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Benedetto XVI Forum
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Documenti emanati dai dicasteri e da altri organismi della Curia Romana e della Santa Sede durante il pontificato di Benedetto XVI

Ultimo Aggiornamento: 25/02/2013 19.30
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AVVISO DELL’UFFICIO DELLE CELEBRAZIONI LITURGICHE


CONCISTORO PER IL VOTO SU ALCUNE CAUSE DI CANONIZZAZIONE


Sabato 21 febbraio 2009, alle ore 11.00, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano, avrà luogo, durante la celebrazione dell’Ora Sesta, il Concistoro Ordinario Pubblico per la Canonizzazione dei Beati:

ZYGMUNT SZCZĘSNY FELIŃSKI, Vescovo, fondatore della Congregazione delle Suore Francescane della Famiglia di Maria;

ARCANGELO TADINI, sacerdote, fondatore della Congregazione delle Suore Operaie della Santa Casa di Nazareth;

FRANCISCO COLL Y GUITART, sacerdote dell’Ordine dei Frati Predicatori (Domenicani), fondatore della Congregazione delle Suore Domenicane dell’Annunciazione della Beata Vergine Maria;

JOZEF DAMIAN DE VEUSTER, sacerdote della Congregazione dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria e dell’Adorazione Perpetua del Santissimo Sacramento dell’Altare (PICPUS);

BERNARDO TOLOMEI, abate, fondatore della Congregazione di Santa Maria di Monte Oliveto dell’Ordine di San Benedetto;

RAFAEL ARNÁIZ BARÓN, religioso dell’Ordine Cistercense della Stretta Osservanza;

NUNO DE SANTA MARIA ÁLVARES PEREIRA, religioso dell’Ordine dei Carmelitani;

GERTRUDE (CATERINA) COMENSOLI, vergine, fondatrice dell’Istituto delle Suore del Santissimo Sacramento;

MARIE DE LA CROIX (JEANNE) JUGAN, vergine, fondatrice della Congregazione delle Piccole Suore dei Poveri;

CATERINA VOLPICELLI, vergine, fondatrice della Congregazione delle Ancelle del Sacro Cuore.
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DISCORSO DEL CARD. TARCISIO BERTONE, SEGRETARIO DI STATO DEL SANTO PADRE

Palazzo diaconale di Santa Maria in Cosmedin
Mercoledì, 28 gennaio 2009

LE LINEE PORTANTI DEL MAGISTERO DI PAPA BENEDETTO XVI

Eminenze Reverendissime,
Eccellenze Reverendissime,
cari amici del Circolo di Roma!

Grazie innanzitutto per l’invito che mi avete rivolto a intervenire a questo vostro significativo incontro. Grazie in primo luogo a Sua Eminenza il Card. Andrea Cordero Lanza di Montezemolo e al prof. Agostino Borromeo, Presidente di questo Circolo, che si sono fatti gentili tramite del vostro invito. Grazie per le cortesi e benevoli parole di saluto e di benvenuto che mi sono state indirizzate. Grazie anche perché, in questa gradita circostanza, mi offrite la possibilità di ricordare il grande pontefice Paolo VI, potremmo dire a conclusione delle celebrazioni per il 30° anniversario della sua morte, avvenuta il 6 agosto del 1978 a Castel Gandolfo. Fu lui, Mons. Giovanni Battista Montini, proprio 60 anni fa – e questo vogliamo ricordare con l’odierna commemorazione – a fondare il Circolo di Roma – era il 1949 – quando era Sostituto alla Segreteria di Stato. Mentre saluto con affetto tutti voi qui presenti, ho la gioia di trasmettervi l’affettuoso pensiero del Santo Padre, che di cuore invia a voi e alle persone a voi care la sua benedizione.
Sono lieto perché l’incontro di questa sera mi offre l’opportunità di conoscere meglio la vostra Associazione, la quale ha principalmente lo scopo di favorire la reciproca conoscenza e la migliore cooperazione di intenti fra personalità che svolgono una attività qualificata nella vita e nella cultura internazionale, ispirandola ad un’aperta testimonianza cattolica. Mi felicito con voi perché il vostro Circolo si propone, tra l’altro, di approfondire temi di attualità, di assumere iniziative che mirino al riavvicinamento tra cristiani in spirito ecumenico, ed organizza riunioni tra persone di diverse nazionalità per discutere di questioni o proposte nate da una concezione spirituale della vita. Ho visto con piacere che in questi sessant’anni di ininterrotta attività, innumerevoli sono state le personalità, italiane e non, che hanno preso la parola nelle riunioni del Circolo di Roma. Penso ai membri del Collegio Cardinalizio che mi hanno preceduto con loro conferenze: i Cardinali Francis Arinze, Edward Cassidy, Roger Etchegaray, Julian Herranz, Andrea di Montezemolo, Ignace Moussa I Daoud, Attilio Nicora, Crescenzio Sepe, Achille Silvestrini, Paul Poupard, ed Angelo Sodano, allora Segretario di Stato di Sua Santità. Ci sono pure alcuni Porporati defunti come Francesco M. Pompedda, Alfonso Lòpez Trujillo, Jan Peter Scotte, e il compianto Pio Laghi, recentemente scomparso. Ho notato che, in passato, hanno qui tenuto conferenze Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer, Robert Schuman e, in tempi recenti, Giulio Andreotti, Cornelio Sommaruga, Andrea Monorchio, Giovanni Maria Flick, Chiara Lubich, Andrea Riccardi, il Senatore Emilio Colombo. Anche per tutto questo mi sento particolarmente onorato di essere qui tra voi questa sera.

Vengo ora al tema che mi è stato affidato e che così sintetizzo: “Le linee portanti del Magistero di Papa Benedetto XVI”.
Un argomento che mi tocca da vicino, specialmente da quando il Santo Padre mi ha chiamato a collaborare strettamente al suo ministero nominandomi suo Segretario di Stato. Difficile poter offrire un quadro esaustivo su questo tema perché è come parlare di un’opera in costruzione. Tre anni e alcuni mesi sono ancora pochi per tracciare un bilancio di un pontificato, anche se possono bastare per intuirne i motivi di fondo e ricorrenti. Proprio questi cercherò di evidenziare, cogliendo gli elementi costitutivi di quello che potremmo chiamare il “leit motiv” del magistero e l’attività di Benedetto XVI.
Partirò da quanto il Papa stesso ebbe a dire il giorno dopo l’elezione, il 20 aprile 2005, al termine della santa Messa con i Cardinali nella Cappella Sistina, in un messaggio idealmente rivolto alla Chiesa universale. Egli così si espresse: “Nell’accingermi al servizio che è proprio del successore di Pietro, voglio affermare con forza la decisa volontà di proseguire nell’impegno di attuazione del Concilio Vaticano II, sulla scia dei miei predecessori e in fedele continuità con la bimillenaria tradizione della Chiesa”.
E ad ulteriore conferma di questo impegno, egli proseguiva dichiarando che la Chiesa di oggi deve ravvivare in se stessa la consapevolezza del compito di riproporre al mondo la voce di Colui che ha detto: “Io sono la luce del mondo; chi segue me non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8,12)”. Precisava inoltre: “Nell’intraprendere il suo ministero, il nuovo Papa sa che suo compito è di fare risplendere davanti agli uomini e alle donne di oggi la luce di Cristo: non la propria luce, ma quella di Cristo” (Insegnamenti I, 2005, p.13).

Innanzitutto, il Concilio Vaticano II

Per capire il magistero dell’attuale Pontefice è indispensabile partire proprio dal Concilio Vaticano II e dall’interpretazione che di esso si è data e si continua a dare. Parlando alla Curia Romana in occasione del tradizionale incontro prima del Natale 2005, egli spiegò che nel periodo post-conciliare, di questo straordinario evento ecclesiale si sono come cristallizzate due diverse interpretazioni, tra loro contrastanti: due linee, due ermeneutiche contrarie; l’una ha causato confusione, l’altra, silenziosamente ma sempre più visibilmente, ha portato frutti. La prima è l’interpretazione che il Papa chiama “ermeneutica della discontinuità e della rottura”, che spesso si è avvalsa della simpatia dei mass-media, e anche di una parte della teologia moderna.
L’altra è l’“ermeneutica della riforma”, del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha donato; “un soggetto – notava il Papa – che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del Popolo di Dio in cammino”. L’ermeneutica della discontinuità parla di una rottura tra Chiesa preconciliare e Chiesa postconciliare ed asserisce che i testi del Vaticano II come tali non sarebbero ancora la vera espressione dello spirito del Concilio, ma il risultato di compromessi con i quali, per raggiungere l’unanimità, si è dovuto ancora trascinarsi dietro e riconfermare molte cose vecchie ormai inutili.
Non in questi compromessi, però, si rivelerebbe il vero spirito del Concilio, ma negli slanci sottesi ai testi. E proprio perché i testi rispecchierebbero solo in modo imperfetto il vero spirito del Concilio e la sua novità, sarebbe necessario andare coraggiosamente al di là dei testi, facendo spazio alla novità nella quale si esprimerebbe l’intenzione più profonda, sebbene ancora indistinta, del Concilio. In una parola: occorrerebbe seguire non i testi del Concilio, ma il suo spirito.
Alcuni – aggiungeva il Papa - ritengono il Concilio una specie di Costituente, che elimina una costituzione vecchia e ne crea una nuova, ma questo è assurdo, perché la costituzione essenziale della Chiesa viene dal Signore e ci è stata data affinché noi possiamo raggiungere la vita eterna e, partendo da questa prospettiva, siamo in grado di illuminare anche la vita nel tempo e il tempo stesso. All’ermeneutica “della discontinuità” si oppone l’ermeneutica “della riforma”, come fu presentata da Giovanni XXIII nel suo discorso d’apertura del Concilio l’11 ottobre 1962, e poi da Paolo VI nel discorso di conclusione del 7 dicembre 1965.
“È chiaro che questo impegno di esprimere in modo nuovo una determinata verità – precisava il Papa – esige una nuova riflessione su di essa e un nuovo rapporto vitale con essa; è chiaro pure che la nuova parola può maturare soltanto se nasce da una comprensione consapevole della verità espressa e che, d’altra parte, la riflessione sulla fede esige anche che si viva questa fede”.
Potremmo allora dire che non la rottura, ma la fedeltà dinamica è l’orientamento che deve guidare la recezione del Concilio perché porti frutti nuovi di santità e di rinnovamento sociale.

La visione e la missione della Chiesa

Ho indugiato sull’interpretazione del Concilio Vaticano II perché è a partire da quest’ottica che si comprende la realtà vera della Chiesa, popolo di Dio in cammino verso il Regno. Alla Chiesa, il Papa Benedetto XVI ha dedicato varie catechesi, omelie e discorsi, riprendendo integralmente, con profondità di dottrina a saggezza pastorale, quanto il Concilio afferma nei suoi testi e dichiarazioni, soprattutto nelle due Costituzioni sulla Chiesa: l’una dogmatica, Lumen gentium, e l’altra pastorale, Gaudium et spes. Missione della Chiesa, Corpo mistico di Cristo, è annunciare e testimoniare a tutti Gesù Cristo, rivelazione definitiva del significato e del destino finale della vita. Per tale ragione, una costante del suo magistero è il richiamo alla dimensione soprannaturale e mistica della Chiesa. La sua prima Lettera Enciclica Deus caritas est è particolarmente incisiva da questo punto di vista: la Chiesa, la Chiesa dell’amore, è il popolo di quanti si riconoscono “amati nell’amato”, e mai pertanto può essere ridotta ad agenzia sociale, dove il servizio agli altri sia giustificato da motivazioni di impegno professionale, o di interesse economico, o anche da principi umanitari generici. La Chiesa è la comunità di quanti riconoscono la sorgente della carità, che li spinge ad agire, non in se stessi ma in Dio, rivelatosi in Gesù Cristo.

Servitore dell’unità

Questa visione soprannaturale motiva e sostiene anche l’incessante tensione del Pontefice verso la riconciliazione e l’unità all’interno della Chiesa cattolica e l’ecumenismo, il paziente dialogo con le altre Chiese e Comunità ecclesiali. Per comprendere le ragioni di questo anelito, occorre riferirsi all’omelia pronunciata in occasione della solenne inaugurazione del suo Pontificato, quando in Piazza san Pietro Benedetto XVI disse che “esplicito” compito del Pastore è “la chiamata all’unità” e, commentando la parabola evangelica della pesca miracolosa, affermò testualmente: “sebbene fossero così tanti i pesci, la rete non si strappò”. Subito dopo proseguì, quasi in tono supplichevole: “Ahimè, Signore, essa ora si è strappata, vorremmo dire addolorati”. E continuò: “Ma no – non dobbiamo essere tristi! Rallegriamoci per la tua promessa che non delude e facciamo tutto il possibile per percorrere la via verso l’unità che tu hai promesso…non permettere, Signore, che la tua rete si strappi e aiutaci ad essere servitori dell’unità” .

Ricucire i fili strappati della rete di Cristo, che è la Chiesa: ecco lo scopo che ha motivato vari suoi interventi tendenti alla riconciliazione e all’unità dei cattolici.

Penso qui alla lettera ai Cinesi, che per la prima volta, dopo lunghi anni di forzata lontananza, ha offerto la possibilità al Successore di Pietro di rivolgersi ai pastori e ai fedeli di quella Chiesa, per avviare un cammino di comunione e di nuova evangelizzazione. “Con questa Lettera – scrisse Benedetto XVI – vorrei offrire alcuni orientamenti in merito alla vita della Chiesa e all’opera di evangelizzazione in Cina, per aiutarvi a scoprire ciò che da voi vuole il Signore e Maestro, Gesù Cristo, la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana” (cfr.Introduzione alla Lettera).

Analogo motivo ha spinto Benedetto XVI a pubblicare il Motu proprio Summorum Pontificum con cui viene concessa più larga facoltà di utilizzare la liturgia romana anteriore alla riforma effettuata nel 1970 da Paolo VI.
Nella lettera che l’accompagnava, egli scrisse che oggi dobbiamo fare “tutti gli sforzi, affinché a tutti quelli che hanno veramente il desiderio dell’unità, sia reso possibile di restare in questa unità o di ritrovarla nuovamente”.
In questa stessa linea si colloca infine l’ultimo più recente gesto compiuto verso i seguaci di Lefebvre, rimettendo la scomunica ai quattro Vescovi ordinati da lui nel 1988 senza mandato pontificio. “Ho compiuto questo atto di paterna misericordia – ha spiegato il Papa proprio oggi durante l’udienza generale - perché ripetutamente questi presuli mi hanno manifestato la loro viva sofferenza per la situazione in cui si erano venuti a trovare”. Ed ha aggiunto: “Auspico che a questo mio gesto faccia seguito il sollecito impegno da parte loro di compiere gli ulteriori passi necessari per realizzare la piena comunione con la Chiesa, testimoniando così vera fedeltà e vero riconoscimento del magistero e dell’autorità del Papa e del Concilio Vaticano II”.

Un costante anelito verso l’unità di tutti i cristiani

L’obiettivo di raggiungere l’unità dei cristiani, che fu già tanto caro al Servo di Dio Giovanni Paolo II, vede Benedetto XVI attento a promuovere gesti di sereno dialogo e di comunione con esponenti delle Chiese ortodosse e delle altre confessioni e comunità ecclesiali. Significativa è stata in tal senso la partecipazione del Patriarca Ecumenico Bartolomeo I alla liturgia della solennità dei Santi Pietro e Paolo il 29 giugno del 2008 nella Basilica Vaticana, in occasione dell’Anno Paolino, quando il Patriarca Ecumenico tenne un’omelia introdotta dal Santo Padre. Salutandolo, Benedetto XVI espresse la sua gioia di avere ancora una volta l’opportunità di scambiare con lui il bacio della pace, nella comune speranza di vedere avvicinarsi il giorno dell’“unitatis redintegratio”, il giorno della piena comunione. Il Patriarca Ecumenico è tornato in Vaticano durante il recente Sinodo dei Vescovi ed ha tenuto un intervento particolarmente rilevante nel corso di un incontro di preghiera nella Cappella Sistina. La Chiesa – sottolinea spesso il Papa –, l’intero popolo cristiano deve accogliere nella loro integrità gli elementi dell’annuncio evangelico e della tradizione cattolica, per poterne manifestare anche nel mondo odierno la forza spirituale rinnovatrice. Ma per riuscire in tale compito non deve mai perdere il centrale riferimento a Cristo.

Gesù Cristo

In questa nostra epoca, su Gesù Cristo sono uscite e ancora compaiono molte pubblicazioni, con visioni contrastanti; alcune poi riprendono antiche teorie esoteriche. Si capisce, anche per questo, perché sia insistente l’invito di Benedetto XVI a conoscere Gesù nella sua verità storica per poterlo incontrare nel suo mistero di salvezza. A questo mira il libro Gesù di Nazaret pubblicato nel maggio 2007 – un volume di oltre 400 pagine e dieci capitoli che vanno dal Battesimo di Gesù alla Trasfigurazione –del quale si attende il preannunciato seguito. Quest’opera dice tutta la passione che nutre per Gesù Cristo Papa Benedetto. Per lui, il Gesù dei Vangeli è figura storicamente affidabile e convincente per ogni uomo di qualsiasi cultura che si avvicini ai racconti evangelici senza pregiudizi. Un certo tipo di ricerche su Cristo lo ha ridotto ad una figura dai contorni sempre meno definiti, con la conseguenza di allontanarlo sempre più da noi e di rendere drammaticamente incerta la base della stessa fede. Benedetto XVI ha avvertito l’urgenza di riaffermare con forza che Gesù, il Figlio di Dio fattosi uomo per la nostra salvezza, di cui ci parlano i Vangeli, non è un personaggio uscito dalle pie riflessioni degli Evangelisti; è realtà storicamente verificabile, persona con cui ogni uomo è chiamato a confrontarsi. Tutta la nostra fede cristiana, egli ripete spesso, poggia su Cristo morto e risorto. Egli è vivo come ieri anche oggi. Sempre! E chi segue Gesù Cristo, dunque, non abbraccia in primo luogo una dottrina, non segue un’ideologia, ma incontra una Persona.

Fede e ragione

Occorre che questa nostra fede sia solida per dialogare con la modernità; essa non può essere ridotta, come alcuni vorrebbero, ad un mero sentimento privato, sganciandola dalla storia sia individuale che collettiva. Si comprende perciò l’importanza che nel magistero di Papa Benedetto riveste il fondamento razionale della fede ed il rapporto che esiste tra la fede e la ragione. C’è una sfida nei tempi moderni che va ben evidenziata; egli l’aveva già indicata nell’omelia della celebrazione eucaristica immediatamente prima dell’apertura del Conclave, quando denunciò la “dittatura del relativismo”.
Per uscire dal relativismo culturale, etico e dottrinale, nel quale Papa Benedetto individua la radice degli errori che minacciano l’umanità contemporanea, è indispensabile confrontarsi con il fatto religioso e aprirsi al messaggio di salvezza rivelato da Cristo. Come non fare riferimento alla magistrale lezione tenuta il 12 settembre 2006 a Regensburg, dove un tempo egli aveva insegnato teologia, lezione che è stata distorta da una falsa interpretazione dovuta a una superficiale e strumentale lettura? Indicativo già il titolo: “Fede, ragione e Università”. Il Papa affronta coraggiosamente una tematica tanto importante quanto poco seriamente approfondita e ricorda che Dio è Logos, la stessa Ragione creatrice. E nota, tra l’altro, che ogni forma di fondamentalismo religioso è incoerente con la razionalità intrinseca di Dio stesso. Fede e ragione, secondo Papa Benedetto, hanno bisogno l’una dell’altra; la ragione presuppone la fede e la fede richiede il supporto della ragione; entrambe insieme aiutano l’uomo a raggiungere la verità. Il suo invito è quindi a un dialogo costruttivo e fecondo, a un incontro tra fede e ragione, tra scienza e fede. Ed in questo incontro il cristiano non ha niente da nascondere e niente da temere: la fede in Cristo, infatti, non toglie nulla alle ricche potenzialità della ricerca della ragione umana.
Nella catechesi del 14 gennaio scorso, commentando gli scritti dell’apostolo Paolo nel contesto dell’Anno Paolino, ha affermato che “Cristo non teme nessun eventuale concorrente, perché è superiore a qualsivoglia forma di potere che presumesse di umiliare l’uomo”. Ed ha aggiunto che “anche nel nostro mondo, con le sue tante paure, dobbiamo imparare che è Lui, Cristo, sopra ogni dominazione, il Salvatore del mondo”. Questa chiarezza e fermezza nel proporre la fede in Cristo è certamente un elemento essenziale nel magistero del Papa. Per dialogare con le culture, per l’inculturazione della fede è indispensabile sapere da dove nasce la nostra fede; in che consiste la nostra fede; è indispensabile fare costantemente ritorno a Cristo, che ci ha rivelato con il suo sacrificio il volto vero dell’Amore, l’autentico volto di Dio che è Amore.

L’enciclica Deus caritas est

Poiché questo – l’affermazione che Cristo ci ha rivelato il volto di Dio Amore – costituisce uno dei punti centrali attorno ai quali ruota tutto il patrimonio di fede e di dottrina del cristianesimo, non sorprende il fatto che la prima Enciclica, Deus caritas est, abbia trattato proprio il tema dell’Amore. Ed è notevole l’impatto che essa ha avuto ed ha tuttora con la pubblica opinione, e non solo presso i cattolici. Abbiamo creduto all’amore di Dio, esordisce il Papa, e a partire da questa esperienza vitale, il cristiano può esprimere la scelta fondamentale della sua vita. Specificando poi: “All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva”. “E’ mio desiderio – egli spiega ancora – insistere su alcuni elementi fondamentali, così da suscitare nel mondo un rinnovato dinamismo di impegno nella risposta umana all’amore divino” (n. 1). Mi rendo conto che questi argomenti richiederebbero ben altri approfondimenti, ma il tempo limitato mi obbliga ad andare veloce: ecco perché ora accennerò solo brevemente ad altre tematiche emergenti nel magistero di Benedetto XVI.

L’Eucaristia mistero da credere, da celebrare, da vivere

Rispondendo alle domande dei giornalisti che viaggiavano con lui in occasione di uno dei primi pellegrinaggi apostolici, il Papa ebbe a dire: “Il cristianesimo non è una collezione di divieti: è una scelta in positivo. Ed è molto importante che ci ricordiamo questo, perché si tratta di un’idea che oggi è stata quasi completamente abbandonata”. Come dire: essere cristiani domanda il coraggio di una scelta, che è risposta a una vocazione. Vocazione esigente e scelta responsabile, che domanda coerenza nel viverla ogni giorno. In questo modo si è “lievito” evangelico, “sale” e “luce” della terra come Gesù chiede ai suoi discepoli di tutti i tempi; solo così non si cade in quel conformismo che scende a compromessi con il mondo, che si “inginocchia davanti al mondo”, come ebbe a scrivere Jacques Maritain. Per questa coerenza nella testimonianza cristiana è indispensabile l’esperienza personale di Cristo, incontrarlo specialmente nel mistero eucaristico. Memorabile resta l’omelia conclusiva che egli tenne a Colonia, in Germania, in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù nell’agosto 2005, quando, parlando dell’Eucaristia, il dono che Cristo ha fatto di se stesso sotto le specie del pane e del vino, e descrivendo le conseguenze di questo dono al milione di giovani che lo ascoltavano, usò la metafora della “fissione nucleare nel più intimo dell’essere”.
Anche l’Esortazione Apostolica Sacramentum caritatis, che contiene le conclusioni del Sinodo dei Vescovi sull’Eucarestia, tenutosi in Vaticano nell’ottobre del 2005, presenta la più articolata riflessione del Papa sull’Eucaristia, che è mistero da credere, da celebrare, da vivere, da annunciare, da testimoniare e da offrire al mondo.

Proclamare e vivere la speranza

Il cristiano non può mai essere pessimista, anche dinanzi alle situazioni più complesse e difficili in cui si trova a vivere e operare: sua missione è annunciare la speranza. La speranza! Quanto ce n’è bisogno oggi! Con sollecitudine profetica Benedetto XVI, nel 2007, ha fatto dono alla Chiesa e al mondo della sua seconda Enciclica dedicata proprio a questo tema: la Spe salvi. Il presente, anche quello faticoso, afferma il Pontefice, può essere vissuto ed accettato se conduce verso una meta, e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se essa è così grande da giustificare la fatica del cammino (n. 1). Noi cristiani, ci ricorda il Papa, abbiamo una speranza affidabile: Dio. Il suo amore, resosi tangibile in Cristo, giunge fin nell’aldilà, e va oltre il confine della morte. Questa è stata una convinzione fondamentale della cristianità attraverso tutti i secoli e resta anche oggi una confortante esperienza. Ecco perché la nostra speranza, commenta il Papa, è sempre essenzialmente anche speranza per gli altri (n. 48). Animato da questa speranza, il cristiano la veicola con la sua esistenza dappertutto: in famiglia, nella società, nell’impegno per la giustizia, nella lotta alle povertà materiali e spirituali, nello sforzo per costruire la pace. Tutti questi temi riemergono nei discorsi del Papa ai vescovi, ai politici, alle varie categorie sociali, nei suoi “appelli” all’Angelus domenicale, nei Messaggi per la Giornata della Pace del 1° gennaio di ogni anno, ecc. ecc..

Il dialogo interculturale e interreligioso

Nel magistero di Benedetto XVI affiorano altri temi di carattere etico e sociale sui quali mi piacerebbe soffermarmi: ad esempio la dignità umana, la difesa della vita, la tutela della famiglia fondata sul matrimonio. Il concetto della dignità della persona umana, creatura di Dio, sta alla base di ogni dialogo sui valori della civiltà e sui rapporti interculturali. Si è tenuto nel dicembre scorso in Vaticano un convegno di studio su “Culture e religioni in dialogo”. Nel suo messaggio ai convegnisti il Papa osserva che “nel contesto odierno, in cui sempre più spesso i nostri contemporanei si pongono le domande essenziali sul senso della vita e sul suo valore, è importante riflettere sulle antiche radici, perciò il tema del dialogo interculturale e interreligioso emerge come una priorità, specialmente per l’Unione Europea”. “Per essere autentico, continua il Papa, tale dialogo deve evitare cedimenti al relativismo e al sincretismo ed essere animato da sincero rispetto per gli altri e da generoso spirito di riconciliazione e di fraternità”. Occorre insieme impegnarsi a ricercare vie nuove per affrontare in modo adeguato le grandi sfide che contrassegnano l’epoca post-moderna. E tra queste, nota il Papa, la difesa della vita dell’uomo in ogni sua fase, la tutela di tutti i diritti della persona e della famiglia, la costruzione di un mondo giusto e solidale, il rispetto del creato, il dialogo interculturale e interreligioso. La sua attenzione al dialogo con le religioni manifesta una particolare sensibilità nei confronti dell’ebraismo, e questo fin dall’inizio del suo Pontificato, quando, incontrando la delegazione dell’International Jewish Committee on interreligious consultations, espresse la sua volontà di continuare a migliorare i rapporti con il popolo ebraico (Insegnamenti, I [2005], p. 217). Desiderio di dialogo ha più volte manifestato – si pensi ad esempio al viaggio pastorale in Turchia – anche con l’islam e con altre religioni.

I viaggi apostolici: strategia e geografia

E con quest’accenno al viaggio apostolico in Turchia, che era stato preceduto da tanta preoccupazione e incertezze, mi avvio a toccare un ultimo aspetto dell’attività di Benedetto XVI.

Mentre ci incamminiamo verso i quattro anni di pontificato, lo stupore prende il sopravvento scoprendo che Benedetto XVI non si è risparmiato da quando è alla guida di tutta la Chiesa, e con coraggio ha fatto sentire la sua voce in numerose occasioni, specie nei viaggi pastorali, consapevole che se anche talora potrebbe sembrare una “voce che grida nel deserto”, in realtà egli è profeta ascoltato e accolto da milioni di persone non come una “star” del momento, bensì come l’umile lavoratore posto a capo della vigna del Signore.

Egli è persuaso di dover parlare a tutti in nome di Cristo. Come non ricordare perciò il memorabile viaggio per la GMG a Colonia nel 2005 e l’anno scorso a Sydney, per incontrare i giovani ed esortarli ad accogliere l’invito del Maestro che li chiama ad essere suoi testimoni fino agli estremi confini della terra. Ai giovani ha parlato come un padre e un saggio educatore, senza temere di apparire scomodo nel proclamare verità esigenti che oggi quasi nessuno osa proporre alla gioventù. Ma Benedetto XVI ha un’unica preoccupazione: confidare alle nuove generazioni il segreto duraturo della felicità che è Cristo, mettendoli in guardia dalle insidie del nichilismo e delle mode passeggere della società edonista.

Con i grandi della terra, come è accaduto nei viaggi negli Stati Uniti d’America, all’ONU, in Turchia, in Francia si rapporta con l’attitudine semplice e cordiale di chi è portavoce d’un messaggio di speranza che è per tutti. Pellegrino a Lourdes e ancor prima al Santuario di Mariazell egli ha invitato l’umanità, che sembra smarrita di fronte agli eventi del momento, a ricorrere al sostegno di Maria, nostra madre premurosa e vigile. In Brasile ha sperimentato il calore dell’accoglienza dei popoli latinoamericani ed ha meglio conosciuto le speranze e le attese di quelle Chiese prendendo parte ai lavori della Conferenza dell’Episcopato Latinoamericano; mentre a Valencia, nell’incontro mondiale delle Famiglie, ha ribadito che “la famiglia è l’ambito privilegiato dove ogni persona impara a dare e ricevere amore”. Che dire poi del suo legame affettivo con Giovanni Paolo II? Lo ha commemorato in più circostanze e particolarmente quando si è recato in visita pastorale in Polonia. Gratitudine, riconoscenza, amore, sono le parole che legano, in un ideale filo d’oro, i pellegrinaggi internazionali di Papa Benedetto: sentimenti che egli, nei suoi vari interventi, esprime a Gesù innanzitutto, poi alla Vergine, agli uomini e alle donne che si sono spesi per portare a tutti l’annuncio di pace e salvezza del Redentore. Questa è anche la cifra, il significato che possiamo scorgere quale motivazione delle visite pastorali compiute fino ad oggi nelle parrocchie di Roma e in Italia: Bari, Manoppello, Verona, Vigevano e Pavia, Assisi, Loreto, Velletri, Napoli, Savona e Genova, Santa Maria di Leuca e Brindisi, Cagliari e Pompei. A Verona, nel 2006, incontrando la Chiesa italiana riunita in convegno, ha invitato a porre al centro della vita del cristiano la risurrezione di Cristo, come “il salto decisivo verso una dimensione di vita profondamente nuova, l’ingresso in un ordine decisamente diverso, che riguarda anzitutto Gesù di Nazareth, ma con Lui, anche noi, tutta la famiglia umana, la storia e l’intero universo: per questo – il Santo Padre continuava – la risurrezione di Cristo è il centro della predicazione e della testimonianza cristiana, dall’inizio e fino alla fine dei tempi”.

Con la forza di queste parole egli si è reso sempre più fedele interprete e audace testimone delle responsabilità che Cristo ha affidato a ciascuno di noi, secondo la grande fantasia dello Spirito, per continuare a diffondere il Vangelo di salvezza come lieta notizia agli uomini e alle donne di oggi e di domani.

Conclusione

Riconosco che questo è solo uno sguardo sommario e me ne scuso. Altri aspetti andrebbero evidenziati nell’attività del Santo Padre, oggi quanto mai necessaria per educare, illuminare e guidare tutti noi a rispondere con una coraggiosa testimonianza di vita alle numerose sfide dell’epoca post-moderna. Non posso però terminare senza accennare alla profonda spiritualità che anima questo pontificato, ai richiami costanti al primato dello spirito, della preghiera, della Parola di Dio nei suoi incontri con sacerdoti e laici. E poi il suo amore per la Madonna: nei suoi pellegrinaggi in Italia sembra privilegiare proprio località dove la presenza di Maria è venerata ed amata. A Lei, la celeste Madre della Chiesa, affidiamo il ministero di Benedetto XVI: sia Lei a sostenerlo e guidarlo sempre nel delicato e gravoso compito di Vescovo di Roma e di Pastore Universale.
Grazie ancora a tutti voi, cari amici, per avermi pazientemente seguito. Il Signore benedica voi e le vostre famiglie e sostenga la vostra attività. Possa il vostro Circolo di Roma trarre, dalle celebrazione del suo 60° anniversario, rinnovato entusiasmo per continuare il suo cammino prospero e fecondo.

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Papa Ratzi Superstar

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"CON IL CUORE SPEZZATO... SEMPRE CON TE!"
17/02/2009 16.07
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CONFERENZA STAMPA DI PRESENTAZIONE DEL CONGRESSO "LE NUOVE FRONTIERE DELLA GENETICA E IL RISCHIO DELL’EUGENETICA" (VATICANO, 20-21 FEBBRAIO 2009)


Alle ore 11.30 di questa mattina, nell’Aula Giovanni Paolo II della Sala Stampa della Santa Sede, ha luogo la Conferenza Stampa di presentazione del Congresso Le nuove frontiere della genetica e il rischio dell’eugenetica, che si terrà nei giorni 22 e 21 febbraio presso l’Aula nuova del Sinodo in Vaticano, promosso dalla Pontificia Accademia per la Vita in occasione della XV Assemblea Generale.

Intervengono alla Conferenza Stampa: S.E. Mons. Rino Fisichella, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita; Mons. Ignacio Carrasco de Paula, Cancelliere della medesima Pontificia Accademia; il Prof. Bruno Dallapiccola, Docente di Genetica Medica presso l’Università "La Sapienza" di Roma.

Ne pubblichiamo di seguito gli interventi:


INTERVENTO DI S.E. MONS. RINO FISICHELLA

Ogni anno l'attività della Pontificia Accademia per la vita si confronta su un tema di particolare importanza scientifico. La scelta del Congresso Internazionale che si svolgerà i prossimi 20-21 febbraio è caduta sul tema: Le nuove frontiere della genetica e il rischio dell'eugenetica. Saranno relatori del Convegno scienziati provenienti da diverse Università e tratteranno il tema sotto differenti prospettive: da quella prettamente biomedica a quella legale, dalla riflessione filosofica e teologica a quella sociologica. A nessuno, infatti, sfuggirà che una simile tematica rappresenta sempre più spesso un riferimento costante della medicina; soprattutto dopo la scoperta del genoma e la conseguente conoscenza di gran parte delle caratteristiche peculiari del patrimonio genetico di ognuno di noi. Grazie al grande lavoro svolto nell'ultimo decennio soprattutto sotto la direzione di F. Collins circa lo Human Genome Data Base è possibile la mappatura di migliaia di geni che permettono la conoscenza di diverse tipologie di malattie e viene offerta spesso la concreta possibilità di superare la patologia ereditaria. Le conquiste genetiche appartengono al costante e spesso frenetico progresso tecnologico che sembra non avere più confini. Ci sono, evidentemente delle finalità proprie alla ricerca genetica: la prima e basilare si compie nella diagnostica ed è aumentata enormemente la gamma delle sue nuove applicazioni; a livello prematrimoniale e preconcezionale ha una sua applicazione per verificare il rischio di essere portatori sani di patologie. La stessa applicazione, comunque, viene compiuta oggi anche a livello prenatale e porta con sé –come si può immaginare- problematiche di ordine etico differenti. La genetica, inoltre, possiede finalità terapeutiche che possono trovare riscontro su cellule somatiche o sull'embrione precoce. Non si può dimenticare, infine, la finalità produttiva che trova soprattutto nell'ambito farmacologico ampio riscontro.

Non è tutto oro, comunque, ciò che appare. Ogni conquista scientifica porta sempre con sé inevitabilmente quello sguardo del Giano bifronte che mostra la bellezza e insieme la tragicità. Il rischio di una deriva della genetica non è solo un richiamo teorico che viene fatto; appartiene, purtroppo, a una mentalità che tende lentamente ma inesorabilmente a diffondersi. Il termine di "eugenetica" sembra relegato al passato e il solo richiamo terminologico fa inorridire. Come spesso succede, tuttavia, un sottile formalismo linguistico unito a una buona pubblicità sostenuta da grandi interessi economici fa perdere di vista i veri pericoli sottesi e tende a creare una mentalità non più in grado di riconoscere l'oggettivo male presente e formulare un giudizio etico corrispondente. Avviene così che mentre sembra non esserci più posto nelle nostre società democratiche, rispettose per principio della persona, l'eugenetica messa al bando nell'uso terminologico ricompaia nella pratica in tutta buona coscienza. Scopo del Congresso sarà quello di verificare se all'interno della sperimentazione genetica sono presenti aspetti che tendono e attuano di fatto un'azione eugenetica. Essa mostra il volto consolatorio di chi vorrebbe migliorare fisicamente la specie umana. Si esprime in diversi progetti di ordine scientifico, biologico, medico, sociale e politico; tutti più o meno collegati tra di loro. Tali progetti comportano un giudizio etico soprattutto quando si vuole sostenere che si attua una simile azione eugenetica in nome di una "normalità" di vita da offrire agli individui. Normalità che rimane tutta da definire e che spinge in maniera incontrovertibile e stabilire chi mai possa arrogarsi l'autorità per stabilire le regole e le finalità del vivere "normale" di una persona. In ogni caso, questa mentalità certamente riduttiva, ma presente, tende a considerare che ci siano persone che hanno meno valore di altre, sia a causa della loro condizione di vita quali la povertà o la mancanza di educazione, sia a causa della loro condizione fisica ad esempio i disabili, i malati psichici, le persone in cosiddetto "stato vegetativo", le persone anziane con gravi patologie.

Come si può osservare, i temi di questo Congresso sono di una grande attualità. Comportano il necessario confronto tra le diverse istanze e solo nella complementarità delle posizioni sarà possibile cercare di comporre una sintesi che sia capace di mostrare un percorso comune e condiviso da percorrere. Non sempre le istanze della scienza medica trovano l'accordo del filosofo o del teologo. Se da una parte, la tentazione di considerare il corpo come materia è spesso facile da riscontrare in alcuni, dall'altra, la preoccupazione perché mai si dimentichi l'unità fondamentale di ogni persona, che non è mai riducile alla sola sfera materiale perché possiede in sé quell'autoconsapevolezza che la porta a esprimere un senso per la propria esistenza, è una istanza che non può essere emarginata né sottaciuta. Ci si avvia verso un futuro carico di incertezze da questa prospettiva. Certo può crescere e deve progredire la ricerca per poter dare sollievo a ogni persona, ma nello stesso tempo si è chiamati a far crescere e progredire la coscienza etica senza della quale ogni conquista rimarrebbe sempre e solo parziale, mai destinata pienamente ad ogni persona nel suo desiderio di una vita pienamente umana e proprio per questo aperta e sempre tesa verso una trascendenza che la sorpassa e avvolge.



INTERVENTO DI MONS. IGNACIO CARRASCO DE PAULA

Etica e genetica, un’alleanza auspicabile

Tra le grandi scoperte di questi inizi di un nuovo millennio, il Progetto del Genoma Umano (HGP) occupa un posto di assoluta rilevanza. Infatti, iniziatosi nel non molto lontano 1990, portò in soli tredici anni alla mappatura dell’intero patrimonio genetico dell’uomo. Si apriva così una promettente e affascinante prospettiva per le scienze biomediche e in particolare per la medicina preventiva.

Meno conosciuto risulta invece, almeno in Europa, un altro progetto di ricerca partito in contemporanea nello stesso anno 1990 e intitolato ELSI, un acronimo che sta a indicare lo studio delle implicazioni etiche, legali e sociali correlate alle scoperte ed eventuali applicazioni derivate dal HGP. Questo progetto è tuttora in corso e gode di un sostanzioso sostegno finanziario coperto con fondi federali (finora intorno ai 200 milioni di dollari).

Se per la medicina, e non solo per essa, la conoscenza del genoma umano è assolutamente essenziale, altrettanta importanza riveste l’individuazione delle conseguenze etiche, legali e sociali. Un documento preparato da una Commissione presidenziale americana nel 1982, conosciuto come Splicing life, avvertiva già degli enormi benefici di natura terapeutica ma anche dei potenziali pericoli, come p. e. l’utilizzo in ambito lavorativo (selezione del personale), assicurativo, bancario (crediti), la protezioni dei dati da conservare nelle banche genetiche, e soprattutto il possibile cattivo uso discriminatorio di informazioni genetiche, in particolare nell’ambito della eugenetica.

È in questo contesto che si colloca il Congresso organizzato dalla PAV.

Nel 1997 l'UNESCO proponeva la sua Dichiarazione universale sul genoma umano e sui diritti umani che è stata successivamente approvata dalla Assemblea generale dell'ONU il 9 dicembre 1998. Nel 1º articolo si afferma: Il genoma umano sottende l’unità fondamentale di tutti i membri della famiglia umana, come pure il riconoscimento della loro intrinseca dignità e della loro diversità. L’articolo 6º ne trae un’importante conseguenza: Nessuno deve essere oggetto di discriminazione basate sulle proprie caratteristiche genetiche, che abbiano per oggetto o per effetto quello di ledere i diritti individuali, le libertà fondamentali ed il riconoscimento della propria dignità.

L’eugenetica rappresenta oggi la principale strumentalizzazione discriminatoria delle scoperte della scienze genetica. È questo il punto che il Congresso si propone di esplorare. Ovviamente l’obiettivo principiale è richiamare l’attenzione di tutti sui notevoli benefici che possiamo ottenere dalla ricerca genetica se, come sembra corretto e auspicabile, vengono indirizzati verso di essa sia l’impegno dei ricercatori che gli investimenti pubblici e privati, superando la tentazione delle apparenti scorciatoie proposte dalla eugenetica.



INTERVENTO DEL PROF. BRUNO DALLAPICCOLA

Oltre il sequenziamento del genoma umano

Il sequenziamento del genoma umano ha accelerato il processo di "genetizzazione" e ha chiarito in parte "determinismo genetico", con il quale viene enfatizzata la dipendenza della maggior parte delle caratteristiche individuali dal patrimonio ereditario. Questo concetto si è affermato in Medicina a partire dagli anni ’90, quando ha trovato largo consenso l’idea che quasi tutte le malattie abbiano una componente genetica. Lungo questa linea, qualcuno aveva ritenuto che quando si fosse riusciti a sequenziare il genoma di ogni persona, l’analisi di quella sequenza avrebbe avuto il significato di una vera e propria cartella clinica. Questa provocazione sta trovando oggi un fondamento, e la possibilità di analizzare il genoma al costo di 1.000 dollari appare alla portata nei prossimi anni. Se da un lato non si può non essere affascinati da questo progresso scientifico, dall’altro lato si deve prendere coscienza che la società è impreparata ad affrontare e a governare la mole delle informazioni prodotte e non sembra pronta a renderle fruibili a beneficio dell’uomo, avendone compreso e valutato tutto l’impatto a livello del singolo e della popolazione.

Nonostante questi limiti, molte conoscenze mediate dalla genetica, prima di essere sufficientemente sperimentate e validate, vengono trasferite al mercato della salute e sono proposte agli utenti al di fuori dei protocolli e delle cautele con i quali la Medicina dovrebbe avvicinarsi alle innovazioni diagnostiche e tecnologiche. Attraverso internet è possibile oggi entrare in contatto con numerose organizzazioni che vendono analisi genomiche, che si preannunciano in grado di predire malattie più o meno comuni, accertare l’idoneità fisica a diventare degli atleti, ottimizzazione l’alimentazione e il peso, scegliere la cura di bellezza più appropriata, o altro ancora. Si tratta di proposte che non hanno alcun fondamento scientifico e che relegano la genetica e l’analisi genomica in quel ruolo che un tempo era solo di competenza dei lettori della mano o dei tarocchi.

Al di là dell’uso deformato della genetica per finalità strettamente commerciali, è comunque necessario guardare alle ricadute del sequenziamento del genoma umano e del progresso della genetica in una prospettiva a breve-medio periodo. Ci offre un’occasione ghiotta per tentare qualche speculazione la pubblicazione della sequenza genomica di personaggi celebri come James Watson, uno dei padri della doppia elica del DNA, e Craig Venter, il coordinatore del progetto del sequenziamento del genoma umano con capitale privato. Venter ha pubblicato in dettaglio nei mesi scorsi le variazioni presenti nel suo DNA, compresa una serie mutazioni comuni, che lo renderebbero potenzialmente suscettibile ad una serie di patologie, come il comportamento antisociale, l’alcolismo, l’ipertensione, l’obesità, l’ictus, la malattia di Alzheimer, per citarne solo alcune. Tuttavia questi risultati non ci propongono Craig Venter come un soggetto particolarmente sfortunato, ma semplicemente come un uomo che, esattamente come tutti gli esseri della nostra specie, possiede un genoma "imperfetto". Infatti, il sequenziamento del genoma sta confermando che tutti condividiamo un numero straordinario di mutazioni: solo un piccolissimo numero di esse interessa i geni responsabili delle malattie rare (che nella maggior parte delle persone non hanno nessuna conseguenza per la salute), mentre alcuni milioni di variazioni riguardano i geni correlati alle malattie complesse, alla cui patogenesi concorrono con un piccolo effetto additivo. Nonostante questa evidente ‘imperfezione’, l’insieme dei geni non mutati di solito bilancia l’effetto delle mutazioni negative, consentendo alla maggior parte della popolazione di essere classificata come clinicamente non affetta. Il sequenziamento dei genomi di questi illustri personaggi delinea uno scenario già paventato negli anni ’90, quando era apparso chiaro che l’imminente possibilità di analizzare nella sua interezza la sequenza del DNA avrebbe avvicinato al mondo della Medicina milioni di persone non ammalate: la scoperta di mutazioni potenzialmente predisponenti alle malattie avrebbe indotto alcuni a vivere nell’attesa della comparsa di qualche sintomo, oppure ad organizzare la loro esistenza in funzione di visite mediche o di analisi periodiche di laboratorio, fino a fare sentire molte persone ammalate o a sviluppare sintomi psicosomatici.

La diffusione delle analisi genomiche è però destinata non solo a medicalizzare la vita delle persone, ma anche a trasformare la figura del medico. Lo sviluppo della medicina di laboratorio e delle indagini strumentali ha già modificato drasticamente negli ultimi 50 anni la professione del medico di famiglia, che, con il tempo, ha ridotto l’attitudine a visitare il paziente, a dialogare con lui e ad ascoltarlo, a favore di una crescente propensione alla prescrizione di indagini strumentali e di laboratorio spesso di discutibile utilità. L’era postgenomica rischia di produrre un’ulteriore involuzione della figura del medico, destinato, forse, a diventare un ‘genomicista’, cioè un addetto alla interpretazione dei dati sofisticati che escono da qualche strumento di elevata tecnologia.

Oggi che siamo all’inizio dell’era postgenomica appare chiaro che il sequenziamento del genoma umano ha rappresentato solo la tappa iniziale di un processo che necessiterà di essere integrato dalla conoscenza dei meccanismi di interazione tra i geni, e tra essi e l’ambiente, nonché dalla comprensione dei complessi meccanismi di regolazione genica, durante lo sviluppo e la vita postatale. E’ evidente che ogni tentativo di semplificazione di un progetto che, per la sua stessa natura, è molto complesso, significa fare un cattivo uso della Genetica. Non va perciò ignorato che l’uomo è la sommatoria degli effetti delle caratteristiche ereditate al momento del concepimento e dell’ambiente. Per questo, si deve essere critici tanto nei confronti dei ‘riduzionisti’, che ritengono che il sequenziamento del genoma umano sia sufficiente a chiarire il senso della vita umana, quanto nei confronti dei ‘deterministi’, che credono di riuscire a predire, solo attraverso la lettura del DNA, il destino biologico di una persona. I progressi della Genetica stanno chiarendo i meccanismi che sono alla base della variabilità tra le persone e questo, in un’epoca di disumanizzazione della Medicina, rappresenta un valore che necessita di essere apprezzato, perché è proprio il riconoscimento di quella variabilità biologica ad aiutarci a guardare ad ogni paziente non più come ad un numero, all’interno di un protocollo, e neppure come ad un semplice prodotto del codice genetico, ma come ad una persona.
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AVVISO DELL’UFFICIO DELLE CELEBRAZIONI LITURGICHE


MERCOLEDÌ DELLE CENERI - "STAZIONE" NELLA BASILICA DI SANTA SABINA ALL’AVENTINO PRESIEDUTA DAL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Mercoledì 25 febbraio, giorno di inizio della Quaresima, avrà luogo un’assemblea di preghiera nella forma delle "Stazioni" romane, presieduta dal Santo Padre Benedetto XVI.

La celebrazione avrà il seguente svolgimento:

Alle ore 16.30, nella Chiesa di Sant’Anselmo all’Aventino, avrà luogo un momento di preghiera, cui farà seguito la processione penitenziale verso la Basilica di Santa Sabina.

Alla processione prenderanno parte i Cardinali, gli Arcivescovi, i Vescovi, i Monaci Benedettini di Sant’Anselmo, i Padri Dominicani di Santa Sabina e alcuni fedeli.

Al termine della processione, nella Basilica di Santa Sabina, avrà luogo la celebrazione dell’Eucaristia con il rito di benedizione e di imposizione delle ceneri.

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COMUNICATO DELLA SALA STAMPA DELLA SANTA SEDE


Questa mattina il Santo Padre Benedetto XVI ha ricevuto in Udienza l’On. Gordon Brown, Primo Ministro di Sua Maestà Britannica, il quale, con le altre Personalità del seguito, ha successivamente incontrato Sua Eminenza il Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato, accompagnato da S.E. Mons. Dominique Mamberti, Segretario per i Rapporti con gli Stati.

I cordiali colloqui hanno permesso di soffermarsi sull’attuale crisi economica mondiale e sul dovere di proseguire con le iniziative a favore dei Paesi meno sviluppati e di favorire la collaborazione su progetti di promozione umana, rispetto dell’ambiente e sviluppo sostenibile. Si è auspicato un rinnovato impegno della comunità internazionale per risolvere i conflitti in atto, particolarmente in Medio Oriente. Non si è mancato, infine, di passare in rassegna alcuni temi bilaterali, di interesse soprattutto per la comunità cattolica nel Regno Unito.
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COMUNICATO CONGIUNTO DELLA COMMISSIONE BILATERALE PERMANENTE DI LAVORO TRA LA SANTA SEDE E LO STATO DI ISRAELE


La Commissione bilaterale permanente di lavoro tra la Santa Sede e lo Stato d’Israele si è riunita questa mattina, 18 febbraio 2009, presso il Ministero degli Affari Esteri, per proseguire i negoziati sull’ "Accordo economico", riguardante questioni fiscali e di proprietà.

L’incontro è stato caratterizzato da grande cordialità e spirito di collaborazione.

Sono stati compiuti dei progressi e le Delegazioni hanno rinnovato il loro comune impegno a concludere l’Accordo il prima possibile.

Il prossimo incontro di questa Commissione di lavoro si terrà il 7 aprile 2009.


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COMUNICATO DELLA SALA STAMPA DELLA SANTA SEDE

L’Assemblea degli Ordinari Cattolici di Terra Santa ha espresso pubblicamente lo sdegno e la protesta dei cristiani per le trasmissioni mandate in onda nei giorni scorsi dalla televisione privata israeliana "Canale 10", nelle quali venivano ridicolizzati - con parole e immagini blasfeme - il Signore Gesù e la Beata Vergine Maria.

Le Autorità governative, subito interessate dal Nunzio Apostolico, hanno prontamente assicurato il proprio intervento al fine di interrompere tali trasmissioni e ottenere pubbliche scuse dalla stessa emittente.

Mentre si manifesta solidarietà ai cristiani di Terra Santa e si deplora un così volgare e offensivo atto di intolleranza verso il sentimento religioso dei credenti in Cristo, si rileva con tristezza come vengano offesi in modo così grave proprio dei figli di Israele, quali erano Gesù e Maria di Nazareth.
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COMUNICATO CONGIUNTO DEL PRIMO INCONTRO DEL GRUPPO DI LAVORO CONGIUNTO VIÊT NAM - SANTA SEDE SULLE RELAZIONI DIPLOMATICHE (HÀ-NÔI, 16-17 FEBBRAIO 2009)

In questi giorni si trova in Viêt Nam, su invito del Governo, una delegazione della Santa Sede, guidata da Mons. Pietro Parolin, Sotto-Segretario per i Rapporti con gli Stati, che ha avuto incontri sia con le Autorità governative sia con i Vescovi.

Pubblichiamo qui di seguito il comunicato stampa congiunto emesso alla conclusione della prima sessione del Gruppo di lavoro Viêt Nam - Santa Sede sulle relazioni diplomatiche, che si è svolta ad Hà Nôi il 16-17 febbraio scorso:


TESTO IN LINGUA ORIGINALE

According to the agreement between the Vietnamese Government and the Holy See, the first meeting of the Vietnam-Holy See Joint Working Group was convened in Hanoi from 16-17 February 2009. The meeting was for the exchange of views on the establishment of bilateral diplomatic relations. The meeting was co-chaired by H.E. Mr. Nguyen Quoc Cuong, Vice Minister of Foreign Affairs and Monsignor Pietro Parolin, Holy See Under-Secretary for Relations with States.

At the meeting, Vice Minister Quoc Cuong emphasised Vietnam’s consistent policy on the freedom of belief as well as the achievements and current situation on religious affairs in Vietnam in recent years. Vice Minister Cuong expressed his wish for the Holy See’s active contribution to the life of the Catholic community in Vietnam, the strengthening of solidarity between religions and of the entire Vietnamese population, and the strong cohesion of the Catholic Church in Vietnam with the nation through practical contributions to national construction.

Holy See Under-Secretary Monsignor Pietro Parolin took note of the explanations made by the Vietnamese delegation on the policy on freedom of religion and belief, recognising that positive progress has been made in the religious life in Vietnam and wished that the remaining unsolved matters in bilateral relations between Vietnam and the Holy See could be settled with goodwill through sincere dialogue. Monsignor Parolin emphasised the Holy See’s policy to respect independence and sovereignty of Vietnam, by which the Church’s religious activities would not be conducted for political purposes. He also stressed that the Church in its teachings invites the faithful to be good citizens, working for the common good of the country.

During the meeting, the two sides held in-depth and comprehensive discussions on bilateral relations, including issues related to the Catholic Church in Vietnam. The two sides also acknowledged the encouraging development in the relations between Vietnam and the Holy See since 1990. The two sides agreed that the first meeting of the Joint Working Group was a new and important step forward in their bilateral relations and greater efforts should be made to further promote bilateral ties.

The two sides agreed to hold the second meeting of the Joint Working Group. The time and venue of meeting will be agreed upon in due course.

The meeting of the Joint Working Group took place in an atmosphere of openness, frankness and mutual respect.

During the visit to Hanoi to attend the meeting of the Joint Working Group, the Holy See delegation will pay a courtesy call to the Government Committee for Religious Affairs and visit Thái Binh and Bùi Chu dioceses, and other cultural, historical and religious sites in Vietnam.



TRADUZIONE IN LINGUA ITALIANA

Come concordato tra il Governo del Vietnam e la Santa Sede, il primo incontro del gruppo di lavoro congiunto Vietnam-Santa Sede si è svolto ad Hanoi, nei giorni 16-17 febbraio 2009. L’incontro si proponeva uno scambio di punti di vista sull’allacciamento di relazioni diplomatiche bilaterali, ed è stato presieduto da S.E. il Sig. Nguyen Quoc Cuong, Vice-Ministro degli Affari Esteri, e da Mons. Pietro Parolin, Sotto-Segretario per i Rapporti della Santa Sede con gli Stati.

Durante l’incontro, il Vice-Ministro Nguyen Quoc Cuong ha sottolineato le linee costanti della politica vietnamita sulla libertà di credo come pure i risultati raggiunti negli anni recenti e lo stato attuale delle questioni religiose. Il Vice-Ministro Cuong ha auspicato che la Santa Sede contribuisca attivamente alla vita della comunità cattolica in Vietnam, che si rafforzi la solidarietà fra le religioni e l’intera popolazione vietnamita, e che ci sia una forte coesione della Chiesa Cattolica in Vietnam con la Nazione, mediante contributi pratici all’edificazione del Paese.

Il Sotto-Segretario della Santa Sede, Mons. Pietro Parolin, ha preso nota delle spiegazioni offerte dalla delegazione vietnamita circa la politica sulla libertà di religione e di credo, riconoscendo che in Vietnam ci sono stati sviluppi positivi nella vita religiosa e augurando che le questioni ancora pendenti nelle relazioni bilaterali fra il Vietnam e la Santa Sede possano essere risolte grazie alla buona volontà e mediante un dialogo sincero. Mons. Parolin ha sottolineato la linea della Santa Sede di rispetto dell’indipendenza e della sovranità del Vietnam, a motivo della quale le attività religiose della Chiesa non si proporranno di raggiungere degli scopi politici. Ha inoltre sottolineato che l’insegnamento della Chiesa invita i fedeli ad essere buoni cittadini, che si adoperano per il bene comune del Paese.

Durante l’incontro, le parti hanno avuto un profondo e ampio confronto sulle relazioni bilaterali, soffermandosi anche su tematiche relative alla Chiesa Cattolica in Vietnam. Le parti hanno anche riconosciuto gli sviluppi incoraggianti delle relazioni fra il Vietnam e la Santa Sede avvenuti a partire dal 1990; si sono inoltre trovate d’accordo nel ritenere che il primo incontro del gruppo di lavoro congiunto sia stato un nuovo ed importante passo in avanti nelle relazioni bilaterali e che si dovranno compiere sforzi maggiori per promuoverle ulteriormente.

Le parti hanno deciso di tenere un secondo incontro del gruppo di lavoro congiunto, in data e luogo da definire.

L’incontro del gruppo di lavoro congiunto si è svolto in un’atmosfera di apertura, di franchezza e di rispetto reciproco.

Durante la visita ad Hanoi per partecipare all’incontro del gruppo di lavoro congiunto, la delegazione della Santa Sede farà una visita di cortesia al Comitato Governativo per gli Affari Religiosi e si recherà poi nelle diocesi di Thái Binh e di Bùi Chu, come pure in altre località legate alla cultura, alla storia e alla religione in Vietnam.
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Dal blog di Lella...

COMUNICATO DELLA SALA STAMPA DELLA SANTA SEDE, 20.02.2009

L’Assemblea degli Ordinari Cattolici di Terra Santa ha espresso pubblicamente lo sdegno e la protesta dei cristiani per le trasmissioni mandate in onda nei giorni scorsi dalla televisione privata israeliana "Canale 10", nelle quali venivano ridicolizzati - con parole e immagini blasfeme - il Signore Gesù e la Beata Vergine Maria.

Le Autorità governative, subito interessate dal Nunzio Apostolico, hanno prontamente assicurato il proprio intervento al fine di interrompere tali trasmissioni e ottenere pubbliche scuse dalla stessa emittente.

Mentre si manifesta solidarietà ai cristiani di Terra Santa e si deplora un così volgare e offensivo atto di intolleranza verso il sentimento religioso dei credenti in Cristo, si rileva con tristezza come vengano offesi in modo così grave proprio dei figli di Israele, quali erano Gesù e Maria di Nazareth.

Bollettino Ufficiale Santa Sede


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DICHIARAZIONE DEL DIRETTORE DELLA SALA STAMPA DELLA SANTA SEDE, REV.DO P. FEDERICO LOMBARDI, S.I.

In tarda mattinata il Direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Rev.do P. Federico Lombardi, S.I., ha rilasciato ai giornalisti la seguente dichiarazione:

Non di rado i mezzi di informazione attribuiscono al "Vaticano", intendendo con ciò la Santa Sede, commenti e punti di vista che non possono esserle automaticamente attribuiti. La Santa Sede, infatti, quando intende esprimersi autorevolmente usa mezzi propri e modi consoni (comunicati, note, dichiarazioni).

Ogni altro pronunciamento non ha lo stesso valore.

Anche di recente, si sono verificate attribuzioni non opportune. La Santa Sede, nei suoi organi rappresentativi, manifesta rispetto verso le autorità civili, che nella loro legittima autonomia hanno il diritto e il dovere di provvedere al bene comune.
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CONCISTORO PER IL VOTO SU ALCUNE CAUSE DI CANONIZZAZIONE

Questa mattina, alle ore 11, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano, durante la celebrazione dell’Ora Sesta, il Santo Padre Benedetto XVI ha tenuto il Concistoro Ordinario Pubblico per la Canonizzazione dei Beati:

ZYGMUNT SZCZĘSNY FELIŃSKI, Vescovo, fondatore della Congregazione delle Suore Francescane della Famiglia di Maria;

ARCANGELO TADINI, sacerdote, fondatore della Congregazione delle Suore Operaie della Santa Casa di Nazareth;

FRANCISCO COLL Y GUITART, sacerdote dell’Ordine dei Frati Predicatori (Domenicani), fondatore della Congregazione delle Suore Domenicane dell’Annunciazione della Beata Vergine Maria;

JOZEF DAMIAN DE VEUSTER, sacerdote della Congregazione dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria e dell’Adorazione Perpetua del Santissimo Sacramento dell’Altare (PICPUS);

BERNARDO TOLOMEI, abate, fondatore della Congregazione di Santa Maria di Monte Oliveto dell’Ordine di San Benedetto;

RAFAEL ARNÁIZ BARÓN, religioso dell’Ordine Cistercense della Stretta Osservanza;

NUNO DE SANTA MARIA ÁLVARES PEREIRA, religioso dell’Ordine dei Carmelitani;

GERTRUDE (CATERINA) COMENSOLI, vergine, fondatrice dell’Istituto delle Suore del Santissimo Sacramento;

MARIE DE LA CROIX (JEANNE) JUGAN, vergine, fondatrice della Congregazione delle Piccole Sorelle dei Poveri;

CATERINA VOLPICELLI, vergine, fondatrice della Congregazione delle Ancelle del Sacro Cuore.

* * *

La cerimonia di Canonizzazione dei Beati: Arcangelo Tadini; Bernardo Tolomei; Nuno de Santa Maria Álvares Pereira; Gertrude (Caterina) Comensoli e Caterina Volpicelli si terrà domenica 26 aprile 2009.

La cerimonia di Canonizzazione dei Beati: Zygmunt Szczęsny Feliński; Francisco Coll y Guitart; Jozef Damian de Veuster; Rafael Arnáiz Barón e Marie de la Croix (Jeanne) Jugan si terrà domenica 11 ottobre 2009.
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INTERVENTO DELL’OSSERVATORE PERMANENTE DELLA SANTA SEDE ALLA SESSIONE SPECIALE DEL CONSIGLIO DEI DIRITTI DELL’UOMO SULLA CRISI ECONOMICA MONDIALE (GINEVRA)

Durante la Decima Sessione Speciale del Consiglio dei Diritti dell’Uomo circa l’impatto della crisi economica e finanziaria mondiale sulla realizzazione e il godimento effettivo dei diritti umani, svoltasi a Ginevra il 20 febbraio scorso, S.E. Mons. Silvano M. Tomasi, Osservatore Permanente della Santa Sede presso l’Ufficio delle Nazioni Unite a Ginevra, ha pronunciato l’intervento riportato qui di seguito:


INTERVENTO DI S.E. MONS. SILVANO M. TOMASI

1. As we are daily reminded by the media, the world financial crisis has created a global recession causing dramatic social consequences, including the loss of millions of jobs and the serious risk that, for many of the developing countries, the Millennium Development Goals (MDGs) may not be reached. The human rights of countless persons are compromised, including the right to food, water, health and decent work. Above all, when large segments of a national population see their social and economic rights frustrated, the loss of hope endangers peace. The international community has a legitimate responsibility to ask why such a situation developed; whose responsibility it is; and how a concerted solution can lead us out of the crisis and facilitate the restoration of rights. The crisis was caused, in part, by problematic behaviour of some actors in the financial and economic system, including bank administrators and those who should have been more diligent in monitoring and accountability systems; thus they bear much responsibility for the current problems. The causes of the crisis, however, are deeper.

2. Reflecting, at that time, on the 1929 crisis Pius XI observed that: "… it is obvious that not only is wealth concentrated in our times but an immense power and despotic economic dictatorship is consolidated in the hands of a few, who often are not owners but only the trustees and managing directors of invested funds which they administer according to their own arbitrary will and pleasure" (Quadragesimo Anno, n.105). He also noted that free competition had destroyed itself by relying on profit as the only criterion. There are economic, juridical and cultural dimensions of the present crisis. To engage in financial activity cannot be reduced to making easy profits, but also must include the promotion of the common good among those who lend, those who borrow, and those who work. The lack of an ethical base has brought the crisis to low, middle and high income countries alike. The Delegation of the Holy See, Mr. President, calls for renewed "attention to the need for an ethical approach to the creation of positive partnerships between markets, civil society and States." (Pope Benedict XVI).

3. The negative consequences, however, exert a more dramatic impact on the developing world and on the most vulnerable groups in all societies. In a recent document, the World Bank estimates that, in 2009, the current global economic crisis could push an additional 53 million people below the threshold of $2 a day. This figure is in addition to the 130 million people pushed into poverty in 2008 by the increase in food and energy prices. Such trends seriously threaten the achievement of the fight against poverty in the Millennium Development Goals by 2015. Evidence indicates that children, in particular, will suffer the most from economic hardship, and a strong increase in the infant mortality rate in poor countries is forecasted for 2009.

4. It is well known that low-income countries are heavily dependent upon two financing flows: foreign aid and migrant remittances. Both flows are expected to decline significantly over the next months, due to the worsening of the economic crisis. Despite the official reaffirmation of commitment by donors to increase Official Development Assistance (ODA) in accord with the Gleneagles agreement, currently most donors are not on track to meet their target for significant scale-up of ODA by 2010. Moreover, the most recent figures reveal a slowing down of aid flows. This results in worry that a possible direct effect of the global economic crisis will be a major reduction of aid to the poor countries. On the other hand, remittances from migrant workers already have been reduced significantly. This threatens the economic survival of entire families who derive a consistent share of their income from the transfer of funds by relatives working overseas.

5. The Delegation of the Holy See, Mr. President, would like to focus on a specific case in this crisis: its impact on the human rights of children, which exemplifies, as well, what is symptomatic of the destructive impact on all other social and economic rights. At present some important rights of poor people are heavily dependent on official aid flows and on workers’ remittances. These include the right to health, education, and food. In several poor countries, in fact, educational, health and nutritional programmes are implemented with the help of aid flows from official donors. Should the economic crisis reduce this assistance, the successful completion of these programs could be threatened. By the same token, in many poor regions, entire families can afford to have their children educated and decently nourished due to remittances received from migrants. If the reduction of both aid and remittances continue, it will deprive children of the right to be educated creating a double negative consequence. Not only will we prevent children from the full exercise of their talent that, in turn, could be put to use for the common good, but also the preconditions will be established for long-range economic hardship. Lower educational investment today, in fact, will be translated into lower future growth. At the same time, poor nutrition among children significantly worsens life expectancy by increasing both child and adult mortality rates. The negative economic consequences of this go beyond the personal dimension and affect entire societies.

6. Mr. President, let me mention another consequence of the global economic crisis that could be particularly relevant for the mandate of the United Nations. All too often, periods of severe economic hardship have been characterized by the rise in power of governments with dubious commitments to democracy. The Holy See prays that such consequences will be avoided in the present crisis, since they would result in a serious threat for the diffusion of basic human rights for which this institution has so tenaciously struggled.

7. The last fifty years have witnessed some great achievements in poverty reduction. Mr. President, these achievements are at risk, and a coherent approach is required to preserve them through a renewed sense of solidarity, especially for the segments of population and for the countries more affected by the crisis. Old and recent mistakes will be repeated, however, if concerted international action is not undertaken to promote and protect all human rights and if direct financial and economic activities are not placed on an ethical road that can prioritize persons, their productivity and their rights over the greed that can result from a fixation on profit alone.
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La Santa Sede al Consiglio dei diritti dell'uomo sulla crisi economica


L'attività finanziaria deve basarsi sui principi etici





MEDELLÍN, martedì, 24 febbraio 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo dell'intervento pronunciato il 20 febbraio dall'Arcivescovo Silvano Maria Tomasi, Osservatore permanente della Santa Sede presso l'Ufficio delle Nazioni Unite ed Istituzioni Specializzate a Ginevra, durante la decima sessione speciale del Consiglio dei diritti dell'uomo (Hrc) circa l'impatto della crisi economica e finanziaria mondiale sulla realizzazione e il godimento effettivo dei diritti umani.



* * *

Come i mezzi di comunicazione sociale ci ricordano ogni giorno, la crisi finanziaria mondiale ha causato una recessione globale con conseguenze sociali drammatiche, inclusa la perdita di milioni di posti di lavoro e il grave rischio che per molti Paesi in via di sviluppo gli Obiettivi di sviluppo del millennio non si possano raggiungere. I diritti umani di innumerevoli persone sono compromessi, incluso quelli all'acqua, al cibo, alla salute e a un lavoro decoroso. Soprattutto, quando ampi segmenti di una popolazione nazionale vedono i loro diritti sociali ed economici vanificati, la perdita di speranza mette a repentaglio la pace. La comunità internazionale ha la responsabilità legittima di chiedere perché si è creata questa situazione, di chi è la responsabilità e in che modo una soluzione concertata può farci uscire dalla crisi e facilitare il ripristino dei diritti. La crisi è stata causata, in parte, dal comportamento problematico di alcuni attori del sistema finanziario ed economico, inclusi amministratori bancari e quanti avrebbero dovuto essere più diligenti per quanto riguarda i sistemi di monitoraggio e di affidabilità. Quindi sono loro ad avere la responsabilità dei problemi attuali. Tuttavia, le cause della crisi sono più profonde.

Nel 1929, riflettendo sulla crisi di allora, Papa Pio XI osservò: «Ai nostri tempi non vi è solo concentrazione della ricchezza, ma l'accumularsi altresì di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell'economia in mano di pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale, di cui essi però dispongono a loro grado e piacimento» (Quadragesimo anno, n. 105). Osservò anche che la libera concorrenza si era autodistrutta basandosi sul profitto come unico criterio. La crisi attuale ha dimensioni economiche, giuridiche e culturali. L'attività finanziaria non può ridursi a ottenere facili profitti, ma deve includere anche la promozione del bene comune fra quanti prestano, prendono in prestito e lavorano. L'assenza di un fondamento etico ha portato la crisi a tutti i Paesi, a basso, medio e alto reddito. Signor presidente, la delegazione della Santa Sede esorta a prestare una rinnovata «attenzione alla necessità di un approccio etico alla creazione di collaborazioni positive fra mercati, società civile e Stati» (Papa Benedetto XVI).

L'impatto delle conseguenze negative è comunque più drammatico sul mondo in via di sviluppo e sui gruppi più vulnerabili in tutte le società. In un recente documento, la Banca Mondiale stima che, nel 2009, l'attuale crisi economica globale potrebbe spingere altri 53 milioni di persone al di sotto della soglia dei 2 dollari al giorno. Questa cifra si aggiunge a quella di 130 milioni di persone costrette alla povertà nel 2008 dall'aumento dei prezzi dei prodotti alimentari e dell'energia. Queste tendenze minacciano gravemente l'esito della lotta alla povertà negli Obiettivi di sviluppo del millennio entro il 2015. È evidente che a risentire di più delle difficoltà economiche saranno i bambini e per il 2009 è previsto un ingente aumento del tasso di mortalità infantile nei Paesi poveri.

È noto che i Paesi a basso reddito sono estremamente dipendenti da due flussi finanziari: l'aiuto estero e le rimesse degli emigrati. Nei prossimi mesi entrambi i flussi diminuiranno in maniera significativa a causa del peggioramento della crisi economica. Nonostante la rinnovata affermazione ufficiale dell'impegno dei donatori ad aumentare l'Official development assistance (Oda) secondo l'accordo di Gleneagles, attualmente la maggior parte dei donatori non sono in condizioni di soddisfare il loro obiettivo di aumentare gradualmente l'Oda entro il 2010. Inoltre, le cifre più recenti rivelano una diminuzione dei flussi di aiuto. Questo fa pensare con preoccupazione che un eventuale effetto diretto della crisi economica mondiale possa essere una maggiore riduzione degli aiuti ai Paesi poveri. D'altro canto, le rimesse dei lavoratori emigrati si sono già ridotte in modo significativo. Questo minaccia la sopravvivenza economica di famiglie intere che ricavano una parte consistente del loro reddito dal trasferimento di fondi effettuato dai parenti che lavorano all'estero.

Signor presidente, la delegazione della Santa Sede desidera concentrarsi su un aspetto specifico di questa crisi: il suo impatto sui diritti umani dei bambini, il che spiega anche che cosa è sintomatico del distruttivo impatto di tutti gli altri diritti sociali ed economici. Attualmente, alcuni importanti diritti dei poveri dipendono molto dai flussi ufficiali di aiuto e dalle rimesse dei lavoratori. Fra questi vi sono i diritti alla salute, all'istruzione e al cibo. In diversi Paesi poveri, infatti, i programmi educativi, sanitari e alimentari vengono realizzati grazie ai flussi di aiuto dei donatori ufficiali. Se la crisi economica ridurrà quest'assistenza, la realizzazione di questi programmi potrebbe essere messa a repentaglio. Parimenti, in molte regioni povere, intere famiglie possono avere figli istruiti e decentemente nutriti grazie alle rimesse degli emigrati. Se la riduzione di entrambi i flussi continuerà, priverà i bambini del diritto di essere educati, creando una doppia conseguenza negativa. Non solo impediremo ai bambini il pieno esercizio del loro talento, che, a sua volta, potrebbe essere messo al servizio del bene comune, ma si porranno anche le precondizioni di difficoltà economiche a lungo termine. Un minore investimento nell'istruzione oggi si tradurrà in una minore crescita domani. Al contempo, un'alimentazione povera dei bambini peggiora in maniera significativa l'aspettativa di vita, aumentando i tassi di mortalità sia infantile sia adulta. Le negative conseguenze economiche di questo vanno oltre la dimensione personale e colpiscono società intere.

Signor presidente, mi permetta di menzionare un'altra conseguenza della crisi economica globale che potrebbe essere particolarmente importante per il mandato delle Nazioni Unite. Troppo spesso, periodi di gravi difficoltà economiche sono stati contraddistinti dall'aumento di potere di Governi caratterizzati da una dubbia propensione alla democrazia. La Santa Sede prega affinché questo tipo di conseguenze possa essere evitato nella crisi attuale, perché sfocerebbe in una grave minaccia per la diffusione dei diritti umani fondamentali per i quali quest'istituzione ha lottato con tanta tenacia.

Negli ultimi cinquant'anni si sono raggiunti alcuni importanti risultati nella riduzione della povertà. Signor presidente, questi risultati sono a rischio ed è necessario un approccio coerente per tutelarli mediante un rinnovato senso di solidarietà, in particolare per quei segmenti di popolazione e per quei Paesi più colpiti dalla crisi. Tuttavia si ripeteranno errori vecchi e più recenti, se non si intraprenderà un'azione internazionale concertata volta a promuovere e tutelare tutti i diritti umani e se le dirette attività finanziarie ed economiche non verranno poste su una strada etica che possa anteporre le persone, la loro produttività e i loro diritti all'avidità che può scaturire dall'attenzione al solo profitto.

[Fonte: L'Osservatore Romano]
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FINAL DECLARATION OF THE ANNUAL MEETING OF THE JOINT COMMITTEE FOR DIALOGUE OF THE PONTIFICAL COUNCIL FOR INTERRELIGIOUS DIALOGUE (VATICAN) AND THE PERMANENT COMMITTEE OF AL-AZHAR FOR DIALOGUE AMONG THE MONOTHEISTIC RELIGIONS (CAIRO, EGYPT) - ROME, 24-25 FEBRUARY 2009

The Joint Committee for Dialogue, established in 1998, held its annual meeting in Rome on Tuesday 24 and Wednesday 25 February 2009; it was jointly presided over by His Eminence Cardinal Jean-Louis Tauran, President of the Pontifical Council for Interreligious Dialogue, and by Prof. Cheikh Ali Abd al-Baqi Shahata, Secretary General of the Academy for Islamic Research of al-Azhar, Cairo, Egypt.

The Catholic delegation was composed of the following:

- Archbishop Pier Luigi Celata

Secretary of the Pontifical Council for Interreligious Dialogue

- Monsignor Khaled Akasheh

Head Officer for Islam, Pontifical Council for Interreligious Dialogue

- Dr. Bernard Sabella

Associate Professor Emeritus of Sociology, Bethlehem University.

The al-Azhar delegation was composed of:

- Prof. Cheikh Ala' al-Din Muhammad Isma'il al-Ghabashi Imam of the Grand Mosque of Rome

- Prof. Cheikh Hamdi Muhammad Dasouqi al-Atrash Imam of the Mosque of Ostia (Italy).

The participants listened to the presentation of the theme The Promotion of a Pedagogy and Culture of Peace with Particular Reference to the Role of Religions from the point of view of Catholics, by Dr Bernard Sabella, and from the Islamic point of view by Cheikh Ali Shahata.

The discussions took place in a spirit of mutual respect, openness, and friendship. They were inspired by the conviction of the importance of good relations between Christians and Muslims and of their specific contribution to peace in the world.

The participants agreed on the following:

1. Peace and security are much needed in our present world marked by many conflicts and a feeling of insecurity.

2. Both Christians and Muslims consider peace a gift from God and, at the same time, the fruit of human endeavor. No true and lasting peace can be achieved without justice and equality among persons and communities.

3. Religious leaders, especially Muslims and Christians, have the duty to promote a culture of peace, each within his respective community, especially through teaching and preaching.

4. A culture of peace should permeate all aspects of life: religious formation, education, interpersonal relations and the arts in their diverse forms. To this end, scholastic books should be revised in order not to contain material which may offend the religious sentiments of other believers, at times through the erroneous presentation of dogmas, morals or history of other religions.

5. The media have a major role and responsibility in the promotion of positive and respectful relations among the faithful of various religions.

6. Recognizing the strong link between peace and human rights, special attention was given to the defense of the dignity of the human person and his/her rights, especially regarding freedom of conscience and of religion.

7. Youth, the future of all religions and of humanity itself, need special care in order to be protected from fanaticism and violence, and to become peace builders for a better world.

8. Mindful of the suffering endured by the peoples of the Middle East due to non-resolved conflicts, the participants, in respect of the competence of the political leaders, ask to make use, through dialogue, of the resources of international law to solve the problems at stake in truth and justice.

Grateful to Almighty God for the abundant fruits of this meeting, the participants agreed to have the next meeting of the Committee in Cairo, from Tuesday, the 23rd to Wednesday, the 24th February 2010.

Cheikh Ali Abd al-Baqi Shahata

Head of al-Azhar Delegation
Cardinal Jean-Louis Tauran

Head of the Catholic Delegation
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Dichiarazione congiunta della Santa Sede e del Comitato di Al-Azhar



CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 26 febbraio 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito la dichiarazione finale del Comitato Congiunto per il Dialogo composto dal Comitato Permanente di Al-Azhar per il Dialogo tra le Religioni Monoteistiche e dal Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, che nei giorni 24 e 25 febbraio ha tenuto a Roma la sua riunione annuale.





* * *

Il Comitato congiunto per il dialogo, istituito nel 1998, ha tenuto la sua riunione annuale a Roma martedì 24 e mercoledì 25 febbraio 2009; essa è stata presieduta giuntamente da Sua Eminenza il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, e dal professor sceicco Ali Abd al-Baqi Shahata, segretario generale dell'Accademia per la Ricerca Islamica di al-Azhar, Il Cairo, Egitto.

La delegazione cattolica era così composta: arcivescovo Pier Luigi Celata, segretario del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso; monsignor Khaled Akasheh, capo ufficio per l'islam, Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso; dott. Bernard Sabella, professore emerito associato di Sociologia, Università di Betlemme.

La delegazione di al-Azhar era composta da: professor sceicco Ala' al-Din Muhammad Isma'il al-Ghabashi imam della grande moschea di Roma; professor sceicco Hamdi Muhammad Dasouqi al-Atrash, imam della moschea di Ostia (Italia).

I partecipanti hanno ascoltato l'esposizione del tema «La promozione di una pedagogia e di una cultura di pace con particolare riferimento al ruolo delle religioni» dal punto di vista cattolico da Bernard Sabella e dal punto di vista islamico dallo sceicco Ali Shahata.

I dibattiti si sono svolti in spirito di reciproco rispetto, apertura e amicizia. Sono stati ispirati dalla convinzione dell'importanza di buone relazioni fra cristiani e musulmani e del loro contributo specifico alla pace nel mondo.

I partecipanti hanno concordato sui seguenti punti:

1. La pace e la sicurezza sono molto necessarie nel mondo contemporaneo segnato da molti conflitti e da un sentimento di insicurezza.

2. Cristiani e musulmani considerano la pace un dono di Dio e, al contempo, un frutto dello sforzo umano. Senza giustizia e uguaglianza fra persone e comunità non si potrà raggiungere una pace autentica e duratura.

3. I responsabili religiosi, in particolare musulmani e cristiani, hanno il dovere di promuovere una cultura di pace, ognuno all'interno della propria comunità, in particolare attraverso l'insegnamento e la predicazione.

4. Una cultura di pace dovrebbe permeare tutti gli aspetti della vita: formazione religiosa, educazione, rapporti interpersonali e le espressioni artistiche nelle loro diverse forme. A questo fine, i testi scolastici dovrebbero essere rivisti affinché non contengano materiale che possa offendere i sentimenti religiosi di altri credenti, a volte attraverso una presentazione errata di dogmi, di visioni etiche o di ricostruzioni storiche di altre religioni.

5. I media svolgono un ruolo prioritario e hanno una responsabilità importante nella promozione di rapporti positivi e rispettosi tra fedeli di diverse religioni.

6. Riconoscendo il forte legame fra pace e diritti umani, bisogna prestare particolare attenzione alla difesa della dignità della persona umana e dei suoi diritti, in particolare in riferimento alla libertà di coscienza e di religione.

7. I giovani, che sono il futuro di tutte le religioni e dell'umanità stessa, hanno bisogno di un'attenzione particolare per essere protetti dal fanatismo e dalla violenza e per divenire costruttori di pace per un mondo migliore.

8. Consapevoli delle sofferenze sopportate dalle popolazioni del Medio Oriente a causa di conflitti irrisolti, i partecipanti, rispetto alla competenza dei responsabili politici, chiedono di fare uso, attraverso il dialogo, delle risorse del diritto internazionale per risolvere i problemi che riguardano la verità e la giustizia.

Grati a Dio Onnipotente per i frutti abbondanti di questo incontro, i partecipanti hanno concordato di tenere il prossimo incontro del Comitato al Cairo, da martedì 23 a mercoledì 24 febbraio 2010.

Sceicco Ali Abd al-Baqi Shahata

Capo della delegazione di al-Azhar

Cardinale Jean-Louis Tauran

Capo della delegazione cattolica




[Traduzione del testo originale in inglese a cura de “L'Osservatore Romano”]
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Pio XI nelle nuove fonti vaticane



CITTA' DEL VATICANO, sabato, 28 febbraio 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l'intervento pronunciato dal Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato vaticano, in occasione del Convegno internazionale “La sollecitudine ecclesiale di Pio XI alla luce delle nuovi fonti archivistiche” promosso dal Pontificio Comitato di Scienze Storiche e svoltosi in Vaticano dal 26 al 28 febbraio.






* * *



Mi è capitato tra le mani in questi giorni il libro del cardinale Giacomo Biffi, arcivescovo emerito di Bologna, pubblicato nel gennaio dello scorso anno e intitolato: Memorie e digressioni di un italiano cardinale. In esso egli dedica alcune pagine a Pio XI. «In questi ultimi anni — scrive — mi è avvenuto non di rado di verificare i miei pensieri con quelli di un uomo ricco di fede, cristianamente sapiente e libero come don Divo Barsotti (che mi era divenuto amico); e una volta gli ho detto che mi pareva di poter ritenere Pio XI il Papa più grande del secolo ventesimo. Non solo del secolo ventesimo, — mi ha risposto — di tutti gli ultimi secoli». È difficile e forse nemmeno sensato — egli nota — stabilire una graduatoria di merito tra i diversi Successori di Pietro, ma il suo giudizio, che a prima vista sembrerebbe censurabile come eccessivo e assoluto, «vuol solo riscattare energicamente questo Papa da una trascuratezza e da un oblio che non gli rendono giustizia». Con quale criterio il cardinale Biffi valuta questa sua grandezza? Non si tratta certo — egli osserva — di un discorso circa la sua santità, tanto meno la grandezza di un Papa si può misurare dall'ampiezza del favore ottenuto o dal «consenso» mondano. I suoi criteri di giudizio sono gli stessi che motivavano la risposta di don Divo Barsotti, e vanno ricercati non solo nella salvaguardia del deposito di verità rivelata (che sta ovviamente al primo posto), ma anche nella difesa del popolo di Dio dagli errori più nefasti: errori circa il giusto comportamento secondo i dettami del Vangelo, sia dei singoli sia della comunità cristiana. A ciò va sommata la preveggenza, concretata nella messa in atto delle migliori condizioni, perché in un prossimo avvenire la Chiesa possa svolgere la sua missione di salvezza entro una storia che, essendo «mondana», le è di solito largamente ostile. C'è poi la capacità di dare un impulso decisivo all'evangelizzazione, alla vita di carità operosa, alla miglior promozione possibile della giustizia (senza arrogarsi funzioni che sono proprie della società civile), e di preparare praticamente le nuove generazioni dei credenti alle difficoltà di un prevedibile futuro.

Lasciamo da parte la discussione se sia o no il Pontefice più grande del secolo, valutazione sempre complessa e difficile, resta però il fatto che la vicenda umana ed ecclesiale di Pio XI è realmente stupefacente: la si potrebbe persino definire inverosimile, e invece, annota sempre il cardinale Biffi, è soltanto provvidenziale. Ha più di sessant'anni Achille Ratti — l'età in cui comunemente, soprattutto allora, si riteneva conclusa col pensionamento ogni attività organica e permanente — ed era ancora tra i libri: dal 1888 al 1912 alla Biblioteca Ambrosiana di Milano, e quindi sino al 1918 alla Biblioteca vaticana. Poi ecco che tutto cambia. Viene nominato visitatore apostolico in Polonia e Lituania nel 1918, Nunzio e dunque arcivescovo l'anno seguente, arcivescovo di Milano nel 1921, dove fece il suo ingresso l'8 settembre, e Papa il 6 febbraio 1922. Davvero raptim transit («passa rapidamente»), come ebbe a scrivere nel suo stemma episcopale. Chi avrebbe potuto accreditare doti di governo a uno che era vissuto praticamente tutta la vita tra volumi e manoscritti? Eppure, una volta divenuto Pontefice, rivelò subito una straordinaria attitudine a reggere e a guidare con mano ferma e preveggente attenzione le sorti della Chiesa. Nei suoi interventi di varia natura, ce ne sono alcuni che sembrano rivelare una visione «strategica», colgono cioè i problemi non soltanto del momento, ma per così dire «nodali» e quindi di un'attualità molto estesa nel tempo.

Quando divenne Papa scelse come motto: Pax Christi in regno Christi e si mantenne fedele a esso lungo i 17 anni del suo pontificato, incoraggiando ogni sforzo compiuto dai popoli per guarire le ferite della prima guerra mondiale, e per impedire che si tornasse alle lotte fratricide. Eppure terminava il suo pellegrinaggio terreno proprio mentre andava acuendosi la tensione con il regime fascista a causa delle leggi razziali volute da Mussolini, e l'Europa si avviava drammaticamente verso un nuovo sanguinoso conflitto mondiale.

Sono trascorsi settant'anni da allora, e questo significativo anniversario costituisce un'occasione propizia per andare a rileggere pagine di storia ecclesiastica e civile del secolo XX ancora non sufficientemente esplorate, per meglio capire quel che avvenne, e familiarizzare con la figura di questo grande Pastore definito «il Papa della dignità ecclesiale», per il coraggio e la fermezza con cui seppe guidare la Chiesa in un mondo agitato da numerosi e gravi problemi.

Ben volentieri pertanto ho accolto l'invito che mi è stato rivolto di aprire questo Convegno internazionale promosso dal Pontificio Comitato di Scienze Storiche. Pio XI, «Pontefice di statura imperiale» come ebbe a dire di lui il giovane Oscar Romero, futuro arcivescovo di San Salvador caduto sulla breccia nel 1980, non è in effetti conosciuto quanto meriterebbe; non è stata ancora sufficientemente approfondita la sua poliedrica personalità, che ancor più risalta in quel complesso e travagliato contesto storico.

In questi giorni avrete modo di approfondire la figura di Papa Achille Ratti. Questa mattina, però, introducendo i lavori, permettete che accenni ad alcuni dati biografici caratteristici di questo personaggio di primo piano nella Chiesa di fine Ottocento e prima metà del Novecento. Nell'arco della sua vita, come già sopra accennavo, dopo incarichi di carattere culturale e scientifico, improvvisamente il Papa Benedetto XV lo inviò nel 1918 come diplomatico in una delle zone più calde dell'Europa: la Polonia e la Lituania. La sua missione si rivelò in verità non facile: dovette destreggiarsi fra i mille problemi di conflitti nazionali e confessionali che travagliarono la rinascita dello stato polacco, fino all'invasione bolscevica dell'estate del 1920.

Questa sua esperienza diplomatica non fu un tranquillo successo, ma la Santa Sede, che sapeva bene in quale polveriera egli aveva dovuto operare, giudicò molto positivamente la sua azione, e Benedetto XV lo creò cardinale inviandolo arcivescovo a Milano per succedere al futuro beato, il cardinale Ferrari. Ma dopo pochi mesi venne eletto Papa, il 6 febbraio 1922, succedendo a Benedetto XV repentinamente scomparso. La sua elezione, dopo quattro giorni di conclave, avvenne in un contesto politico in evoluzione, quando la crisi postbellica stava per trovare la propria conclusione con il consolidamento della rivoluzione comunista in Russia e l'avvio in Italia del regime fascista, presto seguito da regimi analoghi in altri Paesi d'Europa.

Effettivamente la missione ecclesiale di questo Papa si è svolta in uno scenario che in verità non poteva essere più fosco. Si trovò a dover affrontare ben cinque dittatori: Mussolini, che ascese al potere otto mesi dopo la sua elezione, Salazar in Portogallo, Hitler in Germania, Franco in Spagna, Stalin in Urss; la crisi finanziaria del 1929; la persecuzione dei cattolici in Messico e la guerra civile in Spagna; la conquista italiana dell'Etiopia; le leggi razziali. In questo difficile contesto il Papa agì con determinazione e coraggio coadiuvato validamente in primo luogo dai suoi segretari di Stato: il cardinale Pietro Gasparri dapprima e, dal 1930, il cardinale Eugenio Pacelli. Lo muoveva in ogni sua decisione e iniziativa il motto stesso del suo pontificato: Pax Christi in Regno Christi — la pace di Cristo, pace fra gli uomini, pace fra tutte le realtà con l'intenzione di salvare il salvabile, di ancorare le derive totalitarie della modernità, il potere senza più limiti dei governi e dei dittatori, a strumenti giuridici vincolanti anche la sovranità statuale, ormai debordante e incontenibile.

Una caratteristica del pontificato di questo grande Papa fu senz'altro — potremmo chiamarla così — la politica dei concordati fra i quali emergono i Patti Lateranensi sottoscritti con l'Italia nel 1929, che costituirono un suo indiscutibile successo, come riconobbero pure quanti — si pensi a De Gasperi e don Sturzo — lo vissero dal loro punto di vista come uno «schizzo di fango», che andava a imbrattare il miglior cattolicesimo antifascista.

Quando, appena eletto, Pio XI per la prima volta dopo il 1870 si affacciò dalla loggia centrale della basilica di San Pietro per la benedizione Urbi et orbi, lasciò chiaramente intendere che sarebbe stato il Papa della Conciliazione, e ciò venne ulteriormente chiarito nella sua prima enciclica, la Ubi arcano del 23 dicembre del 1922.

Proprio nei giorni scorsi è stato solennemente commemorato l'ottantesimo anniversario dei Patti Lateranensi tra la Santa Sede e l'Italia, ed è stato a più riprese sottolineato come con il Trattato, il Concordato e la Convenzione finanziaria si sia rimarginata una ferita aperta dalla Questione romana realizzando la nascita dello Stato vaticano, base territoriale quasi simbolica eppure reale della sovranità e dell'indipendenza della Santa Sede.

Di tutto ciò il merito primo e principale va indubbiamente a Pio XI, considerato pertanto a giusto titolo il vero ideatore e fondatore dello Stato della Città del Vaticano, frutto della sua tenacia, realismo, cultura e lungimiranza, dimostrate del resto anche in tanti altri momenti, e di fronte a molti gravi problemi che, come ho già detto, segnarono la Chiesa e la società durante quei decenni.

La creazione dello Stato della Città del Vaticano si può dire che andava ad «aggiungere» alla sovranità della Sede Apostolica quella di carattere territoriale: il Pontefice diventava sovrano di un piccolo stato territoriale perché «una qualche sovranità territoriale è condizione universalmente riconosciuta indispensabile a ogni vera sovranità giurisdizionale ».

Il Concordato invece non impedì purtroppo crisi e tensioni, già nel 1931 per l'offensiva fascista contro le organizzazioni cattoliche e nel 1938 a causa delle leggi razziali.

Per non dilungarmi oltre, vorrei semplicemente aggiungere che, oltre a quello con l'Italia, Pio XI ebbe a concludere una decina di altri concordati: con la Lettonia, la Baviera, la Polonia, la Romania, la Lituania, il Baden, l'Austria e la Germania.

Il più contestato è sicuramente l'accordo con il Reich hitleriano, portato a termine il 20 luglio 1933. Chi lo giudica un cedimento dimentica che esso fornì alla Santa Sede la giustificazione giuridica e morale che rese possibile nel 1937 l'enciclica Mit brennender sorge, la requisitoria più ferma e precisa mai scritta contro il nazismo, accusato quasi di essere l'anticristo e di «pervertire» e «falsificare» l'ordine «creato e voluto da Dio». Ma di quel documento merita di essere ricordata soprattutto la conclusione, stranamente trascurata nei frequenti addebiti rivolti contro il papato di quegli anni. Scrive Pio XI: «Abbiamo pesato ogni parola di questa enciclica sulla bilancia della verità e insieme dell'amore. Non volevamo con silenzio inopportuno essere colpevoli di non aver chiarita la situazione, né con rigore eccessivo di avere indurito il cuore di coloro che, essendo sottoposti alla Nostra responsabilità pastorale, non sono meno oggetto del Nostro amore, perché ora camminano sulle vie dell'errore e si sono allontanati dalla Chiesa».

Solo cinque giorni dopo il documento contro il nazismo, Pio XI — che del bolscevismo conservava un amaro ricordo per averlo visto all'opera nel 1920 contro i polacchi — promulgò l'Enciclica Divini Redemptoris, sul «comunismo ateo». «Per la prima volta nella storia — leggiamo in uno dei passaggi più forti di questo testo — stiamo assistendo a una lotta, freddamente voluta e accuratamente preparata, dell'uomo contro tutto ciò che è divino».

Se la situazione religiosa era drammatica in Europa, non era più rosea nelle Americhe, soprattutto in Messico, dove la Chiesa cattolica subì una feroce persecuzione. Papa Pio XI dedicò diverse encicliche alle vicende messicane: la Iniquis afflictisque del 18 novembre 1926 che condannava i sopraffattori, la Acerba animi del 29 settembre 1932, la Dilectissima nobis del 3 giugno 1933 in cui protestava per quanto avveniva in Spagna e accennava alla situazione in Messico e in Russia, la Firmissimam constantiam del 28 marzo 1937. Tutte testimoniano l'angoscia e le difficoltà con cui da Roma si cercava di interpretare e orientare i tragici eventi che insanguinavano quei Paesi.

Mi sono soffermato fin qui a porre in rilievo l'azione politica di questo Pontefice. Ma non va dimenticato che la sua azione pastorale fu veramente sorprendente, perché riuscì ad abbracciare vari fronti. L'internazionalizzazione della Chiesa di Roma fece in quegli anni passi avanti fondamentali, segnati da scelte che si rivelarono poi decisive: come, ad esempio, il trasferimento a Roma dell'Opera per la Propagazione della Fede; la promulgazione dell'enciclica Rerum Ecclesiae, nel 1926, volta a promuovere clero ed episcopato indigeni, i cui frutti saranno la creazione dei primi sei vescovi cinesi; l'attenzione alla Russia e all'oriente cristiano, di cui sarà prova la creazione a Roma di un Collegio russo, il Russicum, affidato ai Gesuiti, come pure la grande opera caritativa svolta dalla «Pro Russia», la cui documentazione è abbondante e in parte ancora inesplorata. Sul piano strettamente religioso e dottrinale vanno ricordate, oltre la celebrazione di grandi santi come san Francesco di Sales, san Tommaso d'Aquino, san Francesco d'Assisi e sant'Agostino, le quattro encicliche definite dal futuro beato Giovanni XXIII «magnifiche colonne»: la Divini illius Magistri del 31 dicembre 1929 sull'educazione della gioventù, la Casti connubii del 31 dicembre dell'anno seguente 1930 sulla famiglia saldata da Dio nell'unità matrimoniale, la Quadragesimo anno del 15 maggio 1931 che celebra, spiega e integra la Rerum novarum di Leone XIII e la Ad catholici sacerdotii del 20 dicembre 1935 che esalta la sublimità del sacerdozio cattolico e la sua missione nel mondo.

Questo Pontefice — lo riconoscono concordi gli storici — seppe governare la Chiesa con vigore, guardando con occhi nuovi alle missioni e al radicamento cattolico al di fuori dell'Europa; fu sensibile alle questioni emergenti nella cultura e spinse i cattolici a un impegno nel sociale. La cronaca dei 17 anni del suo pontificato è ricca di celebrazioni memorabili in occasione dei giubilei e di altre significative circostanze. Fu inoltre il primo Pontefice a usare il mezzo radiofonico, grazie all'invenzione di Guglielmo Marconi, facendo così udire la sua voce in tutto il mondo.



(©L'Osservatore Romano - 27 febbraio 2009)
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PRESENTAZIONE DELL’ANNUARIO PONTIFICIO 2009

Questa mattina, 28 febbraio 2009, è stato presentato al Santo Padre l’Annuario Pontificio 2009 da S.E.R. il Signor Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato, e da S.E.R. Mons. Fernando Filoni, Sostituto alla Segreteria di Stato per gli Affari Generali. La redazione del nuovo Annuario è stata curata da Mons. Vittorio Formenti, incaricato dell’Ufficio Centrale di Statistica della Chiesa, dal Prof. Enrico Nenna e dagli altri collaboratori del medesimo Ufficio. Il complesso lavoro di stampa è stato invece curato dal Rev. don Pietro Migliasso S.D.B., dal Comm. Antonio Maggiotto e dal Comm. Giuseppe Canesso, rispettivamente Direttore Generale, Direttore Commerciale e Direttore Tecnico della Tipografia Vaticana. Il volume sarà prossimamente in vendita nelle librerie.

Il Santo Padre ha mostrato vivo interesse per i dati illustrati e ha ringraziato per l’omaggio tutti coloro che hanno collaborato alla nuova edizione dell’Annuario, dalla cui lettura si possono desumere alcune novità relative alla vita della Chiesa cattolica nel mondo. Nel 2008 sono state erette dal Santo Padre 1 Sede Metropolitana e 11 nuove Sedi Vescovili; sono state elevate 4 Sedi Metropolitane, 2 Sedi Vescovili e 1 Vicariato Apostolico. In tutto sono stati nominati 169 nuovi Vescovi.

I dati statistici riferiti all’anno 2007 forniscono un’analisi sintetica delle principali dinamiche riguardanti la Chiesa Cattolica nelle 2.936 circoscrizioni ecclesiastiche del pianeta. Nel corso degli ultimi due anni, la presenza dei fedeli battezzati nel mondo rimane stabile attorno al 17,3%, quale risultato dell’espansione del numero di cattolici (1,4%) a ritmo sostanzialmente assimilabile a quello della popolazione mondiale nello stesso periodo (1,1%). Nel 2007, si contano poco meno di 1.147 milioni di cattolici, a fronte dei 1.131 milioni circa nel 2006.

Il numero dei vescovi nel mondo è passato, dal 2006 al 2007, da 4.898 a 4.946, con un aumento dell’1%. Il continente con maggiore incremento è quello dell’Oceania (+ 4,7%), seguito da Africa (+ 3,0%) e da Asia (+ 1,7%), mentre al di sotto della media complessiva risulta l’Europa (+ 0,8%). Nello stesso periodo l’America registra un tasso di variazione di – 0,1%, mentre il peso delle varie aree geografiche è rimasto sostanzialmente invariato nel tempo, con Europa ed America che, da sole, continuano ad aggirarsi attorno al 70% del totale.

Il numero dei sacerdoti si mantiene sul trend di crescita moderata inaugurato nel 2000, dopo oltre un ventennio di performance piuttosto deludente. I sacerdoti, infatti, sono aumentati nel corso degli ultimi otto anni, passando da 405.178 nel 2000 a 407.262 nel 2006 e a 408.024 nel 2007. Il contributo delle varie aree geografiche al dato complessivo appare diversificato. Se Africa e Asia mostrano nel periodo 2000-2007 una dinamica assai sostenuta (+ 27,6% e 21,2%) e l’America si mantiene pressoché stazionaria, Europa e Oceania registrano, invece, nello stesso periodo, tassi di crescita negativi, del 6,8% e del 5,5%.

Il numero dei diaconi permanenti continua a mostrare una significativa dinamica evolutiva. Aumentano, al 2007, di oltre il 4,1%, rispetto al 2006, passando da 34.520 a 35.942. La consistenza dei diaconi migliora a ritmi sostenuti sia in Africa, Asia e Oceania, dove essi non raggiungono ancora il 2% del totale, sia in aree dove la loro presenza è quantitativamente più rilevante. In America ed in Europa, dove al 2007 risiede circa il 98% della popolazione complessiva, i diaconi sono aumentati, dal 2006 al 2007, del 4,0%.

A livello globale, il numero dei candidati al sacerdozio è aumentato, passando da 115.480 nel 2006 a 115.919 nel 2007, con un incremento dello 0,4%, e un’evoluzione differente nei vari continenti. Mentre, infatti, Africa e Asia hanno mostrato una sensibile crescita, nello stesso periodo l’Europa e l’America hanno registrato una contrazione, rispettivamente, del 2,1 e dell’1 per cento.
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INIZIO DEGLI ESERCIZI SPIRITUALI IN VATICANO ALLA PRESENZA DEL SANTO PADRE

Alle ore 18 di oggi, I Domenica di Quaresima, nella Cappella Redemptoris Mater del Palazzo Apostolico Vaticano iniziano gli Esercizi Spirituali, con la partecipazione del Santo Padre Benedetto XVI.

Le meditazioni sono proposte quest’anno dall’Em.mo Card. Francis Arinze, Prefetto emerito della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, sul tema: "Il sacerdote incontra Gesù e lo segue".

Gli Esercizi, che si concluderanno sabato mattina 7 marzo, avranno il seguente svolgimento:

Domenica 1° marzo, alle ore 18: Esposizione Eucaristica, Celebrazione dei Vespri, Meditazione introduttiva, Adorazione e Benedizione Eucaristica.

Nei giorni successivi, alle ore 9.00: Celebrazione delle Lodi. Meditazione. Alle ore 10.15: Celebrazione dell’Ora Terza, Meditazione. Alle ore 17: Meditazione. Alle ore 17.45: Celebrazione dei Vespri, Adorazione e Benedizione Eucaristica.

Sabato 7 marzo, alle ore 9: Celebrazione delle Lodi e Meditazione conclusiva.

Nella settimana degli Esercizi Spirituali sono sospese tutte le udienze, compresa l’Udienza Generale di mercoledì 4 marzo.
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COMUNICATO DELLA SALA STAMPA DELLA SANTA SEDE

Accogliendo l’invito del Re di Giordania, del Presidente di Israele, del Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese e dell’Assemblea degli Ordinari cattolici, Sua Santità Benedetto XVI compirà un pellegrinaggio in Terra Santa dall’8 al 15 maggio 2009 recandosi ad Amman, Jerusalem, Bethlehem e Nazareth.

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PRIMA PREDICA DI QUARESIMA

Alle ore 9 di questa mattina, nella Cappella "Redemptoris Mater", alla presenza del Santo Padre Benedetto XVI, il Predicatore della Casa Pontificia, P. Raniero Cantalamessa, O.F.M. Cap., ha tenuto la prima Predica di Quaresima.

Tema delle meditazioni quaresimali è il seguente: "La legge dello Spirito che dà la vita in Cristo Gesù" (Rm 8, 2) - Meditazioni sul capitolo VIII della Lettera ai Romani.

Le tre successive Prediche di Quaresima avranno luogo venerdì 20 marzo, venerdì 27 marzo e venerdì 3 aprile.



Prima predica di p. Raniero Cantalamessa per la Quaresima 2009


CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 13 marzo 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo della prima predica di Quaresima di p. Raniero Cantalamessa, OFM Cap., predicatore della Casa Pontificia, tenuta questo venerdì mattina Cappella "Redemptoris Mater" del Palazzo Apostolico Vaticano alla presenza di Benedetto XVI.

Il tema delle meditazioni quaresimali è "La legge dello Spirito che dà la vita in Cristo Gesù" (Rm 8, 2) - Meditazioni sul capitolo VIII della Lettera ai Romani.

Le successive tre prediche di Quaresima verranno pronunciate da p. Cantalamessa venerdì 20 marzo, venerdì 27 marzo e venerdì 3 aprile.






* * *





Prima Predica di Quaresima



"Tutta la creazione geme e soffre

nelle doglie del parto" (Rom 8, 22)

Lo Spirito Santo, nella creazione e nella trasformazione del cosmo.



1. Un mondo in stato di attesa

In Avvento san Paolo ci ha introdotto alla conoscenza e all'amore per Cristo; in questa Quaresima l'Apostolo ci farà da guida alla conoscenza e all'amore per lo Spirito Santo. Ho scelto, a questo scopo, il capitolo ottavo della Lettera ai Romani perché esso costituisce, nel corpus paolino e nell'intero Nuovo Testamento, la trattazione più completa e più profonda sullo Spirito Santo.

Il brano sul quale oggi vogliamo riflettere è il seguente:

"Io ritengo che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi. La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità - non per suo volere, ma per volere di colui che l'ha sottomessa - e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto" (Rom 8, 19-22).

Un problema esegetico dibattuto fin dall'antichità circa questo testo è quello del significato del termine creazione, ktisis. Con il termine creazione, ktisis, san Paolo a volte designa l'insieme degli uomini, il mondo umano, a volte il fatto o l'atto divino della creazione, a volte il mondo nel suo complesso, cioè l'umanità e il cosmo insieme, a volte la nuova creazione che risulta dalla Pasqua di Cristo.

Agostino[1] seguito ancora da qualche autore moderno[2], pensa che qui il termine designi il mondo umano e che quindi si debba escludere dal testo ogni prospettiva cosmica, riferita alla materia. La distinzione tra la "creazione intera" e "noi che possediamo le primizie dello Spirito", sarebbe una distinzione interna al mondo umano e equivarrebbe alla distinzione tra l'umanità irredenta e l'umanità redenta da Cristo.

L'opinione però oggi quasi unanime è che il termine ktisis designa la creazione nel suo complesso, cioè sia il mondo materiale che il mondo umano. L'affermazione che la creazione è stata assoggettata alla vanità "senza sua colpa", non avrebbe senso se non riferita appunto alla creazione materiale.

L'Apostolo vede questa creazione pervasa da un'attesa, in uno "stato tensionale". L'oggetto di questa attesa è la rivelazione della gloria dei figli di Dio. "La creazione nella sua esistenza apparentemente chiusa in se stessa ed immobile...aspetta con ansia l'uomo glorificato, del quale essa sarà il ‘mondo', anch'esso quindi glorificato" [3].

Questo stato di sofferta attesa è dovuto al fatto che la creazione, senza sua colpa, è stata trascinata dall'uomo nello stato di empietà che l'Apostolo ha descritto all'inizio della sua lettera (cf. Rom 1, 18 ss.). Lì egli definiva tale stato "ingiustizia" e "menzogna", qui usa i termini di "vanità" (mataiotes) e corruzione (phthora) che dicono la stessa cosa: "perdita di senso, irrealtà, assenza della forza, dello splendore, dello Spirito e della vita"

Questo stato però non è chiuso e definitivo. C'è una speranza per il creato! Non perché il creato, in quanto tale, sia in grado sperare soggettivamente, ma perché Dio ha in mente per esso un riscatto. Questa speranza è legata all'uomo redento, il "figlio di Dio", che, con un movimento contrario a quello di Adamo, trascinerà un giorno definitivamente il cosmo nel proprio stato di libertà e di gloria.

Di qui la responsabilità più profonda dei cristiani nei confronti del mondo: quella di manifestare, fin d'ora, i segni della libertà e della gloria a cui tutto l'universo è chiamato, soffrendo con speranza, sapendo che "le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi".

Nel versetto finale l'Apostolo fissa questa visione di fede in una immagine ardita e drammatica: l'intera creazione è paragonata a una donna che soffre e geme nei dolori del parto. Nell'esperienza umana, questo è un dolore sempre misto a gioia, ben diverso dal pianto sordo e senza speranza del mondo, che Virgilio ha racchiuso nel verso dell'Eneide: "sunt lacrimae rerum", piangono le cose[4].

2. La tesi dell'"Intelligent design": scienza o fede?

Questa visione di fede e profetica dell'Apostolo ci offre l'occasione per toccare il problema oggi così dibattuto della presenza o meno di un senso e di un progetto divino interno al creato, senza con ciò voler sovraccaricare il testo paolino di significati scientifici o filosofici che evidentemente non ha. La ricorrenza del bicentenario della nascita di Darwin (12 Febbraio 1809) rende ancora più attuale e necessaria una riflessione in tal senso.

Nella visione di Paolo Dio è all'inizio e al termine della storia del mondo; lo guida misteriosamente a un fine, facendo servire ad esso anche le impennate della libertà umana. Il mondo materiale è in funzione dell'uomo e l'uomo è in funzione di Dio. Non si tratta di un'idea esclusiva di Paolo. Il tema della liberazione finale della materia e della sua partecipazione alla gloria dei figli di Dio trova un parallelo nel tema dei "cieli nuovi e terra nuova" della Seconda Lettera di Pietro (3,13) e dell'Apocalisse (21,1).

La prima grande novità di questa visione, è che essa ci parla di liberazione della materia, non di liberazione dalla materia, come invece avveniva in quasi tutte le concezioni antiche della salvezza: platonismo, gnosticismo, docetismo, manicheismo, catarismo. Sant'Ireneo ha combattuto tutta la vita contro l'affermazione gnostica, secondo cui "la materia è incapace di salvezza"[5].

Nel dialogo attuale tra scienza e fede il problema si presenta in termini diversi, ma la sostanza è la stessa. Si tratta di sapere se il cosmo è stato pensato e voluto da qualcuno, o se è frutto del "caso e della necessità"; se il suo cammino mostra i segni di un'intelligenza e avanza verso un traguardo preciso, o se si evolve per così dire alla cieca, obbedendo solo a leggi proprie e a meccanismi biologici.

La tesi dei credenti a questo riguardo ha finito per cristallizzarsi nella formula che in inglese suona Intelligent design, il disegno intelligente, s'intende del Creatore. Quello che ha creato tanta discussione e contestazione circa questa idea è stato, a mio parere, il fatto di non distinguere abbastanza chiaramente il disegno intelligente come teoria scientifica, dal disegno intelligente come verità di fede.

Come teoria scientifica, la tesi del "disegno intelligente" afferma che è possibile provare dall'analisi stessa del creato, quindi scientificamente, che il mondo ha un autore esterno a sé e mostra i segni di una intelligenza ordinatrice. È questa affermazione che la maggioranza degli scienziati intende (e la sola che può!) contestare, non l'affermazione di fede, che il credente ha dalla rivelazione e di cui anche la sua intelligenza sente l'intima verità e necessità.

Se, come pensano molti scienziati (non tutti!), è pseudo-scienza fare del "disegno intelligente" una conclusione scientifica, è altrettanto pseudo-scienza quella che esclude l'esistenza di un "disegno intelligente" in base ai risultati della scienza. La scienza potrebbe avanzare questa pretesa se potesse da sola spiegare tutto: non solo cioè il "come" del mondo, ma anche il "che" e il "perché". Questo la scienza sa bene che non è in suo potere farlo. Anche chi elimina dal suo orizzonte l'idea di Dio, non elimina con ciò il mistero. Resta sempre una domanda senza risposta: perché l'essere e non il nulla? Lo stesso nulla è forse per noi un mistero meno impenetrabile dell'essere, e il caso un enigma meno inspiegabile di Dio?

In un libro di divulgazione scientifica, scritto da un non credente, ho letto questa significativa ammissione: se ripercorriamo indietro la storia del mondo, come si sfoglia un libro dall'ultima pagina in su, arrivati alla fine, ci accorgiamo che è come se mancasse la prima pagina, l'incipit. Sappiamo tutto del mondo, eccetto perché e come è cominciato. Il credente è convinto che la Bibbia ci fornisce proprio questa pagina iniziale mancante; in essa, come nel frontespizio di ogni libro, è indicato il nome dell'autore e il titolo dell'opera!

Una analogia ci può aiutare a conciliare la nostra fede nell'esistenza di un disegno intelligente di Dio sul mondo con l'apparente casualità e imprevedibilità messa in luce da Darwin e dalla scienza attuale. Si tratta del rapporto tra grazia e libertà. Come nel campo dello spirito la grazia lascia spazio all'imprevedibilità della libertà umana e agisce anche attraverso di essa, così nel campo fisico e biologico tutto è affidato al gioco delle cause seconde (la lotta per la sopravvivenza delle specie secondo Darwin, il caso e la necessità secondo Monod), anche se questo stesso gioco è previsto e fatto proprio dalla provvidenza di Dio. Nell'uno e nell'altro caso, Dio, come dice il proverbio, "scrive diritto per linee storte".

3. L'evoluzione e la Trinità

Il discorso su creazionismo ed evoluzionismo si svolge di solito in dialogo con la tesi opposta, di natura materialistica e atea, in chiave, perciò, necessariamente apologetica. In una riflessione fatta tra credenti e per credenti, come è la presente, non possiamo fermarci a questo stadio. Fermarci qui, significherebbe rimanere prigionieri di una visione "deistica", e non ancora trinitaria, e quindi non specificamente cristiana, del problema.

Chi ha aperto il discorso sull'evoluzione a una dimensione trinitaria è stato Pierre Teilhard de Chardin. L'apporto di questo studioso nella discussione sull'evoluzione è consistito essenzialmente nell'aver introdotto in essa la persona di Cristo, di averne fatto un problema anche cristologico[6].

Il suo punto di partenza biblico è l'affermazione di Paolo, secondo cui "tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui" (Col 1,16). Cristo appare in questa visione come il Punto Omega, cioè come senso e approdo finale dell'evoluzione cosmica e umana. Si posssono discutere il modo e gli argomenti con cui lo studioso gesuita giunge a questa conclusione, ma non la conclusione stessa. Ne spiega bene il motivo Maurice Blondel in una nota scritta in difesa del pensiero di Teilhard de Chardin: "Davanti agli orizzonti ingranditi della scienza della natura e dell'umanità, non si può, senza tradire il cattolicesimo, rimanere su spiegazioni mediocri e a modi di vedere limitati che fanno del Cristo un incidente storico, che lo isolano nel Cosmo come un episodio posticcio, e sembrano fare di lui un intruso o uno spaesato nella schiacciante e ostile immensità dell'Universo"[7].

Quello che manca ancora, per una visione compiutamente trinitaria del problema, è una considerazione del ruolo dello Spirito Santo nella creazione e nell'evoluzione del cosmo. Lo esige il principio basilare della teologia trinitaria secondo cui le opere ad extra di Dio sono comuni a tutte e tre le persone della Trinità, ognuna delle quali vi partecipa con la sua caratteristica propria.

Il testo paolino che stiamo meditando ci permette proprio di colmare questa lacuna. L'accenno al travaglio da parto della creazione è fatto nel contesto del discorso di Paolo sulle diverse operazioni dello Spirito Santo. Egli vede una continuità tra il gemito della creazione e quello del credente che è messo apertamente in rapporto con lo Spirito: "Essa (la creazione) non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente". Lo Spirito Santo è la forza misteriosa che spinge la creazione verso il suo compimento. Parlando dell'evoluzione dell'ordine sociale, il concilio Vaticano II afferma che "lo Spirito di Dio che, con mirabile provvidenza, dirige il corso dei tempi e rinnova la faccia della terra, è presente a tale evoluzione"[8].

Egli che è "il principio della creazione delle cose" [9], è anche il principio della sua evoluzione nel tempo. Questa infatti altro non è se non la creazione che continua. Nel discorso rivolto, il 31 Ottobre 2008, ai partecipanti al simposio sull'evoluzione, promosso dalla Pontificia Accademia delle scienze, il Santo Padre Benedetto XVI sottolinea questo concetto: "Affermare, diceva, che il fondamento del cosmo e dei suoi sviluppi è la sapienza provvida del Creatore non è dire che la creazione ha a che fare soltanto con l'inizio della storia del mondo e della vita. Ciò implica, piuttosto, che il Creatore fonda questi sviluppi e li sostiene, li fissa e li mantiene costantemente".

Cosa apporta di specifico e di "personale" lo Spirito nella creazione? Ciò dipende, come sempre, dai rapporti interni alla Trinità. Lo Spirito Santo non è all'origine, ma per così dire, al termine della creazione, come non è all'origine, ma al termine del processo trinitario. Nella creazione -scrive san Basilio - il Padre è la causa principale, colui dal quale sono tutte le cose; il Figlio la causa efficiente, colui per mezzo del quale tutte le cose sono fatte; lo Spirito Santo è la causa perfezionante[10].

L'azione creatrice dello Spirito è all'origine dunque della perfezione del creato; egli, diremmo, non è tanto colui che fa passare il mondo dal nulla all'essere, quanto colui che lo fa passare dall'essere informe all'essere formato e perfetto. In altre parole, lo Spirito Santo è colui che fa passare il creato dal caos al cosmo, che fa di esso qualcosa di bello, di ordinato, pulito: un "mondo" appunto, secondo il significato originario di questa parola. Sant'Ambrogio osserva:

"Quando lo Spirito cominciò ad aleggiare su di esso, il creato non aveva ancora alcuna bellezza. Invece, quando la creazione ricevette l'operazione dello Spirito, ottenne tutto questo splendore di bellezza che la fece rifulgere come ‘mondo' "[11].

Non che l'azione creatrice del Padre fosse stata "caotica" e bisognosa di correzione, ma è il Padre stesso, nota san Basilio nello stesso testo citato, che vuole fare esistere tutto per mezzo del Figlio e vuole portare alla perfezione le cose per mezzo dello Spirito.

"In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque" (Gen 1,1-2). La Bibbia stessa, come si vede, allude al passaggio da uno stato informe e caotico dell'universo, a uno stato in via di progressiva formazione e differenziazione delle creature e menziona lo Spirito di Dio come il principio di questo passaggio o evoluzione. Essa presenta questo passaggio come repentino e immediato, la scienza ha rivelato che esso si è esteso su un arco di miliardi di anni ed è ancora in atto. Ma questo non dovrebbe creare problemi, una volta conosciuto lo scopo e il genere letterario del racconto biblico.

Fondandosi sul senso di analoghe espressioni presenti nei poemi cosmogonici babilonesi, oggi si tende a dare all'espressione "spirito di dio" (ruach ‘elohim) di Genesi 1,2 il senso puramente naturalistico di vento impetuoso, vedendo in essa un elemento del caos primordiale, al pari dell'abisso e delle tenebre, legandolo quindi a ciò che precede, e non a ciò che segue, nel racconto della creazione[12]. Ma l'immagine del "soffio di Dio" ritorna nel capitolo successivo della Genesi (Dio "soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente") con un senso "teologico" e non certo naturalistico.

Escludere, dal testo, ogni riferimento, per quanto embrionale, alla realtà divina dello Spirito, attribuendo l'attività creatrice unicamente alla parola di Dio, significa leggere il testo solo alla luce di ciò che lo precede e non anche alla luce di ciò che lo segue nella Bibbia, alla luce degli influssi che ha subito e non anche dell'influsso che ha esercitato, contrariamente a ciò che suggerisce la tendenza più recente dell'ermeneutica biblica. (Il modo più sicuro per stabilire la natura di un seme sconosciuto non è forse vedere quale tipo di pianta da esso nasce?).

Avanzando nella rivelazione, troviamo accenni via via sempre più espliciti a un'attività creatrice del soffio di Dio, in stretta connessione con quella della sua parola. "Dalla parola (dabar) del Signore furono fatti i cieli, dal soffio (ruach) della sua bocca ogni loro schiera" (Sal 33, 6; cf. anche Is 11.4: "La sua parola sarà una verga che percuoterà il violento, con il soffio delle sue labbra ucciderà l'empio"). Spirito o soffio non indica certamente, in questi testi, il vento naturale. A quello stesso testo si rifà un altro salmo quando dice: "Mandi il tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra" (Sal 104, 30). Qualunque interpretazione si voglia dare, perciò, a Genesi 1,2, è certo che il seguito della Bibbia attribuisce allo Spirito di Dio un ruolo attivo nella creazione.

Questa linea di sviluppo diventa chiarissima nel Nuovo Testamento che descrive l'intervento dello Spirito Santo nella nuova creazione, servendosi proprio delle immagini del soffio e del vento che si leggono a proposito dell'origine del mondo (cf. Gv 20, 22 con Gen 2,7). L'idea della ruach creatrice non può essere nata dal nulla. Non si può, in uno stesso commentario o edizione della Bibbia, tradurre Genesi 1,2 con "un vento di Dio soffiava sopra le acque" e poi rimandare a quello stesso testo per spiegare la colomba nel battesimo di Gesù![13].

Non è, dunque, scorretto continuare a rifarsi a Gen 1,2 e alle altre testimonianze posteriori, per trovarvi un fondamento biblico al ruolo creatore dello Spirito Santo, come facevano i Padri. "Se tu adotti questa spiegazione - diceva san Basilio, seguito in ciò da Lutero - ne trarrai grande profitto"[14]. Ed è vero: scorgere nello "Spirito di Dio" che aleggiava sulle acque un primo embrionale accenno all'azione creatrice dello Spirito dischiude la comprensione di tanti passi successivi della Bibbia, di cui altrimenti non si spiegherebbe l'origine.

4. Pasqua, passaggio dalla vecchiaia alla gioventù

Cerchiamo ora di individuare alcune conseguenze pratiche che questa visione biblica del ruolo dello Spirito Santo può avere per la nostra teologia e per la nostra vita spirituale. Quanto alle applicazioni teologiche, ne ricordo solo una: la partecipazione dei cristiani all'impegno per il rispetto e la salvaguardia del creato. Per il credente cristiano l'ecologismo non è solo una necessità pratica di sopravvivenza o un problema solo politico ed economico, ha un fondamento teologico. Il creato è opera dello Spirito Santo!

Paolo ci ha parlato di una creazione che "geme e soffre nelle doglie del parto". A questo suo pianto da parto, oggi si mescola un pianto di agonia e di morte. La natura è sottoposta, ancora una volta "senza suo volere", a una vanità e corruzione, diverse da quelle di ordine spirituale intese da Paolo, ma derivate dalla stessa sorgente che è il peccato e l'egoismo dell'uomo.

Il testo paolino che stiamo meditando potrebbe ispirare più d'una considerazione sul problema dell'ecologia: noi che abbiamo ricevuto le primizie dello Spirito stiamo affrettando "la piena liberazione del cosmo e la sua partecipazione alla gloria dei figli di Dio", o la stiamo ritardando, come tutti gli altri?

Ma veniamo all'applicazione più personale. Diciamo che l'uomo è un microcosmo; a lui dunque come individuo, si applica tutto ciò che abbiamo detto in generale del cosmo. Lo Spirito Santo è colui che fa passare ognuno di noi dal caos al cosmo: dal disordine, dalla confusione e dalla dispersione, all'ordine, all'unità e alla bellezza. Quella bellezza che consiste nell'essere conformi alla volontà di Dio e all'immagine di Cristo, nel passare dall'uomo vecchio e all'uomo nuovo.

Con un accenno velatamente autobiografico, l'Apostolo scriveva ai corinzi: "Se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno" (2 Cor 4,16). L'evoluzione dello spirito non si svolge nell'uomo parallelamente a quello del corpo, ma in senso contrario.

In questi ultimi giorni, per via dei tre Oscar che ha ricevuto e la celebrità del protagonista, si è parlato molto di un film intitolato "Il caso curioso di Benjamin Button", tratto da un racconto dello scrittore Francis Scott Key Fitzgerald. È la storia di un uomo che nasce vecchio, con i tratti mostruosi di un ottantenne, e, crescendo, ringiovanisce fino a morire da vero bambino. La storia è naturalmente paradossale, ma può avere un'applicazione quanto mai vera se trasferita sul piano spirituale. Noi nasciamo "uomini vecchi" e dobbiamo diventare "uomini nuovi". Tutta la vita, non solo l'adolescenza, è una "età evolutiva"!

Secondo il vangelo, bambini non si nasce ma si diventa! Un Padre della Chiesa, san Massimo di Torino, definisce la Pasqua un passaggio "dai peccati alla santità, dai vizi alla virtù, dalla vecchiaia alla gioventù: una gioventù s'intende non di età ma di semplicità. Eravamo infatti cadenti per la vecchiaia dei peccati, ma per la risurrezione di Cristo siamo stati rinnovati nell'innocenza dei bambini"[15].

La Quaresima è il tempo ideale per applicarsi a questo ringiovanimento. Un prefazio di questo tempo dice: "Tu hai stabilito per i tuoi figli un tempo di rinnovamento spirituale, perché si convertano a te con tutto il cuore, e liberi dai fermenti del peccato vivano le vicende di questo mondo, sempre orientati verso i beni eterni". Una orazione, risalente al Sacramentario Gelasiano del VII secolo e ancora in uso nella veglia pasquale, proclama solennemente: "Tutto il mondo veda e riconosca che ciò che è distrutto si ricostruisce, ciò che è invecchiato si rinnova, e tutto ritorna alla sua integrità, per mezzo di Cristo che è il principio di tutte le cose".

Lo Spirito Santo è l'anima di questo rinnovamento e di questo ringiovanimento. Iniziamo le nostre giornate dicendo, con il primo verso dell'inno in suo onore: "Veni, creator Spiritus": Vieni Spirito creatore, rinnova nella mia vita il prodigio della prima creazione, aleggia sul vuoto, le tenebre e il caos del mio cuore, e guidami verso la piena realizzazione del "disegno intelligente" di Dio sulla mia vita.

[1] Cf. S. Agostino, Esposizione sulla Lettera ai Romani, 45 (PL 35, 2074 s.).

[2] A. Giglioli, L'uomo o il creato? Ktisis in S. Paolo, Edizioni Dehoniane, Bologna 1994.

[3] H. Schlier, La lettera ai Romani, Paideia, Brescia 1982, p. 429.

[4] Virgilio, Eneide, I, 462.

[5] Cf. S. Ireneo, Adv. haer. V, 1,2; V,3,3.

[6] Cf. C. F. Mooney, Teilhard de Chardin et le mystère du Christ, Aubier, Paris 1966.

[7] M. Blondel et A. Valensin, Correspondance, Aubier, Parigi 1965.

[8] Gaudium et Spes, 26.

[9] Tommaso d'Aquino, Somma contro i gentili, IV, 20, n. 3570 (Marietti, Torino 1961, vol. 3, p. 286).

[10] S. Basilio, Sullo Spirito Santo, XVI, 38 (PG 32, 136).

[11] S. Ambrogio, Sullo Spirito Santo, II, 32.

[12] Così G. von Rad, in Genesi. Traduzione e commento di G. von Rad, Paideia, Brescia 1978, pp. 56-57; da notare, tuttavia, che in Enuma Elish il vento appare come un alleato del dio creatore, non un elemento ostile che gli si oppone: cf. R. J. Clifford-R. E. Murphy, in The New Jerome Biblical Commentary, 1990, p. 8-9.

[13] Così avviene nella "Bibbia di Gerusalemme": cf. note a Gen 1,2 e Mt 3,16 e in The New Jerome Biblical Commentary, Prentice Hall 1990, pp. 10 e 638.

[14] S. Basilio, Esamerone, II, 6 (SCh 26, p. 168); Lutero, Sulla Genesi (WA 42, p. 8)..

[15] S. Massimo di Torino, Sermo de sancta Pascha, 54,1 (CC 23, p. 218).
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