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I lefebvriani

Ultimo Aggiornamento: 18/02/2013 22.40
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28/01/2009 22.00
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Unire il mondo cattolico non significa non essere dalla parte degli ebrei

intervista a don Salvatore Vitiello di Cristiana Vivenzio

Non accenna a chiudersi la polemica scatenata dalla revoca della scomunica annunciata nei giorni scorsi da Benedetto XVI di quattro vescovi lefebvriani.
Nonostante appena ieri il superiore dei lefebvriani, Bernard Fellay, abbia invocato il "perdono" al Papa e "a tutti gli uomini di buona volontà", imponendo allo stesso tempo al contestato vescovo negazionista, Richard Wiliamson, un rigoroso silenzio su "questioni politiche e storiche". E' notizia delle ultime ore, infatti, che il rabbinato d'Israele abbia rottoindefinitamente i rapporti ufficiali con il Vaticano, Vaticano a cui chiedeva un gesto di netta presa di distanza dalle dichiarazioni del "vescovo negazionista". Il Papa ha risposto, dichiarando la sua "incondizionata solidarietà ai fratelli ebrei".
La situazione è politicamente scottante, ma dal punto di vista della teologia perfettamente lineare. Così almeno la giudica don Salvatore Vitiello, docente di Teologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, al quale abbiamo chiesto di lasciar da parte le polemiche politiche, per addentrarci di più sulle questioni dottrinarie.

Cominciamo da lontano. Cosa è e cosa implica la revoca della scomunica?

La scomunica è la più grave pena che possa essere comminata dalla disciplina ecclesiastica e consiste nella dichiarazione che un determinato fedele, per gli atti compiuti o per la dottrina a cui esplicitamente aderisce, non è più “in piena comunione” con la Chiesa cattolica. In base al Canone n. 1382 del Codice di Diritto Canonico, incorre in tale sanzione il Vescovo che consacra altri Vescovi senza il mandato pontificio, e la pena riguarda sia il Vescovo consacrante, sia coloro i quali si sono lasciati consacrare in tale situazione. Questo è esattamente il caso delle consacrazioni episcopali avvenute il 30 giugno 1988 ad opera di S.E. Mons. Marcel Lefebvre.

E perché ha riguardato solo i vescovi e non i sacerdoti e i fedeli che seguono la Fraternità Pio X?

La scomunica è sempre personale, non si comminano “scomuniche di massa”, pertanto riguarda solo i menzionati presuli, e non il resto dei sacerdoti e fedeli laici della fraternità. È necessario ricordare ancora che i quattro vescovi, che non sono più scomunicati, rimangono tuttavia “sospesi a Divinis”, cioè i loro atti sacramentali, pur validi, rimangono illeciti finché non ci sarà la piena riconciliazione con la Chiesa Cattolica.

Ora, allora, iniziamo a entrare nello specifico della revoca.

L’atto di revoca della scomunica è un passo importante nel cammino verso la piena comunione, non solo di fede, che sostanzialmente non è mai venuta meno, ma soprattutto giuridica. Basti pensare che, ormai oltre quaranta anni fa, furono revocate le scomuniche nei confronti dei fratelli ortodossi, ma la comunione, a tutt’oggi, non è ancora piena.

Con la revoca si è parlato di una mano tesa del Papa, ma da parte dei tradizionalisti ci devono essere ulteriori passi, quali?

Certamente la piena sottomissione al Sommo Pontefice, come del resto hanno già espresso, che include anche gli aspetti giurisdizionali: il Papa gode, infatti, di una potestà ordinaria suprema, piena, immediata e universale sulla Chiesa, potestà che può sempre esercitare liberamente (cf. Can. 331 C.I.C.), e quindi dovrà esercitarla anche sulla Fraternità san Pio X.

Inoltre, ed è forse l’aspetto più sensibile a livello mediatico, la Fraternità dovrà accogliere i Testi ufficiali (che sono quelli in lingua latina) del Concilio ecumenico Vaticano II, interpretati alla luce di tutta la Tradizione bimillenaria della Chiesa cattolica, e non certamente secondo lo “spirito” di qualche teologo e, meno ancora, della cultura dominante.

Le polemiche - dure - da parte del mondo ebraico in particolare per le inaccettabili tesi negazioniste di uno dei vescovi "riabilitati" erano in qualche modo prevedibili. Perché Benedetto XVI ha corso un rischio così alto, soprattutto se si pensa che, in fondo, il numero degli scismatici lefebvriani è molto ridotto, in rapporto al popolo cristiano?

Le scelte ecclesiali di un Pontefice non possono obbedire a criteri di carattere numerico o politico, questi sono criteri mondani dai quali è necessario, con radicalità ed urgenza, liberarsi nel guardare al Corpo di Cristo che è la Chiesa. Togliere la scomunica, inoltre, non significa affatto “canonizzare” una persona o il suo pensiero. Le tesi negazioniste sono e rimangono assolutamente incondivisibili, ma si stratta di mere opinioni personali, suscettibili, è da sperare, di profonda revisione, che non possono essere valutate come determinanti la concessione o meno della remissione della scomunica.

Ma allora perché Papa Benedetto ha voluto compiere un gesto così politicamente spinoso proprio in un momento tanto delicato dei rapporti tra il Vaticano e il mondo ebraico?

In verità, la scelta di Sua Santità Benedetto XVI è in piena continuità con i passi esplicitamente voluti ed attuati dal Servo di Dio Giovanni Paolo II, di felice memoria, il quale volle l’istituzione della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, ad hoc per i fedeli della Fraternità san Pio X e per tutti coloro che si riconoscevano nella celebrazione del rito cosiddetto di San Pio V. E’ quindi una scelta in piena continuità effettiva ed affettiva, con il precedente pontificato.

"Un frutto del Concilio Vaticano II": così sull'Osservatore Romano è stato definita la revoca della scomunica, mentre la parte "progressista" della Chiesa dice il contrario, parlando di un tradimento del Concilio. Dove sta la verità? Ci può spiegare bene cosa c'è in gioco in questa mano tesa ai tradizionalisti proprio rispetto alla visione di Benedetto XVI del Concilio Vaticano II?

Innanzitutto le categorie di “progressisti” e “tradizionalisti” sono ancora categorie politiche e storiche che mal si adattano alla Chiesa cattolica. Nella Chiesa siamo tutti tradizionalisti, nel senso che amiamo e viviamo nell’ininterrotta tradizione ecclesiale che ci fa essere Corpo unico da duemila anni e, nel contempo, siamo tutti “progressisti”, perché protesi verso il futuro, che è Cristo, e verso l’avvento definitivo del Suo Regno, già presente nel mondo attraverso la Chiesa cattolica.

Non di meno stupisce che proprio da coloro che, appellandosi al Concilio Vaticano II, desiderano l’eliminazione di ogni condanna e di ogni scomunica nella Chiesa, in nome di un certo irenismo, si abbia un atteggiamento tanto ostile nei confronti della Fraternità San Pio X.

Un vero cattolico, qualunque sia la sua sensibilità teologica e liturgica, non può che gioire del fatto che tanti fratelli, soprattutto se vescovi o sacerdoti, desiderino ritornare nel seno fecondo della Santa Madre Chiesa. Il resto è vana polemica e, mi si permetta, ideologia protestantizzata che mostra il proprio volto intollerante.

Riguardo al Concilio Vaticano II, il Santo Padre ha espresso la propria valutazione nello storico discorso (che tutti dovremmo studiare bene) del 22 dicembre 2005, rivolto alla Curia Romana. La questione non è, ovviamente, sui Testi del Concilio, in se stessi, ma sull’ermeneutica, cioè sulla loro corretta interpretazione. Il Papa ha individuato due ermeneutiche: quella della discontinuità e della rottura e quella della continuità e della riforma. Per intenderci la prima afferma che il Vaticano II sarebbe stato “un nuovo inizio della Chiesa”, mentre la seconda attesta la riforma della Chiesa in continuità con la Tradizione precedente. Il Santo padre ha affermato esplicitamente che la prima interpretazione, talvolta apparentemente maggioritaria, soprattutto ad opera dei media, è errata ed ha portato confusione nella Chiesa e nei fedeli, mentre la seconda è quella corretta e, lentamente, sta portando frutti.

E in questo senso, si può dire che già col Motu proprio che ha liberalizzato il rito tridentino il Papa ha voluto salvaguardare la Tradizione, la liturgia e la libertà nella Chiesa?

Certamente, e forse di più. Il Motu Proprio ci dice che non esistono due riti differenti, ma un unico rito latino, in due forme, una ordinaria e l’altra straordinaria, le quali, nel tempo, dovranno fecondarsi reciprocamente. Ogni autentico liberale, non può che gioire del fatto che ci sia una “possibilità in più” nella liturgia della Chiesa. Del resto, i cari fratelli orientali, con cui spesso il dialogo è tanto intenso e fecondo, hanno almeno tre differenti forme di celebrare, per esempio, l’unico rito bizantino. La Chiesa non deve mai dividersi, per mere questioni rituali, a meno che esse non implichino una differente soggiacente concezione teologica sostanziale. Cosa che assolutamente non accade, né potrebbe accadere, per l’utilizzo di un Rito, detto di san Pio V, ma in realtà di Gregorio Magno, che ha prodotto enormi frutti nella vita e nella santità della Chiesa.

© Copyright L'Occidentale, 28 gennaio 2009


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Caso Williamson, il rabbinato di Israele rompe i rapporti con il Vaticano

GERUSALEMME

Il rabbinato d'Israele ha rotto indefinitamente i rapporti ufficiali con il Vaticano in seguito alla revoca della scomunica del vescovo lefevbriano Richard Williamson, che nega la Shoah. Lo scrive il Jerusalem Post, aggiungendo che il rabbinato ha anche cancellato un incontro fissato a Roma il 2-4 marzo con la Commissione della Santa Sede per i rapporti con gli ebrei.

In una lettera indirizzata al presidente della Commissione, cardinale Walter Casper, il direttore generale del rabbinato Oded Weiner scrive che "senza scuse pubbliche e una ritrattazione, sarà difficile continuare il dialogo", si legge sul sito del Jerusalem Post.

Secondo una fonte del rabbinato, la lettera è giunta alla stampa israeliana prima di essere ricevuta in Vaticano e ciò potrebbe ulteriormente complicare i rapporti fra il rabbinato e la chiesa cattolica.

Repubblica online


Papa Ratzi Superstar

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Il ritiro della scomunica ai lefebvriani

Lezione del Papa «laico» ai teorici del dialogo

Che i teologi tacciano, vien fatto di pensare, mentre le parole di Vito Mancuso, sulle colonne de La Repubblica, disegnano un ordito di menzogne su quanto ha saggiamente fatto Benedetto XVI: ritirare la scomunica ai lefebvriani. Mons. Williamson, vescovo lefebvriano, nega la Shoah e, così, il teologo Mancuso è andato su tutte le furie.
Mancuso è un perfetto inquisitore progressista, intollerante al punto giusto. Clericale e non laico, non comprende il gesto del Papa. Mancuso accusa il Papa di aver salvato i lefebvriani, che hanno chiesto perdono al Papa vietando a Williamson di intervenire ancora su questioni politiche o storiche, senza aver usato lo stesso trattamento nei confronti dei teologi della liberazione.
La Chiesa, infatti, ha distinto le opinioni personali dalla questione ecclesiale, cioè la fratellanza con chi, ieri, era fuori, e oggi, mutati i tempi, può stare dentro la Chiesa di Roma. Blasfemia, per Mancuso, perché i teologi della liberazione, candidi come agnelli e marxisti più di Lenin, sono stati repressi a causa delle opinioni politiche personali, e non per ragioni teologiche.
È ovviamente falso, perché c'erano gravi ragioni dottrinali, ma quel che il teologo non riesce a capire è che questo gesto non ha niente di clericale, ma è interamente laico, apre alla società intera, fatta di credenti e non credenti, con un messaggio forte e chiaro: la tradizione, tanto religiosa quanto laica, è importante e, senza di essa, non può esistere degna e civile convivenza. E, poiché la Chiesa è una grande convivenza di uomini, il Papa, senza troppi sermoni e con l'equilibrio di chi non fa il verso a Robespierre, ha fatto entrare le pecorelle smarrite. Gesto sodo e reale.

Parlare di dialogo nei convegni è una cosa, praticarlo è un'altra. La prima cosa non costa nulla e fa molto "figo", la seconda ha un prezzo: ti vengono addosso perché hai trattato male gli ebrei. La doppia morale dei falsari del dialogo: dialoganti di tutto il mondo, unitevi, ma attenzione, perché prima viene il Nemico e poi tutto il resto.

Non solo. Questa gente è ipocrita fino al midollo, tutti, intendo, da Mancuso a Veltroni: prima scaricano addosso le colpe della crisi morale, sociale, culturale, bla bla alla società capitalistica, moderna fino all'osso contro la tradizione umana e religiosa, e poi, quando qualcuno si avvicina a certi tradizionalisti religiosi, anticapitalisti come loro, invece di applaudire, sparano a zero. Isteria tipica di chi vuole scegliere il "suo" dialogante: i teologi della liberazione, comunisti, vanno benone, perché hanno il bollino blu della Rivoluzione e sputano con una certa classe sul capitalismo; i tradizionalisti di Lefebvre, no, perché sono volgari antisemiti e, se anticapitalisti, non nel modo giusto. La solita storia: gratta, gratta, dietro ai progressisti arrabbiati trovi sempre un cuginetto di Robespierre e un totalitario provetto.

Il Papa, invece, più laico di loro, distingue il grano dal loglio e vive bene. Loro non tollerano la laicità vera e scomunicano perfino il Pontefice. Perché non è "cattolico" come loro. Meno male.

© Copyright Il Tempo, 28 gennaio 2009


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PRIMO PIANO

Vaticano, sotto accusa Castrillon

Di Chris Bonface

Retroscena. La ricostruzione di un protagonista sul caso che ha gelato i rapporti con gli ebrei

Nel mirino del cardinale Re l'estensore del testo su Lefebre

C'è una domanda che da qualche giorno circola oltre Tevere e che molti si sono fatti sull'alta riva del fiume, soprattutto nei palazzi della politica: ma c'è qualcuno che l'ha tirata a Papa Benedetto XVI°, nascondendo la trappola del vescovo negazionista nel dossier sulla riabilitazione dei seguaci di monsignor Lefebre? Molti dentro e fuori dal Vaticano hanno fornito la loro risposta in queste ore. Ma per capire di più bisognava essere domenica su un pullman. Su uno dei due pullman che come ogni anno partono da piazza San Pietro per raggiungere la Basilica di San Paolo fuori le mura, per la celebrazione della festa della conversione dell'apostolo della genti. Sul pullman, o anche nei pressi. Perché da uno dei primi sedili stava esplodendo il vocione del cardinale Giovanni Battista Re, prefetto della congregazione dei vescovi. Quasi un urlo, «Quel Pasticcion!», il modo di storpiare il nome di un collega porporato, il cardinale Dario Castrillòn Hoyos. Sì, tutta colpa secondo Re del Castrillòn-Pasticciòn, che secondo il collega cardinale avrebbe istruito la pratica in fretta e furia per non farsi sfuggire l'occasione storica della chiusura dello scisma lefebriano. «Anche a me», avrebbe tuonato il cardinale Re secondo gli altri viaggiatori del pullman (altri prelati e vescovi), «non ha dato che qualche ora di tempo per mettere la controfirma necessaria.
Tutto perché tra poco Castrillòn (il «Pasticciòn») compie 80 anni e se ne va in pensione. Se non si chiudeva subito il dossier, non sarebbe toccato a lui...». Secondo lo sfogo del cardinale Re «quel testo faceva acqua da tutte le parti! D'altra parte l'ha scritto Francesco Coccopalmerio (presidente del Pontificio consiglio per i testi legislativi) che già bisticcia di suo con la lingua italiana... Insomma, se si fosse aspettato un mesetto e magari dare la notizia quando si era messo a punto anche il nuovo stato giuridico dei lefebriani, sarebbe stata tutt'altra cosa e non ci si sarebbe esposti a questa gaffe!». Furente- ed è dire poco- il cardinale Re mentre si recava alla funzione celebrativa della conversione di San Paolo. E prodigo di particolari anche di fronte alle domande degli ospiti. Ma allora tutta colpa dell' improvvisazione? Nessuno sapeva del caso dell'arcivescovo Richard Williamson e della sua intervista-choc alla tv svedese in cui si negava lo sterminio degli ebrei durante la seconda guerra mondiale? Macchè, ha spiegato Re agli altri viaggiatori. Tutto noto a Castrillòn-Pasticciòn. Che sapeva, probabilmente non ha detto nulla al Papa, e certo ha sottovalutato le conseguenze. Secondo quanto riferisce uno degli ospiti del pullman Castrillon avrebbe contattato il superiore generale dei lefebriani, monsignore Bernard Fellay, che gli avrebbe assicurato che «non bisognava stare dietro a Williamson. Lui per altro veniva dalla chiesa anglicana, e dice di non volere entrare in quella cattolica. Ma è malato da tempo, forse ha poche settimane di vita, e non ragiona più. Sbarella tutti i giorni, e chissà quante ne dirà ancora...». Un caso clinico quindi, a cui non dare troppa importanza. Certo, secondo Re, montato ad arte dai mass media il giorno successivo, ma «bisognava metterlo in conto, e non ci fosse stata questa terribile e immotivata fretta di Castrillòn, evitabile, evitabilissimo».
Incidente casuale e tutto interno al gruppo di cardinali che ha portato al Papa il decreto che avrebbe scatenato le reazioni di mezzo mondo e di tutte le comunità ebraiche, secondo la ricostruzione (privata) di uno dei protagonisti principali della vicenda. Ma certo il caso ora c'è, e in Vaticano la riparazione è allo studio. Si sta pensando a una frase da inserire in uno dei prossimi discorsi papali (angelus domenicale o udienza del mercoledì) che suoni di chiara distensione con il mondo ebraico. E alla possibilità che il Pontefice accolga l'invito più volte fatto (e rinnovato ieri) dal rabbino capo Riccardo Di Segni di recarsi alla Sinagoga di Roma per una preghiera comune.

© Copyright Italia Oggi, 28 gennaio 2009


Papa Ratzi Superstar

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Papa/ Gran Rabbinato Israele: Da Benedetto XVI grande passo avanti

Non abbiamo interrotto i rapporti con il Vaticano

Roma, 28 gen. (Apcom)

"Non abbiamo interrotto i rapporti con il Vaticano anche perché credo sia fondamentale tanto per noi quanto per il Vaticano stesso". Così il direttore generale del rabbinato d'Israele Oded Wiener smentisce, a Sky Tg24, di voler interrompere i rapporti con la Santa Sede in seguito alle dichiarazioni del vescovo lefebvriano Richard Williamson.
"Credo comunque che le parole del Papa di questa mattina - sottolinea Wiener - siano state estremamente importanti. Non c'è posto per persone come Williamson che negano l'esistenza dell'Olocausto. Credo sia un grande passo in avanti per risolvere questa questione ma dobbiamo ancora discutere con i membri della Commissione della Santa Sede e del governo d'Israele cosa dovrebbe essere fatto per porre fine a questa problematica. Il fatto che questa persona - ha aggiunto Wiener - sia stata scomunicata e successivamente riaccolta dalla Chiesa dopo 20 anni proprio quando ricorre la giornata della memoria, nella settimana dichiarata dalle Nazioni Unite come commemorativa dell'Olocausto, è davvero incredibile. Questo individuo dovrebbe essere respinto da qualsiasi luogo pubblico".
Wiener spiega anche perché l'incontro fissato a Roma per il 2 marzo con la Commissione della Santa Sede per i rapporti con gli ebrei è stato rimandato: "questa questione deve essere discussa. Abbiamo posticipato l'incontro fino a quando non parleremo di tutto ciò con le persone della Santa Sede. Sicuramente in un tale momento storico e in un ambito così sensibile, tutto il mondo ebraico è scioccato da questa vicenda. Dobbiamo capire cosa fare per risolverla".

Apcom


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Shoah. Lefebvriani italiani rinnovano riprovazione

Superiore italiano conferma comunicato 27 gennaio dopo d.FLoriano

Roma, 29 gen. (Apcom)

La Fraternità sacerdotale San Pio X "ha già chiarito con un comunicato ufficiale del 27 gennaio scorso, vincolante per tutti i membri, la proprio posizione circa le polemiche sollevate in seguito alle dichiarazioni di mons. Richard Williamson sullo sterminio degli ebrei.
Nel ribadire i contenuti del comunicato, la Fraternità San Pio X riprova ogni singola parola da esso discordante": così don Davide Pagliarani, superiore del distretto italiano dei lefebvriani, in seguito alle dichiarazioni negazioniste del sacerdote lefebvriano Floriano Abrahamowicz.

Apcom


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“La remissione della scomunica non è l’ultima parola”

Intervista a don Mauro Gagliardi, Ordinario di Teologia presso la “Regina Apostolorum”

di Antonio Gaspari

ROMA, giovedì, 29 gennaio 2009 (ZENIT.org).

Con i comunicati letti al termine dell’Udienza generale di questo mercoledì, Benedetto XVI sembra aver avviato a risoluzione la discussione sulle tesi negazioniste sostenute da uno dei quattro Vescovi della Fraternità sacerdotale San Pio X, cui il Santo Padre ha recentemente rimesso la scomunica del 1988.
È possibile, perciò, interrogarsi sul significato ecclesiale della decisione del Papa.
Ne abbiamo parlato con don Mauro Gagliardi, Ordinario di Teologia presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma e Consultore dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice.

Prof. Gagliardi, sembra che la discussione sulle tesi negazioniste di mons. Williamson si stia avviando a felice conclusione.

Don Mauro: Me ne rallegro molto. In effetti, quella pur importante discussione correva il rischio di farci perdere di vista l’aspetto centrale della decisione del Santo Padre di rimettere la scomunica ai quattro Vescovi della Fraternità San Pio X.

In che cosa consiste secondo lei questo aspetto centrale?

Don Mauro: Direi che la decisione di Benedetto XVI ha un’importanza storica molto grande. Questo gesto di paterna misericordia del Papa è paragonabile ad altri già compiuti dai suoi predecessori. Penso, in particolare, alla reciproca abolizione delle scomuniche tra Roma e Costantinopoli, avvenuta ad opera di Paolo VI e di Atenagora I, il 7 dicembre 1965; o anche alla Dichiarazione congiunta a riguardo della dottrina della giustificazione, firmata dal Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e dalla Federazione Luterana Mondiale il 31 ottobre 1999.
Sebbene in questo secondo caso non si sia trattato di una revoca delle scomuniche, la Dichiarazione afferma: «Le condanne dottrinali del XVI secolo, nella misura in cui esse si riferiscono all’insegnamento della giustificazione, appaiono sotto una nuova luce: l’insegnamento delle Chiese luterane presentato in questa Dichiarazione non cade sotto le condanne del Concilio di Trento. Le condanne delle Confessioni luterane non colpiscono l’insegnamento della Chiesa cattolica romana così come esso è presentato in questa Dichiarazione» (n. 41).

Nei casi che lei cita, tuttavia, si è trattato di un atto concordato tra due parti, mentre la decisione di Benedetto XVI è unilaterale.

Don Mauro: È vero: lo ha affermato il Santo Padre in persona e lo ha riconosciuto la stessa Fraternità San Pio X, che pure aveva chiesto la remissione della scomunica. L’unilateralità della decisione del Papa mostra che, nel caso della Fraternità, non si tratta di un accordo tra Chiesa cattolica e ortodossa, o tra Chiesa cattolica e Comunità luterana.
I cosiddetti “lefebvriani” erano e sono di fede cattolica, anche se la loro posizione nella Chiesa deve essere ancora ben chiarita. Il carattere peculiare di questa remissione di scomunica è dovuto alla diversa posizione della Fraternità nei confronti della Chiesa cattolica rispetto alla posizione di ortodossi e protestanti.
Nonostante questa precisazione, resta la continuità, nella decisione di Benedetto XVI, sia con il Concilio Vaticano II, che con i pontificati dei suoi predecessori.

Non si può vedere in questo gesto misericordioso del Santo Padre un segno di discontinuità con il Concilio: il Vaticano II, infatti, è stato il primo e finora unico Concilio ecumenico che ha deciso di non anatematizzare alcuna dottrina erronea, né di scomunicare alcuno.

Per quanto riguarda il Pontefice che scomunicò i quattro Vescovi “lefebvriani”, bisogna ricordare che Giovanni Paolo II fece tutto il possibile per convincere mons. Lefebvre a non procedere alle ordinazioni e che l’allora Cardinal Ratzinger ebbe un ruolo centrale in quest’opera di dialogo. Il tempo porterà gli storici della Chiesa ad un giudizio sereno ed oggettivo sugli avvenimenti del 1988, tuttavia due punti mi sembrano difficilmente contestabili.

Il primo è che Giovanni Paolo II non poteva non procedere alla scomunica, che d’altro canto in questi casi è automatica (cf. CJC can. 1382). Il secondo è che lo stesso Pontefice il giorno dopo la scomunica istituì la Commissione Ecclesia Dei: segno della sua volontà di fare tutto il possibile per ristabilire al più presto la comunione visibile con questi fratelli separati.

Cosa si potrebbe dire a quei cattolici che si mostrano, se non contrari, almeno perplessi dinanzi alla remissione della scomunica?

Don Mauro: Direi innanzitutto che non devono temere conseguenze negative da un atto di vero amore e di paterna misericordia. Questa remissione di scomunica non mette in discussione né l’operato di Giovanni Paolo II, né i documenti del Concilio Vaticano II, anzi ne rappresenta l’esito naturale. In fondo, Benedetto XVI sin dall’inizio del suo pontificato aveva affermato di riconoscere come suo «impegno primario quello di lavorare senza risparmio di energie alla ricostituzione della piena e visibile unità di tutti i seguaci di Cristo».
E aveva aggiunto che «per questo non bastano le manifestazioni di buoni sentimenti. Occorrono gesti concreti che entrino negli animi e smuovano le coscienze, sollecitando ciascuno a quella conversione interiore che è il presupposto di ogni progresso sulla via dell’ecumenismo» (Primo messaggio al termine della concelebrazione eucaristica con i Cardinali elettori in Cappella sistina, 20 aprile 2005).

E, nella Lettera che accompagna il Summorum Pontificum, aveva precisato con coraggio: «Guardando al passato, alle divisioni che nel corso dei secoli hanno lacerato il Corpo di Cristo, si ha continuamente l’impressione che, in momenti critici in cui la divisione stava nascendo, non è stato fatto il sufficiente da parte dei responsabili della Chiesa per conservare o conquistare la riconciliazione e l’unità; si ha l’impressione che le omissioni nella Chiesa abbiano avuto una loro parte di colpa nel fatto che queste divisioni si siano potute consolidare. Questo sguardo al passato oggi ci impone un obbligo: fare tutti gli sforzi, affinché a tutti quelli che hanno veramente il desiderio dell’unità, sia reso possibile di restare in quest’unità o di ritrovarla nuovamente».
La decisione di Benedetto XVI esprime esattamente questa linea, dalla quale nessuno deve trarre motivi di preoccupazione, ma al contrario di intima gioia e soddisfazione, gli stessi sentimenti con cui furono accolti i gesti di Paolo VI e del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani. Non mi risulta, infatti, che in quei casi si siano alzate voci preoccupate; perciò non ha senso che si alzino ora. È chiaro altresì che la remissione della scomunica non è l’ultima parola, perché c’è ancora un cammino da fare.

In che consiste il cammino cui lei fa riferimento?

Don Mauro: Non è possibile rispondere a questa domanda in modo completo e breve. Mi limito solo a dire che la Fraternità San Pio X può offrire alla Chiesa un contributo importante nell’applicazione dell’«ermeneutica della continuità» che deve applicarsi ai documenti del Vaticano II.
La Fraternità deve riconoscere l’autorità propria di questo concilio ecumenico.
Essa può contribuire a che il Concilio sia sempre ben compreso e ben applicato nella vita della Chiesa. I “lefebvriani” hanno una spiritualità ed un carisma che può costituire una ricchezza per la vita della Chiesa tutta. Ciò avverrà solo se tutti sapranno essere larghi nel proprio cuore (cf. 2Cor 6,11-13), come dimostra di essere Benedetto XVI.

© Copyright Zenit


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Il tentativo difficile di ridimensionare un caso gestito male

Israele riconosce il «grande passo» di Benedetto XVI. Resta l'imbarazzo

Massimo Franco

Lo sforzo di rimarginare la ferita è vistoso. E il «grande passo avanti» che le parole dette ieri da Benedetto XVI rappresentano per il Rabbinato d'Israele, sono il segno che il tentativo è stato compreso.
Dopo le affermazioni indegne del vescovo Richard Williamson, tese a confutare l'orrore dei lager nazisti, il Papa ha lanciato il suo monito contro «l'oblìo, la negazione e il riduzionismo». Ma rimane una perplessità per il modo in cui è stata preparata la riconciliazione fra Vaticano e lefebvriani; e per la sottovalutazione del contesto nel quale avveniva.
Impressiona un pontefice costretto più volte, negli ultimi tempi, a spiegare le posizioni della Santa Sede.

La tesi benigna è che esista una difficoltà di comunicare correttamente le decisioni prese Oltre Tevere; quella maligna è che i problemi nascano da una certa estemporaneità. Sarebbero la conseguenza di un governo vaticano sorpreso da «un fatto anomalo, improvviso e inaspettato» come il caso Williamson, nelle parole del Segretario di Stato, cardinale Tercisio Bertone; e dunque esposto a malintesi, incomprensioni e tensioni.

Benedetto XVI ha dovuto usare tutto il suo grande prestigio per arginare i contraccolpi. Sia L'Osservatore Romano, sia il portavoce padre Federico Lombardi hanno dato l'interpretazione autentica della strategia vaticana verso Israele; e dichiarato che il dialogo fra Chiesa cattolica ed ebraismo va proseguito «con frutto e serenità». Il fatto che la diocesi di Ratisbona, in Germania, abbia messo al bando il lefebvriano britannico Williamson, accentua l'impressione di un incidente non voluto. Sono state alcune coincidenze temporali a renderlo particolarmente grave: il 50˚ del Concilio Vaticano II, osteggiato dai seguaci di monsignor Lefebvre; e le posizioni di alcuni di loro sulla Shoah, lo sterminio degli ebrei negli anni del nazismo.

I contatti per riportare i «ribelli» nell'alveo dell'ortodossia duravano da tempo. Ed era chiara la volontà di chiudere il cerchio prima che si affacciasse la seconda generazione lefebvriana, meno sensibile al richiamo dell'unità. Ma la scelta del momento ed il modo si sono rivelati come minimo controproducenti. La sensazione è che adesso sia la Santa Sede sia il governo israeliano vogliano ridimensionare per quanto è possibile l'accaduto; e ridurre le conseguenze negative che può avere. È stata anche ipotizzata una visita del Pontefice alla Sinagoga di Roma.
Formalmente, rimane ancora in piedi lo stesso progetto di un viaggio papale in Terra Santa. Ma ieri David Rosen, consulente del Gran Rabbinato di Israele, ha avvertito che il «fatto importante, buono e utile» venuto da Benedetto XVI potrebbe non bastare. Il caso Williamson lascerebbe un alone di ambiguità tale da oscurare la condanna «commovente e impressionante» dell'antisemitismo, pronunciata da Giovanni Paolo II. Bertone gli ha replicato difendendo Benedetto XVI; e archiviando l'«episodio dolorosissimo». Se non della realtà, quella di Bertone è la fotografia di una speranza.

© Copyright Corriere della sera, 29 gennaio 2009


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PRIMO PIANO

Pasticciaccio in Vaticano

Di Franco Bechis

Gaffe Lefebvre-ebrei, caccia al colpevole. E Re accusa Castrillòn

È iniziata la caccia al colpevole in Vaticano dopo il caso del vescovo negazionista riabilitato assieme ai seguaci di monsignor Lefebvre che ha provocato un clima da guerra fredda fra Chiesa cattolica e comunità ebraiche di tutto il mondo. Oltretevere si è temuta perfino una trappola interna a papa Benedetto XVI che non era stato informato delle esternazioni di monsignor Richard Williamson e della sua posizione all'interno del gruppo di vescovi seguaci di Marcel Lefebvre scomunicati nel 1988 e ora riammessi al dialogo con la Chiesa (Williamson non è mai stato cattolico, ma anglicano).

Nessuna trappola però è emersa, solo una certa superficialità nella gestione della pratica.

E sotto accusa è finito il cardinale Dario Castrillòn Hoyos... A puntare il dito contro il presidente della Pontificia commissione Ecclesia Dei è un altro dei controfirmatari del decreto di riammissione dei vescovi, il cardinale Giovanni Battista Re, prefetto della Congregazione dei vescovi, che domenica scorsa ha ricostruito in privato l'accaduto (il resoconto a pagina 5 di Italia Oggi) lamentando la fretta con cui un caso così delicato sia stato trattato.
Secondo la ricostruzione fatta gli errori sono stati compiuti da più parti, e lo stesso superiore dei lefebvriani riammessi avrebbe minimizzato il ruolo di Williamson, spiegando che lo stesso prelato non aveva intenzione di entrare nella chiesa cattolica, ma di non potere dare peso alle sue parole, essendo il vescovo provato da lunga e dura malattia e perfino incapace di esprimere con chiarezza il suo pensiero e la sua volontà. Certo il caso ha ancora una volta fatto emergere le difficoltà che sembrano esserci all'interno della Curia e la poca dimestichezza con l'habitus diplomatico che molti autorevoli suo esponenti sembrano avere.

Grave, ma certamente sanabile, non è questa la prima gaffe emersa in questi anni di papato dalle fila degli altri prelati che accompagnano Benedetto XVI nella sua missione. In qualche occasione il problema è nato dall'inesperienza nel rapporto con i mezzi di comunicazione, in altre proprio da errori o sottovalutazioni compiuti dallo staff.

Sembra più qui il punto debole che non in una delle tradizionali guerre di curia che spesso hanno contrassegnato la storia vaticana. Per quanto esistano all'interno due fazioni vicine o lontane al principale (e fedele) collaboratore del Papa, il sottosegretario di Stato Tarcisio Bertone, non è in quell'humus che sono nati gli incidenti di questi mesi.

Ed è anche per questo che secondo il tam-tam proprio Bertone sta preparando un robusto rimpasto in curia...

© Copyright Italia Oggi, 28 gennaio 2009


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Comunicato del Distretto tedesco della Frat. S. Pio X

In qualità di Superiore del Distretto della Fraternità in Germania, sono molto turbato dal discorso di Mons. Williamson qui, in questo paese [dove l’intervista della televisione svedese è stata registrata].
La banalizzazione dei crimini del regime nazista contro gli Ebrei e i loro orrori sono per noi inaccettabili. La caccia e l’eccidio di un numero innumerevole di Ebrei sotto il Terzo Reich ci commuovono molto dolorosamente e infrangono anche il comandamento cristiano dell’amore del prossimo che non fa differenze tra le etnie.
Devo scusarmi per quel comportamento e prendere le distanze da tali affermazioni.
Tale presa di distanza è per noi necessaria anche perché il padre di Mons. Lefebvre è morto in prigionia e poiché molti preti cattolici sono morti nei campi di concentramento di Hitler.

Stoccarda, 27 gennaio 2009
Pater Franz Schmidberger
Superiore del Distretto

Fonte: FSSPX


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Povero Papa, ma è proprio così! [SM=g7869] [SM=g7869] [SM=g7869] [SM=g7869] [SM=g7869] [SM=g7869] [SM=g7869] [SM=g7869] [SM=g7869] [SM=g7869]

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«Un passo avanti, ma doveva parlare prima»

di Redazione

Roma

«Apprezzo davvero le parole pronunciate da Benedetto XVI. Anche se bisognava che quelle cose le dicesse prima». Giuseppe Laras, già rabbino capo di Milano, è oggi il presidente dell’assemblea rabbinica italiana. Uomo di dialogo, dice di aver sofferto per ciò che è accaduto negli ultimi giorni.

Rabbino Laras, il Papa ha usato parole inequivocabili sulla Shoah e contro ogni sua negazione o riduzione. Come le giudica?

«Sono parole importanti, positive ma... secondo me doveva dirle prima. Guardi, io non pretendo certo di insegnare il mestiere al Papa, le esprimo i miei sentimenti e le mie impressioni. Ecco ciò che penso: non si è calcolato l’effetto negativo che le parole di Williamson hanno avuto. Il negazionismo è una falsità storica, oltre che un’infamia. Il fatto che l’intervista sia stata rilanciata in concomitanza con il Giorno della Memoria ci addolora ancora di più, perché proprio in questi giorni il ricordo acutizza e approfondisce il dramma tremendo che il nostro popolo ha vissuto, la Shoah».

Il Papa ha detto la Shoah deve essere per tutti monito contro l’oblio...

«Le ripeto, sono parole che hanno il loro peso. Nel frattempo però c’è stata la presa di posizione del Gran Rabbinato d’Israele, che ha deciso di interrompere il dialogo e chiede una dichiarazione dei lefebvriani, per conoscere ciò che davvero pensano sulla Shoah e anche sul Concilio Vaticano II, che con il decreto Nostra aetate ha aperto un nuovo capitolo nella storia dei rapporti tra Chiesa cattolica ed ebrei».

Che cosa si aspettava che facesse Benedetto XVI?

«Poteva intervenire prima, intervenire subito. Poteva riammettere tre dei quattro vescovi, chiedendo al sostenitore di una tesi così aberrante di attendere e di compiere un cammino di purificazione. Vede, sappiamo bene chi sono e che cosa rappresentano i cosiddetti lefebvriani. Ricordo ciò che dissero contro Giovanni Paolo II quando venne a visitare la Sinagoga di Roma. Forse, prima di prendere il provvedimento di revoca della scomunica - che so bene essere un atto interno alla Chiesa -, bisognava avere maggiori garanzie sull’accettazione del Concilio».

Le reazioni alle parole del Pontefice sono positive, anche quelle che arrivano da Gerusalemme. Che cosa pensa del viaggio di Ratzinger in Israele?

«Io ho creduto nel dialogo, mi dispiace constatare queste difficoltà. Ciò che è accaduto in questi giorni rende tutto più complicato e difficile. Oggi non vedo le condizioni per il viaggio, c’è troppa irritazione e troppo sospetto. Serve un periodo di decantazione».

Dopo l’intervento papale si può dire che il caso sia chiuso?

«Le chiarificazioni sono state tardive. La Santa Sede si sarebbe evitata un sacco di guai e anche di polemiche se il Papa avesse parlato subito. Non vorrei che chiuso questo caso, fra qualche settimana, ne spuntasse un altro. Quelli che stiamo vivendo sono come attacchi violenti di febbre, che debilitano l’organismo del dialogo ebraico-cattolico. Bisogna fare molta attenzione, perché se gli attacchi si ripetono, alla fine il paziente soccombe».

© Copyright Il Giornale, 29 gennaio 2009


Ma guarda un po': il rabbino che fa lezione al Papa!
[SM=g8115]

[Modificato da Paparatzifan 29/01/2009 18.49]
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Da "La tribuna di Treviso"...

"Le camere a gas? Per disinfettare"

di Laura Canzian

Le camere a gas? «L’unica cosa certa è che sono state usate per disinfettare». Una dichiarazione choc, quella del capo della comunità lefebvriana del Nordest, il trevigiano don Floriano Abrahamowicz. Dopo la clamorosa intervista del vescovo Richard Williamson, che nega l’Olocausto, altre affermazioni destinate a rinfocolare la polemica fra la Santa Sede e gli ebrei. Don Abrahamowicz (che il 15 settembre 2007 celebrò messa in latino a Lanzago di Silea per il leader della Lega Nord Umberto Bossi) rilancia la teoria per cui i numeri della Shoah sono un «problema secondario», accreditati dagli stessi capi delle comunità israeliane subito dopo la liberazione «sull’onda dell’emotività». È la vecchia tesi del «popolo deicida».

Don Floriano, la comunità lefebvriana è antisemita?

È veramente impossibile per un cristiano cattolico essere antisemita. Io stesso ho, da parte paterna, origini ebraiche. Anche il mio cognome lo suggerisce. Tutta questa polemica sulle esternazioni di monsignor Williamson riguardo l’esistenza delle camere a gas è una potentissima strumentalizzazione in funzione anti-Vaticano. Williamson ha semplicemente espresso il suo dubbio e la sua negazione non tanto dell’Olocausto, come falsamente dicono i giornali, ma dell’aspetto tecnico delle camere a gas.

Secondo lei, quello delle camere a gas è solo «un aspetto tecnico»?

Sicuramente è stata un’imprudenza di Williamson addentrarsi nelle questioni tecniche. Nella famosa intervista si vede che il giornalista è andato a parare su quell’aspetto specifico. Ma bisogna capire che tutto il tema dell’Olocausto si colloca a un livello di molto superiore rispetto alla questione di sapere se le vittime sono morte a causa del gas o per altri motivi.

E lei cosa ne pensa? Delle camere a gas, intendo.

Non lo so davvero. Io so che le camere a gas sono esistite almeno per disinfettare, ma non so dirle se abbiano fatto morti oppure no, perché non ho approfondito la questione. So che, accanto a una versione ufficiale, esiste un’altra versione basata sulle osservazioni dei primi tecnici alleati che sono entrati nei campi.


Lei mette in dubbio il numero delle vittime dell’Olocausto?

No, non metto in dubbio i numeri. Le vittime potevano essere anche più di 6 milioni. Anche nel mondo ebraico le cifre hanno un valore simbolico. Papa Ratzinger dice che anche una sola persona uccisa ingiustamente è troppo, è come dire che uno è uguale a 6 milioni. Andare a parlare di cifre non cambia niente rispetto all’essenza del genocidio, che è sempre un’esagerazione.

Un’esagerazione? In che senso?

I numeri derivano da quello che il capo della comunità ebraica tedesca disse agli angloamericani subito dopo la liberazione. Nella foga ha sparato un cifra. Ma come poteva sapere? Per lui la questione importante era che queste vittime sono state uccise ingiustamente per motivi religiosi. La critica che si può fare al modo in cui in cui viene gestita la tragedia dell’Olocausto sta nel dare ad essa una supremazia in confronto ad altri genocidi.

A quali altri stermini si riferisce?

Se monsignor Williamson avesse negato alla televisione il genocidio di un milione e 200 mila armeni da parte dei turchi, non penso che tutti i giornali avrebbero parlato delle sue dichiarazioni nei termini in cui lo stanno facendo ora. Chi ha mai parlato del genocidio anglo-americano nel bombardamento delle città tedesche? Chi ha mai parlato di Churchill che ha ordinato il bombardamento al fosforo di Dresda, dove non c’erano solo moltissimi civili, ma anche molti soldati alleati? Chi ha parlato dell’aviazione inglese, che ha ucciso nei bombardamenti delle città centinaia di migliaia di civili? E gli israeliani non possono mica dirmi che il genocidio che loro hanno subito dai nazisti è meno grave di quello di Gaza, perché loro hanno fatto fuori qualche migliaio di persone, mentre i nazisti ne hanno fatti fuori 6 milioni. È qui che do la colpa all’ebraismo che esaspera invece di onorare decentemente le vittime del genocidio. È come se nella storia vi sia stato un solo genocidio: quello ebraico durante la seconda guerra mondiale. Sembra che si possa dire tutto quello che si vuole su tutti gli altri popoli sterminati, ma nessuno oggi a livello mondiale ha parlato nei termini in cui si sta parlando ora dopo le dichiarazioni di Williamson.

Perché ancora tante persone mettono in dubbio la Shoah? Perché è un tema che divide ancora in modo così viscerale?

Perché tutta la storia dell’umanità è segnata dal popolo di Israele, che in un primo momento era il popolo di Dio, poi è diventato il popolo deicida e alla fine dei tempi si riconvertirà a Gesù Cristo. Dietro tutto ciò c’è un aspetto teologico misterioso, quello del popolo di Dio, che ha rigettato il suo Messia e che lo combatte ancora. È un mistero della dottrina. L’antisemitismo nasce nel mondo illuminato liberale e gnostico. La Chiesa nella storia ha sempre protetto gli ebrei dai pogrom. Come si legge anche nel libro di Domenico Savino sull’omicidio rituale.

Cosa pensa del negazionismo?

Il negazionismo è un falso problema, perché si sofferma su metodi e cifre e non risponde alla sostanza del problema. Non sono antisemiti quelli che hanno studiato i dati tecnici e hanno posto alcuni dubbi sulla versione che troviamo nei libri di storia. Basti pensare che coloro che per primi hanno rilevato i dati sono anche coloro che hanno salvato gli ebrei, vale a dire gli alleati.

Vuole lanciare un messaggio alla comunità ebraica?

Il messaggio è uno: da cristiano cattolico, aggiungendo quel poco di sangue ebraico che corre nelle mie vene, io auguro agli ebrei di abbracciare nostro Signore Gesù Cristo. Amen.

(29 gennaio 2009)


Sembra che ci sia voglia di continuare la polemica... [SM=g7953]

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"CON IL CUORE SPEZZATO... SEMPRE CON TE!"
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La polemica degli ebrei e qualche strumentalizzazione alla vigilia del viaggio di Benedetto XVI in Terra Santa

Il Papa che accoglie e perdona tira dritto e lavora per l'unità della Chiesa

Aprire le braccia, chiedere scusa, ripetere per l'ennesima volta la stessa cosa, sopportare la durezza, non pesare troppo l'astuzia, separare tra polemica e sostanza…
Fare il Papa è un mestieraccio. Lo dev'essere tutti i santi giorni che Dio manda in terra, e specialmente certi giorni, come quelli che stanno capitando.
Al Papa, infatti, sta toccando di navigare tra la colpevole grettezza di qualcuno (come il vescovo negazionista) l'astuzia di alcuni (i media e certe forze che vogliono alimentare il dissido tra ebrei e cattolici proprio alla vigilia del viaggio di Benedetto XVI in Israele), il risentimento di altri (certi esponenti del mondo ebraico che a ogni piè sospinto si vestono da vittime). E navigare è il suo compito, essendogli affidata la gran barca della Chiesa. E nessuno garantì né a Pietro né ai suoi successori una navigazione tranquilla. La Chiesa non è un pedalò.
L'unità tra persone diverse non è una passeggiata.
Ma il Papa mi pare non abbia lasciato ambiguità né abbia girato il timone: apertura e riammissione ai Lefebvriani come inizio di un percorso che essi devono fare; riaffermazione dell'abbraccio ai fratelli ebrei, pur nella differenza e nella autonomia (per questo non è comunque accettabile porre come condizione la "defenestrazione" di un vescovo come gesto riparatore); rilancio del dialogo sul quel che accomuna più che insistenza su quel che divide. Questo Papa sta lavorando per l'unità della Chiesa, e non a parole ma con gesti significativi. E i gesti che hanno un peso non sono mai privi di conseguenze. Lo sappiamo tutti. È proprio della vita normale. Quando ad esempio fai un passo verso un figlio, con la coda dell'occhio vedi che spesso l'altro un poco si adombra. E così il gesto di riapertura ai lefebvriani, maturato con pazienza e lavoro serissimo di dialogo, può aver creato qualche ombra comprensibile in altri figli, e viceversa in altri casi. La Chiesa non è un pedalò. Ma di certo, mentre vediamo altrove spettacoli a volte tragici, a volte grotteschi di continua divisione, frammentazione e rotture, la riunione con fratelli che se ne erano andati è un fatto controtendenza, da difendere con la verità e la pazienza. Senza paura delle tensioni, ma rilanciando sempre, con precisione e forza per l'unità. È quello che sta facendo il Papa, in mezzo a durezze di ogni genere ben comprensibili, e senza reagire nemmeno di fronte ad affronti e a pericolose ambiguità. E mai stancandosi di fare il Papa, il servo dei servi, e dell'unità dei cristiani.

© Copyright Il Tempo, 29 gennaio 2009


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Da "Il Giornale"...

«Rifiutiamo la revoca della scomunica»

Fra i lefebvriani c’è anche chi non ci sta, una sorta di “fronda” interna: ovvero chi non accetta la revoca da parte del Papa della scomunica ai quattro vescovi “perdonati” da Benedetto XVI. Secondo alcuni membri e fedeli della Fraternità San Pio X - scandalizzati dal decreto della Congregazione per i vescovi del 21 gennaio 2009 che revoca appunto la scomunica ai quattro vescovi lefebvriani - la cosiddetta «revoca» avviene per una censura ecclesiastica mai esistita perché - così ha detto in un’omelia don Floriano Abrahamowicz domenica scorsa a Treviso e a Trento - «il 30 giugno del 1988 monsignor Marcel Lefebvre consacrando quattro vescovi ha compiuto un atto meritorio e non un delitto. Le sue consacrazioni episcopali hanno rappresentato la continuità della Chiesa Cattolica Apostolica e Romana. È questa Sua fedeltà alla chiesa cattolica che gli valse le persecuzioni e le ingiuste e invalide censure da parte della Chiesa Conciliare». Come ha comunicato il Circolo Culturale «Christus Rex» (composto da fedeli, famiglie, amici e simpatizzanti della Tradizione) non tutti i fedeli hanno accolto con gioia la revoca della scomunica.

29-01-2009


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''Scandalizzati da preghiera Papa in Moschea blu di Istanbul''

Lefebvriani-Papa, è braccio di ferro. ''Non riconosciamo Concilio Vaticano II''

Don Pierpaolo Petrucci, Priore del Priorato di Rimini della Fraternità di San Pio X all’ADNKRONOS: ''Il passo indietro sulla scomunica è stato atto unilaterale del Papa, ci sono stati riconosciuti i nostri meriti''

Città del Vaticano, 29 gen. (Adnkronos)

“La scomunica ci è stata tolta senza che a noi fosse stata posta alcuna condizione, si è trattato di un atto unilaterale del Papa”. E’ quanto ha affermato all’ADNKRONOS don Pierpaolo Petrucci, Priore del Priorato di Rimini della Fraternità di San Pio X. A Rimini infatti si terrà sabato prossimo alle 17,00, alla Sala degli Archi, una conferenza pubblica organizzata dal distretto italiano dei Lefebvriani dal titolo: “La Fraternità Sacerdotale San Pio X: né scismatici, né scomunicati ma cattolici nell'attuale crisi della Chiesa”.

All’incontro parteciperà il superiore del Distretto d'Italia della Fraternità Sacerdotale San Pio X, don Davide Pagliarani. I Lefebvriani italiani vogliono farsi conoscere e far conoscere le loro idee e il contributo che possono dare alla vita della Chiesa. “Abbiamo sempre avuto fiducia nella Chiesa – ha spiegato don Pierpaolo – non è mai stata nostra intenzione costruire una chiesa parallela”. “Il fatto che prima eravamo considerati scismatici e successivamente questo scisma è stato revocato senza che ci fosse chiesta alcuna condizione - afferma il sacerdote della Fraternità - costituisce un riconoscimento implicito” delle nostre idee dopo “che siamo stati messi all’indice ingiustamente”. Insomma il gesto di pace del Papa non è stata preceduto da nessuna richiesta da parte vaticana agli scismatici in merito ad una accettazione del Concilio Vaticano II.

Non a caso fra i temi al centro della conferenza di sabato, pubblicati sull’invito all’incontro, ci sono i seguenti: “Cosa significa questo ritiro, frutto di una decisione unilaterale della Santa Sede, senza che nessuna condizione sia stata chiesta alla Fraternità San Pio X ? Cosa ha fatto finora e cosa intende fare la Fraternità San Pio X per la Chiesa?”. Fra le richieste che ora la Fraternità farà alla Santa Sede c’è anche quella della “riabilitazione di mons. Lefebvre che è stato un vescovo missionario” spiega don Petrucci.

“Riconosciamo il magistero della Chiesa fino al Concilio Vaticano II, è quello che abbiamo sempre detto”. Si è espresso in questi termini don Petrucci, in merito al problema dell’accettazione del Concilio Vaticano II da parte dei lefebvriani. “Il Concilio Vaticano II del resto - ha aggiunto il sacerdote – è un concilio pastorale e non dogmatico, non ha definito dogmi di fede, la sua è un autorità pastorale, quindi che può essere discussa ed è quanto vogliamo fare”.

“Molte affermazioni del Concilio – ha proseguito don Pierpaolo – contraddicono il magistero dei papi precedenti”. “Il Vaticano II – ha insistito - è il primo Concilio della storia che mette in discussione tutto ciò che la Chiesa affermava precedentemente”. In quanto alle parole pronunciate ieri dal Papa e alla richiesta di accettazione del Concilio Vaticano II, don Petrucci ha affermato che l’intenzione della Fraternità è ora quella di approfondire e discutere i diversi aspetti del Concilio con le autorità vaticane: “E’ nostra esigenza discutere con la Chiesa - ha detto il sacerdote – dei temi di fondo”. Fpe Chiesa:

“Se da una parte è possibile dire che questo Papa dal punto di vista liturgico è legato alla tradizione, dal punto di vista dell’ecumenismo è in linea con il Concilio Vaticano II. Noi siamo rimasti scandalizzati dalla preghiera che Benedetto XVI ha fatto nella moschea blu di Istanbul durante il suo viaggio in Turchia” che avvenne nel novembre del 2006, ha aggiunto Petrucci.
Che ha poi ricordato che “già Pio XI condannava tutte le relazioni interreligiose”. Quindi ha osservato che diverse encicliche pubblicate sotto i pontefici precedenti al Concilio, da Pio IX a Pio XII, dicono cose che sono state poi smentite dai documenti conciliari.

© Copyright Adnkronos


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LEFEBVRIANI: RABBINATO GERUSALEMME, IL PAPA VENGA IN ISRAELE

Salvatore Izzo

(AGI) - Roma, 29 gen.

Il Rabbinato generale di Gerusalemme aspetta la visita di Benedetto XVI, "molto importante per noi", prevista in maggio.
E ritiene che i rapporti fra la Chiesa e il mondo ebraico non subiranno interruzioni: ora devono esseredecisi soltanto i passi complementari da intraprendere perrisolvere la vicenda dei lefebvriani negazionisti.
E’ la posizione, espressa in un’intervista a "Liberal", del direttore generale del Rabbinato, Oded Weider, che sottolinea: "Le parole pronunciate dal Papa durante l’udienza generale di mercoledi’scorso sono molto importanti: si e’ trattato di una presa diposizione forte contro l’Olocausto e chi lo nega.
Penso che quelle parole siano state fondamentali, non soltanto per gli ebrei ma per il mondo intero: hanno affermato una volta di piu’che i negazionisti sono un’offesa per l’umanita’, e che questi devono essere condannati nella maniera piu’ ferma possibile. In molti posti, infatti, i negazionisti sono l’avanguardia dei neo-nazisti".
Sulle nuove affermazioni che sminuiscono il dramma dell’Olocausto, pronunciate dal prete lefebvriano di Trevisodon Floriano Abrahamowicz, dopo quelle del vescovo Richard Williamson, Weider aggiunge: "Per quanto riguarda il caso del vescovo e del sacerdote della Fraternita’, voglio ricordare che non e’ accettabile che un leader religioso faccia sue affermazioni di questo tipo".
Ma questo, nonostante le speculazioni della stampa, non distrugge quanto e’ stato creato negli ultimi 60 anni fra lo Stato di Israele e la Santa Sede: "Le nostre relazioni con il Vaticano sono molto speciali e dobbiamo fare del nostro meglio per mantenerle ai massimi livelli.
Il nostro e’ un impegno comune: ho scritto al cardinale Kasper, che mi ha risposto oggi: due lettere rispettose e molto importanti. Ora dobbiamo decidere i passi complementari per mantenere al meglio questo nostro rapporto: la nostra commissione incaricata della questione si riunira’all’inizio della prossima settimana per decidere cosa fare a livello pratico.
Ma non ci sono interruzioni di sorta".A dimostrazione di questa posizione, Weider - che avevascritto due giorni fa una lettera in cui chiedeva le scuse pubbliche del vescovo lefebvriano Williamson per le sue dichiarazioni - aggiunge: "La visita di Benedetto XVI in maggio e’ molto importante per noi, un viaggio che aspettiamo. Alcuni apprezzano il vescovo Williamson, altri la pensano come lui: purtroppo, il messaggio di tutta questa vicenda ha colpito negativamente la Chiesa. Che pero’ combatte con noi persconfiggere le recrudescenze del nazismo: dobbiamo fare il massimo, insieme, per dimostrare al mondo che persone delgenere non sono accettabili, mai piu’"

© Copyright (AGI)


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Altro lefebvriano negazionista, indignazione e smentite

Ancora nervosismo da rabbini,ma tra Vaticano e Israele si dialoga

Città del Vaticano, 29 gen. (Apcom)

Un altro lefebvriano che nega la Shoah, altre critiche, altre sconfessioni.
Il copione andato in scena solo pochi giorni fa con le disquisizioni del vescovo britannico Richard Williamson sulle camere a gas che non sarebbero mai esistite e i numeri della shoah che sarebbero pompati, si ripete nel Triveneto.
A riattizzare le polemiche, il giorno dopo il monito del Papa "contro l'oblio, la negazione o il riduzionismo" della Shoah, è don Floriano Abrahamowicz, sacerdote tradizionalista, simpatizzante della Lega nord (e del resto era stato il parlamentare del Carroccio Federico Bricolo il primo politico a esprimere "grande soddisfazione" per la revoca della scomunica ai seguaci di Lefebvre), intervistato a lungo dalla 'Tribuna' di Treviso. Le camere a gas? Sono esistite almeno per disinfettare, ma non so dirle se abbiano fatto morti oppure no". Williamson? "E' stata un'imprudenza addentrarsi nelle questioni tecniche". Gli ebrei? "In un primo momento era il popolo di Dio, poi è diventato il popolo deicida e alla fine dei tempi si riconvertirà a Gesù Cristo". La shoah? "Gli israeliani non possono mica dirmi che il genocidio che loro hanno subito dai nazisti è meno grave di quello di Gaza".
Abbastanza per una nuova baraonda di critiche, smentite, indignazione. "L'unica cosa che provo di fronte a queste dichiarazioni è un senso di squallore", afferma il rabbino capo di Venezia Elia Richetti. Il vescovo trevigiano, monsignor Andrea Bruno Mazzoccato, denuncia la posizione come "storicamente infondata ed estranea al sentire cristiano e agli elementari sentimenti di umanità".
Il cardinale Dionigi Tettamanzi ricorda che con le parole di ieri il Papa ha già chiarito quel che c'era da chiarire. "Grazie a Dio su più di duemila sacerdoti della mia diocesi non ne ho trovato uno solo negazionista", precisa. E i lefebvriani, per bocca del superiore del distretto italiano, don Davide Pagliarani, esprimono la loro "riprovazione".
Copione già visto pochi giorni fa, o quasi. Le esternazioni di don Floriano danno ragione al rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni, che pochi giorni fa aveva sottolineato che il problema rappresentato dai lefebvriani "non è il singolo negazionista, ma è molto più profondo".

E mostrano che, all'interno della galassia lefebvriana, non tutti seguono docilmente le indicazioni del superiore, Bernard Fellay, a tornare nell'alveo di Santa romana Chiesa.

Lo stesso Abrahamowicz, alcuni giorni fa, aveva sollevato il suo scetticismo con i propri fedeli.

Chi, all'interno della Chiesa cattolica, non ha mai visto di buon occhio il rientro dei lefebvriani ha un motivo in più per pensarlo. E dall'interno della Curia romana sale il malumore di chi considera che l'affaire lefebvriano andasse gestito con maggiore accortezza, rischiando, invece, di gettare discredito sul Papa ("è molto addolorato", ha detto ieri il cardinale Tarcisio Bertone).

Di fronte alle rimostranza dei rabbini israeliani, intanto, si mette in moto la macchina della Santa Sede. Lo scorso martedì era piombata nei Sacri palazzi una lettera di proteste del segretario generale del Gran Rabinato, Oded Weiner. Nella lettera si poneva in dubbio l'opportunità di tenere a marzo, come programmato, l'annuale incontro di dialogo ebraico-cattolico, in Vaticano, sul tema, quest'anno, della ecologia. Dal Gran rabbinato era inizialmente filtrata, inoltre, l'intenzione di rompere i rapporti con il Vaticano. Ipotesi smentita dallo stesso Wiener nei successivi colloqui telefonici con lo staff di Kasper. Oggi, infine, la Pontificia commissione per i rapporti religiosi con l'ebraismo, guidata dal cardinale Walter Kasper, ha inviato oggi una risposta di rassicurazioni al Gran Rabbinato di Israele. I contenuti della missiva sono riservati ma oltre il Portone di bronzo filtra l'intenzione di mantenere la data di marzo per l'incontro interreligioso. Anche se la risposta formale potrebbe tardare a causa dell'inizio di shabbat, domani, il segretario generale dei rabbini israeliani, Oded Weiner, precisa: "Non ci sono interruzioni di sorta". Il Papa in Israele? "Un viaggio che aspettiamo".

© Copyright Apcom


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Stanno facendo un tale bombardamento mediatico, il più delle volte basato su interpretazioni "filtrate" se non deformate dei fatti piuttosto che sui fatti stessi, oltre che sulle parole del Papa, che Benedetto XVI davvero non riesce a lavorare serenamente: gli viene monitorato ogni singolo passo, vengono amplificate le reazioni ai suoi gesti e alle sue parole, e ogni pretesto è buono per attaccarlo.
Non si può andare avanti così!!! [SM=g7629]

Intanto i siti velatamente (Repubblica) o apertamente (Uaar) ostili pullulano dei commentini dei soloni di turno, che sparano cavolate senza sapere di che parlano.
E la gente non capisce niente e si attacca al primo luogo comune.
"Il Papa è reazionario"...

A questo si aggiunge la lotta interna ai vertici della Curia, che non è da sottovalutare, e che getta costantemente benzina sul fuoco, ed è più perfida dell'opposizione "laica".

Basta! [SM=g8126]

Alcuni dicono che senza di loro non sarebbe arrivato il Motu Proprio. Correggerei l’affermazione con: “Il Signore, per meritarci la grazia del Motu Proprio, ha versato nel calice del Suo Preziosissimo Sangue la 'goccia d’acqua' della sofferenza dei Tradizionalisti; di quelli legati alla Fraternità San Pio X e di quelli che, spesso emarginati nel lungo 'inverno liturgico' - in cui si è tollerato di tutto fuorché la Messa di San Pio V -, non di meno sono rimasti nella più perfetta obbedienza”

Quoto! Io voglio la messa di rito antico!!!

Staremo a vedere!

SEMPRE A FIANCO DI BENEDETTO XVI!!!
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Vescovi tedeschi a lefebvriani: riconoscete il Vaticano II


Dopo la remissione della scomunica chiedono che accettino la “Nostra Aetate”





ROMA, giovedì, 29 gennaio 2009 (ZENIT.org).- I Vescovi tedeschi hanno invitato i quattro Vescovi “lefebvriani”, cui il Papa di recente ha rimesso la scomunica risalente al 1988, a dichiarare ufficialmente di accettare il Concilio Vaticano II e in particolare la Dichiarazione 'Nostra Aetate' sulle relazioni con l'ebraismo e le religioni non cristiane.

E’ quanto si legge in una dichiarazione diffusa da mons. Heinrich Mussinghoff, Presidente della Sottocommissione per le Relazioni Religiose con l'Ebraismo della Conferenza Episcopale Tedesca.

Il presule ha confermato il sostegno dei Vescovi tedeschi agli sforzi compiuti dal Papa per "ottenere l'unità della Chiesa", pur osservando che esistono "questioni ancora aperte".

Il provvedimento, ha ammesso, "ha suscitato una serie di domande critiche" soprattutto a causa delle tesi negazioniste dell’Olocausto espresse dal Vescovo lefebvriano Richard Williamson.

"Ci opponiamo nella maniera più decisa a questa negazione dell'Olocausto, che in Germania è già oggetto di inchieste giudiziarie", ha dichiarato Mussinghoff.

La negazione dell’Olocausto, in Germania, è infatti dal 1994 un reato punibile fino a 5 anni di galera.

"Esprimiamo – si legge ancora nella nota – la chiara e grande aspettativa e la richiesta urgente che nel corso dei colloqui, i quattro Vescovi e la Fraternità di S. Pio X manifestino in modo inequivocabile e credibile la loro fedeltà al Concilio Vaticano II e in particolare alla dichiarazione 'Nostra Aetate', le cui istanze vennero fatte proprie da Papa Giovanni Paolo II nel suo lungo pontificato in maniera insistente e con risultati benefici”.

La Fraternità di San Pio X si oppone alla concezione ecclesiologica emersa dal Concilio Vaticano II, secondo cui la Chiesa di Cristo sussiste nella Chiesa cattolica, affermando che in questo modo si nega l’identità tra Chiesa di Cristo e Chiesa cattolica, e rifiuta l’ecumenismo e i rapporti interreligiosi come negazione dell’unicità della Chiesa e della sua missione salvifica.

Dal canto suo la Conferenza Episcopale Svizzera, Paese dove monsignor Marcel Lefebvre stabilì, a Ecône, la casa di formazione della Fraternità sacerdotale San Pio X, ha tenuto a sottolineare in una nota che i Vescovi consacrati nel 1988 senza mandato pontificio, "nonostante la revoca della scomunica, restano sospesi 'a divinis'” e quindi, “secondo la Chiesa Cattolica, non possono esercitare il loro ministero episcopale".
"Occorre - scrivono i Vescovi - evitare malintesi: nella dottrina della Chiesa, la revoca della scomunica non è la riconciliazione, né la riabilitazione, ma l'apertura del cammino verso la riconciliazione. Quell'atto non è dunque un punto d'arrivo, ma il punto di partenza per un dialogo necessario sulle ragioni del dissenso".

Il Vescovo di Regensburg (Ratisbona), in Germania, mons. Gerhard Ludwig Mueller, ha invece disposto il divieto di accesso a tutte le chiese e a tutte le istituzioni della diocesi per monsignor Richard Williamson – che normalmente risiede in Argentina –, accusandolo di blasfemia.

La controversa intervista alla televisione svedese SVT è stata infatti rilasciata da monsignor Williamson nel novembre 2008 non lontano da Regensburg, a Zaitzkofen, dove ha sede un seminario della Fraternità sacerdotale San Pio X.

Per competenza territoriale la procura di Regensburg ha inoltre aperto un'inchiesta a carico di Williamson per istigazione all'odio razziale.


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