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Notizie dal B16F

Ultimo Aggiornamento: 19/10/2015 04.06
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Da Petrus

Lefebvriani, l’Osservatore Romano ribadisce: “E’ fuori discussione la fedeltà del Santo Padre al Concilio”

CITTA’ DEL VATICANO - "Ultimo Papa ad avere partecipato in pieno e con passione, come giovanissimo teologo, al Concilio, Benedetto XVI ha delineato nel 2005 l'interpretazione cattolica del Vaticano II: un avvenimento che va letto non nella logica di una discontinuita' che, assolutizzandolo, lo isolerebbe dalla tradizione, ma in quella della riforma, che lo apre al futuro". Lo scrive l'Osservatore Romano nell'editoriale del suo direttore Giovanni Maria Vian. Per il giornale, il Vaticano II non e' minimamente messo in discussione dal perdono di del Pontefice ai quattro vescovi lefebvriani, ai quali ha tolto la scomunica. Il Vaticano II, spiega l'articolo, "e' un Concilio che, come tutti gli altri, deve essere storicizzato e non mitizzato, inseparabile dai suoi testi, che proprio dal punto di vista storico non possono essere contrapposti a un supposto 'spirito' del Vaticano II". L'articolo ricorda che "mezzo secolo fa, il 25 gennaio 1959, l'annuncio del Vaticano II da parte di Giovanni XXIII fu una clamorosa sorpresa, che di colpo oltrepasso' i confini visibili della Chiesa Cattolica". E che "Paolo VI vide subito, e con chiarezza, le prospettive storiche e religiose del Vaticano II. La piu' vasta assemblea mai celebrata nella storia fu intuita e aperta da un Papa settantottenne, un secolo dopo l'interruzione del Vaticano i (voluto da Pio IX quasi alla stessa eta'), portando con coraggio alla luce un'idea gia' ventilata sotto i pontificati di Pio XI e Pio XII". La storia della Chiesa, insomma, procede senza fratture ma con un'evoluzione graduale come sottolineo' nel 1985 "un'assemblea sinodale voluta da Giovanni Paolo II, che il Concilio visse da giovane vescovo". E questo spiega "una recezione controversa e non facile per l'incidenza delle decisioni conciliari nella vita della Chiesa, nella liturgia, nella missione, nei rapporti con le altre confessioni cristiane, l'ebraismo, le altre religioni, con l'affermazione della liberta' religiosa, nell'atteggiamento verso il mondo". A sostegno della tesi di una continuita' sostanziale tra prima e dopo il Concilio, l'Osservatore ripropone alcuni brani del primo discorso di Benedetto XVI alla Curia Romana (22 dicembre 2005), che mettono in luce il contrasto tra le due interpretazioni, quella della discontinuita' e quella della continuita'. "La Chiesa", aveva affermato il Papa, "e', tanto prima quanto dopo il Concilio, la stessa Chiesa una, Santa, cattolica ed apostolica in cammino attraverso i tempi. Chi si era aspettato che con questo 'si'' fondamentale all'eta' moderna tutte le tensioni si dileguassero e l'apertura verso il mondo cosi' realizzata trasformasse tutto in pura armonia, aveva sottovalutato le interiori tensioni e anche le contraddizioni della stessa eta' moderna; aveva sottovalutato la pericolosa fragilita' della natura umana che in tutti i periodi della storia e in ogni costellazione storica e' una minaccia per il cammino dell'uomo". Nella visione del Papa, "questi pericoli, con le nuove possibilita' e con il nuovo potere dell'uomo sulla materia e su se stesso, non sono scomparsi, ma assumono invece nuove dimensioni: uno sguardo sulla storia attuale lo dimostra chiaramente. Anche nel nostro tempo la Chiesa resta un 'segno di contraddizione'". E infatti, non e' senza motivo se ''ancora da cardinale Karol Wojtyla aveva dato questo titolo agli Esercizi spirituali predicati nel 1976 a Papa Paolo VI e alla Curia romana. Non poteva essere intenzione del Concilio abolire questa contraddizione del Vangelo nei confronti dei pericoli e degli errori dell'uomo. Era invece senz'altro suo intendimento accantonare contraddizioni erronee o superflue, per presentare a questo nostro mondo l'esigenza del Vangelo in tutta la sua grandezza e purezza". Dunque "il passo fatto dal Concilio verso l'eta' moderna, che in modo assai impreciso e' stato presentato come 'apertura verso il mondo', appartiene in definitiva al perenne problema del rapporto tra fede e ragione, che si ripresenta in sempre nuove forme". Sintetizza cosi' l'Osservatore: "I problemi della recezione del Concilio Vaticano II sono nati dal fatto che due interpretazioni contrarie si sono trovate a confronto e hanno litigato tra loro L'una ha causato confusione. L'altra, silenziosamente, ha portato e porta frutti visibili". Tornando alla revoca della scomunica, dunque, l'Osservatore Romano considera il perdono di Benedetto XVI ai vescovi lefebvriani un dono del Concilio Vaticano II. ''I buoni frutti del Concilio - scrive il ancora direttore Giovanni Maria Vian - sono innumerevoli e tra questi vi e' ora il gesto di misericordia nei confronti dei vescovi scomunicati nel 1988. Un gesto che sarebbe piaciuto a Giovanni XIII e ai suoi successori, e un'offerta limpida che Benedetto XVI, Papa di pace, ha voluto rendere pubblica in coincidenza con l'anniversario dell'annuncio del Vaticano II, con l'intenzione chiara di vedere presto sanata una frattura dolorosa''. Una intenzione che, continua la nota, 'non sara' offuscata da inaccettabili opinioni negazioniste e atteggiamenti verso l'ebraismo di alcuni membri delle comunita' a cui il vescovo di Roma tende la mano''. ''A mezzo secolo dall'annuncio - infatti - il Vaticano II e' vivo nella Chiesa. Cosi' come il Concilio resta nelle mani di ogni fedele perche' piu' chiara e forte sia la testimonianza nel mondo di quanti credono in Cristo''.




Lefebvriani, soddisfazione moderata da Padre Lombardi: “Si sono sottomessi all’autorità del Pontefice ma c’è ancora da lavorare per la piena comunione”

CITTA’ DEL VATICANO - ''I vescovi della Fraternita' San Pio X hanno richiesto la remissione della scomunica attestando esplicitamente la loro volonta' di essere nella Chiesa cattolica romana e di credere fermamente al Primato di Pietro''. E' quanto afferma il direttore della Sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, in una nota diffusa dall'emittente radiofonica della Santa Sede. Padre Lombardi spiega anche che ''e' bello che la remissione della scomunica avvenga nell'imminenza del 50esimo anniversario dell'annuncio del Concilio Vaticano II, in modo che questo evento fondamentale possa ora non essere piu' considerato occasione di tensione, ma di comunione''. ''Il testo del decreto - afferma ancora padre Lombardi - mette in luce che, di per se', si e' ancora in cammino verso la piena comunione, di cui il Santo Padre auspica la sollecita realizzazione. Ad esempio, aspetti come lo status della Fraternita' e dei sacerdoti che vi appartengono non sono definiti nel decreto pubblicato. Ma la preghiera della Chiesa e' tutta concorde con quella del Papa, perche' ogni difficolta' venga presto superata e si possa parlare di comunione in senso pieno e senza incertezza alcuna''. Padre Lombardi ricorda anche come il Cardinale Ratzinger sia stato ''protagonista dei rapporti con Monsignor Lefebvre nel 1988 e gia' a quel tempo aveva cercato di fare tutto il possibile per servire l'unione della Chiesa. Allora non era bastato e le consacrazioni episcopali del 30 giugno di quell'anno, compiute senza mandato pontificio, avevano creato una situazione di grave frattura''. E tuttavia, ''la Commissione Ecclesia Dei, costituita da Giovanni Paolo II in quella circostanza, ha lavorato con pazienza per conservare aperte le vie del dialogo e diverse comunita' in vario modo collegate al movimento lefebvriano hanno gia' potuto, nel corso degli anni, rientrare in piena comunione con la Chiesa cattolica''. Inoltre, ''la Fraternita' Sacerdotale San Pio X, con quattro vescovi, rimaneva in ogni caso la comunita' piu' importante con cui ristabilire la comunione. Benedetto XVI ha manifestato in modo indubitabile il suo impegno per fare tutto il possibile per raggiungere questo obiettivo''. Quindi il direttore della Sala stampa vaticana ha ricordato ''il Motu Proprio Summorum Pontificum sulla liberalizzazione della Messa in latino e i chiarimenti interpretativi del Papa circa la vera lettura da dare del Concilio Vaticano II. ''Tutto cio' - ha concluso padre Lombardi - ha creato naturalmente un clima favorevole, in cui i vescovi della Fraternita' San Pio X hanno richiesto la remissione della scomunica attestando esplicitamente la loro volonta' di essere nella Chiesa cattolica romana e di credere fermamente al Primato di Pietro''.





Persino il ritiro della scomunica a Williamson è motivo di polemica per gli ebrei. I Rabbini Rosen, Di Segni e Laras sul piede di guerra: “Nubi minacciose sul dialogo con i cristiani”

CITTA’ DEL VATICANO - La decisione della Santa Sede di riammettere nel suo seno il vescovo lefebvriano Richard Williamson, autore di dichiarazioni revisioniste sull'Olocausto e ''persona chiaramente antisemita'', ''e' un passo che contamina l'intera Chiesa'', se quest'ultima non esige per prima cosa dal prelato lefebvriano la ritrattazione di cio' che ha detto sulla Shoah. Lo ha dichiarato il rabbino David Rosen, che e' attivamente coinvolto nel dialogo tra l'Ebraismo e la Chiesa cattolica. Nella decisione nei confronti di Williamson, ha sottolineato il rabbino, ''c'e' stata una superficialita' - almeno cosi' voglio sperare - che mostra gravi lacune nel funzionamento interno del Vaticano''. ''Accettare una persona (Williamson) chiaramente antisemita - ha continuato Rosen - e' farsi gioco di Giovani XXIII e di Giovanni Paolo II e di tutti i Papi'' che hanno operato per il dialogo tra le religioni. Il Vaticano, ha proseguito il rabbino, assicura che resta fedele alla ‘Nostra Aetate’ ''ma non conta cio' che dice, conta cio' che fa e fino a quando non esige una ritrattazione (delle dichiarazioni revisioniste sulla Shoah da parte del vescovo Williamson) e' l'intera Chiesa che e' contaminata''. La revoca della scomunica ai vescovi lefebvriani, afferma Rosen, ''e' una questione interna alla Chiesa fino a quando quest'ultima resta fedele alla ‘Nostra Aetate’, ma se diventa un abbraccio a chi nega la Shoah, allora e' una cosa diversa''. ''Nubi minacciose sembrano addensarsi sul dialogo ebraico cristiano''. Questo il commento del rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, alla decisione di Benedetto XVI di revocare la scomunica a quattro vescovi lefebvriani, tra cui Richard Williamson. Di Segni ha posto anche un problema: ''Se la decisione non e' un sempilce perdono, ma comporta anche la riammissione ai poteri episcopali diventa tutto ancora piu' problematico. La possibilita' di nominare sacerdoti da parte di un vescovo negazionista sarebbe gravissimo''. ''Voglio ricordare inoltre che i lefebvriani all'epoca della visita di Giovanni Paolo II nella sinagoga di Roma distribuirono un manifestino in cui - ha aggiunto - si diceva 'Papa non andare da Caifa', paragonando il rabbino Toaff al sacerdote che aveva condannato Gesu'. Per loro - ha concluso - eravamo e siamo ancora il popolo deicida. Questi sono i lefebvriani''. Un atto ''di cui proprio non si sentiva bisogno''. Cosi' il rabbino Giuseppe Laras, presidente dell'Assemblea rabbinica italiana, definisce invece la decisione di Benedetto XVI di revocare la scomunica ai vescovi lefebvriani. ''E' un momento delicato per il dialogo ebraico-cristiano - ha spiegato Laras -. servivano atti di distensione e non questi episodi e queste dichiarazioni''. ''Certo, con il Giorno della memoria a cosi' breve distanza (il 27 gennaio, ndr) - ha aggiunto ironicamente - non si poteva scegliere momento migliore. Magari sara' una coincidenza, ma tutto questo fa pensare e induce tristi considerazioni. In un momento in cui inoltre viviamo alcune tensioni con il Vaticano, tra queste la preghiera dell'Oremus, non ci voleva proprio questa iniziativa per la quale un vescovo negazionista viene graziato''. ''Non siamo nella testa del Papa, ne' vogliamo entrarci, ma certo - ha concluso Laras - non e' un atto distensivo''.
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A San Paolo 50 anni fa l'annuncio del Concilio


ROMA, domenica, 25 gennaio 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito un articolo apparso sul settimo numero della rivista "Paulus" (gennaio 2009), dedicato alla "caratteristica essenziale di San Paolo: essere apostolo".





* * *

di Marco Roncalli


L'idea di un nuovo Concilio soffiava da tempo nella Chiesa. Ad auspicarlo erano stati prelati ma anche scrittori. Basterebbe andare a rileggersi le pagine di Celso Costantini datate 15 febbraio 1939 o, il 23 dello stesso mese, l'articolo di Giovanni Papini sul Corriere della sera. Di certo, almeno per due volte, la convocazione di un Concilio era stata considerata sia da Pio XI (che la lasciò cadere nell'attesa di veder risolta la "questione romana"), sia da Pio XII (al quale i cardinali Ruffini e Ottaviani avevano preparato un memorandum). Ma anche lo stesso Angelo Giuseppe Roncalli: negli anni di Istanbul, di Parigi e di Venezia. A questo punto, però, occorre intendersi sul significato che egli volle dare al "suo" Concilio: qualcosa di non definito in modo assoluto, più pastorale che dogmatico, e tuttavia pastorale non in senso riduttivo. Del resto, lo stesso papa Roncalli, come testimoniò mons. Dell'Acqua, «mai pensò di aprire e chiudere il Concilio [...]. Ripetute volte papa Giovanni mi disse: "Quello che importa è cominciare: il resto lasciamolo al Signore"». Sappiamo che egli arrivò a quell'annuncio ascoltando - come scrisse - «un'ispirazione». Non c'era dunque solo l'intuizione di un pontefice che conosceva la storia, c'era anche la coscienza dell'uomo di Dio dietro quella scelta. Non a caso più tardi scriverà di questa decisione come di una grazia dell'Altissimo che gli aveva fatto «apparire come semplici ed immediate di esecuzione alcune idee per nulla complesse, anzi semplicissime, ma di vasta portata e responsabilità in faccia all'avvenire». Nel diario del 15 e 20 gennaio, aveva già accennato al cardinale segretario di Stato Tardini questa sua idea di «proporre ai membri del Sacro Collegio che converranno in San Paolo il 25 corrente per la chiusura dell'ottavario di preghiere il progetto di un Concilio Ecumenico da radunarsi [...] a tempo debito con l'intervento di tutti i vescovi cattolici di ogni rito e regione del mondo». E ne era stato rassicurato. Non tutti mostrarono subito lo stesso entusiasmo, soprattutto i cardinali presenti a San Paolo il 25 gennaio, quando, conclusa la messa da lui presieduta nella Basilica, il Papa chiese a sorpresa di trattenere i cardinali nel monastero attiguo per dare loro quella notizia. Essendo già passato mezzogiorno - l'ora in cui per i giornalisti cessava l'embargo dell'annuncio -, la notizia del Concilio stava rimbalzando sulle agenzie. L'annuncio, infatti, prima ancora che dal Pontefice fu dato in Sala Stampa, dove il suo testo ciclostilato era stato portato dalla Segreteria di Stato. Insomma, mentre il prefetto delle cerimonie, mons. Enrico Dante, intimava l'Extra omnes come per i concistori segreti e le porte di San Paolo restavano chiuse per una buona mezz'ora, la notizia faceva già il giro del mondo.

A sera, invece, il Papa era costretto a segnare la prima reazione, tra sconcerto e disorientamento, dei cardinali presenti. «Umanamente si poteva ritenere che, dopo aver ascoltato l'Allocuzione, si stringessero attorno a Noi per esprimere approvazioni ed auguri. Vi fu invece un impressionante devoto silenzio»: così annotò sul diario dove, qualche giorno dopo, cercherà di scusarli della loro incapacità di trovare «parole adatte per manifestare il giubilo». Giovanni XXIII sul diario la descrisse poi come una «giornata felice e indimenticabile»: «A San Paolo, trionfo di clero e di popolo. Assistei alla messa cantata dall'Abate di San Paolo, Cesario D'Amato, dal trono. Cardinali presenti 12, quanti poterono venire. Mia omelia dal trono, e preghiere speciali per la Cina, dove la persecuzione contro la libertà della Chiesa minaccia di produrre uno scisma che è già in atto. Il punto più importante però fu la mia comunicazione segreta per i soli cardinali, del triplice disegno del mio pontificato: Sinodo romano, Concilio ecumenico Vaticano II, aggiornamento del Codice di diritto canonico». «Tutto ben riuscito - concludeva infine. - Io mantenni la mia continua comunicazione con Dio. Nel ritorno, la festa dei Romani a San Paolo e a San Pietro indimenticabile, come al ritorno in Laterano il 23 novembre [...] Laus Deo, laus Deo».
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L’atto d’accusa dello scrittore Vittorio Messori: “Dal mondo ebraico una inaccettabile ingerenza nelle vicende della Chiesa”

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CITTA’ DEL VATICANO - "La revoca della scomunica e' un fatto interno alla Chiesa sul quale non riesco a capire perche' il mondo ebraico si senta in diritto di intervenire". Lo afferma in un'intervista al ‘Riformista’ Vittorio Messori, firma prestigiosa del ‘Corriere della Sera’ e coautore con Giovanni Paolo II di "Varcare le soglie della speranza" e con Joseph Ratzinger di "Rapporto sulla fede". "Mi appello - spiega Messori - ai principi del diritto internazionale secondo i quali ogni Stato e' sovrano al suo interno. Insomma, chiedo che ai cattolici venga lasciata la liberta' di lavorare in pace portando avanti le proprie azioni. Non mi sembra che il Vaticano si sia mai sentito in dovere di intervenire sulla nomina di un Gran Rabbino o su altre questioni interne al mondo ebraico. Sarebbe corretto, dunque, che gli ebrei avessero il medesimo atteggiamento nei confronti dei cattolici". Nell'intervista, Messori si sofferma poi sulle reazioni negative che si sono manifestate anche nel mondo cattolico al gesto di perdono compiuto ieri dal Papa ed anche sulla tiepidezza degli stessi perdonati, che ieri ringraziando il Pontefice hanno voluo ribadire le loro riserve sul Concilio. "I lefebvriani - ricorda l'editorialista del Corriere della Sera - sono un fenomeno tutto francese. Dietro i lefebvriani c'e' un intreccio di religione e politica che Ratzinger conosce bene ma che in Italia si fatica a comprendere appieno. Dietro c'e' la rivoluzione francese, la nostalgia monarchica, il gallicanesimo e il giansenismo. C'e' la legislazione religiosa di Petain, punto di riferimento dei lefebvriani. Insomma, e' un groviglio non affrontabile soltanto a livello teologico ma anche e soprattutto a livello di filosofia della storia. E' una visione delle cose, quella lefebvriana, una Veltanschaung, che poco ha a che vedere con quella cattolica". Per Messori, "il Papa adotta nei loro confronti una sorta di 'ecumenismo paziente'. Benedetto XVI e' buono e paziente. Conosce la storia dei lefebvriani e sa bene chi sono. Sa che, allo stesso modo della teologia della liberazione, anche la loro esperienza e' necessaria alla Chiesa: le ali estreme servono alla Chiesa perche' le permettono di rimanere nel centro, di continuare sulla strada dell''et-et'. E anche i lefebvriani conoscono bene Ratzinger e infatti lo temono". Tra l'altro, conclude lo scrittore cattolico, "fu proprio Ratzinger, quale consultore teologico del cardinale arcivescovo di Colonia Joseph Frings, a far si' che il Concilio andasse in altro modo. Ed e' principalmente questa l''onta' che i lefebvriani non hanno mai perdonato a Ratzinger. Questi era un conciliarista vero. Avverso all'ermeneutica dello Spirito del Concilio, ma aperto alle innovazioni portate dal Concilio stesso. E questa fedelta' al Vaticano II propria di Ratzinger e' invisa ai lefebvriani".

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Rimossa la scomunica ai quattro vescovi ordinati nel 1988 da mons. Lefebvre. Nota di padre Lombardi


Benedetto XVI ha accolto la richiesta di rimuovere la scomunica ai quattro vescovi ordinati nel 1988 da mons. Marcel Lefebvre: lo ha reso noto stamani un comunicato della Santa Sede, accompagnato dal Decreto della Congregazione per i Vescovi, firmato il 21 gennaio dal cardinale prefetto Giovanni Battista Re. Il servizio di Isabella Piro:


Mons. Bernard Fellay, Mons. Bernard Tissier de Mallerais, Mons. Richard Williamson e Mons. Alfonso del Gallareta: sono i quattro vescovi cui il Papa ha rimosso la scomunica. Una decisione, si legge nel comunicato della Santa Sede, arrivata “dopo un processo di dialogo tra la Sede Apostolica e la Fraternità Sacerdotale San Pio X”, quella Fraternità fondata nel 1970 a Friburgo da mons. Lefebvre, il quale contestava alcune riforme apportate dal Concilio Vaticano II. Il Santo Padre – afferma il documento vaticano – ha accolto così la richiesta formulata da mons. Fellay, anche a nome degli altri tre vescovi, in una lettera del 15 dicembre 2008: “siamo sempre fermamente determinati – si leggeva nella missiva - nella volontà di rimanere cattolici e di mettere tutte le nostre forze al servizio della Chiesa di Nostro Signore Gesù Cristo, che è la Chiesa cattolica romana. Noi accettiamo i suoi insegnamenti con animo filiale. Noi crediamo fermamente al Primato di Pietro e alle sue prerogative, e per questo ci fa tanto soffrire l'attuale situazione". I quattro vescovi erano stati consacrati il 30 giugno 1988 dallo stesso mons. Lefebvre senza mandato pontificio, ed erano quindi incorsi nella scomunica latae sententiae, cioè automatica, dichiarata formalmente dalla Congregazione per i Vescovi il primo luglio 1988.


Una frattura che Benedetto XVI, informa la Santa Sede, ha cercato sempre di ricomporre, anche incontrando personalmente mons. Fellay il 29 agosto 2005. In quell’occasione il Papa manifestò la volontà di procedere per gradi e in tempi ragionevoli in tale cammino. Un cammino giunto oggi alla rimozione della scomunica, rimossa – afferma la Santa Sede – “con sollecitudine pastorale e paterna misericordia”. Benedetto XVI – si legge poi nel Decreto della Congregazione per i Vescovi reso noto oggi – è “fiducioso nell’impegno espresso dai quattro vescovi di non risparmiare alcuno sforzo per approfondire, nei necessari colloqui con le Autorità della Santa Sede, le questioni ancora aperte, così da poter giungere presto ad una piena e soddisfacente soluzione”. “Con questo atto – continua il documento - si desidera consolidare le reciproche relazioni di fiducia e intensificare e dare stabilità ai rapporti della Fraternità San Pio X con questa Sede Apostolica”. “Questo dono di pace, al termine delle celebrazioni natalizie – si legge ancora - vuol essere anche un segno per promuovere l'unità nella carità della Chiesa universale e arrivare a togliere lo scandalo della divisione”. L’auspicio, infine, conclude il Decreto, è quello che “questo passo sia seguito dalla sollecita realizzazione della piena comunione con la Chiesa di tutta la Fraternità San Pio X, testimoniando così vera fedeltà e vero riconoscimento del Magistero e dell'autorità del Papa con la prova dell'unità visibile”.


Sulla rimozione della scomunica ai vescovi lefebvriani, ascoltiamo ora la nota del nostro direttore padre Federico Lombardi:


La Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani si conclude con una bella notizia, che ci auguriamo sia fonte di gioia in tutta la Chiesa. La remissione della scomunica dei quattro vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X è infatti un passo fondamentale per raggiungere la riconciliazione definitiva con il movimento iniziato e guidato da mons. Lefebvre. Per comprendere il significato di questo passo tornano immediatamente alla mente le parole di Benedetto XVI nella sua lettera di introduzione al Motu Proprio Summorum Ponitificum, del 7 luglio 2007, quando scriveva che lo sguardo al passato circa le divisioni che nel corso dei secoli hanno lacerato il Corpo di Cristo fa pensare che siano state spesso le omissioni della Chiesa a lasciar consolidare le divisioni. Perciò, scriveva il Papa: “abbiamo l’obbligo di fare tutti gli sforzi, affinché a tutti quelli che hanno veramente il desiderio dell’unità, sia reso possibile di restare in questa unità o di ritrovarla nuovamente…Apriamo generosamente il nostro cuore…”.


Il cardianle Ratzinger era stato protagonista dei rapporti con mons. Lefebvre nel 1988 e già a quel tempo aveva cercato di fare tutto il possibile per servire l’unione della Chiesa. Allora non era bastato e le consacrazioni episcopali del 30 giugno di quell’anno, compiute senza mandato pontificio, avevano creato una situazione di grave frattura. Ma la Commissione Ecclesia Dei, costituita da Giovanni Paolo II in quella circostanza, ha lavorato con pazienza per conservare aperte le vie del dialogo e diverse comunità in vario modo collegate al movimento lefebvriano hanno già potuto, nel corso degli anni, rientrare in piena comunione con la Chiesa cattolica. La Fraternità Sacerdotale San Pio X, con quattro vescovi, rimaneva in ogni caso la comunità più importante con cui ristabilire la comunione. Benedetto XVI ha manifestato in modo indubitabile il suo impegno per fare tutto il possibile per raggiungere questo obiettivo. Ricordiamo naturalmente anzitutto il Motu Proprio Summorum Pontificum sul rito per la celebrazione della Messa, ma possiamo anche ricordare il documento della Congregazione per la Dottrina della Fede che chiariva alcuni punti discussi della dottrina ecclesiologica del Concilio Vaticano II come alcuni grandi interventi sulla corretta ermeneutica del Concilio stesso, in continuità con la tradizione. Tutto ciò ha creato naturalmente un clima favorevole, in cui i vescovi della Fraternità San Pio X hanno richiesto la remissione della scomunica attestando esplicitamente la loro volontà di essere nella Chiesa cattolica romana e di credere fermamente al Primato di Pietro. E’ bello che la remissione della scomunica avvenga nell’imminenza del 50.mo anniversario dell’annuncio del Concilio Vaticano II, in modo che questo evento fondamentale possa ora non essere più considerato occasione di tensione, ma di comunione. Il testo del decreto mette in luce che, di per sé, si è ancora in cammino verso la piena comunione, di cui il Santo Padre auspica la sollecita realizzazione. Ad esempio, aspetti come lo status della Fraternità e dei sacerdoti che vi appartengono non sono definiti nel decreto pubblicato oggi. Ma la preghiera della Chiesa è tutta concorde con quella del Papa, perché ogni difficoltà venga presto superata e si possa parlare di comunione in senso pieno e senza incertezza alcuna.


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Settimana dell’unità: il Papa presiede i Secondi Vespri della Conversione di San Paolo. Nota di padre Federico Lombardi


A conclusione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, oggi pomeriggio, Benedetto XVI presiederà, nella Basilica di San Paolo fuori le Mura a Roma, la celebrazione dei Secondi Vespri nella Festa della Conversione dell'Apostolo delle genti. Prenderanno parte al Rito rappresentanti delle altre Chiese e Comunità ecclesiali presenti a Roma. La Radio Vaticana trasmetterà la cronaca dell’evento a partire dalle 17.20. Ascoltiamo in proposito la riflessione del nostro direttore generale, padre Federico Lombardi:


“Proclamazione cristiana della speranza in un mondo diviso”: è il tema dell’ultimo giorno della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani di quest’anno. Esprime con molta forza il servizio prezioso che i cristiani, insieme, possono e devono svolgere per l’umanità: con la forza della loro speranza condurre la famiglia umana verso l’unità e la pace. Perché speranza e unione sono termini inseparabili. Da una parte la divisione e l’odio uccidono la speranza; d’altra parte la vera grande speranza è sempre una speranza per tutti, e suppone quindi l’unione.

I nostri sono giorni in cui sentiamo parlare molto di speranze umane. La nuova presidenza degli Stati Uniti, ad esempio, ne ha suscitate molte, e questo non è certo male in un mondo fin troppo travagliato. Ma sono anche giorni in cui la guerra in Medio Oriente ha rimesso sotto i nostri occhi quali sono i frutti orribili dell’odio che divide. Trovare il senso solido e durevole della speranza, in modo che le speranze umane siano gradini verso di essa, e non fonti di illusioni e delusioni continue. Trovare la forza della riconciliazione e del perdono, senza di cui la guerra non avrà mai fine.

Di queste cose il mondo ha bisogno, e queste cose i cristiani le possono trovare, e tutti i cristiani insieme le possono e le devono testimoniare, perché ne conoscono una fonte più profonda delle loro divisioni confessionali: Gesù Cristo e il suo Vangelo.


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San Paolo, modello di conversione, nell’incontro con Cristo che ribalta la vita: cosi il Papa all’Angelus, auspicando la piena unità dei cristiani


L’incontro con Cristo che ribalta completamente la vita: ne ha parlato stamane Benedetto XVI all’Angelus, nella festa della “Conversione di San Paolo". Dopo la preghiera mariana il Papa si è soffermato sull’odierna Giornata mondiale dei malati di lebbra e sul Capodanno lunare nei Paesi asiatici. Poi l’incontro gioioso con i ragazzi dell’Azione cattolica giunti a Piazza San Pietro con la “carovana della pace”. Il servizio di Roberta Gisotti:


L’esperienza dell’Apostolo delle genti “può essere modello di ogni autentica conversione cristiana”: così il Papa, che oggi nel pomeriggio presiederà nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, un incontro di preghiera - che ha affidato a Maria - in chiusura della Settimana per l’unità dei cristiani. Un evento ecumenico che assume particolare rilievo nell’Anno Paolino. San Paolo – ha detto il Santo Padre - ci indica infatti “l’atteggiamento spirituale per poter progredire nella via della comunione.”

“Certo, noi cristiani non abbiamo ancora conseguito la mèta della piena unità, ma se ci lasciamo continuamente convertire dal Signore Gesù, vi giungeremo sicuramente”.

Ha richiamato il Papa dal Vangelo odierno la prima predicazione di Gesù in Galilea: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino”, che ci riporta alla conversione di Paolo sulla via di Damasco “nell’incontro col Cristo risorto; fu questo incontro a cambiargli radicalmente l’esistenza”. “Saulo comprese – ha osservato il Papa - che la sua salvezza non dipendeva dalle opere buone compiute secondo la legge, ma dal fatto che Gesù era morto anche per lui – il persecutore – ed era risorto”. Convertirsi significa quindi anche per ciascuno di noi, credere che Gesù “ha dato se stesso” per noi, morendo sulla croce e, risorto vive con noi e in noi.

"Affidandomi alla potenza del suo perdono, lasciandomi prendere per mano da Lui, posso uscire dalle sabbie mobili dell’orgoglio e del peccato, della menzogna e della tristezza, dell’egoismo e di ogni falsa sicurezza, per conoscere e vivere la ricchezza del suo amore”.

Dopo la recita dell’Angelus, il pensiero di Benedetto XVI è corso nell’odierna Giornata mondiale dei malati di lebbra a quanti soffrono e sono emarginati a causa di questa malattia, testimoniando loro la vicinanza della Chiesa.

“Mi rallegro che le Nazioni Unite, con una recente Dichiarazione dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani, abbiano sollecitato gli Stati alla tutela dei malati di lebbra e dei loro familiari”.

Poi gli auguri a tutti i popoli dell’Asia orientale che si preparano a celebrare il capodanno lunare “di vivere questa festa nella gioia”, perché la gioia – ha sottolineato il Papa - “è l’espressione dell’essere in armonia con se stessi: e ciò può derivare solo dall’essere in armonia con Dio e con la sua creazione”.

“Che la gioia sia sempre viva nel cuore di tutti i cittadini di quelle Nazioni, a me tanto care, e si irradi sul mondo!”.

Quindi il saluto affettuoso del Santo Padre ai bambini e ragazzi dell’Azione cattolica e delle parrocchie romane che hanno dato vita alla tradizionale “Carovana della Pace” per le vie della città e giungendo a piazza San Pietro, accompagnati dal cardinale Vicario, Agostino Vallini. Ed è stata quest’anno Miriam una bambina di 11 anni a leggere il loro messaggio di pace, accanto al Papa, dallo studio del Palazzo apostolico. “Siamo venuti fin qui percorrendo le strade della nostra città, con il cuore pieno di gioia e insieme a te vogliamo gridare a tutti la nostra voglia di pace”. Benedetto XVI ha cosi ricambiato:

“Cari ragazzi, con l’aiuto di Gesù siate sempre costruttori di pace a casa, a scuola, nello sport e dappertutto. Grazie ancora!”.

Ancora dopo i saluti nelle varie lingue, in particolare rivolto ai pellegrini di lingua inglese, ha richiamato il recente messaggio per la Giornata delle comunicazioni sociali sottolineando che “un saggio uso delle tecnologie informatiche può contribuire a formare comunità capaci di promuovere la ricerca della verità, del buono e del bello”.

Infine il volo su Piazza San Pietro di due colombe, simbolo di Pace, consegnate dal piccolo Marco Valerio, al Papa, che le ha liberate.




www.radiovaticana.org/it1/videonews_ita.asp?anno=2009&videoclip=666&set...

www.radiovaticana.org/it1/videonews_ita.asp?anno=2009&videoclip=667&set...

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Re:

+PetaloNero+, 25/01/2009 16.00:

Da Petrus

L’atto d’accusa dello scrittore Vittorio Messori: “Dal mondo ebraico una inaccettabile ingerenza nelle vicende della Chiesa”

[IMG]http://www.papanews.it/Public/amessori.bmp[/IMG]

CITTA’ DEL VATICANO - "La revoca della scomunica e' un fatto interno alla Chiesa sul quale non riesco a capire perche' il mondo ebraico si senta in diritto di intervenire". Lo afferma in un'intervista al ‘Riformista’ Vittorio Messori, firma prestigiosa del ‘Corriere della Sera’ e coautore con Giovanni Paolo II di "Varcare le soglie della speranza" e con Joseph Ratzinger di "Rapporto sulla fede". "Mi appello - spiega Messori - ai principi del diritto internazionale secondo i quali ogni Stato e' sovrano al suo interno. Insomma, chiedo che ai cattolici venga lasciata la liberta' di lavorare in pace portando avanti le proprie azioni. Non mi sembra che il Vaticano si sia mai sentito in dovere di intervenire sulla nomina di un Gran Rabbino o su altre questioni interne al mondo ebraico. Sarebbe corretto, dunque, che gli ebrei avessero il medesimo atteggiamento nei confronti dei cattolici".



Sono d'accordo al 100 %!!!! [SM=g7841] [SM=g7841] [SM=g7841] [SM=g7841] [SM=g7841]


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PAPA: CEDO LA PAROLA A MIRIAM, BAMBINA ERITREA OGGI ROMANA

(AGI) - CdV, 25 gen.

Con grande semplicita', dopo l'Angelus, Benedetto XVI ha lasciato il micorfono a una ragazzina dell'Azione Cattolica di Roma, salta nel suo studio per liberare con lui le colombe della pace.
"Ora - ha detto - finalmente cedo la parola a Miriam, bambina eritrea oggi romana".
Affacciata alla finestra della Terza Loggia del Paalazzo Apostolico con un suo coetaneo italiano, vestita di viola con una sciarpa gialla e le treccine che con la pelle scura testimoniano la sua origine africana, la piccola ha letto il suo saluto con accento francamente romano, condannando con forza il consumismo dei Centri Commerciali (definiti come gli odierni "luoghi di raduno per la mia eta'") e concludendo con l'assicurazione al Papa dell'affetto dei bambini dell'Acr: "Ti vogliamo bene, Santita'". "Grazie mille per queste parole, cari ragazzi con l'aiuto di Gesu' siate sempre costruttori della pace, a casa, a scuola e in qualunque ambiente", le ha risposto il Pontefice sorridendo.
Poco prima il Papa aveva assicurato anche lui il suo "grande affetto" ai bambini e ragazzi dell'Azione Cattolica di Roma e di alcune parrocchie e scuole della citta', che "hanno dato vita alla tradizionale Carovana della Pace", salutando anche il cardinale vicario Agostino Vallini che li ha accompagnati: "cari ragazzi - le parole di Papa Ratzinger - vi ringrazio per la vostra fedelta' all'impegno per la pace, un impegno fatto non tanto di parole, ma di scelte e di gesti".
Poi, pronunciati i saluti nelle altre lingue, Benedetto XVI ha chiesto ai due ragazzi di liberare le colombe in segno di pace: "vediamo come fare", ha scherzato.
Il gesto di liberare le colombe viene ripetuto dal Papa ogni anno in occasione della conclusione del mese di gennaio, dedicato appunto al tema della pace dai ragazzi dell'Azione Cattolica. "A tutti vogliamo gridare che la pace e' un vero affare", ha detto Miriam leggendo la sua letterina al Pontefice nella quale ha appunto criticato il ruolo assunto dai Centri commerciali nella nostra societa': "chi vi si reca si illude che il prodotto possa renderli felici. Noi invece - ha spiegato - abbiamo scoperto una cosa che vogliamo dirti: solo Gesu' puo' soddisfare i nostri desideri, quelli veramente importanti. Ecco perche' quest'anno non facciamo altro che ripetere: mi basti tu. Si', e' l'amicizia con Gesu' il nostro unico desiderio". Miriam ha quindi chiesto che venga data "a tutti la possibilita' di crescere economicamente e culturalmente", anche grazie allo sviluppo del "commercio equo e solidale".
"Caro Papa - ha poi concluso - ti preghiamo di pregare insieme a noi per tutti i nostri coetanei che vivono situazioni di poverta', sfruttamento e guerra. Preghiamo Dio di illuminare i cuori di chi governa le nazioni per un commercio piu' rispettoso e perche' fermino tutti i conflitti, che sono incapaci di risolvere i problemi".

© Copyright (AGI)


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Il papa su You Tube, niente di nuovo per i cattolici

Scritto da Angela Ambrogetti

Molto rumore per nulla. Da una settimana sui siti cattolici e sulle agenzie si è parlato di una grande novità mediatica, del papa che “predica” su You Tube.

La presentazione alla stampa ha lasciato molti delusi e altri amareggiati. In effetti, per ora, la novità è una sola: le video news che Ctv e Radio Vaticana preparano da un anno per H2o, e che i lettori di Korazym vedono regolarmente, saranno inseriti anche su Youtube, in un canale dedicato al Vaticano.

Il canale funziona anche da “ aggregatore”, sarà cioè possibile linkarsi ai siti istituzionali dei media vaticani, dello Stato Vaticano e di H2o. La stessa equipe che si occupa dei servizi per H20 curerà anche la “impaginazione” del canale vaticano su You Tube.

Nessuna novità quindi per chi già segue Vaticano, papa e Chiesa nei diversi siti internet. L’idea è quella invece di proporre l’informazione vaticana a tutti naviganti che si trovano su You Tube.

Se la cosa funzionerà o meno lo vedremo tra qualche tempo. Intanto è ovvio che Google-You Tube guadagnerà accessi. E H2o viene relegata in un ruolo marginale di “informazione sussidiaria”.
Ma proprio da H2o arriva la risposta. A un anno di distanza dallo start up il servizio informativo multimediale realizzato insieme alle emittenti e produttori di TV cattolici del mondo, sulla vita della Chiesa, sbarca su You Tube con un proprio Canale H2onews www.youtube.com/h2onews. Un canale molto più “ricco” di quello vaticano con ben 1500 news realizzate dalle TV e produttori cattolici dei cinque continenti e da H2onews, e con molte più lingue del servizio vaticano.
Il Canale H2onews, che sarà aggiornato quotidianamente con servizi di attualità religiosa, disponibili in audio, video e testo, manterrà la vocazione multilingua del sito madre, con 9 idiomi: italiano, inglese, francese, tedesco, arabo, spagnolo, ungherese, cinese e portoghese. Una dimostrazione che non è una offerta poi così impegnativa quella dei media istituzionali vaticani. Il canale che You Tube ha messo a disposizione del Vaticano ricalca quelli istituzionali che già esistono per la Casa Reale inglese, o per il ministro dell’ educazione. A gestire i contenuti sarà naturalmente il Vaticano e Google mette a disposizione il mezzo. Va da se che ogni clik porta soldi nelle casse di You Tube. Le video news che vediamo anche sul nostro portale non sono prodotte dai colleghi di H2o, ma dal Ctv e da Rv, e secondo molti esperti del settore non sono un prodotto di elevata qualità. In effetti quello che manca ai cattolici è un accesso più amplio e professionale all’ attività del Vaticano e del papa. E questo ancora non si vede.

Il presidente del Pontificio consiglio delle comunicazioni sociali l’ arcivescovo Claudio Maria Celli nell’incontro con la stampa non è riuscito a presentare una strategia editoriale convincente. E inserire dei video del papa su You tube non basta per parlare di “ progetto editoriale”.

Delusi coloro che aspettavano video più lunghi, audio originali del papa, insomma più informazione.

Padre Lombardi definisce questo solo un primo passo, e che con il tempo si potrà ampliare l’ offerta. Il lancio di un canale come questo “è l’inizio di un cammino – ha spiegato padre Lombardi -. Con la collaborazione di Google possiamo prevedere sviluppi e miglioramenti sia per l’offerta contenutistica sia per l’aspetto tecnico. Noi siamo convinti di fare una offerta bella e costruttiva per il popolo della Rete e prendiamo questa strada con fiducia in atteggiamento di amicizia e dialogo con tutti, disposti anche noi ad imparare molto”.

Per accedere al sito bisogna digitare it.youtube.com/vatican. Al momento sono caricati 12 video di archivio. Quello di apertura è di 1.14 minuti e riguarda l’Angelus del Papa del 18 gennaio scorso. Al momento non è semplice “capitare” sul canale, ma è probabile che nei prossimi giorni esso sarà più in alto nei “risultati” del motore di ricerca di Google, anche se “non abbiamo cambiato l’algoritmo” ha assicurato Henrique de Castro, managing director media solutions di Google.
La gestione di tutto è nelle sole mani di Padre Lombardi che sceglie cosa caricare sul sito e risponde ai commenti.
“In questa prima fase – ha spiegato - abbiamo queste forme di interattività: invia un messaggio e-mail; condividi il canale; inserisci su iGoogle; manda un commento sulla singola videonews”. Non è invece prevista la pubblicazione dei commenti e la reazione: “In ogni caso, ricevendo commenti e messaggi, studieremo come continuare la strada”.
Niente pubblicità, su You Tube. Henrique de Castro ha assicurato: “non faremo soldi o nessun tipo di monetizzazione sul canale del Vaticano, come lo facciamo invece su quello di altre istituzioni”
Ma per per guadagnare basta un “click” su YouTube. Il canale è stato presentato astutamente nel giorno in cui il Vaticano ha diffuso il Messaggio per la 43esima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, sul tema “Nuove tecnologie, nuove relazioni. Promuovere una cultura di rispetto, di dialogo, di amicizia”.
Nel testo Benedetto XVI parla delle nuove tecnologie digitali come “dono per l’umanità” ed esorta a “far sì che i vantaggi che esse offrono siano messi al servizio di tutti gli esseri umani e di tutte le comunità, soprattutto di chi è bisognoso e vulnerabile. Sarebbe un grave danno per il futuro dell’umanità, se i nuovi strumenti della comunicazione non fossero resi accessibili a coloro che sono già economicamente e socialmente emarginati o se contribuissero solo a incrementare il divario che separa i poveri dalle nuove reti”.
Un invito poi ai giovani internauti a “non banalizzare il concetto e l’esperienza dell’amicizia. Sarebbe triste – aggiunge - se il nostro desiderio di sostenere e sviluppare on-line le amicizie si realizzasse a spese della disponibilità per la famiglia, per i vicini e per coloro che si incontrano nella realtà di ogni giorno. Quando, infatti, il desiderio di connessione virtuale diventa ossessivo, la conseguenza è che la persona si isola, interrompendo la reale interazione sociale. Ciò finisce per disturbare anche i modelli di riposo, di silenzio e di riflessione necessari per un sano sviluppo umano”.

© Copyright Korazym


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Re: Dal blog di Lella...
Paparatzifan, 25/01/2009 16.21:


Il papa su You Tube, niente di nuovo per i cattolici

Scritto da Angela Ambrogetti

In effetti quello che manca ai cattolici è un accesso più amplio e professionale all’ attività del Vaticano e del papa. E questo ancora non si vede.

© Copyright Korazym





Stiamo ancora aspettando l'apertura del link con i filmati d'archivio del CTV a quasi tre anni dalla chiusura! [SM=g7707] [SM=g7707] [SM=g7707] [SM=g7707] [SM=g7707] [SM=g7707] [SM=g7707] [SM=g7707] [SM=g7707]

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Il Pontefice: l'orizzonte della piena unità dei cristiani "rimane aperto"


Conclude la Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani




CITTA' DEL VATICANO, domenica, 25 gennaio 2009 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha affermato questa domenica che "l'orizzonte della piena unità" "rimane aperto davanti a noi" e che si tratta di un compito "arduo, ma entusiasmante per i cristiani che vogliono vivere in sintonia" con l'unione desiderata da Cristo.

Il Papa ha lanciato questo messaggio nell'omelia della celebrazione ecumenica svoltasi nel pomeriggio nella Basilica di San Paolo fuori le Mura per concludere la Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani, anche se ha avvertito che raggiungere la piena unità non è possibile solo con le forze umane.

Questa tradizionale celebrazione, che ha riunito nella Basilica membri della Curia vaticana e rappresentanti delle altre confessioni cristiane presenti a Roma per la recita dei Vespri, coincide quest'anno con la festa della Conversione di San Paolo e con il 50° anniversario dell'annuncio, da parte di Papa Giovanni XXIII, della convocazione del Concilio Vaticano II.

Il Pontefice si è riferito al Concilio come a un "fondamentale contributo all'ecumenismo, condensato nel Decreto Unitatis redintegratio".

"L'atteggiamento di conversione interiore in Cristo, di rinnovamento spirituale, di accresciuta carità verso gli altri cristiani ha dato luogo ad una nuova situazione nelle relazioni ecumeniche", ha spiegato.

In questo senso, il Papa ha ringraziato il Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani per "il servizio che rende alla causa dell'unità di tutti i discepoli del Signore" e gli ha indicato due linee di lavoro per il futuro: "valorizzare quanto è stato acquisito" e "trovare nuove vie per la continuazione delle relazioni fra le Chiese e Comunità ecclesiali nel contesto attuale".

Necessità della conversione

Ricordando sia il tema della Settimana di quest'anno, "Che formino una cosa sola nella tua mano" (tratto al profeta Ezechiele), che la festa della Conversione di San Paolo, il Papa ha insistito sul fatto che la piena unità dipende dalla conversione interiore dei cristiani.

"Questa conversione è dono di Cristo risorto, come avvenne per san Paolo", che è stato raggiunto da Cristo, ha constatato.

La conversione "implica due dimensioni. Nel primo passo si conoscono e riconoscono nella luce di Cristo le colpe, e questo riconoscimento diventa dolore e pentimento, desiderio di un nuovo inizio. Nel secondo passo si riconosce che questo nuovo cammino non può venire da noi stessi".

La conversione di Paolo, ha proseguito, "non fu un passaggio dall'immoralità alla moralità, da una fede sbagliata ad una fede corretta, ma fu l'essere conquistato dall'amore di Cristo: la rinuncia alla propria perfezione, fu l'umiltà di chi si mette senza riserva al servizio di Cristo per i fratelli".

"Solo in questa rinuncia a noi stessi, in questa conformità con Cristo siamo uniti anche tra di noi, diventiamo 'uno' in Cristo. E' la comunione col Cristo risorto che ci dona l'unità", ha osservato.

Il Pontefice ha spiegato che l'esperienza di conversione paolina "ci offre il modello e ci indica la via per andare verso la piena unità. L'unità infatti richiede una conversione: dalla divisione alla comunione, dall'unità ferita a quella risanata e piena".

"Lo stesso Signore, che chiamò Saulo sulla via di Damasco, si rivolge ai membri della sua Chiesa - che è una e santa - e chiamando ciascuno per nome domanda: perché mi hai diviso? perché hai ferito l'unità del mio corpo?", ha aggiunto.

In questo senso, ha ricordato le parole dell'Unitatis redintegratio spiegando che "ecumenismo vero non c'è senza interiore conversione; poiché il desiderio dell'unità nasce e matura dal rinnovamento della mente, dall'abnegazione di se stesso e dalla liberissima effusione della carità".

"Il Concilio Vaticano II ci ha prospettato che il santo proposito di riconciliare tutti i cristiani nell'unità della Chiesa di Cristo, una e unica, supera le forze e le doti umane".

"Facendo affidamento sulla preghiera del Signore Gesù Cristo, e incoraggiati dai significativi passi compiuti dal movimento ecumenico, invochiamo con fede lo Spirito Santo perché continui ad illuminare e guidare il nostro cammino", ha concluso.




L'unità dei cristiani, segno per un mondo diviso, afferma Benedetto XVI



CITTA' DEL VATICANO, domenica, 25 gennaio 2009 (ZENIT.org).- In un mondo che vede regnare la divisione in troppi luoghi, l'unità tra i cristiani può essere un segno di speranza, ha affermato Benedetto XVI questa domenica nella Basilica di San Paolo fuori le Mura di Roma.

Il Pontefice ha presieduto la celebrazione dei secondi Vespri della solennità della Conversione di San Paolo Apostolo, a conclusione della Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani sul tema "Che formino una cosa sola nella tua mano" (Ez 37,17). Oltre a vari Vescovi e Cardinali, hanno partecipato alla cerimonia anche rappresentanti delle altre Chiese e Comunità ecclesiali presenti a Roma.

Nella sua omelia, il Papa ha spiegato che la conversione di San Paolo indica la via per andare verso la piena unità, che richiede il passaggio "dalla divisione alla comunione, dall'unità ferita a quella risanata e piena".

"E' la comunione col Cristo risorto che ci dona l'unità", ha spiegato ricordando il testo biblico di riferimento, in cui si presenta il gesto simbolico dei due legni riuniti in uno nella mano del profeta Ezechiele, che in questo modo rappresenta l'azione futura di Dio.

Si tratta della seconda parte del capitolo 37, che nella prima contiene la visione delle ossa aride e della risurrezione d'Israele, operata dallo Spirito di Dio. "Questo Dio, che è il Creatore ed è in grado di risuscitare i morti, è anche capace di ricondurre all'unità il popolo diviso in due", ha osservato il Vescovo di Roma.

L'unione di un popolo diviso è un tema particolarmente sentito dai cristiani coreani, che hanno preparato i materiali per la Settimana di Preghiera 2009.

I fratelli della Corea, ha riconosciuto Benedetto XVI, "si sono sentiti fortemente interpellati da questa pagina biblica, sia in quanto coreani, sia in quanto cristiani. Nella divisione del popolo ebreo in due regni si sono rispecchiati come figli di un'unica terra, che le vicende politiche hanno separato, parte al nord e parte al sud".

"Questa loro esperienza umana - ha aggiunto - li ha aiutati a comprendere meglio il dramma della divisione tra cristiani".

Alla luce di questa Parola di Dio scelta dai fratelli coreani "emerge una verità piena di speranza: Dio promette al suo popolo una nuova unità, che deve essere segno e strumento di riconciliazione e di pace anche sul piano storico, per tutte le nazioni", ha dichiarato il Papa.

"L'unità che Dio dona alla sua Chiesa, e per la quale noi preghiamo, è naturalmente la comunione in senso spirituale, nella fede e nella carità; ma noi sappiamo che questa unità in Cristo è fermento di fraternità anche sul piano sociale, nei rapporti tra le nazioni e per l'intera famiglia umana", perché è "il lievito del Regno di Dio che fa crescere tutta la pasta".

In questo senso, ha constatato, la preghiera elevata in questi giorni in riferimento alla profezia di Ezechiele "si è fatta anche intercessione per le diverse situazioni di conflitto che al presente affliggono l'umanità".

"Là dove le parole umane diventano impotenti, perché prevale il tragico rumore della violenza e delle armi, la forza profetica della Parola di Dio non viene meno e ci ripete che la pace è possibile, e che dobbiamo essere noi strumenti di riconciliazione e di pace".

Per questo motivo, la preghiera per l'unità e per la pace "chiede sempre di essere comprovata da gesti coraggiosi di riconciliazione tra noi cristiani".

A questo proposito, il Pontefice non ha potuto fare a meno di citare la Terra Santa, ricordando "quanto è importante che i fedeli che vivono là, come pure i pellegrini che vi si recano, offrano a tutti la testimonianza che la diversità dei riti e delle tradizioni non dovrebbe costituire un ostacolo al mutuo rispetto e alla carità fraterna".

"Nelle diversità legittime di posizioni diverse dobbiamo cercare l'unità nella fede, nel nostro 'sì' fondamentale a Cristo e alla sua unica Chiesa".

In questo modo, ha concluso, "le diversità non saranno più ostacolo che ci separa, ma ricchezza nella molteplicità delle espressioni della fede comune".



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Salesiani, il Cardinale Bertone il 31 Gennaio a Bologna per la Festa in onore di San Giovanni Bosco

CITTA’ DEL VATICANO - Sara' il Cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato vaticano, di formazione salesiana, a presiedere sabato 31 gennaio a Bologna le celebrazioni per le Festa di San Giovanni Bosco, che dei salesiani fu il fondatore. La presenza dei salesiani a Bologna risale alla fine dell'Ottocento, con la posa della prima pietra nel 1897 dell'edificio scolastico che ancora oggi, dopo oltre cento anni, ospita in via Jacopo della Quercia le scuole medie, il ginnasio e, da qualche anno, anche il Liceo scientifico e soprattuto le scuole professionali di arti e mestieri: meccanica, grafica, pubblicita', elettronica, telecomunicazioni.
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Bioetica e crisi economica mondiale tra i temi del discorso di Benedetto XVI al nuovo ambasciatore francese presso la Santa Sede

Il viaggio apostolico in Francia del 2008, il dibattito sulla bioetica e l’attuale crisi finanziaria sono stati gli argomenti principali al centro del discorso rivolto stamani da Benedetto XVI al nuovo ambasciatore francese presso la Santa Sede, Lefebvre de Laboulaye, ricevuto in udienza per la presentazione delle Lettere credenziali. “La comunità cattolica - ha detto il Papa - è tra le forze vive del Paese”. Il servizio di Amedeo Lomonaco:


Benedetto XVI rivolge innanzitutto i propri auguri al presidente transalpino, Nicolas Sarkozy, “per la sua azione a servizio del Paese e del popolo francese”. Il Papa ricorda anche con gioia il viaggio apostolico in Francia, tenutosi lo scorso anno in occasione del 150.mo anniversario delle apparizioni di Lourdes. E ribadisce la propria gratitudine a quanti hanno reso possibile il susseguirsi degli incontri, “testimoniando la capacità della fede di mantenere aperto lo spazio dell’interiorità”. I fedeli - aggiunge il Papa - hanno accolto con interesse e soddisfazione le parole del presidente francese, che ha sottolineato come il contributo delle grandi famiglie spirituali sia stato per la vita della nazione “una grande ricchezza”, di cui sarebbe “folle” fare a meno.


Dopo aver ribadito la disponibilità della Chiesa “ad operare in vista del bene comune”, Benedetto XVI fa riferimento al dibattito sulla bioetica, in corso in Francia. Esprime soddisfazione per il fatto che la missione parlamentare sulle questioni relative alla fine della vita, “abbia portato a conclusioni sagge e piene di umanità, proponendo di rafforzare gli sforzi al fine di accompagnare meglio i malati”. Il Pontefice si augura che questa stessa saggezza, che riconosce il carattere inviolabile della vita umana, “possa essere tenuta in considerazione nell’opera di revisione della legge sulla bioetica”. Il progresso scientifico - osserva - deve essere guidato dal “perseguimento del bene e della dignità inalienabile dell'uomo”. Soffermandosi sul dialogo tra governo francese e la Chiesa, il Papa ricorda, in particolare, l’accordo appena firmato “sul riconoscimento dei diplomi rilasciati dalle Università pontificie e dagli Istituti cattolici”.


Nel discorso all’ambasciatore francese non mancano inoltre riferimenti all’attuale scenario internazionale. Come in altre parti del mondo, anche il governo transalpino deve infatti affrontare gli effetti della crisi economica mondiale. L’auspicio del Papa è che le misure previste favoriscano la coesione sociale e la tutela dei cittadini più vulnerabili. Queste difficoltà - aggiunge - sono “fonte di inquietudine e sofferenza per molti”, ma sono anche “un'opportunità per migliorare i meccanismi finanziari” e ridurre forme vecchie e nuove di povertà. “La Santa Sede - afferma poi il Papa - segue con costante preoccupazione le situazioni di conflitti e di violazioni dei diritti umani”. “Non vi è dubbio - spiega - che la comunità internazionale, in cui la Francia gioca un ruolo importante, possa dare un contributo giusto ed efficace nel promuovere la pace e la concordia fra le nazioni e per lo sviluppo di ogni Paese”. Se rispettate nella loro libertà - afferma infine Benedetto XVI - le religioni “favoriscono la conversione del cuore che conduce all'impegno contro la violenza, il terrorismo o la guerra, e alla promozione della giustizia e della pace”.



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In visita "ad Limina" da Benedetto XVI i vescovi della Russia. Intervista con mons. Paolo Pezzi


Tra le udienze che hanno impegnato q uesta mattina Benedetto XVI, anche quelle con i vescovi della Russia, che da oggi a giovedì prossimo vivranno la loro visita ad Limina. L'arcicvescovo della Madre di Dio a Mosca, Paolo Pezzi - tra i presuli ricevuti oggi dal Papa - parla, al microfono di Davide Dionisi, della situazione attuale della Chiesa cattolica in Russia a partire dalla rinascita avvenuta con la fine dell'ex regime sovietico:


R. - La ricostituzione, anche formale, delle comunità cattoliche attorno ai vescovi e ai sacerdoti nelle parrocchie: questo mi pare sia stato il fenomeno più significativo e anche più commovente. Il vedere riemergere queste comunità, dopo anni di vero e proprio martirio e persecuzione, con una passione per il cristianesimo, per Cristo e perciò per l’uomo e la fedeltà a vescovi in fondo sconosciuti. Un’altra tappa che ritengo importante è stata la riapertura del seminario a San Pietroburgo, l’unico seminario che prepara i sacerdoti per tutta la Russia. (...)


D. - Nel 1997, è stata introdotta una legge sui culti che all’epoca fu contestata, tra gli altri, anche dalla Chiesa cattolica in quanto troppo restrittiva. Come è la situazione della libertà religiosa nel Paese oggi e quali i rapporti con lo Stato?


R. - Vi sono le stesse difficoltà che si possono trovare in diversi Paesi occidentali. Il cristianesimo trova sempre in questo mondo un contrasto. Direi invece che - anche se non manca qualche difficoltà con alcune autorità locali - i rapporti con lo Stato sono per lo più buoni e siamo stati anche aiutati quando sono sorte difficoltà soprattutto per i nostri sacerdoti stranieri chiamati a svolgere il loro ministero in Russia.


D. - C’è poi il capitolo dei rapporti con la Chiesa ortodossa: in questi ultimi tempi si avverte un clima di maggiore distensione. Cosa ci può dire in proposito?


R. - Posso dire, innanzitutto, che c’è una crescente preoccupazione comune perché il cristianesimo non si allontani dalla società civile, ma tenda a permeare sempre di più il tessuto sociale. La preoccupazione perché i valori evangelici siano fortemente ancorati all’annuncio Cristo ci vede attenti l’uno verso l’altro, perché questa testimonianza - soprattutto nell’ambito culturale e sociale - possa dare anche frutti comuni. Non dimentichiamo che la Russia è un Paese nel quale, nonostante tanti anni di ateismo e di aperto contrasto alla Chiesa, il cristianesimo è comunque molto radicato nel popolo. Certo, è un cristianesimo che deve essere rivissuto coscientemente come esperienza di fede. Inoltre, ritengo che l’intensificarsi dei colloqui e degli incontri tra esponenti e personalità della Chiesa cattolica e della Chiesa ortodossa (…) sia anche questo un dato significativo.


D. - A proposito invece della vita della Chiesa in Russia, quali sono attualmente le principali sfide pastorali?


R. - Penso che la prima grande sfida con cui dobbiamo fare i conti sia quella della presenza cristiana nei vari ambienti. L’uomo qui in Russia, come in ogni altra parte del mondo, ha bisogno di incontrare Cristo e di trovare perciò nell’incontro con Cristo una risposta alla sete di significato per la propria vita. In questo, possiamo dare certamente un contributo, come Chiesa cattolica, alla comune testimonianza con la Chiesa ortodossa. Una seconda sfida che io considero essenziale è quella di una cura capillare della famiglia: abbiamo bisogno come del pane di un luogo in cui un uomo possa nascere, crescere, essere educato alla bellezza della vita, al gusto della responsabilità e questo è la famiglia. (…) Una terza sfida è quella di incarnare sempre più l’annuncio cristiano nella realtà in cui ci troviamo. (Montaggio a cura di Maria Brigini)


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PAPA: BAGNASCO, DA EBREI ITALIANI PAROLE INGIUSTE CONTRO DI LUI

(ASCA) - Roma, 26 gen - ''Non possiamo certamente apprezzare le parole ingiuste pronunciate verso l'azione di Benedetto XVI'' da '' alcuni esponenti dell'assemblea rabbinica italiana'': lo ha detto, nella sua prolusione al Consiglio Permanente della Cei, il presidente dei vescovi italiani, card. Angelo Bagnasco. In riferimento alle recenti polemiche sulla preghiera 'pro judaeis' della rito tridentino, Bagnasco ha osservato che ''singolari riserve sono venute da parte di alcuni esponenti dell'assemblea rabbinica italiana, nel quadro di una loro non partecipazione per quest'anno alla Giornata 'per l'approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei', che da qualche tempo viene proficuamente celebrata in alcuni Paesi, compreso il nostro''. ''Se da una parte ci auguriamo che queste difficolta' abbiano presto modo di rientrare - ha proseguito - , non possiamo certamente apprezzare le parole ingiuste pronunciate verso l'azione di Benedetto XVI. Siamo testimoni della cordiale istanza teologica che muove irrinunciabilmente il Santo Padre verso questi fratelli. E tale atteggiamento noi lo condividiamo con lui''.


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Dall’Islam a Obama, un mese di passione per il Papa

di Andrea Tornielli

Roma
Quello dell’anno scorso fu caratterizzato dalle polemiche roventi e dalle porte chiuse alla Sapienza. Quello del 2009 è un gennaio altrettanto «caldo» per Papa Ratzinger. Innanzitutto per il moltiplicarsi dei segnali negativi dal mondo ebraico, ancor più dolorosi per Benedetto XVI, che ha riflettuto e scritto sullo speciale legame che unisce ebrei e cristiani. Prima c’è stata la decisione dei rabbini italiani di non partecipare alla giornata dell’ebraismo promossa dalla Chiesa italiana, a motivo della preghiera del Venerdì santo presente nel rito antico della Messa, che il Pontefice ha liberalizzato con il motu proprio nel 2007.
Proprio ieri sera, celebrando i vespri a conclusione della settimana per l’unità dei cristiani, il Papa ha detto che quello di San Paolo «non fu un passaggio dall’immoralità alla moralità, da una fede sbagliata a una fede corretta, ma fu l’essere conquistato dall’amore di Cristo». Eppure il rabbino di Venezia, Elia Enrico Richetti, ha scritto che con Ratzinger il dialogo ebraico-cristiano è tornato indietro di cinquant’anni. Polemica che sembra non tener conto di due fatti: la preghiera del Venerdì santo nel messale antico del 1962 conteneva un riferimento all’«accecamento» del popolo ebraico (tratto letteralmente peraltro da un testo di San Paolo), ma Benedetto XVI l’ha corretta proprio per venire incontro a una richiesta in questo senso presentata dai rabbini di Gerusalemme.
Nella nuova versione, scritta dallo stesso Pontefice, si prega per gli ebrei affinché «Dio Nostro Signore illumini il loro cuore, affinché riconoscano Gesù Cristo». Molte le reazioni indignate, soprattutto in Italia.

Peccato però che queste stesse espressioni si trovino ripetute in varie pagine del breviario postconciliare. Nessuno le aveva contestate.

Un altro fronte è quello che si aperto con la revoca della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani. Un atto che prelude al raggiungimento della piena unità, non la crea. Sono state infatti rilanciate delle deliranti affermazioni negazioniste sulla Shoah di uno dei quattro presuli, Richard Williamson, lasciando intendere che la revoca della scomunica significasse un’attenuazione del chiaro giudizio della Chiesa sull’Olocausto, se non una sua revisione. Niente di più falso, come è stato del resto autorevolmente spiegato: Benedetto XVI ha parlato più volte contro l’antisemitismo, e molto chiaramente, nella linea del suo predecessore Giovanni Paolo II. Nonostante le polemiche, il Papa intende compiere il pellegrinaggio in Terrasanta, e dunque in Israele e nei Territori sottoposti all’autorità palestinese, guerra permettendo. Da notare poi che parte del mondo ebraico, soprattutto fuori dall’Italia, non condivide le continue critiche rivolte alla Chiesa e al Pontefice, soprattutto in questo delicato frangente storico.
Papa Ratzinger si trova poi a fronteggiare anche le cosiddette «emergenze etiche». Non c’è solo in Italia la «via crucis» di Eluana Englaro, ma - dopo l’elezione di Barack Obama - ci sono anche le decisioni del neopresidente americano di rifinanziare le organizzazioni non governative abortiste che si occupano di pianificazione familiare nei Paesi poveri. In un momento di grave crisi economica, spiegano i collaboratori del Pontefice, si sperava che il nuovo presidente usasse le risorse in favore di chi ha più bisogno, non per finanziare l’aborto. Ma sarebbe un errore considerare quella vaticana come una «guerra preventiva» nei confronti del primo afroamericano alla Casa Bianca. Se sui temi etici le tensioni sono destinate ad aumentare (ed era previsto), sullo scacchiere internazionale sono possibili, invece, maggiori convergenze. Un approccio multilaterale, un dialogo con l’Islam che rifiuta il terrore, un ruolo più attivo nel tentare una soluzione al conflitto israelo-palestinese, sono motivi di consonanza.
Proprio al mutato atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti del mondo islamico guarda la Santa sede, nella speranza che i musulmani - anche quelli in Europa - si sentano meno nel mirino. E al tempo stesso il Vaticano auspica che esistano pure minori giustificazioni nei confronti dei violenti e di chi semina odio: ha preoccupato, nei Sacri Palazzi, il fenomeno delle manifestazioni con le bandiere di Israele bruciate, culminate con la preghiera non causale davanti alle cattedrali, a Milano e a Bologna.

© Copyright Il Giornale, 26 gennaio 2009


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"CON IL CUORE SPEZZATO... SEMPRE CON TE!"
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Non dimenticare mai la Shoah crimine inaudito della follia nazista: l’inequivocabile magistero di Benedetto XVI sullo sterminio degli ebrei


Un “crimine inaudito” prodotto da una “folle ideologia razzista” che non deve ripetersi mai più: nell’odierna Giornata internazionale di commemorazione delle vittime dell’Olocausto risuonano forti le parole di Benedetto XVI, che in tante occasioni ha condannato lo sterminio nazista degli ebrei. “Ancora oggi provo dolore per quanto accadde”, ha detto il Papa il 9 novembre scorso nel 60.mo anniversario della “Notte dei Cristalli”. E nelle storiche visite al campo di sterminio di Auschwitz e alla sinagoga di Colonia, il Papa tedesco ha usato parole inequivocabili che non lasciano spazio alcuno a quelle opinioni assurde nonché storicamente e moralmente inaccettabili che vorrebbero negare la tragedia della Shoah. Il servizio di Alessandro Gisotti:


Mai più l’orrore dell’antisemitismo: Benedetto XVI ha più volte condannato, con parole ferme ed inequivocabili, la furia nazista contro il popolo ebreo. Toccante la sua preghiera al campo di sterminio nazista di Auschwitz Birkenau, definito dal Papa un “luogo di orrore, di accumulo di crimini contro Dio e contro l’uomo che non ha confronti nella storia”. E’ difficile, sottolinea in quella visita del 29 maggio 2006, anzi opprimente “per un cristiano, per un Papa che proviene dalla Germania” prendere la parola in questo luogo. Ma, aggiunge, “dovevo venire”:

“Non potevo non venire qui. Dovevo venire. Era ed è un dovere di fronte alla verità e al diritto di quanti hanno sofferto, un dovere davanti a Dio, di essere qui come successore di Giovanni Paolo II e come figlio del popolo tedesco”.

Di fronte a chi ancora oggi nega la volontà di sterminio da parte della Germania hitleriana e l’enormità della tragedia, il Papa tedesco ha parole definitive:

“I potentati del Terzo Reich volevano schiacciare il popolo ebraico nella sua totalità; eliminarlo dall'elenco dei popoli della terra. Allora le parole del Salmo: 'Siamo messi a morte, stimati come pecore da macello' si verificarono in modo terribile. In fondo, quei criminali violenti, con l'annientamento di questo popolo, intendevano uccidere quel Dio che chiamò Abramo, che parlando sul Sinai stabilì i criteri orientativi dell'umanità che restano validi in eterno”.

E nell’udienza generale a Roma, il 31 maggio del 2006, il Papa torna a riflettere sull’orrore dei campi di sterminio nazista. Una tragedia senza precedenti:

“Nel campo di Auschwitz-Birkenau, come in altri simili campi, Hitler fece sterminare oltre sei milioni di ebrei (...) Non dimentichi l’odierna umanità Auschwitz e le altre 'fabbriche di morte' nelle quali il regime nazista ha tentato di eliminare Dio per prendere il suo posto! Non ceda alla tentazione dell’odio razziale, che è all’origine delle peggiori forme di antisemitismo!”.

Già visitando la Sinagoga di Colonia, nell’agosto 2005, Benedetto XVI aveva condannato la “folle ideologia razzista” del nazismo che “fu all’origine del tentativo, progettato e sistematicamente messo in atto dal regime di sterminare l’ebraismo europeo”. E definisce la Shoah un “crimine inaudito” e fino a quel momento “inimmaginabile”:

In diesem Jahr 2005 gedenken wir des 60. Jahrestags der Befreiung…
"In quest’anno 2005 – afferma il Papa – si celebra il 60.mo anniversario della liberazione dei campi di concentramento nazisti, nei quali milioni di ebrei – uomini, donne e bambini – sono stati fatti morire nelle camere a gas e bruciati nei forni crematori”. E rispondendo a quanti si ostinano assurdamente a negare l’evidenza di una tragedia come la Shoah, lancia un monito, in particolare alle nuove generazioni:

Die fürchterlichen Geschehnisse von damals müssen …
“Gli avvenimenti terribili di allora devono incessantemente destare le coscienze, eliminare i conflitti, esortare alla pace”.

E, intanto, segnaliamo che, a partire da oggi, sarà possibile vedere e ascoltare sul web quanto affermato da Benedetto XVI in relazione alla memoria dell’Olocausto ebraico. Tre sono i video messi dal Centro Televisivo Vaticano e dalla Radio Vaticana sul nuovo canale “Vatican” di You Tube. Si tratta delle immagini della visita del Papa alla Sinagoga di Colonia del 19 agosto 2005, della sosta ad Auschwitz del 29 maggio 2006 e dell’udienza generale successiva al viaggio in Polonia del 31 maggio 2006.
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Alla riunione della Roaco la preoccupazione del Papa per i cristiani del Medio Oriente

La preoccupazione del Papa per i cristiani in Medio Oriente. L’ha espressa questa mattina in Vaticano, ai lavori dell’Assemblea della Roaco, la Riunione delle Opere di Aiuto per le Chiese Orientali, mons. Fernando Filoni, sostituto per gli Affari Generali della Segreteria di Stato, intervenendo alla sessione che si concluderà venerdì prossimo. Tra i temi in discussione quest'anno dalla Roaco: la situazione delle comunità ecclesiali in India e le necessità di quelle in Ucraina. Al microfono di Roberto Piermarini, mons. Antonio Maria Vegliò, segretario della Congregazione per le Chiese Orientali e vice-presidente della Roaco, ha illustrato i contenuti dell’intervento di mons. Filoni.


R. – Il sostituto ci ha fatto partecipi della preoccupazione del Santo Padre per la situazione dei cristiani in Medio Oriente, soprattutto, per quelli che soffrono e per le prospettive future che non sono molto rosee, in quanto molti cercano di partire dal Paese, data la situazione non certo brillante, sia sociale, sia religiosa che vivono. L’influenza dell’islam, la mancanza di posti di lavoro, non sempre il riconoscere ai cristiani una libertà e un rispetto assoluto proprio perché sono cristiani spingono le famiglie cristiane a inviare i propri figli, se possono, fuori dal loro proprio Paese. Questa è una cosa che preoccupa tutti, soprattutto il Santo Padre il quale proprio in questi giorni ha ricevuto i vescovi dell’Iraq dopo aver ricevuto i vescovi dell’Iran ed i vescovi siro-cattolici che erano qui a Roma per l’elezione del loro nuovo Patriarca. Quindi, il sostituto ci ha presentato questi aspetti della situazione che purtroppo si è estesa anche in India e noi stiamo cercando di vedere che cosa si può fare per tutte queste situazioni.

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Conclusa la visita ad Limina dei vescovi iracheni. Mons. Warduni: rinasce la speranza per il Paese


"Uno spiraglio di luce" dopo infinite difficoltà, che lascia intravedere un futuro migliore degli ultimi, drammatici anni. E' il quadro che offre dell'Iraq uno dei suoi vescovi, il vicario patriarcale di Baghdad dei caldei, Shlemon Warduni, che oggi conclude insieme gli altri presuli del Paese la visita ad Limina in Vaticano. Lo stesso patriarca di Baghdad, il cardinale Emmanuel III Delly, ha affermato che gli incontri di questi giorni hanno "rafforzato l'unità" della Chiesa irachena e anche che le parole del Papa "aiuteranno molto i musulmani nella conoscenza e nella comprensione della comunità cristiana in Iraq". Al microfono di Luca Collodi, mons. Warduni descrive le impressioni di questi giorni di incontri nei palazzi della Curia pontificia, a partire dall'udienza con Benedetto XVI di sabato scorso:


R. – Il nostro incontro con il Santo Padre è stato meraviglioso. E’ stato un incontro paterno di un papà universale che ama tutti, perché il Papa sente le nostre difficoltà e compatisce le nostre sofferenze, perciò ci ha incoraggiato, ha benedetto la fede dei nostri fratelli, dei nostri credenti. Ha detto: “Voi dovete vivere l’amore fraterno, la comunione, l’unità, perchè se voi non siete uniti tra di voi, come potete unire gli altri?”. E la Chiesa caldea, che è la più grande Chiesa in Iraq, deve prendere posizione e aiutare le altre Chiese, stare sempre in dialogo con loro per potere dare la forza ai cristiani che vivono in Iraq.


D. – Come si vive oggi in Iraq?


R. – Tutti gli iracheni non vivono tanto bene, ma in questi ultimi mesi si vede uno spiraglio di luce, perché c’è un po’ più di tranquillità, c’è un po’ più di pace. Sono diminuite tanto le autobomba, i kamikaze, i rapimenti e la nostra speranza è che questo continui finché arriverà la vera pace e una sicurezza duratura.


D. – I cristiani stanno rientrando nelle loro case?


R. – Quasi l’80 per cento dei cristiani fuggiti dalle loro case e rimasti nel Paese è rientrato. Ma per coloro che sono andati fuori dall’Iraq è più difficile, perché hanno perso tutto, hanno venduto tutto. Ma con la sicurezza della pace e il lavoro, c’è una grande possibilità e speriamo che quelli che sono vicini all’Iraq rientrino. (Montaggio a cura di Maria Brigini)


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Dal cuore della Toscana al cuore del Cattolicesimo


Cinque Comuni toscani e uno tedesco in udienza dal Santo Padre




di Antonio Gaspari



ROMA, martedì, 27 gennaio 2009 (ZENIT.org).- In occasione dell'Anno Paolino, cinque Comuni delle colline pisane andranno in udienza dal Pontefice Benedetto XVI affinché l’insegnamento del Magistero abbia anche una valenza civile e sociale.

Su iniziativa di Riccardo Novi assessore alla cultura del Comune di Fauglia, i Comuni pisani di Crespina, Lorenzana, Orciano Pisano e Santa Luce, si recheranno a Roma in udienza dal Papa il prossimo 11 marzo.
La delegazione, che conta già più di 400 componenti, sarà guidata da monsignor Fausto Tardelli, Vescovo di San Miniato, e vedrà anche la partecipazione del Comune bavarese di Gmund am Tegernsee, in Germania, in corso di gemellaggio con Fauglia.

Intervistato da ZENIT, l'assessore Riccardo Novi ha spiegato che “l’iniziativa si inserisce all'interno di quel rapporto improntato alla 'sana laicità' cui il Santo Padre spesso fa riferimento”.

Novi ha precisato che “il comune piano di convergenza tra Amministrazioni laiche ed Istituzione Ecclesiastica non è - nè può essere - quello della fede, bensì il comune sforzo a tutela della dignità inalienabile dell'essere umano, della vita, della famiglia, della pace e della giustizia”.

“In poche parole - ha continuato l’assessore -, tutto ciò che attiene alla dimensione dell'ordine e della legge naturale che - inscritta a caratteri indelebili nel cuore e nella mente di ogni persona - è comprensibile con il retto uso della ragione, indipendentemente dal proprio credo religioso”.

Secondo Novi, “è questo il piano fondamentale di dialogo e comune convergenza tra l'attività e l'impegno politico all'edificazione di una società e quello della Chiesa”.

“L'autorevole voce del Magistero pontificio, interprete della legge naturale - ha commentato l’assessore alla cultura - contribuisce in maniera determinante all'edificazione di una società sempre più giusta ed a misura d'uomo”.

“Per questo – ha concluso – confidiamo che questa iniziativa sia imitata da altri Comuni considerato l'alto valore culturale, educativo e formativo che essa ha”.

Nel testo della delibera adottata dalla Giunta Comunale di Fauglia per motivare la decisione di una udienza dal Santo Padre, si sottolinea “che il Magistero del Pontefice Benedetto XVI in difesa e promozione della dignità inalienabile dell’essere umano, della vita, della famiglia e di una società sempre più giusta, pacifica e solidale trascende il piano meramente religioso e acquista una dimensione anche civile e sociale di interesse generale”.

Inoltre, si sottolinea il “valore” e “l’importanza universale che il Magistero del Pontefice ricopre su tematiche di carattere civile, sociale, morale ed etico”, oltre al fatto che “è universalmente riconosciuto dal consesso mondiale delle nazioni”.

Infine, si afferma “che l’attenzione e la promozione dei valori della dignità inalienabile della persona umana, della vita, della famiglia, della pace, della giustizia e della solidarietà costituiscono tematiche di particolare valore educativo e formativo di interesse pubblico”.
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