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Ultimo Aggiornamento: 18/01/2013 01.18
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Parlano Messori e Melloni

Dice Vittorio Messori al Foglio che a Ratzinger “sta a cuore il problema della fede, come viverla e salvaguardarla”.
Lo ha scritto, il Papa, anche nella lettera con la quale ha spiegato ai vescovi il motivo del Summorum Pontificum: “Mentre noi facciamo convegni la fede si sta spegnendo come una candela che non trova più alimento”.
E’ per questo che al Papa interessa la liturgia: “Perché – dice Messori – la liturgia è espressione orante della fede. Lex orandi lex credendi, come si prega è come si crede. La fede, insomma, nella liturgia si fa culto”. E’ per questo motivo, perché la liturgia esprime la fede della chiesa, che “il Papa desidera che la liturgia sia espressione d’una fede ortodossa”. Ed è per questo che “la riforma liturgica del post Concilio studiata a tavolino non l’ha convinto: del resto non era mai successo che una riforma liturgica non nascesse dal popolo credente”.
Secondo Messori il Papa arriverà a “una riforma dell’et-et della liturgia”.
Ovvero non tornerà all’antico ma farà sì che antico e nuovo convivano assieme: “Il canone tornerà a essere pronunciato in latino mentre le parti in comune resteranno nelle lingue volgari. Insieme la celebrazione avverrà in parte con l’altare rivolto a oriente e in parte no”.

Alberto Melloni non ritiene sia corretto parlare di riforma liturgica nel pontificato di Ratzinger. Dice al Foglio che “i cambiamenti portati dal Papa nella liturgia sono quelli di un pastore che intende usare tutte le libertà che il messale concede al fine di reinterpretarle in senso restauratore”. La sua, dunque, “non è la volontà di riformare la liturgia così come il Concilio l’ha consegnata, bensì è il tentativo legittimo di addattare la liturgia al proprio gusto”.
Secondo Melloni in molti cadono oggi nel tentativo di interpretare Benedetto XVI a proprio piacimento.
“Ma se il Papa avesse in mente una riforma della riforma lo direbbe apertamente.
Non è un Papa che maschera le proprie azioni, anzi è sempre chiaro ed esplicito nelle sue decisioni. E’ vero: l’abbiamo visto in Tv celebrare rivolto a oriente: ma l’ha fatto nella sua cappella privata, non in pubblico”.

© Copyright Il Foglio, 9 gennaio 2010


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ED ECCO A VOI LA VERA RIFORMA DEL PAPATO RATZINGERIANO

Intervista al cardinale Cañizares. Il culto e la banalizzazione post/conciliare

Paolo Rodari

L’ex arcivescovo di Toledo e primate di Spagna, il cardinale Antonio Cañizares Llovera, guida il “ministero” vaticano che si occupa di liturgia da poco più di un anno.
Un compito delicato in un pontificato, come è quello di Benedetto XVI, in cui la liturgia e la sua “ristrutturazione” dopo le derive post conciliari hanno un ruolo centrale. Come centrale, del resto, è la liturgia nella vita dei fedeli.
Lo ha detto ancora il Papa la notte di Natale: come per i monaci, anche per ogni uomo “la liturgia è la prima priorità.
Tutto il resto viene dopo”. Occorre “mettere in secondo piano altre occupazioni, per quanto importanti esse siano, per avviarci verso Dio, per lasciarlo entrare nella nostra vita e nel nostro tempo”.
Quanto dice Cañizares al Foglio è più d’un bilancio dopo un anno trascorso in curia romana: “Ho ricevuto – spiega – la missione di portare a termine, con l’aiuto indispensabile e validissimo dei miei collaboratori, quei compiti che sono assegnati alla congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti nella costituzione apostolica Pastor Bonus di Giovanni Paolo II rispetto all’ordinazione e alla promozione della liturgia sacra, in primo luogo dei sacramenti.
Per la situazione religiosa e culturale in cui viviamo e per la stessa priorità che corrisponde alla liturgia nella vita della chiesa, credo che la missione principale che ho ricevuto è promuovere con dedizione totale e impegno, ravvivare e sviluppare lo spirito e il senso vero della liturgia nella coscienza e nella vita dei fedeli; che la liturgia sia il centro e il cuore della vita delle comunità; che tutti, sacerdoti e fedeli, la consideriamo come sostanziale e imprescindibile nella nostra vita; che viviamo la liturgia in piena verità, e che viviamo di essa; che sia in tutta la sua ampiezza, come dice il Concilio Vaticano II, ‘fonte e culmine’ della vita cristiana.
Dopo un anno alla guida di questa congregazione, ogni giorno sperimento e sento con forza maggiore la necessità di promuovere nella chiesa, in tutti i continenti, un impulso liturgico forte e rigoroso che faccia rivivere la ricchissima eredità del Concilio e di quel gran movimento liturgico del Diciannovesimo secolo e della prima
metà del Ventesimo – con uomini come Guardini, Jungmann e tanti altri – che rese feconda la chiesa nel Concilio Vaticano II. Lì, senza alcun dubbio, sta il nostro futuro e il futuro stesso del mondo.
Dico questo perché il futuro della chiesa e dell’umanità intera è riposto in Dio, nel vivere di Dio e di quanto viene da Lui; e questo accade nella liturgia e attraverso essa.
Soltanto una chiesa che viva della verità della liturgia sarà in grado di dare l’unica cosa che può rinnovare, trasformare e ricreare il mondo: Dio e soltanto Dio e la Sua grazia. La liturgia, nella sua più pura indole, è presenza di Dio, opera salvifica e rigeneratrice di Dio, comunicazione e partecipazione del Suo amore misericordioso, adorazione, riconoscimento di Dio. E’ l’unica cosa che può salvarci”.
Guardini, Jungmann, due pilastri del rinnovamento liturgico dei decenni passati. Figure alle quale anche Joseph Ratzinger si è ispirato nel suo “Introduzione allo spirito della liturgia”.
Figure che, probabilmente, l’hanno ispirato anche nelle promulgazione del Motu Proprio Summorum Pontificum.

Si è detto che il Motu Proprio ha rappresentato anche (c’è chi dice anzitutto) una mano tesa del Papa ai lefebvriani. E’ così?

“Di fatto lo è.
Però credo che il Motu Proprio abbia un grandissimo valore per se stesso e per la chiesa e per la liturgia.
Sebbene ad alcuni questo dispiaccia, a giudicare dalle reazioni arrivate e che continuano ad arrivare, è giusto e necessario dire che il Motu Proprio non è un passo indietro, né un ritorno al passato.
E’ riconoscere e accogliere, con semplicità, in tutta la sua ampiezza i tesori e l’eredità della grande Tradizione, che ha nella liturgia la sua espressione più genuina e profonda.
La chiesa non può permettersi di prescindere, dimenticare o rinunciare ai tesori e alla ricca eredità di questa tradizione, contenuta nel Rito romano.
Sarebbe un tradimento e una negazione verso se stessa. Non si può abbandonare l’eredità storica della liturgia ecclesiastica, né volere stabilire tutto ex novo, come alcuni pretenderebbero, senza amputare parti fondamentali della chiesa stessa.
Alcuni intesero la riforma liturgica conciliare come una rottura, e non come uno sviluppo organico della tradizione. In quegli anni del post Concilio il ‘cambiamento’ era una parola quasi magica; bisognava modificare ciò che era stato al punto da dimenticarlo; tutto nuovo; bisognava introdurre novità, in fondo opera e creazione umana.
Non possiamo dimenticare che la riforma liturgica e il post Concilio coincisero con un clima culturale marcato o dominato intensamente da una concezione dell’uomo come ‘creatore’ che difficilmente si accompagna bene a una liturgia che, soprattutto, è azione di Dio e sua priorità, ‘diritto’ di Dio, adorazione di Dio e anche tradizione di ciò che riceviamo e ci è dato una volta e per sempre.
La liturgia non siamo noi a farla, non è opera nostra, ma di Dio. Questa concezione dell’uomo ‘creatore’ che conduce a una visione secolarizzata di tutto, dove Dio, spesso, non ha un posto, questa passione per il cambiamento e la perdita della tradizione non è stata ancora superata; e per questo, a mio parere, fra le altre cose, ha fatto sì che alcuni vedessero con tanta diffidenza il Motu Proprio o che dispiaccia tanto ad alcuni recepirlo e accoglierlo, rincontrare le grandi ricchezze della tradizione liturgica romana che non possiamo dilapidare, o cercare e accettare l’arricchimento reciproco nell’unico Rito romano fra la forma “ordinaria” e quella “straordinaria”.
Il Motu Proprio Summorum Pontificum è un grandissimo valore, che tutti dovremmo apprezzare, che non ha soltanto a che fare con la liturgia ma con l’insieme della chiesa, di ciò che è e significa la tradizione, senza che la chiesa si converta in una istituzione umana in mutamento e, ovviamente, ha anche a che vedere con la lettura e l’interpretazione che si fa o si sia fatta del Concilio Vaticano II.
Quando si legge e si interpreta in chiave di rottura o di discontinuità, non si capisce nulla del Concilio e lo si travisa del tutto. Per questo, come indica il Papa, soltanto ‘un’ermeneutica della continuità’ ci porta a una giusta e corretta lettura del Concilio, e a conoscere la verità di ciò che dice e insegna nel suo insieme e in particolare nella Costituzione Sacrosantum Concilium sulla liturgia divina, inseparabile, per lo più, da questo stesso insieme.
Il Motu Proprio, di conseguenza, ha anche un valore altissimo per la comunione della chiesa”.
C’è il Papa dietro il lento ma necessario processo di riavvicinamento della chiesa a un autentico spirito liturgico.

Eppure, non mancano divisioni e contrapposizioni. Ne parla il cardinale Cañizares: “Il grande apporto del Papa, a mio parere, è che ci sta portando fino alla verità della liturgia, con una saggia pedagogia ci sta introducendo nel genuino ‘spirito’ della liturgia (come recita il titolo di una delle sue opere prima di diventare Papa).
Lui, prima di tutto, sta seguendo un semplice processo educativo che chiede di andare verso questo ‘spirito’ o senso genuino della liturgia, per superare una visione riduttiva molto radicata della liturgia. I suoi insegnamenti così ricchi e abbondanti in questo campo, come Papa e prima di diventarlo, così come i gesti evocatori che stanno accompagnando le celebrazioni che presiede, vanno in questa stessa direzione. Accogliere questi gesti e questi insegnamenti è un dovere che abbiamo se siamo disposti a vivere la liturgia in modo corrispondente alla sua stessa naturalezza e se non vogliamo perdere i tesori e le eredità liturgiche della tradizione. Inoltre, costituiscono un vero dono per la formazione, così urgente e necessaria, del popolo cristiano.
In questa prospettiva bisognerebbe vedere lo stesso Motu Proprio che ha confermato la possibilità di celebrare con il rito del messale romano approvato da Giovanni XXIII e che risale, con le successive modifiche, al tempo di san Gregorio Magno e ancora prima.
E’ certo che sono molte le difficoltà che stanno avendo coloro che, nell’utilizzo di quello che è un loro diritto, celebrano o partecipano alla Santa Messa conforme al ‘rito antico’ o ‘straordinario’.
Di suo, non ci sarebbe bisogno di questa opposizione, né tantomeno di essere visti con sospetto o essere etichettati come ‘pre conciliari’, o, ancora peggio, come ‘anti conciliari’. Le ragioni di questo sono molteplici e diverse, però, in fondo, sono le stesse che portarono a una riforma liturgica intesa come rottura e non nell’orizzonte della tradizione e dell’‘ermeneutica della continuità’, che reclama il rinnovamento e la vera riforma liturgica nella chiave del Vaticano II.
Non possiamo dimenticare, in più, che nella liturgia si tocca quanto di più essenziale c’è delle fede e della chiesa e, per questo, ogni volta che nella storia si è toccato qualcosa della liturgia tensioni e anche divisioni non sono state rare”.
E’ dal discorso di Benedetto XVI alla curia romana del 22 dicembre 2005 che la necessità di leggere il Vaticano II non in un’ottica di discontinuità col passato ma di continuità è diventata centrale nell’attuale pontificato.

Dal punto di vista liturgico questo cosa significa?

“Significa, fra le altre cose, che non possiamo portare a termine il rinnovamento della liturgia e metterla al centro e alla fonte della vita cristiana, se ci poniamo davanti a essa in chiave di rottura con la tradizione che ci precede e che porta questa ricca sorgente di vita e di dono di Dio che ha alimentato e dato vita al popolo cristiano.
Gli insegnamenti, le indicazioni, i gesti di Benedetto XVI sono fondamentali in questo senso. Per questo bisogna favorire la conoscenza serena e profonda di quanto ci sta dicendo, compreso quello che ha detto prima di diventare Papa, e che tanto chiaramente si riflette, per esempio, nella sua esortazione apostolica ‘Sacramentum caritatis’”.

La congregazione che Cañizares presiede si è riunita lo scorso marzo in plenaria e ha presentato delle propositiones al Papa.

“L’assemblea plenaria della congregazione si è occupata soprattutto dell’adorazione eucaristica, l’eucarestia come adorazione, e l’adorazione al di fuori delle sante messe.
Sono state approvate alcune conclusioni poi presentate al Santo Padre. Queste conclusioni prevedono un piano di lavoro della congregazione per i prossimi anni, che il Papa ha ratificato e incoraggiato.
Si muovono tutte sulla linea di ravvivare e promuovere un nuovo movimento liturgico che, fedele in tutto agli insegnamenti del Concilio e seguendo gli insegnamenti di Benedetto XVI, collochi la liturgia nel posto centrale che le corrisponde nella vita della chiesa. Le conclusioni delle propositiones riguardano l’impulso e la promozione dell’adorazione del Signore, base del culto che si deve dare a Dio, della liturgia cristiana; inseparabile dalla fede nella presenza reale e sostanziale di Cristo nel sacramento eucaristico; assolutamente necessaria per una chiesa viva. Porre un freno agli abusi, che disgraziatamente sono molti, e correggerli non è qualcosa che derivi dalla plenaria della congregazione, ma è qualcosa che reclama la stessa liturgia e la vita e il futuro della chiesa e la comunione con essa. Su questo, sui tanti abusi liturgici e sulla loro correzione, alcuni anni fa la congregazione pubblicò un’istruzione importantissima, la ‘Redemptionis Sacramentum’ e a essa dobbiamo rimetterci tutti, è un dovere urgentissimo correggere gli abusi esistenti se vogliamo come cattolici portare qualcosa al mondo per rinnovarlo. Le proposizioni non si occupano di mettere a freno la creatività, ma anzi di incoraggiare, favorire, ravvivare la verità della liturgia, il suo senso più autentico e il suo spirito più genuino; non possiamo nemmeno dimenticare o ignorare che la creatività liturgica come spesso la si è intesa e la si intende, è un freno alla liturgia e la causa della sua secolarizzazione, perché è in contraddizione con la naturalezza stessa della liturgia”.

Si parla nelle propositiones dell’uso della lingua latina?

“Non si dice nulla a proposito del dare più spazio alla lingua latina, compreso nel rito ordinario, né di pubblicare messali bilingue, come in realtà già si è già fatto in alcuni luoghi dopo la conclusione del Concilio; non bisogna comunque dimenticare che il concilio nella costituzione ‘Sacrosanctum Concilium’
non deroga il latino, lingua venerabile alla quale è vincolato il rito romano”.

Ci sono poi tante altre questioni importanti, l’orientamento…

“Non solleviamo la questione dell’orientamento ‘versus Orientem’, né della comunione per bocca, né di altri aspetti che a volte vengono fuori come accuse di ‘passi indietro’, di conservatorismo o d’involuzione.
Credo, del resto, che le questioni come queste, l’orientamento, il crocifisso visibile al centro dell’altare, la comunione in ginocchio e in bocca, l’uso del canto gregoriano, sono questioni importanti che non si possono sminuire in maniera frivola o superficiale e delle quali, in ogni caso, si deve parlare con cognizione di causa e con fondamento, come fa, per esempio, il Santo Padre, e vedendo anche
come queste cose corrispondono (e anche favoriscono) di più la verità della celebrazione così come la partecipazione attiva, nel senso in cui ne parla il Concilio e non in altri sensi. Ciò che è importante è che la liturgia venga celebrata nella sua verità, con verità, e che si favorisca e promuova intensamente il senso e lo spirito della liturgia in tutto il popolo di Dio in modo tale che si viva di essa; è veramente molto importante che le celebrazioni abbiano e propizino il senso del sacro, del Mistero, che ravvivino la fede nella presenza reale del Signore e nel dono di Dio che agisce in essa, così come l’adorazione, il rispetto, la venerazione, la contemplazione, la preghiera, l’elogio, l’azione di grazia, e molte altre cose che corrono il rischio di annacquarsi.
Quando partecipo o vedo la liturgia del Papa che ha già incorporato alcuni di questi elementi mi convinco sempre più che non sono aspetti casuali ma che invece hanno una forza espressiva ed educativa per se stessa e nella verità della celebrazione, la cui assenza si nota”.

Cañizares è stato per anni una figura di spicco della chiesa spagnola. Lo è ancora, pur risiedendo a Roma. In Spagna c’è stata recentemente una dichiarazione del segretario della conferenza episcopale del paese, monsignor Juan Antonio Martinez Camino, che diceva che quei politici che si esprimeranno pubblicamente a favore dell’aborto non potranno ricevere la comunione. Condivide questa posizione di Camino? Perché la Spagna è diventata l’avamposto di politiche cosiddette laiciste? Come debbono comportarsi vescovi e le conferenze episcopali di fronte a posizioni che negano la vita?

“I vescovi, come pastori che guidano e difendono il popolo che ci è stato affidato, hanno il dovere di carità ineludibile di insegnare e trasmettere ai fedeli, fedelmente, con saggezza, dottrina e prudenza, ciò che crede e insegna la fede della chiesa, sebbene questo costi, sebbene vada controcorrente o penalizzi l’opinione pubblica. Ciò che c’è in gioco sul tema dell’aborto e quello che si legifererà in Spagna in questa materia, quando saranno approvati tutti i passaggi regolamentari, è qualcosa di molto grave e decisivo, e non possiamo né tacere né occultare la verità; è ciò che, compiendo l’ordine del suo Signore, la chiesa dice e comanda ai suoi fedeli, esige e si aspetta da loro. Dobbiamo servire e indirizzare i fedeli con la luce della verità ricevuta della quale non possiamo disporre in questioni morali e, a volte, delicate; e dobbiamo aiutare i cattolici nella vita pubblica a prendere le loro decisioni con responsabilità davanti a Dio e davanti agli uomini e conformemente alla ragione come corrisponde alla loro condizione di figli della chiesa e credenti in Gesù Cristo.
Non possiamo né dobbiamo, pena quella di essere dei cattivi pastori, muoverci in queste questioni con relativismi, con calcoli ‘politici’, o con abili o sottili ‘diplomazie’.
L’esercitare bene il nostro ministero episcopale, del resto, non è assolutamente in lotta, anzi, con la prudenza, la misura, la misericordia, la gentilezza e la mano tesa che certamente dovranno accompagnarci in tutto. E’ un momento difficile quello che stiamo attraversando ora in Spagna; non è facile neanche per i vescovi. Non credo, d’altra parte, che la Spagna sia la portabandiera o l’avanguardia di politiche
laiciste. Il laicismo, evidente o nascosto, e le politiche laiciste sono diffuse quasi dappertutto, in alcuni paesi più che in altri, e in alcuni con moltissimo potere e forza; c’è una forza, apparentemente inarrestabile, impegnata a introdurre il laicismo in tutto il mondo, o, che è lo stesso, a cancellare Dio rivelato nel viso umano di Gesù Cristo, suo Unigenito, dalla coscienza degli uomini. E’ vero che in Spagna questo laicismo ha delle connotazioni speciali forse per tutta la sua storia e la sua stessa identità. La Spagna sta subendo una trasformazione molto radicale nella sua mentalità, nel suo pensiero e nei criteri di giudizio, nei suoi costumi e nei modi di agire, nella sua cultura, insomma, nella sua natura o identità; questo, inoltre, si manifesta in una grande e profonda crisi o rottura morale e di valori, dietro la quale si nasconde una crisi religiosa e sociale e una frammentazione dell’uomo. Però, al tempo stesso, le radici e le fondamenta che sostengono la Spagna e la parte più genuina di essa derivano dalla fede cristiana, trovano sostentamento in essa, e in quanto essa crede; e queste radici non sono sparite né scompariranno. Un’insieme di leggi, come quella dell’aborto che è già stata approvata in Parlamento, oltre ad altri fattori, è senza dubbio il segno della trasformazione in atto. Ho sempre creduto che noi vescovi, obbedendo a Dio prima che agli uomini, dobbiamo annunciare sempre il Vangelo e Gesù Cristo, non anteporre nulla a Lui e alla sua opera, annunciare senza sosta e coraggiosamente Dio vivo, la cui gloria è che l’uomo viva, che costituisce il ‘sì’ più pieno e totale che si possa dare all’uomo, alla sua dignità inviolabile, alla vita, ai suoi diritti fondamentali, a tutto ciò che è veramente umano. Annunciare e testimoniare Colui che è amore, agendo in tutto con carità e portando e testimoniando davanti a tutti la carità, la passione di Dio per l’uomo, in modo particolare per i deboli, gli indifesi, coloro che sono trattati ingiustamente. Tutto indirizzato verso la conversione, perché sorga una nuova umanità fatta da uomini nuovi con la novità del Vangelo di Gesù Cristo, del modo di essere, di pensare e di agire che in Lui, verità di Dio e dell’uomo, incontriamo e ha origine.
Si tratta semplicemente di dare impulso e portare a termine una nuova e decisa evangelizzazione. Questa è la condizione in cui si trovano la chiesa e i vescovi in Spagna da molto tempo; è un lavoro lento e arduo, ma che sta dando i suoi frutti. Credo, inoltre, che i vescovi in Spagna, proprio in virtù dell’affermazione di Dio e della fede in Gesù Cristo, si sono imbarcati in una grande battaglia a favore dell’uomo, del diritto alla vita, della libertà, di ciò che è imprescindibile per l’uomo come la famiglia, la verità e bellezza della famiglia basata sul matrimonio tra un uomo e una donna aperto alla vita, nell’amore; sono a favore dell’educazione della persona e della libertà di insegnamento, della libertà religiosa. La chiesa in Spagna, per puntare ogni giorno e con più forza e intensità sull’uomo e sui suoi diritti fondamentali, sente la chiamata a rafforzare l’esperienza di Dio perché i suoi fedeli siano ‘testimoni del Dio vivo’, come dice uno dei suoi documenti più importanti ed emblematici di alcuni anni fa. Il suo compito non è la politica, né fare politica, se non essere semplicemente chiesa, presenza di Cristo fra gli uomini, anche se questo la penalizza. La situazione è dura, ma guardiamo al futuro con una grande speranza e una grande chiamata a lasciarci rafforzare da Dio e tenerlo al centro di tutto, e proseguiamo il nostro cammino senza fermarci e senza tirarci indietro, con lo sguardo fisso su Gesù Cristo. Ho la certezza assoluta che la Spagna cambierà e tornerà al vigore di una fede vivida e di un rinnovamento della società. Non possiamo abbassare la guardia, né abbassare le braccia che devono stare tese verso Dio in una supplica fiduciosa e permanente. E’ essenziale che, prima di tutto, recuperi la sua vitalità e il suo vigore teologale e religioso, che Dio dato in Gesù Cristo sia veramente il suo centro e il suo più saldo fondamento, per essere capaci, come in altri momenti, di creare una nuova cultura e far sorgere una nuova società.
Questo è possibile; e, inoltre, nulla è impossibile a Dio”.

Il Piccolo Ratzinger

Il “piccolo Ratzinger”, così è chiamato il cardinale Antonio Cañizares Llovera, è dal dicembre 2008 prefetto della congregazione per il Culto divino e la disciplina dei sacramenti. Nato a Utiel, nell’arcidiocesi di Valencia, 64 anni fa, è stato vescovo di Toledo e primate di Spagna. Il soprannome “piccolo Ratzinger” è nato in Vaticano: dal 1985 al 1992 Cañizares ha svolto per la Conferenza episcopale spagnola lo stesso ruolo che Ratzinger svolgeva a Roma: si occupava del settore “dottrina della fede” della Conferenza episcopale.
Grande studioso di Teresa d’Avila ha fondato l’Università Cattolica “Santa Teresa de Jesús”.

© Copyright Il Foglio, 9 gennaio 2010


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Nella Chiesa Universale, l'Eucarestia diventa Universale con una lingua: il Latino

Roberto Pepe

Ho letto che Mons. Nourrichard, vescovo di Evreux, in giacca e cravatta da manager d’azienda ha rilasciato l’intervista televisiva, durante la quale (avendo sospeso l'abbé Michel.il quale, "incredibile dictu audituque", celebra la messa in latino una volta al mese…) ha dichiarato di voler attendere la decisione di Roma inerente il caso…
“Introibo ad altare dei”: diceva il prete all’inizio della messa, al che rispondevo nella mia divisa da scout: “ Ad deum qui laetificat juventutem meam”. Il Sacerdote: “Adiutorium nostrum in nomine Domini”, quindi: "Qui fecit caelum et terram”…. Scusate ma sono ricordi lontani… Per noi questa era la S.Messa. Nostalgia? Forse. Sapevamo esattamente quello che dicevamo? Magari, io che ho frequentavo il Liceo: sì, ma forse gli altri geometri o ragionieri, lo masticavano maccheronicamente.
Ma questo che importa? Quello che importava era la la volontà del gesto, l'intenzione di pregare, la convinzione di pronunciare parole esclusive di quel sacro luogo, quasi più vicine e più comprensibili per l'Altissimo, di comunicare, insomma, nella lingua che Cristo conobbe...
Francamente, pertanto, non capisco questo accanimento di tipo: “dai all’untore” se qualcuno dice una parte della Messa in latino, gridato da parte dei “novisti” a tutti i costi, postconciliari. Arrivare a sospendere un abate per il latino mi sembra proprio assurdo e persecutorio da neo tribunale d'inquisizione! Per caso -domando- le preghiere dette ripetutamente in italiano a pappagallo sono vagliate sempre parola per parola nella loro semantica, nel loro approfondimento lessicale e spirituale? O anche queste frasi cadono nel loro riciclo mnemonico da formuletta salvifica? Il rapporto con l’Onnipotente è principalmente diretto con la mente ed i sentimenti dei quali le parole sono solo un tramite. Se ci si attacca troppo alle espressioni italiane o latine ci si perde nei meandri della mera procedura rituale, premiando il "modus explicandi" anziché la "substantia rerum”.
Frequento d’estate il Tirolo e la domenica mi devo “sorbire” la Messa in tedesco, che per noi italiani, in realtà, abituati almeno ai suoni “rotondi” e sdruccioli della nostra lingua in raffronto a quelli gutturali della tedesca, pare di assistere ad un comizio di passata memoria…
Mi ricordo, invece, che da bambino potevo comunque fare il chierichetto anche in quelle chiesette montane, in quanto la parte intima della Messa era uguale in tutto il mondo, in latino (anche se un po' duro).
E’ chiaro che la “predica” dopo la lettura del Vangelo e le parti comuni lette dai fedeli deve essere in lingua locale, per necessità primaria di comprensione, ma il fatto di avere una parte comune ed in particolare, quella importante fondamentale Eucaristica in qualsiasi chiesa del mondo, rendeva veramente la Chiesa, anche in maniera tangibile, Universale, essendo, tra l’altro l’unico Istituto (come organizzazione) ad unire i popoli diversi, anche materialmente col linguaggio latino che è stato, guarda caso, un “Unicum” nel mondo per qualche millennio.


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Il sacerdote nei riti iniziali della Santa Messa

Rubrica di teologia liturgica a cura di don Mauro Gagliardi

ROMA, mercoledì, 13 gennaio 2010 (ZENIT.org).

In questo articolo, con cui riprendiamo nel nuovo anno la nostra rubrica, padre Paul Gunter, Docente presso il Pontificio Istituto Liturgico e Consultore dell'Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice, ci offre una panoramica efficace sul ruolo del sacerdote celebrante nei riti iniziali della Messa, mettendo a confronto i due Messali attualmente in vigore: quello della forma ordinaria e quello della forma straordinaria del Rito Romano (don Mauro Gagliardi).

***

padre Paul Gunter, OSB

Nella prima parte della Messa, i riti sembrano parlare di per se stessi. Non siamo ancora giunti alla Liturgia della Parola, che proclama la Sacra Scrittura, né abbiamo ancora preparato l'altare per il Sacrificio. Nondimeno, in qualche modo abbiamo già fatto queste cose, perlomeno nella disposizione interiore del sacerdote. Quando si compiono i riti iniziali, sono infatti già stati posti diversi atti, sebbene non visibili all'assemblea. E sono questi che non solo fanno da sfondo a ciò che di più santo esiste, ma anche determinano nella vita di un prete il modo col quale egli si presenta all'appuntamento con l'altare, sicché le preoccupazioni della vita quotidiana non facciano guerra alla sacralità raccolta, che è richiesta dalla celebrazione della Santa Messa.
Il sacerdote ha fatto la sua preparazione privata, che è delineata nel Messale sia della forma ordinaria (o di Paolo VI), che di quella straordinaria (o di san Pio V). La distinzione tra le due forme è qui evidenziata non solo perché esse rappresentano l'uso corrente del Rito Romano, ma anche perché si complementano a vicenda nello scopo di «far crescere ogni giorno di più la vita cristiana tra i fedeli; di meglio adattare alle esigenze del nostro tempo quelle istituzioni che sono soggette a mutamenti; di favorire ciò che può contribuire all'unione di tutti i credenti in Cristo»[1]. La Praeparatio ad Missam di entrambe le forme ha in comune una preghiera di sant'Ambrogio, una di san Tommaso d'Aquino ed una preghiera alla Beata Vergine Maria[2]. La «formula di intenzione» ricorda al sacerdote che egli consacra il Corpo e il Sangue di Cristo a beneficio di tutta la Chiesa e per tutti coloro che si sono raccomandati alle sue preghiere. Siccome questa preghiera si trova in entrambe le forme del rito, è chiaro che tutte e due mantengono la dimensione ecclesiologica della Messa[3]. Anche il sacerdote che celebra in privato non celebra la Messa solo per se stesso. L'IGMR 93, nello spiegare ciò, descrive anche le disposizioni che deve avere il celebrante:

«[...] il presbitero, che nella Chiesa ha il potere di offrire il sacrificio nella persona di Cristo in virtù della sacra potestà dell'Ordine[4], presiede il popolo fedele radunato [...], ne dirige la preghiera, annuncia ad esso il messaggio della salvezza, lo associa a sé nell'offerta del sacrificio a Dio Padre per Cristo nello Spirito Santo, distribuisce ai fratelli il pane della vita eterna e lo condivide con loro. Pertanto, quando celebra l'Eucaristia, deve servire Dio e il popolo con dignità e umiltà, e, nel modo di comportarsi e di pronunziare le parole divine, deve far percepire ai fedeli la presenza viva di Cristo»[5].
Di conseguenza, i riti iniziali suppongono che il prete arrivi all'altare pronto a svolgere le sue sacre funzioni. Allo stesso tempo, non ci si aspetta di meno dal popolo di Dio: i fedeli presenti devono unire se stessi all'azione della Chiesa ed evitare ogni atteggiamento di individualismo o di divisione[6]. «Questa unità appare molto bene dai gesti e dagli atteggiamenti del corpo, che i fedeli compiono tutti insieme»[7].

I riti iniziali nella forma straordinaria

La forma straordinaria, mentre ci ricorda che il sacerdote che indossa i paramenti si avvicina all'altare dopo aver fatto i necessari atti di riverenza, si preoccupa anche di illustrare la cura con la quale il celebrante deve fare il segno di croce[8]. I riti iniziali della forma straordinaria, più estesi di quelli della forma ordinaria, sono composti innanzitutto dal Salmo 42 con la sua famosa antifona Introibo ad altare Dei ad Deum qui laetificat iuventutem meum, recitata tra il prete e il ministrante. Il Confiteor è pregato due volte, la prima dal sacerdote e la seconda dal ministrante, che recita anche il Misereatur dopo il Confiteor del sacerdote. Dopo il secondo Confiteor, il Misereatur - che è stato conservato nella forma ordinaria della Messa, ma che lì domanda il perdono dei peccati in genere, invece di evidenziare la distinzione tra i peccati del sacerdote e quelli del popolo - è seguito dalla formula Indulgentiam, durante la quale il sacerdote fa il segno di croce, mentre prega per la remissione dei peccati di tutti. Seguono alcuni versetti dal Salmo 84. Guéranger descrive il loro scopo in questo modo:
«La pratica di recitare questi versetti è molto antica. L'ultimo ci trasmette le parole di Davide, il quale, nel suo Salmo 84, prega per la venuta del Messia. Nella Messa, prima della Consacrazione, noi attendiamo la venuta di Nostro Signore, così come coloro che vissero prima dell'Incarnazione avevano atteso il Messia promesso. Non dobbiamo comprendere la parola "misericordia", che si trova qui perché usata dal Profeta, come riferita alla bontà di Dio; al contrario, noi chiediamo a Dio che accordi di inviarci Lui, [...] il Salvatore, dal quale attendiamo su di noi la salvezza. Queste poche parole del Salmo ci riportano indietro, nello spirito, al tempo di Avvento, nel quale noi invochiamo continuamente Colui che deve venire»[9].
Il sacerdote, nell'ascendere all'altare, dice in segreto l'orazione Aufer a nobis, pregando che Dio possa rimuovere i nostri peccati e che le nostre menti possano essere ben disposte nel momento in cui entriamo nel Santo dei Santi. Dopo, bacia l'altare e prega - invocando i meriti dei santi, in particolare di quelli le cui reliquie si trovano nell'altare - che Dio sia indulgente verso i suoi peccati. Nella «Messa alta» [Messa solenne], il prete incensa il crocifisso e poi l'altare[10] e lo fa in modo tale da coprire di incenso ogni parte dell'altare. Un diagramma del Messale descrive il modo preciso in cui ciò va fatto. Questo atto ci ricorda che l'altare rappresenta Cristo. Dom Guéranger riporta il significato scritturistico di quest'uso:
«La santa Chiesa ha preso in prestito questa cerimonia dal Cielo stesso, dove l'ha contemplata san Giovanni. Nella sua Apocalisse, egli ha visto un angelo ritto in piedi, con un incensiere d'oro, presso l'altare sul quale si trovava l'Agnello, circondato dai ventiquattro vegliardi (cf. Ap 8,3-4). Egli ci descrive quest'angelo mentre offre a Dio le preghiere dei santi, che sono simboleggiate dall'incenso. Perciò la nostra santa Madre, la Chiesa, la Sposa fedele di Cristo, desidera fare come si fa in Cielo»[11].

I riti iniziali nella forma ordinaria

La forma ordinaria del Rito Romano inizia enfatizzando la presenza del popolo radunato, prima di menzionare la processione del sacerdote e dei ministri verso l'altare, processione accompagnata dal canto introitale. La sostituzione degli inni con le antifone di introito e di comunione ha in effetti implicato la perdita di questi testi propri della Messa. Sebbene essi siano stati tradotti nelle lingue vernacole assieme agli altri testi, è in verità raro sentirli cantare, soprattutto nelle parrocchie. Nondimeno, la liturgia inizia con il canto, durante il quale il prete può incensare l'altare. Le parole iniziali della Messa sono le stesse in entrambe le forme: «Nel nome del Padre, e del Figlio, e dello Spirito Santo». Gudati dal celebrante, sacerdote e fedeli fanno insieme questo gesto, superando così il tempo che è trascorso tra la morte storica di Cristo sulla croce e il Sacrificio di Cristo sul Calvario, reso presente sull'altare ogni volta che viene celebrata la Messa. Come scrive padre Jeremy Driscoll, «I nostri corpi saranno trasportati nel corpo che fu appeso sulla croce, e questa partecipazione alla morte di Cristo è la rivelazione del mistero trinitario»[12].
«Nel nome» suggerisce che noi affidiamo la celebrazione al nome della Trinità. Con il battesimo, noi siamo immersi ed affidati al nome di Dio. Come nel battesimo veniamo sepolti e risuscitiamo con Cristo, così nel fare il segno di croce, noi rinnoviamo attivamente la nostra fede nel nome trinitario di Dio. Il segno della croce non è solo il modo tradizionale con cui i cattolici iniziano a pregare, ma è al contrario il modo più ovvio e più forte di iniziare a farlo. L'Amen è l'assenso solenne di coloro che rispondono.
Il «saluto apostolico» accoglie l'assemblea. Viene chiamato così perché è ispirato alle lettere di san Paolo. Il sacerdote può usare il Dominus Vobiscum, oppure può scegliere tra diverse formule. Qualunque sia la sua scelta, certamente non dovrà banalizzare tale saluto dicendo «Buon giorno». Il saluto liturgico è formalizzato perché il sacerdote saluta i fedeli nel suo specifico ruolo sacramentale per cui, in persona Christi capitis[13], egli saluta l'assemblea radunata da Dio. L'assemblea perciò non risponde «Buon giorno, padre», bensì «e con il tuo spirito». Scrive ancora Driscoll: «I fedeli si rivolgono allo "spirito" del sacerdote; cioè, a quella profondissima parte interiore del suo essere, nella quale egli è stato ordinato esattamente per guidare il popolo in questa sacra azione»[14].
Il sacerdote, poi, guida i fedeli col rito penitenziale, nel richiamare il popolo a riconoscere i propri peccati e a chiedere la misericordia di Dio. Nel Messale della forma ordinaria c'è una certa varietà di scelta. Il Confiteor, che qui è detto tutti insieme, incoraggia ognuno a pregare per l'altro e invoca la comunione dei santi perché ci assista. Un'altra forma richiama i versetti che seguono l'Indulgentiam nella forma straordinaria[15]. Entrambe le forme dell'atto penitenziale sono seguite dal Misereatur e dal Kyrie, la cui ripetizione indica le persistenti suppliche di misericordia. La terza forma consiste in una serie di petizioni, spesso legate al tempo liturgico, dette anche «tropi», seguiti dall'invocazione Kyrie eleison oppure Christe eleison[16]. La domenica, nelle feste o in occasioni speciali, il prete intona di seguito il Gloria, il canto degli angeli, cui si uniscono i presenti, o che è cantato dal coro che rappresenta i fedeli.
L'orazione principale, o colletta, conclude il ruolo del sacerdote nei riti iniziali della Messa. L'invito «Preghiamo» è seguito da un breve silenzio. Il silenzio parla profondamente all'essere interiore. Nella forma straordinaria esso è una componente naturale, nella forma ordinaria è considerato una risposta adeguata e umile al mistero. Il nome di «colletta» dato a questa orazione viene dal verbo latino colligere che indica il mettere insieme pezzi sparsi, per formare un'unità. La liturgia della Chiesa, attraverso la bocca del sacerdote, mette nei cuori dei fedeli una preghiera che riassume ciò per cui tutti dovremmo pregare. Non solo la colletta ci incoraggia a guardare oltre la piccolezza dei nostri bisogni e richieste, ma anche ad ascoltare la preghiera letta o cantata dal solo sacerdote a nome di tutta la Chiesa, per farne la preghiera di ciascuno di noi. Dopo di ciò, orientati verso Dio e dediti al culto della beata Trinità nel servizio della sacra liturgia della Chiesa, prete e fedeli insieme possono essere meglio sintonizzati per ascoltare la dolce voce che ci chiama affinché con la grazia di Dio giungiamo finalmente «alle più alte cime di scienza e di virtù»[17].

[Traduzione dall'inglese di don Mauro Gagliardi]

Note

1) Concilio Vaticano II, Sacrosanctum Concilium, n. 1.

2) La Praeparatio nel Missale Romanum del 1962 è più ampia.

3) Missale Romanum, Editio Typica Tertia, Typis Vaticanis 2002, 1289-1291.

4) Concilio Vaticano II, Lumen Gentium, n. 28.

5) Institutio Generalis Missalis Romani (IGMR), n. 93.

6) Cf. IGMR, n. 95.

7) IGMR, n. 96.

8) «[...] signat se signo crucis a fronte ad pectus, et clara voce dicit...»: Missale Romanum 1962.

9) P. Guéranger, Explanation of the Prayers and Ceremonies of Holy Mass, tr. L. Shepherd, Stanbrook Abbey, Worcestershire 1885, 7.

10) A. FORTESCUE - J.B. O'CONNELL - A. REID, The Ceremonies of the Roman Rite Described, 14th ed., St Michael's Abbey Press, Farnborough 2003, 142.

11) P. Guéranger, Explanation of the Prayers and Ceremonies of Holy Mass, 8.

12) J. DRISCOLL, What happens at Mass, Gracewing Publishing, Leominster 2005, 21.

13) «Nella persona di Cristo Capo».

14) J. DRISCOLL, What happens at Mass, 25.

15) «Ostende nobis Domine misericordiam tuam...».

16) Un tropo, dal latino tropus, e a volte riferito spregiativamente a farsato, era in origine una frase o un versetto aggiunto come abbellimento o come inserzione nella Messa cantata nel medioevo. Ad esempio il «Kyrie Lux et Origo eleison» della Missa I in Tempore Paschali. Il Messale di san Pio V li eliminò.

17) Regola di san Benedetto, capitolo 73.

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Liturgia, azione sociale, vocazioni: priorità del nuovo primate del Belgio

Prima conferenza stampa di monsignor André “Joseph” Léonard

di Jesús Colina

BRUXELLES, giovedì, 21 gennaio 2010 (ZENIT.org).

Una liturgia profonda, un'autentica preoccupazione sociale e la promozione delle vocazioni sono tre delle priorità annunciate dal nuovo Arcivescovo di Malines-Bruxelles, monsignor André "Joseph" Léonard.
Il giorno in cui è stata resa nota la sua nomina, il 17 gennaio, il primate del Belgio - accompagnato dal suo predecessore, il Cardinale Godfried Danneels - ha concesso una conferenza stampa nella quale ha ricordato che presto compirà 70 anni.
“Ciò significa che, se conserverò la buona salute che ho oggi, non avrò che cinque anni per servire questa diocesi di Malines-Bruxelles”, ha affermato nel suo incontro con la stampa questo filosofo e teologo, che è stato Vescovo di Namur per quasi 20 anni.
“Potrete quindi capire che devo stabilire delle priorità per utilizzare nel modo più efficace possibile gli anni che in teoria ho davanti a me”, ha aggiunto il presule, che in virtù del suo nuovo incarico, secondo un costume proprio del Belgio, diventa anche presidente della Conferenza Episcopale e Vescovo della Diocesi delle Forze Armate.
L'Arcivescovo ha annunciato, innanzitutto, che in questi anni desidera compiere una visita sistematica alla diocesi per conoscere la realtà sul campo.

Tre priorità

Parlando delle basi del suo futuro ministero arcivescovile, il primate ha affermato di voler promuovere una delle idee centrali proposte dal Cardinale Danneels nelle sue omelie delle ultime settimane: “l'importanza di una liturgia accurata, fedele alla grande tradizione della Chiesa, degna di Dio e degna degli uomini e delle donne che vi partecipano”.
Nel suo congedo, ha ricordato l'Arcivescovo Léonard, il suo predecessore ha auspicato “che la nostra Chiesa sia sempre più una Chiesa 'orante' e 'adorante', invitando anche in modo esplicito a sviluppare la pratica dell'adorazione eucaristica”.
“Vorrei impegnarmi con decisione in questa direzione”, ha aggiunto.
L'altra priorità pastorale che monsignor Léonard promuoverà, seguendo la via tracciata dal Cardinal Danneels, che lo ha consacrato Vescovo nel 1991, è la “preoccupazione sociale, soprattutto in materia di alloggi. Vorrei, nel modo migliore possibile, seguire i suoi passi, in questo campo come in molti altri”.
Monsignor Leónard ha poi indicato come priorità “la preoccupazione per le vocazioni, per tutte le vocazioni”.
“L'impegno di tanti cristiani – ha sottolineato l'Arcivescovo, che parla sette lingue –, uomini e donne, nella società e nelle nostre parrocchie e movimenti, è una benedizione”.
“Ad ogni modo, abbiamo anche bisogno di uomini e donne consacrati, così come di sacerdoti e diaconi”, ha affermato monsignor Léonard, che come Vescovo di Namur è noto per la crescita del suo seminario (nel quale studiano 35 dei 71 seminaristi del Belgio).
“Chiaramente non ho ricette per suscitare o attirare vocazioni alla vita consacrata o al sacerdozio, ma so che il Signore vuole donarcele e prometto di fare tutto ciò che è nelle mie possibilità per rispondere alla sua volontà”.
L'Arcivescovo ha annunciato sulla sua pagina web che, in occasione della sua nomina, ha modificato il suo secondo nome, Mutien (che aveva adottato quando era stato nominato Vescovo di Namur), in Joseph, santo patrono del Belgio. Monsignor André Mutien Léonard si chiamerà ora André Joseph Léonard. Prenderà possesso della sua sede il 28 febbraio.

[Con informazioni di Anita S. Bourdin]

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Germania: l'Abbazia trappista di Mariawald torna al Rito antico

MARIENBAD, lunedì, 8 febbraio 2010 (ZENIT.org).

Papa Benedetto XVI ha concesso all'abate Josef Vollberg ocso, dell'Abbazia trappista di Mariawald, nella Diocesi di Aquisgrana (Germania), il privilegio di tornare insieme all'Abbazia alla liturgia e all'osservanza dell'antico uso dell'Ordine, in vigore fino alle riforme del Concilio Vaticano II.
L'abate Vollberg e la sua Abbazia hanno dichiarato di sentirsi profondamente motivati, dal Santo Padre e dal suo atto giuridico diretto e immediato, a implementare la riforma “orientata alla tradizione” del monastero con un rinnovato vigore spirituale.
Attualmente vivono a Mariawald dieci monaci, un novizio e un oblato.
La storia dell'Abbazia è iniziata con la fondazione di un priorato cistercense nel XV secolo.
Dopo un'interruzione della vita monastica di oltre 60 anni, a causa degli sconvolgimenti della Rivoluzione Francese, il monastero, ripopolato nel XIX secolo dai Trappisti dell'Alsazia, è stato elevato ad Abbazia nel 1909.

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Intervista a mons. Marini

Intervista di John L. Allen Jr., ottimo giornalista benché scriva sull'ultraprogressista periodico americano National Catholic Reporter (da non confondere con il più ortodosso - appartiene ai Legionari di Cristo - National Catholic Register). Diciamo dunque che mons. Marini ha adottato un linguaggio meno inaccettabile per i lettori di quella rivista.


Monsignor Guido Marini, Cerimoniere pontificio di Benedetto XVI liturgiche, è una di quelle figure vaticane che normalmente operano nell'ombra. Egli è colui che organizza le messe e gli altri eventi liturgici che il Papa presiede, in modo che egli attira generalmente l'attenzione solo quando gli capita di essere in piedi vicino al suo capo, quando si accendono le videocamere.

Marini si è tuttavia esposto in primo piano in gennaio, quando ha tenuto un discorso all'incontro dei sacerdoti di lingua inglese a Roma, in cui ha sostenuto una "riforma della riforma" liturgica. Tali osservazioni hanno scatenato un'ondata di speculazione nella blogosfera e nei circoli liturgici su una possibile nuova revisione del culto cattolico sotto Benedetto XVI, che i critici leggerebbero come un "riavvolgere le lancette dell'orologio" sulle riforme associate con il Concilio Vaticano II (1962-65).

Marini si è seduto per un'intervista esclusiva con NCR nel suo ufficio in Vaticano il 9 febbraio, per spiegare ciò che aveva in mente circa una "riforma della riforma".

In poche parole, il messaggio di Marini è che sotto Benedetto XVI, i venti soffiano chiaramente in una direzione più tradizionale, ma chi si aspetta grandi movimenti in un senso o nell'altro rischia di essere deluso – questo Papa preferisce operare "proponendo", ha detto Marini, invece di "imporre".

Di seguito estratti dal colloquio con Marini. (Marini ha parlato in italiano e ha avuto la possibilità di rivedere la traduzione in inglese del suo commento).

- Che cosa aveva in mente il 6 gennaio, parlando di una "riforma della riforma"?
Per la verità, non ho utilizzato questa espressione come qualcosa di mio, ma come una frase usata da molti altri per molti anni, tra cui, ovviamente, l'allora Cardinale Ratzinger. Non volevo entrare nei dettagli su cosa possa significare per diverse persone quell'espressione, perché ci sono diversi modi di comprenderla. Credo che il modo migliore, il modo più corretto, per capire l'espressione è certamente non respingere le riforme determinate dal Concilio Vaticano II. Si tratta piuttosto di fare un altro passo avanti verso la comprensione e l'esperienza di un autentico spirito liturgico, portando insieme l'eredità della nostra tradizione con la riforma che ha compiuto il Concilio, in uno spirito di sviluppo nella continuità.

- Naturalmente, anche l'allora Cardinale Ratzinger ha una volta messo in guardia contro nuovi sconvolgimenti nella liturgia, dicendo che abbiamo bisogno di un periodo di stabilità. E' d'accordo?
Sì, sì… sono pienamente d'accordo! Non credo che la liturgia della Chiesa necessiti di cambiamenti radicali o distorsioni, in parte perché non è nella logica di questo spirito di sviluppo nella continuità. Credo invece che si tratta di consolidare ciò che già esiste, in un modo più autentico, secondo la vera mente della Chiesa.

- Non c'è nessun "tornare indietro" sul Vaticano II?
Naturalmente no. Un 'tornare indietro' avrebbe senso, perché non è così che funziona la vita della Chiesa. La vita della Chiesa avanza nel tempo, sempre in via di sviluppo, ma senza perdere nulla dalla sua vita del passato o presente.

- Lei ha parlato di alcuni tocchi più tradizionali nelle liturgie di Papa Benedetto XVI, come ad esempio inserire una croce sull'altare e dare la comunione sulla lingua. Se ho ben capito, non si sta suggerendo che questi sono sintomi della nuova politica liturgico per tutta la Chiesa.
Il Papa ha proposto e propone, queste soluzioni. È lo stile del Papa attuale non però procedere con imposizioni ma con proposizioni. L'idea è che, a poco a poco, tutto questo può essere accolto, considerando il vero significato che talune decisioni e orientamenti possono avere. Mi sembra un tipico tocco di Papa Benedetto XVI.
Non sappiamo e non possiamo dire se, in futuro, quello che il Papa presenta con questo atteggiamento promozionale diventerà più simile a una norma disciplinare. Certamente, lo stile in questo momento è quello di offrire proposte per lo stile celebrativo della Chiesa. Tuttavia, quando il Papa propone, non è semplicemente la sua preferenza personale, ma un orientamento chiaro e preciso per tutta la Chiesa.

- Il che solleva una questione più ampia. Benedetto XVI ha chiaramente una forte visione liturgica, ma a tutt'oggi non ha lanciato alcuna riforma liturgica radicale. Lei sembra aver suggerito il perché: la sua strategia è quella di proporre, piuttosto che imporre. È giusto?
Vorrei dire di sì. Mi sembra che egli abbia una visione radicata nella grande fede nella vita della Chiesa, che naturalmente ha un proprio senso del tempo e i propri ritmi. Date certe realtà, così come i tempi in cui viviamo, a volte le cose non possono solo essere imposte rapidamente. Si deve entrare lentamente nel modo di pensare della Chiesa, il suo modo di sentire, il suo clima. All'interno di questo, forse alla fine uno può arrivare a fornire una più precisa norma disciplinare, ma forse prima è utile per modellare un clima d'opinione.

- Dovete plasmare la cultura della Chiesa prima della sua legislazione?
Credo che, anche se le due cose ovviamente devono andare insieme, perché le norme disciplinari anche contribuiscono a formare una cultura. Allo stesso tempo, c'è un processo di formazione culturale che può portare a norme disciplinari. Credo che l'equilibrio fra questi due momenti deve essere tenuto in mente.

[..]
-Il Papa utilizzerà il nuovo Messale quando sarà in Inghilterra nel mese di settembre?
Non so, perché, non è ancora stato deciso. Non sappiamo se allora sarà già definitivamente approvato. Certamente se esso è approvata nel frattempo, sarà il testo che utilizzerà.

- La nuova traduzione a volte è stata criticata per l'utilizzo di termini non familiari che non possono essere facilmente accessibili alle persone. Siete d'accordo con la logica che talvolta una sorta di 'lingua sacra' è una buona cosa, al fine di sollevare il popolo dalla loro esperienza quotidiana?
Sì, lo credo. La liturgia ha certamente una dimensione popolare, ma ha anche un proprio linguaggio e il proprio quadro di riferimento. A volte abbiamo bisogno di aiuto nel considerare che nello spazio liturgico, nel clima della liturgia, dobbiamo effettivamente immettere un'altra dimensione che non è il nostro mondo di tutti i giorni. Il Papa parla spesso della liturgia come una sorta di spazio celeste, che non è certo staccato dal mondo, ma in realtà offre un nuovo modo di vivere l'esperienza del mondo. Tutto questo deve andare insieme, e a volte può essere espressa in un linguaggio che non è il discorso della vita quotidiana, ma la lingua di preghiera e di spiritualità, che ha la propria bellezza.

- Con suo motu proprio del 2007, Benedetto XVI ha autorizzato la celebrazione più ampia della vecchia Messa un Latino, il cosiddetto "rito tridentino", a fianco del nuovo. Ora che molta polvere si è accumulata su tale decisione, a che punto siamo?
A mio parere, ciò che è importante ora è che le due forme del rito romano si guardano l'un l'altro con grande serenità, rendendosi conto che appartengono entrambe alla vita della Chiesa e che nessuna delle due ne è l'unica vera, autentica espressione. Ma, piuttosto, le due forme del rito romano si possono arricchire reciprocamente. Questo deve essere il percorso lungo il quale noi dobbiamo camminare, perché forse siamo ancora pervenuti a questo atteggiamento di serenità e accoglienza nella vita quotidiana.


Fonte: National Catholic Reporter


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lunedì 22 marzo 2010

Intervista a don Nicola Bux sullo stato della liturgia
di Antonio Gaspari

ROMA, venerdì, 19 marzo 2010 (ZENIT.org).- Nel luglio del 2007 con il Motu Proprio "Summorum Pontificum" il Pontefice Benedetto XVI ha ripristinato la celebrazione della Messa in latino. L’evento ha suscitato scalpore. Si sono levate vibranti voci di protesta, ma anche coraggiose acclamazioni. Per spiegare il senso e la pratica delle riforma liturgica di Benedetto XVI, don Nicola Bux, sacerdote, esperto di liturgia orientale e consultore dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice, ha pubblicato il libro “La riforma di Benedetto XVI. La liturgia tra innovazione e tradizione” (Piemme, Casale Monferrato 2008), con prefazione di Vittorio Messori. Nel libro don Nicola spiega come la ripresa del rito latino non sia un passo indietro, un ritorno ai tempi precedenti il Concilio Vaticano II, bensì un guardare avanti, riprendendo dalla tradizione passata quanto di più bello e significativo essa può offrire alla vita presente della Chiesa. Secondo don Bux quello che il Pontefice vuol fare nella sua paziente opera di riforma è rinnovare la vita del cristiano, i gesti, le parole, il tempo del quotidiano restaurando nella liturgia un sapiente equilibrio tra innovazione e tradizione. Facendo con ciò emergere l’immagine di una Chiesa sempre in cammino, capace di riflettere su se stessa e di valorizzare i tesori di cui è ricco il suo scrigno millenario. Per cercare di approfondire il significato ed il senso della Liturgia, i suoi cambiamenti, il rapporto con la tradizione e il mistero del linguaggio con Dio, ZENIT ha intervistato don Nicola Bux.

- Che cos’è la liturgia e perché è così importante per la Chiesa e per il popolo cristiano?
Bux: La sacra liturgia è il tempo e il luogo in cui sicuramente Dio si fa incontro all’uomo. Pertanto il metodo per entrare in rapporto con lui è proprio quello di rendergli culto: egli ci parla e noi gli rispondiamo; gli rendiamo grazie ed egli si comunica a noi. Il culto, dal latino colere, coltivare un rapporto importante, appartiene al senso religioso dell’uomo, in ogni religione sin dai primordi. Per il popolo cristiano, la sacra liturgia e il culto divino attuano dunque il rapporto con quanto ha di più caro, Gesù Cristo Dio – l’attributo sacra significa che in essa tocchiamo la sua presenza divina. Per questo la liturgia è la realtà e “attività” più importante per la Chiesa

- In che cosa consiste la riforma di Benedetto XVI e perché ha suscitato tanto scalpore?
Bux: La riforma della liturgia, termine da intendere secondo la Costituzione liturgica del Concilio Vaticano II, come instauratio ossia ristabilimento al posto giusto nella vita ecclesiale, non comincia con Benedetto XVI ma con la storia stessa della Chiesa, dagli apostoli all’epoca dei martiri con papa Damaso fino a Gregorio Magno, da Pio V e Pio X a Pio XII e Paolo VI. La instauratio è continua, perché il rischio che la liturgia decada dal suo posto, che è quello di essere sorgente della vita cristiana c’è sempre; la decadenza avviene quando si sottomette il culto divino al sentimentalismo e all’attivismo personali di chierici e laici, che penetrando in esso lo trasformano in opera umana e intrattenimento spettacolare: un sintomo oggi è dato dall’applauso in chiesa che sottolinea indistintamente il battesimo di un neonato e l’uscita di una bara dal funerale. Una liturgia diventata intrattenimento, non necessita di riforma? Ecco quanto Benedetto XVI sta facendo: l’emblema della sua opera riformatrice rimarrà il ristabilimento della Croce al centro dell’altare al fine di far comprendere che la liturgia è rivolta al Signore e non all’uomo, ancorché ministro sacro. Lo scalpore c’è sempre ad ogni giro di boa della storia della Chiesa, ma non bisogna impressionarsi.

- Quali sono le differenze tra i cosiddetti innovatori e i tradizionalisti?
Bux: Questi due termini vanno chiariti in premessa. Se innovare significa favorire l’instauratio di cui parlavo, è proprio quella di cui c’è bisogno; come pure, se traditio significa custodire il deposito rivelato sedimentato anche nella liturgia. Se invece innovare volesse dire trasformare la liturgia da opera di Dio ad azione umana, oscillando tra un gusto arcaico che ne vuole conservare solo gli aspetti che aggradano e un conformismo alla moda del momento, andiamo fuori strada; o al contrario, essere conservatori di tradizioni meramente umane che si sono sovrapposte a mo’ di incrostazione sul dipinto non facendo più cogliere l’armonia dell’insieme. In realtà i due opposti finiscono per coincidere e rivelare la contraddizione. Un esempio: gli innovatori sostengono che la Messa in antico era celebrata rivolta al popolo. Gli studi dimostrano il contrario: l’orientamento ad Deum, ad Orientem, è quello proprio del culto dell’uomo a Dio. Si pensi all’ebraismo. Ancora oggi tutte le liturgie orientali lo conservano. Come mai gli innovatori, amanti del ripristino degli elementi antichi nella liturgia postconciliare non l’hanno conservato?

- Che significato ha la tradizione nella storia e nella fede cristiana?
Bux: La tradizione è una delle due fonti della Rivelazione: la liturgia, come dice il Catechismo della Chiesa Cattolica (1124), ne è elemento costitutivo. Benedetto XVI nel libro Gesù di Nazaret, ricorda che la Rivelazione si è fatta liturgia. Poi ci sono le tradizioni di fede, di cultura, di pietà che sono entrate e hanno rivestito la liturgia, sì che oggi conosciamo varie forme di riti in Oriente e in Occidente. Tutti comprendono quindi perché la Costituzione liturgica, dopo aver ricordato che solo la Santa Sede è l’autorità competente a regolare la sacra liturgia, al n 22, § 3 affermi perentoriamente: “nessun’altro, assolutamente, anche se sacerdote, osi, di sua iniziativa, aggiungere, togliere o mutare alcunché in materia liturgica”.

- Sarebbe possibile secondo lei tornare oggi alla messa in latino?
Bux: Il Messale Romano rinnovato da Paolo VI è in latino e costituisce l’edizione cosiddetta tipica, perché ad essa devono far riferimento le edizioni in lingua corrente curate dalle Conferenze Episcopali nazionali e territoriali, approvate dalla Santa Sede. Pertanto, la Messa in latino s’è continuata a celebrare anche col nuovo Ordo, sebbene raramente. Ciò ha finito per contribuire all’impossibilità per un’assemblea composita di lingue e nazioni, di partecipare ad una Messa celebrata nella lingua sacra universale della Chiesa Cattolica di rito latino. Così, al suo posto sono nate le cosiddette Messe internazionali, celebrate in modo che le parti di cui si compone la Santa Messa, si recitino o cantino in più lingue; così ciascun gruppo capisce solo la sua! Si era sostenuto che il latino non lo capiva nessuno; ora, se la Messa in un santuario è celebrata in quattro lingue, ciascun gruppo finisce per comprenderne solo un quarto. A parte altre considerazioni, come ha auspicato il Sinodo del 2005 sull’Eucaristia, si deve tornare alla Messa in latino: almeno una domenicale nelle cattedrali e nelle parrocchie. Ciò aiuterà, nella conclamata società multiculturale odierna, a recuperare la partecipazione cattolica sia quanto al sentirsi Chiesa universale, sia quanto al radunarsi insieme ad altri popoli e nazioni che compongono l’unica Chiesa. I cristiani orientali, pur dando spazio alle lingue nazionali, hanno conservato il greco e lo slavo ecclesiastico nelle parti più importanti della liturgia come l’anafora e le processioni con le antifone per il Vangelo e l’Offertorio. A instaurare tutto ciò contribuisce sommamente l’antico Ordo del Messale Romano anteriore, ripristinato da Benedetto XVI col Motu proprio Summorum Pontificum, che, semplificando, viene chiamata Messa in latino: in realtà è la Messa di S. Gregorio Magno, in quanto la sua struttura portante risale all’epoca di quel Pontefice ed è rimasta intatta attraverso le aggiunte e semplificazioni di Pio V e degli altri pontefici fino a Giovanni XXIII. I padri del Vaticano II l’hanno celebrata quotidianamente senza avvertire alcun contrasto con l’aggiornamento che stavano compiendo.

- Il Pontefice Benedetto XVI ha sollevato il problema degli abusi liturgici. Di che cosa si tratta?
Bux: Per la verità, il primo a lamentare le manomissioni nella liturgia fu Paolo VI, a pochi anni dalla pubblicazione del Messale Romano nell’udienza generale del 22 agosto 1973. Paolo VI poi, era convinto che la riforma liturgica attuata dopo il Cconcilio, veramente avesse introdotto e sostenuto fermamente le indicazioni della Costituzione liturgica (discorso al sacro collegio del 22 giugno 1973). Ma la sperimentazione arbitraria continuava e acuiva all’opposto la nostalgia dell’antico rito. Il Papa nel concistoro del 27 giugno 1977 ammoniva “i contestatori” per le improvvisazioni, banalità, leggerezze e profanazioni, chiedendo loro severamente di attenersi alla norma stabilita per non compromettere la regula fidei, il domma, la disciplina ecclesiastica, lex credendi e orandi; nonché i tradizionalisti, perché riconoscessero l’“accidentalità” delle modifiche introdotte nei sacri riti. Nel 1975, la bolla Apostolorum Limina di Paolo VI per l’indizione dell’anno santo, a proposito del rinnovamento liturgico aveva annotato: “Noi stimiamo estremamente opportuno che questa opera sia riesaminata e riceva nuovi sviluppi, di modo che, basandosi su ciò che è stato fermamente confermato dall’autorità della Chiesa, si possa vedere ovunque quelle che sono veramente valide e legittime e continuarne l’applicazione con zelo ancora maggiore, secondo le norme e i metodi consigliati dalla prudenza pastorale e da una vera pietà”. Tralascio le denunce di abusi e ombre nella liturgia da parte di Giovanni Paolo II in più occasioni, in particolare nella Lettera Vicesimus quintus annus dall’entrata in vigore della Costituzione liturgica. Benedetto XVI, quindi, ha inteso riesaminare e dare nuovo impulso proprio aprendo una finestra col Motu proprio, affinché pian piano cambi l’aria e riporti sul giusto binario quanto è andato oltre l’intenzione e la lettera del Concilio Vaticano II in continuità con l’intera tradizione della Chiesa.

- Lei ha più volte affermato che in una corretta liturgia bisogna rispettare i diritti di Dio. Ci spiega cosa intende sostenere?
Bux: La liturgia, termine che in greco indica l’azione rituale di un popolo che celebra, per esempio, i suoi fasti, come avveniva ad Atene o come avviene ancora oggi per l’inaugurazione delle Olimpiadi o altre manifestazioni civili, evidentemente è prodotta dall’uomo. La sacra liturgia, reca questo attributo, perché non è a nostra immagine – in tal caso il culto sarebbe idolatrico, cioè creato dalle nostre mani – ma è fatta dal Signore onnipotente: nell’Antico Testamento, con la sua presenza indicava a Mosè come doveva predisporre nei minimi particolari il culto al Dio unico e vero insieme al fratello Aronne. Nel Nuovo Testamento, Gesù ha fatto altrettanto nel difendere il vero culto cacciando i mercanti dal Tempio e dando agli Apostoli le disposizioni per la Cena pasquale. La tradizione apostolica ha recepito e rilanciato il mandato di Gesù Cristo. Dunque, la liturgia è sacra, come dice l’Occidente, e divina, come dice l’Oriente, perché istituita da Dio. San Benedetto la definisce Opus Dei, opera di Dio, a cui nulla va anteposto. Proprio la funzione mediatrice tra Dio e l’uomo propria del sommo sacerdozio di Cristo, ed esercitata nella e con la liturgia dal sacerdote ministro della Chiesa, sta ad attestare che la liturgia discende dal cielo, come dice la liturgia bizantina in base all’immagine dell’Apocalisse. E’ Dio che la stabilisce e quindi indica come lo si deve “adorare in spirito e verità”, cioè in Gesù Figlio suo e nello Spirito Santo. Egli ha il diritto di essere adorato come Lui vuole. Su tutto questo è necessaria una profonda riflessione, in quanto la sua dimenticanza è all’origine degli abusi e delle profanazioni, già descritte egregiamente nel 2004 dall’Istruzione Redemptionis Sacramentum della Congregazione per il Culto Divino. Il recupero dello Ius divinum nella liturgia, contribuisce molto a rispettarla come cosa sacra, come prescrivevano le rubriche; ma anche le nuove devono tornare ad essere seguite con spirito di devozione e obbedienza da parte dei ministri sacri ad edificazione di tutti i fedeli e per aiutare tanti che cercano Dio a incontrarlo vivo e vero nel culto divino della Chiesa. I vescovi, i sacerdoti e i seminaristi tornino ad imparare e ad eseguire i sacri riti con tale spirito e contribuiranno alla vera riforma voluta dal Vaticano II e soprattutto a ravvivare la fede che, come ha scritto il Santo Padre nella Lettera ai Vescovi del 10 marzo 2009, rischia di spegnersi in tante parti del mondo.


Fonte: Zenit


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Riccardo Muti in armonia con Ratzinger

di Andrea Tornielli

Riccardo Muti grande alleato di Ratzinger.
Il maestro confessa la sua ammirazione per il Pontefice che ha fatto della bellezza, della musica e del recupero della sacralità nella liturgia la cifra del suo pontificato. «È un grande dono per l’umanità e per la Chiesa all’inizio del terzo millennio avere un Papa che rivendica spazio e rispetto nella Chiesa e nella società civile» per la musica, «quest’alta espressione umana», scrive Muti nella prefazione al libro Lodate Dio con arte (Marcianum Press, pagg. 270, euro 24, in uscita a metà maggio) che raccoglie per la prima volta tutti gli scritti e gli interventi di Joseph Ratzinger dedicati alla musica. «Cantare è quasi un volare – confidava il Papa in occasione di un concerto dei Domspatzen – un sollevarsi verso Dio, un anticipare in qualche modo il canto dell’eternità».
Muti sostiene Benedetto XVI che intende risollevare le sorti della musica liturgica: «Ha ragione il Papa quando in più circostanze lamenta il basso livello della musica da consumo, in particolare della musica e dei canti eseguiti nelle chiese in questi ultimi decenni soprattutto da noi in Italia. Ma la causa è l’inadeguatezza dell’educazione musicale. Quello che si fa nelle scuole è troppo poco e le attività alternative o sussidiarie sono solo per pochi fortunati. Nelle parrocchie, poi, almeno in Italia, l’educazione al canto dei cristiani penso sia una delle ultime preoccupazioni pastorali dei nostri parroci e forse anche dei vescovi». Il maestro, a partire dalle pagine di Ratzinger, auspica la rinascita dell’educazione musicale. «Sono davvero grato al Papa – scrive – per aver riportato al giusto posto, l’attenzione alla musica dentro e fuori della Chiesa, ponendola semplicemente come fattore essenziale nella vita degli uomini. I suoi studi sono illuminanti soprattutto per la musica sacra. Sgombrano il terreno da equivoci e fondamentalismi pro e contro, che in questi anni hanno creato scontro piuttosto che dialogo e ricerca comune per il bene della Chiesa e della sua liturgia. Rendono ragione del disagio che tanti provano andando a Messa. Ma fanno anche sperare in una ripresa dell’arte musicale che faccia un buon servizio alla liturgia e alla vita del nostro mondo».
Tra i brani più significativi citati nel libro, c’è quello in cui Benedetto XVI, riflettendo sul fondamento teologico della musica sacra, afferma: «Se la Chiesa deve trasformare, migliorare, “umanizzare” il mondo, come può far ciò e rinunciare nel contempo alla bellezza, che è tutt’uno con l’amore ed è con esso la vera consolazione, il massimo accostamento possibile al mondo della resurrezione? La Chiesa dev’essere ambiziosa; dev’essere una casa del bello, deve guidare la lotta per la “spiritualizzazione”, senza la quale il mondo diventa il “primo girone dell’inferno”. Si cerchi pure ciò che è adatto alla liturgia e alla partecipazione dei fedeli, ma si faccia di tutto perché ciò che è adatto sia anche bello e degno della più importante azione ecclesiale in cui viene usato». «Giustamente una Chiesa che faccia soltanto “musica d’uso” cade nell’inutile e diviene essa stessa inutile», afferma ancora il Papa. La Chiesa «dev’essere luogo della “gloria” e così anche luogo in cui i lamenti dell’umanità sono portati all’orecchio di Dio (...) deve destare la voce del cosmo glorificando il Creatore e rendere il cosmo stesso glorioso, e quindi bello, abitabile, amabile». Quasi un distillato dell’approccio del Papa alla musica sacra e più in generale alla liturgia.

© Copyright Il Giornale, 29 aprile 2010


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VENTIDUE ANNI DI "ECCLESIA DEI". UN BILANCIO

di Giancarlo Rocca


Il 2 luglio 1988 veniva istituita la pontificia commissione "Ecclesia Dei" con l'omonimo motu proprio di Giovanni Paolo II. L'obiettivo iniziale era quello di facilitare il rientro nella piena comunione della Chiesa di sacerdoti, seminaristi, religiosi, religiose, gruppi e singoli che, non condividendo la riforma liturgica del concilio Vaticano II, si erano legati alla fraternità sacerdotale San Pio X fondata da monsignor Marcel Lefebvre, ma non avevano condiviso il gesto, da lui compiuto nel 1988, di consacrare alcuni vescovi.

In seguito, la "Ecclesia Dei" ha ampliato le proprie competenze, ponendosi al servizio di tutti coloro che, anche senza legami con i gruppi di monsignor Lefebvre, desiderano conservare la liturgia latina anteriore nella celebrazione dei sacramenti, in particolar modo dell'eucarestia. In pratica, alla "Ecclesia Dei" è stato attribuito il compito di conservare e preservare il valore della liturgia latina della Chiesa fissata nella riforma del 1962 da Giovanni XXIII.

Il cammino percorso dalla "Ecclesia Dei" in questi quasi ventidue anni è stato notevole.

Nel 1988, anno della sua fondazione, ha concesso l'approvazione pontificia alla fraternità sacerdotale San Pietro e alla fraternità san Vincenzo Ferreri.

La prima era stata fondata subito dopo lo scisma del 1988 e aveva avuto come primo superiore don Joseph Bisig, già assistente generale della fraternità San Pio X con monsignor Lefebvre.

La seconda era nata nel 1979 per opera di padre Louis-Marie de Blignières, che aveva ritenuto la dichiarazione conciliare "Dignitatis humanae" sulla libertà religiosa contraria all'insegnamento tradizionale della Chiesa, e poi, dopo uno studio più accurato, si era convinto che il Vaticano II non rappresentava una rottura.

Sono seguite altre approvazioni pontificie di istituti:

– l'abbazia Santa Maddalena, fondata nel 1970 dal padre Gerardo Calvet, un monaco della congregazione benedettina sublacense (1989);

– l'abbazia Nostra Signora Annunciazione, con sede a Le Barroux, in Francia, fondata nel 1979 come ramo femminile dell'abbazia Santa Maddalena, fondata dal padre Calvet (1989);

– le madri della Santa Croce, con casa generalizia in Tanzania, fondate nel 1976 da suor Maria Stieren, delle benedettine missionarie di Tutzing, e da padre Cornelio Del Zotto, dei frati minori (1991);

– i servi di Gesù e Maria, fondati nel 1988 dal sacerdote ex gesuita padre Andrea Hönisch e attualmente con sede in Austria (1994);

– le canonichesse regolari della Madre di Dio, fondate in Francia nel 1971 e collegate con i canonici regolari della Madre di Dio (2000);

– i missionari della Santa Croce, con casa generalizia in Tanzania, fondati nel 1976, che costituiscono il parallelo maschile delle madri della Santa Croce (2004);

– l'istituto San Filippo Neri, fondato nel 2003 da don Gerald Goesche, con sede a Berlino, in Germania (2004);

– l'istituto del Buon Pastore, fondato nello stesso anno in Francia da don Philippe Laguérie insieme con alcuni sacerdoti usciti dalla fraternità sacerdotale san Pio X (2006);

– l'oasi di Gesù Sacerdote, fondata nel 1965 da padre Pedro Muñoz Iranzo e con sede ad Argentona, in Spagna (2007);

– l'istituto Cristo Re sommo sacerdote, fondato da monsignor Gilles Wach nel 1988, con sede a Sieci, Firenze (2008);

– le adoratrici del Cuore regale di Gesù Cristo sommo sacerdote, fondate nel 2000, con sede a Sieci, Firenze, che costituiscono il ramo femminile dell'istituto Cristo Re sommo sacerdote (2008).

Sono attualmente in corso le approvazioni di diritto diocesano dei figli del Santissimo Redentore, fondati nel 1988 e con sede in Scozia, e della fraternità di Cristo sacerdote e Santa Maria Regina, con sede a Toledo, in Spagna.

Molte altre sono le fondazioni – singoli monasteri e conventi di suore – che celebrano la liturgia secondo il rito del 1962 ed è impossibile elencarli. Qui però è necessario ricordare il cammino percorso dalla diocesi di Campos in Brasile, il cui vescovo, vicino alle posizioni di monsignor Lefebvre, nel 1981 ha rassegnato le dimissioni per raggiunti limiti di età e in seguito ha fatto parte della società sacerdotale di San Giovanni Battista Maria Vianney. Nel 2002 la società è rientrata nella comunione della Chiesa ed è stata costituita come amministrazione apostolica personale – limitata al territorio della diocesi di Campos – per i fedeli legati alla tradizione tridentina. In questa nuova amministrazione apostolica nel 2008 ha ricevuto l'approvazione di diritto diocesano l'istituto del Cuore Immacolato di Maria, che era stato fondato nel 1976.

Come si vede, sono già un discreto numero gli istituti che hanno ottenuto l'approvazione pontificia, con la possibilità di seguire il rito tradizionale nella Chiesa. Presi singolarmente, si tratta di piccoli istituti, attorno ai quali, però, ruota un certo numero di fedeli.

Il gruppo più numeroso sembra essere quello della fraternità sacerdotale di San Pietro, che conta una trentina di case negli Stati Uniti d'America, una ventina in Francia, poi alcune altre in Austria, Germania, Canada, Svizzera, Belgio. A Roma nel 2008 è stata affidata alla fraternità una parrocchia personale per i fedeli che preferiscono il rito di Pio V: come loro centro è stata designata la chiesa della Santissima Trinità dei Pellegrini. Gli altri istituti sono di entità molto minore, a eccezione dell'istituto Cristo Re sommo sacerdote, presente in una cinquantina di diocesi con circa 70 sacerdoti.

In ogni caso, è difficile quantificare il numero di coloro che in vario modo sono sottoposti alla "Ecclesia Dei". Si parla di circa 370 sacerdoti, 200 religiose, un centinaio di religiosi non sacerdoti, circa 300 seminaristi e alcune centinaia di migliaia di fedeli.

Come risulta da questi dati, la "Ecclesia Dei" è stata a volte molto rapida nel concedere l'approvazione pontificia a istituti che desideravano rientrare nella Chiesa. E questo modo di operare appare chiaramente se raffrontato con la prassi della congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, che attende parecchi anni prima di concedere l'approvazione pontificia a un istituto.

Il modo con cui queste istituzioni sono state approvate è altrettanto significativo ed è chiaramente espresso nei documenti relativi.

Erigendo l'amministrazione apostolica personale San Giovanni Maria Vianney, nel 2002, la congregazione per i vescovi concedeva la facoltà di celebrare l'eucarestia, gli altri sacramenti e la liturgia delle ore secondo il rito codificato da Pio V e con gli adattamenti introdotti sino al 1963 col pontificato di Giovanni XXIII.

Approvando nel 2008 l'istituto Cristo Re sommo sacerdote, la "Ecclesia Dei" lo presentava come una società di preti che si proponevano di celebrare "decore ac sanctitate cultus liturgici secundum formam extraordinariam Ritus Romani".

E sempre nel 2008 la commissione concedeva all'abbazia trappista di Mariawald, in Germania, un ritorno completo alla liturgia in uso nell'ordine trappista sino al 1963-1964.

Il diverso regime appare ancor più evidente se si tiene conto che questi istituti, elencati nell'Annuario Pontificio, dipendono unicamente dalla "Ecclesia Dei", anche se per la loro erezione di diritto pontificio si richiede di sentire il prefetto della congregazione per gli istituti di vita consacrata e per le società di vita apostolica.

Due documenti di Benedetto XVI hanno precisato l'ambito di azione della "Ecclesia Dei" e la vita di coloro che si sentono legati all'antico rito della Chiesa.

Nel motu proprio "Summorum Pontificum", del 7 luglio 2007, il papa afferma che il messale di Paolo VI è espressione ordinaria della preghiera della Chiesa cattolica di rito latino, mentre quello edito da Giovanni XXIII ne è espressione straordinaria. Le due forme dell'unico rito latino, cioè, non sono più considerate l'una in sostituzione dell'altra. Di conseguenza, l'uso del messale romano nella edizione del 1962 viene liberalizzato e regolamentato secondo le disposizioni normative del "Summorum Pontificum". Tutti i sacerdoti che lo desiderano possono celebrare secondo l'antico rito senza bisogno di alcun permesso. E anche gli istituti religiosi possono celebrare seguendo il messale romano anteriore, con il consenso dei loro superiori maggiori se si tratta di una celebrazione abituale o permanente. L'effetto di queste misure, certamente voluto, è di non contrapporre il messale risalente a Pio V a quello di Paolo VI o viceversa – facendone un elemento di frizione – ma di considerarli due forme dell'unico rito.

Il secondo documento è la lettera apostolica motu proprio "Ecclesiae unitatem", del 2 luglio 2009, con la quale il pontefice ha collegato strettamente la "Ecclesia Dei" alla congregazione per la dottrina della fede. Questo aggiornamento della sua struttura è finalizzato ad adattare la pontificia commissione alla nuova situazione creatasi con la remissione della scomunica – avvenuta il 21 gennaio 2009 – ai quattro vescovi consacrati da monsignor Lefebvre. Poiché i problemi in vista della ricomposizione della divisione della fraternità sacerdotale San Pio X sono di natura essenzialmente dottrinale, Benedetto XVI ha deciso di ampliare le competenze della "Ecclesia Dei", subordinandola direttamente alla congregazione per la dottrina della fede.

(Da "L'Osservatore Romano" dell'11 maggio 2010).


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Perché la comunione in ginocchio

Benedetto XVI la vuole così, nelle messe da lui celebrate. Ma pochissimi vescovi e sacerdoti lo imitano. Eppure i pavimenti delle chiese erano resi preziosi anche per questo. Una guida alla scoperta del loro significato

di Sandro Magister

ROMA, 13 settembre 2010 – Questa sopra è una panoramica parziale dell'immenso mosaico che ricopre il pavimento della cattedrale di Otranto, sulla costa sudorientale dell'Italia.

I fedeli, percorrendolo dall'ingresso all'altare, hanno come guida l'albero della storia della salvezza, una storia che è sacra e profana insieme, con episodi dell'Antico Testamento, dei Vangeli, del romanzo di Alessandro Magno e del ciclo di Re Artù.

Il mosaico è del XII secolo, un'epoca nella quale le chiese erano vuote di sedie e di panche e il pavimento appariva ai fedeli nella sua integrità. Anche quando non era figurato, il pavimento delle chiese era comunque prezioso per materiali e disegni. Su di esso si camminava. Si pregava. Ci si inginocchiava in adorazione.

Oggi l'inginocchiarsi – specie sul nudo pavimento – è caduto in desuetudine. Tant'è vero che suscita stupore la volontà di Benedetto XVI di dare la comunione ai fedeli in bocca e in ginocchio.

Questa della comunione in ginocchio è una delle novità che papa Joseph Ratzinger ha introdotto quando celebra l'eucaristia.

Ma più che di novità si tratta di ritorni alla tradizione. Le altre sono il crocifisso al centro dell'altare, "perché tutti nella messa guardiamo verso Cristo e non gli uni verso gli altri", e l'uso frequente del latino "per sottolineare l'universalità della fede e la continuità della Chiesa".

In un'intervista al settimanale inglese "Catholic Herald", il maestro delle cerimonie pontificie Guido Marini ha confermato che anche nelle messe del suo prossimo viaggio nel Regno Unito il papa si atterrà a questo suo stile di celebrazione.

In particolare, Marini ha annunciato che Benedetto XVI pronuncerà interamente in latino il prefazio e il canone, mentre per gli altri testi della messa adotterà la nuova traduzione inglese che entrerà in uso in tutto il mondo anglofono la prima domenica di Avvento del 2011: questo perché la nuova traduzione "è più aderente all'originale latino e di stile più elevato" rispetto a quelle correnti.

L'attrazione che ha esercitato la Chiesa di Roma su molti convertiti illustri inglesi dell'Ottocento e del primo Novecento – da Newman a Chesterton a Benson – era anche l'universalismo della liturgia latina. Un'attrazione per una fede solida e antica che oggi muove numerose comunità anglicane a chiedere di entrare nel cattolicesimo.

La "riforma della riforma" attribuita a papa Ratzinger in campo liturgico avviene anche così: semplicemente con l'esempio dato da lui quando celebra.

Ma tra i gesti esemplari di Benedetto XVI il meno compreso – sinora – è forse quello della comunione data ai fedeli inginocchiati.

Nelle chiese di tutto il mondo non lo si fa quasi più. Anche perché le balaustre alle quali ci si inginocchiava per ricevere la comunione sono state quasi dappertutto disertate o smantellate.

Ma si è perso di vista anche il senso delle pavimentazioni delle chiese. Tradizionalmente molto ornate proprio per far da fondamento e da guida alla grandezza e profondità dei misteri celebrati.

Pochi oggi avvertono che pavimenti così belli e preziosi sono fatti anche per le ginocchia dei fedeli: un tappeto di pietre su cui prostrarsi davanti allo splendore dell'epifania divina.

Il testo che segue è stato scritto proprio per risvegliare questa sensibilità.

Ne è autore monsignor Marco Agostini, officiale presso la seconda sezione della segreteria di Stato, cerimoniere pontificio e cultore di liturgia e arte sacra, che i lettori di www.chiesa già conoscono per un suo illuminante commento alla "Trasfigurazione" di Raffaello.

L'articolo è uscito su "L'Osservatore Romano" del 20 agosto 2010.

__________



INGINOCCHIATOI DI PIETRA

di Marco Agostini


È impressionante la cura che l'architettura antica e moderna, fino alla metà del Novecento, riservò ai pavimenti delle chiese. Non solo mosaici e affreschi per le pareti, ma pittura in pietra, intarsi, tappeti marmorei anche per i pavimenti.

Mi sovviene il ricordo del variopinto "tessellatum" delle basiliche di San Zenone o dell'ipogeo di Santa Maria in Stelle a Verona, o di quello vasto e raffinato delle basiliche di Teodoro ad Aquileia, di Santa Maria a Grado, di San Marco a Venezia, o quello misterioso della cattedrale di Otranto. L'"opus tessulare" cosmatesco luccicante d'oro delle basiliche romane di Santa Maria Maggiore, San Giovanni in Laterano, San Clemente, San Lorenzo al Verano, di Santa Maria in Aracoeli, in Cosmedin, in Trastevere, o del complesso episcopale di Tuscania o della Cappella Sistina in Vaticano.

E ancora gli intarsi marmorei di Santo Stefano Rotondo, San Giorgio al Velabro, Santa Costanza, Sant'Agnese a Roma e della basilica di San Marco a Venezia, del battistero di San Giovanni e della chiesa di San Miniato al Monte a Firenze, o l'impareggiabile "opus sectile" del duomo di Siena, o le pelte marmoree bianche, nere e rosse in Sant'Anastasia a Verona o i pavimenti della cappella grande del vescovo Giberti o delle settecentesche cappelle della Madonna del Popolo e del Sacramento, sempre nel duomo veronese, e, soprattutto, lo stupefacente e prezioso tappeto lapideo della basilica vaticana di San Pietro.

In verità la cura per l'impiantito non è solo cristiana: sono emozionanti i pavimenti a mosaico delle ville greche di Olinto o di Pella in Macedonia, o dell'imperiale villa romana del Casale a Piazza Armerina in Sicilia, o quelli delle ville di Ostia o della casa del Fauno a Pompei o la preziosità delle scene del Nilo del santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina. Ma anche i pavimenti in "opus sectile" della curia senatoria nel Foro romano, i lacerti provenienti dalla basilica di Giunio Basso, sempre a Roma, o gli intarsi marmorei della "domus" di Amore e Psiche a Ostia.

La cura greca e romana per il pavimento non era evidente nei templi, ma nelle ville, nelle terme e negli altri ambienti pubblici dove la famiglia o la società civile si radunava. Anche il mosaico di Palestrina non era in un ambiente di culto in senso stretto. La cella del tempio pagano era abitata solo dalla statua del dio e il culto avveniva all'esterno innanzi al tempio, attorno all'ara sacrificale. Per tale ragione gli interni non erano quasi mai decorati.

Il culto cristiano è, invece, un culto interiore. Istituito nella stanza bella del cenacolo, ornata di tappeti al piano superiore di una casa di amici, e propagatosi inizialmente nell'intimo del focolare domestico, nella "domus ecclesiae", quando il culto cristiano assunse dimensione pubblica trasformò la casa in chiesa. La basilica di San Martino ai Monti sorge sopra una "domus ecclesiae", e non è la sola. Le chiese non furono mai il luogo di un simulacro, ma la casa di Dio tra gli uomini, il tabernacolo della reale presenza di Cristo nel santissimo sacramento, la casa comune della famiglia cristiana. Anche il più umile dei cristiani, il più povero, come membro del corpo mistico di Cristo che è la Chiesa, in chiesa era a casa e signore: calpestava pavimenti preziosi, godeva dei mosaici e degli affreschi delle pareti, dei dipinti sugli altari, odorava il profumo dell'incenso, sentiva la gioia della musica e del canto, vedeva lo splendore degli ornamenti indossati a gloria di Dio, gustava il dono ineffabile dell'eucaristia che gli veniva amministrata in calici d'oro, si muoveva processionalmente sentendosi parte dell'ordine che è anima del mondo.

I pavimenti delle chiese, lontani dall'essere ostentazione di lusso, oltre a costituire il piano di calpestio avevano anche altre funzioni. Sicuramente non erano fatti per essere coperti dai banchi, questi ultimi introdotti in età relativamente recente allorquando si pensò di disporre le navate delle chiese all'ascolto comodo di lunghi sermoni. I pavimenti delle chiese dovevano essere ben visibili: conservano nelle figurazioni, negli intrecci geometrici, nella simbologia dei colori la mistagogia cristiana, le direzioni processionali della liturgia. Sono un monumento al fondamento, alle radici.

Questi pavimenti sono principalmente per coloro che la liturgia la vivono e in essa si muovono, sono per coloro che si inginocchiano innanzi all'epifania di Cristo. L'inginocchiarsi è la risposta all'epifania donata per grazia a una singola persona. Colui che è colpito dal bagliore della visione si prostra a terra e da lì vede più di tutti quelli che gli sono rimasti attorno in piedi. Costoro, adorando, o riconoscendosi peccatori, vedono riflessi nelle pietre preziose, nelle tessere d'oro di cui talvolta sono composti i pavimenti antichi, la luce del mistero che rifulge dall'altare e la grandezza della misericordia divina.

Pensare che quei pavimenti così belli sono fatti per le ginocchia dei fedeli è commovente: un tappeto di pietra perenne per la preghiera cristiana, per l'umiltà; un tappeto per ricchi e poveri indistintamente, un tappeto per farisei e pubblicani, ma che soprattutto questi ultimi sanno apprezzare.

Oggi gli inginocchiatoi sono scomparsi da molte chiese e si tende a rimuovere le balaustre alle quali ci si poteva accostare alla comunione in ginocchio. Eppure nel Nuovo Testamento il gesto dell'inginocchiarsi si presenta ogni qualvolta a un uomo appare la divinità di Cristo: si pensi ai Magi, al cieco nato, all'unzione di Betania, alla Maddalena nel giardino il mattino di Pasqua.

Gesù stesso disse a Satana, che gli voleva imporre una genuflessione sbagliata, che solo a Dio si devono piegare le ginocchia. Satana sollecita ancora oggi a scegliere tra Dio o il potere, Dio o la ricchezza, e tenta ancora più in profondità. Ma così non si renderà gloria a Dio per nulla; le ginocchia si piegheranno a coloro che il potere l'hanno favorito, a coloro ai quali si è legato il cuore attraverso un atto.

Buon esercizio di allenamento per vincere l'idolatria nella vita è tornare a inginocchiarsi nella messa, peraltro uno dei modi di "actuosa participatio" di cui parla l'ultimo Concilio. La pratica è utile anche per accorgersi della bellezza dei pavimenti (almeno di quelli antichi) delle nostre chiese. Davanti ad alcuni verrebbe da togliersi le scarpe come fece Mosè davanti a Dio che gli parlava dal roveto ardente.


Papa Ratzi Superstar

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"CON IL CUORE SPEZZATO... SEMPRE CON TE!"
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Dal blog di Sandro Magister...

I più bravi allievi di Ratzinger sono in Sri Lanka e Kazakhstan

Sono i vescovi Ranjith e Schneider. Seguono l'esempio del papa in campo liturgico più e meglio di tanti loro colleghi in Italia e in Europa. Un test rivelatore: il modo di dare la comunione nella messa

di Sandro Magister


ROMA, 14 ottobre 2010 – Nello Sri Lanka i vescovi e i sacerdoti cattolici vestono tutti di bianco, come si può vedere nell'insolita foto qui sopra: con l'intero clero della diocesi di Colombo, la capitale, in diligente ascolto del suo arcivescovo Malcolm Ranjith, probabile nuovo cardinale nel prossimo concistoro.

Nella sua diocesi, l'arcivescovo Ranjith ha indetto uno speciale anno dell'eucaristia. E per prepararlo ha riunito tutti i suoi sacerdoti in tre dense giornate di studio a Colombo, dove ha fatto arrivare da Roma due oratori d'eccezione: il cardinale Antonio Cañizares Llovera, prefetto della congregazione vaticana per il culto divino, e padre Uwe Michael Lang, membro della medesima congregazione e consultore dell'ufficio delle celebrazioni liturgiche pontificie.

Lang, tedesco di nascita, oratoriano, è cresciuto in Gran Bretagna alla scuola del grande Henry Newman, fatto beato da Benedetto XVI lo scorso 19 settembre a Birmingham. È autore di uno dei libri che più hanno fatto discutere negli ultimi anni, in campo liturgico: "Rivolti al Signore", nel quale sostiene che l'orientamento giusto nella preghiera liturgica è verso Cristo, sia da parte dei sacerdoti che dei fedeli. Il libro era introdotto da una prefazione partecipe di Joseph Ratzinger, scritta poco prima della sua elezione a papa.

L'arcivescovo Ranjith, che prima di tornare in Sri Lanka era segretario della congregazione vaticana per il culto divino, è stato ed è un entusiasta estimatore e propagatore della tesi del libro di Lang, oltre che persona di fiducia di Benedetto XVI. Così come lo è il cardinale Cañizares Llovera, non a caso definito in patria "il Ratzinger della Spagna". chiamato a Roma dal papa per far da guida alla Chiesa in materia liturgica, obiettivo centrale di questo pontificato.

Non solo. Per offrire ulteriori lumi ai suoi sacerdoti nelle tre giornate di studio, l'arcivescovo Ranjith ha fatto arrivare dalla Germania uno scrittore cattolico di primo piano, Martin Mosebach, anche lui autore di un libro che ha fatto molto discutere: "Eresia dell'informe. La liturgia romana e il suo nemico". E l'ha chiamato a parlare proprio sugli sbandamenti della Chiesa in campo liturgico.

Tutto questo per quale finalità? Ranjith l'ha spiegato in una lettera pastorale alla diocesi: per ravvivare la fede nella presenza reale di Cristo nell'eucaristia e per educare a esprimere tale fede in segni liturgici adeguati.

Ad esempio col celebrare la messa "rivolti al Signore", col ricevere la comunione nella bocca invece che in mano, e col riceverla in ginocchio. Insomma con quei gesti che sono tratti distintivi delle messe celebrate da papa Ratzinger.

*

Ciò che colpisce, di questa come di altre notizie analoghe, è che l'azione di Benedetto XVI per ridare vitalità e dignità alla liturgia cattolica sembra meglio capita e applicata nella "periferia" della Chiesa che nel suo baricentro europeo.

Non è un mistero, ad esempio, che il canto gregoriano è oggi più vivo e diffuso in taluni paesi dell'Africa e dell'Asia che in Europa.

Tra le indicazioni date dall'arcivescovo Ranjith per l'anno eucaristico nella diocesi di Colombo c'è infatti anche quella di educare i fedeli a cantare in latino, nelle messe, il Gloria, il Credo, il Sanctus, l'Agnus Dei.

Allo stesso modo, la decisione di Benedetto XVI di liberalizzare l'uso del messale antico accanto a quello moderno – per un reciproco arricchimento tra le due forme di celebrazione – pare essere compresa e applicata in Africa e in Asia meglio che in talune regioni d'Europa.

*

Un'ulteriore prova di ciò riguarda il modo con cui la comunione è data ai fedeli: in mano o nella bocca, in piedi o in ginocchio.

L'esempio dato da Benedetto XVI – comunione in bocca e in ginocchio, in tutte le sue messe a partire dal Corpus Domini del 2008 – trova pochissimo seguito soprattutto in Europa, in Italia e nella stessa Roma, dove si continua quasi ovunque a dare la comunione in mano a chiunque si avvicini a chiederla, nonostante le norme liturgiche lo consentano sono in casi eccezionali.

A Palermo, dove il papa si è recato lo scorso 3 ottobre, alcuni sacerdoti del posto hanno rifiutato di mettersi in fila per ricevere la comunione da lui, pur di non sottostare a un gesto che non condividono.

Si è inoltre diffusa la diceria che nelle messe celebrate dal papa ci si inginocchia perché si è davanti a lui, e non per adorare Gesù nel santissimo sacramento. Una diceria che trova ascolto nonostante da qualche tempo diano la comunione in bocca e al fedele inginocchiato anche i cardinali e i vescovi che celebrano su mandato del papa.

Non sorprende che il servizio che www.chiesa ha dedicato a metà settembre al significato dell'inginocchiarsi in adorazione davanti a Dio e all'eucaristia abbia sollevato le proteste di vari lettori, tra i quali dei sacerdoti. L'argomento principe portato contro l'inginocchiarsi alla comunione è che la messa ha come suo modello e origine l'ultima cena, dove gli apostoli stavano seduti e mangiavano e bevevano con le loro mani.

È il medesimo argomento addotto dai neocatecumenali per giustificare il loro modo "conviviale" di celebrare la messa e di fare la comunione, al quale continuano ad attenersi nonostante le autorità della Chiesa – tra cui vantano però dei sostenitori, come il sostituto segretario di stato Fernando Filoni – abbiano loro comandato di rispettare gli ordinamenti liturgici generali.

Anche qui, per trovare le parrocchie, le diocesi, i sacerdoti e i vescovi che agiscono e insegnano in piena sintonia con Benedetto XVI è più facile cercare nella "periferia" della Chiesa: ad esempio nel remoto Kazakhstan, nell'Asia centrale ex sovietica.

Lì, nella diocesi di Karaganda, i fedeli ricevono tutti la comunione in bocca e in ginocchio. E lì c'è un giovane vescovo, l'ausiliare di Karaganda Athanasius Schneider, che ha scritto sul tema un libretto splendente come una pietra preziosa, dal titolo: "Dominus est. Riflessioni di un vescovo dell'Asia centrale sulla sacra comunione".

Il libretto è in due parti. La prima racconta le vite eroiche di quelle donne cattoliche che negli anni del dominio comunista portavano in segreto la comunione ai fedeli, sfidando le proibizioni. E la seconda spiega la fede che era all'origine di quell'eroismo: una fede così forte nella presenza reale di Gesù nell'eucaristia da offrire per essa la vita.

Ed è su questo sfondo che il vescovo Schneider rivisita i Padri della Chiesa e la storia della liturgia in occidente e in oriente, illuminando il nascere e il consolidarsi del modo adorante di ricevere la comunione in ginocchio e nella bocca.

Quando papa Ratzinger lesse il manoscritto del vescovo Schneider, subito ordinò alla Libreria Editrice Vaticana di pubblicarlo. Il che fu fatto, in italiano e in spagnolo, nel 2008.

L'edizione in lingua inglese del libro ha la prefazione dell'arcivescovo di Colombo, Ranjith.


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[Modificato da Paparatzifan 14/10/2010 19.18]
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Vittorio Messori insegna ai preti come si predica

di Andrea Tornielli

«A quanti capiscono poco o nulla di quello che si dice durante la Messa, ma sono devoti, più attenti di un teologo...».
È quanto afferma il teologo don Nicola Bux in Come andare a Messa e non perdere la fede (Piemme, pagg. 196, euro 12, nelle librerie dal 2 novembre).
Titolo volutamente provocatorio per un libro serio che, presentando le origini e la storia della messa cattolica – nella sua versione ordinaria del rito romano scaturita dalla riforma conciliare, e nella sua forma antica, ripristinata da Benedetto XVI – la paragona alla liturgia orientale e ne approfondisce il significato.
Un libro che s’inserisce nella scia dei contributi che intendono favorire quella «riforma della riforma» liturgica (espressione oggi politicamente scorretta, nonostante sia stata coniata da un certo cardinale Joseph Ratzinger) auspicata da quanti vogliono recuperare, pur senza sguardi nostalgici al passato, una maggiore sacralità del rito, e mettere fine ai non rari abusi.
Nel volume di don Bux è pubblicato un significativo contributo di Vittorio Messori, autore di best seller sui fondamenti della fede cristiana. Messori si sofferma sul «problema dell’omelia», uno dei punti dolenti della messa, offrendo «qualche sommesso consiglio» da «fruitore domenicale».
Dopo una pagina ironica e gustosissima, nella quale lo scrittore nota, citando André Frossard, come «dopo il Concilio, per farsi più comprensibile all’uomo comune» la Chiesa sia «passata dal latino al greco» - e gli esempi non mancano, dato che si sprecano parole come carisma, presbitero, kerygma, kénosis, sinassi, agape, dossologia, teandrico, escatologico, pneumatologico (qui ha a che fare con il soffio dello Spirito Santo, non con problemi polmonari), parenetico, mistagogico, ecumenico, esegetico, soteriologico – Messori consiglia al prete di predicare secondo queste tre regole auree del giornalismo: 1) semplificare, 2) personalizzare, 3) drammatizzare.
Consiglia di concentrarsi su un solo argomento e di riuscire sempre a parlare rivolgendosi al meno colto dei fedeli. «Soprattutto un cristiano – scrive – dovrebbe essere ben conscio di una verità: non esiste nessuna realtà o nessun concetto (per quanto “alti”) che non possano essere espressi con parole comprensibili alla maggioranza». Al tempo stesso, il buon predicatore, secondo Messori, dovrebbe saper far passare certe idee «più che attraverso un ragionamento astratto, attraverso le vicende di persone concrete con nome, cognome, età... Alla gente non importano i proclami, ma le esperienze; non le teorie, ma le storie. Di qualunque cosa vogliate parlare, evidenziatene il risvolto umano». Ma lo scrittore, a sorpresa, invita a non dimenticare che i giornali più letti e le trasmissioni tv più viste sono quelle sportive, dove il dibattito è più acceso e dove si individua sempre un antagonista.
Una predica appassionerà di più, spiega scagliandosi contro la «disastrosa melassa buonista», se ritroverà degli antagonisti, dei «nemici»: «Non delle persone, certo – precisa Messori –. Ma perché non delle idee? Perché non il diavolo? Perché non noi stessi e il peccato che è in noi?».

© Copyright Il Giornale, 30 ottobre 2010


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Tutto il bene che può venire da una bella liturgia

Dall'Inghilterra alla Spagna

di Bruno Mastroianni

Il Concilio Vaticano II iniziò i suoi lavori sul tema della liturgia.
Nel Catechismo della Chiesa cattolica l’argomento appare fin dal punto numero 3, in cui si dice che chi ha ricevuto la fede è chiamato a trasmetterla «annunziandola», «vivendola nell’unione fraterna» e «celebrandola nella Liturgia» (con la maiuscola).
L’agenzia Zenit ha riportato come durante il suo viaggio in Inghilterra Benedetto XVI si sia preoccupato in prima persona della cerimonia nella Cattedrale di Westminster affinché si svolgesse in modo solenne, anche per mostrare agli anglicani il rispetto e la cura che la Chiesa cattolica attribuisce alla liturgia.
Antoni Gaudí, il geniale architetto che ha progettatto la Sagrada Familia, che il Papa ha consacrato durante il suo recente viaggio a Barcellona, apprese le verità della fede proprio attraverso la liturgia.
Il primo libro dell’opera omnia di Joseph Ratzinger, uscito nei giorni scorsi in italiano, è sulla liturgia: «La liturgia della Chiesa è stata per me, fin dalla mia infanzia, l’attività centrale della mia vita». Ecco il perché della cura che Benedetto XVI ha per tutto ciò che concerne il rito.
Non è estetismo né tradizionalismo. È il risultato di quel “primato di Dio” tanto caro a Joseph Ratzinger. La Chiesa non è un mega-ente morale dedito a elargire discorsi costruttivi. Ha il compito di portare l’uomo a Dio. Con gesti concreti, con i sacramenti, con azioni di culto. Celebrate con l’attenzione e la cura di chi si rivolge non a un ente divino lontano e iperuranico, ma a un Dio reale e presente.

© Copyright Tempi, 12 novembre 2010


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Comunione in ginocchio, l'esempio del Papa

18-12-2010

«Nella celebrazione eucaristica noi non inventiamo qualcosa, ma entriamo in una realtà che ci precede, anzi che abbraccia cielo e terra e quindi anche passato, futuro e presente». Le parole pronunciate da Benedetto XVI lo scorso giungo al convegno ecclesiale della diocesi di Roma sintetizzano bene l’intervento che il 3 dicembre 2010 il Maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie, monsignor Guido Marini, ha pronunciato inaugurando il master in architettura, arte sacra e liturgia che si svolge al Pontificio ateneo «Regina Apostolorum» di Roma.

La lezione di Marini è un aiuto significativo per comprendere ciò che Benedetto XVI vuole indicare alla Chiesa con il suo esempio nel celebrare l’eucaristia. Vale la pena di leggere integralmente il testo del Maestro delle cerimonie pontificie. In questa breve presentazione e anticipazione, vale la pena di soffermarsi su un paragrafo dell’intervento, dedicato a spiegare la decisione del Papa di distribuire la comunione ai fedli in ginocchio. «

Che cosa intendiamo per adorazione?», si domanda Marini. «Certamente non si tratta di una relazione intellettuale o sentimentale con il mistero. La si potrebbe definire come il riconoscimento pieno di meraviglia della onnipotenza di Dio, della sua maestà intangibile, della sua signoria provvidente e misericordiosa, della sua bellezza infinita che è coincidenza di Verità e di Amore... E l’adorazione, quando è autentica, conduce all’adesione, ovvero alla riunificazione dell’uomo e della creazione con Dio, all’uscita dallo stato di separazione, alla comunione di vita con Cristo... Tutto questo è quanto la Chiesa, sposa di Cristo, vive nella celebrazione della liturgia. Adora e aderisce, adora per aderire».

Don Divo Barsotti ha scritto: «L’Avvenimento, l’Atto del Cristo, è prima di tutto Sacrificio, Sacrificio di adorazione. Il Verbo, nella natura umana che Egli ha assunto, riconosce con la sua Morte l’infinita santità di Dio e la sua sovranità. In Lui la creazione finalmente adora […] Una partecipazione nostra al Sacrificio di Gesù importa che noi si viva lo stesso annientamento suo… La condizione terrestre della nostra vita, nella sua accettazione volontaria, diviene il segno di una nostra partecipazione al Sacrificio di Gesù, alla sua adorazione».

Ecco perché, continua monsignor Marini, tutto nell’azione liturgica, deve condurre all’adorazione: la musica, il canto, il silenzio, il modo di proclamare la parola di Dio e il modo di pregare, la gestualità, le vesti liturgiche e le suppellettili sacre, così come anche l’edificio sacro nel suo complesso. «Mi soffermo un istante – spiega il Maestro delle cerimonie pontificie – su un gesto tipico e centrale dell’adorazione che oggi rischia di sparire, quale il mettersi in ginocchio, rifacendomi a un testo del cardinale Ratzinger: “Noi sappiamo che il Signore ha pregato stando in ginocchio (Lc 22, 41), che Stefano (At 7, 60), Pietro (At 9, 40) e Paolo (At 20, 36) hanno pregato in ginocchio. L’inno cristologico della Lettera ai Filippesi (2, 6-11) presenta la liturgia del cosmo come un inginocchiarsi di fronte al nome di Gesù (2, 10) e vede in ciò adempiuta la profezia isaiana (Is 45, 23) sulla signoria sul mondo del Dio d’Israele. Piegando il ginocchio nel nome di Gesù, la Chiesa compie la verità; essa si inserisce nel gesto del cosmo che rende omaggio al vincitore e così si pone dalla parte del vincitore poiché un tale inginocchiarsi è una rappresentazione e assunzione imitativa dell’atteggiamento di Colui che “era uguale a Dio” ed “ha umiliato se stesso fino alla morte”» (Rivista Communio, 35/1977).

Per questo, spiega Marini, è «del tutto appropriata la pratica di inginocchiarsi per ricevere la santa Comunione». A ulteriore conferma ascoltiamo il Santo Padre in un passaggio di Sacramentum caritatis: «Già Agostino aveva detto: “Nessuno mangia questa carne senza prima adorarla; peccheremmo se non la adorassimo”». Il Maestro delle cerimonie papali non ritiene vi sia «una contraddizione rispetto all’incedere processionalmente», cioè all’avvicinarsi ricevendo in piedi l’eucaristia, «quale segno di un popolo che di dirige verso il suo Signore». Perché, spiega, «la Chiesa che, nel segno esteriore, si dirige in processione verso il Signore è la stessa Chiesa che, sempre nel segno esteriore, alla sua presenza, si inginocchia e adora. Ancora una volta si tratta di complementarietà in vista di una ricchezza più grande e non di esclusione».


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"CON IL CUORE SPEZZATO... SEMPRE CON TE!"
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L’INTERVISTA AL CARDINALE ANTONIO CAÑIZARES

di Andrea Tornielli

La liturgia cattolica vive «una certa crisi» e Benedetto XVI vuole dar vita a un nuovo movimento liturgico, che riporti più sacralità e silenzio nella messa, e più attenzione alla bellezza nel canto, nella musica e nell’arte sacra.

Il cardinale Antonio Cañizares Llovera, 65 anni, Prefetto della Congregazione del culto divino, che quando era vescovo in Spagna veniva chiamato «il piccolo Ratzinger», è l’uomo al quale il Papa ha affidato questo compito. In questa intervista al Giornale, il «ministro» della liturgia di Benedetto XVI rivela e spiega programmi e progetti.

Da cardinale, Joseph Ratzinger aveva lamentato una certa fretta nella riforma liturgica postconciliare. Qual è il suo giudizio?

«La riforma liturgica è stata realizzata con molta fretta. C’erano ottime intenzioni e il desiderio di applicare il Vaticano II. Ma c’è stata precipitazione. Non si è dato tempo e spazio sufficiente per accogliere e interiorizzare gli insegnamenti del Concilio, di colpo si è cambiato il modo di celebrare.
Ricordo bene la mentalità allora diffusa: bisognava cambiare, creare qualcosa di nuovo. Quello che avevamo ricevuto, la tradizione, era vista come un ostacolo. La riforma è stata intesa come opera umana, molti pensavano che la Chiesa fosse opera delle nostre mani, invece che di Dio.
Il rinnovamento liturgico è stato visto come una ricerca di laboratorio, frutto dell’immaginazione e della creatività, la parola magica di allora».

Da cardinale Ratzinger aveva auspicato una «riforma della riforma» liturgica, parole oggi impronunciabili persino in Vaticano. Appare però evidente che Benedetto XVI la desideri. Può parlarcene?

«Non so se si possa, o se convenga, parlare di “riforma della riforma”. Quello che vedo assolutamente necessario e urgente, secondo ciò che desidera il Papa, è dar vita a un nuovo, chiaro e vigoroso movimento liturgico in tutta la Chiesa. Perché, come spiega Benedetto XVI nel primo volume della sua Opera Omnia, nel rapporto con la liturgia si decide il destino della fede e della Chiesa. Cristo è presente nella Chiesa attraverso i sacramenti. Dio è il soggetto della liturgia, non noi. La liturgia non è un’azione dell’uomo, ma è azione di Dio».

Il Papa più che con le decisioni calate dall’alto, parla con l’esempio: come leggere i cambiamenti da lui introdotti nelle celebrazioni papali?

«Innanzitutto non deve esserci alcun dubbio sulla bontà del rinnovamento liturgico conciliare, che ha portato grandi benefici nella vita della Chiesa, come la partecipazione più cosciente e attiva dei fedeli e la presenza arricchita della Sacra Scrittura. Ma oltre a questi e altri benefici, non sono mancate delle ombre, emerse negli anni successivi al Vaticano II: la liturgia, questo è un fatto, è stata “ferita” da deformazioni arbitrarie, provocate anche dalla secolarizzazione che purtroppo colpisce pure all’interno della Chiesa. Di conseguenza, in tante celebrazioni, non si pone più al centro Dio, ma l’uomo e il suo protagonismo, la sua azione creativa, il ruolo principale dato all’assemblea. Il rinnovamento conciliare è stato inteso come una rottura e non come sviluppo organico della tradizione. Dobbiamo ravvivare lo spirito della liturgia e per questo sono significativi i gesti introdotti nelle liturgie del Papa: l’orientamento dell’azione liturgica, la croce al centro dell’altare, la comunione in ginocchio, il canto gregoriano, lo spazio per il silenzio, la bellezza nell’arte sacra. È anche necessario e urgente promuovere l’adorazione eucaristica: di fronte alla presenza reale del Signore non si può che stare in adorazione».

Quando si parla di un recupero della dimensione del sacro c’è sempre chi presenta tutto questo come un semplice ritorno al passato, frutto di nostalgia. Come risponde?

«La perdita del senso del sacro, del Mistero, di Dio, è una delle perdite più gravi di conseguenze per un vero umanesimo. Chi pensa che ravvivare, recuperare e rafforzare lo spirito della liturgia, e la verità della celebrazione, sia un semplice ritorno a un passato superato, ignora la verità delle cose. Porre la liturgia al centro della vita della Chiesa non è affatto nostalgico, ma al contrario è la garanzia di essere in cammino verso il futuro».

Come giudica lo stato della liturgia cattolica nel mondo?

«Di fronte al rischio della routine, di fronte ad alcune confusioni, alla povertà e alla banalità del canto e della musica sacra, si può dire che vi sia una certa crisi. Per questo è urgente un nuovo movimento liturgico. Benedetto XVI indicando l’esempio di san Francesco d’Assisi, molto devoto al Santissimo Sacramento, ha spiegato che il vero riformatore è qualcuno che obbedisce alla fede: non si muove in modo arbitrario e non si arroga alcuna discrezionalità sul rito. Non è il padrone ma il custode del tesoro istituito dal Signore e consegnato a noi. Il Papa chiede dunque alla nostra Congregazione di promuovere un rinnovamento conforme al Vaticano II, in sintonia con la tradizione liturgica della Chiesa, senza dimenticare la norma conciliare che prescrive di non introdurre innovazioni se non quando lo richieda una vera e accertata utilità per la Chiesa, con l’avvertenza che le nuove forme, in ogni caso, devono scaturire organicamente da quelle già esistenti».

Che cosa intendete fare come Congregazione?

«Dobbiamo considerare il rinnovamento liturgico secondo l’ermeneutica della continuità nella riforma indicata da Benedetto XVI per leggere il Concilio. E per far questo bisogna superare la tendenza a “congelare” lo stato attuale della riforma postconciliare, in un modo che non rende giustizia allo sviluppo organico della liturgia della Chiesa.
Stiamo tentando di portare avanti un grande impegno nella formazione di sacerdoti, seminaristi, consacrati e fedeli laici, per favorire la comprensione del vero significato delle celebrazioni della Chiesa. Ciò richiede un’adeguata e ampia istruzione, vigilanza e fedeltà nei riti e un’autentica educazione per viverli pienamente. Questo impegno sarà accompagnato dalla revisione e dall’aggiornamento dei testi introduttivi alle diverse celebrazioni (prenotanda). Siamo anche coscienti che dare impulso a questo movimento non sarà possibile senza un rinnovamento della pastorale dell’iniziazione cristiana».

Una prospettiva che andrebbe applicata anche all’arte e alla musica...

«Il nuovo movimento liturgico dovrà far scoprire la bellezza della liturgia. Perciò apriremo una nuova sezione della nostra Congregazione dedicata ad “Arte e musica sacra” al servizio della liturgia. Ciò ci porterà a offrire quanto prima criteri e orientamenti per l’arte, il canto e la musica sacri. Come pure pensiamo di offrire prima possibile criteri e orientamenti per la predicazione».

Nelle chiese spariscono gli inginocchiatoi, la messa talvolta è ancora uno spazio aperto alla creatività, si tagliano persino le parti più sacre del canone: come invertire questa tendenza?

«La vigilanza della Chiesa è fondamentale e non deve essere considerata come qualcosa di inquisitorio o repressivo, ma un servizio. In ogni caso dobbiamo rendere tutti coscienti dell’esigenza, non solo dei diritti dei fedeli, ma anche del “diritto di Dio”».

Esiste anche il rischio opposto, cioè quello di credere che la sacralità della liturgia dipenda dalla ricchezza dei paramenti: una posizione frutto di estetismo che sembra ignorare il cuore della liturgia…

«La bellezza è fondamentale, ma è qualcosa di ben diverso da un’estetismo vuoto, formalista e sterile, nel quale invece talvolta si cade. Esiste il rischio di credere che la bellezza e la sacralità del liturgia dipendano dalla ricchezza o dall’antichità dei paramenti. Ci vuole una buona formazione e una buona catechesi basata sul Catechismo della Chiesa cattolica, evitando anche il rischio opposto, quello della banalizzazione, e agendo con decisione ed energia quando si ricorre a usanze che hanno avuto il loro senso nel passato ma oggi non ce l’hanno o non aiutano in alcun modo la verità della celebrazione».

Può dare qualche indicazione concreta su che cosa potrebbe cambiare nella liturgia?

«Più che pensare a cambiamenti, dobbiamo impegnarci nel ravvivare e promuovere un nuovo movimento liturgico, seguendo l’insegnamento di Benedetto XVI, e ravvivare il senso del sacro e del Mistero, mettendo Dio al centro di tutto. Dobbiamo dare impulso all’adorazione eucaristica, rinnovare e migliorare il canto liturgico, coltivare il silenzio, dare più spazio alla meditazione. Da questo scaturiranno i cambiamenti...».

© Copyright Il Giornale, 24 dicembre 2010


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Parla Marini, maestro delle celebrazioni pontificie

«Con il Papa nel mistero dell’Incarnazione»

Dalla Messa della Notte al Battesimo di Gesù: nel tempo di Natale la liturgia «ci fa riscoprire la bellezza di Dio, il suo volto d’amore, il suo disegno di salvezza»

DA ROMA GIANNI CARDINALE

Il tempo di Natale è ricco di momenti liturgici particolarmente significativi, celebrati da Benedetto XVI in maniera particolarmente solenne. Ne parliamo con monsignor Guido Marini, Maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie. «Le celebrazioni liturgiche del tempo di Natale – ci dice –, a cominciare dalla Messa della Notte, conducono i fedeli alla contemplazione del mistero dell’Incarnazione. La Chiesa rimane ancora una volta incantata dalla bellezza del mistero di Dio che si rivela come 'Dio con noi', grande e sorprendente nell’amore, il Salvatore. Se c’è una nota tipica della celebrazione eucaristica della Notte, pertanto, questa è lo stupore. E, di conseguenza, della gratitudine in cui sovrabbonda la gioia».

Ci sono state delle 'novità' introdotte da Benedetto XVI?

Non particolarmente. Vale la pena, forse, ricordare che anche quest’anno la Kalenda, ovvero l’annuncio solenne del Natale, per qualche tempo collocata all’interno della Messa, è cantata al termine della veglia di preghiera. Allo stesso modo, l’omaggio floreale dei bambini al Bambino Gesù, una volta collocato al canto del «Gloria», è ora previsto al termine della Celebrazione eucaristica, quando il Santo Padre si ferma davanti al presepio.

Il giorno di Natale il Papa imparte la benedizione «Urbi et Orbi». Si tratta di un gesto liturgico?

Si tratta di una benedizione particolarmente solenne, alla quale è legata anche l’Indulgenza plenaria. È un atto natalizio molto suggestivo, anche perché il Santo Padre si rivolge al mondo intero e a tutti i popoli, come è suggerito dalle moltissime lingue nelle quali è formulato l’augurio natalizio.

Il 31 dicembre Benedetto XVI guida il tradizionale «Te Deum». Qual è il significato di questa celebrazione?

Ricordo anzitutto che il canto del «Te Deum» è collocato al termine della celebrazione dei Vespri. Alla conclusione di un anno, la Chiesa si rivolge al Signore, prostrandosi in adorazione davanti al Santissimo Sacramento esposto e innalza il suo rendimento di grazie. In tal modo la Chiesa riconosce, nell’anno che è passato, la presenza e l’opera del Dio provvidente e buono. Allo stesso tempo la Chiesa avverte l’esigenza di invocare la misericordia di Dio per i peccati dei suoi figli che, con umile e rinnovata speranza, guardano all’anno che verrà. Dando voce a questi movimenti del cuore, così termina il canto del «Te Deum»: «Pietà di noi, Signore, pietà di noi. Tu sei la nostra speranza, non saremo confusi in eterno».

Il 1° gennaio si celebra la Giornata mondiale della pace. Qual è il senso liturgico di quello che viene laicamente definito il Capodanno?

Anzitutto non si deve dimenticare che il primo giorno dell’anno, liturgicamente, è la solennità della Santissima Madre di Dio. Lo ricordava bene il venerabile Paolo VI nel Messaggio della prima Giornata mondiale della pace. Il senso liturgico del «Capodanno» è quello di ritrovare in Cristo, il principe della pace, la vera sorgente della pace nei cuori, tra i popoli e le nazioni. E Maria, che è la Madre del Signore, la invochiamo perché ci ottenga per l’anno che verrà, con la sua materna e potente intercessione, il dono della pace.

Il 6 gennaio è la solennità dell’Epifania. Qual è il significato autentico di questa festa?

L’Epifania è il giorno nel quale la Chiesa celebra la «manifestazione» del Signore ai Magi dell’Oriente. Quegli antichi saggi, nei quali troviamo rappresentate tutte le genti di ogni nazione e di ogni epoca, riconoscono nel Bambino di Betlemme il Signore, il Re che salva con la sua Passione. In questo senso il 6 gennaio è il giorno in cui la Chiesa vive con particolare intensità la sua dimensione cattolica, universale. Gesù Cristo è l’unico e vero Salvatore del mondo. Ogni uomo ha bisogno di Lui per trovare se stesso ed essere salvo. E i suoi discepoli avvertono con nuova intensità la forza del mandato, che li vuole impegnati nell’annuncio del Vangelo fino ai confini della terra. Mi pare interessante anche ricordare che, in questa solennità, la liturgia prevede il cosiddetto «Annunzio della Pasqua». In tal modo appare chiaro che la manifestazione ai Magi è il primo atto di una sequenza di epifaniemanifestazioni, che sono il tessuto dell’intera esistenza terrena di Cristo.

Infine la domenica 9 gennaio, festa del Battesimo del Signore, il Papa celebra nella Cappella Sistina. Anche quest’anno la celebrazione sarà «versus altarem»?

Anche quest’anno il Santo Padre, amministrando il Battesimo a 22 bambini, celebrerà rivolto al Crocifisso, la parte della Liturgia Eucaristica. Non deve destare alcuna meraviglia che, per non alterare la bellezza e l’armonia architettonica di una cappella come la Sistina, si celebri all’altare antico, come d’altronde è previsto dalla vigente normativa liturgica. D’altra parte è ormai stato ampiamente chiarito, anche in forma ufficiale, che la celebrazione della Messa, teologicamente e spiritualmente parlando, è sempre rivolta al Signore, anche quando, come è entrato nell’uso, si parla di celebrazione «verso il popolo», a motivo della posizione abituale del celebrante rispetto all’assemblea. È questa la ragione per la quale il Santo Padre, anche quando celebra la Messa rivolto verso i fedeli, ha sull’altare davanti a sé il Crocifisso, segno che orienta al Signore celebrante e assemblea.

Una curiosità. Benedetto XVI indossa spesso vesti liturgiche particolarmente solenni e impegnative. Con quale criterio vengono scelte?

A dire il vero la curiosità sarebbe se il Santo Padre, e analogamente qualunque altro celebrante, dovesse indossare vesti liturgiche sciatte e banali. Nella liturgia tutto deve dare forma a quella bellezza semplice e nobile che è capace di richiamare la bellezza del mistero di Dio. Vale la pena ricordare quanto il Santo Padre ebbe a dire durante il suo viaggio apostolico in Francia, nella Cattedrale di Notre Dame: «La bellezza dei riti non sarà certamente mai abbastanza ricercata, abbastanza curata, abbastanza elaborata, poiché nulla è troppo bello per Dio, che è la Bellezza infinita».

© Copyright Avvenire, 24 dicembre 2010


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SABATO 25 DICEMBRE 2010

Il Papa riconsidera l'indulto della comunione sulla mano: revocato alle Messe papali

Notizia di enorme significato: nelle Messe celebrate dal Santo Padre (a partire dalla Messa della Notte di Natale 2010), non solo lui, ma tutti i sacerdoti che lo aiutano a distribuire ai fedeli la comunione, non porranno più l'ostia santa sul palmo della mano, ma solo in bocca, a ciascun comunicando, laico o chierico che sia.
Non c'è dubbio, per chi è stato anche una sola volta alle messe celebrate in San Pietro dal Papa, che il momento della comunione è spesso di grande confusione, e c'è gente che allunga le mani verso ogni sacerdote, a volte dando quasi l'impressione di voler ghermire una particola. Adesso ciascuno, con più ordine, e con meno pericoli di far cadere a terra le particole, dovrà con calma presentarsi di fronte al ministro e ricevere da lui sulla bocca la santa comunione.
Questo modo di ricevere il Corpo di Cristo, non solo aumenta la devozione e la consapevolezza della reale presenza del Salvatore, ma previene anche non difficili furti delle sacre specie che possono avvenire nelle messe più affollate.
A quanti diranno che "si torna indietro" ecc. ecc., è bene SEMPRE ricordare:
a) Il modo UNICO previsto dal Messale di Paolo VI è ricevere la comunione sulla bocca.
b) La possibilità alternativa di ricevere sulle mani è regolata da un INDULTO che può essere messo in vigore in alcuni luoghi (e ritirato) da alcuni vescovi (e non da altri).

La notizia è ripresa dal Blog di Fr. Z


Testo preso da: www.cantualeantonianum.com/2010/12/il-papa-riconsidera-lindulto-della.html#ixzz1...


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Musica maestro. Domenico Bartolucci, storico direttore della Cappella Sistina, appena fatto cardinale invoca il ritorno alla grande tradizione

di Paolo Rodari

Cardinale, ma non vescovo. Monsignor Domenico Bartolucci, 93 anni, mugellano, maestro “perpetuo” del coro della Cappella Sistina – il coro polifonico che accompagna le celebrazioni papali – dal 1956 al 1997, il 19 novembre scorso, verso le 11.30 era nel suo studio, al pianoforte, quando inattesa gli giunge una telefonata dal Vaticano. Il cardinale Tarcisio Bertone desiderava incontrarlo alle 13.30 in segreteria di stato vaticana.
Di lì a poco il “maestro”, come tutti ormai lo chiamano da decenni, veniva informato della volontà del Papa di crearlo cardinale nel concistoro che si sarebbe svolto il giorno successivo. Bartolucci confessa ancora il suo stupore e una certa scossa interiore all’udire la notizia della porpora.
Dice al Foglio: “Al cardinalato non avrei mai pensato. Lo considero un grande onore e credo che il Papa abbia voluto darlo, attraverso di me, alla musica sacra. Tuttavia, vista la mia età e il mio particolare servizio alla chiesa, ho preferito non essere ordinato vescovo”.
Una scelta la sua, fatta in passato anche da altri illustri uomini di chiesa portati al cardinalato dopo aver superato l’ottantesimo anno di età e, dunque, quando è tramontata per loro ogni possibilità d’entrare in conclave in caso di morte del Papa: tra i tanti che hanno preferito non essere ordinati vescovi ci sono Hans Urs Von Balthasar (designato cardinale, è morto sulla strada che lo portava a Roma per il concistoro), Henri-Marie de Lubac e Yves-Marie-Joseph Congar.
Un cardinalato alla musica sacra, dunque. Così Bartolucci ha percepito la decisione papale. Perché? “Perché ho dedicato tutta la mia vita alla musica sacra ed è evidente che è lei che il Papa ha voluto in qualche modo riabilitare lo scorso 20 novembre.
Una musica sacra troppo spesso vilipesa nella chiesa cattolica, abbandonata, scalzata da innovazioni inopportune e contrarie all’autentico spirito della liturgia, quello spirito che Benedetto XVI sta cercando di recuperare attraverso i suoi scritti e le sue celebrazioni.
Si è voluti andare incontro al mondo senza accorgersi di cedere a esso e alle sue sirene”.
La vicenda artistica di Bartolucci inizia a Firenze nella sua prima giovinezza, quando affianca il suo maestro Francesco Bagnoli come organista nelle celebrazioni in Duomo. In seguito le sue precoci composizioni vennero mostrate a monsignor Raffaele Casimiri, illustre studioso palestriniano, che si recava di tanto in tanto a Firenze per svolgere delle ricerche. Maturò così l’idea di trasferire il giovane a Roma, dove le cappelle musicali erano in piena attività. Bartolucci divenne quasi subito vice maestro a San Giovanni in Laterano poi, nel 1947, direttore della Cappella Liberiana di Santa Maria Maggiore. Infine nel ’56, dopo quattro anni trascorsi affianco a Lorenzo Perosi, Pio XII lo nomina direttore perpetuo della Cappella sistina.
Come i predecessori, anche lui viene nominato “ad vitam”. Racconta ancora con dispiacere: “Cogli 80 anni mi misero di colpo a riposo… Dopo tanto lavoro non ebbi neppure modo di salutare il Santo Padre…”.
Sono ormai decenni che Bartolucci abita a Roma. In via Monte della Farina, vicino a piazza Argentina, dove la Cappella sistina ha sede. Il suo appartamento è colmo di ricordi. Foto, quadri, libri, musiche, tante carte e un vecchio grammofono Grundig che, dice, “lo aveva uguale Papa Giovanni e ha ancora un’acustica invidiabile. Ormai però non lo ascolto più; la sera preferisco guardare i concerti trasmessi sul satellite soprattutto dall’estero. Ogni tanto mi capita di vedere qualche messa in latino. C’è un canale che ne trasmette di bellissime dalla Francia. Ma sono bravi anche gli anglicani nel Regno Unito.
Sono rimasto impressionato dalla liturgia cantata alla Westminster Abbey. Anche a Benedetto XVI credo sia piaciuta quando l’ha ascoltata lo scorso settembre. Alla fine è andato a porgere il suo saluto”.
La casa di Bartolucci trasuda storia e molte foto ingiallite dagli anni riportano il pensiero alla sua giovinezza: “Mio padre era un operaio di una fabbrica di laterizi a Borgo San Lorenzo, vicino a Firenze. Cantava sempre in chiesa, gli piaceva. Cantava anche le romanze di Verdi e di Donizetti. Sono cresciuto contornato dalla musica. Tutto il paese cantava. Ricordo gli stornelli dei contadini a casa e al lavoro. Il teatro del paese aveva due stagioni d’opera all’anno! Era un’altra vita”.
Dalle parole del cardinale si capisce che avverte un forte contrasto tra quegli anni e oggi. E il suo disappunto diviene esplicito e spontaneo soprattutto riguardo alla musica, senza necessità di incalzarlo con ulteriori domande. Dice: “Ricordo le funzioni in Sistina ai tempi di Papa Pacelli. Allora la musica costituiva parte integrante ed essenziale della liturgia: era la sua anima. Si sa quanto Pacelli amasse la musica e come spesso si riposava suonando il violino. Erano bei tempi”. Il Pontificato di Pio XII fu accompagnato quasi interamente dalla Cappella sistina diretta da Lorenzo Perosi. Bartolucci, infatti, venne nominato direttore perpetuo nel 1956: “Prima di diventare direttore sono stato quattro anni insieme a Perosi, come vice maestro. Lui abitava nel palazzo del Sant’Uffizio e lì spesso lo andavo a prendere. Passeggiavamo assieme sul lungotevere fino alla chiesa del Sacro Cuore del Suffragio dove facevamo visita al santissimo. Poi lo riaccompagnavo a casa”.
La musica sacra della chiesa cattolica subisce una grande rivoluzione dopo il Concilio Vaticano II. Racconta Bartolucci: “Il Concilio l’avrebbe voluto convocare anche Pio XII. Lo disse il cardinale Achille Silvestrini nel decennale della morte del cardinale Domenico Tardini.
Si rese conto però che i numerosi focolai di rivolta presenti nella chiesa avrebbero potuto provocare un incendio proprio a Roma.
Fu così Papa Giovanni XXIII dopo il Sinodo Romano convocò il Concilio. Sotto il suo pontificato la Cappella sistina poté finalmente essere ricostituita. Io stesso presentai un progetto di riforma generale e il Papa lo approvò pienamente. Ottenemmo la sede, l’archivio, un organico di cantori adulti fissi e stipendiati e soprattutto la schola puerorum dedicata esclusivamente alla formazione dei nostri ragazzi. Papa Giovanni apprezzava molto la Cappella. A Natale cantavamo nel suo appartamento con i bambini, davanti al presepe.
Riguardo alla liturgia credo che non avrebbe cambiato nulla, ma poi morì. La riforma vera e propria con tutti i cambiamenti si fece sotto Paolo VI”.
Sotto il pontificato di Papa Montini e con il nuovo indirizzo liturgico si verificò di fatto la crisi della musica sacra.
Bartolucci ricorda ancora una Pasqua in cui tornò a casa in lacrime. Dice: “Ci mandarono via dicendo che non doveva cantare la Sistina, ma il popolo. Fu una rivoluzione copernicana. L’abbandono del latino che il Concilio stesso non auspicava, fu di fatto promosso da molti liturgisti e così tutto il repertorio tradizionale di canto gregoriano e polifonia e di conseguenza le scholae cantorum furono additati come la cause di ogni male.
Il motto era diventato quello di andare al popolo, senza capire le gravi conseguenze di questa banalizzazione dei riti e della liturgia.
Io a questo mi sono sempre opposto e ho sempre sostenuto la necessità della grande arte in chiesa a nutrimento e beneficio proprio del popolo. Si è pensato che partecipare volesse dire cantare o leggere qualche cosa e così si è disattesa la sapiente pedagogia del passato. Paradossalmente anche tutto il repertorio di canti devozionali che il popolo sapeva e cantava è scomparso. Anni fa, ad esempio, quando il popolo assisteva a una messa da morto, sapeva cantare con devozione il Dies Irae e ricordo che tutti si univano per cantare il Te Deum o le antifone alla Madonna. Oggi a stento si trova qualcuno in grado di farlo. Molti, oggi, per fortuna, seppure un po’ in ritardo, iniziano a rendersi conto di quello che è successo. Bisognava pensarci allora, prima di procedere con tanta presunta sapienza in favore di una moda. Ma sa, allora tutti rinnovavano, tutti pontificavano.
Per fortuna il Santo Padre sta dando indicazioni molto precise riguardo alla liturgia e speriamo che il tempo aiuti le nuove generazioni”.
La Cappella sistina dopo il Concilio ha comunque continuato ad avere un’importante attività poiché Bartolucci ha voluto promuoverne le esecuzioni anche in sede concertistica. “Con la Sistina ho girato il mondo e proprio nei concerti ho potuto sentirmi libero di programmare i capolavori che non era più possibile eseguire all’interno della liturgia, in primis le opere di Giovanni Pierluigi da Palestrina. Giuseppe Verdi lo definisce il “padre eterno” della musica d’occidente. L’ho detto già una volta in un’intervista: ‘Palestrina è il primo patriarca che ha capito che cosa vuol dire far musica; lui ha intuito la necessità di una scrittura contrappuntistica vincolata dal testo, aliena dalla complessità e dai canoni della scrittura fiamminga’. Non a caso il Concilio di Trento ha fissato i canoni della musica liturgica proprio guardando a lui. Non c’è autore che tratta e rispetta il testo sacro come Palestrina. Io per quel che ho potuto ho cercato di rifarmi a questo stesso spirito, alla solidità del canto gregoriano e della polifonia palestriniana. Per questo ho potuto continuare a scrivere musica nel solco della tradizione della Scuola romana”.
Uno dei più importanti concerti nei quali Bartolucci ha potuto presentare i capolavori del principe della musica accanto ad alcune personali composizioni fu offerto proprio a Benedetto XVI nella cornice storica della Cappella Sistina nel 2006. L’esecuzione affidata al Coro polifonico della Fondazione Domenico Bartolucci, con il quale il maestro ha registrato anche alcuni cd, fu introdotto dal mottetto Oremus pro pontifice che il maestro ora cardinale scrisse proprio per il Pontefice regnante, subito dopo la sua elezione.
È Benedetto XVI per lui una speranza. Dice: “Lo è per me e per la musica sacra. Per questo penso al mio cardinalato come a un riconoscimento soprattutto per la musica e ho piacere che molti abbiano letto la mia nomina in questo modo”.
E proprio le parole pronunciate dal Papa al termine di quell’esecuzione suggeriscono che la porpora a Bartolucci gli sia stata riconosciuta per i suoi meriti artistici e per un serio recupero della tradizione musicale di Santa romana chiesa: “Tutti i brani ascoltati concorrono a confermare la convinzione che la polifonia sacra, in particolare quella della cosiddetta ‘scuola romana’, costituisce un’eredità da conservare con cura, da tenere viva e da far conoscere, a beneficio non solo degli studiosi e dei cultori, ma della comunità ecclesiale nel suo insieme, per la quale costituisce un inestimabile patrimonio spirituale, artistico e culturale. […] Lei, venerato maestro, ha cercato sempre di valorizzare il canto sacro come veicolo di evangelizzazione. La Cappella musicale pontificia da Lei guidata, mediante i suoi innumerevoli concerti, ha così cooperato alla stessa missione dei Pontefici, che è quella di diffondere il messaggio cristiano”.

Pubblicato sul Foglio venerdì 24 dicembre 2010

© Copyright Il Foglio, 24 dicembre 2010


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Basta riti pop, arrivano i custodi della Messa

di Andrea Tornielli

Sarà pubblicato nelle prossime settimane un documento di Benedetto XVI che riorganizza le competenze della Congregazione del culto divino affidandole il compito di promuovere una liturgia più fedele alle intenzioni originarie del Concilio Vaticano II, con meno spazi per i cambiamenti arbitrari e per il recupero di una dimensione di maggiore sacralità.
Il documento, che avrà la forma di un motu proprio, è frutto di una lunga gestazione - lo hanno rivisto dal Pontificio consiglio per l’interpretazione dei testi legislativi e gli uffici della Segreteria di Stato - ed è motivato principalmente dal trasferimento della competenza sulle cause matrimoniali alla Rota Romana. Si tratta delle cause cosiddette del «rato ma non consumato», cioè riguardanti il matrimonio avvenuto in chiesa ma non compiutosi per la mancata unione carnale dei due sposi. Sono circa cinquecento casi all’anno, e interessano soprattutto alcuni Paesi asiatici dove ancora esistono i matrimoni combinati con ragazzine in età molto giovane, ma anche i Paesi occidentali per quei casi di impotenza psicologica a compiere l'atto sessuale.
Perdendo questa sezione, che passerà alla Rota, la Congregazione del culto divino di fatto non si occuperà più dei sacramenti e manterrà soltanto la competenza in materia liturgica. Secondo alcune autorevoli indiscrezioni un passaggio del motu proprio di Benedetto XVI potrebbe citare esplicitamente quel «nuovo movimento liturgico» del quale ha parlato in tempi recenti il cardinale Antonio Cañizares Llovera, intervenendo durante il concistoro dello scorso novembre.
Al Giornale, in un’intervista pubblicata alla vigilia dell’ultimo Natale, Cañizares aveva detto: «La riforma liturgica è stata realizzata con molta fretta. C’erano ottime intenzioni e il desiderio di applicare il Vaticano II. Ma c’è stata precipitazione... Il rinnovamento liturgico è stato visto come una ricerca di laboratorio, frutto dell’immaginazione e della creatività, la parola magica di allora». Il cardinale, che non si era sbilanciato nel parlare di «riforma della riforma», aveva aggiunto: «Quello che vedo assolutamente necessario e urgente, secondo ciò che desidera il Papa, è dar vita a un nuovo, chiaro e vigoroso movimento liturgico in tutta la Chiesa», per porre fine a «deformazioni arbitrarie» e al processo di «secolarizzazione che purtroppo colpisce pure all’interno della Chiesa».
È noto come Ratzinger abbia voluto introdurre nelle liturgie papali alcuni gesti significativi ed esemplari: la croce al centro dell’altare, la comunione in ginocchio, il canto gregoriano, lo spazio per il silenzio. Si sa quanto tenga alla bellezza nell’arte sacra e quando consideri importante promuovere l’adorazione eucaristica.
La Congregazione del culto divino - che qualcuno vorrebbe anche ribattezzare della sacra liturgia o della divina liturgia - si dovrà quindi occupare di questo nuovo movimento liturgico, anche con l’inaugurazione di una nuova sezione del dicastero dedicata all'arte e alla musica sacra.

© Copyright Il Giornale, 9 febbraio 2011


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