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I lefebvriani

Ultimo Aggiornamento: 18/02/2013 22.40
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Dal blog di Sandro Magister...

L'impossibile "road map" della pace con i lefebvriani

Un esponente di punta del campo tradizionalista detta le condizioni per sanare lo scisma. Ne elenca quattro, ma tre di esse appaiono irrealizzabili. Le critiche di don Divo Barsotti al Concilio Vaticano II

di Sandro Magister

ROMA, 9 febbraio 2013 – In un suo nuovo libro dato alle stampe in questi giorni il professor Enrico Maria Radaelli – filosofo, teologo e discepolo prediletto di colui che è stato uno dei più grandi pensatori cattolici tradizionalisti del Novecento, lo svizzero Romano Amerio (1905-1997) – cita tre brani tratti dai diari inediti di don Divo Barsotti (1914-2006).

In essi questo geniale e stimato mistico e maestro spirituale – che nel 1971 fu chiamato a predicare gli esercizi di Quaresima al papa e alla curia romana – esprimeva delle forti critiche al Concilio Vaticano II.

Scriveva don Barsotti:

"Io sono perplesso nei confronti del Concilio: la pletora dei documenti, la loro lunghezza, spesso il loro linguaggio, mi fanno paura. Sono documenti che rendono testimonianza di una sicurezza tutta umana più che di una fermezza semplice di fede. Ma soprattutto mi indigna il comportamento dei teologi".

"Il Concilio e l'esercizio supremo del magistero è giustificato solo da una suprema necessità. La gravità paurosa della situazione presente della Chiesa non potrebbe derivare proprio dalla leggerezza di aver voluto provocare e tentare il Signore? Si è voluto forse costringere Dio a parlare quando non c'era questa suprema necessità? È forse così? Per giustificare un Concilio che ha preteso di rinnovare ogni cosa, bisognava affermare che tutto andava male, cosa che si fa continuamente, se non dall'episcopato, dai teologi".

"Nulla mi sembra più grave, contro la santità di Dio, della presunzione dei chierici che credono, con un orgoglio che è soltanto diabolico, di poter manipolare la verità, che pretendono di rinnovare la Chiesa e di salvare il mondo senza rinnovare se stessi. In tutta la storia della Chiesa nulla è paragonabile all'ultimo Concilio, nel quale l'episcopato cattolico ha creduto di poter rinnovare ogni cosa obbedendo soltanto al proprio orgoglio, senza impegno di santità, in una opposizione così aperta alla legge dell'evangelo che ci impone di credere come l'umanità di Cristo è stata strumento dell'onnipotenza dell'amore che salva, nella sua morte".

Ciò che impressiona di queste parole di don Barsotti sono due elementi.

Anzitutto tali critiche provengono da una persona di profonda visione teologale, con fama di santità, obbedientissima alla Chiesa.

E in secondo luogo le critiche non si rivolgono contro le deviazioni del dopoconcilio, ma contro il Concilio in sé.

Sono le stesse due impressioni che si ricavano dalla lettura del nuovo libro di Radaelli, che si intitola: "Il domani - terribile o radioso? - del dogma".

*

A giudizio di Radaelli, la crisi attuale della Chiesa non consegue da una errata applicazione del Concilio, ma da un peccato d'origine compiuto dal Concilio stesso.

Tale peccato d'origine sarebbe l'abbandono del linguaggio dogmatico – proprio di tutti i precedenti concili, con l'affermazione della verità e la condanna degli errori – e la sua sostituzione con un vago nuovo linguaggio "pastorale".

Va detto – e Radaelli lo fa notare – che anche tra gli studiosi di orientamento progressista si riconosce nel linguaggio pastorale una novità decisiva e qualificante dell'ultimo Concilio. È ciò che ha sostenuto di recente, ad esempio, il gesuita John O'Malley nel suo fortunato saggio "Che cosa è successo nel Vaticano II".

Ma mentre per O'Malley e i progressisti il nuovo linguaggio adottato dal Concilio è giudicato in una luce tutta positiva, per Radaelli, per Roberto de Mattei e per altri esponenti del pensiero tradizionalista – come già prima per Romano Amerio – il linguaggio pastorale è stigmatizzato come la radice di tutti i mali.

Secondo loro, infatti, il Concilio avrebbe preteso – abusivamente – che l'obbedienza dovuta all'insegnamento dogmatico della Chiesa valesse anche per il linguaggio pastorale, elevando così a indiscutibile "superdogma" affermazioni e argomentazioni prive di reale base dogmatica, sulle quali invece sarebbe legittimo e doveroso avanzare critiche e riserve.

Dai due linguaggi contrapposti, il dogmatico e il pastorale, Radaelli vede discendere e separarsi "quasi due Chiese".

Nella prima, quella dei tradizionalisti più coerenti, egli comprende anche i lefebvriani, pienamente "cattolici per dottrina e per rito" e "obbedienti al dogma", anche se disobbedienti al papa tanto da essere stati per 25 anni scomunicati. È la Chiesa che, proprio per la sua fedeltà al dogma, "rigetta il Vaticano II quale assise in totale rottura con la Tradizione".

Alla seconda Chiesa egli assegna tutti gli altri, cioè la quasi totalità dei vescovi, dei preti e dei fedeli, compreso l'attuale papa. È la Chiesa che ha rinunciato al linguaggio dogmatico e "si fa figlia in tutto del Vaticano II, proclamandolo – e ciò anche dal trono più alto, senza però mai portarne le prove – in totale continuità con la Chiesa preconciliare, se pur nell'ambito di una certa qual riforma".

Come vede Radaelli il risanamento di questa contrapposizione? A suo giudizio "non è il modello di Chiesa obbediente al dogma che deve tornare a sottomettersi al papa", ma "è piuttosto il modello obbediente al papa che deve tornare a sottomettersi al dogma".

In altre parole:

"Non è Ecône [cioè la comunità dei lefebvriani - ndr] che deve sottomettersi a Roma, ma Roma al Cielo: ogni difficoltà tra Ecône e Roma sarà risolta unicamente dopo il ritorno della Chiesa al linguaggio dogmatico suo proprio".

Perché questa meta sia raggiunta, Radaelli presuppone due cose:

- che Roma garantisca ai lefebvriani il diritto di celebrare la messa e i sacramenti unicamente nel rito di san Pio V;

- e che l'obbedienza richiesta al Vaticano II sia riportata nei limiti del suo linguaggio "falso-pastorale" e quindi passibile di critiche e riserve.

Ma prima dell'approdo – aggiunge Radaelli – dovranno essere esaudite anche altre due richieste:

- la prima, avanzata nel dicembre 2011 dal vescovo di Astana nel Kazakistan, Athanasius Schneider, è la pubblicazione da parte del papa di una sorta di nuovo "Sillabo", che colpisca con anatemi tutti "gli odierni errori";

- la seconda, già proposta dal teologo Brunero Gherardini al supremo magistero della Chiesa, è una "revisione dei documenti conciliari e magisteriali dell'ultimo mezzo secolo", da farsi "alla luce della Tradizione".

*

Poste così le cose, c'è quindi da pensare che la riconciliazione tra i lefebvriani e la Chiesa di Roma sia tutt'altro che facile e vicina. Come prova lo stallo dei negoziati tra le due parti, che dura ormai da molti mesi.

Ma anche con i tradizionalisti rimasti in comunione con la Chiesa – da Radaelli a de Mattei a Gherardini – il fossato si allarga. Non nascondono più la loro delusione per il pontificato di Benedetto XVI, sul quale inizialmente avevano riposto alcune speranze. A loro giudizio solo un deciso ritorno del magistero del papa e dei vescovi ai pronunciamenti dogmatici potrà riportare la Chiesa sulla retta via, con la conseguente correzione di tutti gli errori propagati dal linguaggio pastorale del Concilio.

Errori che Radaelli così elenca in una pagina del suo libro, definendoli "vere e proprie eresie":

"Ecclesiologia, collegialità, fonte unica della Rivelazione, ecumenismo, sincretismo, irenismo (specie verso protestantesimo, islamismo e giudaismo), modifica della 'dottrina della sostituzione' della Sinagoga con la Chiesa in 'dottrina delle due salvezze parallele', antropocentrismo, perdita dei novissimi (e del limbo e dell'inferno), della giusta teodicea (da cui molto ateismo come 'fuga da un Padre cattivo'), del senso del peccato e della grazia, dedogmatizzazione liturgica, aniconologia, sovvertimento della libertà religiosa, oltre all'ameriana 'dislocazione della divina Monotriade' con cui la libertà detronizza la verità".

Radaelli conclude il suo libro con un appello a "deporre le armi" rivolto sia ai "fratelli novatori" sia ai "fratelli tradizionisti" (come preferisce chiamarli, invece che "tradizionalisti").

Ma, stringi stringi, alla fine egli sembra identificare l'auspicata pacificazione con una vittoria a tutto campo dei lefebvriani e di quelli che come loro si ritengono gli ultimi e unici difensori del dogma.

__________


Il libro:

Enrico Maria Radaelli, "Il domani - terribile o radioso? - del dogma", Edizione Aurea Domus, 2013, pp. 278, euro 35,00.

Il libro si apre con una prefazione del filosofo inglese Roger Scruton e con tre commenti: di Mario Olivero, vescovo di Albenga-Imperia; del teologo Brunero Gherardini; e di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro.

Non è in vendita in tutte le librerie. Ma dovrà essere richiesto direttamente al sito web dell'autore.


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