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Dal blog di Lella...

Intervista al cardinale Antonio Cañizares Llovera, prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti

Nella liturgia la memoria si fa storia e futuro per l'uomo

di Juan Manuel de Prada

Don Antonio Cañizares, nuovo prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, ci ha dato appuntamento nel palazzo arcivescovile di Toledo. Quando arriviamo, puntuali, sta scendendo dall'automobile, dopo una visita pastorale. La mattina era stato a Madrid per incontrare il presidente del Governo che voleva congratularsi personalmente con lui per la recente nomina. Ma la stanchezza non sembra lasciare traccia in lui e, anche se insistiamo perché si riposi un po', ci obbliga a seguirlo nel suo ufficio. Don Antonio è un uomo generoso e operoso; ed è anche un uomo frugale, cordiale, di una semplicità contadina che rifugge lo sfarzo e gli atteggiamenti scostanti. È, anche, un uomo di piccola statura con un cuore grande, un uomo dall'umanità vivace, a fior di pelle, che sa appassionarsi quando l'occasione lo richiede e sa anche sorridere dolcemente, come quando mi permetto di scherzare sul trambusto delle ultime settimane, trascorse fra Toledo e Roma. Più che un principe della Chiesa sembra, a quest'ora del pomeriggio, un semplice parroco di campagna, pieno di entusiasmo per la sua vocazione.

Vorrei parlare proprio della nascita della sua vocazione, eminenza.

Da quando ho l'uso della ragione ricordo di aver voluto essere un sacerdote. Sono nato a Utiel, un paese della regione valenciana dove mio padre era capo dell'ufficio telegrafi, ma poi ha chiesto l'aspettativa e ci siamo trasferiti a Sinarcas, un paese vicino, dove i miei nonni avevano una fabbrica di farine. La mia vocazione precoce si è alimentata nel clima di fede della mia famiglia, dove non vi erano però state vocazioni religiose. Ho vissuto quella chiamata in tutta normalità, rendendola compatibile con i miei giochi infantili e le mie inquietudini adolescenziali. Sono nato il 15 ottobre; e ricordo che il primo libro che mi hanno portato i Re Magi è stato una biografia per bambini di santa Teresa. Inoltre all'epoca in cui ero aspirante di Azione Cattolica, il consigliere era molto "teresiano" e mi ha iniziato agli scritti e alla spiritualità della santa di Avila. Chi avrebbe mai detto allora che sarei diventato vescovo di quella diocesi! Dopo i primi studi, ho studiato latino e greco a Segorbe; sono poi andato a Valencia, dove ho iniziato gli studi di filosofia, che mi sarebbero serviti per entrare nei motivi profondi della mia vocazione.

E nell'approfondire questi motivi, ci sono stati momenti di cedimento?

No, anzi di consolidamento della fede. Nella mia ricerca è stato decisivo lo studio dell'epistemologia e anche della metafisica. Gli studi di filosofia hanno sviluppato la mia libertà di pensiero; inoltre ho avuto un direttore spirituale che mi ha sempre seguito, senza mai esercitare pressioni su di me. Sono poi andato a Salamanca dove ho studiato teologia. Sono stati anni molto sereni in cui ho scoperto autori come de Lubac, Congar, von Balthasar, Journet e Guardini, che mi hanno formato con grandissima naturalezza nel cammino che portava al sacerdozio. Ho concluso gli studi a Salamanca, e a sorpresa mi hanno avviato al dottorato in teologia pastorale; tutto questo in un momento di rinnovamento postconciliare in cui non sono mancati episodi di confusione. Il mio soggiorno a Salamanca mi aveva permesso di approfondire il significato della fedeltà alla Tradizione, che costituisce l'essenza stessa della Chiesa. Ho visto il concilio Vaticano ii non come una rottura rispetto alla Tradizione, ma come una conferma della Tradizione, aggiornata per poter essere offerta all'uomo del nostro tempo. In quegli anni una figura chiave è stata per me quella dell'indimenticabile Papa Paolo VI, con le sue lucide riflessioni sull'ateismo, la non credenza e la secolarizzazione. Il magistero di Paolo VI ha rafforzato la mia convinzione che l'elemento costitutivo della fede è il radicarsi in Dio, il fondare l'intera vita su Dio, rafforzando anche il mio senso di ecclesialità e il mio amore per la Chiesa. A tale proposito ricordo che, nel 1965 o 1966, quando ero diacono, ho letto un articolo dell'allora professor Ratzinger che affermava che la Chiesa non si riforma da fuori, ma da dentro. Più importante di quello che noi possiamo fare con la Chiesa è quello che Dio fa con la Chiesa, l'opera che Dio realizza nella Chiesa, nella quale noi uomini non siamo altro che strumenti nelle sue mani. E questa opera di Dio non poteva essere, chiaramente, la secolarizzazione che regnava in quel momento. Ciò che Dio, dall'interno della Chiesa, stava chiedendo non era un mero adattamento, un semplice cambiamento o "aggiornamento", ma un approfondimento negli aspetti che la costituiscono: la liturgia, la preghiera, la Parola di Dio, i sacramenti.

Come sono stati gli inizi del suo ministero sacerdotale?

Ai tempi del dottorato lavoravo come diacono nella parrocchia di sant'Alfonso, a Madrid. Avevo scelto come oggetto del mio studio la predicazione di san Tommaso di Villanova, che è stato uno dei miei grandi maestri e ha rafforzato la mia fedeltà alla Tradizione della Chiesa, rivelandomi che la forza del predicatore proviene dalle fonti della preghiera, dai Santi Padri e dall'incontro personale con Dio. Nel 1970, quando sono stato ordinato sacerdote, monsignor José María García Lahiguera, arcivescovo di Valencia, venuto appositamente a Sinarcas per l'ordinazione, mi disse: "Antonio, ti ordini sacerdote per essere santo; se non lo sarai, meglio che non ti ordini". Ho mantenuto con don José María un rapporto molto stretto che mi ha trasmesso una profondità spirituale e un senso ecclesiale saldi. Una volta ordinato sacerdote, ho concluso la mia tesi di dottorato e sono andato ad Alcoy, dove ho svolto la funzione di vicario nella parrocchia di Santa María, lavorando intensamente nella formazione di catechisti e professori di religione. Ho anche avuto la fortuna di convivere con studenti in un collegio universitario di ingegneri industriali e conoscere così direttamente i loro problemi. I giovani erano già esposti ad alcune correnti di "cambiamento per il cambiamento", di rottura un po' nichilista con il passato, che sfociavano inevitabilmente nel vuoto, nel far tacere Dio, nel fare dell'uomo un dio. Poi sono passato alla chiesa di San Gerardo, nel quartiere madrileno di Aluche, come vicario assegnato alla parrocchia, dedicandomi nello stesso tempo all'insegnamento nella Scuola superiore di pedagogia della fede e nella Commissione episcopale di insegnamento e catechesi. Poco dopo ho iniziato la mia attività come professore di teologia pastorale all'Università pontificia di Salamanca e di catechetica nell'Istituto di pastorale. In quegli anni ho capito che la catechesi doveva rendere ragione della fede; e questo mi ha fatto riflettere sul rapporto fra la fede e il pensiero contemporaneo, senza perdere di vista il fatto che la fede è certamente un dono che dà pienezza all'uomo, che dà pienezza anche alla ragione. È un concetto che ha orientato anche il mio lavoro nella Commissione della dottrina della fede, dalla metà degli anni Ottanta.

Lei, prima di occupare la sede primaziale di Toledo, è stato vescovo di due sedi emblematiche, Avila e Granada. Come ricorda quell'esperienza?

Quando mi hanno nominato vescovo di Avila, sono rimasto paralizzato dallo stupore. Quando il nunzio me lo ha comunicato, sono restato un po' in silenzio, e poi ho detto: Fiat voluntas tua, che sarebbe diventato il mio motto episcopale. Pochi giorni dopo la pubblicazione della mia nomina, ci fu una persona che volle dedicarmi un'ora del suo tempo a Roma. Mi spiegò cosa significava essere vescovo, e in particolare vescovo di Avila: mi ha detto che santa Teresa di Gesù e san Giovanni della Croce videro sempre in Dio la chiave e il fondamento di tutto. È questa la scelta che viene offerta all'uomo contemporaneo: vivere in Dio o non vivere in Lui; comprendere tutto a partire da Dio stesso, o vedere tutto come se fosse opera nostra. Santa Teresa ci ha insegnato a vedere un Dio molto "umanato", ci ha insegnato a vedere il volto umano di Dio nella persona di suo Figlio, concetto sul quale sta insistendo il nostro attuale Papa. La spiritualità teresiana ha fatto sì che si radicasse ancor di più nella mia vita il significato cristocentrico di tutto: è Gesù Cristo che ci rivela e ci dona Dio.

Poi è venuta Granada, che, se ho ben capito, l'ha aiutata a conoscere meglio un'altra donna fondamentale.

È vero. A Granada si è concluso il mio avvicinamento alla figura di quella gran donna che è stata Isabella la Cattolica, che avevo studiato durante la mia permanenza ad Avila. Santa Teresa e la regina Isabella sono indubbiamente le due donne più importanti della storia di Spagna. Granada, come è noto, fu l'ultima sede del dominio islamico in Spagna; e quando arrivo a Granada scopro che vi sta avendo luogo una penetrazione organizzata dell'Islam, che non è spontanea e neppure semplicemente frutto dei movimenti migratori. A tutto ciò dovevo dare una risposta, che non è stata quella di oppormi, bensì di rafforzare e consolidare l'identità cristiana promuovendo la religiosità popolare che - al di là di quegli aspetti che possono aver bisogno di una purificazione - è espressione profonda delle radici spirituali di un popolo. Lì ho scoperto che la regina Isabella portò a termine l'evangelizzazione di Granada istituendo vari monasteri di clausura nel quartiere di Albaicín. In effetti non vi può essere evangelizzazione senza preghiera, senza contemplazione, senza una testimonianza vera del Dio vivo, rivelato e manifestato in Gesù Cristo.

E poi viene Toledo.

Quando mi nominano arcivescovo di Toledo, mi ricordo provvidenzialmente di una conferenza del cardinale Ratzinger a cui avevo assistito. In essa aveva affermato che l'unità nella fede fra i popoli germanici e quelli latini, superando l'arianesimo, era stata raggiunta nel terzo concilio di Toledo. E quell'unità - sosteneva Ratzinger - fu il seme di unità per la Spagna e, ancor di più, di unità per l'Europa. Dall'unione dei popoli germanici e latini nella fede sorge una cultura nuova che non era stata possibile fino ad allora; e anche una morale nuova che si sarebbe delineata nei successivi concili toledani. Poi, con l'invasione musulmana, i mozarabi rimarranno a Toledo conservando il proprio rito, nonostante la persecuzione e la discriminazione sociale che subirono. Ciò fu possibile perché il lavoro svolto dai concili toledani aveva favorito un radicamento profondo della fede. A Toledo si vede come tutta la storia successiva della Spagna è, come dice Julián Marías, un tentativo di recuperare la Spagna perduta. La Spagna si costruisce proprio a partire dalla fede cattolica; poiché, sebbene vi abbiano coesistito strutture politiche diverse, l'identità spagnola era segnata dall'ecclesialità, dal vincolo con la sede di Pietro. Giungiamo così al xv secolo, con l'imponente figura della regina Isabella, che quando si recava a Toledo non risiedeva in un palazzo, bensì nella cattedrale; e dalle sue stanze assisteva alla messa. Inoltre ogni volta che dalla Castiglia si recava in Andalusia passava per Guadalupe, un santuario dell'arcidiocesi di Toledo. È lì dove autorizza il viaggio di Colombo, a condizione che le terre scoperte siano evangelizzate. Ha così inizio la più grande impresa di tutta la storia spagnola, cioè l'evangelizzazione dell'America e, di conseguenza, la creazione di una nuova umanità che, senza rinnegare quanto di buono e di grande vi era in quelle civiltà indigene, avrebbe loro aperto l'orizzonte della redenzione. Da Toledo si capisce benissimo che, se la Spagna smettesse di essere cattolica, smetterebbe di essere Spagna.

Due tratti distintivi di questa identità cattolica toledana sono la festa del Corpus Domini e la forza del suo seminario.

La festa del Corpus Domini non è un fatto isolato, anzi caratterizza il radicato senso eucaristico di questa diocesi, dove nacquero le prime confraternite eucaristiche della Spagna. L'Eucaristia è il centro della vita della Chiesa; e a Toledo l'ecclesialità nasce proprio dall'Eucaristia. Riguardo al seminario, devo riconoscere l'eredità impagabile che ho ricevuto dai cardinali Francisco Álvarez Martín e Marcelo González Martín, senza dubbio uno dei vescovi che ha saputo applicare meglio gli insegnamenti del concilio Vaticano ii. Don Marcelo ha rafforzato la comunione con la Chiesa dedicandosi al rinnovamento dei seminari spagnoli, accusati in quel momento di essere retrogradi. Si è così riusciti a far sì che Toledo abbia dato in questi anni quattrocento sacerdoti, che la loro età media sia di 46 anni, che il numero dei seminaristi sia, in termini comparativi con la popolazione della diocesi, il più alto della Spagna. A Toledo vi è inoltre un senso missionario molto forte. Io non ho fatto altro che custodire l'eredità ricevuta, consapevole del ruolo che il Primate svolge nella Chiesa spagnola.

Ora che è stato chiamato a Roma, sarà molto importante la visione che offrirà della Spagna nella Santa Sede. Non crede che la Spagna sia un luogo fondamentale per capire quello che sta accadendo in Occidente?


Credo che la Spagna, con connotazioni che ci sono proprie, è immersa nella cultura che oggi domina in Occidente, plasmata in nuove disposizioni giuridiche che cercano di rimodellare il significato originario della natura umana, della famiglia, dei diritti umani, e così via. Senza pretendere che la Spagna sia al centro di tutto, è evidente che il suo significato è centrale nel contesto attuale del cristianesimo. E il ruolo che in questo momento deve svolgere la Chiesa in Spagna è fondamentale. Ciò non significa che la Chiesa spagnola debba contrattaccare, o reagire con paura; deve semplicemente presentare all'uomo del nostro tempo la Tradizione ereditata, che non è una tradizione morta, ma un motore per portare a termine le grandi gesta umane che ci hanno costituito come spagnoli, dal riconoscimento del diritto delle genti promosso dalla Scuola di Salamanca fino all'unità raggiunta fra i diversi popoli della Spagna. La Spagna svolge inoltre un ruolo molto importante sull'altra riva dell'Atlantico, poiché continua a essere uno specchio nel quale si guardano i nostri fratelli ispanoamericani. Poco tempo fa ho tenuto una conferenza nell'Università Cattolica del Cile sulle radici cristiane della Spagna e dell'Europa, che così insensatamente stiamo rinnegando, e alla fine mi hanno detto che avevo descritto con esattezza l'attuale situazione del Cile, che è simile alla nostra poiché la Spagna è il suo punto di riferimento. La Chiesa in Spagna deve esserne consapevole e deve proporre senza alcun timore la sua ricchezza. Questa ricchezza è Gesù Cristo, il Logos fatto carne che, come tante volte ha affermato Papa Benedetto XVI, si dona a noi per amore. La Chiesa in Spagna deve realizzare il compito chiaramente definito di affermare la verità di Gesù Cristo, un'affermazione che non va contro nessuno, bensì a favore di tutti. Questa verità si esprime e si realizza nell'amore; per questo nessuna forza politica, né sociale, o di altro tipo, deve temere la Chiesa. Stiamo semplicemente offrendo un futuro all'umanità, apertura alla speranza. La Chiesa in Spagna, in questa circostanza storica, deve dire con forza sì all'uomo, sì alla vita, sì al matrimonio fra un uomo e una donna, sì alla famiglia, sì ai diritti umani fondamentali, sì a una solidarietà reale ed effettiva fra gli uomini, sì a una nuova economia, sì a un nuovo ordine che si riconosca in Dio, che si affermi in Dio, in quel Dio che si è rivelato a noi con il volto umano di Gesù.

Suppongo che per lei, eminenza, sarà molto duro lasciare Toledo.

Effettivamente lasciare Toledo è uno strappo, uno spogliamento; ma lo vivo come un'esperienza di unità con la Chiesa, come quella che racconta san Paolo nella sua lettera ai Filippesi. Lo spogliarsi di se stessi è la grande speranza dell'umanità, è un'esperienza che visse Abramo, il cui esempio mi sta aiutando molto in questi giorni: "Va verso la terra che ti mostrerò". Anch'io vado verso una terra promessa, terra di futuro. Dio mi conduce dove sta il futuro, che è accanto a Pietro, con Pietro, sempre con Pietro. Vado inoltre alla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti. Dov'è il futuro dell'uomo se non nell'adorazione di Dio? Il Papa sta insistendo in tutti i modi su questo punto. Basta leggere il suo bellissimo libro Introduzione allo spirito della liturgia, che è il mio programma di azione come prefetto della congregazione. L'adorazione è l'offerta a Dio, è il riconoscimento di Dio quale centro di tutto, quel Dio che non è antagonista dell'uomo, ma al contrario, che va incontro all'uomo, lo innalza lo nobilita. Dinanzi a Lui l'uomo può solo dire: "Sono qui, mi offro in tutto quello che Tu mi hai dato, che è proprio la persona di Cristo. Attraverso la liturgia, Cristo si fa presente nella Chiesa, che non è semplicemente una società che prosegue la "causa di Gesù", ma è Gesù stesso presente e operante in essa. Nella liturgia ci sentiamo trasformati poiché vediamo ogni cosa a partire da Dio, e di conseguenza, trasfigurati dal suo amore, che si realizza nell'Eucaristia. Nella liturgia, Dio va incontro all'uomo, Dio parla all'uomo come amico, gli rivela la sua intimità, fa sì che penetri il suo segreto e la sua verità.

Benedetto XVI ha insistito molto sul carattere della tradizione come elemento costitutivo della fede della Chiesa. Nelle sue catechesi sui Santi Padri, nelle sue omelie e nei suoi discorsi, si riflette costantemente questo pensiero.

Di fatto la tradizione per eccellenza, l'evento fondamentale della tradizione è l'Eucaristia. Lo dice san Paolo: "Vi ho dato quello che ho ricevuto".
L'Eucaristia è fondamentalmente tradizione, dono della realtà unica che la Chiesa ha e che costituisce la Chiesa, Gesù Cristo. E la Chiesa di Gesù Cristo è stata e sarà sempre tradizione, mai rottura con quanto ha ereditato.

Alcuni hanno sostenuto che la riforma conciliare rompeva con la liturgia precedente, ma in realtà è il contrario: si trattava di dare quello che si era ricevuto, con fedeltà e, ovviamente, con il naturale aggiornamento di cui alcune forme avevano bisogno. Perciò penso che il vero rinnovamento della liturgia è assumere la tradizione, rendendo possibile una Chiesa in grado di donare quello che è la sua ricchezza, vita e pensiero, quello che ha trasformato la storia e generato un'umanità nuova.
La liturgia è memoria, ma memoria non di un passato inerte, bensì di qualcosa che si sta realizzando davanti a noi e che si deve ancora compiere nella sua pienezza.

Non le sembra che noi cattolici abbiamo spesso fatto di questa memoria viva lettera morta? Quando un cattolico dice, ad esempio, nella messa, "Vieni Signore Gesù!", lei crede che sia pienamente consapevole di quello che sta dicendo?

Purtroppo non siamo più consapevoli del fatto che dicendo "Vieni Signore Gesù!" stiamo ripetendo il marana tha di san Paolo (1 Corinzi, 16, 22) e dell'Apocalisse (22, 20), e non lo colleghiamo neppure alla frase del Padre Nostro "venga il tuo regno". Abbiamo fatto delle parole liturgiche una routine. Quel "Vieni Signore Gesù!" è detto da una comunità che sta vivendo nelle difficoltà e che anela il ritorno del suo Salvatore. E, naturalmente, se lo dicessimo con tutta la verità che è lì contenuta, staremmo esprimendo anche tutto lo "spirito della liturgia", poiché staremmo chiedendo che quanto sta accadendo lì diventi realtà storica e visibile per gli uomini e santifichi anche il futuro dell'uomo: la vita eterna. Recuperare la liturgia, recuperare l'Eucaristia domenicale deve essere uno degli impegni della Chiesa: su questo punto hanno insistito molto gli ultimi due Papi. È necessario superare la "routinizzazione"; è necessario portare avanti una formazione profonda nella liturgia.

Ossia una catechesi della liturgia.

Una catechesi della liturgia, in effetti. Anche, che tutto nella catechesi conduca alla liturgia. Si sono molto separate liturgia e catechesi; il catechismo della Chiesa cattolica invece le unisce pienamente. Torniamo ora al "Vieni Signore Gesù!" che lei ha citato prima. Se prendiamo dei testi catechetici ed esaminiamo come vengono considerate queste realtà ultime, osserviamo che spesso non vengono trattate o, se lo sono, vengono viste come una sorta di utopia o di escatologia sociale. Sono sparite la risurrezione della carne (e questo ha condizionato anche la traduzione stessa del Credo), la vita eterna, la retribuzione personale, lo stare realmente con Dio. E così la fede si trasforma in un secolarismo più o meno spiritualista. Un'assenza simile constatiamo se esaminiamo come questi testi catechetici trattano la Creazione. Se non c'è Creazione, non c'è vita eterna: l'uomo è solo di questo mondo, puro immanentismo. Questo snaturamento dei dogmi della fede si è cristallizzato nella presentazione del "Gesù dei valori", il Gesù che funge da mero modello morale da imitare; in tal modo la stessa crocifissione si può presentare, come si legge in qualche libro, come una sorta di incidente sul lavoro. Si perdono così i valori di sacrificio, redenzione, espiazione, riconciliazione, misericordia che ci salva dal peccato, dall'abisso della morte e dall'inferno. Non si parla neppure dell'inferno, altra realtà assente, come è assente il peccato originale. E così la fede si trasforma in un moralismo facilmente sostituibile da qualsiasi altro.
Potremmo continuare all'infinito, poiché la conversazione di don Antonio è fluviale e inesauribile. Ma la memoria del mio registratore purtroppo si è esaurita. Nel congedarmi dal cardinale arrivo a pensare che forse il trambusto degli spostamenti fra Roma e Toledo, senza che la stanchezza sembri aver lasciato traccia in lui, si possa spiegare come un caso miracoloso di bilocazione. Per noi cattolici spagnoli la sua imminente partenza da Toledo è uno strappo molto profondo che ci fa soffrire; ma nello stesso tempo ci colma di speranza per le sfide che lo attendono a Roma. È un uomo che sa voler bene e sa farsi voler bene. E di questa capacità di amare e di farsi amare siamo sicuri che beneficerà la Chiesa universale.

(©L'Osservatore Romano - 28 gennaio 2009)


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Da "Rinascimento Sacro"...

RdR: mons. Ranjith parla della necessità di una "riforma della riforma".

Un prelato del Vaticano ha definito "audace e coraggiosa" la decisione di affrontare gli abusi liturgici che sono accaduti dopo la riforma del Concilio Vaticano II.

Mons. Malcolm Ranjith, Segretario della Congregazione per il Culto Divino, parla di una errata comprensione degli insegnamenti del Concilio Vaticano II e l'influenza delle ideologie secolari sono ragioni per concludere - come l'allora cardinale Joseph Ratzinger nel 1985 - che "il vero momento del Concilio Vaticano II ha ancora da venire. " Soprattutto nel campo della liturgia, dice l'Arcivescovo Ranjith, "La riforma deve andare avanti".

Mons. Ranjith, che è stato chiamato personalmente in Vaticano da papa Benedetto a fungere da collaboratore papale nel cercar di ristabilire un senso di venerazione nella liturgia, fa i suoi commenti nella prefazione di un nuovo libro sulla base dei diari e le note del Cardinale Fernando Antonelli, che è stata una figura chiave nel movimento di riforma liturgica, sia prima che dopo il Concilio Vaticano II.

Gli scritti del Cardinale Antonelli, dice l’Arcivescovo Ranjith, aiutano il lettore ”a comprendere il complesso funzionamento interno della riforma liturgica immediatamente prima del successivo Concilio". L’esponente vaticano conclude che l'attuazione della riforma del Concilio ha suggerito deviazioni spesso lontane dalle reali intenzioni dei padri conciliari. Di conseguenza, conclude l'Arcivescovo Ranjith, la liturgia di oggi non è una vera e propria realizzazione della visione avanzata nel documento chiave del Concilio Vaticano II sulla liturgia, la Sacrosanctum Concilium.

In particolare, l'Arcivescovo Ranjith scrive:

Alcune pratiche che la Sacrosanctum Concilium non aveva mai contemplato furono permessi nella liturgia, come la Messa versus Populum, la Santa Comunione nella mano, eliminando del tutto il latino e il canto gregoriano in favore della lingua volgare di canti e inni che non lasciano molto spazio per Dio, e l'estensione, al di là di ogni ragionevole limite, della facoltà di concelebrare la Santa Messa. C’è stata anche un’ erronea interpretazione del principio di "partecipazione attiva".

Il prelato dello Sri Lanka sostiene che, al fine di effettuare una "riforma della riforma", è essenziale riconoscere come la visione liturgica del Concilio Vaticano II sia stata distorta. Egli loda il libro sul Cardinale Antonelli per consentire al lettore di acquisire una migliore comprensione di "figure o atteggiamenti che hanno causato la situazione attuale." Questo, dice l'arcivescovo, è un 'inchiesta "alla quale, in nome della verità non possiamo rinunciare".

Pur riconoscendo "l'umore turbolento degli anni che seguirono immediatamente il Concilio," Mons. Ranjith ricorda che, nel chiamare a raccolta i vescovi di tutto il mondo in un Concilio ecumenico, il Beato Giovanni XXIII intese dare "una fortificazione della fede". Il Concilio, agli occhi del Papa Giovanni, non è stato "certo un invito a percorrere lo spirito dei tempi".

Tuttavia, egli continua, il Concilio ha avuto luogo in un momento di grande fermento intellettuale in tutto il mondo, e iparticolarmente nelle sue conseguenze, molti interpreti potrebbero aver visto l'evento come una rottura con la precedente tradizione della Chiesa. Come Arcivescovo Ranjith espone:

Concetti base e temi come sacrificio e redenzione, missione, annuncio e conversione, l'adorazione, come parte integrante della Comunione, la necessità della Chiesa per la salvezza furono tutti esclusi , mentre il dialogo, l'inculturazione, l'ecumenismo,l’ Eucaristia come banchetto, l'evangelizzazione come testimonianza, ecc., divennero più importanti. I valori assoluti vennero disdegnati.

Anche nel lavoro del Consilium, la commissione del Vaticano designata per l'attuazione della riforma liturgica, queste influenze sono state chiaramente sentite, rileva l'arcivescovo:

Un esagerato senso di archeologismo, antropologismo, confusione di ruoli tra l'ordinato e il non ordinato, una concessione di spazio illimitato per la sperimentazione - e anzi, la tendenza a guardare dall’alto verso il basso alcuni aspetti dello sviluppo della Liturgia nel secondo millennio - sono stati sempre più visibili tra alcune scuole liturgiche.

Oggi, scrive l'Arcivescovo Ranjith, la Chiesa può guardare indietro e riconoscere le influenze che hanno distorto l'intento originale del Concilio. Tale riconoscimento, egli dice, deve

"aiutarci ad essere coraggiosi per migliorare o cambiare ciò che è stato erroneamente introdotto e che sembra essere incompatibile con la vera dignità della liturgia". Una più che necessaria "riforma della riforma", egli afferma, deve essere ispirata "non solo dal desiderio di correggere errori del passato, ma molto di più dalla necessità di essere fedeli a ciò che la Liturgia, invece, è in mezzo a noi e ciò che il Concilio stesso ha definito essere".

Le dieci pagine di prefazione di Mons. Ranjith appaiono nell’edizione in lingua inglese di un libro dal titolo "Il vero sviluppo della Liturgia" scritto da mons. Nicola Giampietro per igli adetti della Congregazione per il Culto Divino. Sarà disponibile nel mese di settembre presso la Roman Catholic Book.

Fonte CWN. Copyright © 2009 Trinity Communications. All rights reserved.


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UFFICIO DELLE CELEBRAZIONI LITURGICHE DEL SOMMO PONTEFICE

INTERVISTA DI MONS. GUIDO MARINI AL PERIODICO MENSILE “RADICI CRISTIANE”

N. 42 DEL MESE DI MARZO 2009

Senza parole dinanzi alla grandezza e alla bellezza del mistero di Dio

A cura di Maddalena della Somaglia

Il Santo Padre sembra avere nella liturgia uno dei temi di fondo del suo pontificato. Lei, che lo segue così da vicino, ci può confermare questa impressione?

Direi di sì. D’altra parte è degno di nota che il primo volume dell’ “opera omnia” del Santo Padre, di ormai prossima pubblicazione anche in Italia, sia proprio quello dedicato agli scritti che hanno come oggetto la liturgia.
Nella prefazione al volume, lo stesso Joseph Ratzinger sottolinea questo fatto, rilevando che la precedenza data agli scritti liturgici non è casuale, ma desiderata: sulla falsariga del Concilio Vaticano II, che promulgò come primo documento la Costituzione dedicata alla Sacra Liturgia, seguita dall’altra grande Costituzione dedicata alla Chiesa. E’ nella liturgia, infatti, che si manifesta il mistero della Chiesa. Si comprende, allora, il motivo per cui la liturgia è uno dei temi di fondo del pontificato di Benedetto XVI: è dalla liturgia che prende avvio il rinnovamento e la riforma della Chiesa.

Esiste un rapporto tra la liturgia e l’arte e l’architettura sacra? Il richiamo del Papa a una continuità della Chiesa in campo liturgico non dovrebbe essere esteso anche all’arte e all’architettura sacra?

Esiste certamente un rapporto vitale tra la liturgia, l’arte e l’architettura sacra. Anche perché l’arte e l’architettura sacra, proprio in quanto tali, devono risultare idonee alla liturgia e ai suoi grandi contenuti, che trovano espressione nella celebrazione. L’arte sacra, nelle sue molteplici manifestazioni, vive in relazione con l’infinita bellezza di Dio e deve orientare a Dio alla sua lode e alla sua gloria. Tra liturgia, arte e architettura non vi può essere, dunque, contraddizione o dialettica. Di conseguenza, se è necessario che vi sia una continuità teologico-storica nella liturgia, questa stessa continuità deve trovare espressione visibile e coerente anche nell’arte e nell’architettura sacra.

Papa Benedetto XVI ha recentemente affermato in un suo messaggio che “la società parla con l’abito che indossa”. Pensa si potrebbe applicare questo anche alla liturgia?

In effetti, tutti parliamo anche attraverso l’abito che indossiamo. L’abito è un linguaggio, così come lo è ogni forma espressiva sensibile. Anche la liturgia parla con l’abito che indossa, ovvero con tutte le sue forme espressive, che sono molteplici e ricchissime, antiche e sempre nuove. In questo senso, “l’abito liturgico”, per rimanere al termine da Lei usato, deve sempre essere vero, vale a dire in piena sintonia con la verità del mistero celebrato. Il segno esterno non può che essere in relazione coerente con il mistero della salvezza in atto nel rito. E, non va mai dimenticato, l’abito proprio della liturgia è un abito di santità: vi trova espressione, infatti, la santità di Dio. A quella santità siamo chiamati a rivolgerci, di quella santità siamo chiamati a rivestirci, realizzando così la pienezza della partecipazione.

In un’intervista all’Osservatore Romano, Lei ha evidenziato i principali cambiamenti avvenuti da quando ha assunto la carica di Maestro delle Celebrazioni Liturgiche Pontificie. Ce li potrebbe ricordare e spiegarcene il significato?

Affermando subito che i cambiamenti a cui lei fa riferimento sono da leggere nel segno di uno sviluppo nella continuità con il passato anche più recente, ne ricordo uno in particolare: la collocazione della croce al centro dell’altare. Tale collocazione ha la capacità di tradurre, anche nel segno esterno, il corretto orientamento della celebrazione al momento della Liturgia Eucaristica, quando celebrante e assemblea non si guardano reciprocamente ma insieme guardano verso il Signore. D’altra parte il legame altare - croce permette di mettere meglio in risalto, insieme all’aspetto conviviale, la dimensione sacrificale della Messa, la cui rilevanza è sempre fondamentale, direi sorgiva, e, dunque, bisognosa di trovare sempre un’espressione ben visibile nel rito.

Abbiamo notato che il Santo Padre, da qualche tempo, dà sempre la Santa Comunione in bocca e in ginocchio. Vuole questo essere un esempio per tutta la Chiesa e un incoraggiamento per i fedeli a ricevere Nostro Signore con maggiore devozione?

Come si sa la distribuzione della Santa Comunione sulla mano rimane tutt’ora, dal punto di vista giuridico, un indulto alla legge universale, concesso dalla Santa Sede a quelle Conferenze Episcopali che ne abbiano fatto richiesta. E ogni fedele, anche in presenza dell’eventuale indulto, ha diritto di scegliere il modo secondo cui accostarsi alla Comunione. Benedetto XVI, cominciando a distribuire la Comunione in bocca e in ginocchio, in occasione della solennità del “Corpus Domini” dello scorso anno, in piena consonanza con quanto previsto dalla normativa liturgica attuale, ha inteso forse sottolineare una preferenza per questa modalità. D’altra parte si può anche intuire il motivo di tale preferenza: si mette meglio in luce la verità della presenza reale nell’Eucaristia, si aiuta la devozione dei fedeli, si introduce con più facilità al senso del mistero.

Il Motu Proprio “Summorum Pontificum” si presenta come un atto tra i più importanti del pontificato di Benedetto XVI. Qual è il suo parere?

Non so dire se sia uno dei più importanti, ma certamente è un atto importante. E lo è non solo perché si tratta di un passo molto significativo nella direzione di una riconciliazione all’interno della Chiesa, non solo perché esprime il desiderio che si arrivi a un reciproco arricchimento tra le due forme del rito romano, quello ordinario e quello straordinario, ma anche perché è l’indicazione precisa, sul piano normativo e liturgico, di quella continuità teologica che il Santo Padre aveva presentato come l’unica corretta ermeneutica per la lettura e la comprensione della vita della Chiesa e, in specie, del Concilio Vaticano II.

Qual è a suo avviso l’importanza del silenzio nella liturgia e nella vita della Chiesa?

E’ un’importanza fondamentale. Il silenzio è necessario alla vita dell’uomo, perché l’uomo vive di parole e di silenzi. Così il silenzio è tanto più necessario alla vita del credente che vi ritrova un momento insostituibile della propria esperienza del mistero di Dio. Non si sottrae a questa necessità la vita della Chiesa e, nella Chiesa, la liturgia. Qui il silenzio dice ascolto e attenzione al Signore, alla sua presenza e alla Sua parola; e, insieme, dice l’atteggiamento di adorazione. L’adorazione, dimensione necessaria dell’atto liturgico, esprime l’incapacità umana di pronunciare parole, rimanendo “senza parole” davanti alla grandezza del mistero di Dio e alla bellezza del suo amore.
La celebrazione liturgica è fatta di parole, di canto, di musica, di gesti…E’ fatta anche di silenzio e di silenzi. Se questi venissero a mancare o non fossero sufficientemente sottolineati, la liturgia non sarebbe più compiutamente se stessa perché verrebbe a essere privata di una dimensione insostituibile della sua natura.

Oggigiorno si sentono, durante le celebrazioni liturgiche, le musiche le più diverse. Quale musica, secondo lei, è più adatta ad accompagnare la liturgia?

Come ci ricorda il Santo Padre Benedetto XVI, e con lui tutta la tradizione passata e recente della Chiesa, vi è un canto proprio della Liturgia e questo è il canto gregoriano che, come tale, costituisce un criterio permanente per la musica liturgica. Come anche, un criterio permanente, lo costituisce la grande polifonia dell’epoca del rinnovamento cattolico, che trova la più alta espressione in Palestrina.
Accanto a queste forme insostituibili del canto liturgico troviamo le molteplici manifestazioni del canto popolare, importantissime e necessarie: purché si attengano a quel criterio permanente per il quale il canto e la musica hanno diritto di cittadinanza nella liturgia nella misura in cui scaturiscono dalla preghiera e conducono alla preghiera, consentendo così un’autentica partecipazione al mistero celebrato.

© Copyright Radici Cristiane marzo 2009


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Papa Benedetto XVI e la liturgia




BOLOGNA, sabato, 28 febbraio 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito la relazione pronunciata dal prof. Davide Ventura sul tema “Papa Benedetto XVI e la liturgia - Importanza e centralità della liturgia", intervenendo il 22 febbraio scorso a Bologna, presso la chiesa di S. Maria della Pietà, in occasione del III anniversario dell’apertura della causa di beatificazione del Servo di Dio Tomas Josef M. Tyn O.P.



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Importanza e centralità della liturgia
Che la liturgia sia un tema che sta a cuore a Papa Benedetto XVI è cosa ampiamente dimostrata dalla mole e dalla frequenza dei suoi interventi in tale materia in questi primi anni del suo pontificato. Innumerevoli sono ormai i discorsi, le allocuzioni, le catechesi rivolte a tale soggetto, che ritorna poi con insistenza anche nei documenti “maggiori”, dalle encicliche al recente motu proprio “Summorum Pontificum”. Questi interventi, avvenuti in tempi a noi prossimi e “sotto i riflettori” del pontificato, sono abbastanza noti, anche se non risulterà inutile rivolgere loro uno sguardo d’assieme. Meno note ai più sono forse invece le tante opere che il Papa ha scritto riguardo alla liturgia prima della sua elezione, come teologo – insieme a svariate interviste e discorsi. Tutto questo materiale manifesta una totale continuità con il suo attuale magistero, e si svolge con una potenza di pensiero e una profondità di analisi che lascia ammirato il lettore. Inoltre, per il loro essere meno “irrigiditi” dei documenti magisteriali, di norma relativamente brevi e mirati a circostanze particolari, gli scritti dell’allora Cardinal Ratzinger sono di grande aiuto per manifestarne pienamente il pensiero nella sua ispirazione di fondo. Senza pretendere di sostituire una lettura delle opere in questione (che è al contrario fortemente raccomandata), queste pagine mirano a prendere in esame alcune direttive fondamentali del pensiero liturgico del Papa basandosi sulle sue parole, scritte o pronunciate sia prima che dopo la sua elezione; e questo per aiutare a meglio orizzontarsi anche nelle controversie che tale insegnamento ha occasionalmente suscitato – come sempre capita quando il sale del Vangelo si rifiuta ostinatamente di perdere il suo sapore.

Perché mai un tale posto centrale per la liturgia? Non hanno piuttosto ragione quegli ambienti ecclesiali che tendono a relegarla in secondo piano, come se si trattasse di un semplice elemento formale – una questione in fondo poco importante di usi e di abitudini? Non per il Papa. Nel libro-intervista Rapporto sulla fede così si esprime l’allora cardinale: "Dietro ai modi diversi di concepire la liturgia ci sono, come di consueto, modi diversi di concepire la Chiesa, dunque Dio e i rapporti dell'uomo con Lui. Il discorso liturgico non è marginale: è stato proprio il Concilio a ricordarci che qui siamo nel cuore della fede cristiana".

Il punto non è banale: se il fine dell’uomo è conoscere, amare e servire Dio, allora diviene del tutto essenziale il modo in cui ci si pone di fronte a Lui per riceverne i doni sacramentali, per espiare le proprie cadute, per rendere grazie della salvezza offerta in Cristo. La vita cristiana è un rapporto personale con il Padre che chiama a sé i suoi figli; è dunque fondamentalmente dialogo. Questo dialogo può ben essere privato e individuale; ma per essere realmente tale ha comunque bisogno di essere sorretto e quasi immerso in quel perenne canto d’amore della Sposa per il suo Sposo che è la liturgia pubblica della Chiesa. E questo canto ha ritmi e tonalità tutti propri, che divengono essi stessi contenuto, e non meramente forma. Lex orandi, lex credendi, dicevano i cristiani dei primi secoli: i modi e le forme del pregare – inteso come pregare pubblico, liturgico – determinano i contenuti del credere. E, storicamente, è innegabile che i cambiamenti avvenuti nella lex orandi accompagnano e segnalano invariabilmente parallele mutazioni delle accentuazioni e della comprensione dei contenuti di fede.

In un’altra opera, l’allora cardinale riprende lo stesso tema richiamando l’atteggiamento a suo parere superficiale con cui da più parti venne accolto l’invito del Concilio Vaticano II a un rinnovamento della liturgia: “Poté sembrare a molti che la preoccupazione per una forma corretta della liturgia fosse una questione di pura prassi, una ricerca della forma di Messa più adeguata e accessibile agli uomini del nostro tempo. Nel frattempo si è visto sempre più chiaramente che nella liturgia si tratta della nostra comprensione di Dio e del mondo, del nostro rapporto a Cristo, alla Chiesa e a noi stessi. Nel rapporto con la liturgia si decide il destino della fede e della Chiesa. Così la questione liturgica ha acquistato oggi un’importanza che prima non potevamo prevedere” (J. Ratzinger, Cantate al Signore un canto nuovo, p. 9).

In un altro luogo ancora lo stesso concetto viene espresso con drastica concisione: “Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia” (J. Ratzinger, La mia vita, p. 112).

Ma nel pensiero del Papa l’importanza della liturgia si estende persino al di là dei limiti della Chiesa, per costituire un elemento fondamentale della vita e dell’ambiente umano: “Il diritto e la morale non stanno insieme se non sono ancorati nel centro liturgico e non traggono da esso ispirazione. […] Solo se il rapporto con Dio è giusto anche tutte le altre relazioni dell’uomo – quelle degli uomini tra di loro e dell’uomo con le altre realtà create – possono funzionare” (J. Ratzinger, Introduzione allo spirito della liturgia, p. 16). È un testo estremamente impegnativo, e verrebbe la tentazione di metterlo in dubbio se le circostanze dei nostri tempi non ne confermassero così clamorosamente la validità. Ma dove risiede il fondamento di questa influenza del culto liturgico sulla vita umana in generale? Il futuro Papa risponde nel seguito del testo citato: “L’adorazione, la giusta modalità del culto, del rapporto con Dio, è costitutiva per la giusta esistenza umana nel mondo: essa lo è proprio perché attraverso la vita quotidiana ci fa partecipi del modo di esistere del «cielo», del mondo di Dio, lasciando così trasparire la luce del mondo divino nel nostro mondo. […] (Il culto) prefigura una vita più definitiva e, in tal modo, dà alla vita presente la sua misura. Una vita in cui manca tale anticipazione, in cui il cielo non è più abbozzato, diverrebbe plumbea e vuota”. Si tratta di una visione di notevole potenza: per il Papa la liturgia della Chiesa diviene il canale privilegiato del governo divino sulla terra, e possiede di per sé una potenza demiurgica che plasma sul suo modello gli eventi mondani, facendosi “misura” alla “vita presente”. La liturgia è il cielo sulla terra; essa perciò deve parlare la lingua del cielo – questo è il motivo per cui non si tratta di cercare la forma “più adeguata e accessibile agli uomini del nostro tempo”, come riportato sopra.

Il valore del messale antico e il “Motu proprio” Summorum Pontificum
Paghiamo subito il necessario tributo all’attualità, e fra le tante questioni aperte legate alla liturgia soffermiamoci su quella che il magistero del Papa ha più di recente affrontato – e che ha suscitato le maggiori reazioni anche nell’opinione “laica”. È noto ai più che nel 1970 Papa Paolo VI promulgò il nuovo messale elaborato negli anni precedenti dalla commissione incaricata dell’attuazione della riforma liturgica avviata per impulso del concilio Vaticano II. Tale messale conteneva in effetti sostanziosi cambiamenti rispetto a quello fino ad allora in vigore, edito a sua volta da Giovanni XXIII nel 1962. Quest’ultimo non era in effetti altro che l’ultima revisione minore di un tipo liturgico che risaliva con continuità alla riforma effettuata dal Concilio di Trento (il cosiddetto messale di Pio V). A sua volta, Pio V aveva nel XVI secolo semplicemente rivisto e riproposto un repertorio di testi liturgici che si era tramandato con minimi cambiamenti durante tutto il Medio Evo, risaliva nella sua sostanza a Gregorio Magno (VI secolo), e conteneva parti che risalivano alla più remota antichità cristiana.

E qui si dà il problema: mentre, come si è visto, il messale romano ha conosciuto fino al 1962 – lungo diciassette secoli di storia – solo modifiche graduali e non particolarmente sostanziali, di un tratto nel 1970 venne introdotta una forma liturgica che si discostava in modo significativo da tale immemorabile tradizione. Contestualmente all’introduzione del nuovo si ebbe nella pratica la proibizione dell’uso del messale tradizionale, cosa che provocò vivaci reazioni in molti ambienti, fino a divenire una delle maggiori motivazioni dietro allo scisma promosso da Mons. Lefebvre.

Il documento pubblicato da Benedetto XVI il 7 luglio scorso, dal titolo “Summorum Pontificum”, mette finalmente ordine definendo la situazione giuridica, che era divenuta alquanto ambigua, della liturgia tradizionale di fronte a quella riformata. Vale la pena, vista la storica importanza del documento, scorrere i suoi contenuti fondamentali. In primo luogo il Papa dichiara che il precedente messale non è mai stato abrogato. Non si tratta perciò di una “reintroduzione”, bensì del riconoscimento di una perenne validità che l’introduzione del nuovo messale del 1970 non ha affatto menomato. Al contrario, dopo alcune osservazioni storiche che ne lodano l’antichità e la continuità di uso durante tutta la storia della Chiesa latina, il Papa definisce il rapporto fra i due Messali con le seguenti parole: “Il Messale Romano promulgato da Paolo VI è la espressione ordinaria della «lex orandi» della Chiesa cattolica di rito latino. Tuttavia il Messale Romano promulgato da San Pio V e nuovamente edito dal B. Giovanni XXIII deve essere considerato come espressione straordinaria della stessa «lex orandi» e deve essere tenuto nel debito onore per il suo uso venerabile e antico. Queste due espressioni della «lex orandi» della Chiesa non porteranno in alcun modo a una divisione nella «lex credendi» della Chiesa; sono infatti due usi dell’unico rito romano. Perciò è lecito celebrare il Sacrificio della Messa secondo l’edizione tipica del Messale Romano promulgato dal B. Giovanni XXIII nel 1962 e mai abrogato, come forma straordinaria della Liturgia della Chiesa”.

Dopo questa capitale affermazione, il Papa prosegue definendo che ogni sacerdote può usare del messale tradizionale nelle sue Messe private, a cui possono di propria volontà associarsi anche altri fedeli. Gli istituti di vita consacrata sono poi liberi di celebrare, saltuariamente o anche abitualmente, con il vecchio messale. Gruppi stabili di fedeli all’interno delle parrocchie possono a loro volta chiedere al parroco di celebrare per loro con il messale del 1962. Il parroco è invitato ad “accogliere volentieri” le loro richieste; qualora sia personalmente impossibilitato (e – si suppone – per validi e non pretestuosi motivi), la richiesta deve passare al Vescovo diocesano. “Il Vescovo è vivamente pregato di esaudire il loro desiderio. Se egli non può provvedere per tale celebrazione, la cosa venga riferita alla Pontificia Commissione «Ecclesia Dei». Il vescovo che vuole soddisfare a tali richieste di fedeli laici, ma per varie cause ne è impedito, può affidare la questione alla Pontificia Commissione «Ecclesia Dei», che gli darà consiglio ed aiuto”. Se la situazione lo consiglia, il Vescovo può raggruppare le richieste con la costituzione di una “parrocchia personale”.

Si comprende chiaramente l’intenzione del Papa: la Messa tradizionale, essendo tuttora in vigore, costituisce un diritto dei fedeli; le loro richieste (purché non fatte per spargere discordia…) di accedere a tale forma liturgica vanno esaudite: a livello parrocchiale, ove possibile, ovvero diocesano. In nessun caso tale richiesta può essere semplicemente ignorata – l’autorità stessa della Santa Sede, tramite la Pontificia Commissione “Ecclesia Dei”, se ne fa garante.

Viene poi riconosciuto che i membri del clero, obbligati alla recita quotidiana del breviario, possono adempiere a tale obbligo mediante il breviario pubblicato da Giovanni XXIII.

Estremamente ricca di contenuto è anche la lettera inviata dal Papa a tutti i vescovi in concomitanza con l’uscita del Motu proprio. Vi si dice che, all’atto della pubblicazione del nuovo messale di Paolo VI, vi era chi pensava che l’uso della forma più antica sarebbe sparita da sé. Questo non è però avvenuto, e l’attaccamento all’uso antico è rimasto proprio “nei Paesi in cui il movimento liturgico aveva donato a molte persone una cospicua formazione liturgica e una profonda, intima familiarità con la forma anteriore della Celebrazione liturgica”. Non si tratta perciò necessariamente, secondo il Papa, di una forma di ribellione contro l’autorità della Chiesa, anzi “… molte persone, che accettavano chiaramente il carattere vincolante del Concilio Vaticano II e che erano fedeli al Papa e ai Vescovi, desideravano tuttavia anche ritrovare la forma, a loro cara, della sacra Liturgia”. E non si tratta solo di anziani: “È emerso chiaramente che anche giovani persone scoprono questa forma liturgica, si sentono attirate da essa e vi trovano una forma, particolarmente appropriata per loro, di incontro con il Mistero della Santissima Eucaristia”.

Se questa liturgia, così antica e venerabile, non è mai stata giuridicamente abrogata, da cosa nasce la sua pressoché totale sparizione, specialmente considerando che già Papa Giovanni Paolo II aveva pubblicato durante il suo pontificato atti che chiedevano ai vescovi di provvedere affinché le legittime richieste di celebrare secondo tale forma venissero più largamente accolte? Più che da Roma, il problema è evidentemente sorto dagli episcopati nazionali, “anzitutto perché spesso i Vescovi, in questi casi, temevano che l’autorità del Concilio fosse messa in dubbio”. Così, mentre i documenti di Giovanni Paolo II avevano lasciato ai vescovi un largo margine applicativo, Benedetto XVI conclude che “è sorto un bisogno di un regolamento giuridico più chiaro che, al tempo del Motu Proprio del 1988 non era prevedibile; queste Norme intendono anche liberare i Vescovi dal dover sempre di nuovo valutare come sia da rispondere alle diverse situazioni”.

“Roma locuta, causa soluta” dicevano gli antichi: Roma ha parlato, la causa è risolta. Oggi, purtroppo, questo è lontano dall’essere un fatto scontato; ma che Roma abbia parlato chiaro, questo nessuno potrà metterlo in dubbio.

L’applicazione della riforma liturgica
Il Vaticano II ha richiamato in molti documenti la necessità di un rinnovamento liturgico, che accogliesse le acquisizioni migliori di un movimento liturgico che aveva saputo nei decenni precedenti investigare i tesori storici della Chiesa per trovare il modo di restituire al loro originario splendore forme rituali che il tempo aveva ricoperto di un velo di polvere. Se poi, come osserva il Papa nel documento citato, proprio persone di “cospicua formazione liturgica” hanno preso partito di non seguire le forme liturgiche emerse dall’auspicato rinnovamento liturgico, è segno che qualcosa non ha funzionato. Sentiamo di nuovo il Papa nella citata lettera di accompagnamento al Motu proprio: “Questo avvenne anzitutto perché in molti luoghi non si celebrava in modo fedele alle prescrizioni del nuovo messale, ma esso addirittura veniva inteso come un’autorizzazione o perfino come un obbligo alla creatività, la quale portò spesso a deformazioni della Liturgia al limite del sopportabile. Parlo per esperienza, perché ho vissuto anch’io quel periodo con tutte le sue attese e confusioni. E ho visto quanto profondamente siano state ferite, dalle deformazioni arbitrarie della Liturgia, persone che erano totalmente radicate nella fede della Chiesa”.

Papa Benedetto parla quindi di “deformazioni arbitrarie”; si tratta, secondo questa analisi, di applicazioni errate sopraggiunte più tardi, e non del messale di Paolo VI in sé. Circa quest’ultimo, in più riprese nei suoi scritti il Papa ammonisce quelli che lo ritengono esso stesso una deformazione della tradizione ecclesiale ed espressione di una teologia eterodossa. Non a caso preferisce non parlare di due riti, ma di “due forme di uno stesso rito”: forma extraordinaria, l’antico messale; forma ordinaria il nuovo; e “non c’è nessuna contraddizione tra l’una e l’altra edizione del Missale Romanum”. La stessa cosa l’allora cardinale Ratzinger la aveva dichiarata più estesamente in un discorso del 24 ottobre 1998: “Si può dire questo: che viene spesso ampliata la libertà che il nuovo Ordo Missae lascia alla creatività, e che la differenza fra liturgie che si celebrano secondo i nuovi libri, così come vengono di fatto messe in pratica e celebrate nei diversi luoghi, è spesso più grande di quella tra l'antica e la nuova liturgia, quando l'una e l'altra vengono celebrate in conformità con le prescrizioni dei libri liturgici. Il cristiano medio, privo di una cultura liturgica specialistica, ha difficoltà a distinguere tra una Messa cantata in latino secondo il vecchio messale ed una cantata in latino secondo quello nuovo. La differenza fra una celebrazione liturgica che si attiene fedelmente al messale di Paolo VI e la realtà di celebrazioni in lingua corrente, con tutte le possibili libertà di partecipazione e di creatività, quella differenza sì che può essere enorme!”.

Questa affermazione, netta e reiterata, che la differenza fra il vecchio e il nuovo “ordo Missae” non è sostanziale, e che si tratta anzi di due forme dello stesso rito, può piacere o meno – si tratta in ogni caso del parere del Papa, espresso in modo piuttosto formale in atti di elevato valore magisteriale. Prestiamo dunque a tale parere il religioso assenso che esso richiede, e passiamo ad esaminare quali siano le deformazioni “al limite del sopportabile” di cui si parla, avvertiti dalle stesse parole del Papa che “… resta da vedere sino a che punto le singole tappe della riforma liturgica dopo il Vaticano II siano state veri miglioramenti o non, piuttosto, banalizzazioni; sino a che punto siano state pastoralmente sagge o non, al contrario, sconsiderate” (J. Ratzinger, Rapporto sulla fede, pp. 123-124).

La liturgia non è prodotto umano
Nel “mirino” del Papa, sia prima che dopo la sua elezione, c’è in primo luogo il concetto di “creatività liturgica”: è parso infatti spesso, in questi ultimi decenni, che ogni comunità, ogni singolo sacerdote, fossero chiamati a “inventare” le forme del culto secondo la propria sensibilità. In una intervista del 5 settembre 2003 l’allora cardinale dichiara: “In generale, ritengo che la riforma liturgica non sia stata applicata bene, perché si trattava di una idea generale. Oggi la liturgia è una cosa della comunità. La comunità rappresenta se stessa, e con la creatività dei preti o di altri gruppi si creano le loro liturgie particolari . Si tratta più della presenza delle loro esperienze ed idee personali, che dell’incontro con la Presenza del Signore nella Chiesa; e con questa creatività e questa auto-presentazione della comunità sta scomparendo l’essenza della liturgia. Con l’essenza della liturgia noi possiamo superare le nostre proprie esperienze e ricevere ciò che non deriva da esse, ma che è un dono di Dio. Così penso che dobbiamo restaurare non tanto certe cerimonie, ma l’idea essenziale della liturgia - capire che nella liturgia non rappresentiamo noi stessi, ma riceviamo la grazia della presenza del Signore nella Chiesa del cielo e della terra. E mi sembra che l’universalità della liturgia sia essenziale”. Le ultime righe sono fondamentali: nel pensiero costante del Papa, la liturgia è data dall’alto. Poi certo, questo dono passa attraverso mediazioni umane (ciò che costituisce la Chiesa come comunità profetica), ma rimane tutt’altro che un prodotto umano; e visto il suo carattere di culto pubblico, esso è e deve rimanere universale.

Nel libro “Introduzione allo spirito della liturgia”, p. 17-18, troviamo espresso in modo molto forte lo stesso concetto. Parlando della nascita del culto del popolo di Dio sul Sinai, ma pensando all’oggi, il cardinal Ratzinger scrive: “L’uomo non può «farsi» da sé il proprio culto; egli afferra solo il vuoto, se Dio non si mostra. Quando Mosè dice al faraone: «noi non sappiamo con che cosa servire il Signore» (Es 10,26), nelle sue parole emerge di fatto uno dei principi basilari di tutte le liturgie. […] la vera liturgia presuppone che Dio risponda e mostri come noi possiamo adorarlo. Essa implica una qualche forma di istituzione. Essa non può trarre origine dalla nostra fantasia, dalla nostra creatività, altrimenti rimarrebbe un grido nel buio o una semplice autoconferma”. Questo carattere non arbitrario del culto emerge per contrasto in modo drammatico nell’episodio del vitello d’oro. “Questo culto, guidato dal sommo sacerdote Aronne, non doveva affatto servire un idolo pagano. L’apostasia è più sottile. […] non si riesce a mantenere la fedeltà al Dio invisibile, lontano e misterioso. Lo si fa scendere al proprio livello, riducendolo a categorie di visibilità e comprensibilità. In tal modo il culto non è più un salire verso di lui, ma un abbassamento di Dio alle nostre dimensioni. […] L’uomo si serve di Dio secondo il proprio bisogno e così si pone in realtà al di sopra di lui. […] Questo culto diventa così una festa che la comunità si fa da sé; celebrandola, la comunità non fa che confermare se stessa. Dall’adorazione di Dio si passa a un cerchio che gira intorno a se stesso […] La storia del vitello d’oro è un monito contro un culto realizzato a propria misura e alla ricerca di se stessi […]. Ma alla fine resta anche la frustrazione, il senso di vuoto. Non c’è più quell’esperienza di liberazione che ha luogo lì dove avviene un vero incontro con il Dio vivente”.

A queste righe impressionanti si può obiettare (come di fatto si è da più parti obiettato): ma la comprensibilità della liturgia non è un valore positivo? Se essa è “segno”, il segno non deve necessariamente essere decifrabile dal suo destinatario umano? Nel libro “Il sale della terra”, p. 199, il cardinal Ratzinger risponde: “Nella nostra riforma liturgica c'è la tendenza, a parer mio sbagliata, ad adattare completamente la liturgia al mondo moderno. Essa dovrebbe quindi diventare ancora più breve e da essa dovrebbe essere allontanato tutto ciò che si ritiene incomprensibile; alla fin fine, essa dovrebbe essere tradotta in una lingua ancora più semplice, più «piatta». In questo modo, però, l'essenza della liturgia e la stessa celebrazione liturgica vengono completamente fraintese. Perché in essa non si comprende solo in modo razionale, così come si capisce una conferenza, bensì in modo complesso, partecipando con tutti i sensi e lasciandosi compenetrare da una celebrazione che non è inventata da una qualsiasi commissione di esperti, ma che ci arriva dalla profondità dei millenni e, in definitiva, dall'eternità”. È la condanna del razionalismo teologico, la stessa in fondo che già nel XVI secolo la Chiesa aveva opposto a Lutero: Dio, ragione assoluta, è al di sopra della nostra ragione limitata. E la liturgia, con i suoi simboli sottili, è appunto una delle modalità soprarazionali con cui Dio si comunica all’uomo.

In seguito all’abuso della “creatività” “è andato disperso il proprium liturgico che non deriva da ciò che noi facciamo, ma dal fatto che qui accade Qualcosa che noi tutti insieme non possiamo proprio fare. Nella liturgia opera una forza, un potere che nemmeno la Chiesa tutta intera può conferirsi: ciò che vi si manifesta è lo assolutamente Altro che, attraverso la comunità (che non ne è dunque padrona ma serva, mero strumento) giunge sino a noi" (dal libro-intervista “Rapporto sulla fede”). Continua lo stesso testo: "Per il cattolico, la liturgia è la Patria comune, è la fonte stessa della sua identità: anche per questo deve essere «predeterminata», «imperturbabile», perché attraverso il rito si manifesta la Santità di Dio. Invece, la rivolta contro quella che è stata chiamata «la vecchia rigidità rubricistica», accusata di togliere «creatività», ha coinvolto anche la liturgia nel vortice del «fai-da-te», banalizzandola perché l'ha resa conforme alla nostra mediocre misura”.

Lo sviluppo organico della liturgia
Questo carattere ultramondano della liturgia ne determina due caratteri apparentemente in contrasto fra loro. Da una parte, come si è appena visto, essa è “predeterminata” e “imperturbabile”, sottratta quindi agli arbitri del celebrante della comunità o del celebrante. D’altra parte essa non è fissa in senso assoluto. Come tutte le forme della Chiesa, essa accompagna l’uomo nel suo corso storico; e come mutano le condizioni storiche e culturali dell’uomo, anche essa può mutare, e di fatto è mutata. Ma lo fa in modo “organico”. Il termine è del concilio Vaticano II, che lo introduce normativamente al punto 23 della costituzione Sacrosanctum Concilium: “Non si introducano innovazioni se non quando lo richieda una vera e accertata utilità della Chiesa, e con l’avvertenza che le nuove forme scaturiscano organicamente, in qualche maniera, da quelle già esistenti”.

Questo termine significa che la liturgia cresce e si modifica come lo fanno gli organismi vitali, cioè lentamente, senza strappi, e in virtù non di forze esterne ma di un impulso vitale interno (in questo caso rappresentato dallo Spirito Santo). Così come avviene nelle Chiese orientali, e come è sempre avvenuto anche in Occidente fino a tempi recenti, i cambiamenti possono sopraggiungere, ma devono essere interpretabili nel senso della continuità con l’esistente; e il giudizio su di essi non deve soggiacere solo alla Gerarchia: è anche l’uso e l’accettazione dei fedeli che, nei secoli, determina l’accoglimento di una modifica o la soppressione di un’altra.

Quello della “organicità” del cambiamento è per Benedetto XVI l’unico e vero criterio di legittimità liturgica. “La liturgia non è paragonabile a una apparecchiatura tecnica, a qualcosa che si fa, ma a una pianta, a qualcosa, cioè, di organico, che cresce e le cui leggi di crescita determinano le possibilità di un ulteriore sviluppo” (Introduzione allo spirito della liturgia, p. 161). Nel seguito dello stesso testo il Papa si pone il problema del ruolo dello stesso papato nella definizione dello sviluppo liturgico. Il pontefice, osserva, “ha sempre più chiaramente rivendicato anche la legislazione liturgica”. Ma “quanto più fortemente si imponeva questo primato, tanto più emergeva la questione dell’estensione e dei limiti di tale autorità che, certamente, non è mai stata, in quanto tale, oggetto di riflessione. Dopo il concilio Vaticano II si è ingenerata l’impressione che il papa potesse fare qualunque cosa in materia liturgica, soprattutto se agiva su incarico di un concilio ecumenico. È accaduto così che l’idea della liturgia come qualcosa che ci precede e che non può essere «fatta» a proprio arbitrio sia andata ampiamente perduta nella coscienza diffusa dell’Occidente. Difatti, però, il concilio Vaticano I non ha per nulla inteso definire il papa come un monarca assoluto, ma, al contrario, come il garante dell’obbedienza rispetto alla parola tramandata: la sua potestà è legata alla tradizione della fede e questo vale anche nel campo della liturgia. Essa non è «fatta» da funzionari. Anche il papa può solo essere umile servitore del suo giusto sviluppo e della sua permanente integrità e identità”. Questa sorprendente riflessione prosegue comparando l’esperienza dell’Oriente cristiano con quella occidentale, concludendo che “… la via battuta dall’Occidente, con la sua specificità e lo spazio lasciato alla libertà e alla storia, non può essere in nessun modo condannata in blocco. Ma se si abbandonano le intuizioni fondamentali dell’Oriente, che sono le intuizioni fondamentali della Chiesa antica, si giungerebbe davvero alla dissoluzione dei fondamenti dell’identità cristiana. L’autorità del papa non è illimitata; essa sta al servizio della santa tradizione”. Ci sia consentito di osservare che queste fondamentali righe, se prese sul serio da entrambe le parti, sarebbero probabilmente sufficienti al superamento del fossato creatosi fra la Chiesa romana e quelle ortodosse…

Da questi principi fondamentali, Papa Benedetto XVI trae le logiche conclusioni: la liturgia tradizionale, anche dopo l’introduzione del nuovo messale, non è mai stata abrogata in quanto non abrogabile. “Nel corso della sua storia la Chiesa non ha mai abolito o proibito forme ortodosse di liturgia, perché ciò sarebbe estraneo allo spirito stesso della Chiesa” (dalla conferenza "A dieci anni del Motu proprio Ecclesia Dei", 24 ottobre 1998). Lo stesso concetto è ripreso, come abbiamo visto, anche dal recente Motu proprio “Summorum pontificum”. Ma, al di là delle pur importanti forme giuridiche, è l’atteggiamento stesso verso la liturgia tradizionale a provocare il corruccio del Papa. “Per una retta presa di coscienza in materia liturgica è importante che venga meno l’atteggiamento di sufficienza per la forma liturgica in vigore fino al 1970. Chi oggi sostiene la continuazione di questa liturgia o partecipa direttamente a celebrazioni di questa natura, viene messo all’indice; ogni tolleranza viene meno a questo riguardo. Nella storia non è mai accaduto niente del genere; così è l’intero passato della Chiesa ad essere disprezzato. Come si può confidare nel suo presente se le cose stanno così? Non capisco nemmeno, ad essere franco, perché tanta soggezione, da parte di molti confratelli vescovi, nei confronti di questa intolleranza, che pare essere un tributo obbligato allo spirito dei tempi, e che pare contrastare, senza un motivo comprensibile, il processo di necessaria riconciliazione all’interno della Chiesa”. (Dio e il mondo. Una conversazione con Peter Seewald, p. 380).

Ma il testo più significativo per una valutazione storica della rottura di continuità avvenuta nel 1970 si trova ne “La mia vita: ricordi, 1927-1977”, p. 110. All’atto della pubblicazione del nuovo messale, dice l’allora cardinale, “rimasi sbigottito per il divieto del messale antico, dal momento che una cosa simile non si era mai verificata in tutta la storia della liturgia. Si diede l'impressione che questo fosse del tutto normale”. L’autore prosegue rammentando una possibile obiezione: anche Pio V, esattamente quattro secoli prima, con l’introduzione del suo messale aveva proibito l’uso dei testi precedenti. Ma si trattava di una circostanza completamente diversa: la diffusione della riforma protestante si era insinuata in molti rituali, approfittando del pluralismo liturgico che aveva caratterizzato la Chiesa medievale, “tanto che i confini tra cosa era ancora cattolico e cosa non lo era più, spesso erano ben difficili da definire”. In questa situazione di emergenza, nell’impossibilità di controllare una per una tutte le innumerevoli varianti locali, Pio V impose di adottare il Messale romano, sicuramente ortodosso, a tutte le chiese locali i cui rituali non potessero vantare una antichità di almeno due secoli. Svariati usi liturgici, come quello mozarabico in Spagna o quello ambrosiano a Milano, rimasero dunque intatti accanto a quello romano. Alcuni riti ortodossi finirono sicuramente vittime di questa prescrizione, ma non intenzionalmente: l’intenzione del papa fu quella di supporre che qualunque rituale nato dopo il 1370 fosse a forte rischio di deviazione dall’ortodossia, e fu in base a questa presupposizione che essi vennero aboliti. “Non si può quindi affatto parlare di un divieto riguardante i messali precedenti e fino a quel momento regolarmente approvati”, prosegue il testo. “Ora, invece, la promulgazione del divieto del messale che si era sviluppato nel corso dei secoli, fin dal tempo dei sacramentali dell'antica Chiesa, ha comportato una rottura nella storia della liturgia, le cui conseguenze potevano solo essere tragiche. Come era già avvenuto molte volte in precedenza, era del tutto ragionevole e pienamente in linea con le disposizioni del Concilio che si arrivasse a una revisione del messale, soprattutto in considerazione dell'introduzione delle lingue nazionali. Ma in quel momento accadde qualcosa di più: si fece a pezzi l'edificio antico e se ne costruì un altro, sia pure con il materiale di cui era fatto l'edificio antico e utilizzando anche i progetti precedenti. Non c'è alcun dubbio che questo nuovo messale comportasse in molte sue parti degli autentici miglioramenti e un reale arricchimento, ma il fatto che esso sia stato presentato come un edificio nuovo, contrapposto a quello che si era formato lungo la storia, che si vietasse quest'ultimo e si facesse in qualche modo apparire la liturgia non più come un processo vitale, ma come un prodotto di erudizione specialistica e di competenza giuridica, ha comportato per noi dei danni estremamente gravi. In questo modo, infatti, si è sviluppata l'impressione che la liturgia sia «fatta», che non sia qualcosa che esiste prima di noi, qualcosa di «donato», ma che dipenda dalle nostre decisioni. Ne segue, di conseguenza, che non si riconosca questa capacità decisionale solo agli specialisti o a un'autorità centrale, ma che, in definitiva, ciascuna «comunità» voglia darsi una propria liturgia. Ma quando la liturgia è qualcosa che ciascuno si fa da sé, allora non ci dona più quella che è la sua vera qualità: l’incontro con il mistero, che non è un nostro prodotto, ma la nostra origine e la sorgente della nostra vita”.

Si scorge in questo lungo testo che il punto fondamentale non è, come si è detto, la natura del nuovo rituale, per sé perfettamente ortodosso, bensì la soppressione (mediante abuso di autorità) di quello tradizionale, cosa che ha generato una artificiale contrapposizione fra un “vecchio” da eliminare frettolosamente e un “nuovo” prodotto a tavolino da una commissione di esperti.

Esiste un’altra obiezione: per alcuni, l’essenza della riforma liturgica sarebbe determinata non tanto dalla rottura della tradizione, ma al contrario dal tentativo di ricondurre il rito a una sua “primitiva purezza”, disincrostandolo dalle aggiunte accumulate nei secoli. Al capitolo nono del citato “Rapporto sulla fede”, l’allora cardinal Ratzinger risponde a tale “archeologismo romantico di certi professori di liturgia, secondo i quali tutto ciò che si è fatto dopo Gregorio Magno sarebbe da eliminare come un'incrostazione, un segno di decadenza. A criterio del rinnovamento liturgico non hanno posto la domanda: «Come deve essere oggi?», ma l'altra: «Come era allora?». Si dimentica che la Chiesa è viva, che la sua liturgia non può essere pietrificata in ciò che si faceva nella città di Roma prima del Medio Evo. In realtà, la Chiesa medievale (o anche, in certi casi, la Chiesa barocca) hanno proceduto a un approfondimento liturgico che occorre vagliare con attenzione prima di eliminare. Dobbiamo rispettare anche qui la legge cattolica della sempre migliore e più profonda conoscenza del patrimonio che ci è stato affidato. Il puro arcaismo non serve, così come non serve la pura modernizzazione”.

L’abbandono della bellezza
Delineato a sufficienza il “trauma” ecclesiale determinato dalla abolizione forzata delle forme tradizionali, rimane da esaminare nel dettaglio i principali elementi che le parole del Papa chiamano “deformazioni arbitrarie della liturgia” intervenute in quegli anni.

Vi è in primo luogo il fattore estetico e artistico. È noto come nei secoli la Chiesa abbia tributato culto a Dio anche tramite l’impiego delle migliori e più magnifiche forme di espressione artistica, non accontentandosi delle esistenti, ma suscitando dal suo interno continuamente nuovi stili di espressione del bello e del sublime.

Durante l’ultimo mezzo secolo (con consistenti anticipi anteriori) si è invece manifestata all’interno della Chiesa l’opposta tendenza alla semplificazione delle forme estetiche, all’insegna della “povertà” del culto, nella presupposizione che il “trionfalismo” delle forme artistiche, figurative, architettoniche e sonore, non farebbe che ricoprire e falsare la vera natura della liturgia.

Ora, per Benedetto XVI “«l'abbandono della bellezza» si è dimostrato, alla prova dei fatti, un motivo di sconfitta pastorale” (Rapporto sulla fede, p. 132). Il testo continua: “È divenuto sempre più percepibile il pauroso impoverimento che si manifesta dove si scaccia la bellezza e ci si assoggetta solo all'utile. L'esperienza ha mostrato come il ripiegamento sull'unica categoria del «comprensibile a tutti» non ha reso le liturgie davvero più comprensibili, più aperte, ma solo più povere. Liturgia «semplice» non significa misera o a buon mercato: c'è la semplicità che viene dal banale e quella che deriva dalla ricchezza spirituale, culturale, storica”.

Per quanto il Papa abbia dedicato pagine notevoli alla iconografia e alla architettura religiosa, è soprattutto la musica sacra che attira la sua attenzione come insostituibile veicolo di reale partecipazione liturgica. Il testo citato sopra continua: “Si è messa da parte la grande musica della Chiesa in nome della «partecipazione attiva»: ma questa «partecipazione» non può forse significare anche il percepire con lo spirito, con i sensi? Non c'è proprio nulla di «attivo» nell'ascoltare, nell'intuire, nel commuoversi? Non c'è qui un rimpicciolire l'uomo, un ridurlo alla sola espressione orale, proprio quando sappiamo che ciò che vi è in noi di razionalmente cosciente ed emerge alla superficie è soltanto la punta di un iceberg rispetto a ciò che è la nostra totalità? Chiedersi questo non significa certo opporsi allo sforzo per far cantare tutto il popolo, opporsi alla «musica d'uso»: significa opporsi a un esclusivismo (solo quella musica) che non è giustificato né dal Concilio né dalle necessità pastorali”. E ancora: “Una Chiesa che si riduca solo a fare della musica «corrente» cade nell'inetto e diviene essa stessa inetta. La Chiesa ha il dovere di essere anche «città della gloria», luogo dove sono raccolte e portate all'orecchio di Dio le voci più profonde dell'umanità. La Chiesa non può appagarsi del solo ordinario, del solo usuale: deve ridestare la voce del Cosmo, glorificando il Creatore e svelando al Cosmo stesso la sua magnificenza, rendendolo bello, abitabile, umano”.

“Actuosa participatio”
Come ricordato in quest’ultimo testo, il concilio Vaticano II ha in più riprese richiesto una “actuosa participatio”, una “partecipazione attiva” dei fedeli al culto. Come si sa, questo è stato di solito interpretato nel senso di una condanna al preteso ruolo “passivo” a cui la liturgia tradizionale avrebbe relegato i fedeli. La frase sopra citata, “Non c'è proprio nulla di «attivo» nell'ascoltare, nell'intuire, nel commuoversi?”, rivela chiaramente il pensiero del Papa in merito. Più notevoli ancora, e in parte sorprendenti, sono le righe che leggiamo in “Introduzione allo spirito della liturgia” a p. 167: “In che cosa consiste, però, questa partecipazione attiva? Che cosa bisogna fare? Purtroppo questa espressione è stata molto presto fraintesa e ridotta al suo significato esteriore, quello della necessità di un agire comune, quasi si trattasse di far entrare concretamente in azione il numero maggiore di persone possibile il più spesso possibile. La parola «partecipazione» rinvia, però, a un’azione principale, a cui tutti devono avere parte”. Quale sarà dunque in realtà questa “actio”, questa azione a cui tutta l’assemblea è chiamata, ora come sempre, a partecipare? Come accenna il Papa, si sa che di solito si è dato a questa domanda la risposta pratica di moltiplicare e distribuire a quante più persone possibile i servizi paraliturgici durante la celebrazione: vi è chi accende le candele e chi le spegne, chi bada all’acqua e chi al vino, chi legge il profeta e chi l’epistola, chi canta il salmo e chi il Gloria; la preghiera dei fedeli deve vedersi alternare una persona diversa per ogni invocazione, e la processione dell’offertorio deve a volte somigliare a un corteo. Non così per il Papa. Continua il testo citato: “Con il termine «actio», riferito alla liturgia, si intende nelle fonti il canone eucaristico. La vera azione liturgica, il vero atto liturgico, è la oratio: la grande preghiera, che costituisce il nucleo della celebrazione liturgica e che proprio per questo, nel suo insieme, è stata chiamata dai Padri con il termine oratio. […] Questa oratio – la solenne preghiera eucaristica, il «canone» - è davvero più che un discorso, è actio nel senso più alto del temine. In essa accade, infatti, che l’actio umana (così come è stata sinora esercitata dai sacerdoti nelle diverse religioni) passa in secondo piano e lascia spazio all’actio divina, all’agire di Dio. […] Ma come possiamo noi avere parte a questa azione? […] noi dobbiamo pregare perché (il sacrificio del Logos) diventi il nostro sacrificio, perché noi stessi, come abbiamo detto, veniamo trasformati nel Logos e diveniamo così vero corpo di Cristo: è di questo che si tratta”. Qui, all’interno della fornace ardente che è il centro stesso della fede cristiana, siamo realmente a miglia di distanza dalle interpretazioni sociologiche banalizzanti di cui si diceva. E infatti prosegue il Papa: “La comparsa quasi teatrale di attori diversi, cui è dato oggi di assistere soprattutto nella preparazione delle offerte, passa molto semplicemente a lato dell’essenziale. Se le singole azioni esteriori (che di per sé non sono molte e che vengono artificiosamente accresciute di numero) diventano l’essenziale della liturgia e questa stessa viene degradata in un generico agire, allora viene misconosciuto il vero teodramma della liturgia, che viene anzi ridotto a parodia”.

Il problema della lingua liturgica
Chi abbia poco frequentato i testi (invero voluminosi) del concilio Vaticano II, è di solito persuaso che esso abbia decretato la soppressione della lingua latina nella Messa a favore di quella volgare. Si resta perciò colpiti nel leggere, all’inizio del punto 36 della costituzione dogmatica Sacrosanctum Concilium, la perentoria affermazione: “L'uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini (cioè salvo che nei riti orientali, N.d.R.)”. La medesima costituzione delimita con precisione il possibile ambito della lingua volgare: “Dato però che, sia nella Messa che nell'amministrazione dei sacramenti, sia in altre parti della liturgia, non di rado l'uso della lingua nazionale può riuscire di grande utilità per il popolo, si conceda alla lingua nazionale una parte più ampia, specialmente nelle letture e nelle ammonizioni, in alcune preghiere e canti, secondo le norme fissate per i singoli casi nei capitoli seguenti”. Il successivo punto 54, dopo aver ripreso tali possibili concessioni, definisce che “si abbia cura però che i fedeli sappiano recitare e cantare insieme, anche in lingua latina, le parti dell'ordinario della messa che spettano ad essi”. È del tutto evidente che i Padri conciliari, nell’approvare questo testo, non avevano minimamente l’intenzione di provocare la totale o quasi scomparsa della lingua latina dalla liturgia, cosa che invece accadde ben presto.

Non valendo per i chierici, che si supponeva ovviamente istruiti nella antica lingua liturgica, il problema di comprensibilità dei riti, la medesima costituzione conciliare afferma perentoriamente al punto 101: “Secondo la secolare tradizione del rito latino, per i chierici sia conservata nell'ufficio divino la lingua latina”. Come è noto, anche questa richiesta del concilio è stata quasi immediatamente e totalmente disattesa.

Nella già menzionata intervista del 5 settembre 2003, l’allora cardinal Ratzinger chiarisce in merito il suo pensiero. “In generale”, dichiara, “io penso che tradurre la liturgia nelle lingue parlate sia stata una cosa buona, perché dobbiamo capirla, dobbiamo prendervi parte anche con il nostro pensiero, ma una presenza più marcata di alcuni elementi latini aiuterebbe a dare una dimensione universale, a far sì che in tutte le parti del mondo si possa dire: «io sono nella stessa Chiesa». Perciò in generale, le lingue parlate sono una soluzione. Ma una qualche presenza del latino potrebbe essere utile per avere una maggiore esperienza di universalità.

In “Dio e il mondo”, p. 381, dice: “Oggi il latino nella Messa ci pare quasi un peccato. Ma così ci si preclude anche la possibilità di comunicare tra parlanti di lingue diverse, che è così preziosa in territori misti”.

Oltre alla lingua latina, anche un’altra lingua liturgica comune è caduta, salvo qualche eccezione, sotto i colpi delle riforme postconciliari: la lingua del silenzio. Nella liturgia tradizionale, offertorio e canone eucaristico formavano grandi zone di silenzio sacro, in cui il sacerdote celebrava sottovoce di fronte all’altare, mentre il popolo accompagnava l’azione in silenzio orante. Come si è visto, sotto i colpi della interpretazione sociologica della “actuosa participatio” questo sacro silenzio si è ridotto a una breve pausa durante l’elevazione.

Nel più volte citato e fondamentale “Introduzione allo spirito della liturgia”, a p. 210-211, l’allora cardinale scrive: “Con disgusto di molti liturgisti nel 1978 avevo sostenuto che non è affatto detto che tutto il canone deve essere pronunciato a voce alta. Dopo averci riflettuto, vorrei ripeterlo ancora una volta con forza, nella speranza che dopo vent’anni questa tesi possa trovare un po’ di comprensione. […] Non è affatto vero che la recitazione ad alta voce, ininterrotta, della preghiera eucaristica sia la condizione per la partecipazione di tutti a questo atto centrale della celebrazione eucaristica. La mia proposta di allora era: da una parte l’educazione liturgica deve far sì che i fedeli conoscano il significato essenziale e l’indirizzo fondamentale del canone; dall’altra, le prime parole delle singole preghiere dovrebbero essere pronunciate a voce alta come un invito a tutta la comunità, così che, poi, la preghiera silenziosa di ciascuno faccia propria l’intonazione e possa portare la dimensione personale in quella comunitaria, quella comunitaria nella dimensione personale. Chi ha personalmente vissuto l’unità della Chiesa nel silenzio della preghiera eucaristica ha sperimentato che cos’è il silenzio davvero pieno, che rappresenta insieme un forte e penetrante grido rivolto a Dio, una preghiera colma di spirito”.

Versus orientem
L’attuale papa ha sempre sostenuto, con numerosi interventi orali e scritti, il carattere arbitrario, contrario a una tradizione risalente ai tempi apostolici e pastoralmente poco produttivo, dell’orientamento verso il popolo del celebrante. Fino all’antichità cristiana più remota risale invece il fatto liturgico del comune orientamento di assemblea e celebrante, orientamento che – secondo la stessa etimologia del termine – era rivolto ad oriente, verso la direzione del sole nascente, simbolo del Cristo e della sua futura, definitiva venuta.

Nella citata intervista del 5 settembre 2003 l’allora cardinale Ratzinger afferma: “«Versus orientem», direi che potrebbe essere un aiuto, perché si tratta realmente di una tradizione dei tempi apostolici. Non è solo una norma, ma è anche l’espressione della dimensione cosmica e della dimensione storica della liturgia. Noi celebriamo con il cosmo, con il mondo. È la direzione del futuro del mondo, della nostra storia rappresentata dal sole e dalle realtà cosmiche. Io penso che oggi questa nuova scoperta del nostro rapporto con il mondo creato può essere capita anche dalla gente, forse meglio di 20 anni fa. E ancora, si tratta di una direzione comune - prete e popolo orientati insieme verso il Signore. Per questo penso che potrebbe essere un aiuto. Da sempre, i gesti esteriori non sono semplicemente un rimedio in se stessi, ma possono essere un aiuto, perché si tratta della classica interpretazione di cos’è la direzione nella liturgia”.

Un intero capitolo di “Introduzione allo spirito della liturgia” è dedicato a questo problema. Vi si legge ad esempio: “Al di là di tutti i cambiamenti, una cosa è rimasta chiara per tutta la cristianità, fino al secondo millennio avanzato: la preghiera rivolta a oriente è una tradizione che risale alle origini ed è espressione fondamentale della sintesi cristiana di cosmo e storia, di attaccamento alla unicità della storia della salvezza e di cammino verso il Signore che viene” (p. 70-71).

Si dà di solito una duplice motivazione dell’innovazione consistente nell’orientamento del sacerdote verso il popolo: in primo luogo, egli rappresenterebbe Cristo nell’ultima cena seduto a tavola dirimpetto agli Apostoli; in secondo luogo, le grandi basiliche romane, e in primis San Pietro, sono rivolte verso occidente: il celebrante, se voleva volgersi a oriente durante la preghiera, doveva perciò guardare verso l’ingresso, e quindi verso il popolo. Nel testo sopra citato, il cardinal Ratzinger rivolge queste osservazioni a tali tesi, citando a sua volta e facendo proprio il testo di L. Bouyer “Architettura e liturgia”: “È evidente che in questo modo si è frainteso il senso della basilica romana e della disposizione dell’altare al suo interno. […] Cito in proposito, ancora una volta Bouyer: «Prima di quella data (cioè prima del secolo XVI) non abbiamo mai e da nessuna parte la benché minima indicazione che si sia attribuita qualche importanza o solo anche qualche attenzione al fatto che il presbitero celebrasse con il popolo davanti a sé oppure dietro a sé. Come ha dimostrato Cyrille Vogel, l’unica cosa su cui si sia veramente insistito e di cui sia fatta menzione è che egli doveva dire la preghiera eucaristica, al pari di tutte le altre preghiere, rivolto verso oriente … Anche quando l’orientamento della Chiesa permetteva al celebrante di pregare rivolto verso il popolo allorché era all’altare, non era solo il presbitero a doversi volgere verso oriente: era l’assemblea intera che lo faceva insieme a lui”.

Quanto all’Ultima Cena, si legge: “In nessun pasto dell’inizio dell’era cristiana il presidente di un’assemblea di commensali stava di fronte agli altri partecipanti. Essi stavano tutti seduti, o distesi, sul lato convesso di una tavola a forma di sigma. Da nessuna parte, dunque, nell’antichità cristiana, sarebbe potuta venire l’idea di mettersi di fronte al popolo per presiedere un pasto. Anzi, il carattere comunitario del pasto era messo in risalto proprio dalla disposizione contraria, cioè dal fatto che tutti i partecipanti si trovassero dallo stesso lato della tavola”.

In ogni caso, l’autore si prende immediatamente cura di segnalare che secondo la dottrina cattolica l’immagine del “pasto” e del “banchetto” è totalmente insufficiente a determinare la natura della celebrazione eucaristica. Per l’allora cardinale “il Signore ha indubbiamente istituito la novità del culto cristiano nell’ambito di un banchetto pasquale ebraico, ma ci ha comandato di ripeter questa novità, non il banchetto come tale”.

All’atto pratico, l’effetto più notevole della modifica apportata è di aver reso il sacerdote (e non più Dio) il centro della celebrazione. “Tutto termina su di lui. È lui cui bisogna guardare, è alla sua azione che si prende parte, è a lui che si risponde; è la sua creatività a sostenere l’insieme della celebrazione […]. L’attenzione è sempre meno rivolta a Dio ed è sempre più importante quello che fanno le persone […]. Il sacerdote rivolto al popolo dà alla comunità l’aspetto di un tutto chiuso in se stesso. Essa non è più – nella sua forma – aperta in avanti e verso l’alto, ma si chiude su se stessa. L’atto con cui ci si rivolgeva tutti verso oriente non era «celebrazione verso la parete», non significava che il sacerdote «volgeva le spalle al popolo»: egli non era poi considerato così importante” (p. 76 del testo cit.). Insomma “si è così introdotta una clericalizzazione quale non si era mai data in precedenza” – in stridente contrasto con i fini dichiarati della riforma.

Vale la pena di sottolineare che le righe citate poco sopra, in cui l’attuale Papa disapprova la riduzione della celebrazione eucaristica a memoria di una cena, vanno a toccare tutto l’argomento della svalutazione dell’aspetto sacrificale proprio dell’eucaristia, svalutazione portata avanti da molti ambienti nel postconcilio. Nel citato libro-intervista “Rapporto sulla fede” leggiamo: “La Messa non è solamente un pasto tra amici, riuniti per commemorare l'ultima cena del Signore mediante la condivisione del pane. La messa è il sacrificio comune della Chiesa, nel quale il Signore prega con noi e per noi e a noi si partecipa. È la rinnovazione sacramentale del sacrificio di Cristo”. La presenza reale del Signore nelle specie consacrate genera poi del tutto legittimamente forme di culto eucaristico anche esterne al rito della Messa: “Si è dimenticato che l'adorazione è un approfondimento della comunione. Non si tratta di una devozione «individualistica» ma della prosecuzione o della preparazione del momento comunitario. Bisogna poi continuare in quella pratica, così cara al popolo (a Monaco di Baviera, quando la guidavo, vi partecipavano decine di migliaia di persone) della processione del Corpus Domini. Anche su questa gli «archeologi» della liturgia hanno da ridire, ricordando che quella processione non c'era nella Chiesa romana dei primi secoli. Ma ripeto qui quanto già dissi: al sensus fidei del popolo cattolico deve essere riconosciuta la possibilità di approfondire, di portare alla luce, secolo dopo secolo, tutte le conseguenze del patrimonio che gli è affidato”.

Unità nella diversità
Abbiamo seguito i dettagli di una riforma liturgica che, secondo papa Benedetto XVI, non ha rispettato al meglio le richieste del concilio Vaticano II. Nelle parole del Papa che abbiamo riportato sono emerse varie proposte concrete di revisione della riforma: reintroduzione della celebrazione verso oriente, valorizzazione del sacro silenzio nel canone eucaristico, maggior spazio alla lingua liturgica universale e al canto gregoriano – e si tratta sempre di punti che vanno nella direzione di una maggiore aderenza all’ultimo concilio, nello spirito da più parti richiamato di una “riforma della riforma”. Un altro punto caldeggiato nei suoi scritti precedenti l’elezione papale, cioè la liberalizzazione dell’antica liturgia, è oggi in via di compimento per impulso del suo motu proprio Summorum Pontificum. Quale dovrebbe essere dunque l’evoluzione della riforma liturgica secondo il Papa? I due filoni menzionati sono infatti ben distinti: Benedetto XVI mira a una restaurazione della antica liturgia, ovvero punta a rettificare la liturgia esistente? Il Papa stesso non ha mancato di accennare una risposta a questa fondamentale questione. Ne “Il sale della terra”, p. 200, in replica a una domanda sulla opportunità di restaurare il rito tradizionale, il futuro Benedetto XVI risponde: “Da sola, questa non è una soluzione. […] un semplice ritorno all'antico non è una soluzione. La nostra cultura si è così trasformata negli ultimi trent'anni che una liturgia celebrata esclusivamente in latino comporterebbe un'esperienza di estraniamento insuperabile per molte persone. Quello di cui abbiamo bisogno è una nuova educazione liturgica, soprattutto dei sacerdoti. […] I luoghi dove la liturgia viene celebrata senza fronzoli e in modo riverente esercitano notevole forza di attrazione, anche se non si capisce ogni suo singolo elemento. Abbiamo bisogno di luoghi come questi, capaci di offrire dei modelli”. Indietro non si torna. Piaccia o meno, l’atteggiamento che prevede la pura e semplice restaurazione del passato non è in sintonia con l’intenzione del Papa. I motivi allegati sono stringenti: un conto è non piegarsi a concessioni eccessive e gratuite alla attualità, un altro è il non accorgersi dei devastanti mutamenti culturali sopraggiunti dagli anni dell’ultimo concilio in poi. In un altro luogo Papa Benedetto XVI rammenta come, da professore in Germania, poteva ancora permettersi di citare passi in latino all’uditorio studentesco certo di essere compreso; adesso non più.

Si tratta dunque di prendere in esame la liturgia riformata, espungerne gli abusi mano a mano introdotti, e ricondurla nell’alveo delle intenzioni espresse a chiare lettere dal concilio Vaticano II. Qual è in tale progetto il ruolo della restituzione all’uso della liturgia tradizionale? Lo stesso Pontefice lo spiega nella lettera di accompagnamento al motu proprio Summorum Pontificum scritta ai vescovi: “Le due forme dell’uso del Rito Romano possono arricchirsi a vicenda: nel Messale antico potranno e dovranno essere inseriti nuovi santi e alcuni dei nuovi prefazi. La Commissione «Ecclesia Dei» in contatto con i diversi enti dedicati all’ «usus antiquior» studierà le possibilità pratiche. Nella celebrazione della Messa secondo il Messale di Paolo VI potrà manifestarsi, in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità che attrae molti all’antico uso. La garanzia più sicura che il Messale di Paolo VI possa unire le comunità parrocchiali e venga da loro amato consiste nel celebrare con grande riverenza in conformità alle prescrizioni; ciò rende visibile la ricchezza spirituale e la profondità teologica di questo Messale”. La evoluzione “organica” delle due forme del rito romano deve dunque, per il Papa, riprendere di nuovo. Ed esse possono influenzarsi a vicenda: la forma tradizionale dovrà compiere gli aggiornamenti minimali (ad esempio circa il calendario liturgico) richiesti dal suo essere rimasta cristallizzata per quarantacinque anni. E soprattutto la forma riformata potrà e dovrà riconoscere nella forma antica un polo di attrazione, una norma a cui ispirarsi per tornare gradualmente nell’alveo della medesima evoluzione organica da cui gli anni della sperimentazione estrema l’avevano fatta uscire.

Le due forme potranno poi in futuro confluire in una – il Papa lascia aperta questa eventualità. Ma se anche non dovessero farlo, molte dichiarazioni passate e presenti dello stesso Pontefice lasciano capire che un certo pluralismo liturgico – pur nell’unità di fondo del rito – non sarebbe un male. Anzi, tale situazione di pluralismo si è sempre data all’interno del rito latino, senza minimamente danneggiare il culto: “Prima di Trento, la Chiesa ammetteva nel suo seno una diversità di riti e di liturgie. I Padri tridentini imposero a tutta la Chiesa la liturgia della città di Roma, salvaguardando, tra le liturgie occidentali, solo quelle che avessero più di due secoli di vita. È il caso, ad esempio, del rito ambrosiano della diocesi di Milano. Se potesse servire a nutrire la religiosità di qualche credente, a rispettare la pietas di certi settori cattolici, sarei personalmente favorevole al ritorno alla situazione antica, cioè a un certo pluralismo liturgico” (Rapporto sulla fede, cap. 9).

Nel già citato discorso tenuto a Roma, presso l'Hotel Ergife il 24 ottobre 1998, in occasione delle celebrazioni per i dieci anni del Motu proprio "Ecclesia Dei", il futuro Papa Benedetto pronuncia le seguenti parole, che citiamo per esteso a conclusione di queste pagine: “C'è una pericolosa tendenza a minimizzare il carattere sacrificale della Messa e ad indurre alla sparizione del mistero e del sacro con il pretesto - un pretesto asserito imperativo - che in questo modo ci si fa comprendere meglio. Infine si percepisce la tendenza a frammentare la liturgia, mettendo arbitrariamente in rilievo il suo carattere comunitario e conferendo all'assemblea il potere di decidere riguardo alla celebrazione.

Esiste anche, fortunatamente, una certa avversione per un razionalismo pieno di banalità e per un pragmatismo di certi liturgisti, siano essi dei teorici o dei pratici, e si constata un ritorno al mistero, all'adorazione, al sacro e al carattere cosmico ed escatologico della liturgia, come sottolineato dalla "Oxford Declaration on the Liturgy" del 1996. Occorre riconoscere, d'altra parte, che la celebrazione della vecchia liturgia aveva perduto molto, rifugiandosi nell'individualismo e nel privato, e che la comunione fra sacerdote e popolo era insufficiente. Ho grande rispetto per i nostri vecchi che durante la Messa bassa recitavano le orazioni contenute nei loro libri di preghiere, ma non si può certo considerare questo come l'ideale di una celebrazione liturgica. Forse, queste riduzioni delle forme celebrative sono la vera ragione per cui in molti paesi la scomparsa dei vecchi libri liturgici non ha avuto peso e la loro perdita non ha causato dolore. Non c'era mai stato, infatti, un contatto con la liturgia in sé. D'altra parte, là dove il Movimento liturgico aveva suscitato un certo amore per la liturgia e aveva anticipato le idee essenziali del Concilio - come, ad esempio, la partecipazione di tutti nella preghiera all'azione liturgica — proprio lì è stato maggiore il dolore, di fronte ad una riforma intrapresa troppo frettolosamente e spesso limitata all'esteriorità. Là dove, invece, il Movimento liturgico non è mai esistito la riforma non ha sollevato, in un primo tempo, dei problemi. Questi sono sorti solo sporadicamente là dove il mistero sacro ha ceduto il posto ad una creatività selvaggia.

Per questo è molto importante osservare i principi essenziali della «Costituzione sulla sacra liturgia», che ho ricordati sopra, anche quando si celebra con il vecchio Messale. Nel momento in cui questa liturgia tocca profondamente i fedeli con la sua bellezza e ricchezza, allora essa sarà amata e non la si porrà più in contrapposizione inconciliabile con la nuova liturgia, purché i criteri siano fedelmente applicati secondo i desideri del Concilio.

Continueranno ad esistere, certamente, accenti spirituali e teologici differenti: non saranno due modi opposti di essere cristiani ma, al contrario, patrimonio della stessa ed unica fede.

Quando, pochi anni fa, qualcuno ha proposto «un nuovo movimento liturgico» per evitare che le due forme liturgiche si distanziassero troppo fra loro e per portare a frutto la loro intima convergenza, alcuni amici della vecchia liturgia hanno espresso il timore che questo fosse solo uno stratagemma o un trucco per ottenere finalmente la completa eliminazione della vecchia liturgia. Queste preoccupazioni e queste paure debbono finire! Se l'unità della fede e l'unicità del mistero appaiono chiaramente in entrambe le forme di celebrazione, ciò può essere solo motivo di rallegrarsi e ringraziare Dio. Quanto più noi tutti crediamo, viviamo e agiamo con tale motivazione, tanto più saremo capaci di persuadere i vescovi che la presenza dell'antica liturgia non turba né rompe l'unità delle loro diocesi, ma è invece un dono destinato a rafforzare il Corpo di Cristo, del quale siamo tutti i servitori.

Così, miei cari amici, vorrei esortarvi a non perdere la pazienza, a continuare ad essere fiduciosi e ad attingere dalla liturgia la forza per rendere testimonianza al Signore in questo nostro tempo.


Bibliografia
Riportiamo una bibliografia essenziale dei libri pubblicati dall’attuale Pontefice, dandone l’edizione italiana consultata. Le citazioni nel testo, per quanto estese, non fanno ovviamente giustizia a un pensiero vasto e articolato, in cui il tema liturgico ricorre di frequente, a volte anche intrecciato insieme ad altri argomenti. Laddove possibile, un accesso diretto a tali opere è quindi insostituibile.

La festa della fede – Jaca Book – 1984

Rapporto sulla fede – Edizioni Paoline – 1985

Il sale della terra – San Paolo – 1997

Introduzione allo spitito della liturgia – San Paolo – 2001

Il Dio vicino – San Paolo – 2003

La comunione nella Chiesa – 2004

La fraternità cristiana – Queriniana – 2005

Fede, verità e tolleranza – Cantagalli – 2005

L’Europa di Benedetto – Cant
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Da Rinascimento Sacro...

MERCOLEDÌ 4 MARZO 2009

"Gli adattamenti erano necessari, ma s'è gettato tutto alle ortiche"

Parla il il Canonico che ne aveva per tutti.

Un liturgista che visse a fianco di Antonelli i giorni del Consilium, parole al vetriolo per chi gestì la faccenda. Da Bugnini a Lefebvre, in quest'intervista il canonico Rose non risparmia giudizi a nessuno.


Canonico titolare della cattedra di Namur (Belgio), Andrea Rose fu teologo e liturgista. Nei suoi numerosi scritti trattò dell’Ufficio Divino e delle letture bibliche, approfondendo in due libri il significato dei Salmi (Psaumes et prière chrétienne, Bruges 1965; Les Psaumes, voix du Christ et voix de l’Eglise, Paris 1981). In essi egli sosteneva che l’Antico Testamento dovesse essere interpretato alla luce del Nuovo Testamento e degli scritti dei Padri della Chiesa.

Andrea Rose è stato consultore nel "Consilium ad exequendam constitutionem de sacra liturgia", l’organo preposto all’applicazione della costituzione conciliare sulla liturgia (Sacrosanctum Concilium), il cui segretario era Mons. Annibale Bugnini. Quando a questo Consilium subentrò la Congregazione per il Culto Divino, il canonico Rose venne chiamato a farne parte come consultore.

Egli collaborò alla revisione dei libri liturgici per l’Ufficio Divino, nonchè alla definizione delle nuove letture bibliche, delle nuove orazioni e dei nuovi prefazi della Messa. Non si riconobbe mai nelle posizioni "tradizionaliste", quindi le sue osservazioni non possono essere considerate come dettate da una visione particolare.

[...]

Fonte Una Vox.

***


di Stephane Wailliez

Come consultore del Consilium, voi avete fatto parte dei Coetus (gruppi di lavoro) n° 3, 4, 6, 11,18 bis e 21 bis. Quando si leggono le memorie di mons. Bugnini si ha l’impressione che si trattasse di una macchina molto complessa. Vi erano quasi trenta gruppi di lavoro.

Si, era una macchina molto complessa.

Ma allora, qual era la forza motrice che stava dietro a tutto questo?

Era Bugnini.

Di Bugnini si è parlato molto, ma dovevano pur esserci altre correnti, altre tendenze, nel Consilium. O questi vi regnava davvero come maestro indiscusso?

Ciò che so, è che mons. Martimort non era molto d’accordo con lui. Egli lo criticava tutte volte che era assente. Mi diceva: : "Questo Bugnini fa ciò che vuole!". Un giorno mi ha detto: : "Sapete, Bugnini ha fatto una buona scuola media". Era questo il giudizio di Martimort su Bugnini. All’inizio credevo che esagerasse, ma poi mi sono reso conto che aveva ragione. Bugnini non aveva alcuna profondità di pensiero. Fu una cosa grave designare per un posto simile una persona che era come una banderuola. Ma si rende conto? La cura della liturgia lasciata a un pover’uomo come quello, un superficiale…

Le ho chiesto di Bugnini perché, per altro verso, si conosce anche il ruolo svolto da Paolo VI, che seguiva personalmente l’andamento delle cose.

È vero. Ma Bugnini era sempre dal Papa, per informarlo. Un giorno, era all’inizio, quando i problemi non erano ancora così gravi, ero in piazza San Pietro col Padre Dumas. Abbiamo incontrato Bugnini, che ci ha indicato le finestre dell’appartamento di Paolo VI, dicendo: " … pregate, pregate perché ci sia conservato questo Papa ! ". E questo perché egli manovrava Paolo VI. Andava da lui per fargli rapporto, ma gli raccontava le cose come piaceva a lui. Poi ritornava, dicendo: : " Il Santo Padre desidera così, il Santo Padre desidera cosà ". Ma era lui che, sottobanco…

Si è detto che mons. Bugnini fosse massone. Pensa che sia vero?

Ovviamente, bisognerebbe avere delle prove.

Pensa che potesse averne la statura?

No, no. L’ho detto prima: non aveva alcuna profondità di pensiero.

Nessuna profondità…

In seguito ha scritto interi libri per giustificare la sua riforma… Quando arrivai a Roma e andai a salutare Martimort, egli mi raccontò tutte le manovre che Bugnini aveva messo in atto per far passare tutto quello che voleva. Il Padre Martimort era un’altra cosa. Aveva ben altra cultura. E criticava il modo di fare di Bugnini.

Quando si esamina la nuova Liturgia delle Ore, a cui lei ha lavorato, si resta colpiti dalle molteplici possibilità di scelta. Si possono scegliere Salmi diversi da quelli indicati, altri Inni, si possono tralasciare le Antifone, aggiungere momenti di silenzio, altre letture, ecc. Il tutto : "per delle giuste ragioni pastorali", il che significa che si può fare come si vuole. Come ha reagito quando è stato proposto questo rituale a scelta?

Nei libri, noi abbiamo messo solo ciò che era ufficiale. Ma poi si è aggiunto " vel alios cantus, vel alios psalmos " ecc., chi fosse stato contrario sarebbe stato trattato da integralista.

Ma questa estrema flessibilità non pone dei problemi ecclesiologici?

Certamente. Se ognuno può farsi un suo rituale, si tratterà ancora della preghiera ufficiale della Chiesa? È sicuramente l’ecclesialità ad essere messa in pericolo con questo nuovo rituale.

Nei diversi Coetus dei quali ha fatto parte, vi erano delle lotte a proposito di queste molteplici possibilità di scelta?

Si. E Martimort era abbastanza contrario. Ma Bugnini, che sovrintendeva tutto, era a favore.

Per quanto riguarda le letture della Messa, lei ha fatto parte del Coetus n° 4. Si trattava di arricchire i cicli di letture. Che ne pensa della riforma che è stata realizzata su questo punto?

È evidente che non si poteva ricalcare ciò che si faceva prima. Voglio dire, per esempio: durante le Ottave si ripeteva per otto giorni la stessa Messa, e le stesse letture. Non andava bene. Ma quello che si è fatto, a questo proposito, avrebbe potuto essere fatto in maniera più intelligente. Per esempio: io mi dolgo del fatto che sono state soppresse le Quattro Tempora. Ed era proprio in quel momento che vi erano da 3 a 5 letture prima del Vangelo. Ma si è pensato bene di abolire proprio le Quattro Tempora! Per di più, quei giorni sono qualcosa di molto antico, ed avevano conservato l’originario carattere settimanale della liturgia: mercoledì, venerdì e la grande vigilia della Domenica. Si è gettato tutto alle ortiche.

E in tutto questo che ne è stato del ritorno alla tradizione principale?

Evidentemente vi è dell’incoerenza. Certuni, nel Consilium, volevano il ritorno alla tradizione principale quando faceva loro comodo. Francamente, che si potessero effettuare delle piccole riforme, d’accordo, ma ciò che si è fatto è stato decisamente radicale.

A proposito di questi cicli di letture nella Messa, mons. Gamber ha detto: " questa nuova organizzazione delle letture è stata chiaramente elaborata da degli esegeti non da liturgisti ". Visto che lei ha fatto parte di questi gruppi di lavoro, che ne pensa?

Gli esegeti comandavano. E anche gli ebraicizzanti. Ma i primi cristiani hanno usato le versioni greche dei testi. Essi non si preoccuparono delle " verità ebraiche ". E abbiamo dovuto riscoprirle noi, nel XX secolo? … Lei parla di tradizione principale! E qual è il senso della pastorale quando gli esegeti la vincono sui liturgisti? In effetti, Bugnini, insieme a costoro, voleva trasformare la prima parte della Messa in un corso di esegesi.

Per quanto riguarda l’Ordinario della Messa, lei non ha fatto parte del gruppo di lavoro relativo, ma pensa che anche qui si possa parlare di cambiamenti radicali?

Certo. Coloro che si sono occupati della Messa sono stati ancora più radicali di quanto lo fummo noi nell’Ufficio Divino. Basta vedere come è stato quasi eliminato l’Offertorio. Dom Capelle non voleva alcun Offertorio. " Si parla come se il sacrificio fosse già compiuto. Si rischia di credere che tutto è stato già fatto ", diceva. Non si rendeva conto che tutte le liturgie contengono una anticipazione come quella, Ci si pone già nella prospettiva del compimento.

Non si tratta della mancanza di una prospettiva finalista?

Si, e allora si è finito col sopprimere tutto, tutto quello che era preghiera nell’Offertorio, perché, si diceva, non si tratta ancora del sacrificio. Ma, insomma, qui siamo di fronte a delle posizioni molto razionaliste! Una mentalità da scolaresca!

Nella sua esperienza pastorale ha notato che i fedeli avessero creduto che le oblate fossero già state consacrate? Vale a dire: ha constatato la concretizzazione dei pericoli sottolineati da dom Capelle?

Ma no, ma no. Mai! E poi, basta guardare come si svolgono i riti orientali. Là è la stessa cosa. E sarebbe interessante comparare tutte queste cose.

Un altro punto importante del nuovo Ordinario della Messa è la sparizione del Canone Romano. Esso è ancora presente, più o meno, nella prima Preghiera Eucaristica, ma si tratta della sola preghiera, quindi formalmente non è più il Canone.

Si, vi è stata la soppressione dell’Offertorio ma anche la moltiplicazione delle preghiere eucaristiche, come dice lei. Guardiamo la seconda Preghiera Eucaristica, essa è stata completamente manipolata. E poi, se ne volevamo molte di più. È per questo che io dissi di no, e fui messo alla porta. È tutta una storia.

Vi è anche la questione delle traduzioni per i paesi di lingua francese, sulla quale lei si è espresso molte volte.

Si, è un problema enorme. Il Padre Gy non vuole che se ne parli. Si è trattata dell’occasione per ficcarci dentro tutto ciò che volevano.

Nelle sue memorie, mons. Bugnini spiega che quando non riusciva ad ottenere questa o quella formulazione nel testo ufficiale in latino, diceva: " l’aggiusteremo nelle traduzioni ". Ha avuto modo di sentirlo anche lei?

Ma certo! Lo dicevano a Roma. Dom Dumas ha lavorato in questo senso. Egli era molto progressista. E anche lui diceva: " lo aggiusteremo nelle traduzioni ". Si è molto spinto per la libertà delle traduzioni e si è andati molto a fondo in questa direzione.

Nella traduzione francese ufficiale del Credo si trova l’espressione "della stessa natura del Padre" al posto del "consubstantialem". Non siamo al limite dell’arianesimo?

Certo, evidentemente.

In Francia, si sono avute delle epiche controversie nelle chiese, al momento delle Messe, per la questione della " stessa natura ".

Si, lo so, ma i vescovi approvano questa versione. Essi approvano questa cosa e non vogliono cambiarla. In effetti, non sono loro che l’hanno prodotta, ma la commissione, e loro non vogliono sconfessare la commissione.

Si è parlato molto degli osservatori protestanti, e molto si è scritto su questo argomento. Ciò che mi interessa sono i fatti. Lei ha visto questi osservatori nel corso delle sessioni?

Sicuramente. Essi vi si trovavano, messi da un lato, su un piccolo tavolo. Non parlavano. Che poi parlassero con le persone di sfuggita è evidente. Non potevano non parlare. E dal momento che non prendevano mai la parola in pubblico, hanno avuto una influenza reale su certe cose? Occorrerebbero elementi concreti per rispondere.

Io ponevo semplicemente la questione della loro presenza, in un primo tempo. Detto questo, in un articolo di Notitiae, n° 23, e in una testimonianza di Jasper, un osservatore anglicano, si parla del fatto che gli osservatori non partecipassero al momento delle riunioni, ma che tenessero in maniera sistematica delle discussioni con i relatori, i presidenti dei gruppi.

Non lo si sapeva. Essi uscivano insieme, ma questo non veniva annunciato ufficialmente. La cosa era un po’ inevitabile! Ma noi non fummo mai informati. Ciò che è quanto meno curioso è il fatto che non vi fosse alcun ortodosso… Costoro non avevano fiducia fin dall’inizio, conoscendo il carattere rivoluzionario di molti cattolici. E la cosa non piaceva loro. In fondo, sapevano bene come stavano le cose.

Lei ha detto che mons. Bugnini era un manipolatore. Può essere più preciso?

Ero malvisto da lui perché non facevo tutto quello che voleva e non accettavo tutta la sua creatività.

Lei è stato allontanato perché si è rifiutato di approvare il permesso per le Conferenze Episcopali di comporre le proprie preghiere eucaristiche. Ne ha appena accennato. La rottura si è determinata quindi sulla questione della creatività?

Si. Io feci un rapporto contrario e questo ebbe come conseguenza il rigetto di tale permesso. Allora Bugnini pensò: " quest’uomo è pericoloso ".

A proposito della creatività, si tratta di una pratica che c’è sempre stata, soprattutto nel dominio dell’arte. Gli stili dell’arte sacra si sono sempre evoluti nel corso del tempo.

Io non sono contro la creatività per principio. Ma essa deve fondarsi su una tradizione. Quanto questo non accade, diventa non si sa bene che cosa.

Lei ha fatto parte del gruppo 18 bis, che si è occupato delle Orazioni del Messale. Dom Hala, di Solesmes, spiega in Habeamus Gratiam, che nelle Collette " si è usati altri vocaboli per delle ragioni pastorali ", e come esempio cita il fatto che " le parole diabolus e diabolicus sono totalmente sparite dal nuovo Messale ".

Non si credeva più nel Diavolo. Almeno alcuni. Ma le teste pensanti si sono dati da fare perché non si facessero notare molto questi cambiamenti. Queste soppressioni non sono state indicate come criteri di revisione. Ma chiaramente certuni nel Consilium non credevano più nel Diavolo.

Quando si parla del Consilium, si pensa sempre ai consultori, agli esperti: il Padre Gy, Mons. Martimort, dom Botte, don Vagaggini, Jungmann… e si dimenticano quasi i membri veri e proprii, i vescovi, che erano i soli ad avere diritto di voto. Come spiega questo fatto?

I vescovi che sedevano nel Consilium non avevano niente di clamoroso. Due mi hanno lasciato un certo ricordo: Mons. Isnard, di Nuova Friburgo (Brasile) e Mons. Jenny, di Cambrai. Gli esperti erano molto competenti, essi sì. Ed erano quelli che facevano il lavoro.

Tra i vescovi membri del Consilium vi era il celebre Mons. Boudon, Presidente della Commissione Liturgica della Conferenza Episcopale francese. Era un incompetente?

Mi ricordo che egli era là, ma non ha lasciato un ricordo indelebile. Il Padre Gy lo menava come voleva. L’intelletto agente di Mons. Boudon era Padre Gy.

A partire dal 1971-72, apparve chiaro che Paolo VI cominciava a rendersi conto che certe cose non andavano bene.

Bisognava essere ciechi… Fu per questo che lo stesso Bugnini finì per essere allontanato, e molto brutalmente. Ma tutto quello che egli aveva fatto di male non venne toccato. Non si osò ritornare su ciò che era stato promulgato.

Sembra proprio che si delinei un movimento in questo senso. Si parla sempre più di " liberalizzazione del messale tridentino ", e adesso è la volta del Card. Sodano, Segretario di Stato, che si riallaccia all’idea di una riforma della riforma.

Molto bene. Occorre uscire da questa situazione prima possibile. Bisogna rivedere tutto questo. Ma si troveranno le persone competenti? Occorre evitare che si designino delle persone come quelle che hanno prodotto la catastrofe che conosciamo.

Occorre invitare tutte le parti attorno ad un tavolo?

Tutte le persone serie, desiderose di lavorare per la Chiesa.

Quando si parla della liturgia tradizionale, si pensa evidentemente a Mons. Lefebvre e alla Fraternità San Pio X, da lui fondata. Occorre invitare anche la Fraternità?

Ma certo. Occorre parlare con queste persone. Esse talvolta hanno delle vedute fisse, e non comprendono sempre che fossero necessari degli adattamenti, soprattutto per quanto riguarda le letture della Messa o del Breviario. Ma bisogna parlare con loro. Non si può ascoltare chiunque, soprattutto i protestanti, e non invitare alla discussione la gente di mons. Lefebvre. Per contro, anche loro devono prendere l’iniziativa di andare a trovare quelli che hanno il senso della tradizione, anche se non sempre sono d’accordo con loro. Devono fare lo sforzo di uscire dal loro guscio, bisogna mettere i problemi sul tavolo, onestamente.


Fonte Courrier de Rome, Giugno 2004.

Project copyright Rinascimento Sacro 2009, all rights reserved.


Mi viene da piangere di sapere che non si è fatto niente per rimediare!
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[Modificato da Paparatzifan 04/03/2009 17.57]
Papa Ratzi Superstar

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Dal blog di Lella...

VATICANO. Parla il cardinale Antonio Cañizares LIovera

«Perché cerco sempre l’incontro e il dialogo»

Intervista con il nuovo prefetto della Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei sacramenti: gli studi di liturgia, la sua esperienza di vescovo, il rapporto con il governo spagnolo, il Concilio Vaticano II e la revoca alla scomunica dei lefebvriani

Intervista con il cardinale Antonio Cañizares Llovera di Gianni Cardinale

Il cardinale Antonio Cañizares Llovera, spagnolo originario della regione valenciana, 64 anni da compiere a ottobre, è il nuovo prefetto della Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei sacramenti. Con lui la Spagna torna ad avere un capodicastero nella Curia romana. Di carattere gioviale, anche se con la fama di essere un “duro”, il porporato ci riceve negli uffici che si affacciano su piazza San Pietro. Prima di approdare a Roma il cardinale è stato vescovo di Avila, quindi di Granada e, da ultimo, di Toledo. È stato anche vicepresidente della Conferenza episcopale spagnola. Il fatto che ora la sua residenza si trovi nell’Urbe non gli impedisce di mantenere un forte legame con il suo Paese. Anche per questo ha accettato di scrivere settimanalmente per il quotidiano madrileno La Razón.

Eminenza, lei è stato nominato dal Papa prefetto della Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei sacramenti lo scorso 9 dicembre. Di questa sua chiamata a Roma si parlava ormai da tempo.

ANTONIO Cañizares Llovera: In effetti era così. Era diventata quasi una persecuzione, non potevo apparire in pubblico che i giornalisti, ma non solo loro, mi chiedevano: quando parte per Roma? Ma erano “rumori”. E tali sono rimasti fino a quando il Papa mi ha comunicato la sua decisione nel corso dell’udienza che mi ha concesso il 20 novembre 2008.

La nomina è stata pubblicata il giorno in cui la Chiesa fa memoria anche di santa Leocadia di Toledo. Non è un caso…

Cañizares Llovera: Ovviamente no, è stato un omaggio a questa ragazza martire del IV secolo, caduta sotto la terribile persecuzione di Diocleziano, che è anche protettrice della gioventù toledana. È stato bello per Toledo che la nomina sia stata annunciata in quel giorno: perché era una giovane testimone della preghiera e della carità. Ma il 9 dicembre si festeggia anche san Juan Diego, cui apparì la Madonna di Guadalupe. È un giorno importante per tutta l’America Latina e quindi anche per la Spagna!

Come affronta questo nuovo incarico? Ha compiuto degli studi in Liturgia?

Cañizares Llovera: Fin dagli inizi della mia formazione sacerdotale mi sono sempre appassionato alla liturgia. Prima della tesi dottorale in Teologia pastorale e catechetica ho studiato le letture nel Triduo pasquale della liturgia ispanica. Da sacerdote ho insegnato Liturgia e Catechesi. Da vescovo, prima ad Avila, poi a Granada e quindi a Toledo, una delle mie principali preoccupazioni è stata che nelle diocesi che il Signore mi aveva affidato la liturgia eucaristica venisse celebrata dappertutto con sobrietà e bellezza, e sempre nel rispetto delle norme stabilite dalla Chiesa. La messa infatti è davvero la fonte e il culmine della vita cristiana – come ci ha ricordato il Concilio Vaticano II –, e per questo non può essere celebrata in modo indegno. L’Eucaristia è davvero il cuore della Chiesa, e quindi l’adorazione eucaristica, all’interno della celebrazione liturgica ma non solo, è un’azione decisiva per la vita delle nostre comunità.

La sua formazione sacerdotale è maturata durante la transizione dal pre al post Concilio...

Cañizares Llovera: In effetti sono entrato nel seminario diocesano di Valencia nel 1961, a 16 anni, quindi dal 1964 al 1968 ho studiato alla Pontificia Università di Salamanca dove ho conseguito la laurea in Teologia. Nel 1970 sono stato ordinato sacerdote e l’anno successivo ho conseguito, nello stesso Ateneo, il dottorato con la specializzazione in Catechesi.

Quindi lei è il primo prefetto della Congregazione per il Culto divino ad aver celebrato da subito col Novus Ordo postconciliare...

Cañizares Llovera: Evidentemente è così. Ho celebrato con il Messale del 1962 solo recentemente, nel 2007, quando ho ordinato due sacerdoti dell’Istituto Cristo Re a Gricigliano, vicino Firenze.

Che ricordo ha di quella fase di riforma liturgica?

Cañizares Llovera: Credo che un approfondimento e un rinnovamento della liturgia fossero necessari. Ma per come l’ho vissuta io non è stata una operazione perfettamente riuscita. La prima parte della costituzione Sacrosanctum Concilium non è entrata nel cuore del popolo cristiano. C’è stato un cambiamento nelle forme, una riforma, ma non un vero rinnovamento come chiede la Sacrosanctum Concilium.
A volte si è cambiato per il semplice gusto di cambiare rispetto a un passato percepito come tutto negativo e superato. A volte si è concepita la riforma come una rottura e non come uno sviluppo organico della Tradizione. Da qui tutti i problemi suscitati dai tradizionalisti legati al rito del 1962.

Quindi si è trattato di una riforma che, nei fatti, non ha rispettato pienamente il dettato conciliare?

Cañizares Llovera: Più che altro direi che è stata una riforma che è stata applicata e soprattutto è stata vissuta come un cambiamento assoluto, come se si dovesse creare un abisso tra il pre e il post Concilio, in un contesto in cui “preconciliare” era usato come un insulto.

A dire il vero anche oggi di solito è così. Comunque, quando è stata pubblicata la sua nomina c’è chi ha descritto la sua evoluzione teologica come una parabola partita da posizioni piuttosto progressiste e approdata su lidi conservatori. In pratica lo stesso itinerario che viene “imputato” a papa Benedetto. Le ci si riconosce?

Cañizares Llovera: Nel 1967, quando studiavo da sacerdote, lessi un articolo dell’allora professore Joseph Ratzinger sul rinnovamento della Chiesa dopo il Concilio, articolo che metteva in guardia da alcune derive che erano già in atto. Lo condivisi in pieno.
Il Concilio è stata una benedizione per la Chiesa. Io l’ho sempre vissuto non come una rottura con la Tradizione ma come una conferma della Tradizione, aggiornata per poter essere offerta all’uomo di oggi.
In questo non credo di essere cambiato. Chi mi conosce bene sa che nella mia vita non ci sono state “inversioni ad u”. Basta leggere quello che ha scritto Juan Martin Velasco sul País dopo la mia nomina.

Lei sui mass media è conosciuto come il “piccolo Ratzinger”. Che effetto le fa questo epiteto?

Cañizares Llovera: Bah [sorride, ndr], sarà perché entrambi abbiamo i capelli completamente bianchi... Forse il soprannome è nato quando, tra il 1985 e il 1992, sono stato segretario della Commissione episcopale per la Dottrina della fede. Per me ovviamente è stato sempre un grandissimo onore essere paragonato al cardinale Ratzinger, a maggior ragione oggi. Ma sia chiaro, non me ne ritengo degno. Non sum dignus. Sinceramente.

Lei personalmente quando lo ha conosciuto?

Cañizares Llovera: Nel 1987, durante una riunione dei presidenti delle Commissioni episcopali europee per la Dottrina della fede. Poi questa conoscenza si è potuta approfondire anche per la mia collaborazione alla stesura del Catechismo della Chiesa cattolica pubblicato nel 1992, e alla sua traduzione in lingua spagnola. E, da ultimo, con la nomina a membro della Congregazione per la Dottrina della fede.

Un altro aspetto che la stampa ha messo in luce è quello del suo atteggiamento nei confronti dell’attuale governo spagnolo. L’hanno definita un “anti Zapatero di ferro”...

Cañizares Llovera: Per carità. Io non sono “anti” nessuno. Per definizione. Non appartiene al mio Dna. Penso poi che pochi vescovi abbiano una relazione più vicina con il governo della Spagna come il sottoscritto. Lo dimostrano, per esempio, i rapporti cordiali con la vicepresidente socialista, María Teresa Fernández de la Vega, e con il responsabile del governo socialista della Castilla-La Mancha, dove si trova Toledo. E pure con i governi socialisti dell’Andalusia, quando ero arcivescovo di Granada, i rapporti sono stati sempre buoni. Allo stesso modo sono molto amico di tanti esponenti del Partito popolare, già da quando ero vescovo di Avila – il cui sindaco, Ángel Acebes, era di quel Partito – o da quando ero sacerdote a Valencia [roccaforte del Pp, ndr]. Non sono un uomo di opposizione per partito preso a cui piace fare la “guerra”. Cerco sempre l’incontro e il dialogo. Ciò non mi impedisce, ripeto, di dire apertamente quello che la mia coscienza di cristiano e il mio dovere di pastore della Chiesa mi obbligano a dire.

In effetti la sua voce non poche volte si è alzata a criticare le iniziative del governo…

Cañizares Llovera: Come vescovo ho un dovere particolare nei confronti dei fedeli e di tutti gli spagnoli. Ho il dovere di difendere i diritti dei più deboli, come sono i non nati; ho il dovere di difendere il matrimonio così come è voluto dalla legge naturale; ho il dovere di difendere la libertà religiosa, la libertà dei genitori di educare i figli in base ai propri princìpi, la libertà della Chiesa. Come vede, si tratta di promuovere i grandi “sì” alla vita e alla famiglia così come ci viene richiesto dal Vangelo di Gesù. Per il bene dell’uomo e di tutta la società. Noi non vogliamo imporre nulla. Vogliamo avere la libertà di proporre. Noi amiamo la libertà. Senza la libertà una società non ha futuro. Il pericolo oggi è che questa libertà venga annullata.

In che senso?

Cañizares Llovera: La libertà non è possibile senza la verità e senza la ragione. Il pericolo di oggi è quello di voler separare la libertà dalla verità. In questo senso può darsi che alcune mie affermazioni siano percepite come critiche nei confronti di alcuni provvedimenti del governo. Ma su queste questioni la Chiesa non può tacere. Tradirebbe Gesù. Siamo la Sua Chiesa e non possiamo andare contro quello che lui ha detto e contro i comandamenti di Dio. Noi siamo rispettosi del potere costituito. Dobbiamo esserlo, ce lo ricordano più volte le Lettere di san Pietro e di san Paolo, ma non per questo la nostra parola – su questioni centrali che riguardano la fede e la morale – può essere incatenata. Spero di essere stato chiaro.

Quindi non è vero – come pure è stato scritto – che lei è stato trasferito qui a Roma per fare un favore al governo spagnolo infastidito dal suo atteggiamento critico…

Cañizares Llovera: Fantapolitica. Non ha nulla a che vedere con la realtà. Tant’è che poi è stato scritto il contrario. La mia venuta qui a Roma non ha a che vedere con la questione dei rapporti Stato-Chiesa in Spagna. Assolutamente.

Lei è anche membro della Pontificia Commissione «Ecclesia Dei». Come valuta il motu proprio Summorum Pontificum?

Cañizares Llovera: Anche se qualcuno lo ha accolto con malumore è stato un gesto di straordinario buon senso ecclesiale. Con cui si è riconosciuto pienamente valido un rito che ha nutrito spiritualmente la Chiesa latina per più di quattro secoli. Credo che questo motu proprio sia una grazia che fortificherà la fede di gruppi tradizionalisti che già sono organicamente presenti nella Chiesa e che aiuterà il rientro dei cosiddetti lefebvriani… Sarà anche un aiuto per tutti.

Lei ha avuto contatti con i lefebvriani: che cosa pensa della revoca della scomunica nei confronti dei vescovi e le polemiche che ne sono seguite?

Cañizares Llovera: Non ho avuto contatti col mondo cosiddetto “lefebvriano”. Riguardo alla revoca della scomunica il mio pensiero è semplice.
È stato un gesto di misericordia gratuita del Santo Padre, per aiutare un loro pieno inserimento nella Chiesa cattolica. È ovvio che questo potrà avvenire solo dopo che loro riconosceranno tutto il Magistero della Chiesa, compreso quello espresso dal Concilio Vaticano II e dagli ultimi pontefici. Ma dobbiamo riconoscere che l’unità è inseparabile dalla croce.

E riguardo alle affermazioni negazioniste o riduzioniste della Shoah del vescovo Williamson?

Cañizares Llovera: Si tratta di farneticazioni che il Papa e la Santa Sede hanno ripetutamente e fermamente respinto. Spero e prego che quanto prima vengano ufficialmente e chiaramente rinnegate dall’interessato.
Aggiungo però che non è stato un bello spettacolo il modo in cui il Papa è stato trattato, anche da chi è dentro la Chiesa, in tutta questa vicenda. Per fortuna almeno, la Chiesa spagnola ha emesso un bel comunicato di filiale sostegno al nostro grande Benedetto XVI.

Torniamo alla liturgia. Lei in quanto arcivescovo di Toledo ha celebrato anche nell’antichissimo rito mozarabico…

Cañizares Llovera: In effetti ogni giorno nella Cattedrale di Toledo si celebra la messa, e si recitano le lodi, anche secondo questo antichissimo rito, che sopravvisse alla riforma tridentina. Bisogna ricordare infatti – e a qualcuno forse non piace farlo – che il cosiddetto Messale di san Pio V non abolì tutti i riti precedenti. Vennero infatti “salvati” quei riti che potevano vantare almeno due secoli di storia. E il rito mozarabico – insieme, ad esempio, al rito proprio dell’ordine domenicano – era tra questi. Così dopo il Concilio di Trento non ci fu una assoluta uniformità nella liturgia della Chiesa latina.

Quali sono, oltre a quelle di cui abbiamo già parlato, le questioni che dovrà affrontare nello svolgere questa nuova missione?

Cañizares Llovera: Aiutare tutta la Chiesa a seguire pienamente quanto ha indicato il Concilio Vaticano II nella costituzione Sacrosanctum Concilium. Aiutare a comprendere pienamente quanto il Catechismo della Chiesa cattolica dice riguardo alla liturgia. Fare tesoro di quanto il Santo Padre – quando era il cardinale Joseph Ratzinger – ha scritto sull’argomento, specialmente nel bellissimo libro Introduzione allo spirito della liturgia. Fare tesoro di come il Santo Padre – coadiuvato dall’Ufficio delle cerimonie liturgiche presieduto da monsignor Guido Marini – celebra la liturgia. Le liturgie pontificie infatti sono sempre state, e sono tuttora, esemplari per tutto l’orbe cattolico.

In una intervista concessa in Spagna lei ha elogiato la decisione del Papa di distribuire l’eucaristia, nelle liturgie da lui presiedute, solo in ginocchio e solo nella bocca. Si prevedono cambiamenti a riguardo nella disciplina universale della Chiesa?

Cañizares Llovera: Come è noto l’attuale disciplina universale della Chiesa prevede che di norma la comunione venga distribuita nella bocca dei fedeli. C’è poi un indulto che permette, su richiesta degli episcopati, di distribuire la comunione anche sul palmo della mano. Questo è bene ricordarlo. Il Papa, poi, per dare maggiore risalto alla dovuta reverenza con cui dobbiamo accostarci al Corpo di Gesù, ha voluto che i fedeli che prendono la comunione dalle sue mani lo facciano in ginocchio. Mi è sembrata una iniziativa bella ed edificante del vescovo di Roma. Le norme attuali non obbligano nessuno a fare lo stesso. Ma neanche lo impediscono.

Lei già conosce l’Italia e la Curia romana?

Cañizares Llovera: Conosco queste due realtà meno di quanto dovrei. Spero di recuperare presto.

Dalla Spagna che impressione ha avuto della Chiesa italiana?

Cañizares Llovera: Molto buona. La Chiesa italiana ci è stata di esempio. E lo è stata anche per me personalmente. È una Chiesa di popolo che sa parlare con chiarezza e rispetto, e che allo stesso tempo svolge una grande opera di aiuto alle frange più bisognose della società italiana.

Lei ha preso possesso del suo ufficio pochi giorni dopo la nomina. Ma prima di stabilirsi qui a Roma è tornato un paio di volte in Spagna: ha avuto colloqui col re e con il premier Zapatero e ha accompagnato il segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone, nella sua visita a Madrid di inizio febbraio. Quali sono i timori e le speranze per il suo Paese?

Cañizares Llovera: Temo che l’ondata laicista e relativista che investe la società prosegua intaccando principi e valori fondamentali su cui si è costruita la nostra nazione: la fede cattolica, la vita, la famiglia, l’educazione. Spero e prego che la Chiesa sia capace di presentare agli spagnoli il volto autentico di Gesù, che gli spagnoli aprano o riaprano il proprio cuore a Gesù che offre a tutti la speranza di una vita nuova, più bella e degna di essere vissuta. Spero e prego che i miei concittadini aprano il cuore e la mente a Gesù e non recidano le radici cristiane che sono alla base della nostra storia e dell’unità del nostro Paese.

Da arcivescovo di Granada ha avuto modo di vedere da vicino quale è stata l’influenza e l’eredità arabo-musulmana nella storia della Spagna. Che riflessioni ha fatto in proposito?

Cañizares Llovera: La dominazione musulmana è durata secoli. E sembrava una questione finita. Non le nascondo che non manca una certa preoccupazione, perché nel mondo islamico c’è chi oggi vorrebbe recuperare all’islam le nostre terre. Fermo restando che noi cattolici vogliamo avere buoni rapporti con tutti, musulmani compresi, questi progetti – che non sembrano essere solo teorici – non possono non turbarci.

Teme per l’unità del suo Paese?

Cañizares Llovera: L’unità della Spagna è un bene morale, prepolitico, costitutivo della nostra identità. Non è solo una questione politica. Questa unità ha origine nel terzo Concilio di Toledo del 589, quando il re visigoto Recaredo si è convertito alla vera fede e ha abbandonato l’arianesimo, favorendo così un pieno amalgama tra le componenti latina e germanica della popolazione. Il cardinale Ratzinger lo ricordò in una sua conferenza in cui disse che il Concilio di Toledo fu in qualche modo anche l’atto fondativo dell’Europa. Per questo ritengo che l’unità della Spagna sia un bene non negoziabile.

Però nel corpo episcopale spagnolo ci sono a riguardo sensibilità diverse da parte dei presuli delle regioni più autonomiste…

Cañizares Llovera: La Conferenza episcopale spagnola ha approvato un documento in cui l’unità del Paese è considerata un bene morale. E lo ha fatto con un voto chiarissimo.

Cosa pensa della causa di beatificazione di Isabella di Castiglia?

Cañizares Llovera: Isabella era una donna di grande fede, una sposa esemplare, una regina con uno zelo apostolico unico, una grande cristiana. Diede il permesso a Colombo di recarsi oltreoceano solo a patto che il suo primo fine fosse quello di evangelizzare le terre che avrebbe scoperto. Credo e spero che quanto prima possa salire all’onore degli altari. Confesso che da arcivescovo di Granada spesso, specialmente quando avevo qualche problema importante da affrontare, andavo a pregare davanti alla tomba di Isabella che si trova nella Cattedrale, e sempre ho sentito il suo aiuto.

In una intervista a La Razón ha detto che l’ultimo film che ha visto è stato La vita è bella di Roberto Benigni.

Cañizares Llovera: È un film bellissimo, aperto alla vita e alla speranza. A dire il vero è la quarta volta che lo vedo. E ogni volta che lo faccio mi commuovo sempre di più. La vita è veramente bella perché è un dono di Dio.

© Copyright 30Giorni, febbraio 2009


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Ecco le «pagelle» delle messe

di Andrea Tornielli

«Sai che differenza c’è tra un liturgista e un terrorista? Che con il secondo si può trattare...».

La battuta, ferocissima contro la benemerita categoria degli esperti di liturgia, fece ridere di gusto l’allora cardinale Ratzinger, che prima di diventare Papa, inascoltato, chiese più volte tolleranza verso i tradizionalisti, criticando al contempo la messa «degenerata in show» che non di rado veniva celebrata nelle chiese cattoliche.

Dittatura di certi liturgisti, creatività esuberante di certi sacerdoti che presiedono le funzioni rubando la scena al vero Protagonista per mettere, per lo più inconsapevolmente, se stessi o l’assemblea al centro dell’attenzione.
Messe con l’accompagnamento di canti modulati sulle note dei successi dei Beatles, processioni d’offertorio che vedono portare all’altare praticamente di tutto, dagli scarponi rotti al ferro da stiro, balli che «c’azzeccano» come i cavoli a merenda con la nostra cultura e la nostra sensibilità, mentre hanno un senso in Africa o in Oceania.
Chiese di nuova costruzione che sembrano concepite da architetti con seri problemi di adattamento e assomigliano ad enormi garage, a cupe caserme rivestite di piombo, a luminescenti centri commerciali o a insignificanti palestre. Con acustiche pessime, calde d’estate e fredde d’inverno. Luoghi di culto che a tutto inducono chi vi entra, tranne che alla preghiera, al raccoglimento, all’immergersi nel mistero.
Per districarsi in questo mondo, per capire quali siano le messe «da non perdere» e quelle perdibili, arriva in libreria la Guida alle messe (Mondadori, pagg. 313, euro 15), scritta da Camillo Langone, che in questi ultimi anni ha percorso in lungo e in largo parrocchie, chiese e santuari d’Italia partecipando alle liturgie domenicali e stilandone una classifica.
La guida Michelin delle celebrazioni potrebbe sembrare un’operazione dissacrante.
Le messe trattate alla stregua dei ristoranti, dalle cene di gala alla cena eucaristica, con tanto di votazione: al posto delle canoniche stellette, delle candele (da una a cinque) per classificare gli arredi della chiesa, e dei messali (sempre da uno a cinque), per valutare la «qualità» della liturgia. Langone non fa mistero di alcuni suoi chiodi fissi che diventano criteri di giudizio: le sedie e le panche con o senza inginocchiatoio, le candele vere o finte. La possibilità di genuflettersi durante la consacrazione dice molto di come si concepisce la liturgia in una chiesa.
Complice la maggiore praticità delle sedie - più facile aggiungerle, toglierle, spostarle - ma soprattutto una serpeggiante ideologia liturgica che avverte come fumo negli occhi ogni atto di vera adorazione, si preferisce, al fine della «partecipazione attiva» del fedele, che se ne rimanga sempre in piedi o seduto. L’inginocchiatoio è importante e veramente democratico: nessuno vi punterà la pistola alla tempia, obbligandovi alla genuflessione. Ma chi vorrà liberamente farla, pur non avendo più vent’anni, sarà agevolato. E non sarà costretto a rimanere in piedi.

Langone ha ragione nell’osservare che la Chiesa post-conciliare sembra, talvolta, non tollerare più la bellezza. Sembra averla bandita, in nome del «pauperisticamente corretto».

Eppure si legge nel Vangelo che Gesù, per celebrare l’ultima cena con i dodici, scelse proprio una «sala grande e arredata». Lui, che aveva vissuto nel deserto, mangiato sotto le tende o all’aperto, frequentato le case dei farisei e dei pubblicani, al momento di istituire l’eucaristia, e solo in quel momento, predilige un luogo signorile e bello, certamente non povero.
Il senso del mistero e la bellezza sono elementi essenziali del culto. E le chiese, nella storia, hanno sempre offerto a tutti, ricchi e poveri, signori e popolani, una straordinaria ricchezza di affreschi, mosaici, quadri, statue. L’aveva ben capito Stalin, che dopo aver raso al suolo le più belle chiese di Mosca, costruì delle popolari cattedrali laiche, le artistiche stazioni della metropolitana, dove anche l’operaio costretto a vivere in un buco di pochi metri quadri negli orrendi e grigi palazzoni sovietici, poteva respirare un po’ di bellezza.
Langone divide le messe secondo varie categorie: quelle più belle, quelle da «eterni anni Settanta» e mediatiche, cioè vale a dire infestate da video al plasma che rischiano di trasformare i luoghi di culto in una succursale di uno studio televisivo; quelle «brutte ma buone», buone messe in brutte chiese, o «belle e cattive», vale a dire «cattive messe in belle chiese»; per arrivare alle messe dei movimenti, alle chiese «turistiche» e infine alle cattedrali. Il mosaico, da Nord a Sud della Penisola, è variegato. L’autore descrive liturgie di piccoli paesi e di grandi città: definisce ad esempio il duomo di Milano «chiesa-matrioska» difficilissima da valutare perché racchiude in sé l’involucro gotico e la discutibile intercapedine turistica, con annesso «Bookshop». C’è la «liturgia farinelliana», che trae il nome da don Farinella, il prete genovese che ha fatto scrivere alla Madonna una lettera in favore del voto a Veltroni e nelle sue «messe» ha abolito il segno della croce, ma ci sono anche tanti piccoli e grandi esempi di belle liturgie.
Ci sia consentito, infine, in cauda venenum (un po’ di latino è d’obbligo, in tempi di motu proprio): le oltre duecento recensioni delle messe migliori e peggiori d’Italia, «alla ricerca della messa come Dio comanda», fanno emergere chiaramente l’impostazione del loro autore, che non tollera la comunione nella mano - peraltro autorizzata dalla Cei - e soffre per le «schitarrate» durante la liturgia. Ecco, ferma restando la necessità del richiamo a curare meglio le celebrazioni, non bisogna cadere nel rischio dell’aut aut, dimenticando la legge segreta del cristianesimo, quella inclusiva e mai escludente dell’et et. La messa non va mai ridotta a pura estetica, né la liturgia a questione di pizzi, ori, merletti, candele e inginocchiatoi. Il gregoriano è stupendo, il latino è sublime, l’incenso affascina. Ma senza un po’ di cattolica ferialità, di canti popolari e di messe basse e claudicanti, di assemblee variegate e scomposte, l’atmosfera nelle nostre chiese finirebbe per essere soffocante.
Anche se liturgicamente perfetta.

© Copyright Il Giornale, 9 aprile 2009


Papa Ratzi Superstar

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La liturgia e le sue espressioni

Bellezza materiale e concretissima

di Uwe Michael Lang

La tradizione sapienziale biblica acclama Dio come "lo stesso autore della bellezza" (Sapienza, 13, 3), glorificandolo per la grandezza e la bellezza delle opere della creazione. Il pensiero cristiano, prendendo spunto soprattutto dalla sacra Scrittura, ma anche dalla filosofia classica, ha sviluppato la concezione della bellezza come categoria ontologica, anzi teologica.
San Bonaventura è stato il primo teologo francescano a includere la bellezza tra le proprietà trascendentali, insieme all'essere, alla verità e alla bontà. I teologi domenicani sant'Alberto Magno e san Tommaso d'Aquino, pur non annoverando la bellezza fra i trascendentali, intraprendono un simile discorso nei loro commentari sul trattato pseudo-dionisiano De divinis nominibus, dove emerge l'universalità della bellezza, la cui prima causa è Dio stesso.
Nella condizione della modernità, ciò che è contestato è proprio la dimensione trascendente della bellezza, commutabile con la verità e la bontà. La bellezza è stata privata del suo valore ontologico ed è stata ridotta a un'esperienza estetica, addirittura a un mero "sentimento". Le conseguenze di questa svolta soggettivista si sentono non solo nel mondo dell'arte.
Piuttosto, insieme con la perdita della bellezza come trascendentale, si è persa anche l'evidenza della bontà e della verità.
Il bene è privo dalla sua forza di attrazione, come il teologo svizzero Hans Urs von Balthasar ha rilevato con esemplare chiarezza nel suo opus magnum sull'estetica teologica Herrlichkeit (La gloria del Signore).
Certamente la tradizione cristiana conosce anche un falso tipo di bellezza che non innalza verso Dio e il suo Regno, ma invece trascina lontano dalla verità e bontà e suscita desideri disordinati.
Il libro della Genesi rende chiaro che è stata una falsa bellezza a portare al peccato originale. Visto che il frutto dell'albero in mezzo al giardino era un vero piacere per gli occhi (Genesi, 3, 6),
la tentazione del serpente provoca Adamo ed Eva alla ribellione contro Dio. Il dramma della caduta dei progenitori fa da sfondo a un passo, ne I Fratelli Karamazov (1880) dello scrittore russo Fëdor Dostoevskij (1821-1881), dove Mitia Karamazov, uno dei protagonisti del romanzo, dice: "La cosa paurosa è che la bellezza non solo è terribile, ma è anche un mistero. È qui che Satana lotta con Dio, e il loro campo di battaglia è il cuore degli uomini".
Lo stesso Dostoevskij nel suo romanzo L'idiota (1869) mette sulla bocca del suo eroe, il principe Mishkin, le famose parole: "Il mondo sarà salvato dalla bellezza". Dostoevskij non intende qualsiasi bellezza, anzi, si riferisce alla bellezza redentrice diCristo.
Nel suo messaggio magistrale per il Meeting di Rimini nel 2002, l'allora cardinale Joseph Ratzinger rifletteva su questo famoso detto di Dostoevskij, trattando l'argomento dalla prospettiva biblico-patristica.
Come punto di partenza, egli si serve del salmo 44, letto nella tradizione ecclesiale "come rappresentazione poetico-profetica del rapporto sponsale di Cristo con la Chiesa". In Cristo, "il più bello tra gli uomini", appare la bellezza della Verità, la bellezza di Dio stesso.
Nell'esegesi di questo salmo, i Padri della Chiesa, come sant'Agostino e san Gregorio di Nissa, accoglievano anche gli elementi più nobili della filosofia greca del bello, mediante la lettura dei platonici, ma non li ripetevano semplicemente, poiché con la rivelazione cristiana è entrato un nuovo fatto: è lo stesso Cristo, "il più bello tra gli uomini", al quale la Chiesa, ricordandolo come sofferente, attribuisce anche la profezia di Isaia (53, 2 ) "non ha bellezza né apparenza; l'abbiamo veduto: un volto sfigurato dal dolore".
Nella passione di Cristo si incontra una bellezza che va al di là di quella esteriore e si apprende "che la bellezza della verità comprende offesa, dolore e (...) anche l'oscuro mistero della morte, e che essa può essere trovata solo nell'accettazione del dolore, e non nell'ignorarlo", come accenna l'allora cardinale Ratzinger.
Perciò, ha parlato di una "paradossale bellezza", pur notando che il paradosso "è una contrapposizione, ma non una contraddizione", quindi è nella totalità che si rivela la bellezza di Cristo, quando contempliamo l'immagine del Salvatore crocifisso, che mostra il suo "amore sino alla fine" (Giovanni, 13, 1).
La bellezza redentrice di Cristo si riflette soprattutto nei santi di ogni epoca, ma anche nelle opere d'arte che la fede ha generate: esse hanno la capacità di purificare e di sollevare i nostri cuori e, così, di portarci al di là di noi stessi verso Dio, che è la Bellezza stessa.
Il teologo Joseph Ratzinger è convinto che questo incontro con la bellezza "che ferisce l'anima e in questo modo le apre gli occhi" sia "la vera apologia della fede cristiana".
Da Papa, ha ribadito questi suoi pensieri nell'incontro con il clero di Bolzano-Bressanone dell' 8 agosto 2008 e nel suo messaggio in occasione della recente seduta pubblica delle Pontificie Accademie del 24 novembre 2008: "Questo" - ha detto il Santo Padre nella prima circostanza - "è in qualche modo la prova della verità del cristianesimo: cuore e ragione si incontrano, bellezza e verità si toccano".
Occorre aggiungere che per Benedetto XVI la bellezza della verità si manifesta soprattutto nella sacra liturgia.
Infatti, ha ripreso la sua riflessione sulla bellezza redentrice di Cristo nella sua esortazione apostolica postsinodale Sacramentum Caritatis (22 febbraio 2007), dove riflette sulla gloria di Dio che si esprime nella celebrazione del mistero pasquale.
La liturgia "costituisce, in un certo senso, un affacciarsi del Cielo sulla terra. (...) elemento costitutivo, in quanto è attributo di Dio stesso e della sua rivelazione. Tutto ciò deve renderci consapevoli di quale attenzione si debba avere perché l'azione liturgica risplenda secondo la sua natura propria" (n. 35).
La bellezza della liturgia si manifesta anche attraverso le cose materiali di cui l'uomo, fatto di anima e corpo, ha bisogno per raggiungere le realtà spirituali: l'edificio del culto, le suppellettili, le immagini, la musica, la dignità delle cerimonie stesse. La liturgia esige il meglio delle nostre possibilità, per glorificare Dio Creatore e Redentore.
Nell'udienza generale del 6 maggio 2009, dedicata a san Giovanni Damasceno, noto come difensore del culto delle immagini nel mondo bizantino, Benedetto XVI spiega "la grandissima dignità che la materia ha ricevuto nell'Incarnazione, potendo divenire, nella fede, segno e sacramento efficace dell'incontro dell'uomo con Dio".
Va riletto in merito anche il capitolo sul "Decoro della celebrazione liturgica" nell'ultima enciclica Ecclesia de Eucharistia del servo di Dio Giovanni Paolo II (17 aprile 2003), dove insegna che la Chiesa, come la donna dell'unzione di Betania, identificata dall'evangelista Giovanni con Maria sorella di Lazzaro (Giovanni, 12; cfr. Matteo, 26; Marco, 14), "non ha temuto di "sprecare", investendo il meglio delle sue risorse per esprimere il suo stupore adorante di fronte al dono incommensurabile dell'Eucaristia" (47-48).
La questione liturgica è anche essenziale per la valorizzazione del grande patrimonio cristiano non soltanto in Europa, ma anche nell'America Latina e in altre parti del mondo, dove il Vangelo è stato proclamato da secoli.
Nel 1904, lo scrittore Marcel Proust (1871-1922) pubblicò un celebre articolo su "Le Figaro", intitolato La mort des cathédrales, contro la progettata legislazione laicista che avrebbe portato a una soppressione dei sussidi statali per la Chiesa e minacciava l'uso religioso delle cattedrali francesi.
Proust sostiene che l'impressione estetica di questi grandi monumenti sia inseparabile dai sacri riti per i quali sono state costruite. Se la liturgia non viene più celebrata in esse, saranno trasformate in freddi musei e diventeranno proprio morte.
Una simile osservazione si trova negli scritti di Joseph Ratzinger, cioè che "la grande tradizione culturale della fede possiede una forza straordinaria che vale proprio per il presente: ciò che nei musei può essere solo testimonianza del passato, ammirata con nostalgia, nella liturgia continua a diventare presente vivo" (Introduzione allo Spirito della Liturgia, p. 152).
Durante il suo recente viaggio in Francia, il Papa si è riferito a questa idea nella sua omelia per i vespri celebrati il 12 settembre 2008, nella splendida cattedrale Notre-Dame di Parigi, elogiandola come "un inno vivente di pietra e di luce" a lode del mistero dell'Incarnazione del Figlio di Dio nella beata Vergine Maria.
Era proprio lì, dove il poeta Paul Claudel (1868-1955) aveva avuto una singolare esperienza della bellezza di Dio, durante il canto del Magnificat ai vespri di Natale 1886, la quale lo condusse alla conversione. È questa via pulchritudinis che può diventare strada dell'annuncio di Dio anche all'uomo di oggi.

(©L'Osservatore Romano - 8-9 giugno 2009)


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13/06/2009 17.52
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Dal blog di Lella...

La provocazione

In un saggio, edito da Cantagalli, lo scrittore tedesco accusa le riforme del Vaticano II: avrebbero cancellato la bellezza del rito

«I nuovi iconoclasti hanno distrutto la fede»

Mosebach: si torni alla liturgia precedente al Concilio

di MARIA ANTONIETTA CALABRÒ

Proprio nella società dell’immagine la Chiesa ha subito l’attacco di nuovi iconoclasti, che attraverso lo svilimento della liturgia hanno assestato negli ultimi 35 anni un colpo gravissimo alla fede cattolica, determinando «una catastrofe storica e religiosa».
Le tinte usate da Martin Mosebach sono addirittura caravaggesche, la vis polemica non risparmia nessuno.
L’appassionata apologia della bellezza della grande tradizione liturgica della Chiesa viene svolta non da un teologo, non da un canonista, ma da uno dei più importanti scrittori e letterati tedeschi. Cioè, proveniente da una nazione dove più forti sono stati gli stravolgimenti postconciliari. Nazione che ha pure dato i natali all' attuale pontefice, Benedetto XVI, il quale sottolinea sempre più spesso (ad esempio nell’omelia del Corpus Domini) il rischio di secolarizzazione nella Chiesa e che bisogna «rispettare la liturgia».
E che la Chiesa non è un’Ong.
«Il kitsch linguistico, musicale, in pittura e in architettura ha inondato completamente l'immagine esterna degli atti pubblici della Chiesa», scrive Mosebach nel saggio di cui sta per uscire la traduzione italiana. Titolo e sottotitolo non lasciano dubbi. Descrivono L’eresia dell’informe, alludono chiaramente ad un «nemico» mefistofelico dell’antica liturgia romana «che propriamente si dovrebbe chiamare gregoriana», ma viene piuttosto definita tridentina, quasi a sottolinearne negativamente la relazione con la Controriforma.
La pubblicazione riaccenderà sicuramente il dibattito sulla chiusura dello scisma dei lefebvriani, sulla restaurazione della tradizione e anche sul riavvicinamento tra Chiesa cattolica e Chiese orientali che, a partire da quella ortodossa, secondo Mosebach, hanno saputo «preservare» la tradizione plurimillenaria della liturgia più e meglio della Chiesa latina.
«La Messa di San Gregorio Magno, l’antica liturgia latina, si trova oggi riservata a 'frange stravaganti' della Chiesa romana, mentre la liturgia divina di San Giovanni Crisostomo vive in tutto il suo splendore al centro della Chiesa ortodossa».
Al livello del «senso comune», dello scrittore che descrive i comportamenti, Mosebach si mette sulla scia del grande teologo svizzero von Balthasar la cui opera principale è «Gloria, per un’estetica teologica» e il primo volume è intitolato proprio «La percezione della forma». Forma e contenuto non possono essere scissi, afferma Mosebach, diabolicamente (diaballein, separare) separati.
Così come l’uomo è anima e anche corpo. Per questo la forma che la liturgia ha assunto nei secoli, con processo lento e quasi involontario, non è indipendente dal contenuto salvifico della Messa. «Solo santi come Ambrogio o Agostino o Tommaso d’Aquino — scrive Mosebach — avrebbero potuto aggiungere qualcosa alla Messa, non uomini chiusi in un ufficio, nemmeno abitando nella Città del Vaticano».
Così «il modernizzatore e progressista Paolo VI» s’è fatto «tiranno della Chiesa » secondo l’accezione della parola data nell’antichità quando «l’interruzione della tradizione da parte del sovrano era definita atto di tirannia».
L’unico paragone storico adatto per descrivere questa guerra alla «bellezza della liturgia», questo volto visibile del Mistero, secondo Mosebach è l’iconoclastia bizantina, tra il l’VIII e il IX secolo, la cosiddetta guerra delle icone. Però la iconoclastia liturgica della nostra epoca ha questo di diverso: «Ai miei occhi, sorge per ischemia e infiacchimento religiosi». Nella sua essenza costituisce un oblio: «Ciò che vale per l’arte, in misura ancora superiore deve riguardare la preghiera pubblica della Chiesa: il brutto non può che derivare dal non vero e, nell’ambito della religione, questo significa la presenza del satanico».
L’intellettuale tedesco dà questa impietosa definizione: «Il modello della nuova liturgia è il tavolo presidenziale di una riunione di partito o di una associazione con microfono e fogli, a sinistra sta un vaso ikebana con piante esotiche bizzarre di colore arancio con vecchie radici, a destra si trovano due luci da televisione posate su candelieri fatti a mano. Con dignità e raccoglimento, i membri del consiglio di amministrazione guardano il pubblico, come i chierici durante una concelebrazione. Una tale assemblea, regolata da un democratico ordine del giorno, è il fenotipo della nuova liturgia, e questo non è altro che una conseguenza inevitabile del fatto che chi non vuole il mistero sovratemporale, questi inevitabilmente approderà alla realtà politica e sociale».
Una terza via non è data, spiega l’Autore. Naturalmente ogni tanto si giunge a rotture: «Vi sono chierici che non trovano semplice fissare il volto che conviene alla consacrazione. Qual è l’espressione del volto che si addice alla consacrazione?».
Cosicché il successo della celebrazione è data dalla «performance» del prete. E sull’altare, al posto del Crocefisso, c’è il microfono per la predica, di vari tipi: «untuosa o saccente, intellettuale o rimbombante, intimistica o sobria».
E non mancano le light night candles. Una citazione di Goethe, un dialogo di Faust che esprime il giudizio senz’appello dell’Autore: «Ho spesso sentito questo vanto / un commediante potrebbe insegnare ad un prete. / Certo se il prete è un commediante / talvolta questo è quello che può diventare».
Sull’altro fronte, quello dei fedeli, c’è la tanto spesso invocata loro «partecipazione attiva» alla Messa. Ma cosa ci fu di attivo nella Lavanda dei piedi — si chiede — visto che addirittura san Pietro vi si voleva sottrarre? Per i fedeli è anche indifferente stare in piedi o seduti. Quasi mai in ginocchio. Mentre è «attraverso i segni dell’adorazione, che ho potuto vedere fin dalla mia prima giovinezza — afferma Mosebach — l’Ostia è divenuta per me ciò che essa, secondo la tradizione della Chiesa esige di essere: un Essere vivente».

© Copyright Corriere della sera, 13 giugno 2009 consultabile online anche qui.

Denuncia

«Il kitsch linguistico, musicale, in pittura e in architettura ha inondato completamente l'immagine esterna degli atti pubblici della Chiesa»

L’autore

Martedì esce in Italia il saggio di Martin Mosebach, «L’eresia dell’informe. La liturgia romana e il suo nemico» (Cantagalli, pp. 252, e 17,90), una difesa della liturgia cattolica tradizionale. Il volume si inserisce nel filone culturale portato avanti da papa Benedetto XVI che l’altro ieri, durante la liturgia del Corpus Domini, ha detto che «bisogna rispettare la liturgia» e più volte, negli ultimi «Angelus», ha parlato contro la secolarizzazione della Chiesa e la sua «trasformazione in una Ong».

Il Papa

Benedetto XVI è tra gli ispiratori del recupero della liturgia proposto da Mosebach nel suo libro
Contro Paolo VI
Il Papa «modernizzatore e progressista» si sarebbe fatto «tiranno», nell’antico senso di «interruzione della tradizione da parte del sovrano»


Da meditare!
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"CON IL CUORE SPEZZATO... SEMPRE CON TE!"
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LUNEDÌ 29 GIUGNO 2009

Il vescovo di Basilea ai "difensori del Concilio": abbiate un po’ d’onestà

Father Z. nel suo blog riporta la lettera del vescovo di Basilea, Svizzera, ai suoi preti per il luglio 2009 (questo il link al sito della diocesi). Da leggere con attenzione, sapendo come l’ambiente ecclesiale della Svizzera tedesca sia, al pari della Germania, su posizioni di estrema critica verso il Papa e la sua posizione circa il Concilio e la Tradizione.

Che cosa mi spinge?

Più onestà, per favore!


Nelle ultime settimane molti giornalisti, e anche qualcuno nel clero, hanno espresso la loro opinione su Papa Benedetto. In queste opinioni erano anche contenute molte mezze verità, bugie, e calunnie. La peggiore accusa afferma che il Papa vuole tornare indietro a prima del Concilio Vaticano II. Questa accusa è la peggiore perché implica che proprio la persona che possiede l’autorità di insegnare della Chiesa universale starebbe lavorando per minare l’autorità del Concilio. Questa sentenza, comunque, sarebbe completamente erroneo. Da giovane teologo, Benedetto XVI contribuì molto al Concilio. Chiunque voglia comprendere il Papa ora – non solo dai media – ma anche leggendo ciò che scrive, arriverebbe alla conclusione che egli ha orientato il suo intero magistero sul Concilio [mah: questa affermazione, che si giustifica nello sforzo del vescovo di difendere il Papa dall’accusa fin troppo frequente di "leso Concilio", è in realtà eccessiva: Benedetto XVI fonda il suo Magistero più sui Padri della Chiesa, che sul Concilio, che certo non intende ripudiare bensì reinserire – come si sarebbe dovuto fare fin dall’inizio – nel solco di duemila anni di tradizione della Fede, criticando espressamente l’abusiva esaltazione del Concilio a "superdogma". La riprova di quanto affermato è nella sua ultima – ad oggi – enciclica Spe salvi: unico caso da quarant’anni, essa non cita documenti conciliari, nemmeno una volta!]. Come dovremmo allora capire questa accusa?

[E ora viene il bello...] Molte persone hanno firmato una petizione per l’accettazione senza restrizioni del Concilio. Tanto per cominciare, l’espressione "accettazione senza restrizioni " mi irrita perché io non conosco nessuno, me compreso, a cui si possa applicare. Alcuni esempi scelti a caso basteranno:

Il Concilio non ha abolito il latino nella liturgia. Al contrario, enfatizza che nel rito romano, salvi casi eccezionali, l’uso della lingua latina deve essere mantenuto. Chi tra i vocianti difensori del concilio desidera "accettare senza restrizioni" ciò?

Il Concilio ha dichiarato che la Chiesa considera il canto gregoriano come la "musica propria del rito romano" e che perciò deve avere "posto principale". In quante parrocchie questo è applicato "senza restrizioni "

Il Concilio ha richiesto espressamente che le autorità di governo volontariamente rinunzino a quei diritti di partecipare alla scelta dei vescovi, come insorti nel corso del tempo. Quale difensore del concilio si batte "senza restrizioni " per quello? [per comprendere tale punto, dobbiamo ricordare che in parecchie diocesi del mondo germanico, compresa quella di Basilea, vigono antichi privilegi per cui i vescovi sono scelti con elezioni tra il clero locale, o simili rappresentanze. L’esito è che la scelta diventa appannaggio di cricche semi-politiche o correnti ecclesiali di gruppi e movimenti. Da notare che la rivendicazione dell’elezione dei vescovi su base locale e senza interferenze da Roma è uno dei cavalli di battaglia dei progressisti, appunto di quelli che abusivamente si sciacquano sempre la bocca con un Concilio che, su quasi tutti i punti, ha detto il contrario di quanto essi oggi sostengono]

Il Concilio descrive la natura fondamentale della liturgia come celebrazione del mistero pasquale e il sacrificio eucaristico come "il completamento dell’opera della nostra salvezza". Come può accordarsi tutto questo con la mia esperienza, fatta in molte differenti parrocchie, che la comprensione sacrificale della Messa è stata completamente eliminata dal linguaggio liturgico e la Messa è ora intesa solo come una cena o "lo spezzare del pane"? In quale modo si può giustificare questo cambiamento profondo richiamandosi al Concilio?

Nessun incarico della Chiesa ha ricevuto più importanza dal Concilio di quello del vescovo [vero: anche troppo, a discapito del ruolo sacerdotale!]. Come possiamo allora comprendere la vasta diminuzione in Svizzera di questa carica ecclesiale, che viene giustificata in riferimento al Concilio? Quando, ad esempio, Hans Kung nega completamente l’autorità docente dei vescovi, concedendo loro solo l’incarico di guida pastorale?
Non sarebbe difficile allungare questa litania. Anche così, dovrebbe essere ovvio perché io chiedo più onestà nel corrente dibattito sul Concilio. Invece di accusare gli altri, e perfino il Papa, di voler tornare a prima del Concilio, ciascuno farebbe bene a tornare a leggere i propri libri e verificare la propria personale posizione sul Concilio. Perché non tutto quello che fu detto e fatto dopo il Concilio, è avvenuto in accordo con il Concilio – e questo riguarda anche la diocesi di Basilea. In ogni caso, le ultime settimane mi hanno mostrato che un problema primario nella situazione attuale, è stata una comprensione e accettazione del Concilio molto povera, e in parte molto partigiana, perfino da cattolici che difendono il Concilio "senza restrizioni". A questo riguardo noi tutti, e ancora una volta anche io, abbiamo molta strada da fare. Perciò ripeto nuovamente la mia urgente richiesta: più onestà, per favore.

+ Kurt Koch


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Papa Ratzi Superstar

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"CON IL CUORE SPEZZATO... SEMPRE CON TE!"
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LUNEDÌ 6 LUGLIO 2009

Intervista al card. Castrillòn Hoyos

Traduciamo il seguente articolo, apparso sul giornale colombiano El Tiempo:

E’ in Vaticano da più di 20 anni, da quando il Papa Giovanni Paolo II lo chiamò a lavorare al suo fianco. Il sacerdote, nato a Medellìn il 4 luglio 1929, fu uno dei primi vescovi a raggiungere la curia romana.
Benché non abbia ricevuto la comunicazione ufficiale del termine del suo incarico da parte di Benedetto XVI, già sa che il suo lavoro nella commissione che stava presiedendo, la Ecclesia Dei, termina oggi.
Inoltre essendo cardinale, non potrà votare nel conclave, ossia nell’elezione di un nuovo Papa.
Comunque, in dialogo telefonico da Roma con EL TIEMPO, ha spiegato che questo non equivale a un ritiro definitivo. Vivrà a Roma, anche se – dice – avrà più tempo per venire in Colombia, scriverà un libro sul rito antico cattolico e darà conferenze. E, più importante per lui, si dedicherà alle parrocchie.

- E ora a che pensa di dedicarsi?
Terminerò un libro che ho iniziato a preparare sull’antico rito gregoriano e varie conferenze e seminari su questo tema. E mi dedicherà al lavoro nelle parrocchie, che è la cosa più gratificante.

- E dove vivrà?
Continuerò a stare qui in Vaticano. Continuo a essere cardinale; quel che succede è che non devo più "timbrare il cartellino". Resterò a Roma, però avrò più tempo per andare in Colombia.
- Come si sente?
Felice che il Signore mi abbia permesso di raggiungere in buona salute quest’età. Mi sento felice dei progetti che ho seguito. Non penso nel quarto d’ora passato, penso nel quarto d’ora che viene. Uno non si ritira quando è impegnato con Cristo.

- Quali sono stati questi progetti?
All’Ecclesia Dei mi ero riproposto tre cose e ho potuto compierle. Primo, che tutti i sacerdoti del mondo potessero celebrare liberamente la Messa, che si liberasse il rito antico senza opposizione al nuovo e senza che fosse obbligatorio. Secondo, far conoscere la ricchezza di questo rito, e terzo, togliere la scomunica dei vescovi lefebvriani e avvicinarli di nuovo alla Chiesa.

- Come è finito lo scandalo per quest’ultimo punto?
E’ stato transitorio, però ha fatto molto danno. Loro (i lefebvriani) furono scomunicati perché furono ordinati senza permesso, non per altro. Quando fu tolta la scomunica apparirono le dichiarazioni, sbagliate, di mons. Williamson, che negò l’olocausto nazista. Però questa cosa non ha niente a che vedere con l’altra.

- In quel frangente si speculò che le relazioni col Papa si fossero guastate.
Per nulla! Le mie relazioni col Santo Padre sono state ottime sempre e continuano ad esserlo.

- Che cosa le manca?
Vedere che tutto il mondo si converta, che vada a messa e si confessi, che tutte le famiglie sian benedette da Dio.

[..]


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Vaticano/ Ranjith: Su messa in latino non mi pento di frasi forti

Presule aveva denunciato insubordinazione, arbitrii liturgici

Monsignor Malcom Ranjith non si pente.
Rimandato nel suo Sri Lanka come vescovo della capitale Colombo dopo tre anni alla congregazione vaticana per il Culto divino, Ranjith torna, in un'intervista ad 'Avvenire', sulle esternazioni pronunciate nel corso degli anni a favore della messa in latino che gli hanno valso la diffidenza di alcuni ambienti della Curia romana.
"Forse ho usato toni un po' forti - ammette - ma sinceramente non mi pento di quanto ho detto. La storia e il Signore mi giudicheranno".
"Ho cercato in questi pochi anni di assicurare che ci sia più dibattito e riflessione su quegli aspetti della liturgia che sfortunatamente sono stati messi ai margini ma che di fatto appartengono all'essenziale", afferma mons. Albert Malcom Ranjith Patabendige.
Nei tre anni al dicastero vaticano responsabile della liturgica il vescovo è stato interprete vocale delle istanze papali.
Fino a denunciare una "ribellione" a Benedetto XVI rispetto al Motu proprio da parte dei vescovi di tutto il mondo e a esplicitare la retta concezione della liturgia secondo il Vaticano di Ratzinger.
"Sono contrario ai balli e agli applausi nel corso delle messe, che non sono un circo né uno stadio", ha avuto a dire il vescovo srilankese.
"In quanto alle omelie, esse devono riguardare, come ha sottolineato il Papa, esclusivamente l'aspetto catechetico evitando sociologismi e chiacchiere inutili.
Ad esempio, spesso i sacerdoti la buttano sul politico perché non hanno preparato bene l'omelia, che invece deve essere scrupolosamente studiata".

© Copyright Apcom


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Mons. Bartolucci interviene sulla riforma liturgica e sulla "riforma della riforma"

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Riorientare la Messa

Padre Lang spiega come si deve essere “rivolti al Signore”

LONDRA, giovedì, 25 ottobre 2007 (ZENIT.org).

L’obiezione che solitamente viene sollevata rispetto alla forma antica di celebrare la Messa è che il sacerdote dà le spalle alla comunità, ma questo è un falso problema, secondo padre Uwe Michael Lang.
La postura “ad orientem” - verso oriente - riguarda piuttosto la volontà di assumere una direzione comune (tra comunità e sacerdote) nella preghiera liturgica, aggiunge.

Padre Lang del London Oratory, recentemente nominato alla Pontificia Commissione per i beni culturali della Chiesa, è autore del libro “Rivolti al Signore. L’orientamento nella preghiera liturgica”. Il libro è stato pubblicato inizialmente in Germania da Johannes Verlag e poi in inglese da Ignatius Press. Successivamente è apparso anche in italiano (ed. Cantagalli), francese, ungherese e spagnolo.

In questa intervista rilasciata a ZENIT, padre Lang parla della postura “ad orientem” e della possibilità di riscoprire questa antica pratica liturgica.

Come si è sviluppata, nella Chiesa dei primi secoli, la pratica di celebrare la liturgia “ad orientem”, rivolti verso oriente? Qual è il suo significato teologico?

Padre Lang: Nella maggior parte delle religioni, la posizione che si assume nella preghiera e nell’orientamento dei luoghi sacri è determinata da una “direzione sacra”. La direzione sacra dell'ebraismo è verso Gerusalemme o più precisamente verso la presenza del Dio trascendente “shekinah” nel Sancta Sanctorum del Tempio, come si legge in Daniele 6,11.
Anche dopo la distruzione del Tempio, l’uso di rivolgersi verso Gerusalemme è rimasto nella liturgia della sinagoga. È così che gli ebrei hanno espresso la loro speranza escatologica per l’arrivo del Messia, per la ricostruzione del Tempio e per il rientro del popolo di Dio dalla diaspora.
I primi cristiani non si volgevano più verso la Gerusalemme terrena, ma verso la nuova Gerusalemme celeste. La loro ferma convinzione era che con la seconda venuta, nella gloria, il Cristo risorto avrebbe radunato il suo popolo per costituire questa città celeste.
Essi vedevano nel sorgere del sole un simbolo della Risurrezione e della seconda venuta. E questo simbolo è stato quindi trasposto anche nella preghiera. Vi sono elementi che ampiamente dimostrano che dal secondo secolo in poi, in gran parte del mondo cristiano, la preghiera era rivolta verso oriente.
Nel Nuovo Testamento, il significato della preghiera orientata (rivolta verso oriente) non è esplicito.
Ciò nonostante la Tradizione ha individuato molti riferimenti testuali a questo simbolismo, come ad esempio: il “sole di giustizia” in Malachia 3, 30; “verrà a visitarci dall'alto un sole che sorge” in Luca 1, 78; l’angelo che sale dall’oriente con il sigillo del Dio vivente in Apocalisse 7, 2; e le immagini di luce nel Vangelo di san Giovanni.
In Matteo 24, 27-30 il segno della venuta del Figlio dell’Uomo con grande potenza e gloria, come la folgore che viene da oriente e brilla fino a occidente, è la croce.
Esiste una stretta relazione tra la preghiera orientata e la croce; questo risulta evidente sin dal quarto secolo, se non prima. Nelle sinagoghe di quel periodo, il punto in cui erano collocati i rotoli della Torah indicava la direzione della preghiera “qibla” verso Gerusalemme.
Tra i cristiani divenne uso comune segnare la direzione della preghiera con una croce sul muro orientale nelle absidi delle basiliche e nei luoghi privati, per esempio, dei monaci e degli eremiti.
Verso la fine del primo millennio vi sono teologi di diverse tradizioni che osservano come la preghiera orientata sia una delle pratiche che distinguono il Cristianesimo dalle altre religioni del Vicino Oriente: gli ebrei pregano verso Gerusalemme, i musulmani verso la Mecca, mentre i Cristiani verso oriente.

Anche gli altri riti della Chiesa cattolica adottano l’orientamento liturgico?

Padre Lang: La preghiera liturgica orientata (rivolta verso oriente) fa parte anche delle tradizioni bizantina, siriaca, armena, copta ed etiope. Ancora oggi essa è in uso nella maggior parte dei riti orientali, almeno per quanto riguarda la preghiera eucaristica.
Alcune Chiese cattoliche orientali, come ad esempio quella maronita e quella siro-malabarese, hanno adottato in tempi recenti la Messa rivolta “versus populum”, ma questo è dovuto all’influenza moderna occidentale e non deriva dalle proprie tradizioni.
Per questo motivo la Congregazione vaticana per le Chiese orientali ha dichiarato nel 1996 che l’antica tradizione di pregare rivolti verso oriente ha un profondo valore liturgico e spirituale e deve essere preservata nei riti orientali.

Spesso sentiamo dire che “ad orientem” significa che il sacerdote sta celebrando con le spalle rivolte alla comunità. Ma qual è il significato vero di questo orientamento?

Padre Lang: Il luogo comune secondo cui il prete dà le spalle alla gente è un falso problema in quanto il punto essenziale è che la Messa è un atto di culto comune, in cui il sacerdote insieme alla comunità - che rappresentano la Chiesa pellegrina - protendono verso il Dio trascendente.
La questione non è se la celebrazione è rivolta “verso” o “contro” la comunità, ma è la comune direzione della preghiera liturgica che conta. E ciò si può avere a prescindere dall’orientamento dell’altare. In Occidente molte chiese costruite dopo il XVI secolo non sono più orientate.
Il sacerdote all’altare, rivolto nella stessa direzione dei fedeli, guida il popolo di Dio nel cammino della fede. Questo movimento verso il Signore trova la sua massima espressione nei santuari di molte chiese del primo millennio, in cui la rappresentazione della croce o del Cristo glorificato indica la meta del pellegrinaggio terreno dell’assemblea.
Essere rivolti verso il Signore significa mantenere vivo il senso escatologico dell’Eucaristia e ci ricorda che la celebrazione del Sacramento è una partecipazione alla liturgia celeste e la promessa della futura gloria nella presenza del Dio vivente.
Questo dà all’Eucaristia la sua grandezza, evitando che la singola comunità si chiuda in se stessa, aprendola verso l’assemblea degli angeli e dei santi nella città celeste.

In che modo può una liturgia orientata promuovere il dialogo con il Signore nella preghiera?

Padre Lang: L’elemento principale del culto cristiano è il dialogo tra il popolo di Dio nel suo complesso, compreso il celebrante, e Dio verso il quale è rivolta la preghiera.
È per questo che il liturgista Marcel Metzger sostiene che la diatriba sul verso in cui è rivolto il celebrante rispetto alla comunità esclude del tutto colui verso il quale tutte le preghiere sono dirette, ovvero Dio stesso.
L’Eucaristia non è celebrata con il sacerdote rivolto verso i fedeli o dando loro le spalle. Piuttosto è l’intera assemblea che celebra rivolta verso Dio, attraverso Gesù Cristo, nello Spirito Santo.

Nella premessa al suo libro, l’allora cardinale Ratzinger osserva che nessuno dei documenti del Concilio Vaticano II indica di dover rivolgere l’altare verso i fedeli. Come si è verificato allora il cambiamento? Qual è la base per tale importante modifica della liturgia?

Padre Lang: Solitamente si citano due argomenti principali per sostenere la posizione del celebrante rivolto verso i fedeli.
Il primo è che tale pratica corrisponde a quella della Chiesa dei primi secoli e che pertanto deve essere adottata come la norma anche ai tempi nostri. Tuttavia, un’attenta analisi dei documenti non dà conferma a questa ipotesi.
Il secondo è che la “attiva partecipazione” dei fedeli, un principio introdotto da Papa Pio X e diventato centrale nella “Sacrosanctum Concilium”, impone che il celebrante sia rivolto verso la comunità.
Ma una riflessione critica sul concetto di “attiva partecipazione” ha di recente rivelato la necessità di una nuova valutazione teologica di questo importante principio.

Nel suo libro “Lo spirito della liturgia”, l’allora cardinale Ratzinger compie una utile distinzione tra la partecipazione alla liturgia della Parola, che comprende azioni esterne, e la partecipazione alla liturgia eucaristica, in cui le azioni esterne sono del tutto secondarie, poiché è la partecipazione interiore della preghiera che costituisce l’elemento centrale.
La recente esortazione apostolica post-sinodale del Santo Padre “Sacramentum Caritatis” contiene una importante trattazione di questo argomento al paragrafo 52.

Il nuovo ordinamento della Messa promulgato da Papa Paolo VI nel 1970 vieta al sacerdote di rivolgersi ad oriente? Esiste qualche ostacolo giuridico che vieta l’uso più ampio di questa antica pratica?

Padre Lang: Il Messale di Papa Paolo VI considera come un’opzione legittima quella di combinare la posizione del sacerdote rivolto verso i fedeli durante la liturgia della Parola e la posizione di entrambi rivolti verso l’altare durante la liturgia eucaristica e in particolare per il Canone.
La versione revisionata delle Istruzioni generali del Messale romano, che sono state pubblicate inizialmente per motivi accademici nel 2000, affronta la questione dell’altare al paragrafo 299, che sembra considerare la posizione del celebrante rivolto “ad orientem” come non opportuna o persino vietata.
Tuttavia, la Congregazione per il culto divino e i sacramenti ha rigettato questa interpretazione in risposta ad una domanda sottoposta dal cardinale Christoph Schönborn, Arcivescovo di Vienna. Ovviamente il paragrafo delle Istruzioni generali deve essere letto alla luce di questa riposta, datata 25 settembre 2000.

La recente lettera apostolica di Benedetto XVI “Summorum Pontificum”, che liberalizza l’uso del Messale di Giovanni XXIII, consentirà un più profondo apprezzamento della posizione “rivolti verso il Signore” durante la Messa?

Padre Lang: Io credo che molte riserve o persino timori sulla Messa “ad orientem” derivino da una scarsa familiarità con essa e che la diffusione dell’ “uso straordinario” del rito romano antico aiuterà molte persone a riscoprire e apprezzare questa forma di celebrazione.

© Copyright Zenit


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Il progetto

Un’unica celebrazione che unisca la Chiesa

di Andrea Tornielli

La Chiesa romana deve avere un solo rito romano. La coabitazione di due forme - quella ordinaria secondo il messale riformato nel post-concilio, e quella preconciliare, liberalizzata due anni fa con il motu proprio Summorum Pontificum - è «difficile da gestire». L’unico rito romano del futuro «dovrebbe essere uno solo, celebrato in latino o in vernacolo, ma completamente nella tradizione del rito che è stato tramandato».
Sono le parole che il cardinale Joseph Ratzinger, allora Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, scrive al filologo Heinz-Lothar Barth, esponente del tradizionalismo tedesco. Una lettera che ora viene per la prima volta pubblicata in un volume (Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, Davanti al Protagonista. Alle radici della liturgia, Edizioni Cantagalli, pagg. 232, euro 15) presentato in anteprima al Meeting di Rimini che inizia domenica, in libreria da settembre.
La lettera è significativa perché nel 2003, a meno di due anni dalla sua elezione a successore di Papa Wojtyla, Ratzinger sintetizza il suo progetto di «riforma della riforma liturgica», da attuare «per gradi» al fine di riportare più senso del sacro e più adorazione nel nuovo rito, facendo sì che l’antico e il nuovo si compenetrino a vicenda, prendendo il meglio da entrambi.
Quando il cardinale bavarese scriveva quelle righe, non poteva sapere che sarebbe stato lui il prescelto dal conclave, né che sarebbe stato lui a liberalizzare l’antico rito, nei confronti del quale, scrive nella lettera, «è ancora troppo grande l’avversione di molti cattolici, insinuata in essi per molti anni».
È curioso osservare come questo pensiero del futuro Papa - pensiero che non risulta affatto cambiato dopo l’elezione - venga oggi avversato sia da destra che da sinistra, vale a dire sia da una parte considerevole del mondo tradizionalista, sia da molti progressisti.
I primi, «sdoganati» dopo anni di messa al bando, considerano il rito preconciliare come qualcosa di fisso e perfetto, qualcosa di assolutamente intoccabile, e vedono come fumo negli occhi qualsiasi proposta di cambiamento, anche soltanto quella di un arricchimento del lezionario e di un adeguamento alle nuove feste.
I secondi considerano quello di Papa Ratzinger un «tradimento» del Concilio Vaticano II, mal sopportano la liberalizzazione di due anni fa, e cercano di vanificarla in ogni modo, facendola passare per una mania ritualistica e un po’ folkloristica.
Per questi ultimi nulla è da cambiare nella liturgia post-conciliare.
La via scelta da Benedetto XVI è dunque quella mediana, per certi versi la più difficile, destinata a scontrarsi con gli opposti estremismi.
Nel libro, pubblicato nella collana di Cantagalli intitolata «Strumenti per la riforma», diretta da Alessandro Galeotti, trova spazio anche un altro testo di Ratzinger finora mai pubblicato, nel quale il futuro Papa ribadisce come la liturgia non debba «essere il terreno di sperimentazione per ipotesi teologiche».
«In questi ultimi decenni - afferma Ratzinger - congetture di esperti sono entrate troppo rapidamente nella pratica liturgica, spesso anche passando a lato dell’autorità ecclesiastica, tramite il canale di commissioni che seppero divulgare a livello internazionale il loro consenso del momento e nella pratica seppero trasformarlo in legge liturgica. La liturgia trae la sua grandezza da ciò che essa è e non da ciò che noi ne facciamo».
Una puntualizzazione quantomai attuale data la persistenza di leggerezze, travisamenti e veri e propri abusi.

© Copyright Il Giornale, 21 agosto 2009


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Ratzinger riforma la messa
Basta con l’ostia sulla mano


di Andrea Tornielli

Roma

Il documento è stato consegnato nelle mani di Benedetto XVI la mattina del 4 aprile scorso dal cardinale spagnolo Antonio Cañizares Llovera, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino.
È l’esito di una votazione riservata, avvenuta il 12 marzo, nel corso della riunione «plenaria» del dicastero che si occupa di liturgia e rappresenta il primo passo concreto verso quella «riforma della riforma» più volte auspicata da Papa Ratzinger.
Quasi all’unanimità i cardinali e vescovi membri della Congregazione hanno votato in favore di una maggiore sacralità del rito, di un recupero del senso dell’adorazione eucaristica, di un recupero della lingua latina nella celebrazione e del rifacimento delle parti introduttive del messale per porre un freno ad abusi, sperimentazioni selvagge e inopportune creatività.
Si sono anche detti favorevoli a ribadire che il modo usuale di ricevere la comunione secondo le norme non è sulla mano, ma in bocca.
C’è, è vero, un indulto che permette, su richiesta degli episcopati, di distribuire l’ostia anche sul palmo della mano, ma questo deve rimanere un fatto straordinario.
Il «ministro della liturgia» di Papa Ratzinger, Cañizares, sta anche facendo studiare la possibilità di recuperare l’orientamento verso Oriente del celebrante almeno al momento della consacrazione eucaristica, come accadeva di prassi prima della riforma, quando sia i fedeli che il prete guardavano verso la Croce e il sacerdote dava dunque le spalle all’assemblea.
Chi conosce il cardinale Cañizares, soprannominato «il piccolo Ratzinger» prima del suo trasferimento a Roma, sa che è intenzionato a portare avanti con decisione il progetto, a partire proprio da quanto stabilito dal Concilio Vaticano II nella costituzione liturgica Sacrosanctum Concilium, che è stata in realtà superata dalla riforma post-conciliare entrata in vigore alla fine degli anni Sessanta.
Il porporato, intervistato dal mensile 30Giorni, nei mesi scorsi aveva detto a questo proposito: «A volte si è cambiato per il semplice gusto di cambiare rispetto a un passato percepito come tutto negativo e superato.
A volte si è concepita la riforma come una rottura e non come uno sviluppo organico della Tradizione».
Per questo le «propositiones» votate dai cardinali e vescovi alla plenaria di marzo prevedono un ritorno al senso del sacro e all’adorazione, ma anche un recupero delle celebrazioni in latino nelle diocesi, almeno durante le principali solennità, così come la pubblicazione di messali bilingui - una richiesta, questa fatta a suo tempo da Paolo VI - con il testo latino a fronte.
Le proposte della Congregazione che Cañizares ha portato al Papa, ottenendone l’approvazione, sono perfettamente in linea con l’idea più volte espressa da Joseph Ratzinger quando ancora era cardinale, come attestano i brani inediti sulla liturgia anticipati ieri dal Giornale, che saranno pubblicati nel libro Davanti al Protagonista (Cantagalli), presentato in anteprima al Meeting di Rimini.
Con un nota bene significativa: per l’attuazione della «riforma della riforma» ci vorranno molti anni. Il Papa è convinto che non serva a nulla fare passi affrettati, né calare semplicemente direttive dall’alto, con il rischio che poi rimangano lettera morta.
Lo stile di Ratzinger è quello del confronto e soprattutto dell’esempio.
Come dimostra il fatto che, da più di un anno, chiunque vada a fare la comunione dal Papa, si deve genuflettere sull’inginocchiatoio appositamente preparato dai cerimonieri.

© Copyright Il Giornale, 22 agosto 2009


Speriamo una pronta applicazione!!!!
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PAPA: SALA STAMPA, NESSUNA MODIFICA IN VISTA PER LITURGIA

Salvatore Izzo

(AGI) - CdV, 24 ago. - (AGI) - CdV, 13 ago.

"Al momento non esistono proposte istituzionali riguardanti una modifica dei Libri Liturgici in uso".
Lo precisa la Sala Stampa della Santa Sede in merito ad alcune notizie circolate nei giorni scorsi a commento delle pubblicazione, in un volume dell'editore Cantagalli di Siena, di una lettera inedita al filologo Heinz-Lothar Barth, esponente del tradizionalismo tedesco, nella quale Joseph Ratzinger ipotizzo' nel 2003 una "riforma della riforma liturgica", da attuare "per gradi" al fine di riportare piu' senso del sacro e piu' adorazione nel nuovo rito, facendo si' che l'antico e il nuovo si compenetrino a vicenda, prendendo il meglio da entrambi.
Ovviamente, il prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede non immaginava che due anni dopo sarebbe stato eletto Papa e non intendeva stilare un progetto di riforma ma semplicemente esprimere alcune considerazioni riguardo al fatto che verso l'antico rito "e' ancora troppo grande l'avversione di molti cattolici" e alla "difficolta' di gestire" la coabitazione di due riti - quello antico, oggi liberalizzato come forma straordinaria, e quello post-conciliare, confermato come forma ordinaria - che e' stata pero' la soluzione scelta da Benedetto XVI nel 2007 con il motu proprio "Summorum Pontificum".
E' evidente che le decisione assunta come Capo della Chiesa supera le considerazioni che lo stesso Ratzinger aveva fatto da cardinale, anche se nella lettera ai vescovi che due anni fa ha accompagnato il Motu Proprio, lo stesso Pontefice scrive: "le due forme dell'uso del Rito Romano possono arricchirsi a vicenda: nel Messale antico potranno e dovranno essere inseriti nuovi santi e alcuni dei nuovi prefazi.
Nella celebrazione della Messa secondo il Messale di Paolo VI potra' manifestarsi, in maniera piu' forte di quanto non lo e' spesso finora, quella sacralita' che attrae molti all'antico uso. La garanzia piu' sicura che il Messale di Paolo VI possa unire le comunita' parrocchiali e venga da loro amato consiste nel celebrare con grande riverenza in conformita' alle prescrizioni; cio' rende visibile la ricchezza spirituale e la profondita' teologica di questo Messale".
E in ogni caso, scrive ancora Benedetto XVI in quel testo, "non c'e' nessuna contraddizione tra l'una e l'altra edizione del Missale Romanum".
Per il Papa, infatti, "nella storia della Liturgia c'e' crescita e progresso, ma nessuna rottura. Cio' che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non puo' essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso".
Le proposte di modifica al Messale di Paolo VI che sarebbero state elaborate dalla Congregazione del Culto Divino sembrano ispirate proprio a questa visione: "Si intende rivedere - scrive il Giornale che ne ha dato conto - la parte introduttiva del messale mettendo molti piu' paletti alla creativita', e sottolineando il senso del sacro e l'importanza dell'adorazione.
Si prevede in futuro la ripubblicazione di tutti i messali bilingui, con testo latino a fronte. Si vuole contenere l'usanza, ormai diffusissima, di dare la comunione sulla mano, ricordando che si tratta di una concessione straordinaria, ma che il modo normale di ricevere l'ostia e' in bocca. Si chiede che nelle solennita' si torni a celebrare in latino, anche se secondo il nuovo rito. E si sottolinea l'importanza per il celebrante di rivolgersi verso Oriente, almeno durante la consacrazione eucaristica, come accadeva di prassi prima della riforma, quando sia fedeli che il prete guardavano verso la croce e il sacerdote dava dunque le spalle all'Assemblea".
Nel volume di Cantagalli - che ha originato la polemica in corso anche la fuga di notizie sulle proposte che ha provocato la precisazione odierna - trova spazio anche un altro testo di Ratzinger finora mai pubblicato ma che sembra scritto apposta per il difficile passagguo in corso, nel quale il futuro Papa ribadisce come la liturgia non debba "essere il terreno di sperimentazione per ipotesi teologiche".
"In questi ultimi decenni - afferma Ratzinger - congetture di esperti sono entrate troppo rapidamente nella pratica liturgica, spesso anche passando a lato dell'autorita' ecclesiastica, tramite il canale di commissioni che seppero divulgare a livello internazionale il loro consenso del momento e nella pratica seppero trasformarlo in legge liturgica.
La liturgia trae la sua grandezza da cio' che essa e' e non da cio' che noi ne facciamo".

© Copyright (AGI)


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Musiche in chiesa, scattano le nuove direttive del Papa. Colonne sonore al setaccio

Genova città laboratorio per valutare i brani da eseguire a messa

Bruno Viani

IL CARDINALE Angelo Bagnasco presidente dei vescovi italiani, ha costituito nell'arcidiocesi genovese una commissione «per l'orientamento e la formazione degli operatori musicali» che oggi - nel cuore dell'estate - sta muovendo i primi passi.
I componenti sono i tre maestri della Cappella musicale di San Lorenzo e due sacerdoti d'esperienza, il vicario episcopale per il Culto Divino - monsignor Ruggero Dalla Mutta - e il direttore dell'istituto diocesano di musica sacra di Genova, don Piero Milanesi.
E dietro all'apparenza di un pool di esperti destinato a lavorare nell'ombra per addetti ai lavori, si nasconde invece una svolta. Ovvero, la decisione - seguendo le indicazioni di Papa Ratzinger - di mettere ordine nelle colonne sonore delle celebrazioni, oggi in gran parte affidate all'estro dei parroci.
È un confronto che si apre tra tante anime, come si è visto al funerale di Fernanda Pivano: prima di tutto tra il mondo laico - con le sue richieste di libertà - e il mondo cattolico che rivendica il diritto, all'interno delle sue celebrazioni, di non accogliere composizioni ritenute "fuori posto".
Ma il confronto si può allargare all'infinito: può diventare - a un primo sguardo - contrapposizione tra la Chiesa di Giovanni Paolo e quella di Papa Ratzinger, tra (più o meno severi) tutori dell'ortodossia e parroci innamorati di chitarre e battimani. La colonna sonora delle celebrazioni, infatti, non è un elemento secondario: anche i grandi scismi sono stati segnati da musiche e autori che ne hanno tradotto l'anima in note.
Arrivando a oggi: passato progressista contro presente restauratore?
«È vero che ogni Papa, così come ogni sacerdote, ha la sua personalità - risponde monsignor Ruggero Dalla Mutta, vicario dell'arcivescovo per le celebrazioni liturgiche a Genova - ma certamente già Giovanni Paolo II, negli ultimi anni, aveva deciso di mettere ordine per evitare l'esecuzione di brani da lui definiti "sciatti". A Papa Wojtyla si deve anche un celebre testo scritto per denunciare un lungo elenco di abusi liturgici in tutti i campi, la "Redentionis Sacramentum" del 2004».
Come dire: se Ratzinger ha reintrodotto la possibilità delle celebrazioni secondo il rituale in latino, la svolta per i riti ordinari era stata voluta già dal Papa globtrotter, modernissimo per tanti aspetti, eppure per nulla disposto a lasciare alle scelte dei singoli preti la solennità delle messe.
Genova - dove è nato e si è formato monsignor Guido Marini, oggi maestro delle cerimonie del pontefice - diventa così , nei fatti, un laboratorio nazionale. E la commissione di «orientamento e formazione» voluta dal cardinale Bagnasco si trasforma in uno spazio di elaborazione per gli input che partono dal Vaticano. «La liturgia è come lo spartito per un organista - riprende Dalla Mutta - ognuno ci mette la propria anima e dà una interpretazione, è giusto e necessario che sia così, ma guai se il musicista cambiasse le note».
E la liturgia cattolica è fatta anche di formulari cadenzati da musiche e canti liturgici. «Molti parroci in realtà fanno ciò che vogliono, ma esistono delle regole e dei repertori precisi ai quali attingere». In chiesa si possono anche tenere concerti, ma le regole della Cei dicono che si possono eseguire solo brani liturgici o di ispirazione religiosa. E durante le celebrazioni le regole sono più severe.
«La musica e il canto liturgico nascono dalla preghiera, devono portare alla preghiera e sono essi stessi preghiera - dice monsignor Guido Marini, cerimoniere del Papa - questo è lo spirito alla base delle scelte. Il canto proprio della liturgia cattolica è il gregoriano, ma esiste anche una polifonia sacra, pienamente ammessa, e un repertorio più popolare che ha diritto di cittadinanza nell'ambiente liturgico ma deve avere caratteristiche di religiosità nelle musiche e nei testi».
Come dire: un conto è una messa e un conto è un concerto, non è questione di valori ma di peculiarità e di sostanza.
Resta la zona più indefinita della musica popolare e dei criteri per stabilire l'ammissione o la bocciatura senza appello, almeno per quello che riguarda l'esecuzione in chiesa.
«Il repertorio è in aggiornamento continuo - riprende monsignor Dalla Mutta - ogni nuovo brano per essere ammesso deve passare attraverso un esame della Conferenza episcopale italiano, noi a Genova abbiano adottato lo stesso repertorio che è in uso nell'arcidiocesi di Torino».

© Copyright Il Secolo XIX, 23 agosto 2009


[Modificato da Paparatzifan 24/08/2009 21.27]
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Da "La Padania"...

Quella Chiesa del "dialogo" ma spietata con i suoi preti

Signore, liberaci dai pastori che non sono veri pastori...
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