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Motu Proprio "Summorum Pontificum" ed Istruzione Universae Ecclesiae" - Commenti e notizie

Ultimo Aggiornamento: 05/11/2012 21.25
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22/10/2009 22.22
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GIOVEDÌ 22 OTTOBRE 2009

Un'analisi scientifica di un sondaggio scientifico

Il prof. Massimo Introvigne (nella foto) è uno dei massimi sociologi delle religioni. Abbiamo quindi sollecitato la sua attenzione sul sondaggio sull'interesse per la Messa antica e ci ha fatto il regalo di questa analisi, apparsa sul sito del CESNUR (Centro Studi sulle Nuove Religioni). Essa si distingue da tutte le altre per il carattere eminentemente scientifico e dottorale e, proprio per questo, fornisce chiavi di lettura che sicuramente sfuggirebbero ai più. Di qui l'interesse tutto particolare per il breve saggio. Ad esempio, Introvigne ci spiega il fenomeno dell'over reporting: in un paese che, tutto sommato, è ancora relativamente cattolico, si tende a dichiarare una frequenza alla Messa superiore a quella effettiva. Questo significa alcune cose: che siamo un paese di gente un po' pigra, che a messa vorrebbe andare ma finalmente non va. Significa anche che l'osservanza del precetto domenicale è ancora sentita (ma per quanto?) come un dovere, la cui trasgressione crea un qualche senso di vergogna e non la si confessa all'intervistatore. Buon segno! In paesi più secolarizzati può succedere perfino il contrario: chi va a messa non lo dice, perché si ha vergogna d'esser considerati bigotti.
Altro punto di sicuro interesse: la critica del metodo con cui è stata posta la domanda inerente la conoscenza del motu proprio: domanda - dice - in qualche modo suggestiva, che porta cioè a risposte positive ("sì, conosco") più alte della realtà. E conclude quindi che le percentuali di risposta positiva (58% tra i cattolici, 64% tra i praticanti) andrebbero ridimensionate. Se così è, quella che a noi già sembrava una circostanza molto grave perché denota l'assenza di informazione a livello ecclesiale (abbiamo parlato di 'congiura del silenzio') è anche peggiore di quanto appaia dal sondaggio.
Infine, non possiamo non convenire con questa (amara) osservazione di Introvigne: "È probabile che se analoga inchiesta fosse stata svolta tra i sacerdoti o fra i vescovi italiani le percentuali di favorevoli alla Messa tradizionale sarebbero state ben minori, il che mostra bene una certa differenza di percezione fra il popolo cattolico e i suoi pastori". Sarebbe davvero divertente ripetere il sondaggio in C.E.I...

A chi piace il Motu proprio. Un’indagine sulla Messa tradizionale in Francia e in Italia

di Massimo Introvigne

L’associazione Paix Liturgique e il sito messainlatino.it hanno fatto realizzare dalla Doxa nel settembre 2009 un’indagine sul Motu proprio Summorum Pontificum di Papa Benedetto XVI, del 7 luglio 2007, che liberalizza la possibilità di celebrare la Messa tradizionale con il rito detto di San Pio V, impropriamente chiamata «Messa in latino» (dal momento che, evidentemente, anche la Messa con il nuovo rito detto di Paolo VI può essere celebrata in latino). L’indagine si segnala per la serietà dell’istituto che l’ha condotta, e ha il vantaggio di poter essere paragonata a una ricerca consimile realizzata per Paix Liturgique da un istituto ugualmente prestigioso, CSA, nel settembre 2008. Volutamente, non prendo in considerazione analoghe indagini svolte negli Stati Uniti, sia perché sono diverse queste ricerche sia perché la diffusione delle Messe tradizionali e l’atteggiamento del clero e dei vescovi negli Stati Uniti sono piuttosto diversi rispetto all’Europa.

1. L’indagine è stata realizzata con metodo CATI (computer assisted telephone interviews, cioè attraverso telefonate sulla base di un campione casuale bilanciato) e ha anzitutto accertato che il 76% degli italiani si definisce cattolico e che, all’interno di questo 76%, il 35% dichiara di andare a Messa ogni settimana e il 16% ogni mese, per un totale di «praticanti almeno mensili» del 51% di quanti si definiscono cattolici, dunque del 38,7% del campione totale. Va rilevato che scopo della ricerca non era verificare quanti sono gli italiani che si definiscono cattolici, o che dichiarano di andare a Messa (quest’ultima cifra, come è noto, è diversa da quella degli italiani che vanno a Messa, giacché è pure necessario cercare di misurare il fenomeno dell’over-reporting, cioè la percentuale di quanti affermano di andare a Messa nelle interviste ma di fatto non ci vanno). Per una piena comparazione con indagini precedenti sarebbero state necessarie domande di controllo, approfondimenti e anche un campione più esteso. I dati sono comunque abbastanza in linea con altre indagini degli ultimi anni specificamente consacrate a questi temi.

2. Una ulteriore domanda, formulata ai soli cattolici, dopo avere enunciato in breve – ma con precisione – il contenuto del Motu proprio di Benedetto XVI, chiedeva: «Lei ne ha sentito parlare?». Su questa domanda si devono fare molte riserve. Si tratta, infatti, di un quesito pericolosamente al limite della domanda suggestiva. Volendo accertare se la popolazione ha sentito parlare di qualcosa occorre infatti evitare di descrivergli prima questo qualcosa nei dettagli, ingenerando l’ovvio desiderio di non mostrarsi ignorante o poco informato. Si può comunque, anche se con ampie riserve, ricavare da questo quesito una linea di tendenza, secondo cui il Motu proprio è meno noto nel 2009 ai cattolici italiani che dichiarano una pratica almeno mensile (64%) di quanto lo fosse nel 2008 ai loro omologhi francesi (82%). La linea di tendenza interessa qui più delle percentuali che, in ragione della formulazione della domanda, appaiono senz’altro troppo elevate.

3. In Italia il 71% di chi si dichiara cattolico afferma di trovare normale che la Messa con il rito detto di San Pio V, che il Motu proprio chiama «straordinario», possa essere celebrata nella sua parrocchia (il dato non varia tra chi dichiara e chi non dichiara una pratica almeno mensile). Chi giudica la presenza della Messa tradizionale «anormale» (una sacca di resistenza «progressista») rappresenta il 22% fra coloro che si dichiarano cattolici e sale al 24% fra i cattolici che dichiarano una pratica almeno mensile. In Francia sono di meno i cattolici (62%) e rispettivamente i praticanti dichiarati (61%) che trovano normale l’inserimento «nelle principali chiese della vostra diocesi» del rito straordinario accanto a quello ordinario e cresce in modo significativo la resistenza al Motu proprio che ne trova l’applicazione «anormale» (30% dei cattolici e 34% dei praticanti). Dall’indagine italiana emergerebbero anche indicazioni su dove – per sesso, età e geografia – sarebbero più presenti queste resistenze, ma l’esiguità del campione, se lo si riferisce all’intero territorio nazionale, invita a non trarne immediate conclusioni.

4. Colpirà certo l’attenzione il numero elevato di persone che si dichiarano disposte a partecipare a Messe in rito straordinario se queste fossero celebrate nelle loro parrocchie. Fra coloro che si dichiarano cattolici in Italia il 21% ci andrebbe ogni settimana e un altro 12% almeno ogni mese. Fra chi dichiara una pratica almeno mensile la prima percentuale sale al 40% e la seconda (che evidentemente va aggiunta alla prima per avere i potenziali frequentatori almeno mensili di Messe tradizionali) al 23%, il che ci direbbe che una solida maggioranza dei cattolici praticanti (63%) parteciperebbe almeno una volta al mese a una Messa tradizionale se gli fosse offerta nella sua parrocchia. Ci andrebbero anche parecchi non praticanti. Sarebbe naturalmente sbagliato trarre conclusioni troppo frettolose sulla futura messa in pratica di queste intenzioni. In genere chi si esprime su possibilità ipotetiche manifesta le sue simpatie e aspirazioni, ma quanto alla loro traduzione in comportamenti concreti non vi sono mai garanzie e sono necessarie ulteriori verifiche. Comunque sia, davvero spettacolare è la differenza con la Francia del 2008 dove il 63% italiano che, fra chi si dichiara praticante, afferma che parteciperebbe alla Messa con rito straordinario almeno mensilmente si riduce al 34%, e all’analogo 33% italiano riferito all’insieme dei cattolici (compresi dunque coloro che non si affermano praticanti) corrisponde un misero 7%.

5. Nonostante le riserve su alcune domande, e sull’uso spericolato che di alcuni dati potrebbe essere fatto in futuro da qualche giornalista che ha meno familiarità con le indagini sociologiche in tema di religioni, si deve essere grati a chi ha commissionato ed eseguito l’indagine che, al netto dei suoi problemi interni, ci dice con un buon grado di attendibilità tre cose interessanti.

La prima è che ci sono in Italia molti cattolici interessati alla Messa tradizionale e almeno teoricamente disponibili a parteciparvi. Benché prima del Motu proprio (per la verità, anche dopo) il numero di Messe tradizionali celebrato in Italia non sia stato elevatissimo, la maggioranza dei cattolici praticanti si dichiara interessata a parteciparvi con una certa frequenza e manifesta un forte interesse per questa liturgia. Chi alla lettura di questa indagine affermerà che di questa opinione maggioritaria i vescovi italiani dovrebbero in qualche modo tenere conto da molti punti di vista non avrà torto. La Messa tradizionale non è la Messa di pochi nostalgici, non interessa a «quattro gatti» ma è vista con favore e disponibilità dalla maggioranza dei cattolici italiani che si dichiarano praticanti. È probabile che se analoga inchiesta fosse stata svolta tra i sacerdoti o fra i vescovi italiani le percentuali di favorevoli alla Messa tradizionale sarebbero state ben minori, il che mostra bene una certa differenza di percezione fra il popolo cattolico e i suoi pastori.

La seconda è che vi è una sacca di cattolici progressisti che ha assorbito l’ostilità di molte élite cattoliche italiane nei confronti della Messa tradizionale. Questa sacca non è maggioritaria ma non è neppure insignificante, e sfiora il quarto dei cattolici praticanti. Anche di questa frazione dei cattolici italiani – più vicina alle idee manifestate privatamente e pubblicamente da molto clero – si deve tenere conto, non scambiandola per maggioritaria (non lo è) ma neppure considerandola inesistente.

La terza – forse il dato più rilevante e meglio documentato dell’inchiesta – è la rilevante differenza fra Italia e Francia. È probabile che i francesi conoscano di più l’esistenza del Motu proprio, ma la resistenza alle indicazioni di Benedetto XVI è assai più forte che in Italia, e il numero di coloro che si dichiarano insieme praticanti e disponibili a partecipare alla Messa tradizionale è quasi dimezzato rispetto a quello italiano. La disponibilità verso la Messa celebrata con rito straordinario tra i cattolici in genere (non praticanti compresi) è quasi cinque volte più bassa rispetto all’Italia. La spiegazione di questo dato richiede strumenti qualitativi, non solo quantitativi, e certo anche ulteriori indagini. In prima battuta si potrebbe dire che confermi l’egemonia culturale del progressismo cattolico, la cui ostilità alla Messa tradizionale è pressoché proverbiale, non solo nel clero ma anche tra i fedeli francesi. Senonché questo spiega la percentuale molto bassa tra i non praticanti (3%) e fra i cattolici francesi in genere, dove i non praticanti sono la grande maggioranza. Spiega meno la percentuale, non insignificante (comunque, un buon terzo del pusillus grex dei praticanti francesi dichiara che parteciperebbe a Messe tradizionali) ma dimezzata rispetto all’Italia, tra chi dichiara una pratica almeno mensile. Sappiamo infatti da altre indagini che tra coloro che manifestano idee cattolico-progressiste in Francia la pratica della Messa non è frequentissima. Questo obbliga a concludere che anche in un pubblico che non si può considerare tout court come «progressista» la disponibilità verso la Messa tradizionale in Francia è molto minore che in Italia. Il singolare dato richiede ulteriori indagini per essere spiegato. Senza assolutamente suggerire che si tratti dell’unica causa, mi chiedo se la polarizzazione del dibattito in chiave polemica – molto più frequente in Francia rispetto all’Italia anche sui grandi media –, se ha reso il Motu proprio più noto, non abbia ingenerato tra i fedeli francesi un collegamento almeno psicologico che equipara, certo in modo improprio, «partecipanti a Messe tradizionali» e «lefebvriani», così che molti cattolici non progressisti potrebbero manifestare reticenze verso la Messa tradizionale proprio perché non vogliono essere identificati con i lefebvriani. Semplici ipotesi, tutte da verificare. Nel frattempo non resta che prendere atto che quello della Messa tradizionale non è un tema «di frangia» ma suscita un forte interesse tra i cattolici, di qua e di là delle Alpi.


Papa Ratzi Superstar

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VENERDÌ 23 OTTOBRE 2009

Nostra intervista a Mons. Pozzo

Siamo particolarmente lieti di poter pubblicare una breve intervista che Mons. Guido Pozzo (nella foto), nuovo Segretario da pochi mesi della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, ci ha, molto cortesemente, appena concesso. Abbiamo spontaneamente evitato di sottoporgli domande sugli incipienti colloqui dottrinali con la FSSPX, data la delicatezza e necessaria discrezione della questione, per la quale pensiamo 'che il tacere è bello'. Ma i temi trattati sono comunque di estremo interesse, poiché riguardano punti salienti dell'applicazione del motu proprio. Dalle risposte si evince in particolare che:
1 - L'Ecclesia Dei continua a svolgere il ruolo delineato dal motu proprio Summorum Pontificum, di supervisione e controllo nell'applicazione dello stesso. Quando uscì quest'estate il motu proprio Ecclesiae unitatem, vi fu qualche preoccupazione - la cui infondatezza viene ora ribadita - che la Commissione dovesse d'ora innanzi occuparsi solo di problemi dottrinali con la FSSPX e potesse tralasciare le competenze assegnate dagli artt. 7 e segg. del m.p. Summorum Pontificum.

2 - Viene, ancora una volta, fatta giustizia di una certa vulgata progressista che del motu proprio intende dare un'interpretazione restrittiva, come se la Messa antica fosse da limitare e riservare solo ai tradizionalisti o, peggio, a gruppi che dovevano essere già formati prima ancora dell'emanazione del motu proprio

3 - E' precisato che il termine triennale previsto dalla lettera accompagnatoria del motu proprio è solo un bilancio dell'applicazione, e che ogni eventuale aggiustamento in caso di gravi difficoltà farà comunque salvo lo scopo essenziale del motu proprio (ossia, evidentemente, la liberalizzazione del Messale tridentino).

4 - Infine, mons. Pozzo ci spiega come la Commissione lavora allorché in una diocesi si verificano problemi. A giudicare dalla rapidità di soluzione, ad es., della situazione in Alaska (v. qui), è evidente che si tratta di un metodo assai efficace.

E sotto questo profilo, a rischio di apparire adulatori (ma ormai ci conoscete e sapete bene, leggendo i nostri post, che quello non è uno dei nostri pur molti difetti), ci piace dare atto dell'impressione di solidità e concretezza operativa che ci ha dato mons. Pozzo. Impressione rafforzata da quanto ci ha riferito chi ha avuto modo di affrontare con lui problemi applicativi del motu proprio ("una persona che, se dice che farà una telefonata, la fa davvero!") e anche dalla circostanza di essere riuscito ad impostare in pochi mesi il difficile lavoro preparatorio per i colloqui dottrinali che inizieranno lunedì. Ma ecco l'intervista.

***

- Monsignore, una diffusa interpretazione restrittiva del motu proprio sostiene che il provvedimento papale sia rivolto principalmente, se non esclusivamente, a quei gruppi e istituti che erano già legati alla forma tradizionale, e non abbia invece alcuna funzione di promozione della forma straordinaria. A questo aveva già risposto il card. Castrillòn Hoyos, affermando a Londra, nel giugno 2008, che il Papa vorrebbe il ‘rito gregoriano’ addirittura in tutte le parrocchie. Quale la Sua opinione?
Il Motu Proprio è rivolto a tutti i fedeli cattolici che desiderano la forma straordinaria della Liturgia Romana e non soltanto a coloro che, prima della sua promulgazione, fossero legati all’antica forma del rito romano. Se certamente esso vuol venire incontro a questi ultimi e sanare antiche ferite, scopo del documento è anche quello di consentire la diffusione della forma straordinaria, a beneficio di chi ancora non la conoscesse (poiché troppo giovane per averla praticata), o ritrovasse con gioia la Messa della sua gioventù. La sempre maggior diffusione di questo tesoro liturgico, patrimonio della Chiesa, può portare molti benefici spirituali e vocazionali, anche attraverso il mutuo arricchimento tra le due forme del rito romano.


- La lettera del Papa di accompagnamento al motu proprio fa riferimento ad un termine triennale, allorché saranno raccolte le relazioni dei Vescovi per valutare la situazione. Questo può voler dire, come taluni sostengono, che la liberalizzazione del Messale antico disposto dal motu proprio è da intendersi ad experimentum, o che comunque al termine di quella valutazione vi potrebbero essere restrizioni per la forma straordinaria, come per esempio il ritorno ad un regime analogo a quello degli indulti del 1984 o 1988?
La scadenza triennale si riferisce semplicemente ad un bilancio dei primi tre anni di applicazione. Se si verificheranno difficoltà serie, si troveranno rimedi adeguati, sempre tenendo presente lo scopo essenziale del Motu Proprio.

- Da molte parti sono segnalati ostacoli frapposti all’applicazione del motu proprio. Anche noi ci siamo passati... Che cosa deve fare un congruo gruppo di laici che si trovi in tali situazioni di difficoltà nell’ottenere una Messa settimanale in forma straordinaria? E quale può essere l’intervento della Commissione Ecclesia Dei?
La risposta è già scritta nel Motu Proprio: rivolgersi al Parroco ed eventualmente cercare un sacerdote disponibile. Ove questo si rivelasse impossibile, occorre rivolgersi al proprio vescovo, il quale è chiamato a cercare un’idonea soluzione. Se nemmeno in questo modo si ottenesse soddisfazione alla richiesta, si scrive alla Commissione Ecclesia Dei, che, peraltro, si relaziona con i vescovi, che sono naturalmente i nostri interlocutori: a loro si chiede una valutazione della situazione, per verificare quali siano le effettive difficoltà e come trovarvi rimedio.

- Grazie Monsignore. In effetti già il solo fatto di chiedere una relazione da parte della Sua Commissione può sbloccare molti casi ‘difficili’, anche per la difficoltà di giustificare per iscritto un diniego in assenza di valide ragioni ostative. Come abbiamo visto essere avvenuto in tempi rapidissimi, grazie al Suo intervento, ad Anchorage, in Alaska. Cambiando discorso, ha visto i risultati del sondaggio Doxa commissionato da Paix Liturgique e da noi?
Sì, mi era stato consegnato in anteprima alcuni giorni fa. Sono dati davvero notevoli ed incoraggianti, specie quell’assoluta maggioranza dei cattolici osservanti che, almeno secondo il sondaggio, ritiene del tutto normale la coesistenza nelle parrocchie delle due forme della Messa. Mi consta che una copia del sondaggio sia pervenuta anche al Santo Padre.

- Grazie ancora Monsignore e buon lavoro.


Papa Ratzi Superstar

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Che cosa intende B-XVI quando pensa a una rivoluzione della liturgia

L’estetica dell’eucarestia in un vecchio libro del papa

di Roberto De Mattei

Tratto da Il Foglio del 27 ottobre 2009

L’impulso dato alla liturgia romana dal Motu Proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI non si esprime solo nel numero crescente di messe tradizionali celebrate in ogni parte del mondo, ma anche nella inaspettata fioritura di scritti e articoli che di quel rito motivano e diffondono le ragioni.
Tra i testi apparsi nelle ultime settimane, il primo da ricordare è il volume di Joseph Ratzinger/ Benedetto XVI, “Davanti al protagonista. Alle radici della liturgia”, pubblicato da Davide Cantagalli, una raccolta di contributi apparsi tra il 1977 e il 2005, che ci permette di avere un quadro unitario del pensiero del Papa in tema di liturgia.
Alcuni testi sono tratti da opere note, come l’Introduzione allo spirito della liturgia (2001), ma altri preziosi perché di difficile reperimento, come la prefazione all’edizione francese del libro di mons. Klaus Gamber, “La Réforme liturgique en question (1992)”, e la conferenza presso l’abbazia di Fontgombault nel corso del convegno sulla liturgia che si tenne dal 22 al 24 luglio 2001.
Quest’ultimo convegno internazionale, a cui il cardinale Ratzinger partecipò per tre giorni, aprendo e chiudendo i lavori, costituisce un passaggio chiave della “svolta liturgica” degli ultimi anni. Un attivo e colto parroco romano, don Roberto de Odorico, ha annunciato come imminente la pubblicazione integrale degli atti dell’incontro, già apparsi in lingua inglese e francese, con il titolo “La Questione liturgica”.
Altre iniziative vanno segnalate.
La prima è la stampa degli atti del convegno, tenutosi a Roma, dal 16 al 18 settembre 2008, su il Motu Proprio Summorum Pontificum, “Una ricchezza spirituale per tutta la chiesa” a cura del padre domenicano Vincenzo M. Nuara. Il volume, che vede la partecipazione di relatori come Nicola Bux, Manfred Hauke, Michael Lang, Camille Perl, Massimiliano Zangheratti, è aperto da una lettera di mons. Guido Pozzo, segretario della Pontificia commissione “Ecclesia Dei” e da una presentazione di padre Giovanni Cavalcoli, anch’egli teologo domenicano. Alla casa editrice che lo stampa, Fede e Cultura, si deve, in questi stessi giorni, la pubblicazione del volume “Liturgia fonte di vita” di don Mauro Gagliardi, con prefazione dell’arcivescovo Mauro Piacenza, segretario della Congregazione per il clero. In occasione del primo anniversario del Motu proprio pontificio, le suore francescane dell’Immacolata, di Città di Castello, ristamparono da parte loro il volumetto “La Santa messa” di dom Prosper Guéranger, l’abate di Solesmes che restaurò il Rito romano nel XIX secolo. Oggi, le stesse benemerite claustrali francescane propongono un altro libricino sullo stesso tema: “Questa è la Messa”, di Henri Daniel Rops il celebre storico e accademico di Francia. Il testo è stato tradotto, e in alcuni punti rimaneggiato, dall’edizione in lingua inglese, che apparve negli Stati Uniti, nel 1958, con una ampia prefazione dell’arcivescovo Fulton Sheen.
L’opera appare tanto più significativa in quanto Daniel Rops – il cui nome è stato recentemente ricordato anche da Benedetto XVI nel suo Gesù di Nazaret – non può essere ascritto al movimento tradizionalista o “ultramontano” francese. Scrittore cattolico di largo successo, di posizioni politiche e religiose “moderate”, egli dà voce in questa operetta fatta di riflessioni teologiche e di elevazioni spirituali, a quello che, fino alla riforma liturgica del 1969 era l’“unum sentire” della chiesa cattolica. Questo antico “unum sentire” sembra riaffiorare e prender corpo in un movimento che non è solo liturgico, ma anche teologico, per la stretta relazione che unisce fede e liturgia, secondo l’antica massima lex orandi, lex credendi. A Fontgombault il cardinale Ratzinger toccò questo tema, sottolineando come l’idea teologica del sacrificio stesse divenendo estranea alla moderna liturgia, omologandola al Credo luterano. Per Lutero, infatti, parlare di sacrificio era “il più grande e più spaventoso abominio” nonché una “maledetta empietà”. Ma oggi, secondo il cardinale, una parte non trascurabile di liturgisti sembra praticamente giunta al risultato di dare sostanzialmente ragione a Lutero contro il Concilio di Trento.
“Il nuovo illuminismo oltrepassa però di gran lunga Lutero (…). Ritorniamo al nostro quesito fondamentale: è giusto qualificare l’eucarestia come divin sacrificio o è questa una maledetta empietà? (…) La scrittura e la tradizione formano un tutto inseparabile, ed è questo che Lutero (…) non ha potuto vedere”. Tutti i volumi che abbiamo citato ripropongono la medesima verità: il sacrificio della Messa non è un memoriale, o una semplice oblazione, come volevano i protestanti, ma un vero sacrificio, offerto da Cristo, sacerdote e vittima. Oggi si sente spesso parlare dell’eucaristia come “banchetto” o “cena”. Il rito romano antico non permette equivoci di sorta. Nulla meglio di esso esprime ciò che la messa è nella sua essenza: santo sacrificio. Il sacerdote che celebra la messa secondo il rito tradizionale non può ingannarsi a questo proposito. Nella liturgia romana si esprime, senza errori, la fede della chiesa cattolica sul sacramento dell’eucaristia.
Il nuovo movimento liturgico di cui Benedetto XVI ha più volte auspicato la nascita non è solo il ritrovamento della dimensione estetica della liturgia, sfigurata da chitarre e battimani nelle cerimonie ecclesiastiche.
Se la liturgia esprime la fede come il linguaggio esprime il pensiero, la rinascita liturgica non può che accompagnarsi a una rinascita dottrinale. Il rito antico si ripropone oggi in tutta la sua forza che deriva dal suo impianto teologico, dalla sua sacralità e dalla sua sobria bellezza. In questo senso la ricchezza della liturgia latino-gregoriana è realmente la vera speranza della chiesa.
Il secondo convegno promosso da padre Vincenzo Nuara per celebrare il Motu Proprio Summorum Pontificum si aprirà a Roma il 17 ottobre presso l’Istituto del Buon Pastore e si preannuncia come un’importante tappa di questo movimento di rinascita ecclesiale.

© Copyright Il Foglio, 27 ottobre 2009


Papa Ratzi Superstar

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Il RAPPORTO UNA VOCE

Lo scorso 28 ottobre la Federazione Internazionale Una Voce ha consegnato al Papa un rapporto confidenziale di un centinaio di pagine sul secondo anno di applicazione del motu proprio. Il grosso del documento è rappresentato dall'analitica raccolta, paese per paese, di testimonianze, fatti e documenti. Data la natura di tale materiale, esso non è stato reso pubblico ma posto a disposizione del Papa e dei dicasteri competenti. Tuttavia una parte della relazione, quella più generale ed introduttiva, è apparsa sul sito della benemerita associazione e, per l'importanza delle considerazioni svolte, abbiamo sostenuto la fatica di tradurne un ampio stralcio che offre un quadro generale e sovranazionale, anzi mondiale, dello stato della questione.


Summorum Pontificum: secondo anno - Analisi e Sintesi.

Introduzione.

I membri della Federazione Internazionale Una Voce in tutto il mondo hanno fornito, una volta ancora, le loro osservazioni su come il motu proprio Summorum Pontificum è in corso di attuazione nei loro paesi nel corso del secondo anno successivo alla promulgazione. Le informazioni, come nel primo anno, sono state fornite con le stesse dieci domande al fine di garantire un certo grado di analisi coerente.

Le relazioni da singoli membri sono contenute nella parte 3 della presente relazione, ma l'analisi e sintesi delle risposte è presentata in questa parte.

Quello che è chiaro da queste nuove relazioni è che vi è stato un grado misto di accoglienza del Summorum Pontificum, che include un grave livello di disapprovazione episcopale in molti paesi. La buona volontà mostrata da molti vescovi è stata compensata dai continui e concertati tentativi di molti altri vescovi di contrastare la volontà del Santo Padre. Le relazioni individuali dei membri della Federazione Internazionale Una Voce indicano chiaramente che il motu proprio, un documento legale emanato con tutta l’autorità del legislatore supremo, Successore di Pietro, nel suo sforzo di sanare divisioni e "arrivare a una riconciliazione interna nel seno della Chiesa", viene ignorato, e, ancor peggio, viene pubblicamente disobbedito su una scala che può essere descritta solo come scandalosa.

Il quadro generale, nonostante i numerosi ambiti di preoccupazione, rivela comunque molti aspetti positivi. Deve essere detto chiaramente che il malessere, concernente l'attuazione riluttante del Summorum Pontificum, esiste principalmente nei ranghi dell'episcopato. Molti vescovi sembrano avere paura che la loro autorità sia inficiata e reagiscono oltre misura in modo difensivo per esercitare un controllo assoluto e rigido. Ma questo atteggiamento autoritario (in chiara contraddizione con il diritto canonico: can. 16.1) sta creando un profondo e ribollente risentimento tra i loro sacerdoti e fedeli. Il pastore ha lo scopo di promuovere e proteggere il suo gregge e la cura d'anime è di primaria importanza, non di infliggere dolore e sofferenza alle anime. In contrasto con questo approccio sterile e negativo, ci sono molti in seno alla Chiesa, clero e laici, che hanno accolto il motu proprio e
stanno lavorando energicamente per il suo successo, nonostante le sanzioni adottate contro di loro.

Particolarmente eroici sono quei sacerdoti che soffrono il disprezzo dei loro confratelli per la loro determinazione a fornire la messa nella forma straordinaria in obbedienza al Santo Padre, e per la loro ricerca instancabile della salvezza delle anime. E questo numero è in crescita, man mano che sempre più persone, sia del clero sia laici, sono esposti alla bellezza, alla riverenza, e alla spiritualità della forma straordinaria della Santa Messa. La celebrazione dei sacri misteri, il sacrificio della Croce, non dovrebbe essere un motivo di controversia e di amarezza, ma, purtroppo, questa è la realtà e la conseguenza inevitabile della linea dura che viene adottata da molti alti prelati.

Nonostante questa diffusa disapprovazione non vi è dubbio che vi sia stata una crescente consapevolezza tra i laici e alcuni sacerdoti. La mancanza di informazioni dalle conferenze episcopali crea una comprensibile frustrazione, ma non ha alcuna conseguenza concreta perché è internet che è la strada con la quale molti cattolici stanno diventando consapevoli del Motu Proprio. Internet sta diventando il predominante mezzo di informare i laici sull’iniziativa di Papa Benedetto XVI per mettere nuovamente la messa tradizionale a disposizione di sacerdoti e fedeli laici. I fedeli che ricordano l'antica forma di massa, e le persone più giovani che stanno scoprendo la bellezza e la spiritualità dell’antica liturgia, si uniscono a formare gruppi e presentare una petizione ai loro sacerdoti e vescovi per la Messa nella forma straordinaria. Nella maggior parte, in generale, sono i più giovani, laici e sacerdoti, che mostrano il maggiore interesse. E per converso, in linea generale, è il clero anziano che è più contrario al ripristino della liturgia antica. La domanda per la liturgia tradizionale è un movimento che sta crescendo e che non può essere arrestato, nonostante i migliori sforzi di vescovi e clero per farlo. La forma della Messa descritta da Sua Santità Papa Benedetto XVI come straordinaria ha un pedigree di più di 1.500 anni e un imprimatur, non solo del Papa attuale, ma anche, si può dire con piena giustificazione, dello Spirito Santo. Con un tale grado di appoggio la resistenza di alcuni vescovi è destinata inevitabilmente a fallire.

Ubi caritas et amor, Deus ibi est

1. La situazione è migliorata dal 14 settembre 2008?
Considerando che in alcuni luoghi la situazione ha dimostrato un graduale miglioramento, non si può negare che in molti luoghi non vi è stato alcun progresso e vi è addirittura stato un deterioramento. In alcuni paesi, in particolare la Polonia, Sud Africa, e gli Stati Uniti, vi è stato un notevole miglioramento con più messe celebrate e in luoghi diversi. In alcuni luoghi, come la Nigeria, la situazione è peggiorata, e nella maggior parte degli altri la situazione è relativamente invariata. Vi è la prova evidente che molti nell'episcopato sono stati colti alla sprovvista dalla promulgazione del Summorum Pontificum e presi di sorpresa dall'interesse per la forma straordinaria, in particolare tra i loro sacerdoti e per il numero delle Messe che si celebra. Purtroppo, questa sorpresa è ora stata sostituita da una volontà di esercitare un controllo che non sarebbe in loro potere di fare. Non è esagerato dire che molti sacerdoti sono minacciati dai loro Ordinari e dai colleghi per non celebrare la forma straordinaria della Messa. In quei luoghi in cui i vescovi hanno accolto il motu proprio e in cui entrambe le forme coesistono c'è armonia e crescita nelle loro diocesi. Questa è stata la chiara intenzione del Santo Padre ed i risultati sono stati una rinascita della fede e la rigenerazione della vita parrocchiale.

2. Avete più messe - e in luoghi diversi?
Negli Stati Uniti, le messe tradizionali sono ora celebrate in 151 diocesi su 178 e vi è stato un aumento della località e il numero delle Messe. In Polonia si è registrato un notevole aumento delle celebrazioni. In Italia, Germania, Austria, Svizzera, Francia, Inghilterra e Galles c'è stato un certo aumento nelle Messe e nei luoghi interessati, ma questo è spesso dovuto alla persistenza dei laici e al coraggio dei singoli sacerdoti, piuttosto che alla preoccupazione pastorale dei loro vescovi.

3. Quali vescovi hanno risposto positivamente al motu proprio di Papa Benedetto XVI?
Ci sono molti vescovi in tutto il mondo che hanno risposto positivamente e, forse, troppi per nominarli. Comunque, , in Australia gli Arcivescovi Hart e Hickey, e il vescovo Jarrett hanno abbracciato il motu proprio. In Canada ci sono gli Arcivescovi Miller, Collins, e Currie, e i vescovi Legatt e Daniels. In Francia ci sono i vescovi Rey e Centene. In Nuova Zelanda, il vescovo Jones. In Sud Africa, Thlagale Arcivescovo di Johannesburg ha dato piena attuazione alla motu proprio. Negli Stati Uniti numerosi vescovi hanno mostrato il loro sostegno, con il cardinale George e Vescovi Bruskewitz e Finn i sostenitori più importanti.

4. Avete informazioni circa la mancanza di cooperazione e le risposte negative?
I membri della Federazione Internazionale Una Voce hanno fornito una grande quantità di informazioni concrete circa la mancanza di cooperazione e queste informazioni saranno fornite alla Pontificia Commissione Ecclesia Dei.

5. Ci potete fornire informazioni, sia positive che negative, da vescovi e sacerdoti sul Summorum Pontificum?
Ci sono novità molto positive da riportare da parte del clero, ma questo è meglio documentato al punto 10 con testimonianze di corsi di formazione per i sacerdoti.
In Sud Africa, il settimanale cattolico nazionale 'The Southern Cross' ha pubblicato un articolo e un editoriale positivi.
D'altra parte, ci sono molte prove di fatto ora disponibili sull’atteggiamento negativo e ostile di molti vescovi nei confronti dei loro sacerdoti e fedeli. Molti vescovi e sacerdoti semplicemente respingono le richieste dei fedeli o semplicemente le ignorano e non rispondono. Vescovi hanno rimosso sacerdoti dalle loro parrocchie per il fatto di celebrare, o aver palesato il loro desiderio di celebrare la forma straordinaria, ma di solito è sufficiente per l'ordinario far conoscere la sua ostilità alla Messa tradizionale per scoraggiare i sacerdoti. Ci sono anche prove circa l'atteggiamento ostile dei sacerdoti, in particolare del clero più anziano, nei confronti dei loro confratelli, ossia il dissuadere i sacerdoti più giovani a celebrare o a imparare la forma straordinaria. Per questo motivo, molti sacerdoti stanno ora imparando e celebrando la messa tradizionale in segreto.

6. Potete fornire i nomi dei sacerdoti che sono stati particolarmente utili per celebrare la Messa in forma straordinaria per i membri di Una Voce e per i parrocchiani?
Ci sono molti preti che hanno risposto caritatevolmente alle richieste del loro laicato, o hanno abbracciato l'opportunità offerta da papa Benedetto XVI per celebrare la messa tradizionale, ma molti di questi hanno chiesto che i loro nomi non siano resi pubblici. E' veramente un triste stato di cose nella Chiesa cattolica, quando un sacerdote ha paura di essere nominato per il fatto di celebrare la Messa di sempre, la forma di messa che ha sostenuto la Chiesa attraverso i secoli e ha formato innumerevoli santi. E’ una reminiscenza dei tempi delle persecuzioni.

7. Avete avuto più richieste dai laici per informazioni sul motu proprio e sulla vostra associazione?
Il problema con il Summorum Pontificum, come con molti documenti provenienti da Roma in questi ultimi anni, è che non è stato portato all'attenzione della grande massa dei fedeli. Mentre ha prodotto un ampio dibattito tra il clero e all'interno del movimento tradizionale, è un fatto che, a livello parrocchiale di tutto il mondo, la maggior parte dei fedeli non è consapevole del Motu Proprio. In molti paesi vi è stata una politica deliberata di silenzio e di contenimento che si è dimostrata un’efficace strategia. Sono le fraternità sacerdotali tradizionali e la Federazione Internazionale Una Voce che stanno rispondendo con obbedienza alla volontà del Santo Padre. Oltre a fornire cura pastorale per coloro che bramano la liturgia tradizionale, il motu proprio fornisce anche mezzi per attrarre la gente nuovamente in chiesa. Nei paesi più grandi come gli Stati Uniti e Canada vi è una crescita costante di interesse e nuovi capitoli Una Voce locali e regionali vanno costituendosi nell’alveo delle loro strutture nazionali. In Inghilterra e Galles la Latin Mass Society è in grado di sostenere pubblicità e continua a ricevere un numero significativo di richieste. In alcuni nuovi paesi si formano associazioni nazionali che chiedono di essere ammesse alla Federazione Internazionale.

8. Quali risposte sono state ricevute da persone che hanno partecipato ad una messa nella forma straordinaria ?
Per molti anni è stata la generazione più anziana che desiderava la liberazione della Messa tradizionale della loro gioventù. Non era nostalgia, era dottrinale e spirituale. Coloro che ricordano la Messa della loro giovinezza sono spesso emozionati quando partecipano nuovamente. Mentre le generazioni più anziane
esprimono un appagamento interiore dopo aver frequentato la messa tradizionale, è la reazione dei più giovani che è davvero sconvolgente. Sono stupiti che una tale bella liturgia sia stata sostituita e emarginata. Sono i giovani che stanno formando nuove associazioni, sono i giovani che stanno entrando negli istituti sacerdotali tradizionali, sono i giovani che entrano in monasteri e conventi tradizionali.
Questa forma di liturgia guadagna anche un parere favorevole da parte di persone che non sono cattolici, ma ne fanno esperienza in occasione di matrimoni e funerali. Non capiscono la lingua, o la cerimonia, ma sentono qualcosa che li muove, qualcosa di 'straordinario'.

9. Avete avuto richieste da parte di sacerdoti che desiderano informazioni o assistenza per celebrare la forma straordinaria della Messa?
La maggior parte delle nostre associazioni membri hanno ricevuto richieste; il maggior numero sono state in USA, Inghilterra e Galles, Germania e Canada, dove i sacerdoti non hanno così paura a chiedere aiuto e formazione. Il quadro in altre parti del mondo è più complesso. Molti sacerdoti che hanno espresso interesse per la liturgia tradizionale ai membri del FIUV hanno chiesto assoluta riservatezza. La maggior parte sono coraggiosi giovani preti, che hanno paura di ritorsioni da parte dei loro vescovi, dei colleghi sacerdoti, e anche dei loro parrocchiani, se il loro interesse diventasse pubblico. Alcuni stanno celebrando la forma straordinaria in privato fino a quando non saranno in grado di farlo pubblicamente. Video / DVD didattici sono distribuiti ma in base a termini di rigorosa riservatezza. Altri sacerdoti stanno avvicinando gli ordini sacerdotali tradizionali in cerca di aiuto e di formazione. Nonostante gli ostacoli frapposti è un fatto innegabile che il numero dei sacerdoti (e seminaristi) che esprimono un interesse per la liturgia tradizionale stia crescendo inesorabilmente.

10. Avete organizzato corsi di formazione per sacerdoti / chierichetti / cori per imparare la forma straordinaria della Messa?
Corsi di formazione su larga scala sono stati condotti da Una Voce America (in collaborazione con la FSSP), dalla Latin Mass Society in Inghilterra e Galles, e da Pro Missa Tridentina in Germania.
La Fraternità Sacerdotale San Pietro, in collaborazione con Una Voce America e la William C. Meier Foundation, ha istituito un programma di formazione sacerdotale nel giugno 2007. Da allora, essa ha fornito personale di formazione per oltre 130 sacerdoti in 72 diocesi diverse in Nord America. Oltre l'80% dei partecipanti a questo programma sta ora dicendo la forma straordinaria su base regolare.
Nel 2009 la Latin Mass Society ha organizzato due corsi di formazione importante per oltre 40 sacerdoti. Questi corsi sono stati condotti all’Ushaw College, un seminario nel nord dell'Inghilterra, e all’All Saints Pastoral Centre (il centro pastorale per la Arcidiocesi di Westminster). La Latin Mass Society paga per questi corsi con fondi propri. Se altre associazioni aderenti FIUV non hanno le risorse per organizzare la formazione inoltrano le richieste a sacerdoti simpatizzanti che sono in grado di fornire aiuto.

Rispondere alle richieste da parte dei laici nei vari paesi.

In aggiunta alle informazioni fornite dai membri della Federazione, la relazione contiene anche materiale raccolto da vari individui e gruppi in varie parti del mondo. È stato incluso per presentare un quadro più ampio del desiderio di molti fedeli di diversi paesi a sperimentare una liturgia più tradizionale, più spirituale e più rispettosa di quella che si sta celebrando in molte chiese parrocchiali. Ciò che è evidente è che molte di queste richieste di aiuto provengono da giovani che non hanno esperienza della Messa tradizionale prima che fosse accantonata nel 1970.
Alcuni hanno partecipato ad una Messa nella forma tradizionale, o la hanno vista in televisione o in video, e non riescono a capire perché la Chiesa abbia sostituito una così bella liturgia con il rito moderno in vernacolo. Poiché molti di questi fedeli cattolici non ricevono alcuna assistenza o incoraggiamento da parte dei loro sacerdoti o vescovi, essi si rivolgono alla Federazione Internazionale Una Voce per l'aiuto.


Papa Ratzi Superstar

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Dal blog di Lella...

La chiesa di Francia perde peso in Vaticano e seminaristi nelle diocesi

di Paolo Rodari

Roma.
E’ di tre giorni fa un pezzo del Monde in cui si sosteneva come la chiesa di Francia, quella delle gerarchie, abbia perso gran parte della propria influenza sul governo della curia romana. Questione di numeri anzitutto: in pensione i cardinali Roger Etchegaray e Paul Poupard, l’unico capo dicastero francese rimasto è Jean-Louis Tauran, presidente del pontificio consiglio per il Dialogo interreligioso.
Poi, è vero, ci sono Dominique Mamberti e Jean-Louis Bruguès ma entrambi – corso il primo, della Francia pirenaica il secondo – sono posti sì prestigiosi ma di seconda fascia che ricoprono in curia: segretario per i rapporti con gli stati Mamberti e segretario dell’Educazione cattolica Bruguès. Se il Monde abbia ragione è difficile dirlo. Di certo c’è che, valutazione del peso sulla curia romana a parte, è tutta la chiesa d’oltralpe che non sta passando uno dei suoi momenti migliori, almeno a leggere i numeri.
Pesanti i dati 2008 (quelli 2009 usciranno tra qualche settimana). I sacerdoti diocesani sono solo 15 mila e l’età media supera i 75 anni. Ogni anno ne vengono ordinati circa 100 mentre 900 muoiono o abbandonano. In alcune diocesi le parrocchie vengono raggruppate in “aggregazioni” dove capita che un unico prete serva dieci, venti o anche quaranta chiese. Ci sono diocesi che tra una decina di anni avranno non più di dieci preti in attività.
Il dato più preoccupante riguarda i seminaristi: erano 4.536 nel 1966, sono poco più di 500 oggi: diocesi come Pamiers, Belfort, Agen, Perpignan non hanno avuto alcuna vocazione. Le ordinazioni restano pochissime: dopo il Concilio Vaticano II, il numero è lievitato spaventosamente verso il basso: erano 825 i preti ordinati nel 1956, sono stati circa 90 nel 2008.
Assieme a tutte le diocesi, piange anche Parigi. Era considerata un’eccezione nel panorama francese: una chiesa prospera, un seminario fiorente, le finanze in attivo. Erano gli anni 80-90, gli ultimi da grandeur: l’asse Wojtyla-Lustiger (ex arcivescovo di Parigi) produsse nella capitale un fiorire di vocazioni. Parigi aveva un clero giovane e numeroso. Oggi – ancora dati 2008 – si contano circa 50 seminaristi, dieci le ordinazioni ogni anno (se ne prevedono sette nel 2010 e quattro nel 2011).
Dal punto di vista dei fedeli la situazione non è migliore. Il calo della pratica religiosa, considerevole negli anni 70, continua in modo inesorabile. I praticanti sono molto scarsi (quattro per cento se essere “praticanti” è andare in chiesa una volta al mese) e di età relativamente matura.
Resistono – ed è questo un dato che fa pensare – i movimenti (Emmanuel, Frères de Saint-Jean, Communauté Saint-Martin) e soprattutto i gruppi tradizionalisti.
Già oggi circa un terzo del totale dei seminaristi francesi proviene da queste comunità: con 388 luoghi di culto domenicali, più di quattro per diocesi, la sensibilità tridentina fa sentire il proprio peso.
A molto ha giovato, paradossalmente, un certo modo “lassista” d’interpretare il Concilio. A fronte d’una chiesa troppo aperta verso le sirene del mondo, se ne è creata di fatto un’altra che questa mondanizzazione non ha mai voluto accettare. E oggi è proprio quest’altra – appunto la cosiddetta chiesa tradizionalista – a rappresentare una speranza.
Non è la chiesa lefebvriana. E’ una chiesa che con lo scisma di Econe non c’entra nulla. Dentro era e dentro resta la chiesa cattolica, seppure con una propria specifica sensibilità.
Nel 2008 i seminaristi di queste comunità sono stati 160: più o meno un terzo del numero totale dei seminaristi diocesani. E i numeri sono in aumento.
Sono dati che fanno riflettere, a tratti anche impaurire. Sentimenti diversi, presenti all’interno dell’episcopato francese adunato a Lourdes per l’assemblea generale: lui, l’episcopato francese (gran parte di esso), è stato tra i più strenui oppositori del Motu proprio “Summorum Pontificum”. Loro, le comunità tradizionaliste, quelle che l’hanno maggiormente benedetto, perché con più forza le ha confermate in ciò che sono: parte della chiesa cattolica.
E l’episcopato, numeri alla mano, prima o poi dovrà rendergliene atto.

Pubblicato sul Foglio venerdì 13 novembre 2009


Ahhhhhhh... ohhhhhhh... uhhhhhhh.... drinnnnn!!!!! Ci siamo svegliati oppure è meglio continuare a dormire?


Papa Ratzi Superstar

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GIOVEDÌ 19 NOVEMBRE 2009

Mons. Pozzo (Ecclesia Dei) sull'applicazione del motu proprio, sul suo decreto interpretativo e sulla riforma della riforma

Intervista concessa da Mons. Guido Pozzo, Segretario della Pont. Commissione Ecclesia Dei, a L'Homme Nouveau 18.11.2009. Traduzione nostra.

- Come valuta l'applicazione del motu proprio Summorum Pontificum, nel mondo, in Europa e in particolare in Francia?
Nel complesso mi sembra che a due anni dalla pubblicazione del Summorum Pontificum la situazione è piuttosto diversificata. Generalizzare o semplificare sarebbe ingiusto. Forse in Francia e nel centro-nord Europa, i problemi sono più acuti, ma in un periodo transitorio delle reazioni psicologiche e degli interrogativi sono comprensibili. Le difficoltà di soddisfare le esigenze dei fedeli che facciano richiesta della celebrazione della Santa Messa nella forma straordinaria sono a volte dovute ad atteggiamenti ostili e a pregiudizi, altre volte a degli ostacoli pratici, come l’insufficienza del clero, la difficoltà di trovare sacerdoti in grado di celebrare degnamente secondo il rito antico. Inoltre, è difficile vedere come armonizzare la catechesi e la pastorale della celebrazione dei sacramenti nel rito antico con la cura pastorale e la catechesi ordinarie nelle parrocchie. E’ chiaro che i vescovi e i sacerdoti sono esortati ad accogliere le legittime richieste dei fedeli, secondo le norme stabilite dal motu proprio, dal momento che non si tratta di una concessione fatta ai fedeli, di ma un diritto dei fedeli ad avere accesso alla liturgia gregoriana.
D'altra parte, è chiaro che dobbiamo essere realistici e operare con il tatto necessario, perché si tratta anche di fare opera di formazione e educazione nella prospettiva introdotta da l Papa Benedetto XVI con il Summorum Pontificum. Siamo invitati a considerare le due forme (della liturgia), come due usi dell’unico rito liturgico, e quindi a non vederli in opposizione, ma al contrario come espressioni della sostanziale unità della liturgia. Siamo tutti chiamati ad accogliere la forma mentis su cui si basa il motu proprio: la priorità è sempre la continuità della storia della fede della Chiesa (lex orandi e lex credendi). Il rinnovamento del Concilio Vaticano II deve essere inteso in continuità con la grande tradizione dottrinale della Chiesa. Nella storia della Liturgia c'è crescita e sviluppo interno, ma si deve respingere ogni rottura o discontinuità con il passato. Il patrimonio e il tesoro spirituale della ricchezza liturgica inclusi nella forma antica del Messale Romano, resi visibili in modo particolare nell'uso antico del rito, non devono rimanere ai margini della vita della Chiesa, ma devono essere giustamente promossi e apprezzati nelle diocesi e nelle varie realtà ecclesiali.

- Molte richieste per le Messe celebrate in forma straordinaria, non sembrano andare in porto a causa di un rifiuto di parroci o Ordinari. E’ possibile un ricorso alla vostra Commissione?
La procedura stabilita dal motu proprio deve essere rispettata. I fedeli devono prima contattare il parroco e, se ci sono difficoltà, il vescovo. Solo nel caso in cui sorgessero obiezioni o impedimenti da parte del vescovo per l'applicazione del motu proprio, i fedeli potrebbero rivolgersi alla Pontificia Commissione "Ecclesia Dei"; d’altronde il vescovo stesso può indirizzarsi alla Commissione per le difficoltà che sorgessero per diversi motivi, in modo che la Commissione possa offrire assistenza e suggerimenti. Occorre tuttavia precisare bene che il modo di procedere della Commissione è istituzionale, come con qualsiasi altro organismo della Curia romana. Gli interlocutori della Commissione sono gli Ordinari, vescovi e superiori religiosi [concetto che mons. Pozzo già aveva espresso in questa intervista a noi, un mese fa: clicca qui]. I fedeli che lo ritengono opportuno possono inviare informazioni e segnalare eventuali problemi e difficoltà alla Pontificia Commissione, che si riserva dal canto suo di il compito di esaminare e di decidere se e come si deve procedere, in contatto con l’Ordinario del luogo.

- Un documento di interpretazione del motu proprio era stato annunciato diversi mesi fa. Apparirà prossimamente?
All'articolo 11 del motu proprio si dice tra l'altro che "questa Commissione ha la forma, i compiti e le norme che il Romano Pontefice desidera assegnarle”. Un’istruzione dovrebbe seguire opportunamente per precisare alcuni aspetti riguardanti la competenza della Pontificia Commissione e l'attuazione di alcune disposizioni legislative. Il progetto è in fase di esame.

- Più in generale, il vostro lavoro si inserisce nel quadro eventuale di una "riforma della riforma"?
L'idea di una "riforma della riforma liturgica" è stata proposta in diverse occasioni dall’allora cardinale Ratzinger. Se non ricordo male, ha aggiunto che questa riforma non sarebbe stata il risultato di un lavoro d'ufficio di una commissione di esperti, ma avrebbe richiesto una maturazione nella vita e nella realtà ecclesiale tutta quanta.
Penso che al punto cui siamo arrivati, è indispensabile agire nella linea che indicava il Santo Padre nella lettera di presentazione del motu proprio sull'uso della liturgia romana anteriore alla riforma del 1970 , vale a dire che "le due forme dell'uso del Rito Romano possono arricchirsi a vicenda" e che "ciò che è sacro per le generazioni precedenti resta sacro e grande per noi, e non può d’improvviso ritrovarsi assolutamente proibito o addirittura, essere considerato come nefasto. Fa bene a tutti noi conservare le ricchezze che sono cresciute nella fede e nella preghiera della Chiesa, e dare loro il giusto posto". Così si è espresso il Santo Padre. Promuovere questa linea significa quindi contribuire effettivamente a tale maturazione nella vita e nella coscienza liturgica che potrebbe portare, in un futuro non troppo lontano, ad una "riforma della riforma". Ciò che è essenziale oggi per recuperare il significato più profondo della liturgia cattolica, nei due usi del Messale Romano, è il carattere sacro dell’azione liturgica, il carattere centrale del sacerdote come mediatore tra Dio e il popolo cristiano, il carattere sacrificale della Santa Messa, come dimensione primordiale dalla quale deriva la dimensione della comunione.

- Stranamente, la Commissione per l'attuazione del motu proprio Summorum Pontificum ha mantenuto il suo nome dovuto al precedente motu proprio. C’è una ragione per questa conservazione?
Io sono del parere che la ragione stia nella sostanziale continuità di questa istituzione, pur tenendo conto dell'opportunità di un suo ammodernamento e delle necessarie integrazioni dovute alle contingenze del momento storico ecclesiale.


Papa Ratzi Superstar

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Articolo di don Giovanni d'Ercole sul Motu Proprio

Papa Ratzi Superstar

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MERCOLEDÌ 25 NOVEMBRE 2009

Il Primate di Francia crea un seminario diocesano 'biformalista'

L'Arcivescovo di Lione (sede primaziale delle Gallie), cardinale Barbarin, ha fatto annunziare, nel corso di un convegno tenutosi a Versailles nei giorni scorsi intitolato Réunicatho (che, come il nome promette, ha riunito tutti coloro che si sentono legati alla liturgia di sempre, di tutte le varie fraternità, istituti e tendenze), l'apertura a partire dall'anno accademico 2010-2011 di un seminario bi-formalista: ossia nel quale verrà insegnata tanto la forma ordinaria quanto quella straordinaria del rito. Ce ne informa Paix Liturgique.

Finalmente qualcuno si è reso conto che, nel panorama del morente cattolicesimo francese, occorre seguire 'i segni dei tempi'. Che non vuol più dire continuare ad applicare le ricette che s'ostinano a ripetere stancamente i senili corifei à la Melloni dello 'spazio ai laici', del 'meno messe più Messa', della 'apertura al mondo moderno'; bensì vedere quali sono le uniche isole felici, in gran tempesta. In Francia, isola felice è la diocesi di Tolone, l'unica fino ad oggi che abbia aperto il seminario diocesano anche ad aspiranti sacerdoti che vogliano celebrare secondo il rito immemoriale. E attenzione: non celebrare ogni tanto, ma abitualmente, anzi esclusivamente. Con l'effetto ormai conosciuto in tutto il mondo: che la piccola diocesi di Tolone, da sola, raccoglie un decimo di tutte le vocazioni di Francia; perfino più di Parigi!

E mentre l'Arcivescovo di Parigi, il card. Vingt-Trois, ha recentemente sfogato la sua bile contro il collega di Tolone in una intervista a La Croix di cui abbiamo riferito qui; mentre il vescovo di Langres ha promesso che la diocesi di Tolone, dopo questo vescovo, 'finirà per colare' (v. al medesimo link); finalmente un mitrato francese ha preso la via giusta: quella dell'emulazione di qualcosa che funziona.

La S. Messa di sempre nel seminario lionese sarà celebrata ogni giorno ed aperta anche ai seminaristi per la forma ordinaria. Che di una contaminazione 'tridentina' hanno, come tutti, gran bisogno.

L'iniziativa proviene dalla Associazione sacerdotale Totus tuus, sotto l'egida del vescovo ausiliare di Lione mons. Batut (che è stato a lungo parroco della parrocchia biritualista - ora dovremmo dire, se fossimo pedanti, biformalista - di St. Eugène-S.te Cècile a Parigi).

Vi è chi vede in questo tipo di iniziative episcopali un rischio per gli istituti tradizionali già esistenti (cfr. qui). Ed una specie di strumento che permetterà ancora a lungo di evitare il ricorso ai preti di quegli istituti, potendo trovare tra i 'diocesani' coloro che potranno soddisfare la crescente domanda di Messe straordinarie. E' vero, tra l'altro, che gli appartenenti a questa associazione sono in buona parte 'fuoriusciti' della Frat. San Pietro.

Per quanto siano fondate queste preoccupazioni, non riusciamo a condividerle. Il mondo tradizionale ha una straordinaria fecondità vocazionale, nonostante il numericamente limitato 'bacino' di provenienza. Se la Tradizione si radica nelle diocesi e nelle parrocchie, aumenterà grandemente il 'mercato' da cui attingere vocazioni. Non solo: un seminario diocesano 'tradizionale' può attirare chi non si sente portato per gli istituti e le fraternità 'specializzate'. Quanto all'idea che ciò possa consentire di perpetuare l'esclusione e la ghettizzazione dei sacerdoti Ecclesia Dei, evitando di dover loro affidare parrocchie e chiese... beh, basta considerare l'età media del clero francese (oltre 70 anni) per capire che... o si nominano parroci i laici (come tentano già surrettiziamente di fare parecchi episcopi francesi) o ci si arriverà con la forza dell'ineluttabilità. Fata volentem ducunt, nolentem trahunt.

E in Italia??


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PAPA: MOTU PROPRIO, RADIOMARIA TRASMETTE RITO TRIDENTINO

Salvatore Izzo

(AGI) - CdV, 29 nov.

Per la prima volta un'emittente italiana ha trasmesso oggi la messa domenicale celebrata in latino con il messale di San Pio V, il cui uso e' stato liberalizzato da Benedetto XVI con il Motu proprio ''Summorum pontificum''. Il rito e' andato in onda dalla chiesa di Sant'Antonio in Acireale su ''Radio Maria'', una delle stazioni radio piu' seguite, con una media di quasi 2 milioni di ascoltatori al giorno e punte di 4 milioni.
Ad organizzare la celebrazione - ''secondo le intenzioni del Sommo Pontefice Benedetto XVI felicemente regnante'' - sono stati gli aderenti di tre diverse associazioni: ''Giovani e Tradizione'', da ''Amicizia Sacerdotale Summorum Pontificum'' e da ''Famiglie per la Tradizione Cattolica'' che avevano annunciato l'iniziativa al recente Convegno romano sul Motu proprio ''Summorum Pontificum''.
L'iniziativa ha suscitato una miriade di commenti su diversi blog cattolici, alcuni dei quali da parte di tradizionalisti che, pur esprimendo soddisfazione per il ''coraggio'' dell'emittente e del suo direttore, padre Livio Fanzaga, hanno osservato che il rito tridentino si presta poco alla trasmissione radiofonica se - come in questo caso - viene letto e non cantato. I lunghi silenzi hanno poi obbligato a una radiocronaca considerata un po' troppo invadente dagli affezionati della messa in latino.
Da parte sua, Radio Vaticana trasmette ogni mattina alle 7,30 una messa in lingua latina ma utilizzando il messale di Paolo VI, cioe' nella ''forma ordinaria'' del rito romano.

© Copyright (AGI)


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Fischiato il vescovo che non vuole dire messa in latino

di Andrea Tornielli

Il vescovo contestato, fischiato dai fedeli e lasciato fuori dalla chiesa perché voleva trasferire il parroco giudicato troppo tradizionalista. È accaduto a Thiberville, nella diocesi di Evreux, in Normandia e il caso fa discutere il mondo cattolico francese.
La parrocchia di Thiberville viene considerata uno dei rari casi in Francia di perfetta applicazione del motu proprio Summorum Pontificum, con il quale nel 2007 Benedetto XVI decise di liberalizzare la messa antica in vigore prima del Concilio.
L’abbé Francis Michel, parroco dal 1986, da tempo ormai celebra personalmente, ogni domenica, una messa pomeridiana in rito antico che si aggiunge alle tre celebrate secondo il messale post-conciliare.
Tutte le messe, quelle alla vecchia maniera come quelle alla nuova, sono celebrate con il sacerdote rivolto verso oriente, che dunque dà le spalle ai fedeli.
La parrocchia, che conta 4.500 anime, è fiorentissima: le chiese – ben tredici i campanili nel paese e nelle campagne circostanti – sono sempre piene, i bambini che frequentano il catechismo sono 120, una trentina le prime comunioni ogni anno. Si fanno ancora le processioni, si celebrano i battesimi individuali, c’è l’adorazione del Santissimo e i riti funebri sono sempre presieduti da un prete e non da laici come accade sempre più spesso nella secolarizzata Francia.
Nonostante i risultati in controtendenza con quanto accade in altre zone della diocesi e del Paese, sono cresciuti i malumori tra il clero per i metodi dell’abbé Michel.
Lo scorso maggio si sono diffuse le prime voci sul suo possibile trasferimento. Il provvedimento del vescovo, Christian Nourrichard, è arrivato nelle scorse settimane e domenica 3 gennaio il prelato si è presentato nella chiesa parrocchiale di Thiberville per celebrare la messa e insediare il nuovo parroco. Il paese si è mobilitato, con il sindaco e i consiglieri regionali in testa, per protestare. Rivestito di paramenti color arcobaleno, monsignor Nourrichard, non appena fatto l’ingresso, è stato aspramente contestato dai parrocchiani, che hanno cominciato a fischiarlo, hanno fatto scendere i loro figli chierichetti dall’altare, hanno abbandonato la chiesa per trasferirsi in un’altra, dove il parroco dimissionato celebrava la messa.
Il vescovo ha cercato di raggiungerli e di entrare nella chiesa, ma i fedeli lo hanno fermato e gli hanno impedito di entrare. Monsignor Nourrichard si è ripresentato in paese al pomeriggio, per la messa in rito antico, e ha constatato che la chiesa era piena e che la sua decisione di trasferire il parroco dovrà essere «attentamente valutata coi suoi collaboratori».
Molti fedeli sostengono che la decisione del vescovo, che conosce bene l’abbé Michel in quanto suo vecchio compagno di seminario, non aveva motivazioni se non quella di dare una direzione meno tradizionale alla parrocchia. Nei siti web blog vicini al mondo tradizionalista si esalta la resistenza degli abitanti di Thiberville: «Quella buona gente ha applicato senza conoscerlo – si legge nel blog messainlatino.it – il motto del neovescovo dell’Aquila, monsignor D’Ercole: se il vescovo dice o si comporta in modo diverso dal Papa, per evitare lo strabismo si guardi soltanto al Papa». Ma c’è chi esprime preoccupazione per l’atto di disobbedienza nei confronti del vescovo da parte del sacerdote e dei suoi fedeli.

© Copyright Il Giornale, 7 gennaio 2010


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I giochetti di vatican.va

di Paolo Rodari

Pensavo che il Vaticano avesse provveduto a mettere finalmente on-line sul proprio sito la versione del Motu Proprio Summorum Pontificum sulla “Liturgia romana anteriore alla riforma del 1970″ (7 luglio 2007) in tutte le lingue. E, invece, niente.
Su vatican.va il Motu Proprio è accessibile soltanto in latino e (udite, udite) in ungherese. (Trovi qui la pagina di “vatican.va” dedicata a tutti i Motu Proprio di Benedetto XVI)
Però, come fa notare il blog “una Fides”, “una volta cliccato il testo latino basta fare un piccolo giochetto, vale a dire cambiare la “elle” della parte finale _lt.html con una “i” e, voilà, che compare magicamente il testo italiano nascosto”. (leggi qui: “giochetti e maghetti in Vaticano“).
Non so se la versione in italiano (come quella francese, portoghese e spagnola) del Motu Proprio non appaia su vatican.va per negligenza oppure per volutamente ostacolare la diffusione del testo.
So però che ad agire con tanta superficialità non si fa altro che provocare il sospetto di coloro che da tempo sostengono che vi sia una parte di chiesa che ostacoli la diffusione e l’applicazione del Motu Proprio, una disposizione fortemente voluta da Benedetto XVI.

Pubblicato su palazzoapostolico.it martedì 16 marzo 2010


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Bernard Lecomte : « Benoît XVI est le premier pape à affronter avec autant de courage le problème de la pédophilie »

famillechretienne.fr

Par Emmanuel Pellat et Samuel Pruvot

Allemagne, Pays-Bas, Autriche, les scandales pédophiles impliquant des prêtres se multiplient. Benoît XVI, lui-même, est mis sur le banc des accusés médiatiques. Le 12 mars, le quotidien munichois Süddeutsche Zeitung accusait le pape d’avoir mal géré l’accueil d’un prêtre aux tendances pédophiles lorsqu’il était archevêque de Munich. Un procès inique selon Bernard Lecomte, journaliste, écrivain et auteur de Pourquoi le pape a mauvaise presse.

Que vous inspire la campagne médiatique dont Benoît XVI fait l’objet ?

La pédophilie est un sujet terrible, qui demande du sérieux et du recul. Or, on a l’impression que les médias cherchent surtout à « traquer » Benoît XVI, comme une meute attirée par l’odeur du gibier. Imaginez le scoop si on pouvait coincer le frère du pape dans un scandale bien croustillant ! Mieux, si on pouvait traîner Benoît XVI lui-même devant les tribunaux pour avoir protégé des pédophiles quand il était archevêque, quelle sensation ! Cet antipapisme primaire et un peu sordide rend malaisé, hélas, l’examen de cette affaire, qui est très grave…

Benoît XVI s’attaque au problème de la pédophilie. Est-ce une nouveauté pour l’Église ?

Ce pape restera, dans l’histoire, comme le premier pape à avoir affronté le problème de la pédophilie avec autant de détermination et de courage.
C’est lui qui, lors de son voyage aux États-Unis en avril 2008, a déclaré que l’Église serait désormais intraitable sur ces affaires. Elle ne les réglerait plus uniquement en interne. C’est lui également qui, à l’occasion des dramatiques évènements de l’Église d’Irlande, a décidé de sanctionner les évêques, en leur reprochant de ne pas avoir pris les mesures nécessaires, lorsqu’ils étaient au courant d’actes de pédophilie dans leur diocèse. Pour l’Église, c’est un bond prodigieux.

Est-ce à dire que rien n’avait été fait sous le pontificat de Jean-Paul II ?

Il faut avoir présent à l’esprit que personne, à l’époque, ne lui a rien reproché. Jean-Paul II traitait ces questions avec la discrétion dont l’Église avait alors l’habitude. Mais d’une certaine manière, il me semble qu’il a pu être "négligent" sur ce sujet. Comme l’a montré l’affaire du Père Marciel – le fondateur des Légionnaires du Christ accusé des pires agissements – il n’a peut-être pas eu le réflexe qu’on attendrait de lui aujourd’hui. Cependant, je ne dis évidemment pas qu’il a été indifférent.

Retrouvez l'intégralité de cette interview dans le n° 1679 de Famille Chrétienne

www.famillechretienne.fr/agir/vie-de-l-eglise/bernard-lecomte-benoit-xvi-est-le-premier-pape-a-affronter-avec-autant-de-courage-le-probleme-de-la-pedophilie-_t11_s73_d55...


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Pedofilia/ Card. Brady: Mi vergogno e scuso, ora riflessione

"Lettera Papa sarà importante fonte di rinnovamento"

Roma, 17 mar. (Apcom)

Il cardinale Sean Brady, primate d'Irlanda, esprime un sentimento di "vergogna" per un caso di pedofilia che risale agli anni Settanta - il porporato, allora giovane sacerdote, interrogò due vittime per conto del suo vescovo e concordò poi con loro la riservatezza delle rivelazioni - e, senza accennare esplicitamente all'ipotesi di dimissioni, afferma che Quaresima e Pasqua sono "tempo di profonda preghiera e molta riflessione".
"Questa settimana - ha detto Brady nella messa per San Patrizio, patrono d'Irlanda, presso la catedrale omonima ad Armagh - un doloroso episodio del mio passato mi si è presentato davanti. Ho ascoltato alle reazioni della gente sul mio ruolo in questi eventi avvenuti 35 anni fa. Voglio dire a tutti coloro che sono stai feriti da ogni mio fallimento che chiedo scusa a di tutto cuore. Mi scuso anche con tutti coloro che sentono che li ho abbandonati. Guardando indietro, mi vergogno per non essere sempre stato fedele ai valori ai quali professo di credere".
Nell'omelia diffusa dall'ufficio stampa della Conferenza episcopale irlandese, il primate d'Irlanda afferma: "Il Signore ci sta chiamando ad un nuovo inizio. Nessuno di noi sa dove questo inizio porterà. Permetterà ai guaritori feriti, coloro che hanno compiuto degli errori nel loro passato, di prender parte alla formazione del futuro? Questo è un tempo di profonda preghiera e molta riflessione. Ma certo rifletterò attentamente dato ch entriamo nella Settimana santa, Pasqua e Pentecoste. Userò questo tempo per pregare, riflettere sulla parola di Dio e discernere la volontà dello Spirito Santo. Rifletterò su quello che ho sentito dalla gente ferita dagli abusi. Parlerò con le persone, i preti, i religiosi e coloro che conosco e amo".
"L'integrità della nostra testimonianza del Vangelo ci sfida a prendere la responsabilità per gli abusi dei bambini e la loro copertura", dice ancora Brady, secondo il quale la lettera pastorale di Papa Benedetto XVI ai fedeli di Irlanda sarà "un'importante fonte di rinnovamento".

© Copyright Apcom


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Pedofili, Papa venerdi firma lettera agli irlandesi

di Redazione

Benedetto XVI: "Ho scritto una lettera pastorale che affronta la situazione dolorosa degli abusi sui minori. La mia speranza è che essa aiuterà un processo di pentimento, guarigione e rinnovamento"

Città del Vaticano

Ormai manca poco. La Santa Sede è intenzionata ad andare fino in fondo sullo scandalo dei preti pedofili. Non viene firmata oggi, giorno del patrono dell’Irlanda, ma venerdì prossimo arriverà la lettera di Benedetto XVI agli irlandesi sullo scandalo: lo ha annunciato lo stesso Benedetto XVI salutando i pellegrini di lingua inglese presenti all’udienza generale in piazza San Pietro.
"Oggi è la festa di San Patrizio e in modo speciale saluto tutti i fedeli e i pellegrini irlandesi presenti qui", ha esordito Papa Ratzinger.
"Come sapete, nei mesi scorsi la Chiesa in Irlanda è stata pesantemente scossa a causa della crisi degli abusi sui minori. Come segno della mia profonda preoccupazione preoccupazione ho scritto una lettera pastorale che affronta questa situazione dolorosa.
Firmerò questa lettera nella solennità di San Giuseppe (venerdì 17 marzo, ndr.), guardiano della sacra famiglia e patrono della Chiesa universale, e la invierò subito dopo. Chiedo a tutti voi di leggerla per voi stessi, con cuore aperto e in spirito di fede. La mia speranza è che essa aiuterà un processo di pentimento, guarigione e rinnovamento".
Nei mesi scorsi due rapporti governativi, che hanno preso il nome dei magistrati che hanno guidato le indagini, Ryan e Murphy, hanno rivelato i maltrattamenti negli istitui cattolici e le violenze sessuali sui minori compiuti da sacerdoti e religiosi in Irlanda nei decenni passati. Anche il primate d’Irlanda, cardinale Sean Brady, è stato accusato di insabbiamento per un caso degli anni Settanta.

© Copyright Il Giornale


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UDIENZA DEL MERCOLEDì

Il Papa: «La vera teologia non è arrogante»

"C'è un modo arrogante di fare teologia, una superbia della ragione che si pone sopra alla Parola di Dio". Lo ha detto il Papa durante l'udienza generale in piazza san Pietro, dedicata oggi alla figura di san Bonaventura. Secondo Benedetto XVI, tuttavia, c'è anche "un modo diverso di fare teologia, mossi dall'amore di Dio, ed è quello di qualcuno che fa teologia perché cerca di conoscere meglio l'Amato". Il Papa, citando il grande teologo francescano di epoca medievale, ha sottolineando che "l'amore si estende oltre la ragione, vede di più. Dove la ragione non vede più, vede l'amore". Per Benedetto XVI, tale conclusione "non è testimonianza di una devozione senza contenuto ma un'espressione limpida e realistica della spiritualità francescana.
Per Benedetto XVI dunque "la vera teologia" non è né arrogante né superba e ha "un'altra origine: conoscere meglio l'amato. Questa è la vera natura della teologia". "Nella notte oscura della Croce - ha detto nella catechesi - appare tutta la grandezza dell'Amore Divino; dove la ragione non vede più, vede l'amore". "Tutto questo non è anti-intellettuale e non è anti-razionale: suppone il cammino della ragione, ma lo trascende nell'amore del Cristo crocifisso", ha spiegato agli oltre 11 mila fedeli riuniti in piazza san Pietro per l'Udienza del mercoledì, nella quale ha accostato san Bonaventura da Bagnoregio a san Tommaso d'Aquino. "Entrambi - ha ricordato - hanno scrutato i misteri della Rivelazione, valorizzando le risorse della ragione umana, in quel fecondo dialogo tra fede e ragione che caratterizza il Medioevo cristiano. Per san Tommaso il fine supremo, al quale si dirige il nostro desiderio è: vedere Dio. Per san Bonaventura il destino ultimo dell'uomo è invece: amare Dio. Per ambedue il vero è anche il bene, ed il bene è anche il vero; vedere Dio è amare ed amare è vedere. Si tratta di accenti diversi di una visione fondamentalmente comune".
Nell'elaborazione del tema del "primato dell'amore" san Bonaventura trovò una fonte negli scritti di Pseudo-Dionigi: "nella salita verso Dio - ha chiarito il Papa - si può arrivare ad un punto in cui la ragione non vede più. Ma nella notte dell'intelletto l'amore vede ancora - vede quanto rimane inaccessibile per la ragione. L'amore si estende oltre la ragione, vede più, entra più profondamente nel mistero di Dio". "Tutta la nostra vita - ha concluso Ratzinger, citando ancora san Bonaventura - è un pellegrinaggio, una salita verso Dio. Ma con le nostre sole forze non possiamo salire verso l'altezza di Dio. Dio stesso deve aiutarci, deve tirarci in alto. Perciò è necessaria la preghiera. La preghiera, comedice il Santo, è la madre e l'origine della elevazione.
Al termine dell’udienza a Benedetto XVI è stata conferita la cittadinanza onoraria di Romano Canavese, paese natale del suo Segretario di Stato, card. Tarcisio Bertone. In piazza san Pietro, oggi, anche la fiaccola benedettina “per la pace”, proveniente da Colonia e diretta a Cassino per le celebrazioni della festa di san Benedetto.

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"CON IL CUORE SPEZZATO... SEMPRE CON TE!"
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giovedì 1 aprile 2010

Appello di Maranatha per l'applicazione del motu proprio nelle parrocchie

Beatissimo Padre,

Dopo varie vicissitudini, sofferenze, soprusi, angherie, siamo stati “gratificati” ad avere da circa un anno e mezzo la Santa Messa in latino nella forma straordinaria. Sembrerebbe a prima vista che tutto andasse bene e che non dovremmo “mugugnare”. Siamo invece ad informarLa che la Santa Messa nella forma Straordinaria che si tiene ogni sabato a Sestri Levante GE, alle ore 16.00 nel Santuario Madonnina del Grappa, subisce una ulteriore fermata di due settimane, creando altri disagi, e problemi di comunicazione, specialmente nella imminente Settimana Santa.

Questi continui logoramenti che subiamo, sono una routine applicata dal nostro vescovo Alberto Tanasini della Diocesi di Chiavari, che non crediamo abbia inventato Lui stesso, ma che forse per essere benevoli, gli viene imposta da una stanza occulta da vescovi che comandano la CEI, tanto è vero che questo sistema di boicottaggio viene applicato in tutta Italia.

Caro Santo Padre, a luglio dell’anno scorso ci siamo fatti promotori di scrivere una Lettera Aperta che Le abbiamo anche inviato per posta, e che i suoi collaboratori della Segreteria dello Stato si sono ben guardati dal fargliela leggere. Sappiamo quanto sia molto occupato per motivi più gravi ed importanti, quali ultimamente il problema abominevole della pedofilia nella nostra chiesa, ma che i giornalisti omettono volutamente di affrontare equamente anche quella più predominante ed estesa nella società e nelle famiglie.

Auspichiamo Santo Padre che Lei affronti, quest’altro problema dottrinale che investe la nostra fede e il futuro della Chiesa Cattolica e cioè ‘L’applicazione del Motu Proprio Summorum Pontificum nelle nostre Parrocchie. Un motu proprio che nelle Sue intenzioni dà libertà e autonomia decisionale al Parroco di celebrare la Messa Tradizionale, ma che di fatto è ostacolato, sabotato, anche con minacce nei confronti di sacerdoti adempienti e con tecniche di logoramento ai fedeli che l'hanno ottenuta da parte dei suoi Vescovi .

Quando, i Vescovi non hanno alternative a bloccare del tutto il SP adottano il metodo standardizzato della CEI per relegare i gruppi di fedeli che ne hanno fatto richiesta, in oratori e chiese periferiche, con cambi degli orari e sospensioni improvvise al fine di indebolire ed evitare la formazione di un gruppo stabile. Normalmente concedono la celebrazione il sabato, invece che alla Domenica come dovrebbe essere per rispetto del Rito Antico ed in orari astrusi.

Il concedere la Messa, fuori della Parrocchia, è una forma grave e violenta, perché ci estranea completamente dalla nostra vita comunitaria in Parrocchia, e ci esclude completamente da una assistenza spirituale e formativa. Siamo trattati come degli appestati che potrebbero diffondere una malattia grave e che possa diffondersi.

Un Parroco, un Vescovo non possono essere pastori veri se non fanno un tentativo di accogliere non solo le pecorelle smarrite, ma anche i parrocchiani che vorrebbero entrare in Parrocchia ed invece viene loro chiusa la porta. Ma per quale motivo? Qual è il motivo per relegare lontano dalla Parrocchia la Messa Antica, quasi come fosse un sottoprodotto della liturgia cattolica, di dignità inferiore, e degna di essere frequentata solo da cattolici di dignità inferiore?

Noi siamo fedeli a quanto Lei ha scritto nel Summorum Pontificum, ove le due forme in uso dello stesso Rito Romano possono arricchirsi a vicenda. Questo non avverrà MAI perche i vescovi della CEI non hanno nessuna intenzione che si attualizzi questo arricchimento reciproco perché si inventano ogni giustificazione per evitare la celebrazione della Santa Messa in Parrocchia nella forma Straordinaria. Rileviamo pure che la Commissione ECCLESIA DEI, benché a conoscenza ed informata di quanto accade è come se non esistesse.

Ci appelliamo a Sua Santità Benedetto XVI, Vicario di Cristo, perché Lei è per noi l’unico riferimento in terra, cui speriamo di ottenere la sua comprensione. La ringraziamo di cuore per le continue ispirate e arricchenti catechesi che ci offre. A lei offriamo le nostre misere preghiere, e offriamo la nostra vita al Signore perché conceda a Lei salute ed una lunga vita per il bene della Chiesa.

Ci appelliamo all’intercessione della Beata Vergine Maria Immacolata.

In Xto e Maria.

Paolo e Giovanni
Gandolfo Lambruschini
www.maranatha.it/Benvenuti/BenvenutiPage.htm

Papa Ratzi Superstar

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"CON IL CUORE SPEZZATO... SEMPRE CON TE!"
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MARTEDÌ 27 APRILE 2010

NON È SOLO QUESTIONE DEL LATINO MA DELLA FEDE

Pubblichiamo un "vecchio" articolo del 2007 di Antonio Socci - scritto a ridosso dell'entrata in vigore del Motu Proprio - che ci pare ancora molto interessante e attuale.

di Antonio Socci

Era il 1971 e il teologo Joseph Ratzinger – che pure era stato un uomo del Concilio – denunciò l’immane disastro "progressista" del post Concilio, indicando a chiare lettere la grave responsabilità di tanti Vescovi: "In base a queste istanze (progressiste), anche a dei Vescovi poteva sembrare ‘imperativo dell’attualità’ e ‘inesorabile linea di tendenza’, deridere i dogmi e addirittura lasciare intendere che l’esistenza di Dio non potesse darsi in alcun modo per certa (…). Per questo sono certo che si preparano per la Chiesa tempi molto difficili. La sua crisi vera e propria è solo appena cominciata". E infatti la crisi è divampata e a farla esplodere è stato innanzitutto l’attacco alla liturgia che della Chiesa è il cuore.
Da cardinale tutore della fede, nel 1997, Ratzinger scriverà: "sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo, dipende in gran parte dal crollo della liturgia". E oggi, da Papa, egli regala alla Chiesa un giorno storico. Il 14 settembre infatti entra in vigore il Motu proprio con cui Benedetto XVI ha restituito ai fedeli la libertà di partecipare alla cosiddetta liturgia tridentina, la liturgia di sempre della Chiesa.
Attenzione: non è solo questione del latino (perché anche la riforma del 1969 ha la sua messa in latino). Né è questione che interessa solo i cosiddetti tradizionalisti. E’ molto di più: la notte dell’autodemolizione progressista e modernista della Chiesa sta finendo.
Un grande teologo come Von Balthasar -che Papa Wojtyla volle cardinale- pur essendo anch’egli uomo del Concilio scrisse: "Stranamente a causa di questa falsa interpretazione si ha la sensazione che la liturgia post-conciliare sia divenuta più clericale di quanto non fosse nei giorni in cui il sacerdote era un semplice servitore del mistero che veniva celebrato!".
Da oggi ai cristiani viene finalmente restituita la libertà di pregare (e di credere) come la Chiesa dei loro padri e dei Santi ha pregato (e creduto) per 19 secoli. Una libertà loro sottratta da Vescovi e chierici "progressisti" dispotici che prima hanno (arbitrariamente) presentato la riforma liturgica del 1969 come un’abolizione del rito tradizionale della Chiesa e poi hanno sabotato lo speciale indulto chiarificatore di Giovanni Paolo II del 1984 e del 1986.
Ora Benedetto XVI – preso atto del boicottaggio dei Vescovi – ha ordinato loro di riconoscere i diritti dei fedeli. Un passo grandioso che porterà frutti sorprendenti alla Chiesa. Ma, ancora una volta, diversi Vescovi stanno cercando di disobbedire al Papa con la ribellione esplicita o con qualche trucco dialettico. A dare il la come al solito è stato il cardinal Martini che – ormai nei panni dell’Antipapa – ha tuonato che lui non avrebbe mai celebrato nel rito tradizionale per "quel senso di chiuso che emanava dall’insieme di quel tipo di vita cristiana così come allora lo si viveva".
Così, forte del fallimento pastorale progressista (e del suo episcopato), Martini ha liquidato secoli di santità: la Chiesa dove sono fioriti i più grandi santi, da Caterina a Francesco, da Carlo Borromeo a Francesco Saverio e Teresina di Lisieux, da Massimiliano Kolbe a Padre Pio, darebbe "un senso di chiuso" rispetto alla chiesuola progressista, fatta – immagino - di cattocomunisti, ecumenisti scatenati e teologi della liberazione.
La grandiosa liturgia cattolica per la quale geni come Mozart, Michelangelo e Caravaggio hanno creato capolavori darebbe un’idea di "chiuso" rispetto agli sciamannati schitarramenti postconciliari con i più indecenti abusi liturgici. Ma subito a coda di Martini ha preso il coraggio del boicottaggio furbesco anche l’attuale Vescovo di Milano Tettamanzi (scottato dal conclave del 2005 da cui voleva uscire Papa) e altri Vescovi, tra i quali va citato quello di Pisa per la sua aperta opposizione al Papa (da monsignor Plotti aspetto ancora che mi spieghi il senso della Cattedrale a pagamento, come fosse un museo).
Per avere un’idea di cosa sia la "chiesa progressista" bisogna leggere un articolo apparso l’altro ieri sulla Repubblica. Parlava dei funerali dei bimbi rom, morti in un incendio a Livorno, celebrati dal pope ortodosso nella Cattedrale cattolica della città toscana. Monsignor Razzauto, amministratore diocesano con funzioni di Vescovo, che ha concesso la cattedrale ha dichiarato: "se, per motivi speciali, o per mancanza di spazio, ne avessero bisogno non avrei alcun problema a mettere a disposizione la cattedrale anche agli islamici". Avete letto bene: la Cattedrale cattolica a disposizione per dei riti islamici.
I commenti – teologici e canonici – li lascio alle autorità vaticane. Vorrei sottolineare però che questo clero così ecumenico e aperto è lo stesso che poi, per decenni, ha negato le chiese ai fedeli cristiani per celebrare la Messa tradizionale. In un’altra città toscana un Vescovo ha negato la Cattedrale addirittura ad un cardinale perché avrebbe celebrato, com’era sua facoltà, la Messa tridentina.
Nella ribellione dei Vescovi c’è un’opposizione al Papa che viene da lontano.
Al Concilio don Giuseppe Dossetti, passato dalla politica italiana alle smanie riformatrici della Chiesa, provò a dimostrare che il Vescovo ha il potere di giurisdizione con l’ordinazione stessa, a prescindere dal fatto che lo riceva dal Papa. Se questa idea fosse stata accolta la Chiesa Cattolica si poteva trasformare in chiesa episcopaliana col Papa ridotto a coordinatore. Invece fu bocciata e Dossetti fu rimosso da Paolo VI. Ma i Vescovi progressisti non hanno mai rinunciato alle loro pretese.
Paolo VI, negli ultimi anni, era diventato una voce che grida nel deserto. L’allora patriarca di Venezia Albino Luciani fu tra i pochi che cercò si opporsi alla dissoluzione: "Sarebbe ora di affermare coraggiosamente che voler essere col Papa non è deteriore complesso di inferiorità, ma frutto dello Spirito Santo". Con Wojtyla il papato ritrovò vigore. Ma ricordo l’ottimo don Divo Barsotti che in un’intervista del 1985 mi diceva: "C’è un grande pericolo, il disgregamento dell’unica Chiesa di Cristo.
I viaggi del Papa, secondo me, esprimono questa drammatica preoccupazione. Il papato negli anni recenti era stato umiliato e isolato. Nessuno voleva più sentir parlare del Papa, soprattutto i Vescovi …". E poi aggiungeva: "ancora non si è superato questo dramma. Ci sono ancora Vescovi che resistono al Papa".
Giustamente Barsotti sottolineava che il Vescovo ha diritto di essere seguito dai fedeli, ma se è in comunione col Papa. Altrimenti fa una sua chiesuola. Lealtà vorrebbe che un Vescovo in disaccordo col Papa si dimettesse. Ma di rinunciare al loro potere clericale non vogliono sentirne parlare. Anzi, purtroppo continuano tuttora a essere nominati Vescovi di area "progressista" che promettono di continuare questa deriva. Perché la burocrazia clericale è ancora in loro potere.
Cosa temono dalla libertà? Perché vogliono impedire al popolo cristiano di pregare come la Chiesa ha pregato per due millenni? Perché nella Chiesa "lex orandi, lex credendi". La Liturgia esprime la dottrina cattolica ortodossa ed è la vera fede che affascina e attrae. Mentre la loro stagione è quella del passato, quella – come denunciò il cardinal Ratzinger – dove i cristiani erano "portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina". In quel memorabile discorso di apertura del Conclave, Ratzinger aggiungeva, amaramente: "Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero...
La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde, gettata da un estremo all’altro". Benedetto XVI ora cerca invece di ancorarla alla roccia della tradizione ortodossa. E anche se il "partito clericale" gli ha dichiarato guerra, ha con sé il popolo cristiano.

Fonte: Libero 19-9-2007


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L'Italia vuole la messa antica, esulta la Chiesa tradizionalista

PRIMO PIANO
Di Andrea Bevilacqua

Sondaggio di Paix Liturgique sugli interessi dei cattolici

La Madonna, apparendo a Fatima, aveva detto che soltanto in Portogallo il dogma delle fede sarebbe stato conservato. E in concomitanza col viaggio del Papa nella penisola iberica, è anche per valutare se la profezia della Madonna si sia davvero verificata che Paix Liturgique ha compito un sondaggio volto a saggiare l'effettivo interesse della gente per la liturgia tradizionale della chiesa, interesse che sopravvive sotto la cenere delle fumanti macerie postconciliari.
I risultati non sembrano confortanti per la chiesa tradizionalista: meno del venti per cento di cattolici va a messa, e molti di quelli che praticano ci vanno soltanto una volta al mese. Addirittura, il 68 per cento degli interessati ci va soltanto per matrimoni o occasioni particolari. Per quanto concerne la liturgia tradizionale, la particolarità portoghese è l'altissimo livello di ignoranza in merito al Motu proprio Summorum Pontificum che ha liberalizzato il rito antico: il 74 per cento non lo conosce. Nonostante ciò, un cattolico su tre vorrebbe la messa antica tutte le settimane. Percentuale che sale a oltre il cinquanta per cento se consideriamo quelli che praticano almeno una volta al mese. In Italia, quella percentuale è ancora più alta e pari a due terzi; inoltre nel nostro paese è trascurabile (circa il venti per cento) la percentuale di coloro che troverebbero anormale la coesistenza dei due riti.
Proprio dal raffronto tra il sondaggio svolto dai Paix Liturgique in Portogallo e quello svolto in Italia, ci si accorge come il popolo italiano sia estremamente affamato della messa di sempre. E forse è questo anelito che mantiene la fede ancora relativamente vitale. Quanto al Portogallo una cosa va detta: non esistono nel paese centri che promuovono la messa tradizionale. Eppure una percentuale di fedeli che vuole quella liturgia c'è. Ma nessuno va incontro a questo legittimo desiderio. In particolare sono i vescovi che non sembrano interessati alla cosa.
Il Portogallo vive del suo posizionamento «di confine»: da una parte, resta ancora forte la religiosità popolare tradizionale, simboleggiata da Fatima, un luogo dove il vento della secolarizzazione sembra soffiare con minore violenza che nel resto d'Europa; dall'altra parte, anche se l'impero coloniale portoghese è scomparso ormai da decenni, rimane vivo il legame con i 210 milioni di lusofoni del mondo, in larga maggioranza cristiani. La chiesa, infatti, nonostante una certa crisi sia presente anche qui, non ha mai perso quella vocazione missionaria iniziata all'epoca delle grandi scoperte. «In Portogallo, le cose peggiori arrivano più tardi, ma anche le buone notizie», ha detto recentemente Antonio Marujo, esperto di religione del principale quotidiano portoghese, Publico, e per ben due volte (nel 1995 e nel 2005) vincitore del John Templeton Award per il miglior giornalista religioso d'Europa. È stato così anche per la secolarizzazione: «C'è un vantaggio nell'essere alla periferia, che i fenomeni non sono così gravi come altrove. La crisi delle vocazioni non è stata così devastante, almeno fino ad ora».

© Copyright Italia Oggi, 15 maggio 2010

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Voi, vescovi che siete sordi: Ascoltate il popolo di Dio!!! RIDATECI LA MESSA DI SEMPRE!!!!

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Tradizionalisti cattolici contro la Diocesi

«Sulla messa ignorati i dettami del Papa»

MESSA TRIDENTINA. È ancora polemica tra i tradizionalisti de "La Voce" e la Diocesi per le funzioni della domenica

«Quello che si celebra a S. Rocco è un rito modernizzato. Il vescovo non accetta i nostri consigli e i fedeli stanno andando altrove»

Chiara Roverotto

Vicenza. Non è la prima volta che puntano il dito contro la Diocesi di Vicenza e in particolare contro il vescovo. Questa volta le critiche sono pesanti. Il tema in discussione resta la messa con il rito tridentino, che viene celebrata ogni domenica alle 16.30 nella chiesa di San Rocco. Secondo il coordinamento "Una Voce delle tre Venezie" (rappresenta i cattolici tradizionalisti), che ieri sull'argomento ha voluto tenere una conferenza stampa, l'eucarestia che viene celebrata in città non rispetta il Motu proprio "Summorum Pontificum" di Papa Benedetto XVI, che non ha mai dichiarato abrogato l'antico rito.
La richiesta ha un storia lunga: alcuni anni fa vennero raccolte oltre settecento firme affinchè la messa tridentina fosse celebrata; poi ci fu la decisione del Papa e il vescovo Nosiglia nominò un sacerdote della diocesi incaricato di celebrare con l'antico rito.
Prima il ruolo è stato di don Pierangelo Rigon, successivamente di Giandomenico Tamiozzo: ma questo non ha cambiato di una virgola la posizione del coordinamento che, con svariate lettere, ha fatto presente come la cerimonia non rispetti appieno i dettami previsti dal rito latino. Per cui il sacerdote non sempre rivolto al crocefisso, il Graduale letto in italiano. E ancora canti e omelie officiati come nella liturgia nuova. «Senza contare - spiega Lorenzo Magnabosco del coordinamento dei tradizionalisti, con Nicola Cavedini - che non esiste alcun avviso delle celebrazione né sul sito né sul giornale della Diocesi. E nemmeno in chiesa, a riprova dell'avversione da cui è circondata dal clero questa funzione che non è una messa tridentina vera, ma coscientemente e abusivamente modernizzata». Malgrado lettere, appelli ed incontri per modificare il rito, pare che ogni cambiamento sulla base delle scelte del vescovo non possa avere seguito. «Se questa è la celebrazione voluta da mons. Nosiglia significa che nessuna messa può essere celebrata se non così - afferma Fabio Marino - Quindi si evince che nella diocesi vicentina non si può celebrare la messa tridentina come invece dovrebbe avvenire. I fedeli si devono adeguare e stare zitti. Altrimenti devono raggiungere diocesi limitrofe, dove invece il rito viene celebrato rispettando il vecchio messale. In questo modo si allontano i fedeli dalla diocesi. A S. Rocco ci saranno dieci persone che partecipano alla cerimonia religiosa, per cui più che di migrazione è corretto parlare di esilio liturgico. In sostanza il vescovo sta disobbedendo al Papa».
Questione discussa, che probabilmente non avrà molto seguito almeno in piazza Duomo, sede della curia. «Siamo esasperati - continuano il rappresentati di "Una Voce" - anche perché accadono cose che ci sembrano veramente sorprendenti: preti diocesani che recitano ai fedeli una preghiera catto-islamica . È accaduto a Montecchia di Crosara nel Veronese, che però è diocesi berica . Si trattava di una preghiera interreligiosa dove alcuni sacerdoti leggevano le sure del Corano in chiesa». «Ho scritto al Papa - ribadisce Lorenzo Magnabosco - per denunciare lo scandalo. Evidentemente si preferisce l'Islam alla liturgia cattolica dei padri». Il botta e risposta continua: anche nel mondo della liturgia le "guerre" non mancano.

© Copyright Il Giornale di Vicenza, 28 maggio 2010


Che altri segni dobbiamo attendere per sapere che siamo in pieno periodo di apostasia?
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Nascono i Coordinamenti del Summorum Pontificum

a sostegno del nuovo movimento liturgico promosso dal Papa

Mercoledì 7 Luglio 2010, in occasione del terzo anniversario di promulgazione del Motu Proprio “Summorum pontificum cura” nasce il progetto dei Coordinamenti del Summorum Pontificum. L’iniziativa è promossa da alcuni sacerdoti, religiosi e fedeli laici che sono accomunati dalla particolare venerazione per la Sacra Liturgia, “culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia” (SC).

Coloro che partecipano all’iniziativa, in comunione con il Magistero del Santo Padre Benedetto XVI, si uniscono alla cura che i Sommi Pontefici fino ai nostri giorni ebbero costantemente affinché la Chiesa di Cristo offrisse alla Divina Maestà un culto degno, “a lode e gloria del Suo nome” e condividono il vivo desiderio del Papa che il Messale Romano promulgato da S. Pio V, e nuovamente edito dal B. Giovanni XXIII, debba venir considerato come espressione straordinaria della stessa “lex orandi” della Chiesa di rito latino e debba essere tenuto nel debito onore per il suo uso venerabile e antico.

Per questo motivo, in obbediente aderenza alle disposizioni del Motu Proprio Summorum Pontificum, i Coordinamenti auspicano in modo particolare che all’interno delle proprie diocesi, oltre ad un rinnovato senso liturgico e del sacro, si diffonda sempre più la celebrazione della forma straordinaria della liturgia romana, “ad utilità di tutta la Santa Chiesa” e a concreto sostegno di un nuovo movimento liturgico che promuova in ogni ambito ‘”l’ermeneutica della riforma nella continuità”.

Al momento, sull’esempio del Coordinamento Toscano “Benedetto XVI” che si è costituito autonomamente nel 2008, vi sono adesioni per le regioni Lombardia, Emilia-Romagna, Sicilia , Puglia, Umbria e Marche. Altri Coordinamenti non ancora ufficializzati sono in preparazione.

In attesa di pubblicare i riferimenti dei relativi Promotori sul sito www.b16network.com , le realtà interessate al progetto possono chiedere ogni informazione alla Segreteria generale scrivendo a info@b16network.com

COORDINAMENTI DEL SUMMORUM PONTIFICUM

Segreteria generale dei Promotori


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