizia per le popolazioni africane, decimate dalle pandemie, dalla miseria e dalla fame, a volte private dei loro diritti più elementari e sottoposte a condizioni di vita degradanti”.

Citando un sacerdote camerunense, il Presidente, al potere dal novembre 1982, si è chiesto “com'è possibile non ascoltare il grido dell'uomo africano”.

Per quanto lo riguarda come governante, Biya ha assicurato al Papa il suo sforzo per “rispondere alle aspettative del nostro popolo sull'esercizio dei suoi diritti civili e soddisfare le sue necessità in materia di istruzione, salute e livello di vita”.

Riferendosi al sistema politico del suo Paese, che ha più di 18 milioni di abitanti, per la maggior parte cristiani, seguaci di credo tradizionali o musulmani, il Presidente ha detto al Papa che continuerà a sforzarsi per procedere nella “buona direzione” della democrazia.

Per quanto concerne la politica estera, Biya ha osservato che la priorità del suo Paese deve essere la promozione della pace e ha portato come esempio di questo impegno i negoziati sul contenzioso nella penisola di Bakassi, che nel 1981 è stato sul punto di provocare una guerra tra Camerun e Nigeria.

La Corte Internazionale di Giustizia ha deciso nel 2002 che il territorio è di sovranità camerunense, costringendo a cederlo al Camerun, cosa che è avvenuta il 14 agosto 2008.

“Grazie a una buona volontà condivisa e il sostegno delle Nazioni Unite e di alcune potenze amiche, questo spinoso problema ha potuto risolversi con la soddisfazione generale”, ha affermato.

“In questo modo, si è aperta la via per una cooperazione benefica con il nostro grande fratello”, ha aggiunto riferendosi alla Nigeria.

Il Presidente ha infine ringraziato il Papa per la convocazione del Sinodo dell'Africa, che si celebrerà a Roma nell'ottobre prossimo, e il cui documento di lavoro (Instrumentum laboris) sarà pubblicato questo giovedì.

In questa decisione, gli ha detto, gli africani vedono “l'interesse costante che presta a quanti soffrono a causa della guerra, della miseria, della malattia o dell'oppressione”.

“Questa solidarietà affermata – ha concluso – è anche per loro un incoraggiamento a non cedere all''afropessimismo' e a portare avanti i loro sforzi per costruire una società più giusta e solidale”.








Il Papa in Africa, portavoce del grido di pace e giustizia


Denuncia le nuove forme di schiavitù





YAOUNDÉ, martedì, 17 marzo 2009 (ZENIT.org).- Appena ha toccato il suolo africano per la prima volta nel suo pontificato, Benedetto XVI si è fatto portavoce del grido di giustizia e pace che risuona nel cuore dei suoi abitanti alle varie latitudini.

Il discorso che ha pronunciato all'aeroporto di Nsimalen di Yaoundé, la capitale del Camerun, è servito a porre con forza l'argomento che riunirà nel prossimo mese di ottobre i Vescovi africani a Roma in occasione del secondo Sinodo continentale della storia.

Il Papa è giunto in terra africana per pubblicare questo giovedì, festa di San Giuseppe e quindi suo onomastico, l'“Instrumentum Laboris” (documento di lavoro) di questo vertice ecclesiale, che avrà per tema “La Chiesa in Africa a servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace. Voi siete il sale della terra… Voi siete la luce del mondo (Mt 5, 13.14)”.

Nel suo discorso, con il quale ha risposto alle parole di benvenuto che gli ha rivolto accanto all'aereo il Presidente della Repubblica, Paul Biya, il Pontefice ha affermato che “di fronte al dolore o alla violenza, alla povertà o alla fame, alla corruzione o all’abuso di potere, un cristiano non può mai rimanere in silenzio”.

“Il messaggio salvifico del Vangelo esige di essere proclamato con forza e chiarezza, così che la luce di Cristo possa brillare nel buio della vita delle persone”, ha sottolineato offrendo spunti per il Sinodo africano.

“Qui, in Africa, come pure in tante altre parti del mondo, innumerevoli uomini e donne anelano ad udire una parola di speranza e di conforto”, ha riconosciuto. “Conflitti locali lasciano migliaia di senza tetto e di bisognosi, di orfani e di vedove”.

Schiavitù moderne


“In un Continente che, nel passato, ha visto tanti suoi abitanti crudelmente rapiti e portati oltremare a lavorare come schiavi, il traffico di esseri umani, specialmente di inermi donne e bambini, è diventato una moderna forma di schiavitù”, ha denunciato Benedetto XVI.

“In un tempo di globale scarsità di cibo, di scompiglio finanziario, di modelli disturbati di cambiamenti climatici, l’Africa soffre sproporzionatamente: un numero crescente di suoi abitanti finisce preda della fame, della povertà, della malattia”.

“Essi implorano a gran voce riconciliazione, giustizia e pace, e questo è proprio ciò che la Chiesa offre loro. Non nuove forme di oppressione economica o politica, ma la libertà gloriosa dei figli di Dio”.

La Chiesa, ha aggiunto, non attua “l’imposizione di modelli culturali che ignorano il diritto alla vita dei non ancora nati”, donando invece “la pura acqua salvifica del Vangelo della vita”.

“Non amare rivalità interetniche o interreligiose, ma la rettitudine, la pace e la gioia del Regno di Dio, descritto in modo così appropriato dal Papa Paolo VI come 'civiltà dell’amore'”.

Dal canto suo, il Presidente Biya, al potere dal 1982, ha assicurato al Papa che il suo Paese si sforzerà di “rispondere alle aspettative del nostro popolo sull'esercizio dei diritti civili e di soddisfare le sue necessità in materia di istruzione, salute e livello di vita”.

La cerimonia di benvenuto è stata caratterizzata dalla spontanea e colorata accoglienza africana. Da quando il Papa è sceso dal Boeing 777 dell'Alitalia, dopo un viaggio di circa sei ore, centinaia di persone si sono avvicinate per salutarlo personalmente, suscitando in alcuni casi la preoccupazione degli incaricati della sicurezza.
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Il Papa in Africa: cure gratis per l'Aids

Alberto Bobbio

Yaoundé (Camerun)

Ci sono due ali di folla, gente che balla e canta, che suona tamburi, che batte con i bastoni su vecchi fusti di benzina, su tronchi di legno, su tutto quanto fa rumore. La strada che dall'aeroporto porta in città mostra la gioia dell'Africa, che abbraccia Benedetto XVI.
Lui sorride, guarda di qui e di là seduto sulla «papamobile». Ha aperto il vetro blindato. C'è una brezza leggera che increspa le grandi foglie dei banani e asciuga l'aria, ora che il sole tramonta oltre le colline che cingono la città. C'è un suono che non finisce, intreccio di ritmi e di mani che battono.
Sono tutti lì sulla strada, i ragazzi delle scuole con le divise e le cartelle a tracolla, le mamme con i bambini in collo, signori in blu usciti dagli uffici.
Benedetto XVI aveva appena scherzato sull'aereo dell'Alitalia, in volo verso il Camerun, prima tappa del suo viaggio in Africa, con i giornalisti sulla sua solitudine. «Un mito che mi fa ridere. Non mi sento solo, anzi sono circondato da amici e collaboratori». Eccoli i suoi nuovi amici africani.
Lui arriva, scende e va al cuore del problema di un continente dimenticato, al quale però «schiere di missionari e di martiri» hanno offerto la «loro testimonianza». Parla nell'afa della pista dell'aeroporto, che una vegetazione incredibile di alberi di ogni tipo stringe da ogni parte. Parla in francese e dice subito che «in mezzo alle più grandi sofferenze il messaggio cristiano reca con sé sempre speranza».
Poi spiega qual è il compito dei cristiani: «Mai rimanere in silenzio davanti al dolore o alla violenza, alla povertà o alla fame, alla corruzione o all'abuso di potere». Non ha timore di denunciare davanti al presidente Paul Biya, al potere da 27 anni e artefice di un emendamento alla Costituzione per restarvi a vita, la pratica che qui è considerata normale circostanza: corruzione. Il Camerun occupa il primo posto nella classifica mondiale di questa speciale vergogna.
E i vescovi di qui lo hanno più volte detto e scritto, l'ultima in una lettera pastorale di un mese fa, sottolineando che coinvolge anche i cristiani. Benedetto XVI conferma: «Il Vangelo va proclamato con forza e chiarezza». Poi evoca la piaga storica della schiavitù, che oggi - dice - prende altre forme moderne: «Traffico di esseri umani, specialmente donne e bambini». Ma l'Africa lo preoccupa perché soffre «sproporzionalmente», in un tempo di «globale scarsità di cibo», di «scompiglio finanziario», di «modelli disturbati di cambiamenti climatici». E la gente finisce preda della «fame, della povertà e della malattia».
Si complimenta, il Papa, perché in Camerun le cure per l'Aids sono gratuite. È uno dei flagelli dell'Africa: la malattia ha già mietuto 17 milioni di vite. In aereo i giornalisti gli avevano chiesto un'opinione. E lui aveva risposto che «i soldi non bastano, ma che non aiutano se non c'è l'anima in chi li impiega» e che l'uso dei preservativi non risolve i problemi, anzi li aumenta, se non si arriva a una «rinnovamento nella sessualità». Fa notare che «la più efficiente» nella lotta all'Aids è proprio la Chiesa cattolica. Cita l'impegno della Comunità di Sant'Egidio e dei missionari Camilliani, l'impegno di tante suore.
Per mezz'ora in volo sul Sahara ha conversato nel settore occupato dalla stampa internazionale. Ha spiegato che i motivi del ritardi della sua enciclica sociale sono dovuti a una maggiore attenzione e approfondimento dei temi legati alla crisi e ha rivelato che «eravamo giunti quasi a pubblicarla», ma poi «abbiamo ripreso il testo» in modo che «spero - ha detto - l'enciclica potrà anche essere un elemento e una forza per superare questa crisi».
Ratzinger ha osservato che la crisi ha tra le prime cause «un deficit di etica» e ha chiesto alla comunità internazionale di «non lasciar sprofondare l'Africa sotto il peso della recessione mondiale». Ha parlato della Chiesa africana, molto impegnata a fianco dei poveri, che tuttavia «non è una società perfetta» e ha bisogno anche lei di «purificare le strutture», ma prima ancora i «cuori dei cristiani». E ha affrontato anche la questione delle sette che stanno colonizzando la religione in Africa, rilevando tuttavia che «non sono molto stabili»: «Annunciano prosperità e guarigioni miracolose. Noi invece non annunciamo miracoli, ma sobrietà, secondo il realismo cristiano. In un primo momento si vede che questo annuncio della prosperità pare vada bene, ma poi, dopo un po' di tempo, si vede che la vita è difficile e che un Dio umano, un Dio che soffre, promette di più: è un Dio più vero».
Ha fatto anche un riferimento alle religioni tradizionali, con le quali il dialogo prosegue con successo, anche se resta il problema del tribalismo e la paura che stregoni e sciamani provocano nella gente. Ha rilevato che «il problema delle religioni tradizionali è la paura degli spiriti» e ha riferito il parere di un vescovo africano: «Mi ha detto che uno è realmente convertito ed è divenuto realmente cristiano se sa che Cristo è più forte e allora non ha più paura».
È un'altra delle sfide della Chiesa in Camerun e in tutta l'Africa, della quale parlerà sicuramente il documento preparatorio del Sinodo speciale sull'Africa, che si svolge a ottobre a Roma, e che domani Benedetto XVI consegnerà ai vescovi africani nel corso di una solenne celebrazione eucaristica nella stadio della capitale.

© Copyright Eco di Bergamo, 18 marzo 2009


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Il Papa in Africa ricorda che l’aids si combatte con una “umanizzazione della sessualità” (non coi preservativi) e ai giornalisti dice di non sentirsi solo

mar 18, 2009 il Riformista

Paolo Rodari

Il Papa è partito ieri per il suo primo viaggio in Africa (fino a lunedì prossimo), più precisamente in Camerun e in Angola.
Dopo i viaggi in Europa, (Germania, Polonia, Spagna, Austria e Francia), nel vicino Oriente (Turchia), nell’America del Nord (Stati Uniti), nell’America del Sud (Brasile) e in Oceania, mancavano all’appello soltanto Asia e Africa.
E Benedetto XVI ha optato per il continente nero anche perché, in vista del secondo Sinodo dei vescovi per l’Africa (il primo fu nel 1994) che avrà luogo a ottobre in Vaticano, occorreva consegnare alla Chiesa locale l’Instrumentum Laboris, ovvero il documento sul quale i presuli dovranno lavorare in vista del summit.
Papa Ratzinger tiene parecchio a questo viaggio. Vuole innanzitutto incitare l’opera evangelizzatrice della Chiesa nel continente. E, insieme, vuol far vedere alla stessa Chiesa come lui le sia vicino, come non le siano indifferenti gli enormi sforzi e i grandi sacrifici che essa compie quotidianamente.
E, ieri, le parole che Benedetto XVI ha detto appena atterrato a Yaoundé, la capitale del Camerun, hanno confermato questa volontà di vicinanza alla Chiesa locale. Il Papa, infatti, ha ricordato gli sforzi che la Chiesa compie nel paese per i malati di aids e, insieme, ha lodato il Camerun per il fatto che cura coloro che sono affetti da questa malattia gratuitamente: «È encomiabile», ha detto Ratzinger.
Benedetto XVI sa che il 24,8 per cento dei malati di aids in Africa sono cattolici. E sa anche che è la Chiesa a svolgere, in tutto il continente, un’opera di aiuto ai malati difficilmente eguagliabile.

E per questo, sull’aereo che da Roma lo ha portato in Camerun, rispondendo alle domande dei giornalisti ha voluto parlare della modalità tramite la quale la Chiesa da sempre cerca di combattere l’aids. Ha detto che l’unica strada efficace è un’«umanizzazione della sessualità», cioè «un rinnovamento spirituale e umano che comprende un nuovo modo di comportarsi gli uni verso gli altri, e in secondo luogo una vera amicizia nei confronti delle persone che soffrono».

Per la prima volta da quando è Pontefice, Ratzinger ha usato il termine «preservativo», per dire che l’aids «è una tragedia che non si può superare solo con i soldi, non si può sconfiggere con la distribuzione di preservativi, che al contrario aumenterà i problemi». Serve, invece, un comportamento umano morale e corretto e una grande attenzione verso i malati: «Soffrire con i sofferenti».
Senz’altro al Sinodo dei vescovi per l’Africa, la necessità di «umanizzare la sessualità» sarà uno degli argomenti principali. E il Papa, parlando già nell’incipit del suo viaggio del fatto che i preservativi non siano la soluzione del “problema aids”, ha dato da subito un punto fermo alla futura discussione: la non liceità dell’uso dei condom è e sarà un dato acquisito.
Sul volo papale Benedetto XVI ha affrontato svariati temi. Tra i più importanti una riflessione sulla crisi economica e una battuta significativa sul «mito» della sua solitudine, ovvero sulla crisi di governo della curia romana in occasione del caso Williamson.
Sulla crisi economica il Papa è stato chiaro: la causa della recessione è soprattutto di carattere etico, perché «dove manca l’etica, la morale, non può esserci correttezza nei rapporti». Un tema, quest’ultimo, che il Pontefice ha promesso di esplorare in questi giorni di permanenza in Africa ma non soltanto qui. Anche nella prossima enciclica sociale attesa per la primavera egli darà un importante contributo in questo senso: l’enciclica - ha detto - «era già pronta e stava per uscire. Ma poi si è scatenata la tempesta e, di conseguenza, sono state riviste alcune cose alla luce dei nuovi avvenimenti per cercare risposte sempre più confacenti».
Il Papa ha lasciato Roma dopo settimane difficili, a motivo delle critiche seguite alla revoca della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani. Ratzinger sull’aereo ha detto una cosa: di non sentirsi solo «in alcun modo». E ricordando che proprio in questi giorni sono venuti a trovarlo anche dei suoi compagni tedeschi, ha aggiunto: «Ogni giorno vedo i miei collaboratori, i capi discastero, i vescovi».
Nei giorni scorsi era stato l’Osservatore Romano a intervenire con forza in difesa di coloro che dentro e fuori la Chiesa definiscono il Papa come isolato, arroccato nelle sue stanze. Insieme, l’Osservatore aveva bollato come «miserande» le fughe di notizie che hanno esposto, durante il caso Williamson, il Papa a continue strumentalizzazioni. Quella del giornale vaticano è stata una difesa importante, senz’altro voluta dai collaboratori più stretti del Papa all’interno della segreteria di Stato.
Una difesa grazie alla quale, tuttavia, i veri responsabili della crisi comunicativa e governativa evidenziatasi durante il caso Williamson non sono stati smascherati.

© Copyright Il Riformista, 18 marzo 2009


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Il Papa vola in Africa: «L’Aids non si combatte con i preservativi»

di Andrea Tornielli

nostro inviato a Yaoundé (Camerun)

Benedetto XVI è arrivato ieri pomeriggio a Yaoundé, la capitale del Camerun, prima tappa della visita che toccherà anche l’Angola, ed è stato accolto da una folla festosa e coloratissima: decine di migliaia di persone, nonostante il caldo soffocante, hanno gremito le strade lungo i 30 chilometri del percorso dall’aeroporto alla città, salutandolo con entusiasmo.

Sul volo che lo ha portato in Africa, rispondendo a una domanda sulla posizione della Chiesa nella lotta all’Aids, considerata spesso poco realista, Benedetto XVI ha dichiarato che i preservativi non risolvono il problema ma anzi lo «aumentano». Parole che hanno fatto subito il giro del mondo.
Ratzinger ha ricordato che la Chiesa è «la realtà più presente e più efficiente nella lotta contro l’Aids», ha citato l’esempio della Comunità di Sant’Egidio «che fa tanto, visibilmente e invisibilmente»; ha parlato dei «padri Camilliani» e di «tutte le suore che sono a disposizione dei malati». E ha quindi aggiunto: «Non si può superare questo problema dell’Aids solo con i soldi, che pure sono necessari», e nemmeno «con la distribuzione di preservativi», che «anzi aumentano il problema». La soluzione, incalza il Papa, passa invece attraverso «l’umanizzazione della sessualità, cioè un rinnovamento spirituale umano che comporta nuovo modo di comportarsi l’un l’altro» e attraverso «una vera amicizia soprattutto verso le persone sofferenti». La «duplice forza» della Chiesa è da un lato quella «di rinnovare l’uomo interiormente e di dargli forze spirituali e umane per un comportamento giusto nei confronti del proprio corpo e di quello dell’altro», come pure «la capacità di soffrire con i sofferenti» rimanendo «presente nelle situazioni di prova».
Nel primo discorso, rispondendo al saluto del presidente del Camerun Paul Biya, Ratzinger ha definito «particolarmente encomiabile che i malati di Aids in questo Paese siano curati gratuitamente».
Nell’incontro con i giornalisti sull’aereo, il Papa ha affrontato anche il tema della sua solitudine, argomento sul quale si è molto scritto in questi giorni, dopo la pubblicazione della lettera sul caso Williamson e sulla revoca della scomunica ai lefebvriani: «Per dire la verità devo un po’ ridere su questo mito della mia solitudine. In nessun modo mi sento solo. Ricevo quotidianamente i collaboratori più stretti, vedo regolarmente tutti i capi dei dicasteri». «Ogni giorno – ha aggiunto il Papa – ricevo vescovi in visita ad limina, ultimamente ho visto i vescovi della Nigeria, dell’Algeria, oltre a tanti colloqui amichevoli, una rete di amicizie, anche i miei compagni di messa dalla Germania sono venuti in questi giorni solo per chiacchierare con me. Niente solitudine dunque, sono veramente circondato da amici in una stretta collaborazione con i vescovi, i collaboratori e con i laici. Sono lieto per questo».
Parlando dell’Africa e della crisi economica internazionale, Benedetto XVI ha detto di non arrivare in questi Paesi «con un programma politico ed economico», ma «religioso, di fede, di morale» che proprio questo «può dare un contributo essenziale per la crisi economica». Una crisi che ha tra le sue cause principali proprio «il deficit di etica nelle strutture economiche». Perciò «parlando di Dio e dei grandi valori spirituali cerco di dare un contributo proprio per superare la crisi e rinnovare il sistema economico dal di dentro». Il Papa ha quindi spiegato ai giornalisti che proprio la necessità di inserire nuovi paragrafi dedicati alla crisi nella prossima enciclica sociale, ha fatto ritardare la sua pubblicazione.
Appena atterrato a Yaoundé, Benedetto XVI ha dovuto attendere qualche minuto prima di scendere dall’aereo, a causa di un problema tecnico al portellone. L’ospite è stato accolto dal presidente Biya, al potere da ben ventisette anni in quello che viene considerato dall’Onu uno dei Paesi più corrotti al mondo. Le parole del Papa sono una sintetica radiografia della situazione dell’Africa, dove «conflitti locali lasciano migliaia di senzatetto e di bisognosi, di orfani e di vedove. In un continente che, nel passato, ha visto tanti suoi abitanti crudelmente rapiti e portati oltremare a lavorare come schiavi, il traffico di esseri umani, specialmente di inermi donne e bambini, è diventato una moderna forma di schiavitù». «In un tempo di globale scarsità di cibo, di scompiglio finanziario, di modelli disturbati di cambiamenti climatici, l’Africa – aggiunge – soffre in maniera sproporzionata: un numero crescente di suoi abitanti finisce preda della fame, della povertà, della malattia. Essi implorano a gran voce riconciliazione, giustizia e pace, e questo è proprio ciò che la Chiesa offre loro. Non nuove forme di oppressione economica o politica, ma la libertà gloriosa dei figli di Dio. Non l’imposizione di modelli culturali che ignorano il diritto alla vita dei non ancora nati, ma la pura acqua salvifica del Vangelo della vita».

© Copyright Il Giornale, 18 marzo 2009


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PAPA: VATICANO DIFFONDE RISPOSTA COMPLETA SU AIDS E CONDOM =

(AGI) - CdV, 18 mar.

La considerazione di Benedetto XVI circa l'inefficacia del condom per arrestare l'epidemia dell'Aids in Africa e' stata riassunta ieri dai media in modo evidentemente frettoloso: la posizione espressa della Chiesa sui preservativi e' quella gia' nota di Giovanni Paolo II e ieri Papa Ratzinger ha osservato solo che questi mezzi non risolvono il problema dell'Aids a conclusione di un ragionamento lungo e articolato sulle risposte efficaci che la Chiesa Cattolica sta dando sul fronte dell'Aids proprio in Africa, come emerge dal testo completo delle dichiarazioni del Pontefice sull'aereo, diffuso solo oggi dalla Sala Stampa della Santa Sede. A porre la questione e' stato l'inviato di "France 2", Philippe Visseyrias, che ha chiesto al Pontefice se avrebbe affrontato il tema dell'Aids nel viaggio e gli ha ricordato che la posizione della Chiesa Cattolica sul modo di lottare contro questa malattia "viene spesso considerata non realistica e non efficace".
"Io - ha risposto il Pontefice - direi il contrario:
penso che la realta' piu' efficiente, piu' presente sul fronte della lotta contro l'Aids sia proprio la Chiesa Cattolica, con
i suoi movimenti, con le sue diverse realta'. Penso alla Comunita' di Sant'Egidio che fa tanto, visibilmente e anche invisibilmente, per la lotta contro l'Aids, ai Camilliani, a tutte le Suore che sono a disposizione dei malati...
Direi che non si puo' superare questo problema dell'Aids solo con slogan pubblicitari. Se non c'e' l'anima, se gli africani non si aiutano, non si puo' risolvere il flagello - ha detto il Papa - con la distribuzione di profilattici: al contrario, il rischio e' di aumentare il problema".
Per il Papa, invece, “la soluzione puo’ trovarsi solo in un duplice impegno: il primo, una umanizzazione della sessualita’, cioe’ un rinnovo spirituale e umano che porti con se’ un nuovo modo di comportarsi l’uno con l’altro, e il secondo, una vera amicizia anche e soprattutto per le persone sofferenti, la disponibilita’, anche con sacrifici, con rinunce personali, ad essere con i sofferenti. E questi - ha scandito - sono i fattori che aiutano e che portano visibili progressi”.
“Percio’ - ha continuato Papa Ratzinger - questa nostra duplice forza di rinnovare l’uomo interiormente, di dare forza spirituale e umana per un comportamento giusto nei confronti del proprio corpo e di quello dell’altro, e questa capacita’ di soffrire con i sofferenti, di rimanere presente nelle situazioni di prova, mi sembra che sia la giusta risposta, e la Chiesa fa questo e cosi’ offre un contributo grandissimo ed importante. Ringraziamo - ha concluso - tutti coloro che lo fanno”.

Dal testo completo emerge dunque l’immagine di una Chiesa che e’ impegnata nel soccorrere e non si limita a condannare (cosa che peraltro e’ del tutto assente nelle parole pronunciate dal Pontefice).

In proposito e’ intervenuto a Yaounde’ il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, che ha respinto anche lui le accuse di inefficacia rivolte all’azione della Chiesa, rilevando che anzi quella cattolica e’ una delle “presenze piu’ attive e competenti’ nella battaglia contro il virus Hiv. Le linee guida - ha spiegato - sono tre : l’educazione, le cure efficaci, l’assistenza alle persone malate”.

“Concentrarsi sul preservativo - ha continuato - non e’ la strada giusta, perche’ distoglie da un impegno educativo piu’ complessivo”, anche perche’ (come del resto dimostrano i fatti, in quanto i preservativi sono copiosamente distribuiti anche in Africa), risulta evidente che “non e’ a forza di preservativi che si blocca la diffusione dell’Aids”. In merito, ha sottolineato il religioso, “non aspettatevi cambiamenti di posizione durante questo viaggio: Benedetto XVI ha ribadito la linea gia’ affermata da Giovanni Paolo II”.
Padre Lombardi ha anche ricordato che “la Comunita’ di Sant’Egidio ha un centro a Yaounde’ dove vengono preparati gli operatori sanitari”. E Mario Giro, esponente della Comunita’ ha riferito che le cure previste dal programma Dream, che mir atra l’altro a bloccare la diffusione dell’Aids da madre a bambino, sono efficaci al 97 per cento.

© Copyright (AGI)


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INTERVISTA CONCESSA DAL SANTO PADRE BENEDETTO XVI AI GIORNALISTI DURANTE IL VOLO VERSO L’AFRICA (17 MARZO 2009)

Riportiamo di seguito la trascrizione dell’intervista concessa dal Santo Padre Benedetto XVI ai giornalisti del Volo Papale nella mattinata di ieri, martedì 17 marzo, durante il viaggio aereo da Roma a Yaoundé:

P. Lombardi: Santità, benvenuto in mezzo al gruppo dei colleghi: siamo una settantina che ci stiamo accingendo a vivere questo viaggio con Lei. Le facciamo i migliori auguri e speriamo di poterLa accompagnare con il nostro servizio, in modo tale da far partecipare anche tante altre persone a questa avventura. Come al solito, noi Le siamo molto grati per la conversazione che adesso ci concede; l’abbiamo preparata raccogliendo, nei giorni scorsi, un certo numero di domande da parte dei colleghi – ne ho ricevute una trentina – e poi ne abbiamo scelte alcune che potessero presentare un discorso un po’ completo su questo viaggio e che potessero interessare tutti; e Le siamo molto grati per le risposte che ci darà. La prima domanda, la pone il nostro collega Lucio Brunelli, della televisione italiana, che si trova qui, alla nostra destra:

Domanda: Buongiorno. Santità, da tempo – e in particolare, dopo la Sua ultima lettera ai Vescovi del mondo – molti giornali parlano di ‘solitudine del Papa’. Ecco: Lei che cosa ne pensa? Si sente davvero solo? E con quali sentimenti, dopo le recenti vicende, ora vola verso l’Africa con noi?

Papa: Per dire la verità, devo dire che mi viene un po’ da ridere su questo mito della mia solitudine: in nessun modo mi sento solo. Ogni giorno ricevo nelle visite di tabella i collaboratori più stretti, incominciando dal Segretario di Stato fino alla Congregazione di Propaganda Fide, eccetera; vedo poi tutti i Capi Dicastero regolarmente, ogni giorno ricevo Vescovi in visita ad Limina – ultimamente tutti i Vescovi, uno dopo l’altro, della Nigeria, poi i Vescovi dell’Argentina … Abbiamo avuto due Plenarie in questi giorni, una della Congregazione per il Culto Divino e l’altra della Congregazione per il Clero, e poi colloqui amichevoli; una rete di amicizia, anche i miei compagni di Messa dalla Germania sono venuti recentemente per un giorno, per chiacchierare con me … Allora, dunque, la solitudine non è un problema, sono realmente circondato da amici in una splendida collaborazione con Vescovi, con collaboratori, con laici e sono grato per questo. In Africa vado con grande gioia: io amo l’Africa, ho tanti amici africani già dai tempi in cui ero professore fino a tutt’oggi; amo la gioia della fede, questa gioiosa fede che si trova in Africa. Voi sapete che il mandato del Signore per il successore di Pietro è "confermare i fratelli nella fede": io cerco di farlo. Ma sono sicuro che tornerò io stesso confermato dai fratelli, contagiato – per così dire – dalla loro gioiosa fede.

P. Lombardi: La seconda domanda viene fatta da John Thavis, responsabile della sezione romana dell’agenzia di notizie cattolica degli Stati Uniti:

Domanda: Santità, Lei va in viaggio in Africa mentre è in corso una crisi economica mondiale che ha i suoi riflessi anche sui Paesi poveri. Peraltro, l’Africa in questo momento deve affrontare una crisi alimentare. Vorrei chiedere tre cose: questa situazione troverà eco nel Suo viaggio? E: Lei si rivolgerà alla comunità internazionale affinché si faccia carico dei problemi dell’Africa? E, la terza cosa, si parlerà di questi problemi anche nell’Enciclica che sta preparando?

Papa: Grazie per la domanda. Naturalmente, io non vado in Africa con un programma politico-economico, per cui mi mancherebbe la competenza. Vado con un programma religioso, di fede, di morale, ma proprio questo è anche un contributo essenziale al problema della crisi economica che viviamo in questo momento. Tutti sappiamo che un elemento fondamentale della crisi è proprio un deficit di etica nelle strutture economiche; si è capito che l’etica non è una cosa ‘fuori’ dall’economia, ma ‘dentro’ e che l’economia non funziona se non porta in sé l’elemento etico. Perciò, parlando di Dio e parlando dei grandi valori spirituali che costituiscono la vita cristiana, cercherò di dare un contributo proprio anche per superare questa crisi, per rinnovare il sistema economico dal di dentro, dove sta il punto della vera crisi. E, naturalmente, farò appello alla solidarietà internazionale: la Chiesa è cattolica, cioè universale, aperta a tutte le culture, a tutti i continenti; è presente in tutti i sistemi politici e così la solidarietà è un principio interno, fondamentale per il cattolicesimo. Vorrei rivolgere naturalmente un appello innanzitutto alla solidarietà cattolica stessa, estendendolo però anche alla solidarietà di tutti coloro che vedono la loro responsabilità nella società umana di oggi. Ovviamente parlerò di questo anche nell’Enciclica: questo è un motivo del ritardo. Eravamo quasi arrivati a pubblicarla, quando si è scatenata questa crisi e abbiamo ripreso il testo per rispondere più adeguatamente, nell’ambito delle nostre competenze, nell’ambito della Dottrina sociale della Chiesa, ma con riferimento agli elementi reali della crisi attuale. Così spero che l’Enciclica possa anche essere un elemento, una forza per superare la difficile situazione presente.

P. Lombardi: Santità, la terza domanda ci viene posta dalla nostra collega Isabelle de Gaulmyn, de "La Croix":

Domanda: Très Saint Père, bon jour. Faccio la domanda in italiano, ma se gentilmente può rispondere in francese … Il Consiglio speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi ha chiesto che la forte crescita quantitativa della Chiesa africana diventi anche una crescita qualitativa. A volte, i responsabili della Chiesa sono considerati come un gruppo di ricchi e privilegiati e i loro comportamenti non sono coerenti con l’annuncio del Vangelo. Lei inviterà la Chiesa in Africa ad un impegno di esame di coscienza e di purificazione delle sue strutture?

Papa: J’essayerai, si c’est possible, de parler en français. J’ai une vision plus positive de l’Eglise en Afrique : c’est une Eglise très proche des pauvres, une Eglise avec les souffrants, avec des personnes qui ont besoin d’aide et donc il me semble que l’Eglise est réellement une institution qui fonctionne encore, alors que d’autres structures ne fonctionnent plus, et avec son système d’éducation, d’hôpitaux, d’aide, dans toutes ces situations, elle est présente dans le monde des pauvres et des souffrants. Naturellement, le pêché originel est présent aussi dans l’Eglise ; il n’y a pas une société parfaite et donc il y a aussi des pêcheurs et des déficiences dans l’Eglise en Afrique, et dans ce sens un examen de conscience, une purification intérieure est toujours nécessaire, et je rappellerais aussi dans ce sens la liturgie eucharistique: on commence toujours avec une purification de la conscience, et un nouveau commencement devant la présence du Seigneur. Et je dirais plus qu’une purification des structures, qui est toujours aussi nécessaire, une purification des cœurs est nécessaire, parce que les structures sont le reflet des cœurs, et nous faisons notre possible pour donner une nouvelle force à la spiritualité, à la présence de Dieu dans notre cœur, soit pour purifier les structures de l’Eglise, soit aussi pour aider la purification des structures de la société.

P. Lombardi: Adesso, una domanda che viene dalla componente tedesca di questo gruppo di giornalisti: è Christa Kramer che rappresenta il Sankt Ulrich Verlag, che ci fa la domanda:

Domanda: Heiliger Vater, gute Reise! Padre Lombardi mi ha detto di parlare in italiano, così faccio la domanda in italiano. Quando Lei si rivolge all’Europa, parla spesso di un orizzonte dal quale Dio sembra scomparire. In Africa non è così, ma vi è una presenza aggressiva delle sètte, vi sono le religioni tradizionali africane. Qual è allora la specificità del messaggio della Chiesa cattolica che Lei vuole presentare in questo contesto?

Papa: Allora, prima riconosciamo tutti che in Africa il problema dell’ateismo quasi non si pone, perché la realtà di Dio è così presente, così reale nel cuore degli africani che non credere in Dio, vivere senza Dio non appare una tentazione. E’ vero che ci sono anche i problemi delle sètte: non annunciamo, noi, come fanno alcuni di loro, un Vangelo di prosperità, ma un realismo cristiano; non annunciamo miracoli, come alcuni fanno, ma la sobrietà della vita cristiana. Siamo convinti che tutta questa sobrietà, questo realismo che annuncia un Dio che si è fatto uomo, quindi un Dio profondamente umano, un Dio che soffre, anche, con noi, dà un senso alla nostra sofferenza per un annuncio con un orizzonte più vasto, che ha più futuro. E sappiamo che queste sètte non sono molto stabili nella loro consistenza: sul momento può fare bene l’annuncio della prosperità, di guarigioni miracolose ecc., ma dopo un po’ di tempo si vede che la vita è difficile, che un Dio umano, un Dio che soffre con noi è più convincente, più vero, e offre un più grande aiuto per la vita. E’ importante, anche, che noi abbiamo la struttura della Chiesa cattolica. Annunciamo non un piccolo gruppo che dopo un certo tempo si isola e si perde, ma entriamo in questa grande rete universale della cattolicità, non solo trans-temporale, ma presente soprattutto come una grande rete di amicizia che ci unisce e ci aiuta anche a superare l’individualismo per giungere a questa unità nella diversità, che è la vera promessa.

P. Lombardi: E ora, diamo di nuovo la parola ad una voce francese: è il nostro collega Philippe Visseyrias di France 2:

Domanda: Santità, tra i molti mali che travagliano l’Africa, vi è anche e in particolare quello della diffusione dell’Aids. La posizione della Chiesa cattolica sul modo di lottare contro di esso viene spesso considerata non realistica e non efficace. Lei affronterà questo tema, durante il viaggio? Très Saint Père, Vous serait-il possible de répondre en français à cette question?

Papa: Io direi il contrario: penso che la realtà più efficiente, più presente sul fronte della lotta contro l’Aids sia proprio la Chiesa cattolica, con i suoi movimenti, con le sue diverse realtà. Penso alla Comunità di Sant’Egidio che fa tanto, visibilmente e anche invisibilmente, per la lotta contro l’Aids, ai Camilliani, a tutte le Suore che sono a disposizione dei malati … Direi che non si può superare questo problema dell’Aids solo con slogan pubblicitari. Se non c’è l’anima, se gli africani non si aiutano, non si può risolvere il flagello con la distribuzione di profilattici: al contrario, il rischio è di aumentare il problema. La soluzione può trovarsi solo in un duplice impegno: il primo, una umanizzazione della sessualità, cioè un rinnovo spirituale e umano che porti con sé un nuovo modo di comportarsi l’uno con l’altro, e secondo, una vera amicizia anche e soprattutto per le persone sofferenti, la disponibilità, anche con sacrifici, con rinunce personali, ad essere con i sofferenti. E questi sono i fattori che aiutano e che portano visibili progressi. Perciò, direi questa nostra duplice forza di rinnovare l’uomo interiormente, di dare forza spirituale e umana per un comportamento giusto nei confronti del proprio corpo e di quello dell’altro, e questa capacità di soffrire con i sofferenti, di rimanere presente nelle situazioni di prova. Mi sembra che questa sia la giusta risposta, e la Chiesa fa questo e così offre un contributo grandissimo ed importante. Ringraziamo tutti coloro che lo fanno.

P. Lombardi: E ora, un’ultima domanda che viene addirittura dal Cile, perché noi siamo quindi molto internazionali: abbiamo anche la corrispondente della televisione cattolica cilena con noi. E le diamo la voce per l’ultima domanda: Maria Burgos ...

Domanda: Grazie, padre Lombardi. Santità, quali segni di speranza vede la Chiesa nel Continente africano? E: Lei pensa di poter rivolgere all’Africa un messaggio di speranza?

Papa: La nostra fede è speranza per definizione: lo dice la Sacra Scrittura. E perciò, chi porta la fede è convinto di portare anche la speranza. Mi sembra, nonostante tutti i problemi che conosciamo bene, che ci siano grandi segni di speranza. Nuovi governi, nuova disponibilità di collaborazione, lotta contro la corruzione – un grande male che dev’essere superato! – e anche l’apertura delle religioni tradizionali alla fede cristiana, perché nelle religioni tradizionali tutti conoscono Dio, l’unico Dio, ma appare un po’ lontano. Aspettano che si avvicini. E’ nell’annuncio del Dio fattosi Uomo che queste si riconoscono: Dio si è realmente avvicinato. Poi, la Chiesa cattolica ha tanto in comune: diciamo, il culto degli antenati trova la sua risposta nella comunione dei santi, nel purgatorio. I santi non sono solo i canonizzati, sono tutti i nostri morti. E così, nel Corpo di Cristo si realizza proprio anche quanto intuiva il culto degli antenati. E così via. Così c’è un incontro profondo che dà realmente speranza. E cresce anche il dialogo interreligioso – ho parlato io adesso con più della metà dei vescovi africani, e le relazioni con i musulmani, nonostante i problemi che si possono verificare, sono molto promettenti, essi mi hanno detto; il dialogo cresce nel rispetto reciproco e la collaborazione nelle comuni responsabilità etiche. E del resto anche cresce questo senso di cattolicità che aiuta a superare il tribalismo, uno dei grandi problemi, e ne scaturisce la gioia di essere cristiani. Un problema delle religioni tradizionali è la paura degli spiriti. Uno dei Vescovi africani mi ha detto: uno è realmente convertito al cristianesimo, è divenuto pienamente cristiano quando sa che Cristo è realmente più forte. Non c’è più paura. E anche questo è un fenomeno in crescita. Così, direi, con tanti elementi e problemi che non possono mancare, crescono le forze spirituali, economiche, umane che ci danno speranza, e vorrei proprio mettere in luce gli elementi di speranza.

P. Lombardi: Grazie mille, Santità, del tempo che ci ha dato, delle cose che ci ha detto. E’ una ottima introduzione per seguire il Suo viaggio con molto entusiasmo. Ci daremo veramente da fare per allargare il Suo messaggio a tutto il Continente e a tutti i nostri lettori ed ascoltatori.
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Discorso di Benedetto XVI ai Vescovi del Camerun



YAOUNDÉ, mercoledì, 18 marzo 2009 (ZENIT.org).-Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato questo martedì mattina de Benedetto XVI durante l'incontro con i Vescovi del Camerun nella Chiesa Christ-Roi in Tsinga a Yaoundé.









* * *

Signor Cardinale,
Cari Fratelli nell’Episcopato,

Questo incontro con i Pastori della Chiesa Cattolica in Camerun rappresenta per me una grande gioia. Ringrazio il Presidente della vostra Conferenza Episcopale, Mons. Simon-Victor Tonyé Bakot, Arcivescovo di Yaoundé, per le amabili parole che mi ha rivolto in vostro nome. E’ la terza volta che il vostro Paese accoglie il Successore di Pietro e, come voi sapete, il motivo del mio viaggio è innanzitutto un’occasione per incontrare i popoli dell’amato continente africano ed anche per consegnare ai Presidenti delle Conferenze episcopali l'Instrumentum laboris della seconda Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per Africa. E questa mattina, attraverso di voi, desidero salutare con affetto tutti i fedeli affidati alle vostre cure pastorali. La grazia e la pace del Signore Gesù siano con ciascuno di voi, con tutte le famiglie del vostro grande e bel paese, con i sacerdoti, i religiosi e le religiose, i catechisti e le persone impegnate con voi nell’annuncio del Vangelo!

In questo anno consacrato a san Paolo, è particolarmente opportuno ricordarci l’urgente necessità di annunciare il Vangelo a tutti. Questo mandato, che la Chiesa ha ricevuto da Cristo rimane una priorità, giacché numerose sono ancora le persone che attendono il messaggio di speranza e di amore che permetterà loro di «conoscere la libertà, la gloria dei figli di Dio» (Rm 8, 21). Con voi dunque, cari Fratelli, sono le vostre comunità diocesane tutte intere ad essere inviate per rendere testimonianza del Vangelo. Il Concilio Vaticano II ha ricordato con forza che « l’attività missionaria attiene profondamente alla natura stessa della Chiesa » (Ad gentes, n. 6). Per guidare e stimolare il Popolo di Dio in questo compito, i Pastori devono essere essi stessi, prima di tutto, annunciatori della fede per condurre a Cristo nuovi discepoli. L’annuncio del Vangelo è proprio del Vescovo che, come san Paolo, può così proclamare : « Annunciare il Vangelo non è per me un vanto, perchè è una necessità che mi si impone : guai a me se non annunciassi il Vangelo » (1 Co 9, 16). Per confermare e purificare la loro fede, i fedeli hanno bisogno della parola del loro Vescovo, che è il catechista per eccellenza.

Per assumere questa missione d’evangelizzazione e rispondere alle molteplici sfide della vita del mondo d’oggi, al di là degli incontri istituzionali, che sono in sé necessari, una profonda comunione deve unire tra loro i Pastori della Chiesa. La qualità dei lavori della vostra Conferenza episcopale, che ben riflettono la vita della Chiesa e della società camerunense, vi permettono di cercare insieme risposte alle molteplici sfide che la Chiesa deve affrontare e, attraverso le vostre Lettere pastorali, di offrire direttive comuni per aiutare i fedeli nella loro vita ecclesiale e sociale. La viva coscienza della dimensione collegiale del vostro ministero deve indurvi a realizzare fra di voi le molteplici espressioni della fraternità sacramentale, che vanno dall’accoglienza e dalla stima reciproca alle diverse attenzioni di carità e di collaborazione concreta (cf. Pastores gregis, n. 59). Una effettiva collaborazione fra le diocesi, segnatamente per una migliore ripartizione dei sacerdoti nel vostro Paese, non può che favorire le relazioni di solidarietà fraterna con le Chiese diocesane più povere così che l’annuncio del Vangelo non soffra della mancanza di ministri. Questa solidarietà apostolica si estenderà con generosità ai bisogni delle altre Chiese locali, e in particolare a quelle del vostro continente. Così apparirà chiaramente che le vostre comunità cristiane, sull’esempio di quelle che vi hanno recato il messaggio evangelico, sono esse stesse una Chiesa missionaria.

Cari Fratelli nell’Episcopato, il Vescovo e i suoi sacerdoti sono chiamati a intrattenere relazioni di particolare comunione, fondate sulla loro speciale partecipazione all’unico sacerdozio di Cristo, anche se in gradi diversi. La qualità dei legami con i sacerdoti che sono i vostri principali e irrinunciabili collaboratori, è di fondamentale importanza. Vedendo nel loro Vescovo un padre e un fratello che li ama, che li ascolta e li rinfranca nelle prove, che presta un'attenzione privilegiata al loro benessere umano e materiale, essi sono incoraggiati a farsi carico pienamente del loro ministero in modo degno ed efficace. L’esempio e la parola del loro Vescovo è per essi un aiuto prezioso per dare alla loro vita spirituale e sacramentale un posto centrale nel loro ministero, incoraggiandoli a scoprire e vivere sempre più profondamente che lo specifico del pastore è essere innanzitutto un uomo di preghiera e che la vita spirituale e sacramentale è una straordinaria ricchezza dataci per noi stessi e per il bene del popolo che ci è affidato. Vi invito infine a vigilare con particolare attenzione alla fedeltà dei sacerdoti e delle persone consacrate agli impegni assunti con la loro ordinazione e con il loro ingresso nella vita religiosa, affinché perseverino nella loro vocazione, per una maggiore santità della Chiesa e per la gloria di Dio. L'autenticità della loro testimonianza richiede che non vi sia alcuna differenza tra ciò che essi insegnano e ciò che vivono ogni giorno.

Nelle vostre diocesi numerosi giovani si presentano come candidati al sacerdozio. Possiamo solo ringraziarne il Signore. E’ essenziale che sia fatto un serio discernimento. A tal fine, vi incoraggio, nonostante le difficoltà organizzative a livello pastorale che talvolta possono sorgere, a dare priorità alla selezione e alla formazione dei formatori e dei direttori spirituali. Essi devono avere una conoscenza personale e approfondita dei candidati al sacerdozio ed essere in grado di garantire loro una formazione umana, spirituale e pastorale solida che faccia di loro degli uomini maturi ed equilibrati, ben preparati per la vita sacerdotale. Il vostro costante sostegno fraterno aiuterà i formatori a svolgere il loro compito con l'amore per la Chiesa e la sua missione.

A partire dalle origini della fede cristiana in Camerun, i religiosi e le religiose hanno dato un contributo fondamentale alla vita della Chiesa. Con voi rendo grazie a Dio e mi compiaccio dello sviluppo della vita consacrata tra le figlie e i figli del vostro Paese, che ha consentito anche la manifestazione dei carismi propri dell’Africa nelle comunità sorte nel vostro Paese. In effetti, la professione dei consigli evangelici è come « un segno che può e deve attirare efficacemente i membri della Chiesa a compiere generosamente i doveri della vocazione cristiana » (Lumen gentium, n. 44).

Nel vostro servizio per annunciare il Vangelo, siete anche aiutati da altri operatori pastorali, in particolare i catechisti. Nell'evangelizzazione del vostro Paese essi hanno avuto e hanno ancora un ruolo determinante. Li ringrazio per la loro generosità e la fedeltà al servizio della Chiesa. Per loro tramite si realizza una autentica inculturazione della fede. La loro formazione umana, spirituale e dottrinale è dunque essenziale. Il sostegno materiale, morale e spirituale che i pastori offrono per compiere la loro missione in buone condizioni di vita e di lavoro, è anche per essi l'espressione del riconoscimento da parte della Chiesa dell'importanza del loro impegno per l'annuncio e lo sviluppo della fede.

Tra le numerose sfide che incontrate nella vostra responsabilità di Pastori, vi preoccupa particolarmente la situazione della famiglia. Le difficoltà dovute in special modo all’impatto della modernità e della secolarizzazione con la società tradizionale, vi incitano a preservare con determinazione i valori fondamentali della famiglia africana, facendo della sua evangelizzazione in modo approfondito una delle principali priorità. Nel promuovere la pastorale familiare, voi vi impegnate a favorire una migliore comprensione della natura, della dignità e del ruolo del matrimonio che richiede un amore indissolubile e stabile.

La liturgia occupa un posto importante nella manifestazione della fede delle vostre comunità. Di solito queste celebrazioni ecclesiali sono festose e gioiose, esprimendo il fervore dei fedeli, felici di essere insieme, come Chiesa, per lodare il Signore. E’ dunque essenziale che la gioia così manifestata non sia un ostacolo ma un mezzo per entrare in dialogo e in comunione con Dio, per mezzo di una effettiva interiorizzazione delle strutture e della parole di cui si compone la liturgia, in modo che essa traduca ciò che succede nel cuore dei credenti, in unione reale con tutti i partecipanti. La dignità delle celebrazioni, soprattutto quando esse si svolgono con un grande afflusso di partecipanti, ne è un segno eloquente.

Lo sviluppo di sette e movimenti esoterici come pure la crescente influenza di una religiosità superstiziosa, come anche del relativismo, sono un invito pressante a dare un rinnovato impulso alla formazione dei giovani e degli adulti, in particolare nel mondo universitario e intellettuale. In questa prospettiva, desidero incoraggiare e lodare gli sforzi dell'Istituto cattolico di Yaoundé e di tutte le istituzioni ecclesiali la cui missione è quella di rendere accessibile e comprensibile a tutti la Parola di Dio e l'insegnamento della Chiesa. Sono lieto di sapere che nel vostro paese i fedeli laici sono sempre più impegnati nella vita della Chiesa e della società. Le numerose associazioni di laici che fioriscono nelle vostre diocesi, sono segno dell’opera dello Spirito nel cuore dei fedeli e contribuiscono a un nuovo annuncio del Vangelo. Sono lieto di evidenziare e incoraggiare la partecipazione attiva delle associazioni femminili nei vari settori della missione della Chiesa, dimostrando così una reale consapevolezza della dignità della donna e la sua specifica vocazione nella comunità ecclesiale e nella società. Ringrazio Dio per l’impegno che i laici da voi manifestano di contribuire al futuro della Chiesa e all’annuncio del Vangelo. Attraverso i sacramenti dell'iniziazione cristiana e i doni dello Spirito Santo, essi sono abilitati e impegnati ad annunciare il Vangelo servendo la persona e la società. Vi incoraggio pertanto vivamente a perseverare nei vostri sforzi per dare ad essi una solida formazione cristiana che consenta loro di « svolgere pienamente il loro ruolo di animazione cristiana dell’ordine temporale (politico, culturale, economico, sociale), che è una caratteristica della vocazione secolare del laicato ». (Ecclesia in Africa, n. 75).

Nel contesto della globalizzazione in cui ci troviamo, la Chiesa ha un interesse particolare per le persone più bisognose. La missione del Vescovo lo impegna ad essere il principale difensore dei diritti dei poveri, a promuovere e favorire l'esercizio della carità, manifestazione dell’amore del Signore per i piccoli. In questo modo, i fedeli sono portati a cogliere in modo concreto che la Chiesa è una vera famiglia di Dio, riunita dall’amore fraterno, che esclude ogni etnocentrismo e particolarismo eccessivi e contribuisce alla riconciliazione e alla cooperazione tra le etnie per il bene di tutti. D'altra parte, la Chiesa, attraverso la sua dottrina sociale, vuole risvegliare la speranza nei cuori degli esclusi. E’ anche dovere dei cristiani, specialmente dei laici che hanno responsabilità sociali, economiche, politiche, di lasciarsi guidare dalla dottrina sociale della Chiesa, per contribuire alla costruzione di un mondo più giusto in cui ciascuno potrà vivere dignitosamente.

Signor Cardinale, cari Fratelli nell’Episcopato, al termine del nostro incontro vorrei esprimere ancora la mia gioia di trovarmi nel vostro paese e di incontrare il popolo camerunense. Vi ringrazio per la vostra accoglienza calorosa, segno della generosa ospitalità africana. La Vergine Maria, Nostra Signora d’Africa, vegli su tutte le vostre comunità diocesane. A Lei affido l’intero popolo camerunense, e di gran cuore vi imparto una affettuosa Benedizione Apostolica, che estendo ai sacerdoti, ai religiosi e alle religiose, ai catechisti e a tutti i fedeli delle vostre diocesi.



[© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana]







Il Papa ai vescovi del Camerun: urgente annunciare il Vangelo a tutti


Seconda giornata del Papa in Africa. Dopo il bagno di folla di ieri al suo arrivo all’aeroporto internazionale di Yaoundé, stamani l’incontro di Benedetto XVI con i vescovi del Camerun. Nel suo discorso il Papa ha sottolineato "l’urgente necessità di annunciare il Vangelo a tutti". Il servizio del nostro inviato Giancarlo la Vella.

Il Papa esorta la Chiesa del Camerun a guardare al modello di San Paolo, in quest’anno consacrato all’Apostolo delle Genti. L’annuncio del Vangelo è un compito del vescovo che, come San Paolo, può così proclamare: “Annunciare il Vangelo non è per me un vanto, perché è una necessità che mi si impone. Guai a me se non annunciassi il Vangelo”. E il vescovo – dice il Papa – è il catechista per eccellenza. E’ colui che conferma e purifica il suo popolo nella fede. Ed è questo il compito che la Chiesa ha ricevuto da Cristo, proprio perché sono ancora tante le persone che attendono il messaggio di amore e di speranza, che permetterà loro di conoscere la libertà e la gloria dei figli di Dio. Benedetto XVI sottolinea che la missionarietà, come già indicato dal Concilio Vaticano II, attiene profondamente alla natura stessa della Chiesa. E per realizzare l’evangelizzazione, dice il Pontefice ai presuli camerunensi, occorre una profonda unione tra i Pastori, per cercare insieme risposte alle molteplici sfide e offrire direttive comuni per aiutare i fedeli nella loro vita ecclesiale e sociale. La solidarietà apostolica e la comunione va poi estesa con generosità alle altre Chiese locali, ai catechisti, ai sacerdoti, con un particolare controllo sulla fedeltà agli impegni assunti con l’ordinazione, nel rispetto della propria vocazione. Ciò che viene insegnato deve invece essere profondamente vissuto anche nella vita di ognuno. E Benedetto XVI esorta anche a rivolgere particolare attenzione ai giovani che si avvicinano al sacerdozio:


"In your dioceses...
“Nelle vostre diocesi numerosi giovani si presentano come candidati al sacerdozio. Possiamo solo ringraziarne il Signore. E’ essenziale che sia fatto un serio discernimento. A tal fine, vi incoraggio, nonostante le difficoltà organizzative a livello pastorale che talvolta possono sorgere, a dare priorità alla selezione e alla formazione dei formatori e dei direttori spirituali. Essi devono avere una conoscenza personale e approfondita dei candidati al sacerdozio ed essere in grado di garantire loro una formazione umana, spirituale e pastorale solida che faccia di loro degli uomini maturi ed equilibrati, ben preparati per la vita sacerdotale. Il vostro costante sostegno fraterno aiuterà i formatori a svolgere il loro compito con l'amore per la Chiesa e la sua missione”.


E poi l’esortazione del Santo Padre ai vescovi del Camerun a seguire con particolare dedizione pastorale le famiglie, i cui valori fondamentali, come il matrimonio e l’amore indissolubile e stabile, vengono messi a rischio dalla modernità e della secolarizzazione. Quindi ancora un appello ad essere vicini ai giovani esposti a numerosi pericoli:


"The spread of sects...
“Lo sviluppo di sette e movimenti esoterici come pure la crescente influenza di una religiosità superstiziosa, come anche del relativismo, sono un invito pressante a dare un rinnovato impulso alla formazione dei giovani e degli adulti, in particolare nel mondo universitario e intellettuale. In questa prospettiva, desidero incoraggiare e lodare gli sforzi dell'Istituto cattolico di Yaoundé e di tutte le istituzioni ecclesiali la cui missione è quella di rendere accessibile e comprensibile a tutti la Parola di Dio e l'insegnamento della Chiesa”.


Il Papa si rivolge anche al laicato, che sempre di più si impegna nella vita della Chiesa e della società. Le numerose iniziative, dice il Papa, sono opera dello Spirito e contribuiscono ad un nuovo annuncio del Vangelo. Poi un ringraziamento all’associazionismo femminile per il grande impegno profuso nella promozione della dignità della donna. Infine, il forte accento del Pontefice sulla povertà. Il vescovo – dice il Papa – è il principale difensore dei diritti dei poveri e deve favorire l’esercizio della carità. In questo modo la Chiesa diventa una vera famiglia fondata sull’amore fraterno, che contribuisce alla riconciliazione e alla cooperazione fra le etnie per il bene di tutti.




Benedetto XVI al suo arrivo in Camerun: troppe piaghe in Africa, la speranza arriva dal Vangelo e dalla solidarietà


In un continente che soffre per la fame e le malattie, è insanguinato da troppi conflitti e sfruttato da interessi economici e politici, vengo “a portare speranza ai cuori del popolo dell’Africa”: quella che nasce dal Vangelo e dai suoi ideali di giustizia. Con queste parole, Benedetto XVI si è presentato ieri pomeriggio alla popolazione del Camerun. Pochi minuti dopo l’atterraggio all’aeroporto di Yaoundé, il Papa ha ricevuto l’indirizzo di omaggio del presidente, Paul Biya, e ha poi tenuto il primo discorso del suo viaggio apostolico. La cronaca nel servizio di Alessandro De Carolis:

(musica africana)

L’Africa soffre “sproporzionatamente” e c’è chi non si fa scrupoli di alimentare anche le forme più ignobili di abuso contro gli africani - una su tutte, il traffico di esseri umani - pur di trarre vantaggi dall’instabilità del continente. Non così la Chiesa, che per sua missione da centinaia di anni riversa sull’Africa e gli africani la speranza del Vangelo e il conforto di una solidarietà costantemente in azione. Sul contrasto tra queste due opposte facce del continente - e sulla stabilità del Camerun che di quel contrasto si presenta come volto positivo - Benedetto XVI, alternando il francese all’inglese, ha giocato ieri il suo discorso d’esordio. Davanti agli occhi della gente di Yaoundé, ma idealmente davanti agli occhi di tutta l’Africa, il Papa ha presentato la sua visita pastorale nel segno del mandato petrino - la conferma nella fede dei 150 milioni di cattolici del continente - ma anche nel segno, anzi nel solco dei “grandi Santi” che in quasi duemila anni, da San Cipriano di Cartagine a Santa Josephine Bakhita, hanno innervato l’Africa del messaggio cristiano, ancora e più che mai decisivo, ha affermato, in una “situazione di sofferenza e di ingiustizia:


“In the face of suffering or violence…
Di fronte al dolore o alla violenza, alla povertà o alla fame, alla corruzione o all’abuso di potere, un cristiano non può mai rimanere in silenzio. Il messaggio salvifico del Vangelo esige di essere proclamato con forza e chiarezza, così che la luce di Cristo possa brillare nel buio della vita delle persone".


“Qui, in Africa, come pure in tante altre parti del mondo - ha proseguito Benedetto XVI - innumerevoli uomini e donne anelano ad udire una parola di speranza e di conforto”. E qui il Papa, in una rassegna drammatica, ha ricordato i mille volti della sproporzionata sofferenza africana. Le “migliaia di senza tetto e di bisognosi, di orfani e di vedove”. O gli uomini, le donne e i bambini “crudelmente rapiti e portati oltremare a lavorare come schiavi” un tempo, come oggi in modo analogo le vittime “inermi” della tratta, “moderna forma di schiavitù”. O tutti gli altri che, in vario modo, subiscono l’attuale e “globale scarsità di cibo”, lo “scompiglio finanziario”, i “modelli disturbati di cambiamenti climatici”:


“Africa suffers disproportionately…
L’Africa soffre sproporzionatamente: un numero crescente di suoi abitanti finisce preda della fame, della povertà, della malattia. Essi implorano a gran voce riconciliazione, giustizia e pace, e questo è proprio ciò che la Chiesa offre loro. Non nuove forme di oppressione economica o politica, ma la libertà gloriosa dei figli di Dio. Non l’imposizione di modelli culturali che ignorano il diritto alla vita dei non ancora nati, ma la pura acqua salvifica del Vangelo della vita. Non amare rivalità interetniche o interreligiose, ma la rettitudine, la pace e la gioia del Regno di Dio, descritto in modo così appropriato dal Papa Paolo VI come ‘civiltà dell’amore’”.


Nel deserto di queste piaghe, il Camerun rappresenta un’oasi, un’“Africa in miniatura”, ha riconosciuto il Papa, dove 200 gruppi etnici “vivono in armonia”, o dove i malati di Aids sono “curati gratuitamente”. E dunque, un Paese che si offre realmente come una “terra di speranza per molti nell’Africa centrale”:


“Des milliers de réfugiés, fuyant des pays dévastés…
Migliaia di rifugiati dai Paesi della regione devastati dalla guerra hanno ricevuto qui accoglienza. E’ una terra di vita, con un Governo che parla chiaramente in difesa dei diritti del non nati. E’ una terra di pace (…) E’ una terra di giovani, benedetta con una popolazione giovane piena di vitalità e impaziente di costruire un mondo più giusto e pacifico”.

In questo contesto, ha osservato Benedetto XVI, la Chiesa africana si affaccia nel 21.mo secolo con il bagaglio della sua lunga tradizione e con lo sguardo rivolto a un futuro per affrontare il quale il Sinodo di ottobre sarà certamente di ispirazione:


“Almost ten years into the new millennium…
Dopo quasi dieci anni del nuovo millennio, questo momento di grazia è un appello a tutti i Vescovi, sacerdoti, religiosi e fedeli laici del Continente a dedicarsi nuovamente alla missione della Chiesa a portare speranza ai cuori del popolo dell’Africa, e con ciò pure ai popoli di tutto il mondo".





Il commento di padre Lombardi al viaggio del Papa in Africa


Sul primo contatto del Papa con l’Africa, al suo arrivo ieri in Camerun, ascoltiamo il direttore della Sala Stampa vaticana padre Federico Lombardi, al microfono del nostro inviato Giancarlo La Vella:


R. – Mi sembra un contatto meraviglioso, soprattutto l’accoglienza che si è avuta nella città: il lungo trasferimento di alcune decine di chilometri, dall’aeroporto fino alla nunziatura, è stato segnato da un grande entusiasmo, una calorosa accoglienza … Anche i monsignori della nunziatura con cui mi trovavo mentre viaggiavamo mi dicevano che loro stessi non si aspettavano un’accoglienza di questo genere. C’era veramente tantissima gente, soprattutto poi nel centro della città, e poi con le espressioni di affetto e di gioia tipicamente africane: canti, gesti, sorrisi, movimenti di danza … Ecco, veramente, meglio di così mi pare che sarebbe stato difficile accogliere il Santo Padre e certamente lui si è sentito molto bene accolto. Del resto, anche il discorso che egli ha fatto all’aeroporto a me è sembrato subito un discorso molto significativo, molto importante. Bisogna pensare che durante la visita in Camerun ci saranno soprattutto momenti ecclesiali; quindi questo discorso è stato un discorso alla Nazione – in generale – con l’invito alla pace, l’invito alla riconciliazione e la lode per gli aspetti positivi della cultura di pace e di convivenza tra le diverse etnie che c’è nel Camerun e anche un forte invito al mondo intero ad aiutare l’Africa a crescere sulla via della pace, della giustizia e della riconciliazione che è appunto il tema del Sinodo africano. Interessante è anche l’accenno, molto forte, alla cura dei malati di Aids, alla cura gratuita per i malati di Aids. Ecco, quindi, un discorso del Papa che già entra proprio nel cuore dei problemi dell’Africa anche se in un modo piuttosto conciso. E anche tutta l’accoglienza da parte del presidente e delle altre autorità mi è sembrata molto positiva. Insomma, un avvio di viaggio, qui in Camerun, estremamente sereno, estremamente costruttivo che lascia ben sperare per quello che ci si attende e che si desidera da questo viaggio in Africa.


D. – Intanto si continua a parlare di quanto detto dal Papa in aereo sull’Aids...


R. – Naturalmente in una risposta brevissima si possono dire poche cose, però i punti essenziali erano molto chiari. Anzitutto c’è la formazione che la Chiesa dà nel campo della responsabilità e della responsabilità anche nell’uso della sessualità, nel quadro della famiglia, del matrimonio, della visione della persona umana e della famiglia e del matrimonio che la Chiesa ha. Quindi, responsabilità anzitutto. Poi, l’impegno anche per le cure mediche. In questo il Papa ha fatto l’esempio del progetto “Dream” della Comunità di Sant’Egidio, di cui tra l’altro ha incontrato questa mattina proprio un bel gruppo di rappresentanti del Centro di formazione di questo progetto, che si trova qui in Camerun. C’erano 67 giovani africani che si stanno formando per essere operatori di questo progetto che è già lanciato e attivo in dieci Paesi africani, con 100 mila malati in cura e un milione sotto osservazione. Quindi, le cure, che sono per fortuna, oggi, piuttosto efficaci, anzi molto efficaci, sono messe in pratica pienamente: si parla del 97 per cento di efficacia. E il Papa – come dicevo - ha chiesto ieri, durante il discorso all’aeroporto, anche la gratuità di queste cure. Poi, il terzo punto, è quello della vicinanza a chi soffre, e in questo la Chiesa ha una grandissima tradizione con tutta la sua presenza nel mondo della sofferenza. E quando il Papa andrà a visitare anche il Centro Leger, domani, dovrà testimoniare questa attenzione della Chiesa a chi soffre. Ecco, quindi, responsabilità, impegno per le cure sanitarie e vicinanza a chi soffre. Pensare che i problemi si risolvano puntando tutto o mettendo l’attenzione quasi esclusivamente sull’uso dei preservativi è un’illusione, perché non va nel senso della responsabilità e della crescita della persona nella sua completezza, ma anzi può essere anche una componente di non aiuto a far crescere nella responsabilità. In questo senso, i punti positivi su cui la Chiesa si impegna sono altri.







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Africa/ Papa: Preti siano uomini maturi, equilibrati e di fede

Vescovi vigilino con attenzione a fedeltà dei sacerdoti

Roma, 18 mar. (Apcom)

I preti siano non solo uomini di fede, ma abbiano una "formazione umana, spirituale e pastorale solida che faccia di loro degli uomini maturi ed equilibrati, ben preparati per la vita sacerdotale". E' l'identikit tracciato dal Papa che questa mattina, a Yaoundè, la capitale del Camerun, ha incontrato i vescovi del Paese presso la Chiesa Christ-Roi in Tsinga.
Benedetto XVI chiede che sia prestata particolare attenzione ai giovani. "Nelle vostre diocesi - dice - numerosi giovani si presentano come candidati al sacerdozio. È essenziale che sia fatto un serio discernimento". Per questo, il Papa incoraggia a "dare priorità alla selezione e alla formazione dei formatori e dei direttori spirituali". "Essi devono avere una conoscenza personale e approfondita dei candidati al sacerdozio ed essere in grado di garantire loro una formazione umana, spirituale e pastorale solida che faccia di loro degli uomini maturi ed equilibrati, ben preparati per la vita sacerdotali".
E rivolgendosi ai vescovi, osserva: "Sia un uomo di preghiera" che deve "vigilare con particolare attenzione alla fedeltà dei sacerdoti e delle persone consacrate agli impegni assunti con la loro ordinazione e con il loro ingresso nella vita religiosa, affinchè perseverino nella loro vocazione, per una maggiore santità della chiesa e per la gloria di Dio. L'autenticità della loro testimonianza - conclude il Papa - richiede che non vi sia alcuna differenza tra ciò che essi insegnano e ciò che vivono ogni giorno".

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Papa Ratzi Superstar

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"CON IL CUORE SPEZZATO... SEMPRE CON TE!"
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PAPA: A YAOUNDE' HA INCONTRATO FUORI PROGRAMMA COMUNITA' SANT'EGIDIO

(ASCA) - Roma, 18 mar

Nel secondo giorno della sua prima visita in Africa, papa Benedetto XVI ha incontrato a Yaounde' in Camerun, una folta delegazione della Comunita' di Sant'Egidio, composta dai partecipanti al corso ''Dream'' dell'Africa francofona, accompagnati da rappresentanti delle comunita' in Camerun. Un incontro fuori programma, che si e' svolto nella Nunziatura dove il papa risiede in questi giorni. Dopo aver salutato affettuosamente i presenti, Benedetto XVI ha raccontato di aver ''parlato di voi durante il viaggio e del vostro lavoro contro l'Aids. Conosco il vostro lavoro - ha proseguito - e tutto quello che fate. Prego per voi. Pregate anche voi per me''. Al pontefice sono stati presentati i partecipanti del corso e illustrate le novita' e i successi del programma ''Dream'' in Africa, presente in dieci paesi del continente. Un particolare accento e' stato posto sulla cura completa e gratuita, vera risposta alla sfida dell'Aids. Congedandosi, papa Ratzinger ha lanciato a tutti un saluto benaugurante: ''Dream! Un sogno diventato realta'!''. La sera precedente i partecipanti al corso assieme alle comunita' del Camerun avevano salutato il papa al suo arrivo a Yaounde' con striscioni di benvenuto e canti al suo passaggio. Ieri, durante il volo verso il Camerun, il papa ha lodato l'impegno contro l'Aids di tante organizzazioni cattoliche ed ha citato, insieme ad altre organizzazioni religiosne, Sant'Egidio.

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L'importanza di un viaggio

Sarà importante, anzi lo è già, questo nuovo viaggio internazionale del Papa. E lo hanno percepito i media, sia pure riducendolo a un solo aspetto - per di più stravolto in chiave polemica - e cioè quello dei metodi per contrastare la diffusione dell'Aids.
Sì, è importante la presenza di Benedetto XVI in Camerun e Angola, come i giornalisti al seguito hanno potuto capire subito dalle sue risposte alle loro domande mentre l'aereo iniziava a sorvolare il deserto del Sahara, e come è apparso dai primi due discorsi, durante la cerimonia di benvenuto e ai vescovi. Proprio loro sono stati i primi a porgere al Papa gli auguri - che formula con affetto anche il nostro giornale - per la festa del suo santo patrono.
L'importanza del viaggio ha diversi aspetti: la visita - la terza di un Papa in poco più di un ventennio - a due grandi Paesi quali il Camerun, presentato non a torto come un'Africa in miniatura, e l'Angola; la vicinanza che anche in questo modo il vescovo di Roma vuole dimostrare a tutto il continente africano, dove il cattolicesimo è giovane e in vigorosa crescita, su radici antiche e con realizzazioni rilevanti; la dimensione collegiale, che è ancora più accentuata di quanto non sia solitamente nelle visite papali internazionali.
Questo aspetto collegiale del viaggio africano è stato sottolineato da Benedetto XVI interrogato sulla sua presunta solitudine, una raffigurazione che lo fa "un po' ridere" - ha detto testualmente. Aggiungendo subito dopo che è circondato da amici, anzi da una "rete di amicizia", formata innanzi tutto dal cardinale segretario di Stato e dai suoi più stretti collaboratori, in un impegno quotidiano di tipo collegiale, come storicamente è quello della Curia romana, segnato dalle udienze abituali, dalle visite degli episcopati, dalle riunioni plenarie delle congregazioni - ha voluto spiegare a chi non vuole capire. In una circolarità tra centro e periferia sempre più accentuata.
Nel lavoro di ogni giorno è compresa la preparazione, lunga e coscienziosa, dei viaggi, divenuti da quasi mezzo secolo una forma nuova del servizio papale. Come questo, al quale non solo simbolicamente prendono parte i responsabili più alti della Segreteria di Stato, ma anche un cardinale vescovo proveniente dall'Africa, il cardinale prefetto e l'arcivescovo segretario (anch'egli africano) della Congregazione per l'evangelizzazione dei popoli, l'arcivescovo segretario del Sinodo dei vescovi.
Grazie a questa preparazione, in continuo scambio con le rappresentanze pontificie nei diversi Paesi e con gli episcopati, le visite internazionali del vescovo di Roma portano frutti, immediati - come appare in queste ore dall'entusiasmo autentico e commovente dei fedeli camerunesi - e durevoli. Benedetto XVI viaggia, come i suoi predecessori, per testimoniare e annunciare il Signore. E questo ha effetti politici in senso alto. Anche ora nel sollecitare il continente africano e tutta la comunità internazionale a un impegno comune che aiuti a superare la crisi globale.

g. m. v.

(©L'Osservatore Romano - 19 marzo 2009)


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SUL SITO DEL VATICANO SPARISCE IL TERMINE "PRESERVATIVO"

Il Vaticano, nel pubblicare la trascrizione integrale dell'intervista concessa ai giornalisti dal Papa martedì durante il volo verso il Camerun, ha corretto le parole usate da Benedetto XVI sui preservativi.
Nel testo che compare sul bollettino e sul sito della Santa Sede, Ratzinger afferma: «....Direi che non si può superare questo problema dell'Aids solo con slogan pubblicitari. Se non c'è l'anima, se gli africani non si aiutano, non si può risolvere il flagello con la distribuzione di profilattici: al contrario, il rischio è di aumentare il problema».
Dalla sbobinatura della registrazione in possesso dei giornalisti, le parole di Benedetto XVI risultano invece nel seguente modo: «...direi che non si può superare questo problema dell'Aids solo con i soldi, che sono necessari, ma se non c'è l'anima che sa applicarli, non aiutano; non si può superare con la distribuzione di preservativi che, al contrario, aumentano il problema».

© Copyright Corriere online


Eheheheheh!!!! Il Vaticano censura il Papa?????
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PAPA: CHI COMANDA NON SI GONFI D'ORGOGLIO,SPESSO SOTTOPOSTI MEGLIO DI LUI

(ASCA) - Roma, 18 mar

Chi comanda non deve ''gonfiarsi d'orgoglio a motivo del suo rango piu' elevato, ma sapra' che il suo inferiore puo' essere migliore di lui, cosi' come Gesu' e' stato sottomesso a Giuseppe'': lo ha detto oggi pomeriggio papa Benedetto XVI, celebrando i vespri nella grande basilica di Marie Reine des Apotres, davanti ai preti, religiosi e suore della capitale del Camerun, Yaounde', insieme ai rappresentanti delle chiese protestanti e ortodosse locali. Il pontefice ha tenuto una lunga riflessione spirituale, di fronte ad una Chiesa molto legata al senso di gerarchia come quella africana, e ha citato Origene per ricordare che ''spesso un uomo di minor valore e' posto al di sopra di gente migliore di lui e a volte succede che l'inferiore ha piu' valore di colui che sembra comandargli''. ''Quando chi ha ricevuto una dignita' comprende questo, non si gonfiera' d'orgoglio a motivo del suo rango piu' elevato, ma sapra' che il suo inferiore puo' essere migliore di lui, cosi' come Gesu' e' stato sottomesso a Giuseppe'', ha proseguito il pontefice. Per il papa, il ministero pastorale vissuto nel sacerdozio ''richiede molte rinunce, ma e' anche sorgente di gioia''. Ai sacerdoti presenti, ha chiesto di ''rispondere con fedelta' alla chiamata che il Signore vi ha fatto un giorno, come egli ha chiamato Giuseppe a vegliare su Maria e sul Bambino Gesu'! Possiate rimanere fedeli, cari sacerdoti, alle promesse che avete fatto a Dio davanti al vostro Vescovo e davanti all'assemblea''.

Asca


Africa. Papa: Imitate San Giuseppe, servire i piu' deboli e umili

Vespri con i religiosi, i preti e i vescovi del Camerun

Roma, 18 mar. (Apcom)

Ultimo appuntamento della seconda giornata della visita del Papa a Yaoundè: celebrazione dei vespri con i vescovi, i sacerdoti, i religiosi e i rappresentanti di altre confessioni cristiane nel Camerun nella Basilica Marie Reine des Apotres nel quartiere di Mvolyè. Benedetto XVI si sofferma a lungo sulla figura di San Giuseppe, di cui domani la Chiesa ne ricorda la festa. "Lui è padre senza aver esercitato una paternità carnale. Non è il padre biologico di Gesù, del quale Dio solo è il Padre - ha affermato - e tuttavia esercita una paternità piena e intera. San Giuseppe ha dato prova di una grande dedizione. Per Cristo ha conosciuto la persecuzione, l'esilio e la povertà che ne deriva".
Il Papa ha invitato dunque i sacerdoti a vivere "questa paternità nel vostro ministero quotidiano". "Vivendo questa amicizia profonda con Cristo - ha detto - troverete la vera libertà e la gioia del vostro cuore. Non è la persona del prete che deve essere posta in primo piano: egli è un servitore, un umile strumento che rimanda a Cristo". E poi l'invito: "Possiate rimanere fedeli alle promesse che avete fatto a Dio davanti al vostro vescovo e davanti all'assemblea. Abbiate il coraggio di offrire un 'sì' generoso a Cristo".
Rivolgendosi a chi è impegnato nella vita consacrata o nei movimenti ecclesiali, il Papa ha esortato a "rivolgere lo sguardo a San Giuseppe" che "ci insegna che si può amare senza possedere". "Possiate, cari fratelli e sorelle impegnati nei movimenti ecclesiali, essere attenti a coloro che vi circondano e manifestare il volto amorevole di Dio alle perone più umili - ha concluso - soprattutto mediante l'esercizio delle opere di misericordia, l'educazione umana e cristiana dei giovani, il servizio della promozione della donna e in tanti altri modi".

© Copyright Apcom


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INCONTRO CON I VESCOVI DEL CAMERUN PRESSO LA CHIESA CHRIST-ROI IN TSINGA DI YAOUNDÉ

Lasciato il Palais de l’Unité, alle ore 11.00 il Papa si reca in auto alla chiesa Christ-Roi nel quartiere Tsinga di Yaoundé dove ha luogo l’incontro con i Vescovi del Camerun.
Introdotto dall’indirizzo di saluto del Presidente della Conferenza Episcopale del Camerun, l’Arcivescovo di Yaoundé, S.E. Mons. Simon-Victor Tonyé Bakot, il Santo Padre pronuncia il discorso che riportiamo di seguito:

DISCORSO DEL SANTO AI VESCOVI DEL CAMERUN

Signor Cardinale,
Cari Fratelli nell’Episcopato,

Questo incontro con i Pastori della Chiesa Cattolica in Camerun rappresenta per me una grande gioia. Ringrazio il Presidente della vostra Conferenza Episcopale, Mons. Simon-Victor Tonyé Bakot, Arcivescovo di Yaoundé, per le amabili parole che mi ha rivolto in vostro nome. E’ la terza volta che il vostro Paese accoglie il Successore di Pietro e, come voi sapete, il motivo del mio viaggio è innanzitutto un’occasione per incontrare i popoli dell’amato continente africano ed anche per consegnare ai Presidenti delle Conferenze episcopali l'Instrumentum laboris della seconda Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per Africa.
E questa mattina, attraverso di voi, desidero salutare con affetto tutti i fedeli affidati alle vostre cure pastorali. La grazia e la pace del Signore Gesù siano con ciascuno di voi, con tutte le famiglie del vostro grande e bel paese, con i sacerdoti, i religiosi e le religiose, i catechisti e le persone impegnate con voi nell’annuncio del Vangelo!

In questo anno consacrato a san Paolo, è particolarmente opportuno ricordarci l’urgente necessità di annunciare il Vangelo a tutti. Questo mandato, che la Chiesa ha ricevuto da Cristo rimane una priorità, giacché numerose sono ancora le persone che attendono il messaggio di speranza e di amore che permetterà loro di «conoscere la libertà, la gloria dei figli di Dio» (Rm 8, 21). Con voi dunque, cari Fratelli, sono le vostre comunità diocesane tutte intere ad essere inviate per rendere testimonianza del Vangelo.
Il Concilio Vaticano II ha ricordato con forza che « l’attività missionaria attiene profondamente alla natura stessa della Chiesa » (Ad gentes, n. 6). Per guidare e stimolare il Popolo di Dio in questo compito, i Pastori devono essere essi stessi, prima di tutto, annunciatori della fede per condurre a Cristo nuovi discepoli. L’annuncio del Vangelo è proprio del Vescovo che, come san Paolo, può così proclamare : « Annunciare il Vangelo non è per me un vanto, perchè è una necessità che mi si impone : guai a me se non annunciassi il Vangelo ! » (1 Co 9, 16). Per confermare e purificare la loro fede, i fedeli hanno bisogno della parola del loro Vescovo, che è il catechista per eccellenza.

Per assumere questa missione d’evangelizzazione e rispondere alle molteplici sfide della vita del mondo d’oggi, al di là degli incontri istituzionali, che sono in sé necessari, una profonda comunione deve unire tra loro i Pastori della Chiesa.

La qualità dei lavori della vostra Conferenza episcopale, che ben riflettono la vita della Chiesa e della società camerunense, vi permettono di cercare insieme risposte alle molteplici sfide che la Chiesa deve affrontare e, attraverso le vostre Lettere pastorali, di offrire direttive comuni per aiutare i fedeli nella loro vita ecclesiale e sociale. La viva coscienza della dimensione collegiale del vostro ministero deve indurvi a realizzare fra di voi le molteplici espressioni della fraternità sacramentale, che vanno dall’accoglienza e dalla stima reciproca alle diverse attenzioni di carità e di collaborazione concreta (cf. Pastores gregis, n. 59). Una effettiva collaborazione fra le diocesi, segnatamente per una migliore ripartizione dei sacerdoti nel vostro Paese, non può che favorire le relazioni di solidarietà fraterna con le Chiese diocesane più povere così che l’annuncio del Vangelo non soffra della mancanza di ministri.

Questa solidarietà apostolica si estenderà con generosità ai bisogni delle altre Chiese locali, e in particolare a quelle del vostro continente. Così apparirà chiaramente che le vostre comunità cristiane, sull’esempio di quelle che vi hanno recato il messaggio evangelico, sono esse stesse una Chiesa missionaria.

Cari Fratelli nell’Episcopato, il Vescovo e i suoi sacerdoti sono chiamati a intrattenere relazioni di particolare comunione, fondate sulla loro speciale partecipazione all’unico sacerdozio di Cristo, anche se in gradi diversi.

La qualità dei legami con i sacerdoti che sono i vostri principali e irrinunciabili collaboratori, è di fondamentale importanza. Vedendo nel loro Vescovo un padre e un fratello che li ama, che li ascolta e li rinfranca nelle prove, che presta un'attenzione privilegiata al loro benessere umano e materiale, essi sono incoraggiati a farsi carico pienamente del loro ministero in modo degno ed efficace.

L’esempio e la parola del loro Vescovo è per essi un aiuto prezioso per dare alla loro vita spirituale e sacramentale un posto centrale nel loro ministero, incoraggiandoli a scoprire e vivere sempre più profondamente che lo specifico del pastore è essere innanzitutto un uomo di preghiera e che la vita spirituale e sacramentale è una straordinaria ricchezza dataci per noi stessi e per il bene del popolo che ci è affidato.

Vi invito infine a vigilare con particolare attenzione alla fedeltà dei sacerdoti e delle persone consacrate agli impegni assunti con la loro ordinazione e con il loro ingresso nella vita religiosa, affinché perseverino nella loro vocazione, per una maggiore santità della Chiesa e per la gloria di Dio.

L'autenticità della loro testimonianza richiede che non vi sia alcuna differenza tra ciò che essi insegnano e ciò che vivono ogni giorno.

Nelle vostre diocesi numerosi giovani si presentano come candidati al sacerdozio. Possiamo solo ringraziarne il Signore.

E’ essenziale che sia fatto un serio discernimento. A tal fine, vi incoraggio, nonostante le difficoltà organizzative a livello pastorale che talvolta possono sorgere, a dare priorità alla selezione e alla formazione dei formatori e dei direttori spirituali. Essi devono avere una conoscenza personale e approfondita dei candidati al sacerdozio ed essere in grado di garantire loro una formazione umana, spirituale e pastorale solida che faccia di loro degli uomini maturi ed equilibrati, ben preparati per la vita sacerdotale. Il vostro costante sostegno fraterno aiuterà i formatori a svolgere il loro compito con l'amore per la Chiesa e la sua missione.

A partire dalle origini della fede cristiana in Camerun, i religiosi e le religiose hanno dato un contributo fondamentale alla vita della Chiesa. Con voi rendo grazie a Dio e mi compiaccio dello sviluppo della vita consacrata tra le figlie e i figli del vostro Paese, che ha consentito anche la manifestazione dei carismi propri dell’Africa nelle comunità sorte nel vostro Paese. In effetti, la professione dei consigli evangelici è come « un segno che può e deve attirare efficacemente i membri della Chiesa a compiere generosamente i doveri della vocazione cristiana » (Lumen gentium, n. 44).
Nel vostro servizio per annunciare il Vangelo, siete anche aiutati da altri operatori pastorali, in particolare i catechisti. Nell'evangelizzazione del vostro Paese essi hanno avuto e hanno ancora un ruolo determinante. Li ringrazio per la loro generosità e la fedeltà al servizio della Chiesa. Per loro tramite si realizza una autentica inculturazione della fede.

La loro formazione umana, spirituale e dottrinale è dunque essenziale. Il sostegno materiale, morale e spirituale che i pastori offrono per compiere la loro missione in buone condizioni di vita e di lavoro, è anche per essi l'espressione del riconoscimento da parte della Chiesa dell'importanza del loro impegno per l'annuncio e lo sviluppo della fede.

Tra le numerose sfide che incontrate nella vostra responsabilità di Pastori, vi preoccupa particolarmente la situazione della famiglia. Le difficoltà dovute in special modo all’impatto della modernità e della secolarizzazione con la società tradizionale, vi incitano a preservare con determinazione i valori fondamentali della famiglia africana, facendo della sua evangelizzazione in modo approfondito una delle principali priorità. Nel promuovere la pastorale familiare, voi vi impegnate a favorire una migliore comprensione della natura, della dignità e del ruolo del matrimonio che richiede un amore indissolubile e stabile.

La liturgia occupa un posto importante nella manifestazione della fede delle vostre comunità. Di solito queste celebrazioni ecclesiali sono festose e gioiose, esprimendo il fervore dei fedeli, felici di essere insieme, come Chiesa, per lodare il Signore.

E’ dunque essenziale che la gioia così manifestata non sia un ostacolo ma un mezzo per entrare in dialogo e in comunione con Dio, per mezzo di una effettiva interiorizzazione delle strutture e della parole di cui si compone la liturgia, in modo che essa traduca ciò che succede nel cuore dei credenti, in unione reale con tutti i partecipanti. La dignità delle celebrazioni, soprattutto quando esse si svolgono con un grande afflusso di partecipanti, ne è un segno eloquente.

Lo sviluppo di sette e movimenti esoterici come pure la crescente influenza di una religiosità superstiziosa, come anche del relativismo, sono un invito pressante a dare un rinnovato impulso alla formazione dei giovani e degli adulti, in particolare nel mondo universitario e intellettuale. In questa prospettiva, desidero incoraggiare e lodare gli sforzi dell'Istituto cattolico di Yaoundé e di tutte le istituzioni ecclesiali la cui missione è quella di rendere accessibile e comprensibile a tutti la Parola di Dio e l'insegnamento della Chiesa. Sono lieto di sapere che nel vostro paese i fedeli laici sono sempre più impegnati nella vita della Chiesa e della società. Le numerose associazioni di laici che fioriscono nelle vostre diocesi, sono segno dell’opera dello Spirito nel cuore dei fedeli e contribuiscono a un nuovo annuncio del Vangelo. Sono lieto di evidenziare e incoraggiare la partecipazione attiva delle associazioni femminili nei vari settori della missione della Chiesa, dimostrando così una reale consapevolezza della dignità della donna e la sua specifica vocazione nella comunità ecclesiale e nella società. Ringrazio Dio per l’impegno che i laici da voi manifestano di contribuire al futuro della Chiesa e all’annuncio del Vangelo. Attraverso i sacramenti dell'iniziazione cristiana e i doni dello Spirito Santo, essi sono abilitati e impegnati ad annunciare il Vangelo servendo la persona e la società. Vi incoraggio pertanto vivamente a perseverare nei vostri sforzi per dare ad essi una solida formazione cristiana che consenta loro di « svolgere pienamente il loro ruolo di animazione cristiana dell’ordine temporale (politico, culturale, economico, sociale), che è una caratteristica della vocazione secolare del laicato ». (Ecclesia in Africa, n. 75).

Nel contesto della globalizzazione in cui ci troviamo, la Chiesa ha un interesse particolare per le persone più bisognose. La missione del Vescovo lo impegna ad essere il principale difensore dei diritti dei poveri, a promuovere e favorire l'esercizio della carità, manifestazione dell’amore del Signore per i piccoli.

In questo modo, i fedeli sono portati a cogliere in modo concreto che la Chiesa è una vera famiglia di Dio, riunita dall’amore fraterno, che esclude ogni etnocentrismo e particolarismo eccessivi e contribuisce alla riconciliazione e alla cooperazione tra le etnie per il bene di tutti. D'altra parte, la Chiesa, attraverso la sua dottrina sociale, vuole risvegliare la speranza nei cuori degli esclusi. E’ anche dovere dei cristiani, specialmente dei laici che hanno responsabilità sociali, economiche, politiche, di lasciarsi guidare dalla dottrina sociale della Chiesa, per contribuire alla costruzione di un mondo più giusto in cui ciascuno potrà vivere dignitosamente.

Signor Cardinale, cari Fratelli nell’Episcopato, al termine del nostro incontro vorrei esprimere ancora la mia gioia di trovarmi nel vostro paese e di incontrare il popolo camerunense. Vi ringrazio per la vostra accoglienza calorosa, segno della generosa ospitalità africana. La Vergine Maria, Nostra Signora d’Africa, vegli su tutte le vostre comunità diocesane. A Lei affido l’intero popolo camerunense, e di gran cuore vi imparto una affettuosa Benedizione Apostolica, che estendo ai sacerdoti, ai religiosi e alle religiose, ai catechisti e a tutti i fedeli delle vostre diocesi.

© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana


[Modificato da Paparatzifan 18/03/2009 19.28]
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Celebrazione dei Vespri nella Basilica Marie Reine des Apôtres nel quartiere di Mvolyé a Yaoundé - Discorso del Santo Padre (18 marzo 2009)

Cari Fratelli Cardinali e Vescovi,
cari Sacerdoti e Diaconi,
cari fratelli e sorelle consacrati,
cari amici membri delle altre Confessioni cristiane,
cari fratelli e sorelle!

Abbiamo la gioia di ritrovarci insieme per rendere grazie a Dio in questa basilica dedicata a Maria Regina degli Apostoli di Mvolyé, che è stata costruita sul luogo dove venne edificata la prima chiesa ad opera dei missionari spiritani, venuti a portare la Buona Novella in Camerun. Come l’ardore apostolico di questi uomini che racchiudevano nei loro cuori l’intero vostro Paese, questo luogo porta in se stesso simbolicamente ogni piccola parte della vostra terra. E’ perciò in una grande vicinanza spirituale con tutte le comunità cristiane nelle quali esercitate il vostro servizio, cari fratelli e sorelle, che rivolgiamo questa sera la nostra lode al Padre della luce.

Alla presenza dei rappresentanti delle altre Confessioni cristiane, a cui indirizzo il mio rispettoso e fraterno saluto, vi propongo di contemplare i tratti caratteristici di san Giuseppe attraverso le parole della Sacra Scrittura che ci offre questa liturgia vespertina.Alla folla e ai suoi discepoli, Gesù dichiara: “Uno solo è il Padre vostro” (Mt 23,9). In effetti, non vi è altra paternità che quella di Dio Padre, l’unico Creatore “del mondo visibile ed invisibile”. E’ stato dato però all’uomo, creato ad immagine di Dio, di partecipare all’unica paternità di Dio (cfr Ef 3,15). San Giuseppe manifesta ciò in maniera sorprendente, lui che è padre senza aver esercitato una paternità carnale.

Non è il padre biologico di Gesù, del quale Dio solo è il Padre, e tuttavia egli esercita una paternità piena e intera. Essere padre è innanzitutto essere servitore della vita e della crescita. San Giuseppe ha dato prova, in questo senso, di una grande dedizione. Per Cristo ha conosciuto la persecuzione, l’esilio e la povertà che ne deriva. Ha dovuto stabilirsi in luogo diverso dal suo villaggio. La sua sola ricompensa fu quella di essere con Cristo. Questa disponibilità spiega le parole di san Paolo: “Servite il Signore che è Cristo!” (Col 3,24).

Si tratta di non essere un servitore mediocre, ma di essere un servitore “fedele e saggio”. L’abbinamento dei due aggettivi non è casuale: esso suggerisce che l’intelligenza senza la fedeltà e la fedeltà senza la saggezza sono qualità insufficienti. L’una sprovvista dell’altra non permette di assumere pienamente la responsabilità che Dio ci affida.

Cari fratelli sacerdoti, questa paternità voi dovete viverla nel vostro ministero quotidiano. In effetti, la Costituzione conciliare Lumen gentium sottolinea: i sacerdoti “abbiano poi cura, come padri in Cristo, dei fedeli che hanno spiritualmente generato col battesimo e l’insegnamento” (n. 28). Come allora non tornare continuamente alla radice del nostro sacerdozio, il Signore Gesù Cristo? La relazione con la sua persona è costitutiva di ciò che noi vogliamo vivere, la relazione con lui che ci chiama suoi amici, perché tutto quello che egli ha appreso dal Padre ce l’ha fatto conoscere (cfr Gv 15,15). Vivendo questa amicizia profonda con Cristo, troverete la vera libertà e la gioia del vostro cuore. Il sacerdozio ministeriale comporta un legame profondo con Cristo che ci è donato nell’Eucaristia. Che la celebrazione dell’Eucaristia sia veramente il centro della vostra vita sacerdotale, allora essa sarà anche il centro della vostra missione ecclesiale. In effetti, per tutta la nostra vita, il Cristo ci chiama a partecipare alla sua missione, a essere testimoni, affinché la sua Parola possa essere annunciata a tutti.

Celebrando questo sacramento a nome e nella persona del Signore, non è la persona del prete che deve essere posta in primo piano: egli è un servitore, un umile strumento che rimanda a Cristo, poiché Cristo stesso si offre in sacrificio per la salvezza del mondo. “Chi governa sia come colui che serve” (Lc 22,26), dice Gesù.

Ed Origene scriveva: “Giuseppe capiva che Gesù gli era superiore pur essendo sottomesso a lui in tutto e, conoscendo la superiorità del suo inferiore, Giuseppe gli comandava con timore e misura. Che ciascuno rifletta su questo: spesso un uomo di minor valore è posto al di sopra di gente migliore di lui e a volte succede che l’inferiore ha più valore di colui che sembra comandargli. Quando chi ha ricevuto una dignità comprende questo non si gonfierà di orgoglio a motivo del suo rango più elevato, ma saprà che il suo inferiore può essere migliore di lui, così come Gesù è stato sottomesso a Giuseppe” (Omelia su san Luca XX,5, S.C. p. 287).

Cari fratelli nel sacerdozio, il vostro ministero pastorale richiede molte rinunce, ma è anche sorgente di gioia. In relazione confidente con i vostri Vescovi, fraternamente uniti a tutto il presbiterio, e sostenuti dalla porzione del Popolo di Dio che vi è affidata, voi saprete rispondere con fedeltà alla chiamata che il Signore vi ha fatto un giorno, come egli ha chiamato Giuseppe a vegliare su Maria e sul Bambino Gesù! Possiate rimanere fedeli, cari sacerdoti, alle promesse che avete fatto a Dio davanti al vostro Vescovo e davanti all’assemblea. Il Successore di Pietro vi ringrazia per il vostro generoso impegno al servizio della Chiesa e vi incoraggia a non lasciarvi turbare dalle difficoltà del cammino! Ai giovani che si preparano ad unirsi a voi, come a coloro che si pongono ancora delle domande, vorrei ridire questa sera la gioia che si ha nel donarsi totalmente per il servizio di Dio e della Chiesa. Abbiate il coraggio di offrire un “sì” generoso a Cristo!

Invito anche voi, fratelli e sorelle che vi siete impegnati nella vita consacrata o nei movimenti ecclesiali, a rivolgere lo sguardo a san Giuseppe. Quando Maria riceve la visita dell’angelo all’Annunciazione è già promessa sposa di Giuseppe. Indirizzandosi personalmente a Maria, il Signore unisce quindi già intimamente Giuseppe al mistero dell’Incarnazione. Questi ha accettato di legarsi a questa storia che Dio aveva iniziato a scrivere nel seno della sua sposa. Egli ha quindi accolto in casa sua Maria. Ha accolto il mistero che era in lei ed il mistero che era lei stessa. Egli l’ha amata con quel grande rispetto che è il sigillo dell’amore autentico.

San Giuseppe ci insegna che si può amare senza possedere. Contemplandolo, ogni uomo e ogni donna può, con la grazia di Dio, essere portato alla guarigione delle sue ferite affettive a condizione di entrare nel progetto che Dio ha già iniziato a realizzare negli esseri che stanno vicini a Lui, così come Giuseppe è entrato nell’opera della redenzione attraverso la figura di Maria e grazie a ciò che Dio aveva già fatto in lei.

Possiate, cari fratelli e sorelle impegnati nei movimenti ecclesiali, essere attenti a coloro che vi circondano e manifestare il volto amorevole di Dio alle persone più umili, soprattutto mediante l’esercizio delle opere di misericordia, l’educazione umana e cristiana dei giovani, il servizio della promozione della donna ed in tanti altri modi!

Il contributo spirituale portato dalle persone consacrate è anch’esso assai significativo ed indispensabile per la vita della Chiesa. Questa chiamata a seguire Cristo è un dono per l’intero Popolo di Dio. In adesione alla vostra vocazione, imitando Cristo casto, povero ed obbediente, totalmente consacrato alla gloria del Padre suo e all’amore dei suoi fratelli e sorelle, voi avete per missione di testimoniare, davanti al nostro mondo che ne ha molto bisogno, il primato di Dio e dei beni futuri (cfr Vita consecrata, n.85). Con la vostra fedeltà senza riserve nei vostri impegni voi siete nella Chiesa un germe di vita che cresce al servizio del Regno di Dio. In ogni momento, ma in modo particolare quando la fedeltà è provata, san Giuseppe vi ricorda il senso e il valore dei vostri impegni.

La vita consacrata è una imitazione radicale di Cristo. E’ quindi necessario che il vostro stile di vita esprima con precisione ciò che vi fa vivere e che la vostra attività non nasconda la vostra profonda identità. Non abbiate paura di vivere pienamente l’offerta di voi stessi che avete fatta a Dio e di darne testimonianza con autenticità attorno a voi. Un esempio vi stimola particolarmente a ricercare questa santità di vita, quello del Padre Simon Mpeke, chiamato Baba Simon. Voi sapete come “il missionario dai piedi nudi” ha speso tutte le forze del suo essere in una umiltà disinteressata, avendo a cuore di aiutare le anime, senza risparmiarsi le preoccupazioni e la pena del servizio materiale dei suoi fratelli.Cari fratelli e sorelle, la nostra meditazione sull’itinerario umano e spirituale di san Giuseppe, ci invita a cogliere la misura di tutta la ricchezza della sua vocazione e del modello che egli resta per tutti quelli e quelle che hanno voluto votare la loro esistenza a Cristo, nel sacerdozio come nella vita consacrata o in diverse forme di impegno del laicato.

Giuseppe ha infatti vissuto alla luce del mistero dell’Incarnazione. Non solo con una prossimità fisica, ma anche con l’attenzione del cuore. Giuseppe ci svela il segreto di una umanità che vive alla presenza del mistero, aperta ad esso attraverso i dettagli più concreti dell’esistenza. In lui non c’è separazione tra fede e azione.

La sua fede orienta in maniera decisiva le sue azioni. Paradossalmente è agendo, assumendo quindi le sue responsabilità, che egli si mette da parte per lasciare a Dio la libertà di realizzare la sua opera, senza frapporvi ostacolo. Giuseppe è un “uomo giusto” (Mt 1,19) perché la sua esistenza è “aggiustata” sulla parola di Dio.

La vita di san Giuseppe, trascorsa nell’obbedienza alla Parola, è un segno eloquente per tutti i discepoli di Gesù che aspirano all’unità della Chiesa. Il suo esempio ci sollecita a comprendere che è abbandonandosi pienamente alla volontà di Dio che l’uomo diventa un operatore efficace del disegno di Dio, il quale desidera riunire gli uomini in una sola famiglia, una sola assemblea, una sola ‘ecclesia’.

Cari amici membri delle altre Confessioni cristiane, questa ricerca dell’unità dei discepoli di Cristo è per noi una grande sfida. Essa ci porta anzitutto a convertirci alla persona di Cristo, a lasciarci sempre più attirare da Lui.

E’ in Lui che siamo chiamati a riconoscerci fratelli, figli d’uno stesso Padre. In questo anno consacrato all’Apostolo Paolo, il grande annunciatore di Gesù Cristo, l’Apostolo delle Nazioni, rivolgiamoci insieme a lui per ascoltare e apprendere “la fede e la verità” nelle quali sono radicate le ragioni dell’unità tra i discepoli di Cristo.

Terminando, rivolgiamoci alla sposa di san Giuseppe, la Vergine Maria, “Regina degli Apostoli”, perché questo è il titolo con il quale ella è invocata come patrona del Camerun. A lei affido la consacrazione di ciascuno e di ciascuna di voi, il vostro desiderio di rispondere più fedelmente alla chiamata che vi è stata fatta e alla missione che vi è stata affidata. Invoco infine la sua intercessione per il vostro bel Paese. Amen.

© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana


Papa Ratzi Superstar

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Il Papa, l’Aids e la malafede di Francia, Germania e Ue

di Riccardo Bonacina

Sull’aereo che portava il Papa nel suo primo viaggio in Africa, rispondendo ad una domanda di un giornalista di France 2 sulla posizione della Chiesa riguardo il problema della lotta all’Aids e dell’uso dei preservativi, Benedetto XVI, come è ormai noto, ha detto: «non si può superare questo problema dell’Aids solo con slogan pubblicitari. Se non c’è l’anima, se gli africani non si aiutano con cure gratuite, non si può risolvere il flagello con la distribuzione di profilattici, al contrario, il rischio è di aumentare il problema». Insomma, una posizione meno rozza e tranchant di quelle restituite dai media (per chi fosse interessato alla trascrizione dell’intervista e farsi un’idea un po’ più personale qui il testo).

Per chiunque abbia un minimo di conoscenza, e magari anche un minimo di frequentazione con i progetti di sviluppo e di assistenza sanitaria in Africa, queste parole di Ratzinger appaiono più di buon senso che di dottrina.

È vero, verissimo, che la pubblicità e la distribuzione di preservativi sia nelle megalopoli che nelle zone rurali hanno spesso creato più problemi che benefici e che sono servite più alla coscienza e ai budget delle agenzie occidentali piuttosto che alle popolazioni. Per battere l’Aids, come ha giustamento detto il Papa occorrono tre cose: a) “cure gratis”, b) “una umanizzazione della sessualità” a tutela soprattutto delle donne, c) “una vera amicizia per le persone sofferenti capace di sacrificio”. Insomma, una sfida un pochino più complessa della distribuzione del preservativo, e mi si permetta, un pochino più giusta, ragionevole, umana.

Certo, vallo a spiegare alle Big Farma, ballo a spiegare ai pagatissimi funzionari delle Agenzie Onu. Per loro (anche per i loro tour nella prostituzione locale) il preservativo basta e avanza, altro che cure gratis, altro che educazione alla sessualità (entra la quale sta l’uso del preservativo, altrimenti davvro fa danni), altro che amicizia a rischio della propria vita. Il Papa, del resto, se ne intende, tante sono le esperienze laiche o religiose che hanno vinto la battaglia con armi più complesse del preservativo. Dice con giusto orgoglio Benedetto XVI: «Penso che la realtà più efficiente, più presente sul fronte della lotta contro l’Aids sia proprio la Chiesa cattolica, con i suoi movimenti, con le sue diverse realtà». Basti pensare al progetto Dream della Comunità di Sant’Egidio in Mozambico e ai suoi sorprendenti risultati.

Ora, i media, come sempre, hanno fatto di questo dibattitto serio, carne da macello e attaccare il Papa è ormai di moda in un continente che (povero illuso Giovanni Paolo II) si voleva richiamasse le proprie origini cristiane! Tutto questo, però, sta nell’ordine carnevalesco dell’oggi. Ma c’è qualcosa che è davvero intollerabile. Sono le prese di posizione dì governi come Francia e Germania e della Commissione europea. Questo no, risparmiatecelo, ministri e ministre arrossite un po’ di vergogna!

A salire in cattedra, oggi, infatti sono stati gli stessi responsabili di aver fatto carta straccia di tutti gli impegni internazionali da qualche decennio in qua, e questo fa un po’ incazzare.

A parlare sono gli stessi rappresentanti di quei Governi che non arrossiscono neppure per aver fallito e tradito l’obiettivo fissato alla conferenza di Barcellona del 2002 di destinare agli aiuti internazionali lo 0,33 per cento del PIL entro il 2006. Di aver tradito e fallito un ulteriore impegno, quello preso nel 2004 sugli Obiettivi del Millennio, quando firmarono e controfirmarono con inchiostro invisibile l’impegno di innalzare la quota per la cooperazione allo sviluppo sino allo 0,7% del Pil entro il 2015. E ancora la promessa del G8 2005 che disse di voler raddoppiare l’aiuto all’Africa.Come stiano le cose l’ha spiegato poche settimane fa l’Ocse.
”I Paesi donatori avevano promesso di aumentare i loro finanziamenti di circa 50 miliardi di dollari l’anno entro il 2015, a partire dai livelli del 2004 - si legge nel Development Co-operation Report pubblicato in questi giorni - ma le proiezioni dell’OCSE rispetto alla destinazione di questi fondi registrano una caduta complessiva di circa 30 miliardi ciascun anno. I numeri sono abbastanza eloquenti: tra 2006 e 2007 i Paesi di area Ocse hanno diminuito il loro impegno dell’8,5% a livello internazionale, con punte del 29,6% per il Regno unito, del 29,8% del Giappone, del 16,4% della Francia e dell’11,2% del Belgio. Anche l’Italia perde terreno: meno 2,6% nel 2007”. La crisi economica e finanziaria, infatti, ”che si e’ scatenata nei Paesi sviluppati, e sta ora colpendo i Paesi in via di sviluppo: riducendo i loro livelli di crescita e di commercio, di abbassare i margini che ricevono per risorse naturali, abbassando l’impatto delle rimesse e bloccando i flussi di investimenti verso i loro Paesi. Considerati i differenti gruppi di Paesi, l’Europa risulta aver aumentato i propri contributi del 3,1%, ma i Paesi europei membri dell’Ocse hanno ridotto il proprio impegno del 6,6%, i G7 del 13,9% mentre i Paesi non G7 hanno aumentato i loro contributi del 5,4%.
L’OCSE/DAC chiede inoltre che Donatori E beneficiari coordinino meglio le loro attivita’, considerato che oggi circa 225 realta’ bilaterali e 242 multilaterali finanziano oltre 35mila attivita’ ogni anno. Il Rapporto rivela infatti che per 24 Paesi poveri meno di 15 donatori nel loro complesso assicurano meno del 10% degli interventi totali in quei Paesi, mentre il resto e’ ancora piu’ frammentato con grande dispendio di sforzi e di costi di transazione.

Da Vita.blog


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Papa Ratzi Superstar

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Le parole pronunciate dal Papa sulla prevenzione dell'Aids e dichiarazione della Sala Stampa della Santa Sede

A proposito degli echi suscitati da alcune parole del Papa sul problema dell’Aids, la Sala Stampa precisa che il Santo Padre ha ribadito le posizioni della Chiesa cattolica e le linee essenziali del suo impegno nel combattere il terribile flagello dell’Aids: primo, con l’educazione alla responsabilità delle persone nell’uso della sessualità e con il riaffermare il ruolo essenziale del matrimonio e della famiglia; due: con la ricerca e l’applicazione delle cure efficaci dell’Aids e nel metterle a disposizione del più ampio numero di malati attraverso molte iniziative ed istituzioni sanitarie; tre: con l’assistenza umana e spirituale dei malati di Aids come di tutti i sofferenti, che da sempre sono nel cuore della Chiesa.

Queste sono le direzioni in cui la Chiesa concentra il suo impegno non ritenendo che puntare essenzialmente sulla più ampia diffusione di preservativi sia in realtà la via migliore, più lungimirante ed efficace per contrastare il flagello dell’Aids e tutelare la vita umana.

Di seguito, le Parole del Santo Padre pronunciate sull'aereo:

- Domanda del giornalista della televisione francese France 2:

Santità, tra i molti mali che travagliano l’Africa, vi è anche e in particolare quello della diffusione dell’Aids. La posizione della Chiesa cattolica sul modo di lottare contro di esso viene spesso considerata non realistica e non efficace. Lei affronterà questo tema, durante il viaggio? Très Saint Père, Vous serait-il possible de répondre en français à cette question?

- Risposta del Santo Padre: Lei parla bene italiano … Dunque, io direi il contrario. Penso che la realtà più efficiente, più presente, più forte della lotta contro l’Aids sia proprio la Chiesa cattolica, con i suoi movimenti, con le sue diverse realtà. Penso alla Comunità di Sant’Egidio che fa tanto – visibilmente e anche invisibilmente – per la lotta contro l’Aids, ai Camilliani, tante altre cose, a tutte le suore che sono a disposizione dei malati … Direi che non si può superare questo problema dell’Aids solo con soldi. Sono necessari, ma se non c’è l’anima che li sappia applicare, non aiutano, non si può superare con la distribuzione di preservativi: al contrario, aumentano il problema.
La soluzione può essere solo una duplice: la prima, una umanizzazione della sessualità, cioè un rinnovo spirituale e umano che porti con sé un nuovo modo di comportarsi l’uno con l’altro, e secondo, una vera amicizia anche e soprattutto per le persone sofferenti, una disponibilità, anche con sacrifici, con rinunce personali, per essere con i sofferenti. E questi sono i fattori che aiutano e che portano con sé anche veri e visibili progressi. Perciò, direi questa nostra duplice forza di rinnovare l’uomo interiormente, di dargli forza spirituale e umana per un comportamento giusto nei confronti del proprio corpo e dell’altro, e questa capacità di soffrire con i sofferenti, di rimanere presente nelle situazioni di prova. Mi sembra la giusta risposta, e la Chiesa fa questo e così offre un contributo grandissimo ed importante. Ringraziamo tutti coloro che lo fanno.

© Copyright Radio Vaticana


Da notare che hanno riportato la parola "preservativi" al posto di "profilattici" come avevano riprodotto nella versione precedente non rispettando le essatte parole del Papa
! [SM=g7841]

Papa Ratzi Superstar

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PAPA: CHIESA CONDANNA PROMISCUITA' PRIMA CHE IL CONDOM

(AGI) - CdV, 18 mar.

(di Salvatore Izzo)

"La posizione della Chiesa in merito all'uso del preservativo come prevenzione dell'Aids non e' cambiata, resta quella di Giovanni Paolo II", ha dichiarato oggi a Yaounde' il portavoce vaticano padre Federico Lombardi sommerso dalla marea montante delle polemiche suscitate dalla frettolosa sintesi diffusa ieri dai media circa le affermazioni fatte dal Papa sull'aereo che lo portava in Africa.

E non e' bastato nemmeno diffondere il testo integrale delle dichiarazioni, che escludevano qualunque nuova condanna e si basavano sull'esperienza concreta dei cattolici impegnati nella lotta all'Aids.

Le stesse polemiche, d'altra parte, avevano accolto Giovanni Paolo II a San Francisco nel 1987 e anche in quel caso non ci fu nulla da fare per frenarle, nemmeno basto' che il Papa abbracciasse e baciasse un bambino malato di Aids.

Fuori dal Centro visitato dal Pontefice polacco, infatti, gay e lesbiche vestiti da "papa" distribuivano ai passanti condom come se fossero caramelle . Ed e' proprio questo che la Chiesa non vuole fare: distribuire essa stessa i condom. Un rifiuto che davvero non ne impedisce il libero commercio, anche in Africa. Quanto a verificare se questi mezzi poi sono sufficienti a sradicare l'Aids, il problema resta aperto: i medici cattolici, ad esempio, sono d'accordo con Ratzinger e dicono di no, avvertendo anzi che il preservativo puo' dare una falsa sicurezza e quindi ha l'effetto di favorire i rapporti promiscui e finisce cosi' con il favorire anche la diffusione dell'Aids.
Il problema riguardo al "no" ribadito dal Vaticano pero' e' un altro, sganciato dagli effetti pratici del condom sull'epidemia: la Chiesa ha legittimamente una sua dottrina morale sul matrimonio, unico luogo lecito per i rapporti sessuali e distribuire i condom confliggerebbe proprio con il Catechismo che al numero 2391 recita: "l'unione carnale e' moralmente legittima solo quando tra l'uomo e la donna si sia instaurata una comunita' di vita definitiva. L'amore umano non ammette la prova". Esige un dono totale e definitivo delle persone tra loro". Inoltre, per il Catechismo (come per l'enciclica 'Humanae Vitae' e il Magistero convergente degli ultimi Papi) "e' intrinsecamente cattiva ogni azione che, o in previsione dell'atto coniugale, o nel suo compimento, o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali, si proponga, come scopo o come mezzo, di impedire la procreazione". Sono questi in realta' i termini del problema.
Alcuni teologi, vescovi e cardinali, tra i quali l'ex arcivescovo di Milano, Carlo Maria Martini, hanno pero' sostenuto la liceita' del preservativo se utilizzato all'interno di una coppia sposata, quando uno dei coniugi e' sieropositivo e non puo' sottrarsi ai doveri coniugali. Ed e' solo cosa fare in questa disgraziata eventualita' che divide dalla dottrina tradizionale quanti nella Chiesa sostengono la linea piu' morbida. "Non sara' la Chiesa a promuovere il profilattico" e su questo punto non possono esserci posizioni diverse, ha assicurato qualche mese fa il card. Javier Lozano Barragan, presidente del Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari, sottolineando che fuori dal matrimonio i rapporti sessuali non sono mai leciti e dunque il problema non e' il condom. Su questo, ha rilevato, c'e' identita' di vedute anche con l'ex arcivescovo di Milano. Quanto all'ipotesi di un pronunciamento in merito, che sembra ora piuttosto improbabile, Barragan ha spiegato: "abbiamo chiesto ai nostri teologi ed ai nostri consultori di condurre uno studio su questo punto specifico, se cioe' all' interno di una coppia di cui uno dei due coniugi si e' infettato puo' essere lecito l'uso. Al termine daremo le nostre conclusioni al Papa e lui dira' cosa e' piu' conveniente fare". Il cardinale messicano ha raccontato che anche Giovanni Paolo II era preoccupato della piaga dell'Aids ma ha precisato che sara' ora Benedetto XVI a decidere se pronunciarsi su questo problema, con un documento che, dunque, "potrebbe esserci come non esserci".

© Copyright (AGI)



Speriamo sia chiara di una volta per tutte quale è la posizione della Chiesa! Basta di polemiche!!! Non abbiamo scoperto l'America proprio adesso! Questa posizione, nessuno dei massmedia me lo può negare, era arcisaputa già da anni e non c'è da meravigliarsi! Allora piantatela di attaccare il Papaaaaa!!!!!!! [SM=g7707] [SM=g7707] [SM=g7707] [SM=g7707] [SM=g7707] [SM=g7707] [SM=g7707] [SM=g7707] [SM=g7707] [SM=g7707] [SM=g7707] [SM=g7707] [SM=g7707] [SM=g7707] [SM=g7707]

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COMUNICATO DELLA SALA STAMPA DELLA SANTA SEDE , 18.03.2009

A proposito degli echi suscitati da alcune parole del Papa sul problema dell’Aids, il Direttore della Sala Stampa, P. Federico Lombardi, precisa che il Santo Padre ha ribadito le posizioni della Chiesa cattolica e le linee essenziali del suo impegno nel combattere il terribile flagello dell’Aids: primo, con l’educazione alla responsabilità delle persone nell’uso della sessualità e con il riaffermare il ruolo essenziale del matrimonio e della famiglia; due: con la ricerca e l’applicazione delle cure efficaci dell’Aids e nel metterle a disposizione del più ampio numero di malati attraverso molte iniziative ed istituzioni sanitarie; tre: con l’assistenza umana e spirituale dei malati di Aids come di tutti i sofferenti, che da sempre sono nel cuore della Chiesa.

Queste sono le direzioni in cui la Chiesa concentra il suo impegno non ritenendo che puntare essenzialmente sulla più ampia diffusione di preservativi sia in realtà la via migliore, più lungimirante ed efficace per contrastare il flagello dell’Aids e tutelare la vita umana.

Bollettino Ufficiale Santa Sede


Proporrei un corso accelerato di catechismo per giornalisti. Forse così impareranno a mettersi in testa gli insegnamenti della Chiesa e anche risparmiarci le polemiche!
[SM=g8468]

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Dal blog di Lella...

Dichoso el que no se escandalice

José Luis Restán

De nuevo la Iglesia en el ojo del huracán. De nuevo la palabra del Papa manipulada, entresacada, reducida y convertida en diana para una ferocidad inusitada, a la que se suman como mansos borregos, los que como Sarkozy sólo están preocupados de seguir la corriente de los mass media y de no salirse un milímetro de la pétrea dictadura del politically correct.

Volando hacia África Benedicto XVI ha tenido la osadía de decir que el mero reparto masivo de preservativos no es la forma adecuada de afrontar el flagelo del SIDA.
Lo dice el hombre que es cabeza de una comunidad cuyos miembros se entregan cada día en miles de puestos avanzados, en la línea de fuego más expuesto de esta terrible guerra contra el SIDA. Lo dice con la cabeza y el corazón de quien hace suyo ese sufrimiento indecible que diezma poblaciones enteras, que siembre de huérfanos las calles, que hunde en la desesperación a millones de hombres y mujeres. Terrible flagelo, lo ha llamado. Y lo sabe porque le informan cada día sus obispos, sus voluntarios, sus curas y monjas que pagan un alto precio en esta lucha. Y lo sabe porque aunque lo machaquen como si fuera un déspota alienígena, el suyo es un corazón de pastor que se conmueve con cada dolor de los suyos y de los que están lejanos, y la suya es una razón que vuela más alto de cuanto soñaron los que le atacan con una saña implacable.
Si falta el alma, dijo el Papa en el avión, si los africanos no se ayudan en este trabajo de cambio profundo de la mente, de la libertad y de las relaciones comunitarias, los eslóganes publicitarios servirán de muy poco, y la distribución masiva de preservativos corre el riesgo de aumentar el problema. ¡Gran escándalo! El dogma del sexo seguro puesto en cuarentena por el anciano Papa. ¿Acaso no es una evidencia sangrante el fracaso de las inversiones mil millonarias en preservativos para frenar la expansión de la pandemia? ¿Acaso no ha sido Uganda el único país que ha cosechado éxitos notables al basar su política en una vuelta a las tradiciones familiares de fidelidad matrimonial y estabilidad familiar? ¿Acaso esa difusión masiva acompañada de frívolos mensajes no contribuye a crear un clima que desactiva todo esfuerzo educativo, todo intento de cambio de mentalidad? Todo esto es pecado decirlo. En el inmenso talk-show en que se ha convertido nuestro mundo todo está permitido, todo se recibe bien, todo menos que el obispo de Roma se atreva a decir una palabra cabal, llena de razón y de corazón, que contradiga a los gurús del relativismo, empeñados en desmontar pieza a pieza el maravilloso significado de la sexualidad humana.
El mensaje del Papa hunde sus raíces en la experiencia milenaria de la Iglesia, en su presencia activa en el lecho del dolor, no como los diseñadores de campañas que trabajan en sus despachos enmoquetados muy lejos de la tragedia. Hay que humanizar la sexualidad, ha subrayado un Benedicto XVI atento a cada pliegue de la crisis cultural en curso. Porque en la desarticulación de la sexualidad humana, en su descomposición incoada por la ideología del 68 nos jugamos mucho, y parece que la Iglesia es la única que atesora coraje suficiente para denunciarlo, y lo que puede parecer más sorprendente, sabiduría humana para reconstruirla en su pleno significado.
Hace falta ese cambio cultural y espiritual que ignoran culpablemente las campañas de las grandes agencias internacionales. Y hace falta indispensablemente el amor-caridad junto a los enfermos, los moribundos y los huérfanos. Ese que ha plasmado a lo largo de los siglos toda una cultura de la atención sanitaria de inequívoca raíz cristiana. África sabe mucho de ese amor, y por eso ha acogido con su fe llena de alegría al Papa. Sorda a las polémicas cargadas de rencor que llegan desde occidente como un mar embravecido. Allí se ve cada día que esta fe vivida es portadora de esperanza invencible, fuerza para construir la historia.


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Papa Ratzi Superstar

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