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Discorsi, omelie, udienze, angelus e altri documenti

Ultimo Aggiornamento: 02/03/2013 17.43
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21/02/2009 16.09
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UDIENZA AI PARTECIPANTI AL CONGRESSO SCIENTIFICO INTERNAZIONALE IN OCCASIONE DELL’ASSEMBLEA GENERALE DELLA PONTIFICIA ACCADEMIA PER LA VITA

A fine mattinata, nella Sala del Concistoro del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Benedetto XVI riceve in Udienza i partecipanti al Congresso Scientifico Internazionale "Le nuove frontiere della genetica e il rischio dell’eugenetica" promosso dalla Pontificia Accademia per la Vita in occasione della XV Assemblea Generale e rivolge loro il discorso che riportiamo di seguito:


DISCORSO DEL SANTO PADRE

Signori Cardinali,

Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,

Illustri Accademici,

Gentili Signori e Signore!

Mi è particolarmente gradito potervi ricevere in occasione della XV Assemblea ordinaria della Pontificia Accademia per la Vita. Nel 1994 il mio Venerato Predecessore Papa Giovanni Paolo II la istituiva sotto la presidenza di uno scienziato, il professor Jerôme Lejeune, interpretando con lungimiranza il delicato compito che avrebbe dovuto svolgere nel corso degli anni. Ringrazio il Presidente, Mons. Rino Fisichella, per le parole con le quali ha voluto introdurre questo incontro, confermando il grande impegno dell'Accademia a favore della promozione e difesa della vita umana.

Da quando, nella metà dell'Ottocento, l'abate agostiniano Gregorio Mendel, scopri le leggi dell'ereditarietà dei caratteri, tanto da essere considerato il fondatore della genetica, questa scienza ha compiuto realmente passi da gigante nella comprensione di quel linguaggio che sta alla base dell'informazione biologica e che determina lo sviluppo di un essere vivente. È per questo motivo che la genetica moderna occupa un posto di particolare rilievo all'interno delle discipline biologiche che hanno contribuito al prodigioso sviluppo delle conoscenze sull'architettura invisibile del corpo umano e i processi cellulari e molecolari che presiedono alle sue molteplici attività. La scienza è giunta oggi a svelare sia differenti meccanismi reconditi della fisiologia umana sia processi che sono legati alla comparsa di alcuni difetti ereditabili dai genitori come pure processi che rendono talune persone maggiormente esposte al rischio di contrarre una malattia. Queste conoscenze, frutto dell'ingegno e della fatica di innumerevoli studiosi, consentono di giungere più facilmente non solo a una più efficace e precoce diagnosi delle malattie genetiche, ma anche a produrre terapie destinate ad alleviare le sofferenze dei malati e, in alcuni casi, perfino a restituire loro la speranza di riacquistare la salute. Da quando, inoltre, è disponibile la sequenza dell'intero genoma umano anche le differenze tra un soggetto ed un altro e tra le diverse popolazioni umane sono diventate oggetto di indagini genetiche che lasciano intravedere la possibilità di nuove conquiste.

L'ambito della ricerca rimane anche oggi molto aperto e ogni giorno vengono dischiusi nuovi orizzonti ancora in larga parte inesplorati. La fatica del ricercatore in questi ambiti così enigmatici e preziosi richiede un particolare sostegno; per questo la collaborazione tra le differenti scienze è un supporto che non può mai mancare per approdare a risultati che siano efficaci e nello stesso tempo produttori di autentico progresso per l'umanità intera. Questa complementarità permette di evitare il rischio di un diffuso riduzionismo genetico, incline a identificare la persona esclusivamente con il riferimento all'informazione genetica e alle sue interazioni con l'ambiente. È necessario ribadire che l'uomo sarà sempre più grande di tutto ciò che forma il suo corpo; egli, infatti, porta con sé la forza del pensiero, che è sempre tesa alla verità su di sé e sul mondo. Ritornano, cariche di significato, le parole di un grande pensatore che fu anche valente scienziato, Blaise Pascal: "L'uomo non è che un giunco, il più debole nella natura, ma è un giunco pensante. Non occorre che l'universo intero si armi per schiacciarlo; un vapore, una goccia d'acqua è sufficiente per ucciderlo. Ma quand'anche l'universo intero lo schiacciasse, l'uomo sarebbe pur sempre più nobile di ciò che lo uccide, perché egli sa di morire e conosce la superiorità che l'universo ha su di lui; l'universo invece non ne sa nulla" (Pensieri, 347).

Ogni essere umano, dunque, è molto di più di una singolare combinazione di informazioni genetiche che gli vengono trasmesse dai genitori. La generazione di uomo non potrà mai essere ridotta a una mera riproduzione di un nuovo individuo della specie umana, così come avviene con un qualunque animale. Ogni apparire nel mondo di una persona è sempre una nuova creazione. Lo ricorda con profonda sapienza la parola del Salmo: "Sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre... Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto" (139,13.15). Se si vuole entrare nel mistero della vita umana, quindi, è necessario che nessuna scienza si isoli, pretendendo di possedere l'ultima parola. Si deve condividere, invece, la comune vocazione per giungere alla verità pur nella differenza delle metodologie e dei contenuti propri a ogni scienza.

Il vostro convegno, comunque, non analizza solamente le grandi sfide che la genetica è tenuta ad affrontare; ma si estende pure ai rischi dell'eugenetica, pratica non certamente nuova e che ha visto nel passato porre in essere forme inaudite di autentica discriminazione e violenza. La disapprovazione per l'eugenetica utilizzata con la violenza da un regime di stato, oppure frutto dell'odio verso una stirpe o una popolazione, è talmente radicata nelle coscienze che ha trovato espressione formale nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Nonostante questo, appaiono ancora ai giorni nostri manifestazioni preoccupanti di questa pratica odiosa, che si presenta con tratti diversi. Certo, non vengono riproposte ideologie eugenetiche e razziali che in passato hanno umiliato l'uomo e provocato sofferenze immani, ma si insinua una nuova mentalità che tende a giustificare una diversa considerazione della vita e della dignità personale fondata sul proprio desiderio e sul diritto individuale. Si tende, quindi, a privilegiare le capacità operative, l'efficienza, la perfezione e la bellezza fisica a detrimento di altre dimensioni dell'esistenza non ritenute degne. Viene così indebolito il rispetto che è dovuto a ogni essere umano, anche in presenza di un difetto nel suo sviluppo o di una malattia genetica che potrà manifestarsi nel corso della sua vita, e sono penalizzati fin dal concepimento quei figli la cui vita è giudicata come non degna di essere vissuta.

È necessario ribadire che ogni discriminazione esercitata da qualsiasi potere nei confronti di persone, popoli o etnie sulla base di differenze riconducibili a reali o presunti fattori genetici è un attentato contro l'intera umanità. Ciò che si deve ribadire con forza è l'uguale dignità di ogni essere umano per il fatto stesso di essere venuto alla vita. Lo sviluppo biologico, psichico, culturale o lo stato di salute non possono mai diventare un elemento discriminante. È necessario, al contrario, consolidare la cultura dell'accoglienza e dell'amore che testimoniano concretamente la solidarietà verso chi soffre, abbattendo le barriere che spesso la società erige discriminando chi è disabile e affetto da patologie, o peggio giungendo alla selezione ed al rifiuto della vita in nome di un ideale astratto di salute e di perfezione fisica. Se l'uomo viene ridotto ad oggetto di manipolazione sperimentale fin dai primi stadi del suo sviluppo, ciò significa che le biotecnologie mediche si arrendono all'arbitrio del più forte. La fiducia nella scienza non può far dimenticare il primato dell'etica quando in gioco vi è la vita umana.

Confido che le vostre ricerche in questo settore, cari amici, possano continuare con il dovuto impegno scientifico e l'attenzione che l'istanza etica richiede su problematiche così importanti e determinanti per il coerente sviluppo dell’esistenza personale. È questo l’auspicio con cui desidero concludere questo incontro. Nell’invocare sul vostro lavoro copiosi lumi celesti, imparto a voi tutti con affetto una speciale Benedizione Apostolica.
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La «lectio divina» di Benedetto XVI alla comunità del Pontificio Seminario Romano Maggiore

Da polemiche distruttive
nasce una caricatura della Chiesa




Nella serata di venerdì 20 febbraio Benedetto XVI si è recato in visita al Pontificio Seminario Romano Maggiore. Dopo aver pregato davanti all'immagine della Madonna della Fiducia, il Papa ha incontrato la comunità nella cappella maggiore. Al canto del "Veni, creator Spiritus" ha fatto seguito la lettura del passo della lettera di san Paolo ai Galati (5, 13-16) che è il riferimento per l'anno formativo del Seminario. A braccio il Papa ha proposto la lectio divina sul brano biblico.

Signor Cardinale, cari amici,
è per me sempre una grande gioia essere nel mio Seminario, vedere i futuri sacerdoti della mia diocesi, essere con voi nel segno della Madonna della Fiducia. Con Lei che ci aiuta e ci accompagna, ci dà realmente la certezza di essere sempre aiutati dalla grazia divina, andiamo avanti!
Vogliamo vedere adesso che cosa ci dice San Paolo con questo testo: "Siete stati chiamati alla libertà". La libertà in tutti i tempi è stata il grande sogno dell'umanità, sin dagli inizi, ma particolarmente nell'epoca moderna. Sappiamo che Lutero si è ispirato a questo testo della Lettera ai Galati e la conclusione è stata che la Regola monastica, la gerarchia, il magistero gli apparvero come un giogo di schiavitù da cui bisognava liberarsi. Successivamente, il periodo dell'Illuminismo è stato totalmente guidato, penetrato da questo desiderio della libertà, che si riteneva di aver finalmente raggiunto. Ma anche il marxismo si è presentato come strada verso la libertà.
Ci chiediamo stasera: che cosa è la libertà? Come possiamo essere liberi? San Paolo ci aiuta a capire questa realtà complicata che è la libertà inserendo questo concetto in un contesto di visioni antropologiche e teologiche fondamentali. Dice: "Questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate al servizio gli uni degli altri". Il Rettore ci ha già detto che "carne" non è il corpo, ma "carne" - nel linguaggio di San Paolo - è espressione della assolutizzazione dell'io, dell'io che vuole essere tutto e prendere per sé tutto. L'io assoluto, che non dipende da niente e da nessuno, sembra possedere realmente, in definitiva, la libertà. Sono libero se non dipendo da nessuno, se posso fare tutto quello che voglio. Ma proprio questa assolutizzazione dell'io è "carne", cioè è degradazione dell'uomo, non è conquista della libertà: il libertinismo non è libertà, è piuttosto il fallimento della libertà.
E Paolo osa proporre un paradosso forte: "Mediante la carità, siate al servizio" (in greco: douléuete); cioè la libertà si realizza paradossalmente nel servire; diventiamo liberi, se diventiamo servi gli uni degli altri. E così Paolo mette tutto il problema della libertà nella luce della verità dell'uomo. Ridursi alla carne, apparentemente elevandosi al rango di divinità - "Solo io sono l'uomo" - introduce nella menzogna. Perché in realtà non è così: l'uomo non è un assoluto, quasi che l'io possa isolarsi e comportarsi solo secondo la propria volontà. È contro la verità del nostro essere. La nostra verità è che, innanzitutto, siamo creature, creature di Dio e viviamo nella relazione con il Creatore. Siamo esseri relazionali. E solo accettando questa nostra relazionalità entriamo nella verità, altrimenti cadiamo nella menzogna e in essa, alla fine, ci distruggiamo.
Siamo creature, quindi dipendenti dal Creatore. Nel periodo dell'Illuminismo, soprattutto all'ateismo questo appariva come una dipendenza dalla quale occorreva liberarsi. In realtà, però, dipendenza fatale sarebbe soltanto se questo Dio Creatore fosse un tiranno, non un Essere buono, soltanto se fosse come sono i tiranni umani. Se, invece, questo Creatore ci ama e la nostra dipendenza è essere nello spazio del suo amore, in tal caso proprio la dipendenza è libertà. In questo modo infatti siamo nella carità del Creatore, siamo uniti a Lui, a tutta la sua realtà, a tutto il suo potere. Quindi questo è il primo punto: essere creatura vuol dire essere amati dal Creatore, essere in questa relazione di amore che Egli ci dona, con la quale ci previene. Da ciò deriva innanzitutto la nostra verità, che è, nello stesso tempo, chiamata alla carità.
E perciò vedere Dio, orientarsi a Dio, conoscere Dio, conoscere la volontà di Dio, inserirsi nella volontà, cioè nell'amore di Dio è entrare sempre più nello spazio della verità. E questo cammino della conoscenza di Dio, della relazione di amore con Dio è l'avventura straordinaria della nostra vita cristiana: perché conosciamo in Cristo il volto di Dio, il volto di Dio che ci ama fino alla Croce, fino al dono di se stesso.
Ma la relazionalità creaturale implica anche un secondo tipo di relazione: siamo in relazione con Dio, ma insieme, come famiglia umana, siamo anche in relazione l'uno con l'altro. In altre parole, libertà umana è, da una parte, essere nella gioia e nello spazio ampio dell'amore di Dio, ma implica anche essere una cosa sola con l'altro e per l'altro. Non c'è libertà contro l'altro. Se io mi assolutizzo, divento nemico dell'altro, non possiamo più convivere e tutta la vita diventa crudeltà, diventa fallimento. Solo una libertà condivisa è una libertà umana; nell'essere insieme possiamo entrare nella sinfonia della libertà.
E quindi questo è un altro punto di grande importanza: solo accettando l'altro, accettando anche l'apparente limitazione che deriva alla mia libertà dal rispetto per quella dell'altro, solo inserendomi nella rete di dipendenze che ci rende, finalmente, un'unica famiglia, io sono in cammino verso la liberazione comune.
Qui appare un elemento molto importante: qual è la misura della condivisione della libertà? Vediamo che l'uomo ha bisogno di ordine, di diritto, perché possa così realizzarsi la sua libertà che è una libertà vissuta in comune. E come possiamo trovare questo ordine giusto, nel quale nessuno sia oppresso, ma ognuno possa dare il suo contributo per formare questa sorta di concerto delle libertà? Se non c'è una verità comune dell'uomo quale appare nella visione di Dio, rimane solo il positivismo e si ha l'impressione di qualcosa di imposto in maniera anche violenta. Da ciò questa ribellione contro l'ordine ed il diritto come se si trattasse di una schiavitù.
Ma se possiamo trovare l'ordine del Creatore nella nostra natura, l'ordine della verità che dà ad ognuno il suo posto, ordine e diritto possono essere proprio strumenti di libertà contro la schiavitù dell'egoismo. Servire l'uno all'altro diventa strumento della libertà e qui potremmo inserire tutta una filosofia della politica secondo la Dottrina sociale della Chiesa, la quale ci aiuta a trovare questo ordine comune che dà a ciascuno il suo posto nella vita comune dell'umanità. La prima realtà da rispettare, quindi, è la verità: libertà contro la verità non è libertà. Servire l'uno all'altro crea il comune spazio della libertà.
E poi Paolo continua dicendo: "La legge trova la sua pienezza in un solo precetto: "Amerai il prossimo tuo come te stesso"". Dietro a questa affermazione appare il mistero del Dio incarnato, appare il mistero di Cristo che nella sua vita, nella sua morte, nella sua risurrezione diventa la legge vivente. Subito, le prime parole della nostra Lettura - "Siete chiamati alla libertà" - accennano a questo mistero. Siamo stati chiamati dal Vangelo, siamo stati chiamati realmente nel Battesimo, nella partecipazione alla morte e alla risurrezione di Cristo, e in questo modo siamo passati dalla "carne", dall'egoismo alla comunione con Cristo. E così siamo nella pienezza della legge.
Conoscete probabilmente tutti le belle parole di Sant'Agostino: "Dilige et fac quod vis - Ama e fa' ciò che vuoi". Quanto dice Agostino è la verità, se abbiamo capito bene la parola "amore". "Ama e fa' ciò che vuoi", ma dobbiamo realmente essere penetrati nella comunione con Cristo, esserci identificati con la sua morte e risurrezione, essere uniti a Lui nella comunione del suo Corpo. Nella partecipazione ai sacramenti, nell'ascolto della Parola di Dio, realmente la volontà divina, la legge divina entra nella nostra volontà, la nostra volontà si identifica con la sua, diventano una sola volontà e così siamo realmente liberi, possiamo realmente fare ciò che vogliamo, perché vogliamo con Cristo, vogliamo nella verità e con la verità.
Preghiamo quindi il Signore che ci aiuti in questo cammino cominciato con il Battesimo, un cammino di identificazione con Cristo che si realizza sempre di nuovo nell'Eucaristia. Nella terza Preghiera eucaristica diciamo: "Diventiamo in Cristo un solo corpo e un solo spirito". È un momento nel quale, tramite l'Eucaristia e tramite la nostra vera partecipazione al mistero della morte e della risurrezione di Cristo, diventiamo un solo spirito con Lui, siamo in questa identità della volontà, e così arriviamo realmente alla libertà.
Dietro questa parola - la legge è compiuta - dietro quest'unica parola che diventa realtà nella comunione con Cristo, appaiono dietro al Signore tutte le figure dei Santi che sono entrati in questa comunione con Cristo, in questa unità dell'essere, in questa unità con la sua volontà. Appare soprattutto la Madonna, nella sua umiltà, nella sua bontà, nel suo amore. La Madonna ci dà questa fiducia, ci prende per mano, ci guida, ci aiuta nel cammino dell'essere uniti alla volontà di Dio, come lei lo è stata sin dal primo momento ed ha espresso questa unione nel suo "Fiat".
E finalmente, dopo queste belle cose, ancora una volta nella Lettera c'è un accenno alla situazione un po' triste della comunità dei Galati, quando Paolo dice: "Se vi mordete e vi divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni con gli altri... Camminate secondo lo Spirito". Mi sembra che in questa comunità - che non era più sulla strada della comunione con Cristo, ma della legge esteriore della "carne" - emergono naturalmente anche delle polemiche e Paolo dice: "Voi divenite come belve, uno morde l'altro". Accenna così alle polemiche che nascono dove la fede degenera in intellettualismo e l'umiltà viene sostituita dall'arroganza di essere migliori dell'altro.
Vediamo bene che anche oggi ci sono cose simili dove, invece di inserirsi nella comunione con Cristo, nel Corpo di Cristo che è la Chiesa, ognuno vuol essere superiore all'altro e con arroganza intellettuale vuol far credere che lui sarebbe migliore. E così nascono le polemiche che sono distruttive, nasce una caricatura della Chiesa, che dovrebbe essere un'anima sola ed un cuore solo.
In questo avvertimento di San Paolo, dobbiamo anche oggi trovare un motivo di esame di coscienza: non pensare di essere superiori all'altro, ma trovarci nell'umiltà di Cristo, trovarci nell'umiltà della Madonna, entrare nell'obbedienza della fede. Proprio così si apre realmente anche a noi il grande spazio della verità e della libertà nell'amore.
Infine, vogliamo ringraziare Dio perché ci ha mostrato il suo volto in Cristo, perché ci ha donato la Madonna, ci ha donato i Santi, ci ha chiamato ad essere un solo corpo, un solo spirito con Lui. E preghiamo che ci aiuti ad essere sempre più inseriti in questa comunione con la sua volontà, per trovare così, con la libertà, l'amore e la gioia.



(©L'Osservatore Romano - 22 febbraio 2009)







Le parole del Papa al termine della visita

Nella discontinuità della storia la continuità della Chiesa



Con la comunità del Pontificio Seminario Romano Maggiore, Benedetto XVI ha familiarmente condiviso la cena nel refettorio. Al termine dell'incontro, prima di far rientro in Vaticano, il Papa ha rivolto una parola di saluto ai seminaristi.

Mi dicono che si aspetta ancora una parola mia. Ho già parlato forse troppo, ma vorrei esprimere la mia gratitudine, la mia gioia di essere con voi. Nel colloquio adesso a tavola ho imparato di più della storia del Laterano, cominciando da Costantino, Sisto v, Benedetto xiv, Papa Lambertini.
Così ho visto tutti i problemi della storia e la sempre nuova rinascita della Chiesa a Roma. E ho capito che nella discontinuità degli eventi esteriori c'è la grande continuità dell'unità della Chiesa in tutti i tempi. E anche sulla composizione del Seminario ho capito che è espressione della cattolicità della nostra Chiesa. Da tutti i continenti siamo una Chiesa e abbiamo in comune il futuro. Speriamo soltanto che crescano ancora le vocazioni perché abbiamo bisogno, come ha detto il Rettore, di lavoratori nella vigna del Signore. Grazie a voi tutti!



(©L'Osservatore Romano - 22 febbraio 2009)
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LE PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DELL’ANGELUS

Alle ore 12 di oggi il Santo Padre Benedetto XVI si affaccia alla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico Vaticano per recitare l’Angelus con i fedeli ed i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro.
Queste le parole del Papa nell’introdurre la preghiera mariana:


PRIMA DELL’ANGELUS

Cari fratelli e sorelle!

La pagina evangelica, che la liturgia ci fa meditare in questa settima Domenica del tempo ordinario, riferisce l’episodio del paralitico perdonato e guarito (Mc 2,1-12). Mentre Gesù stava predicando, tra i tanti malati che gli venivano portati, ecco un paralitico su una barella. Al vederlo il Signore disse: "Figlio, ti sono perdonati i peccati" (Mc 2,5). E poiché alcuni dei presenti, all’udire queste parole, erano restati scandalizzati, aggiunse: "Perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra, dico a te – disse al paralitico –: alzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua" (Mc 2,10-11). E il paralitico se ne andò guarito. Questo racconto evangelico mostra che Gesù ha il potere non solo di risanare il corpo malato, ma anche di rimettere i peccati; ed anzi, la guarigione fisica è segno del risanamento spirituale che produce il suo perdono. In effetti, il peccato è una sorta di paralisi dello spirito da cui soltanto la potenza dell’amore misericordioso di Dio può liberarci, permettendoci di rialzarci e di riprendere il cammino sulla via del bene.

Nell’odierna domenica cade anche la festa della Cattedra di san Pietro, importante ricorrenza liturgica che pone in luce il ministero del Successore del Principe degli Apostoli. La Cattedra di Pietro simboleggia l’autorità del Vescovo di Roma, chiamato a svolgere un peculiare servizio nei confronti dell’intero Popolo di Dio. Subito dopo il martirio dei santi Pietro e Paolo, alla Chiesa di Roma venne infatti riconosciuto il ruolo primaziale in tutta la comunità cattolica, ruolo attestato già nel II secolo da sant’Ignazio di Antiochia (Ai Romani, Pref.: Funk, I, 252) e da sant’Ireneo di Lione (Contro le eresie III, 3, 2-3). Questo singolare e specifico ministero del Vescovo di Roma è stato ribadito dal Concilio Vaticano II. "Nella comunione ecclesiastica, - leggiamo nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa - vi sono legittimamente delle Chiese particolari, che godono di proprie tradizioni, rimanendo integro il primato della Cattedra di Pietro, la quale presiede alla comunione universale della carità (cfr S. Ign. Ant., Ad Rom., Pref.), tutela le varietà legittime, e insieme veglia affinché ciò che è particolare, non solo non nuoccia all’unità, ma piuttosto la serva" (Lumen gentium, 13).

Cari fratelli e sorelle, questa festa mi offre l’occasione per chiedervi di accompagnarmi con le vostre preghiere, perché possa compiere fedelmente l’alto compito che la Provvidenza divina mi ha affidato quale Successore dell’apostolo Pietro. Invochiamo per questo la Vergine Maria, che ieri qui, a Roma, abbiamo celebrato con il bel titolo di Madonna della Fiducia. A Lei chiediamo anche di aiutarci ad entrare con le dovute disposizioni d’animo nel tempo della Quaresima, che inizierà mercoledì prossimo con il suggestivo Rito delle Ceneri. Ci apra Maria il cuore alla conversione e all’ascolto docile della Parola di Dio.



DOPO L’ANGELUS

Aujourd’hui, chers pèlerins francophones, nous sommes invités avec saint Paul à redire notre Oui au Christ et à l’amour miséricordieux de Dieu. Il nous donne un cœur capable d’aimer et de pardonner. Il nous libère de nos paralysies et de nos doutes. Il nous met debout et nous invite à nous remettre en marche. En Lui seul, peut s’épanouir notre espérance ! Communauté de pécheurs pardonnés, vivons en Église dans la joie d’un renouveau toujours possible ! En ce jour de la fête de la Chaire de saint Pierre, je vous invite à prier pour le Pape, humble Successeur de Pierre, et pour l’unité de l’Église ! Avec ma Bénédiction Apostolique.

I am pleased to greet all the English-speaking pilgrims gathered for this Angelus. In today’s liturgy, we witness Jesus healing the paralytic lowered to him through the roof because of a large crowd. This passage reminds us that the Lord has power to forgive sins, and that nothing stands in the way of his mercy when we seek him with pure and contrite hearts! Let us never hesitate to ask his pardon – especially through the Sacrament of Reconciliation – so that we may become better instruments of his love for others. God bless you all!

Ganz herzlich begrüße ich alle Gläubigen deutscher Sprache, die mit uns den Engel des Herrn gebetet haben. Heute ist das liturgische Fest der Kathedra Petri, das im Petersdom auch am Sonntag als Hochfest gefeiert wird. Christus hat Petrus als den Felsen erwählt, auf dem er seine Kirche aufbauen wollte. Als Apostel sollte er in der ganzen Welt – universal – als Hirte und Lehrer dienen, und dieses Apostelamt wirkt in seinen Nachfolgern durch alle Zeiten fort. Bitten wir den heiligen Petrus um seinen Fürsprache, daß Verwirrung und Stürme die Kirche nicht erschüttern und wir am unverfälschten Glauben festhalten, in der Einheit bleiben und in Liebe miteinander leben. Der Herr leite und stärke euch mit seinem Segen.

Saludo con afecto a los grupos de lengua española presentes en esta oración mariana, en particular a los fieles de la Diócesis de Cartagena, venidos en peregrinación a Roma acompañados de su Obispo, Monseñor Juan Antonio Reig Pla; a los monaguillos de la Parroquia de Santa Eulalia, en Badajoz; y a las universitarias de las Residencias de las Religiosas Hijas de Cristo Rey, de Cáceres y Santiago de Compostela. Al aproximarse el santo tiempo de Cuaresma, que la meditación asidua del Evangelio de Jesucristo os enseñe a cumplir, de palabra y de obra, lo que es grato a Dios. Feliz domingo.

Serdeczne pozdrowienie kieruję do polaków. Ewangelia tej niedzieli ukazuje Jezusa, który pochyla się nad ludzką słabością i odpuszcza grzechy. Ufni w Jego miłosierdzie z nadzieją zbliżamy się do Wielkiego Postu, czasu pokuty i łaski. Niech wszystkim towarzyszy Boże błogosławieństwo.

[Rivolgo un cordiale saluto ai polacchi. Il Vangelo di questa domenica ci mostra Gesù che si china sull’umana debolezza e perdona i peccati. Fiduciosi nella sua misericordia ci avviciniamo con speranza alla Quaresima, il tempo della penitenza e della grazia. Vi accompagni tutti la benedizione di Dio.]

Saluto infine i pellegrini di lingua italiana, in particolare i fedeli provenienti dalla diocesi di Modena-Nonantola, come pure quelli di Padova, Chieri, Chioggia, Pignola, Canale d'Agordo, Altamura e Castelluccio. Saluto, inoltre, gli studenti della Scuola "Francesco Toselli" di Milano e quelli dell'Istituto "Pantaleo" di Torre del Greco. A tutti auguro una buona domenica.
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Benedetto XVI ha affermato che “il papa non deve proclamare la proprie idee, bensì vincolare costantemente se stesso e la Chiesa all'obbedienza verso la Parola di Dio, di fronte a tutti i tentativi di adattamento e di annacquamento, come di fronte a ogni opportunismo”.

Questo dunque è il programma enunciato fin dall’inizio da papa Benedetto: restituire alla verità – che in definitiva è Cristo – il suo primato e il suo splendore.
(San Giovanni in Laterano, la cattedrale del vescovo di Roma, sabato 7 maggio 2005 )

ANGELUS del 22.2.2009


Cari fratelli e sorelle!


Nell’odierna domenica cade anche la festa della Cattedra di san Pietro, importante ricorrenza liturgica che pone in luce il ministero del Successore del Principe degli Apostoli. La Cattedra di Pietro simboleggia l’autorità del Vescovo di Roma, chiamato a svolgere un peculiare servizio nei confronti dell’intero Popolo di Dio. Subito dopo il martirio dei santi Pietro e Paolo, alla Chiesa di Roma venne infatti riconosciuto il ruolo primaziale in tutta la comunità cattolica, ruolo attestato già nel II secolo da sant’Ignazio di Antiochia (Ai Romani, Pref.: Funk, I, 252) e da sant’Ireneo di Lione (Contro le eresie III, 3, 2-3). Questo singolare e specifico ministero del Vescovo di Roma è stato ribadito dal Concilio Vaticano II. "Nella comunione ecclesiastica, - leggiamo nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa - vi sono legittimamente delle Chiese particolari, che godono di proprie tradizioni, rimanendo integro il primato della Cattedra di Pietro, la quale presiede alla comunione universale della carità (cfr S. Ign. Ant., Ad Rom., Pref.), tutela le varietà legittime, e insieme veglia affinché ciò che è particolare, non solo non nuoccia all’unità, ma piuttosto la serva" (Lumen gentium, 13).



Cari fratelli e sorelle, questa festa mi offre l’occasione per chiedervi di accompagnarmi con le vostre preghiere, perché possa compiere fedelmente l’alto compito che la Provvidenza divina mi ha affidato quale Successore dell’apostolo Pietro. Invochiamo per questo la Vergine Maria, che ieri qui, a Roma, abbiamo celebrato con il bel titolo di Madonna della Fiducia. A Lei chiediamo anche di aiutarci ad entrare con le dovute disposizioni d’animo nel tempo della Quaresima, che inizierà mercoledì prossimo con il suggestivo Rito delle Ceneri. Ci apra Maria il cuore alla conversione e all’ascolto docile della Parola di Dio.



[00323-01.01] [Testo originale: Italiano]

www.vatican.va


[SM=g9433]



Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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AD PETRI CATHEDRAM
La Cattedra di Pietro


www.vatican.va/holy_father/john_xxiii/encyclicals/documents/hf_j-xxiii_enc_29061959_ad-petri_it.htm...

Conoscenza della verità, restaurazione dell’unità e della pace nella carità

29 giugno 1959 (1)

Del Beato Pontefice Giovanni XXIII



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Sin da quando siamo stati elevati non per Nostro merito alla cattedra di san Pietro, sempre Ci torna di ammaestramento e di conforto il ricordo del cordoglio generale che si è manifestato nel mondo, in occasione della scomparsa del Nostro immediato predecessore. Altrettanto Ci accade, se ripensiamo allo spettacolo che Ci si è offerto dopo la Nostra ascesa al supremo pontificato, quando, con l’animo pieno di fiduciosa attesa, le moltitudini si sono rivolte verso la Nostra persona, non distolte da altri avvenimenti, né dalle loro gravi difficoltà e angustie. La chiesa cattolica non muore: è il vessillo innalzato sulle nazioni (cf. Is 11,12). Essa è sorgente di viva luce e di soave amore per tutti i popoli.



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(1): IOANNES PP. XXIII, Litt. enc. Ad Petri cathedram de veritate, unitate et pace caritatis afflatu provehendis, [Ad venerabiles fratres Patriarchas, Primates, Archiepiscopos, Episcopos aliosque locorum Ordinarios, pacem et communionem cum Apostolica Sede habentes, itemque ad universum Clerum et christifideles catholici orbis], 29 iunii 1959: AAS 51(1959), pp. 497-531. - Versione italiana: L’Osservatore Romano, 3 luglio 1959; La Civiltà cattolica, 110(1959), III, pp. 113-139.
Prologo: Perenne giovinezza della chiesa e motivi di consolazione e di speranza. -
I. La verità, con particolare riferimento a quella rivelata;
1 doveri della stampa (e della radio, del cinema, della televisione) in ordine alla verità; L’indifferentismo religioso. –
II. Vantaggi recati dalla verità alla causa della pace; La concordia fra le classi sociali; Riflessioni circa importanti problemi nel campo del lavoro; La concordia e l’unione in seno alle famiglie. –
III. L’unità della chiesa, nell’unità della fede, di regime, di culto; Invito all’unione rivolto ai fratelli separati; Esortazione alla preghiera in unione di spirito. –
IV. Paterne esortazioni ai vescovi, al clero, ai fedeli, ai sofferenti, ai poveri, agli emigrati e alla chiesa perseguitata.

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Di tutti i mali che, per così dire, avvelenano gli individui, i popoli, le nazioni, e così spesso turbano l’animo di molti, causa e radice è l’ignoranza della verità. E non l’ignoranza soltanto, ma talvolta anche il disprezzo e uno sconsiderato disconoscimento del vero.


Di qui errori d’ogni genere, che penetrano negli animi e si infiltrano nelle strutture sociali, tutto sconvolgendo con grave rovina dei singoli e dell’umana convivenza. Eppure Dio ci ha dato una ragione capace di conoscere le verità naturali. Seguendo la ragione seguiamo Dio stesso, che ne è l’autore e insieme legislatore e guida della nostra vita; se invece o per insipienza o per infingardaggine o, peggio, per cattivo animo, deviamo dal retto uso della ragione, con ciò stesso ci allontaniamo dal sommo bene e dalla legge morale.

Possiamo, certamente, attingere con la ragione le verità naturali, come si è detto; questa conoscenza però - soprattutto per quanto concerne la religione e la morale - non tutti possono facilmente conseguirla, e se la conseguono, ciò spesso avviene non senza mescolanza di errori. Le verità poi che trascendono la capacità naturale della ragione non possiamo in alcun modo raggiungerle senza l’aiuto di una luce soprannaturale. Per questo il Verbo di Dio, che «abita una luce inaccessibile» (1Tm 6,16), per amore e compassione del genere umano, «si è fatto carne e abitò fra noi» (Gv 1,14), per illuminare «ogni uomo che viene al mondo» (Gv 1,9) e condurre tutti non solo alla pienezza della verità, ma ancora alla virtù e all’eterna beatitudine. Tutti perciò sono tenuti ad abbracciare la dottrina dell’evangelo. Se la si rigetta, vengono messi in pericolo i fondamenti stessi della verità, dell’onestà e della civiltà.



(Beato Giovanni XXIII)


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Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa.
Tu es Petrus, et super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam.


Il 22 febbraio gli antichi romani veneravano la memoria dei defunti e mangiavano presso le loro tombe.

Ognuna d'esse era una 'cattedra', ossia un seggio riservato al defunto, supponendo che egli fosse commensale al banchetto.

Dal secolo IV in poi i cristiani presero a onorare una 'cattedra' molto più spirituale: quella di Pietro, capo della Chiesa di Roma. Significato della festa e quindi la celebrazione del ministero di Pietro. Un carisma unico e infallibile che rivive nei successori di Pietro, ogni papa è 'servo dei servi di Dio' in qualità di maestro e di guida, assistito dallo Spirito Santo.



Tu sei Pietro... e a te darò le chiavi del regno dei cieli .
Tu es Petrus...et tibi dabo claves regni caelorum.



Questo brano si regge su tre simboli: la roccia, le chiavi il 'legare-sciogliere'.

Il ministero di Pietro è di 'fondamento', di roccia per l'intera costruzione degli eletti di Dio.

Le chiavi sono il simbolo del potere in azione sia nel campo amministrativo sia in quello giuridico o di insegnamento, è associabile per noi in quel potere Temporale (il governo della Chiesa visibile) indiscutibile.

Pietro d'ora innanzi dovrà anche essere il canale attraverso il quale la parola del Cristo e la sua azione salvifica continuano a effondersi nella comunità cristiana. Il legare e sciogliere diventa la concretizzazione del potere delle 'chiavi'. Gli interventi dell'apostolo sono interpretazioni e attualizzazioni nel tempo e negli uomini della volontà salvifica del Cristo. Non è soltanto un'evocazione del potere di perdonare i peccati, ma una più vasta dichiarazione sulla funzione di ammonizione, di esortazione, di formazione e di salvezza che Pietro e la Chiesa devono offrire ai fedeli.




Secondo l'espressione semitica, LEGARE-SCIOGLIERE, significa il potere di PERMETTERE-VIETARE, ACCOGLIERE-RESPINGERE, RIMETTERE-NON RIMETTERE I PECCATI. Questo era anche l'uso di questa terminologia che facevano anche i dottori del tempo di Gesù.


Il testo è chiaro per noi cattolici. Il Vangelo è di una chiarezza estrema, tutti lo dicono, ma poi pochi lo ammettono di fatto quando si tratta di riconoscere che Cristo ha conferito ad un uomo questo potere.


Ho pregato per te, Simon Pietro, che non venga meno la tua fede; * e tu, superata la prova, conferma i tuoi fratelli.
Non ti fu rivelato il mio mistero dalla carne e dal sangue, ma dal Padre mio che è nei cieli;e tu, superata la prova, conferma i tuoi fratelli. (Lc 22,32; Mt 16,17b)


[SM=g9433]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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LE UDIENZE

Il Santo Padre Benedetto XVI ha ricevuto questa mattina in Udienza:

Em.mo Card. André Vingt-Trois, Arcivescovo di Paris (Francia);

S.E. Mons. Andrés Carrascosa Coso, Arcivescovo tit. di Elo, Nunzio Apostolico in Panama;

Ecc.mi Presuli della Conferenza Episcopale della Nigeria, in Visita "ad Limina Apostolorum":
S.E. Mons. Valerian Okeke, Arcivescovo di Onitsha;
S.E. Mons. Michael Odogwu Elue, Vescovo di Issele Uku;
S.E. Mons. George Jonathan Dodo, Vescovo di Zaria;
S.E. Mons. Michael Nnachi Okoro, Vescovo di Abakaliki.




RINUNCE E NOMINE


RINUNCIA DELL’ARCIVESCOVO METROPOLITA DI NEW YORK (U.S.A.) E NOMINA DEL SUCCESSORE

Il Santo Padre Benedetto XVI ha accettato la rinuncia al governo pastorale dell’arcidiocesi metropolitana di New York (U.S.A.), presentata dall’Em.mo Card. Edward M. EGAN, in conformità al canone 401 § 1 del Codice di Diritto Canonico.

Il Papa ha nominato Arcivescovo metropolita di New York (U.S.A.) S.E. Mons. Timothy M. DOLAN, finora Arcivescovo di Milwaukee.

S.E. Mons. Timothy Michael DOLAN

S.E. Mons. Timothy Michael Dolan è nato il 6 febbraio 1950 in Saint Louis (Missouri). Dal 1964 al 1968 è stato alunno del "St. Louis Preparatory Seminary South", prima di entrare nel "Cardinal Glennon College" ove ha conseguito il Baccalaureato in Filosofia. Inviato a Roma nel 1972 al Pontificio Collegio Americano del Nord, ha frequentato l'Angelicum dove ha ottenuto il "Masters" in teologia.
È stato ordinato sacerdote il 19 giugno 1976 per l'arcidiocesi di Saint Louis.
Dopo l'ordinazione sacerdotale, è stato vice-parroco nella "Immacolata Parish" a Richmond Heights e conferenziere e confessore delle Suore Carmelitane (1976-1979); ha continuato gli studi e ha conseguito la Laurea in Storia Ecclesiastica presso l'Università Cattolica di Washington (1979-1983). È stato successivamente vice-parroco della "Curé of Ars Parish" in Shrewsbury (1983-1985) e poi nella "Little Flower Parish" a Richmond Heights (1985-1987); Collaboratore presso la Nunziatura Apostolica in Washington, D.C. (1987-1992); Vice-Rettore al Seminario Maggiore "Kenrick-Glennon" nell'arcidiocesi di Saint Louis; Rettore del Pontificio Collegio Americano del Nord a Roma (1994-2001).
È stato nominato Vescovo titolare di Natchez ed Ausiliare di Saint Louis il 19 giugno 2001; ha ricevuto la consacrazione episcopale il 15 agosto successivo.
Il 25 giugno 2002 è stato nominato Arcivescovo di Milwaukee (Wisconsin).
In seno della Conferenza Episcopale è Presidente del "Board of Directors" dei "Catholic Relief Services". Inoltre, è Membro del "Committee on Budget and Finance" e del "Subcommittee on the Church in Africa" e Consultore del "Committee on International Justice and Peace".
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TELEGRAMMA DI CORDOGLIO DEL SANTO PADRE PER LA SCOMPARSA DELL’EM.MO CARD. PAUL JOSEPH PHAM ĐÌNH TUNG

Pubblichiamo di seguito il telegramma di cordoglio per la morte - avvenuta ieri mattina - dell’Em.mo Card. Paul Joseph Pham Đình Tung, Arcivescovo emerito di Ha Nôi (Viêt Nam), inviato dal Santo Padre Benedetto XVI all’Arcivescovo di Ha Nôi, S.E. Mons. Joseph Ngô Quang Kiêt:


TELEGRAMMA DEL SANTO PADRE

SON EXCELLENCE MONSEIGNEUR JOSEPH NGÔ QUANG KIÊT

ARCHEVÊQUE DE HÀ NÔI - HÀ NÔI

APPRENANT AVEC TRISTESSE LE DÉCÈS DE MONSIEUR LE CARDINAL PAUL JOSEPH PHAM DINH TUNG, ARCHEVÊQUE ÉMÉRITE DE HÀ NÔI, VOTRE PRÉDÉCESSEUR, JE TIENS À VOUS EXPRIMER MA FERVENTE UNION DANS LA PRIÈRE AVEC TOUS LES ÉVÊQUES DU VIÊT-NAM, AVEC LES FIDÈLES DE L’ARCHIDIOCÈSE DE HÀ NÔI ET DE TOUT LE PAYS, AINSI QU’AVEC LA FAMILLE DU DÉFUNT ET LES PERSONNES QUE TOUCHE CE DEUIL. JE DEMANDE À DIEU, PÈRE DE QUI VIENT TOUTE MISÉRICORDE, D’ACCUEILLIR AUPRÈS DE LUI DANS SA PAIX ET DANS SA LUMIÈRE, CE PASTEUR ÉMINENT, QUI DANS DES CIRCONSTANCES DIFFICILES A SERVI L’ÉGLISE AVEC UN GRAND COURAGE ET UNE GÉNÉREUSE FIDÉLITÉ AU SIÈGE DE PIERRE, SE DÉVOUANT SANS COMPTER POUR L’ANNONCE DE L’ÉVANGILE. EN GAGE DE RÉCONFORT, À VOUS-MÊME, À VOTRE AUXILIAIRE, AUX ÉVÊQUES DU VIÊT NAM, AUX PRÊTRES, AUX RELIGIEUX, AUX RELIGIEUSES ET AUX FIDÈLES DE L’ARCHIDIOCÈSE DE HÀ NÔI, AINSI QU’AUX MEMBRES DE LA FAMILLE DU CARDINAL DÉFUNT ET AUX PERSONNES QUI PRENDRONT PART À LA LITURGIE DES OBSÈQUES, J’ACCORDE DE GRAND CŒUR LA BÉNÉDICTION APOSTOLIQUE.

BENEDICTUS PP. XVI
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Visita al Seminario Romano..

PAROLE DEL SANTO PADRE AL TERMINE DELLA CENA

Mi dicono che si aspetta ancora una parola mia. Ho già parlato forse troppo, ma vorrei esprimere la mia gratitudine, la mia gioia di essere con voi. Nel colloquio adesso a tavola ho imparato di più della storia del Laterano, cominciando da Costantino, Sisto V, Benedetto XIV, Papa Lambertini.
Così ho visto tutti i problemi della storia e la sempre nuova rinascita della Chiesa a Roma. E ho capito che nella discontinuità degli eventi esteriori c’è la grande continuità dell’unità della Chiesa in tutti i tempi. E anche sulla composizione del Seminario ho capito che è espressione della cattolicità della nostra Chiesa. Da tutti i continenti siamo una Chiesa e abbiamo in comune il futuro. Speriamo soltanto che crescano ancora le vocazioni perché abbiamo bisogno, come ha detto il Rettore, di lavoratori nella vigna del Signore. Grazie a voi tutti!


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Papa Ratzi Superstar

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"CON IL CUORE SPEZZATO... SEMPRE CON TE!"
24/02/2009 16.32
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RINUNCE E NOMINE


PROMOZIONE ALL’ORDINE DEI VESCOVI DELL’EM.MO CARD. JOSÉ SARAIVA MARTINS

Il Santo Padre Benedetto XVI ha promosso all'Ordine dei Vescovi l'Eminentissimo Signor Cardinale José Saraiva Martins, Prefetto emerito della Congregazione delle Cause dei Santi, assegnandogli il Titolo della Chiesa Suburbicaria di Palestrina.



PROMOZIONE ALL’ORDINE DEI PRESBITERI DELL’EM.MO CARD. AGOSTINO VALLINI

Il Papa ha promosso all'Ordine dei Presbiteri l'Eminentissimo Signor Cardinale Agostino Vallini, Suo Vicario Generale per la Diocesi di Roma, conservandogli la Diaconia di San Pier Damiani ai Monti di San Paolo, elevata "pro hac vice" a Titolo Presbiterale.
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LE UDIENZE

Il Santo Padre Benedetto XVI ha ricevuto questa mattina in Udienza:

Ecc.mi Presuli della Conferenza Episcopale della Nigeria, in Visita "ad Limina Apostolorum":

S.E. Mons. John Ifeanyichukwu Okoye, Vescovo di Awgu;

S.E. Mons Hilary Paul Odili Okeke, Vescovo di Nnewi;

S.E. Mons. Francis Emmanuel Ogbonna Okobo, Vescovo di Nsukka;

S.E. Mons. Anthony Okonkwo Gbuji, Vescovo emerito di Enugu;

Rev.do Mons. John Williams, Amministratore Diocesano di Maiduguri.






RINUNCE E NOMINE



RINUNCIA DEL PREFETTO APOSTOLICO DI SAHARA OCCIDENTAL (SAHARA OCCIDENTALE)

Il Santo Padre Benedetto XVI ha accettato la rinuncia al governo pastorale della Prefettura Apostolica di Sahara Occidental (Sahara Occidentale), presentata dal Rev.mo P. Acacio Valbuena Rodriguez, O.M.I., in conformità al canone 401 § 1 del Codice di Diritto Canonico.



RINUNCIA DEL VESCOVO PRELATO DI CRISTALÂNDIA (BRASILE) E NOMINA DEL SUCCESSORE

Il Santo Padre ha accettato la rinuncia al governo pastorale della Prelatura di Cristalândia (Brasile), presentata da S.E. Mons. Heriberto Hermes, O.S.B., in conformità al Can. 401 § 1 del Codice di Diritto Canonico.

Il Papa ha nominato Vescovo Prelato di Cristalândia (Brasile) il Rev.do Rodolfo Luís Weber, del clero dell’arcidiocesi di Porto Alegre, Parroco della Parrocchia Nossa Senhora das Graças, a Gravataí.

Rev.do Rodolfo Luís Weber

Il Rev.do Rodolfo Luís Weber è nato il 30 agosto 1963, nella città di Bom Princípio, arcidiocesi di Porto Alegre, Stato di Rio Grande do Sul.

Ha compiuto gli studi primari nel Seminario di Bom Princípio, poi quelli filosofici presso il Seminario Nossa Senhora da Conceição, a Viamão, e la teologia presso l’Istituto di Teologia della Pontificia Università Cattolica di Porto Alegre. Ha conseguito la Licenza in Filosofia presso la Pontificia Università Gregoriana a Roma.

È stato ordinato sacerdote il 5 gennaio 1991, per l’arcidiocesi di Porto Alegre.

È stato successivamente Vicario parrocchiale della Parrocchia di Santo Antônio (1991-1992); Vice Rettore del Seminario Maggiore Nossa Senhora da Conceição, a Viamão (1993-1997) e dal 2000 al 2007 Rettore dello stesso prestigioso Seminario.

Dal 2008 è Parroco della Parrocchia di Nossa Senhora das Graças, a Gravataí.
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25/02/2009 16.51
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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE AI FEDELI BRASILIANI IN OCCASIONE DELLA CAMPAGNA DI FRATERNITÀ 2009

Ha inizio oggi, mercoledì delle Ceneri, l’annuale Campagna di Fraternità della Chiesa in Brasile, dedicata quest’anno al tema "Fraternità e sicurezza pubblica" ed accompagnata dal motto "La pace è frutto della giustizia".

Per l’occasione, il Santo Padre Benedetto XVI ha inviato a S.E. Mons. Geraldo Lyrio Rocha, Presidente della Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile (CNBB) e Arcivescovo di Mariana, il Messaggio che pubblichiamo di seguito:


MESSAGGIO DEL SANTO PADRE

Ao Venerável Irmão no Episcopado
D. Geraldo Lyrio Rocha
Presidente da CNBB
Arcebispo de Mariana (MG)

Ao iniciar o itinerário espiritual da Quaresma, a caminho da Páscoa da ressurreição do Senhor, desejo uma vez mais aderir à Campanha da Fraternidade que, neste ano de 2009, está destinada a considerar o lema "A paz é fruto da justiça". É um tempo de conversão e de reconciliação de todos os cristãos, para que as mais nobres aspirações do coração humano possam ser satisfeitas, e prevaleça a verdadeira paz entre os povos e as comunidades.

Meu Venerável predecessor, o Papa João Paulo II, no Dia Mundial da Paz de 2002, ao ressaltar precisamente que a verdadeira paz é fruto da justiça, fazia notar que "a justiça humana é sempre frágil e imperfeita" devendo ser "exercida e de certa maneira completada com o perdão que cura as feridas e restabelece em profundidade as relações humanas transtornadas" (n. 3).

O Documento final de Aparecida, ao tratar do Reino de Deus e a promoção da dignidade humana, recordava os sinais evidentes da presença do Reino na vivência pessoal e comunitária das Bem-aventuranças, na evangelização dos pobres, no conhecimento e cumprimento da vontade do Pai, no martírio por causa da fé, no acesso de todos os bens da criação, e no perdão mútuo, sincero e fraterno, aceitando e respeitando a riqueza da pluralidade, e a luta para não sucumbir à tentação e não ser escravos do mal (n. 8.1).

A Quaresma nos convida a lutar sem esmorecimento para fazer o bem, precisamente por sabermos como é difícil que nós, os homens, nos decidamos seriamente a praticar a justiça - e ainda falta muito para que a convivência se inspire na paz e no amor, e não no ódio ou na indiferença. Não ignoramos também que, embora se consiga atingir uma razoável distribuição dos bens e uma harmoniosa organização da sociedade, jamais desaparecerá a dor da doença, da incompreensão ou da solidão, da morte das pessoas que amamos, da experiência das nossas limitações.

Nosso Senhor abomina as injustiças e condena quem as comete. Mas respeita a liberdade de cada indivíduo e por isso permite que elas existam, pois fazem parte da condição humana, após o pecado original. Contudo, seu coração cheio de amor pelos homens levou-o a carregar, juntamente com a cruz, todos esses tormentos: o nosso sofrimento, a nossa tristeza, a nossa fome e sede de justiça. Vamos pedir-lhe que saibamos testemunhar os sentimentos de paz e de reconciliação que O inspiraram no Sermão da Montanha, para alcançar a eterna Bem-aventurança.

Com estes auspícios, invoco a proteção do Altíssimo, para que sua mão benfazeja se estenda por todo o Brasil, e que a vida nova em Cristo alcance a todos em sua dimensão pessoal, familiar, social e cultural, derramando os dons da paz e da prosperidade, despertando em cada coração sentimentos de fraternidade e de viva cooperação. Com uma especial Bênção Apostólica.

BENEDICTUS PP. XVI
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Messaggio di Benedetto XVI per la Campagna della Fraternità promossa dalla Chiesa brasiliana

La vera pace
è frutto della giustizia




Benedetto XVI ha inviato un messaggio alla Chiesa brasiliana in occasione dell'annuale Campagna di Fraternità che si è aperta il Mercoledì delle Ceneri nel santuario di Aparecida. Il Papa indica nella quaresima un tempo propizio per portare pace e riconciliazione: praticando la giustizia si può infatti costruire un'autentica convivenza solidale tra gli uomini, anche attraverso una ragionevole distribuzione dei beni.


Al Venerabile Fratello nell'Episcopato
Gerardo Lyrio Rocha
Presidente della cnbb
Arcivescovo di Mariana (MG)


Nell'iniziare l'itinerario spirituale della Quaresima, il cammino della Pasqua della resurrezione del Signore, desidero ancora una volta aderire alla Campagna della Fraternità che, in questo anno 2009, è volta a esaminare il motto "La pace è frutto della giustizia". È un tempo di conversione e di riconciliazione di tutti i cristiani, affinché le aspirazioni più nobili del cuore umano possano essere soddisfatte e prevalga la vera pace fra i popoli e le comunità.
Il mio venerabile predecessore, Papa Giovanni Paolo II, nella Giornata Mondiale della Pace 2002, sottolineando che la vera pace è frutto della giustizia, faceva notare che "la giustizia umana è sempre fragile e imperfetta", dovendo essere "esercitata e in un certo senso completata con il perdono che risana le ferite e ristabilisce in profondità i rapporti umani turbati" (n. 3).
Il documento finale di Aparecida, nel parlare del Regno di Dio e la promozione della dignità umana, ricordava i segni evidenti della presenza del Regno nell'esperienza personale e comunitaria delle Beatitudini, nell'evangelizzazione dei poveri, nella conoscenza e nel compimento della volontà del Padre, nel martirio a causa della fede, nell'accesso di tutti ai beni del creato, e nel perdono reciproco, sincero e fraterno, accettando e rispettando la ricchezza della pluralità, e la lotta per non soccombere alla tentazione e non essere schiavi del male (n. 8.1).
La Quaresima ci invita a lottare senza perderci d'animo per fare il bene, proprio perché sappiamo com'è difficile che noi uomini decidiamo seriamente di praticare la giustizia, e manca ancora molto perché la convivenza s'ispiri alla pace e all'amore, e non all'odio e all'indifferenza. Non ignoriamo neppure che, sebbene si riesca a ottenere una ragionevole distribuzione dei beni e un'armoniosa organizzazione della società, non scomparirà mai il dolore della malattia, dell'incomprensione o della solitudine, della morte delle persone che amiamo, dell'esperienza dei nostri limiti.
Nostro Signore aborre le ingiustizie e condanna chi le commette. Rispetta però la libertà di ogni individuo e per questo permette che esistano, poiché fanno parte della condizione umana, dopo il peccato originale. Tuttavia, il suo cuore pieno di amore per gli uomini lo ha portato ad accogliere, insieme alla croce, di tutti questi tormenti: la nostra sofferenza, la nostra tristezza, la nostra fame e sete di giustizia. Gli chiediamo di saper testimoniare i sentimenti di pace e di riconciliazione che lo hanno ispirato nel Discorso della Montagna, per raggiungere l'eterna Beatitudine.
Con questi auspici, invoco la protezione dell'Altissimo, affinché la sua mano benefica si estenda su tutto il Brasile, e la vita nuova in Cristo raggiunga tutti nella loro dimensione personale, familiare, sociale e culturale, spargendo i doni della pace e della prosperità, risvegliando in ogni cuore sentimenti di fraternità e di viva cooperazione. Con una speciale Benedizione Apostolica.


BENEDICTUS PP. XVI



(©L'Osservatore Romano - 26 febbraio 2009)
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RINUNCE E NOMINE



NOMINA DI CONSULTORI DELLA CONGREGAZIONE DELLE CAUSE DEI SANTI

Il Santo Padre ha nominato Consultori della Congregazione delle Cause dei Santi i Rev.di P. Priamo Etzi, O.F.M., Decano della Facoltà di Diritto Canonico della Pontificia Università "Antonianum" in Roma, e P. Stéphane Oppes, O.F.M., Docente presso la Facoltà di Filosofia della medesima Università.



NOMINA DI CONSULTORE DEL PONTIFICIO CONSIGLIO DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI

Il Papa ha nominato Consultore del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali il Rev.do P. Thomas Rosica, C.S.B.

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INCONTRO CON I PARROCI E I SACERDOTI DELLA DIOCESI DI ROMA

Alle ore 11 di questa mattina, nell’Aula della Benedizione, il Santo Padre Benedetto XVI ha incontrato i Parroci e i Sacerdoti della diocesi di Roma per il tradizionale appuntamento di inizio Quaresima. L’incontro si è svolto in forma di dialogo tra il Santo Padre e i partecipanti.
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Re:

+PetaloNero+, 2/26/2009 4:43 PM:

INCONTRO CON I PARROCI E I SACERDOTI DELLA DIOCESI DI ROMA

Alle ore 11 di questa mattina, nell’Aula della Benedizione, il Santo Padre Benedetto XVI ha incontrato i Parroci e i Sacerdoti della diocesi di Roma per il tradizionale appuntamento di inizio Quaresima. L’incontro si è svolto in forma di dialogo tra il Santo Padre e i partecipanti.



Ho dimenticato completamente che c'era questo incontro! [SM=g7966] [SM=g7966] [SM=g7966] [SM=g7966] [SM=g7966]




Papa Ratzi Superstar

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"CON IL CUORE SPEZZATO... SEMPRE CON TE!"
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Benedetto XVI durante la celebrazione del mercoledì delle Ceneri

Preghiera, elemosina e digiuno
per aprirsi alla Parola di Dio



La quaresima momento per riscoprire il valore della preghiera, dell'elemosina e del digiuno come "stimolo alla conversione e all'amore sincero verso i fratelli, specialmente quelli più poveri e bisognosi". Lo ha ricordato il Papa durante la celebrazione del mercoledì delle Ceneri presieduta nella basilica di Santa Sabina, nel pomeriggio di mercoledì 25 febbraio. Il Papa ha celebrato la messa dopo aver guidato la processione dalla chiesa di sant'Anselmo.

Cari fratelli e sorelle!
Oggi, Mercoledì delle Ceneri - porta liturgica che introduce nella Quaresima -, i testi predisposti per la celebrazione tratteggiano, sia pure sommariamente, l'intera fisionomia del tempo quaresimale. La Chiesa si preoccupa di mostrarci quale debba essere l'orientamento del nostro spirito, e ci fornisce i sussidi divini per percorrere con decisione e coraggio, illuminati già dal fulgore del Mistero pasquale, il singolare itinerario spirituale che stiamo iniziando.
"Ritornate a me con tutto il cuore". L'appello alla conversione affiora come tema dominante in tutte le componenti dell'odierna liturgia. Già nell'antifona d'ingresso si dice che il Signore dimentica e perdona i peccati di quanti si convertono; nella colletta si invita il popolo cristiano a pregare perché ciascuno intraprenda "un cammino di vera conversione". Nella prima Lettura, il profeta Gioele esorta a far ritorno al Padre "con tutto il cuore, con digiuni, con pianti e lamenti... perché egli è misericordioso e pietoso, lento all'ira, di grande amore, pronto a ravvedersi riguardo al male e ricco di benevolenza" (2, 12-13). La promessa di Dio è chiara: se il popolo ascolterà l'invito a convertirsi, Dio farà trionfare la sua misericordia e i suoi amici saranno colmati di innumerevoli favori. Con il Salmo responsoriale, l'assemblea liturgica fa proprie le invocazioni del Salmo 50, domandando al Signore di creare in noi "un cuore puro", di rinnovare in noi "uno spirito saldo". Vi è poi la pagina evangelica, nella quale Gesù, mettendoci in guardia dal tarlo della vanità che porta all'ostentazione e all'ipocrisia, alla superficialità e all'autocompiacimento, ribadisce la necessità di nutrire la rettitudine del cuore. Egli mostra al tempo stesso il mezzo per crescere in questa purezza di intenzione: coltivare l'intimità con il Padre celeste.
Particolarmente gradita in questo anno giubilare, commemorativo del bimillenario della nascita di san Paolo, ci giunge la parola della seconda Lettera ai Corinti: "Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio" (5, 20). Questo invito dell'Apostolo suona come un ulteriore stimolo a prendere sul serio l'appello quaresimale alla conversione. Paolo ha sperimentato in maniera straordinaria la potenza della grazia di Dio, la grazia del Mistero pasquale di cui la stessa Quaresima vive. Egli si presenta a noi come "ambasciatore" del Signore. Chi allora meglio di lui può aiutarci a percorrere in maniera fruttuosa questo itinerario di interiore conversione? Nella prima Lettera a Timoteo scrive: "Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io", ed aggiunge: "Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Cristo Gesù ha voluto in me, per primo, dimostrare tutta quanta la sua magnanimità, e io fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna" (1, 15-16). L'Apostolo è dunque cosciente di essere stato scelto come esempio, e questa sua esemplarità riguarda proprio la conversione, la trasformazione della sua vita avvenuta grazie all'amore misericordioso di Dio. "Prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento - egli riconosce - ma mi è stata usata misericordia... e così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato" (ibid. 1, 13-14). L'intera sua predicazione, e prima ancora, tutta la sua esistenza missionaria furono sostenute da una spinta interiore riconducibile all'esperienza fondamentale della "grazia". "Per grazia di Dio sono quello che sono - scrive ai Corinzi - ... ho faticato più di tutti loro [gli apostoli], non io però, ma la grazia di Dio che è con me" (1 Cor 15, 10). Si tratta di una consapevolezza che affiora in ogni suo scritto ed ha funzionato come una "leva" interiore su cui Dio ha potuto agire per spingerlo avanti, verso sempre ulteriori confini non solo geografici, ma anche spirituali.
San Paolo riconosce che tutto in lui è opera della grazia divina, ma non dimentica che occorre aderire liberamente al dono della vita nuova ricevuta nel Battesimo. Nel testo del capitolo 6 della Lettera ai Romani, che sarà proclamato durante la Veglia pasquale, scrive: "Il peccato dunque non regni più nel vostro corpo mortale, così da sottomettervi ai suoi desideri. Non offrite al peccato le vostre membra come strumenti di ingiustizia, ma offrite voi stessi a Dio come viventi, ritornati dai morti, e le vostre membra a Dio come strumenti di giustizia" (6, 12-13). In queste parole troviamo contenuto tutto il programma della Quaresima secondo la sua intrinseca prospettiva battesimale. Da una parte, si afferma la vittoria di Cristo sul peccato, avvenuta una volta per tutte con la sua morte e risurrezione; dall'altra, siamo esortati a non offrire al peccato le nostre membra, cioè a non concedere, per così dire, spazio di rivincita al peccato. La vittoria di Cristo attende che il discepolo la faccia sua, e questo avviene prima di tutto con il Battesimo, mediante il quale, uniti a Gesù, siamo diventati "viventi, ritornati dai morti". Il battezzato però, affinché Cristo possa regnare pienamente in lui, deve seguirne fedelmente gli insegnamenti; non deve mai abbassare la guardia, per non permettere all'avversario di recuperare in qualche modo terreno.
Ma come portare a compimento la vocazione battesimale, come essere vittoriosi nella lotta tra la carne e lo spirito, tra il bene e il male, lotta che segna la nostra esistenza? Nel brano evangelico il Signore ci indica oggi tre utili mezzi: la preghiera, l'elemosina e il digiuno. Nell'esperienza e negli scritti di San Paolo troviamo anche al riguardo utili riferimenti. Circa la preghiera, egli esorta a "perseverare" e a "vegliare in essa, rendendo grazie" (Rm 12, 12; Col 4, 2), a "pregare ininterrottamente" (1 Ts 5, 17). Gesù è nel fondo del nostro cuore. La relazione con Lui è presente e rimane presente anche se parliamo, agiamo secondo i nostri doveri professionali. Per questo nella preghiera c'è la presenza interiore nel nostro cuore della relazione con Dio, che diventa volta a volta anche preghiera esplicita. Per quanto concerne l'elemosina, sono certamente importanti le pagine dedicate alla grande colletta in favore dei fratelli poveri (cfr. 2 Cor 8-9), ma va sottolineato che per lui è la carità il vertice della vita del credente, il "vincolo della perfezione": "Sopra tutte queste cose - scrive ai Colossesi - rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto" (Col 3, 14). Del digiuno non parla espressamente, esorta però spesso alla sobrietà, come caratteristica di chi è chiamato a vivere in vigilante attesa del Signore (cfr. 1 Ts 5, 6-8; Tt 2, 12). Interessante è pure il suo accenno a quell'"agonismo" spirituale che richiede temperanza: "Ogni atleta - scrive ai Corinzi - è disciplinato in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona che appassisce, noi invece una che dura per sempre" (1 Cor 9, 25). Il cristiano deve essere disciplinato per trovare la strada e arrivare realmente al Signore.
Ecco dunque la vocazione dei cristiani: risorti con Cristo, essi sono passati attraverso la morte e ormai la loro vita è nascosta con Cristo in Dio (cfr. Col 3, 1-2). Per vivere questa "nuova" esistenza in Dio è indispensabile nutrirsi della Parola di Dio. Solo così possiamo realmente essere congiunti con Dio, vivere alla sua presenza, se siamo in dialogo con Lui. Gesù lo dice chiaramente quando risponde alla prima delle tre tentazioni nel deserto, citando il Deuteronomio: "Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio" (Mt 4, 4; cfr. Dt 8, 3). San Paolo raccomanda: "La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza. Con ogni sapienza istruitevi e ammonitevi a vicenda con salmi, inni e canti ispirati" (Col 3, 16). Anche in questo, l'Apostolo è innanzitutto testimone: le sue Lettere sono la prova eloquente del fatto che egli viveva in permanente dialogo con la Parola di Dio: pensiero, azione, preghiera, teologia, predicazione, esortazione, tutto in lui era frutto della Parola, ricevuta fin dalla giovinezza nella fede ebraica, pienamente svelata ai suoi occhi dall'incontro con Cristo morto e risorto, predicata per il resto della vita durante la sua "corsa" missionaria. A lui fu rivelato che Dio ha pronunciato in Gesù Cristo la Parola definitiva, sé stesso, Parola di salvezza che coincide con il mistero pasquale, il dono di sé nella croce che diventa poi risurrezione, perché l'amore è più forte della morte. San Paolo poteva così concludere: "Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo" (Gal 6, 14). In Paolo la Parola si è fatta vita, ed unico suo vanto è Cristo crocifisso e risorto.
Cari fratelli e sorelle, mentre ci disponiamo a ricevere le ceneri sul capo in segno di conversione e di penitenza, apriamo il cuore all'azione vivificante della Parola di Dio. La Quaresima, contrassegnata da un più frequente ascolto di questa Parola, da più intensa preghiera, da uno stile di vita austero e penitenziale, sia stimolo alla conversione e all'amore sincero verso i fratelli, specialmente quelli più poveri e bisognosi. Ci accompagni l'apostolo Paolo, ci guidi Maria, attenta Vergine dell'ascolto e umile Serva del Signore. Potremo così giungere, rinnovati nello spirito, a celebrare con gioia la Pasqua. Amen!



(©L'Osservatore Romano - 27 febbraio 2009)

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LE UDIENZE

Il Santo Padre Benedetto XVI ha ricevuto questa mattina in Udienza:

S.E. il Signor Masud Barazani, Presidente della Regione Autonoma del Kurdistan Iracheno, e Seguito;

Ecc.mi Presuli della Conferenza Episcopale della Nigeria, in Visita "ad Limina Apostolorum":

S.E. Mons. Paulinus Chukwuemeka Ezeokafor, Vescovo tit. di Tetci, Ausiliare di Awka;

S.E. Mons. Joseph O. Egerega, Vescovo tit. di Tanudaia, Vicario Apostolico di Bomadi,

con l’Ausiliare:

S.E. Mons. Hyacinth Oroko Egbebo, M.S.S.P., Vescovo tit. di Lacubaza;

S.E. Mons. Timothy Joseph Carroll, S.M.A., Vescovo tit. di Tipasa di Mauritania, Vicario Apostolico di Kontagora.

Il Papa riceve questa mattina in Udienza:

Em.mo Card. James Francis Stafford, Penitenziere Maggiore;

Membri delle Associazioni "Pro Petri Sede" e "Etrennes Pontificales" (Belgio).

Il Santo Padre riceve questo pomeriggio in Udienza:

Em.mo Card. William Joseph Levada, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.





RINUNCE E NOMINE


RINUNCIA DELL’ARCIVESCOVO METROPOLITA DI SÃO SEBASTIÃO DO RIO DE JANEIRO (BRASILE) E NOMINA DEL SUCCESSORE

Il Santo Padre ha accettato la rinuncia al governo pastorale dell’arcidiocesi di São Sebastião do Rio de Janeiro (Brasile), presentata dall’Em.mo Card. Eusébio Oscar Scheid, S.C.I., in conformità al can. 401 § 1 del Codice di Diritto Canonico.

Il Papa ha nominato Arcivescovo Metropolita di São Sebastião do Rio de Janeiro (Brasile) S.E. Mons. Orani João Tempesta, O. Cist., finora Arcivescovo di Belém do Pará.

S.E. Mons. Orani João Tempesta, O. Cist.

S.E. Mons. Orani João Tempesta, O. Cist., è nato il 23 giugno 1950 a São José do Rio Pardo, nella diocesi di São João da Boa Vista.

Conclusi gli studi ginnasiali e liceali a São José do Rio Pardo, nel 1967 è entrato nel monastero cistercense São Bernardo di quella medesima città. Ha studiato filosofia presso il monastero di São Bento, a São Paulo, e teologia presso l’Istituto Teologico Salesiano Pio IX, di São Paulo.

Ha emesso la Professione Religiosa nell’Ordine dei Cistercensi il 2 febbraio 1969 ed è stato ordinato sacerdote il 7 dicembre 1974.

Dal 1984 è stato Priore del suo monastero; ha svolto, nel contempo, anche l’ufficio di Parroco della Parrocchia São Roque, a São José do Rio Pardo, di Coordinatore delle Comunicazioni e della Pastorale diocesana e di Professore nel seminario "Coração de Maria" a São João da Boa Vista. Nel mese di settembre 1996, quando il monastero di São Bernardo è stato trasformato in abbazia, egli ne è stato eletto primo Abate.

Il 26 febbraio 1997 è stato nominato Vescovo di São José do Rio Preto e ha ricevuto l’ordinazione episcopale il 25 aprile dello stesso anno. Nel Regionale Sul 1 della Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile ha ricoperto l’incarico di Responsabile della Pastorale della Comunicazione.

Il 13 ottobre 2004 è stato nominato Arcivescovo di Belém do Pará e nel 2007 ha partecipato, come Delegato, alla "V Conferência Geral do Episcopado da América Latina e do Caribe".

Attualmente è vice Presidente del Regionale Norte 2 della Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile, Presidente della Commissione Nazionale per la Cultura, l’Educazione e le Comunicazioni Sociali e Membro effettivo del Consiglio Permanente, del Consiglio Pastorale e del Consiglio Economico della Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile.
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UDIENZA AI MEMBRI DELLE ASSOCIAZIONI "PRO PETRI SEDE" E "ETRENNES PONTIFICALES"

Alle ore 12.15 di questa mattina, nella Sala del Concistoro del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Benedetto XVI riceve in Udienza i Membri delle Associazioni "Pro Petri Sede" e "Etrennes Pontificales" (Belgio) e rivolge loro il discorso che riportiamo di seguito:


DISCORSO DEL SANTO PADRE

Chers amis,

Je suis particulièrement heureux de vous accueillir alors que vous accomplissez le pèlerinage qui, tous les deux ans, vous conduit sur le tombeau des Apôtres afin de demander au Seigneur de fortifier votre foi et de bénir les efforts que vous faites pour témoigner généreusement de son amour.

L’année paulinienne nous offre l’occasion, à travers la méditation de la parole de l’Apôtre des Nations, de reprendre une conscience plus vive du fait que l’Église est un Corps, à travers lequel circule une même vie qui est celle de Jésus. De ce fait, chaque membre du corps ecclésial est relié de façon très profonde à tous les autres et ne saurait ignorer leurs besoins. Nourris du même pain eucharistique, les baptisés ne peuvent pas demeurer indifférents lorsque manque le pain sur la table des hommes. Cette année encore, vous avez accepté d’entendre l’appel à élargir l’espace de votre cœur aux nécessités des déshérités, afin que les membres du Corps du Christ que la misère affecte soient soulagés et qu’ils deviennent ainsi plus vivants et plus libres pour témoigner de la Bonne Nouvelle.

En confiant le fruit de votre épargne au successeur de Pierre, vous lui permettez d’exercer une charité concrète et active qui est le signe de sa sollicitude pour toutes les Églises, pour chaque baptisé et pour chaque homme. Soyez-en très vivement remerciés au nom de toutes les personnes que votre générosité viendra soutenir dans la lutte contre les maux qui portent atteinte à leur dignité. En combattant la pauvreté, nous donnons plus de chance à la paix d’advenir et de s’enraciner dans les cœurs.

Vous confiant, vous et toutes les personnes que vous aimez, à l’intercession de la Bienheureuse Vierge Marie, Mère de miséricorde, je vous accorde de grand cœur la Bénédiction apostolique, ainsi qu’aux membres de vos deux associations et à leurs familles.
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INCONTRO DEL SANTO PADRE CON I PARROCI E I SACERDOTI DELLA DIOCESI DI ROMA (GIOVEDÌ, 26 FEBBRAIO 2009) - CONTINUAZIONE

Alle ore 11 di ieri, nell’Aula della Benedizione, il Santo Padre Benedetto XVI ha incontrato i Parroci e i Sacerdoti della Diocesi di Roma per il tradizionale appuntamento di inizio Quaresima.

Dopo l’indirizzo di omaggio del Cardinale Vicario Agostino Vallini, sono intervenuti 8 sacerdoti.

Di seguito riportiamo la sintesi degli interventi dei sacerdoti e le risposte del Santo Padre.

1) Santo Padre, sono Don Gianpiero Palmieri, parroco della parrocchia di San Frumenzio ai Prati Fiscali. Volevo rivolgerle una domanda sulla missione evangelizzatrice della comunità cristiana e, in particolare, sul ruolo e sulla formazione di noi presbiteri all'interno di questa missione evangelizzatrice.

Per spiegarmi, parto da un episodio personale. Quando, giovane presbitero, ho cominciato il mio servizio pastorale nella parrocchia e nella scuola, mi sentivo forte del bagaglio degli studi e della formazione ricevuta, ben radicato nel mondo delle mie convinzioni dei miei sistemi di pensiero. Una donna credente e saggia, vedendomi in azione, scosse la testa sorridendo e mi disse: don Gianpiero, quand'è che metti i pantaloni lunghi, quand'è che diventi uomo? È un episodio che m'è rimasto nel cuore. Quella donna saggia cercava di spiegarmi che la vita, il mondo reale, Dio stesso, sono più grandi e sorprendenti dei concetti che noi elaboriamo. Mi invitava a mettermi in ascolto dell'umano per cercare di capire, per comprendere, senza aver fretta di giudicare. Mi chiedeva di imparare a entrare in relazione con la realtà, senza paure, perché la realtà è abitata da Cristo stesso che agisce misteriosamente nel suo Spirito. Di fronte alla missione evangelizzatrice oggi noi presbiteri ci sentiamo impreparati e inadeguati, sempre con i calzoni corti. Sia sotto l'aspetto culturale — ci sfugge la conoscenza attenta delle grandi direttrici del pensiero contemporaneo, nelle sue positività e nei suoi limiti — e soprattutto sotto l'aspetto umano. Rischiamo sempre di essere troppo schematici, incapaci di comprendere in maniera saggia il cuore degli uomini di oggi. L'annuncio della salvezza in Gesù non è anche l'annuncio dell'uomo nuovo Gesù, il Figlio di Dio, nel quale anche la nostra umanità povera viene redenta, resa autentica, trasformata da Dio? Allora la mia domanda è questa: condivide questi pochi pensieri? Nelle nostre comunità cristiane viene tanta gente ferita dalla vita. Quali luoghi e modi possiamo inventarci per aiutare nell'incontro con Gesù l'umanità degli altri? E anche come costruire in noi preti un'umanità bella e feconda? Grazie, Santità!

R. Grazie! Cari confratelli, innanzitutto vorrei esprimere la mia grande gioia di essere con voi, parroci di Roma: i miei parroci, siamo in famiglia. Il Cardinale Vicario ci ha detto bene è che un momento di riposo spirituale. E in questo senso sono anche grato che posso iniziare la Quaresima con un momento di riposo spirituale, di respiro spirituale, nel contatto con voi. E ha anche detto: stiamo insieme perché voi potete raccontarmi le vostre esperienze, le vostre sofferenze, anche i vostri successi e gioie. Quindi non direi che qui parla un oracolo, al quale voi chiedete. Siamo invece in uno scambio familiare, dove per me è anche molto importante, tramite voi, conoscere la vita nelle parrocchie, le vostre esperienze con la Parola di Dio nel contesto del nostro mondo di oggi. E vorrei così imparare anch'io, avvicinarmi alla realtà dalla quale chi è nel Palazzo Apostolico è anche un po' troppo distante. E questo è anche il limite delle mie risposte. Voi vivete nel contatto diretto, giorno per giorno, con il mondo di oggi; io vivo in contatti diversificati, che sono molto utili. Per esempio, adesso ho avuto la visita «ad limina» dei Vescovi della Nigeria. E ho potuto vedere così, tramite le persone, la vita della Chiesa in un Paese importante dell'Africa, il più grande, con 140 milioni di abitanti, un grande numero di cattolici, e toccare le gioie e anche le sofferenze della Chiesa. Ma per me questo è ovviamente un riposo spirituale, perché è una Chiesa come la vediamo negli Atti degli Apostoli. Una Chiesa dove c'è la fresca gioia di aver trovato Cristo, di aver trovato il Messia di Dio. Una Chiesa che vive e cresce ogni giorno. La gente è gioiosa di trovare Cristo. Hanno vocazioni e così possono dare, nei diversi Paesi del mondo, sacerdoti fidei donum. E vedere che non c'è solo una Chiesa stanca, come si trova spesso in Europa, ma una Chiesa giovane, piena di gioia dello Spirito Santo, è certamente un rinfresco spirituale. Ma è anche importante per me, con tutte queste esperienze universali, vedere la mia Diocesi, i problemi e tutte le realtà che vivono in questa Diocesi.

In questo senso, in sostanza, sono d'accordo con lei: non è sufficiente predicare o fare pastorale con il bagaglio prezioso acquisito negli studi della teologia. Questo è importante e fondamentale, ma deve essere personalizzato: da conoscenza accademica, che abbiamo imparato e anche riflettuto, in visione personale della mia vita, per arrivare alle altre persone. In questo senso vorrei dire che è importante, da una parte, concretizzare con la nostra esperienza personale della fede, nell'incontro con i nostri parrocchiani, la grande parola della fede, ma anche non perdere la sua semplicità. Naturalmente parole grandi della tradizione — come sacrificio di espiazione, redenzione del sacrificio del Cristo, peccato originale — sono oggi come tali incomprensibili. Non possiamo semplicemente lavorare con formule grandi, vere, ma non più contestualizzate nel mondo di oggi. Dobbiamo, tramite lo studio e quanto ci dicono i maestri della teologia e la nostra esperienza personale con Dio, concretizzare, tradurre queste grandi parole, così che devono entrare nell'annuncio di Dio all'uomo nell'oggi.

E, direi, dall'altra parte, non dovremmo coprire la semplicità della Parola di Dio in valutazioni troppo pesanti di avvicinamenti umani. Mi ricordo un amico che, dopo aver ascoltato prediche con lunghe riflessioni antropologiche per arrivare insieme al Vangelo, diceva: ma non mi interessano questi avvicinamenti, io vorrei capire che cosa dice il Vangelo! E mi sembra spesso che invece di lunghi cammini di avvicinamento, sarebbe meglio — io l'ho fatto quanto ero ancora nella mia vita normale — dire: questo Vangelo non ci piace, siamo contrari a quanto dice il Signore! Ma che cosa vuole dire? Se io dico sinceramente che a prima vista non sono d'accordo, abbiamo già l'attenzione: si vede che io vorrei, come uomo di oggi, capire che cosa dice il Signore. Così possiamo senza lunghi circuiti entrare nel vivo della Parola. E dobbiamo anche tener presente, senza false semplificazioni, che i dodici apostoli erano pescatori, artigiani, di questa provincia, la Galilea, senza particolare preparazione, senza conoscenza del grande mondo greco e latino. Eppure sono andati in tutte le parti dell'impero, anche fuori l'impero, fino all'India, e hanno annunciato Cristo con semplicità e con la forza della semplicità di quello che è vero. E mi sembra anche questo importante: non perdiamo la semplicità della verità. Dio c'è e Dio non è un essere ipotetico, lontano, ma è vicino, ha parlato con noi, ha parlato con me. E così diciamo semplicemente che cosa è e come si può e si deve naturalmente spiegare e sviluppare. Ma non perdiamo il fatto che noi non proponiamo riflessioni, non proponiamo una filosofia, ma proponiamo l'annuncio semplice del Dio che ha agito. E che ha agito anche con me.

E poi per la contestualizzazione culturale, romana — che è assolutamente necessaria — direi che il primo aiuto è la nostra esperienza personale. Non viviamo sulla luna. Sono un uomo di questo tempo se io vivo sinceramente la mia fede nella cultura di oggi, essendo uno che vive con i mass media di oggi, con i dialoghi, con le realtà dell'economia, con tutto, se io stesso prendo sul serio la mia esperienza e cerco di personalizzare in me questa realtà. Così siamo proprio nel cammino di farci capire anche dagli altri. San Bernardo di Chiaravalle ha detto nel suo libro di considerazioni al suo discepolo Papa Eugenio: considera di bere dalla tua propria fonte, cioè dalla tua propria umanità. Se sei sincero con te e cominci a vedere con te che cosa è la fede, con la tua esperienza umana in questo tempo, bevendo dal tuo proprio pozzo, come dice san Bernardo, anche agli altri puoi dire quanto si deve dire. E in questo senso mi sembra importante essere attenti realmente al mondo di oggi, ma anche essere attenti al Signore in me stesso: essere un uomo di questo tempo e nello stesso tempo un credente di Cristo, che in sè trasforma il messaggio eterno in messaggio attuale.

E chi conosce meglio gli uomini di oggi che il parroco? La canonica non è nel mondo, è invece nella parrocchia. E qui, dal parroco, vengono gli uomini spesso, normalmente, senza maschera, non con altri pretesti, ma nella situazione della sofferenza, della malattia, della morte, delle questioni in famiglia. Vengono nel confessionale senza maschera, con il loro proprio essere. Nessun'altra professione, mi sembra, dà questa possibilità di conoscere l'uomo com'è nella sua umanità e non nel suo ruolo che ha nella società. In questo senso, possiamo realmente studiare l'uomo come è nella sua profondità, fuori dai ruoli, e imparare anche noi stessi l'essere umano, l'essere uomo sempre alla scuola di Cristo. In questo senso direi che è assolutamente importante imparare l'uomo, l'uomo di oggi, in noi e con gli altri, ma anche sempre nell'ascolto attento al Signore e accettando in me il seme della Parola, perché in me si trasforma in frumento e diventa comunicabile agli altri.

2) Sono Don Fabio Rosini, parroco di Santa Francesca Romana all'Ardeatino. A fronte dell'attuale processo di secolarizzazione e delle sue evidenti ricadute sociali ed esistenziali, quanto mai opportunamente abbiamo, a più riprese, ricevuto dal Suo magistero, in mirabile continuità con quello del suo venerato Predecessore, l'esortazione all'urgenza del primo annuncio, allo zelo pastorale per l'evangelizzazione o rievangelizzazione, all'assunzione di una mentalità missionaria. Abbiamo compreso quanto sia importante la conversione dell'azione pastorale ordinaria, non più presupponendo la fede della massa e accontentandoci di curare quella porzione di credenti che persevera, grazie a Dio, nella vita cristiana, ma interessandoci, più decisamente e più organicamente, delle molte pecore perdute, o perlomeno disorientate. In molti e con diversi approcci, noi presbiteri romani abbiamo cercato di rispondere a questa oggettiva urgenza di rifondare o, addirittura, spesso fondare la fede. Si stanno moltiplicando le esperienze di primo annuncio e non mancano risultati anche molto incoraggianti. Personalmente posso constatare come il Vangelo, annunciato con gioia e franchezza, non tarda a guadagnare il cuore degli uomini e delle donne di questa città, proprio perchè esso è la verità e corrisponde a ciò di cui più intimamente ha bisogno la persona umana. La bellezza del Vangelo e della fede, infatti, se presentati con amorevole autenticità, sono evidenti da se stessi. Ma il riscontro numerico, talvolta sorprendentemente alto, non garantisce di per sè la bontà di un'iniziativa. La storia della Chiesa, anche recente, non manca di esempi. Un successo pastorale, paradossalmente, può nascondere un errore, una stortura di impostazione, che magari non appare immediatamente. Ecco perchè vorrei chiederle: quali devono essere i criteri imprescindibili di questa urgente azione di evangelizzazione? Quali sono, secondo lei, gli elementi che garantiscono di non correre invano nella fatica pastorale dell'annuncio a questa generazione a noi contemporanea? Le chiedo umilmente di segnalarci, nel suo prudente discernimento, i parametri da rispettare e da valorizzare per poter dire di compiere un'opera evangelizzatrice che sia genuinamente cattolica e che porti frutto nella Chiesa. La ringrazio di cuore per il suo illuminato magistero. Ci benedica.

R. Sono contento di sentire che si fa realmente questo primo annuncio, che si va oltre i limiti della comunità fedele, della parrocchia, alla ricerca delle cosiddette pecore sperdute; che si cerca di andare verso l'uomo d'oggi che vive senza Cristo, che ha dimenticato Cristo, per annunciargli il Vangelo. E sono felice di sentire che non solo si fa questo, ma che si conseguono anche dei successi numericamente confortanti. Vedo, quindi, che voi siete capaci di parlare a quelle persone nelle quali si deve rifondare, o addirittura fondare, la fede.

Per questo lavoro concreto, io non posso dare ricette, perchè sono diverse le strade da seguire, a seconda delle persone, delle loro professioni, delle varie situazioni. Il catechismo indica l'essenza di quanto annunciare. Ma è chi conosce le situazioni che deve applicare le indicazioni, trovare un metodo per aprire i cuori ed invitare a mettersi in cammino con il Signore e con la Chiesa.

Lei parla dei criteri di discernimento per non correre invano. Vorrei innanzitutto dire che tutte e due le parti sono importanti. La comunità dei fedeli è una cosa preziosa e non dobbiamo sottovalutare — anche guardando ai tanti che sono lontani — la realtà positiva e bella che costituiscono questi fedeli, i quali dicono sì al Signore nella Chiesa, cercano di vivere la fede, cercano di andare sulle orme del Signore. Dobbiamo aiutare questi fedeli, come abbiamo detto già poco fa rispondendo alla prima domanda, a vedere la presenza della fede, a capire che non è una cosa del passato, ma che oggi mostra la strada, insegna a vivere da uomo. È molto importante che essi trovino nel loro parroco realmente il pastore che li ama e che li aiuta a sentire oggi la Parola di Dio; a capire che è una Parola per loro e non solo per persone del passato o del futuro; che li aiuta, ancora, nella vita sacramentale, nell'esperienza della preghiera, nell'ascolto della Parola di Dio e nella vita della giustizia e della carità, perchè i cristiani dovrebbero essere fermento nella nostra società con tanti problemi e con tanti pericoli ed anche tanta corruzione che esiste.

In questo modo credo che essi possano anche interpretare un ruolo missionario «senza parole», poiché si tratta di persone che vivono realmente una vita giusta. E così offrono una testimonianza di come sia possibile vivere bene sulle strade indicate dal Signore. La nostra società ha bisogno proprio di queste comunità, capaci di vivere oggi la giustizia non solo per se stessi ma anche per l'altro. Persone che sappiano vivere, come abbiamo sentito oggi nella prima lettura, la vita. Questa lettura all'inizio dice: «Scegli la vita»: è facile dire sì. Ma poi prosegue: «La tua vita è Dio». Quindi scegliere la vita è scegliere l'opzione per la vita, che è l'opzione per Dio. Se ci sono persone o comunità che fanno questa scelta completa della vita e rendono visibile il fatto che la vita che hanno scelto è realmente vita, rendono una testimonianza di grandissimo valore.

E vengo a una seconda riflessione. Per l'annuncio abbiamo bisogno di due elementi: la Parola e la testimonianza. È necessaria, come sappiamo dal Signore stesso, la Parola che dice quanto lui ci ha detto, che fa apparire la verità di Dio, la presenza di Dio in Cristo, la strada che ci si apre davanti. Si tratta, quindi, di un annuncio nel presente, come lei ha detto, che traduce le parole del passato nel mondo della nostra esperienza. È una cosa assolutamente indispensabile, fondamentale, dare, con la testimonianza, credibilità a questa Parola, affinché non appaia solo come una bella filosofia, o come una bella utopia, ma piuttosto come realtà. Una realtà con la quale si può vivere, ma non solo: una realtà che fa vivere. In questo senso mi sembra che la testimonianza della comunità credente, come sottofondo della Parola, dell'annuncio, sia di grandissima importanza. Con la Parola dobbiamo aprire luoghi di esperienza della fede a quelli che cercano Dio. Così ha fatt0 la Chiesa antica con il catecumenato, che non era semplicemente una catechesi, una cosa dottrinale, ma un luogo di progressiva esperienza della vita della fede, nella quale poi si dischiude anche la Parola, che diventa comprensibile solo se interpretata dalla vita, realizzata dalla vita.

Quindi mi sembra importante, insieme con la Parola, la presenza di un luogo di ospitalità della fede, un luogo in cui si fa una progressiva esperienza della fede. E qui vedo anche uno dei compiti della parrocchia: ospitalità per quelli che non conoscono questa vita tipica della comunità parrocchiale. Non dobbiamo essere un cerchio chiuso in noi stessi. Abbiamo le nostre consuetudini, ma dobbiamo comunque aprirci e cercare di creare anche vestiboli, cioè spazi di avvicinamento. Uno che viene da lontano non può subito entrare nella vita formata di una parrocchia, che ha già le sue consuetudini. Per costui al momento tutto è molto sorprendente, lontano dalla sua vita. Quindi dobbiamo cercare di creare, con l'aiuto della Parola, quello che la Chiesa antica ha creato con i catecumenati: spazi in cui cominciare a vivere la Parola, a seguire la Parola, a renderla comprensibile e realistica, corrispondente a forme di esperienza reale. In questo senso mi sembra molto importante quanto lei ha accennato, cioè la necessità di collegare la Parola con la testimonianza di una vita giusta, dell'essere per gli altri, di aprirsi ai poveri, ai bisognosi, ma anche ai ricchi, che hanno bisogno di essere aperti nel loro cuore, di sentir bussare al loro cuore. Si tratta dunque di spazi diversi, a seconda della situazione.

Mi pare che in teoria si possa dire poco, ma l'esperienza concreta mostrerà le strade da seguire. E naturalmente — criterio sempre importante da seguire — bisogna essere nella grande comunione della Chiesa, anche se forse in uno spazio ancora un po' lontano: e cioè in comunione con il vescovo, con il Papa, in comunione così con il grande passato e con il grande futuro della Chiesa. Essere nella Chiesa cattolica, infatti, non implica soltanto essere in un grande cammino che ci precede, ma significa essere in prospettiva di una grande apertura al futuro. Un futuro che si apre solo in questo modo. Si potrebbe forse proseguire nel parlare dei contenuti, ma possiamo trovare un'altra occasione per questo.

3) Padre Santo, sono Don Giuseppe Forlai, vicario parrocchiale presso la parrocchia di San Giovanni Crisostomo, nel settore nord della nostra Diocesi. L'emergenza educativa, di cui autorevolmente la Santità Vostra ha parlato, è anche, come tutti sappiamo, emergenza di educatori, particolarmente credo sotto due aspetti. Prima di tutto, è necessario avere un occhio maggiore sulla continuità della presenza dell'educatore-prete. Un giovane non stringe un patto di crescita con chi se ne va dopo due o tre anni, anche perché già impegnato emotivamente a gestire relazioni con genitori che lasciano casa, nuovi partner della mamma o del papà, insegnanti precari che ogni anno si danno il cambio. Per educare bisogna stare. La prima necessità che sento è, dunque, quella di una certa stabilità sul luogo dell'educatore-sacerdote. Secondo aspetto: credo che la partita fondamentale della pastorale giovanile si giochi sul fronte della cultura. Cultura intesa come competenza emotivo-relazionale e come padronanza delle parole che i concetti contengono. Un giovane senza questa cultura può diventare il povero di domani, una persona a rischio di fallimento affettivo e un naufrago nel mondo del lavoro. Un giovane senza questa cultura rischia di rimanere un non credente o, peggio ancora, un praticante senza fede perché l'incompetenza nelle relazioni deforma la relazione con Dio e l'ignoranza delle parole blocca la comprensione dell'eccellenza della parola del Vangelo. Non basta che i giovani riempiano fisicamente lo spazio dei nostri oratori per passare un po' di tempo libero. Vorrei che l'oratorio fosse un luogo dove si impara a sviluppare competenze relazionali e dove si riceve ascolto e sostegno scolastico. Un luogo che non sia il rifugio costante di chi non ha voglia di studiare o di impegnarsi, ma una comunità di persone che elaborino quelle domande giuste che aprono al senso religioso e dove si faccia la grande carità di aiutare a pensare. E qui si dovrebbe anche aprire una seria riflessione sulla collaborazione tra oratori e insegnanti di religione. Santità, ci dica una parola autorevole in più su questi due aspetti dell'emergenza educativa: la necessaria stabilità degli operatori e l'urgenza di avere educatori-sacerdoti culturalmente capaci. Grazie.

R. Allora, cominciamo con il secondo punto. Diciamo che è più ampio e, in un certo senso, anche più facile. Certamente un oratorio nel quale si fanno solo dei giochi e si prendono delle bevande sarebbe assolutamente superfluo. Il senso di un oratorio deve realmente essere una formazione culturale, umana e cristiana di una personalità, che deve diventare una personalità matura. Su questo siamo assolutamente d'accordo e, mi sembra, proprio oggi c'è una povertà culturale dove si sanno tante cose, ma senza un cuore, senza un collegamento interiore perché manca una visione comune del mondo. E, perciò, una soluzione culturale ispirata dalla fede della Chiesa, dalla conoscenza di Dio che ci ha donato, è assolutamente necessaria. Direi proprio questa è la funzione di un oratorio: che uno non solo trovi possibilità per il tempo libero ma soprattutto trovi formazione umana integrale che rende completa la personalità.

E, quindi, naturalmente il sacerdote come educatore deve essere egli stesso formato bene e essere collocato nella cultura di oggi, ricco di cultura, per aiutare anche i giovani a entrare in una cultura ispirata dalla fede. Aggiungerei, naturalmente, che alla fine il punto di orientamento di ogni cultura è Dio, il Dio presente in Cristo. Vediamo come oggi ci sono persone con tante conoscenze, ma senza orientamento interiore. Così la scienza può essere anche pericolosa per l'uomo, perché senza orientamenti etici più profondi, lascia l'uomo all'arbitrio e, quindi, senza gli orientamenti necessari per divenire realmente un uomo. In questo senso, il cuore di ogni formazione culturale, così necessaria, deve essere senza dubbio la fede: conoscere il volto di Dio che si è mostrato in Cristo e così avere il punto di orientamento per tutta l'altra cultura, che altrimenti diventa disorientata e disorientante. Una cultura senza conoscenza personale di Dio e senza conoscenza del volto di Dio in Cristo, è una cultura che potrebbe essere anche distruttiva, perché non conosce gli orientamenti etici necessari. In questo senso, mi sembra, abbiamo noi realmente una missione di formazione culturale e umana profonda, che si apre a tutte le ricchezze della cultura del nostro tempo, ma dà anche il criterio, il discernimento per provare quanto è cultura vera e quanto potrebbe divenire anti-cultura.

Molto più difficile per me è la prima domanda — la domanda è anche a Sua Eminenza — cioè la permanenza del giovane sacerdote per dare orientamento ai giovani. Senza dubbio una relazione personale con l'educatore è importante e deve avere anche la possibilità di un certo periodo per orientarsi insieme. E, in questo senso posso, essere d'accordo che il sacerdote, punto di orientamento per i giovani, non può cambiare ogni giorno, perché così perde proprio questo orientamento. D'altra parte, il giovane sacerdote deve anche fare delle esperienze diverse in contesti culturali diversi, proprio per arrivare, alla fine, al bagaglio culturale necessario per essere, come parroco, punto di riferimento per lungo tempo alla parrocchia. E, direi, nella vita del giovane le dimensioni del tempo sono diverse dalla vita di un adulto. I tre anni, dall'anno sedicesimo al diciannovesimo, sono almeno così lunghi e importanti come gli anni tra i quaranta e i cinquanta. Proprio qui, infatti, si forma la personalità: è un cammino interiore di grande importanza, di grande estensione esistenziale. In questo senso, direi che tre anni per un vice parroco è un bel tempo per formare una generazione di giovani; e così, dall'altra parte, può anche conoscere altri contesti, imparare in altre parrocchie altre situazioni, arricchire il suo bagaglio umano. Questo è sempre un tempo non tanto breve per una certa continuità, un cammino educativo dell'esperienza comune, dell'imparare l'essere uomo. Peraltro, come ho detto, nella gioventù tre anni sono un tempo decisivo e lunghissimo, perché qui si forma realmente la personalità futura. Mi sembra, quindi, che si potrebbero conciliare i due bisogni: da una parte, che il sacerdote giovane abbia possibilità di esperienze diverse per arricchire il suo bagaglio di esperienza umana; dall'altra, la necessità di stare un determinato tempo con i giovani per introdurli realmente nella vita, per insegnare loro a essere persone umane. In questo senso, penso a una conciliabilità dei due aspetti: esperienze diverse per un giovane sacerdote, continuità dell'accompagnamento dei giovani per guidarli nella vita. Ma non so che cosa il Cardinale Vicario ci potrà dire in questo senso.

Cardinale Vicario:

Padre Santo, naturalmente condivido queste due esigenze, la composizione tra le due esigenze. A me sembra, per quel poco che ho potuto conoscere, che a Roma in qualche modo si conservi una certa stabilità dei giovani sacerdoti presso le parrocchie per almeno alcuni anni, salvo eccezioni. Possono sempre esserci delle eccezioni. Ma il vero problema talvolta nasce da gravi esigenze o da situazioni concrete, soprattutto nelle relazioni tra parroco e vicario parrocchiale — e qui tocco un nervo scoperto — e poi anche dalla scarsezza di giovani sacerdoti. Come ho avuto anche modo di dirle quando mi ha ricevuto in udienza, uno dei gravi problemi della nostra Diocesi è proprio il numero delle vocazioni al sacerdozio. Personalmente sono convinto che il Signore chiama, che continua a chiamare. Forse noi dovremmo fare anche di più. Roma può dare vocazioni, le darà, sono convinto. Ma in tutta questa complessa materia talvolta interferiscono molti aspetti. Sicuramente una certa stabilità credo sia stata garantita e anche io, per quello che potrò, nelle linee che ci ha indicato il Santo Padre, mi regolerò.

4) Santità, sono Don Giampiero Ialongo, uno dei tanti parroci che svolge il suo ministero nella periferia di Roma, fisicamente a Torre Angela, al confine con Torbellamonaca, Borghesiana, Borgata Finocchio, Colle Prenestino. Periferie, queste, come tante altre, spesso dimenticate e trascurate dalle istituzioni. Sono felice che questo pomeriggio ci abbia convocato il presidente del Municipio: vedremo che cosa potrà scaturire da questo incontro con la municipalità. E, forse, più di altre zone della nostra città, le nostre periferie avvertono veramente forte il disagio che la crisi economica internazionale inizia proprio a far pesare sulle condizioni concrete di vita di non poche famiglie. Come Caritas parrocchiale, ma soprattutto anche come Caritas diocesana, portiamo avanti tante iniziative che sono volte prima di tutto all'ascolto, ma anche poi a un aiuto materiale, concreto, verso quanti — senza distinzione di razza, di culture, di religioni — a noi si rivolgono. Nonostante ciò, ci andiamo sempre più rendendo conto che ci troviamo dinanzi una vera e propria emergenza. Mi sembra che tante, troppe persone — non solo pensionati ma anche chi ha un regolare impiego, un contratto a tempo indeterminato — trovino grandi difficoltà a far quadrare il proprio bilancio familiare. Pacchi-viveri, come noi facciamo, un po' di indumenti, talvolta dei concreti aiuti economici per pagare le bollette o l'affitto, possono essere sì un aiuto ma non credo una soluzione. Sono convinto che come Chiesa dovremmo interrogarci di più su cosa possiamo fare, ma ancor più sui motivi che hanno portato a questa generalizzata situazione di crisi. Dovremmo avere il coraggio di denunciare un sistema economico e finanziario ingiusto nelle sue radici. E non credo che dinanzi a queste sperequazioni, introdotte da questo sistema, basti soltanto un po' di ottimismo. Serve una parola autorevole, una parola libera, che aiuti i cristiani, come già in qualche modo ha detto, Santo Padre, a gestire con sapienza evangelica e con responsabilità i beni che Dio ha donato e ha donato per tutti e non solo per pochi. Questa parola, come già ha fatto altre volte — perché altre volte abbiamo ascoltato la sua parola su questo — sarei desideroso di ascoltare ancora una volta in questo contesto. Grazie, Santità!

R. Innanzitutto vorrei ringraziare il Cardinale Vicario per la parola di fiducia: Roma può dare più candidati per la messe del Signore. Dobbiamo soprattutto pregare il Signore della messe, ma anche fare la nostra parte per incoraggiare i giovani a dire sì al Signore. E, naturalmente, proprio i giovani sacerdoti sono chiamati a dare l'esempio alla gioventù di oggi che è bene lavorare per il Signore. In questo senso, siamo pieni di speranza. Preghiamo il Signore e facciamo il nostro.

Adesso questa questione che tocca il nervo dei problemi del nostro tempo. Io distinguerei due livelli. Il primo è il livello della macroeconomia, che poi si realizza e va fino all'ultimo cittadino, il quale sente le conseguenze di una costruzione sbagliata. Naturalmente, denunciare questo è un dovere della Chiesa. Come sapete, da molto tempo prepariamo un'Enciclica su questi punti. E nel cammino lungo vedo com'è difficile parlare con competenza, perché se non è affrontata con competenza una certa realtà economica non può essere credibile. E, d'altra parte, occorre anche parlare con una grande consapevolezza etica, diciamo creata e svegliata da una coscienza formata dal Vangelo. Quindi bisogna denunciare questi errori fondamentali che sono adesso mostrati nel crollo delle grandi banche americane, gli errori nel fondo. Alla fine, è l'avarizia umana come peccato o, come dice la Lettera ai Colossesi, avarizia come idolatria. Noi dobbiamo denunciare questa idolatria che sta contro il vero Dio e la falsificazione dell'immagine di Dio con un altro Dio, «mammona». Dobbiamo farlo con coraggio ma anche con concretezza. Perché i grandi moralismi non aiutano se non sono sostanziati con conoscenze delle realtà, che aiutano anche a capire che cosa si può in concreto fare per cambiare man mano la situazione. E, naturalmente, per poterlo fare è necessaria la conoscenza di questa verità e la buona volontà di tutti.

Qui siamo al punto forte: esiste realmente il peccato originale? Se non esistesse potremmo far appello alla ragione lucida, con argomenti che a ognuno sono accessibili e incontestabili, e alla buona volontà che esiste in tutti. Semplicemente così potremmo andare avanti bene e riformare l'umanità. Ma non è così: la ragione — anche la nostra — è oscurata, lo vediamo ogni giorno. Perché l'egoismo, la radice dell'avarizia, sta nel voler soprattutto me stesso e il mondo per me. Esiste in tutti noi. Questo è l'oscuramento della ragione: essa può essere molto dotta, con argomenti scientifici bellissimi, e tuttavia è oscurata da false premesse. Così va con grande intelligenza e con grandi passi avanti sulla strada sbagliata. Anche la volontà è, diciamo, curvata, dicono i Padri: non è semplicemente disponibile a fare il bene ma cerca soprattutto se stesso o il bene del proprio gruppo. Perciò trovare realmente la strada della ragione, della ragione vera, è già una cosa non facile e si sviluppa difficilmente in un dialogo. Senza la luce della fede, che entra nelle tenebre del peccato originale, la ragione non può andare avanti. Ma proprio la fede trova poi la resistenza della nostra volontà. Questa non vuol vedere la strada, che costituirebbe anche una strada di rinuncia a se stessi e di una correzione della propria volontà in favore dell'altro e non per se stessi.

Perciò occorre, direi, la denuncia ragionevole e ragionata degli errori, non con grandi moralismi, ma con ragioni concrete che si fanno comprensibili nel mondo dell'economia di oggi. La denuncia di questo è importante, è un mandato per la Chiesa da sempre. Sappiamo che nella nuova situazione creatasi con il mondo industriale, la dottrina sociale della Chiesa, cominciando da Leone XIII, cerca di fare queste denunce — e non solo le denunce, che non sono sufficienti — ma anche di mostrare le strade difficili dove, passo per passo, si esige l'assenso della ragione e l'assenso della volontà, insieme alla correzione della mia coscienza, alla volontà di rinunciare in un certo senso a me stesso per poter collaborare a quello che è il vero scopo della vita umana, dell'umanità.

Detto questo, la Chiesa ha sempre il compito di essere vigilante, di cercare essa stessa con le migliori forze che ha le ragioni del mondo economico, di entrare in questo ragionamento e di illuminare questo ragionamento con la fede che ci libera dall'egoismo del peccato originale. È compito della Chiesa entrare in questo discernimento, in questo ragionamento, farsi sentire, anche ai diversi livelli nazionali e internazionali, per aiutare e correggere. E questo non è un lavoro facile, perché tanti interessi personali e di gruppi nazionali si oppongono a una correzione radicale. Forse è pessimismo, ma a me sembra realismo: fino a quando c'è il peccato originale non arriveremo mai a una correzione radicale e totale. Tuttavia dobbiamo fare di tutto per correzioni almeno provvisorie, sufficienti per far vivere l'umanità e per ostacolare la dominazione dell'egoismo, che si presenta sotto pretesti di scienza e di economia nazionale e internazionale.

Questo è il primo livello. L'altro è essere realisti. E vedere che questi grandi scopi della macroscienza non si realizzano nella microscienza — la macroeconomia nella microeconomia — senza la conversione dei cuori. Se non ci sono i giusti, anche la giustizia non c'è. Dobbiamo accettare questo. Perciò l'educazione alla giustizia è uno scopo prioritario, potremmo dire anche la priorità. Perché san Paolo dice che la giustificazione è l'effetto dell'opera di Cristo, non è un concetto astratto, riguardante peccati che oggi non ci interessano, ma si riferisce proprio alla giustizia integrale. Dio solo può darcela, ma ce la dà con la nostra cooperazione su diversi livelli, in tutti i livelli possibili.

La giustizia non si può creare nel mondo solo con modelli economici buoni, che sono necessari. La giustizia si realizza solo se ci sono i giusti. E i giusti non ci sono se non c'è il lavoro umile, quotidiano, di convertire i cuori. E di creare giustizia nei cuori. Solo così si estende anche la giustizia correttiva. Perciò il lavoro dei parroco è così fondamentale non solo per la parrocchia, ma per l'umanità. Perché se non ci sono i giusti, come ho detto, la giustizia rimane astratta. E le strutture buone non si realizzano se si oppone l'egoismo anche di persone competenti.

Questo nostro lavoro, umile, quotidiano, è fondamentale per arrivare ai grandi scopi dell'umanità. E dobbiamo lavorare insieme su tutti i livelli. La Chiesa universale deve denunciare, ma anche annunciare che cosa si può fare e come si può fare. Le conferenze episcopali e i vescovi devono agire. Ma tutti dobbiamo educare alla giustizia. Mi sembra che sia ancora oggi vero e realistico il dialogo di Abramo con Dio (Genesi, 18, 22-33), quando il primo dice: davvero distruggerai la città? forse ci sono cinquanta giusti, forse dieci giusti. E dieci giusti sono sufficienti per far sopravvivere la città. Ora, se mancano dieci giusti, con tutta la dottrina economica, la società non sopravvive. Perciò dobbiamo fare il necessario per educare e garantire almeno dieci giusti, ma se possibile molti di più. Proprio con il nostro annuncio facciamo sì che ci siano tanti giusti, che sia realmente presente la giustizia nel mondo.

Come effetto, i due livelli sono inseparabili. Se, da una parte, non annunciamo la macrogiustizia quella micro non cresce. Ma, d'altra parte, se non facciamo il lavoro molto umile della microgiustizia anche quella macro non cresce. E sempre, come ho detto nella mia prima Enciclica, con tutti i sistemi che possono crescere nel mondo, oltre la giustizia che cerchiamo rimane necessaria la carità. Aprire i cuori alla giustizia e alla carità è educare alla fede, è guidare a Dio.

5) Santo Padre, sono Don Marco Valentini, vicario presso la parrocchia Sant'Ambrogio. Quando ero in formazione non mi rendevo conto, come ora, dell'importanza della liturgia. Certamente le celebrazioni non mancavano, ma non capivo molto come essa sia «il culmine verso cui tende l'azione della Chiesa e la fonte da cui promana tutta la sua energia» (Sacrosanctum Concilium, 10). La consideravo, piuttosto, un fatto tecnico per la buona riuscita di una celebrazione o una pratica pia e non piuttosto un contatto con il mistero che salva, un lasciarsi conformare a Cristo per essere luce del mondo, una fonte di teologia, un mezzo per realizzare la tanto auspicata integrazione tra ciò che si studia e la vita spirituale. D'altro canto pensavo che la liturgia non fosse strettamente necessaria per essere cristiani o salvi e che bastasse sforzarsi di mettere in pratica le Beatitudini. Ora mi chiedo cosa sarebbe la carità senza la liturgia e se senza di essa la nostra fede non si ridurrebbe ad una morale, un'idea, una dottrina, un fatto del passato e noi sacerdoti non sembreremmo più insegnanti o consiglieri che mistagoghi che introducano le persone nel mistero. La stessa Parola di Dio è un annuncio che si realizza nella liturgia e che con essa ha un rapporto sorprendente: Sacrosanctum Concilium 6; Praenotanda del Lezionario 4 e 10. E pensiamo anche al brano di Emmaus o del funzionario etiope (Atti, 8). Perciò arrivo alla domanda. Senza nulla togliere alla formazione umana, filosofica, psicologica, nelle università e nei seminari, vorrei capire se la nostra specificità non richieda una maggiore formazione liturgica, oppure se l'attuale prassi e struttura degli studi già soddisfino sufficientemente la Costituzione Sacrosanctum Concilium 16, quando dice che la liturgia va computata tra le materie necessarie e più importanti, principali, e va insegnata sotto l'aspetto teologico, storico, spirituale, pastorale e giuridico e che i professori delle altre materie abbiano cura che la connessione con la liturgia risulti chiara. Ho fatto tale domanda perché, prendendo spunto dal proemio del decreto Optatam totius, mi sembra che le molteplici azioni della Chiesa nel mondo e la nostra stessa efficacia pastorale, dipendano molto dall'autocoscienza che abbiamo dell'inesauribile mistero del nostro essere battezzati, crismati e sacerdoti.

R. Dunque, se ho capito bene, si tratta della questione: quale sia, nell'insieme del nostro lavoro pastorale, molteplice e con tante dimensioni, lo spazio e il luogo dell'educazione liturgica e della realtà del celebrare il mistero. In questo senso, mi sembra, è anche una questione sull'unità del nostro annuncio e del nostro lavoro pastorale, che ha tante dimensioni. Dobbiamo cercare che cosa è il punto unificante, affinché queste tante occupazioni che abbiamo siano tutte insieme un lavoro del pastore. Se ho capito bene, lei è del parere che il punto unificante, che crea la sintesi di tutte le dimensioni del nostro lavoro e della nostra fede, potrebbe proprio essere la celebrazione dei misteri. E, quindi, la mistagogia, che ci insegna a celebrare.

Per me è importante realmente che i sacramenti, la celebrazione eucaristica dei sacramenti, non sia una cosa un po' strana accanto a lavori più contemporanei come l'educazione morale, economica, tutte le cose che abbiamo già detto. Può accadere facilmente che il sacramento rimanga un po' isolato in un contesto più pragmatico e divenga una realtà non del tutto inserita nella totalità del nostro essere umano. Grazie per la domanda, perché realmente noi dobbiamo insegnare a essere uomo. Dobbiamo insegnare questa grande arte: come essere un uomo. Questo esige, come abbiamo visto, tante cose: dalla grande denuncia del peccato originale nelle radici della nostra economia e nei tanti rami della nostra vita, fino a concrete guide alla giustizia, fino all'annuncio ai non credenti. Ma i misteri non sono una cosa esotica nel cosmo delle realtà più pratiche. Il mistero è il cuore dal quale viene la nostra forza e al quale ritorniamo per trovare questo centro. E perciò penso che la catechesi diciamo mistagogica è realmente importante. Mistagogica vuol dire anche realistica, riferita alla vita di noi uomini di oggi. Se è vero che l'uomo in sé non ha la sua misura — che cosa è giusto e che cosa non lo è — ma trova la sua misura fuori di sé, in Dio, è importante che questo Dio non sia lontano ma sia riconoscibile, sia concreto, entri nella nostra vita e sia realmente un amico con il quale possiamo parlare e che parla con noi. Dobbiamo imparare a celebrare l'Eucaristia, imparare a conoscere Gesù Cristo, il Dio con il volto umano, da vicino, entrare realmente con Lui in contatto, imparare ad ascoltarLo e imparare a lasciarLo entrare in noi. Perché la comunione sacramentale è proprio questa interpenetrazione tra due persone. Non prendo un pezzo di pane o di carne, prendo o apro il mio cuore perché entri il Risorto nel contesto del mio essere, perché sia dentro di me e non solo fuori di me, e così parli dentro di me e trasformi il mio essere, mi dia il senso della giustizia, il dinamismo della giustizia, lo zelo per il Vangelo.

Questa celebrazione, nella quale Dio si fa non solo vicino a noi, ma entra nel tessuto della nostra esistenza, è fondamentale per poter realmente vivere con Dio e per Dio e portare la luce di Dio in questo mondo. Non entriamo adesso in troppi dettagli. Ma è sempre importante che la catechesi sacramentale sia una catechesi esistenziale. Naturalmente, pur accettando e imparando sempre più l'aspetto misterico — là dove finiscono le parole e i ragionamenti — essa è totalmente realistica, perché porta me a Dio e Dio a me. Mi porta all'altro perché l'altro riceve lo stesso Cristo, come me. Quindi se in lui e in me c'è lo stesso Cristo, anche noi due non siamo più individui separati. Qui nasce la dottrina del Corpo di Cristo, perché siamo tutti incorporati se riceviamo bene l'Eucaristia nello stesso Cristo. Quindi il prossimo è realmente prossimo: non siamo due «io» separati, ma siamo uniti nello stesso «io» di Cristo. Con altre parole, la catechesi eucaristica e sacramentale deve realmente arrivare al vivo della nostra esistenza, essere proprio educazione ad aprirmi alla voce di Dio, a lasciarmi aprire perché rompa questo peccato originale dell'egoismo e sia apertura della mia esistenza in profondità, tale che possa divenire un vero giusto. In questo senso, mi sembra che tutti dobbiamo imparare sempre meglio la liturgia, non come una cosa esotica, ma come il cuore del nostro essere cristiani, che non si apre facilmente a un uomo distante, ma è proprio, dall'altra parte, l'apertura verso l'altro, verso il mondo. Dobbiamo tutti collaborare per celebrare sempre più profondamente l'Eucaristia: non solo come rito, ma come processo esistenziale che mi tocca nella mia intimità, più che ogni altra cosa, e mi cambia, mi trasforma. E trasformando me, dà inizio anche alla trasformazione del mondo che il Signore desidera e per la quale vuol farci suoi strumenti.

6) Beatissimo Padre, sono padre Lucio Maria Zappatore, carmelitano, parroco della parrocchia di santa Maria Regina Mundi, a Torrespaccata.

Per giustificare il mio intervento, mi riallaccio a quanto lei ha detto domenica scorsa, durante la preghiera dell'Angelus, a proposito del ministero petrino. Lei ha parlato del ministero singolare e specifico del vescovo di Roma, il quale presiede alla comunione universale della carità. Io le chiedo di continuare questa riflessione allargandola alla Chiesa universale: qual è il il carisma singolare della Chiesa di Roma e quali sono le caratteristiche che fanno, per un dono misterioso della Provvidenza, unica al mondo? L'avere come vescovo il Papa della Chiesa universale, cosa comporta nella sua missione, oggi in particolare? Non vogliamo conoscere i nostri privilegi: una volta si diceva: Parochus in urbe, episcopus in orbe; ma vogliamo sapere come vivere questo carisma, questo dono di vivere come preti a Roma e cosa si aspetta lei da noi parroci romani.

Fra pochi giorni lei si recherà al Campidoglio per incontrare le autorità civili di Roma e parlerà dei problemi materiali della nostra città: oggi le chiediamo di parlare a noi dei problemi spirituali di Roma e della sua Chiesa. E, a proposito della sua visita al Campidoglio, mi sono permesso di dedicarle un sonetto in romanesco, chiedendole la compiacenza di ascoltarlo.

Er Papa che salisce al Campidojo / è un fatto che te lassa senza fiato / perchè 'sta vortas sòrte for dar sojo, / pe creanza che tiè 'n bon vicinato. / Er sindaco e la giunta con orgojo / jànno fatto 'n invito , er più accorato, / perchè Roma, se sà, vojo o nun vojo /nun po' fa' proprio a meno der papato. / Roma, tu ciài avuto drento ar petto / la forza pè portà la civirtà. / Quanno Pietro t'ha messo lo zicchetto / eterna Dio t'ha fatto addiventà. / Accoji allora er Papa Benedetto / che sale a beneditte e a ringrazià!

R. Grazie. Abbiamo sentito parlare il cuore romano, che è un cuore di poesia. È molto bello sentir parlare un po' in romanesco e sentire che la poesia è profondamente radicata nel cuore romano. Questo forse è un privilegio naturale che il Signore ha dato ai romani. È un carisma naturale che precede quelli ecclesiali.

La sua domanda, se ho capito bene, si compone di due parti. Anzitutto, cosa è la responsabilità concreta del vescovo di Roma oggi. Ma poi lei estende giustamente il privilegio petrino a tutta la Chiesa di Roma — così era considerato anche nella Chiesa antica — e chiede quali siano gli obblighi della Chiesa di Roma per rispondere a questa sua vocazione.

Non è necessario sviluppare qui la dottrina del primato, la conoscete tutti molto bene. Importante è soffermarci sul fatto che realmente il Successore di Pietro, il ministero di Pietro, garantisce l'universalità della Chiesa, questa trascendenza di nazionalismi e di altre frontiere che esistono nell'umanità di oggi, per essere realmente una Chiesa nella diversità e nella ricchezza delle tante culture.

Vediamo come anche le altre comunità ecclesiali, le altre Chiese avvertano il bisogno di un punto unificante per non cadere nel nazionalismo, nell'identificazione con una determinata cultura, per essere realmente aperti, tutti per tutti e per essere quasi costretti ad aprirsi sempre verso tutti gli altri. Mi sembra che questo sia il ministero fondamentale del Successore di Pietro: garantire questa cattolicità che implica molteplicità, diversità, ricchezza di culture, rispetto delle diversità e che, nello stesso tempo, esclude assolutizzazione e unisce tutti, li obbliga ad aprirsi, ad uscire dall'assolutizzazione del proprio per trovarsi nell'unità della famiglia di Dio che il Signore ha voluto e per la quale garantisce il Successore di Pietro, come unità nella diversità.

Naturalmente la Chiesa del Successore di Pietro deve portare, con il suo vescovo, questo peso, questa gioia del dono della sua responsabilità. Nell'apocalisse il vescovo appare infatti come angelo della sua Chiesa, cioè un po' come l'incorporazione della sua Chiesa, alla quale deve rispondere l'essere della Chiesa stessa. Quindi la Chiesa di Roma, insieme con il Successore di Pietro e come sua Chiesa particolare, deve garantire proprio questa universalità, questa apertura, questa responsabilità per la trascendenza dell'amore, questo presiedere nell'amore che esclude particolarismi. Deve anche garantire la fedeltà alla Parola del Signore, al dono della fede, che non abbiamo inventato noi ma che è realmente il dono che solo da Dio stesso poteva venire. Questo è e sarà sempre il dovere, ma anche il privilegio, della Chiesa di Roma, contro le mode, contro i particolarismi, contro l'assolutizzazione di alcuni aspetti, contro eresie che sono sempre assolutizzazioni di un aspetto. Anche il dovere di garantire l'universalità e la fedeltà all'integralità, alla ricchezza della sua fede, del suo cammino nella storia che si apre sempre al futuro. E insieme con questa testimonianza della fede e dell'universalità, naturalmente deve dare l'esempio della carità.

Così ci dice sant'Ignazio, identificando in questa parola un po' enigmatica, il sacramento dell'Eucaristia, l'azione dell'amare gli altri. E questo, per tornare al punto precedente, è molto importante: cioè questa identificazione con l'Eucaristia che è agape, è carità, è la presenza della carità che si è donata in Cristo. Deve sempre essere carità, segno e causa di carità nell'aprirsi verso gli altri, di questo donarsi agli altri, di questa responsabilità verso i bisognosi, verso i poveri, verso i dimenticati. Questa è una grande responsabilità.

Al presiedere nell'Eucaristia segue il presiedere nella carità, che può essere testimoniata solo dalla comunità stessa. Questo mi sembra il grande compito, la grande domanda per la Chiesa di Roma: essere realmente esempio e punto di partenza della carità. In questo senso è presidio della carità.

Nel presbiterio di Roma siamo di tutti i continenti, di tutte le razze, di tutte le filosofie e di tutte le culture. Sono lieto che proprio il presbiterio di Roma esprima l'universalità, nell'unità della piccola Chiesa locale la presenza della Chiesa universale. Più difficile ed esigente è essere anche e realmente portatori della testimonianza, della carità, dello stare tra gli altri con il nostro Signore. Possiamo solo pregare il Signore che ci aiuti nelle singole parrocchie, nelle singole comunità, e che tutti insieme possiamo essere realmente fedeli a questo dono, a questo mandato: presiedere la carità.

7) Santo Padre, sono padre Guillermo M. Cassone, della comunità dei padri di Schoenstatt a Roma, vicario parrocchiale nella parrocchia dei santi Patroni d'Italia, San Francesco e Santa Caterina, in Trastevere.

Dopo il Sinodo sulla Parola di Dio, riflettendo sulla Proposizione 55, «Maria Mater Dei et Mater fidei», mi sono chiesto come migliorare il rapporto fra la Parola di Dio e la pietà mariana, sia nella vita spirituale sacerdotale e sia nell'azione pastorale. Due immagini mi aiutano: l'annunciazione per l'ascolto, e la visitazione per l'annuncio. Vorrei chiederle, Santità, di illuminarci con il suo insegnamento su questo tema. La ringrazio per questo dono.

R. Mi sembra che lei ci abbia dato anche la risposta alla sua domanda. Realmente Maria è la donna dell'ascolto: lo vediamo nell'incontro con l'Angelo e lo rivediamo in tutte le scene della sua vita, dalle nozze di Cana, fino alla croce e fino al giorno di Pentecoste, quando è in mezzo agli apostoli proprio per accogliere lo Spirito. È il simbolo dell'apertura, della Chiesa che attende la venuta dello Spirito Santo.

Nel momento dell'annuncio possiamo cogliere già l'atteggiamento dell'ascolto — un ascolto vero, un ascolto da interiorizzare, che non dice semplicemente sì, ma assimila la Parola, prende la Parola — e poi far seguire la vera obbedienza, come se fosse una Parola interiorizzata, cioè divenuta Parola in me e per me, quasi forma della mia vita. Questo mi sembra molto bello: vedere questo ascolto attivo, un ascolto cioè che attira la Parola in modo che entri e diventi in me Parola, riflettendola e accettandola fino all'intimo del cuore. Così la Parola diventa incarnazione.

Lo stesso vediamo nel Magnificat. Sappiamo che è un tessuto fatto di parole dell'Antico Testamento. Vediamo che Maria realmente è una donna di ascolto, che conosceva nel cuore la Scrittura. Non conosceva solo alcuni testi, ma era così identificata con la Parola che le parole dell'Antico Testamento diventano, sintetizzate, un canto nel suo cuore e nelle sua labbra. Vediamo che realmente la sua vita era penetrata della Parola; era entrata nella Parola, l'aveva assimilata ed era divenuta vita in sé, trasformandosi poi di nuovo in Parola di lode e di annuncio della grandezza di Dio.

Mi sembra che san Luca, riferendosi a Maria, dica almeno tre volte, forse quattro volte, che ha assimilato e conservato nel suo cuore le Parole. Era, per i Padri, il modello della Chiesa, il modello del credente che conserva la Parola, porta in sé la Parola; non solo la legge, la interpreta con l'intelletto per sapere cosa è stata in quel tempo, quali sono i problemi filologici. Tutto questo è interessante, importante, ma è più importante sentire la Parola che va conservata e che diventa Parola in me, vita in me e presenza del Signore. Perciò mi sembra importante il nesso tra mariologia e teologia della Parola, del quale anche hanno parlato i Padri sinodali e del quale parleremo nel documento post-sinodale.

È ovvio: Madonna è parola dell'ascolto, parola silenziosa, ma anche parola della lode, dell'annuncio, perché la Parola nell'ascolto diventa di nuovo carne e diventa così presenza della grandezza di Dio.

8) Santo Padre, sono Pietro Riggi e sono un salesiano che opera al Borgo ragazzi Don Bosco, le volevo chiedere: il Concilio Vaticano ii ha portato tante importatissime novità nella Chiesa, ma non ha abolito le cose che già vi erano. Mi sembra che diversi sacerdoti o teologi vorrebbero far passare come spirito del Concilio ciò che invece non c'entra con il Concilio stesso. Ad esempio le indulgenze. Esiste il Manuale delle indulgenze della Penitenzieria apostolica, attraverso le indulgenze si attinge al tesoro della Chiesa e si possono suffragare le anime del Purgatorio. Esiste un calendario liturgico in cui si dice quando e come si possono lucrare le indulgenze plenarie, ma tanti sacerdoti non ne parlano più, impedendo di fare arrivare suffragi importantissimi alle anime del Purgatorio. Le benedizioni. Vi è il Manuale delle benedizioni in cui si prevede la benedizione di persone, ambienti, oggetti e prefino di alimenti. Ma molti sacerdoti sconoscono queste cose, altri le ritengono preconciliari, così mandano via quei fedeli che chiedono quello che per diritto dovrebbero avere.

Le pratiche di pietà più conosciute. I primi venerdì del mese non sono stati aboliti dal Concilio Vaticano II, ma tanti sacerdoti non ne parlano più, oppure, addirittura, ne parlano male. Oggi vi è un senso di avversione a tutto questo, perché le vedono antiche e dannose, come cose vecchie e preconciliari, mentre ritengo che tutte queste preghiere e pratiche cristiane sono attualissime e molto importanti, che vanno riprese e spiegate adeguatamente al Popolo di Dio, nel sano equilibrio e nella verità a completezza del Vaticano II.

Volevo anche chiederle: una volta lei parlando di Fatima ha detto che vi è un legame tra Fatima e Akita, le lacrimazioni della Madonna in Giappone. Sia Paolo vi che Giovanni Paolo II hanno celebrato a Fatima una messa solenne ed hanno utilizzato lo stesso brano della sacra Scrittura, Apocalisse 12, la donna vestita di sole che lotta una battaglia decisiva contro il serpente antico, il diavolo, satana. C'è affinità tra Fatima e Apocalisse 12?

Concludo: l'anno scorso un sacerdote le ha regalato un quadro, io non so dipingere ma volevo anch'io farle un regalo, così ho pensato di farle dono di tre libri che ho scritto di recente, spero che le piacciano.

R. Sono realtà delle quali il Concilio non ha parlato, ma che suppone come realtà nella Chiesa. Esse vivono nella Chiesa e si sviluppano. Adesso non è il momento per entrare nel grande tema delle indulgenze. Paolo vi ha riordinato questo tema e ci indica il filo per capirlo. Direi che si tratta semplicemente di uno scambio di doni, cioè quanto nella Chiesa esiste di bene, esiste per tutti. Con questa chiave dell'indulgenza possiamo entrare in questa comunione dei beni della Chiesa. I protestanti si oppongono affermando che l'unico tesoro è Cristo. Ma per me la cosa meravigliosa è che Cristo — il quale realmente è più che sufficiente nel suo amore infinito, nella sua divinità e umanità — voleva aggiungere, a quanto ha fatto lui, anche la nostra povertà. Non ci considera solo come oggetti della sua misericordia, ma ci fa soggetti della misericordia e dell'amore insieme con Lui, quasi che — anche se non quantitativamente, almeno in senso misterico — ci volesse aggiungere al grande tesoro del corpo di Cristo. Voleva essere il Capo con il corpo. E voleva che con il corpo fosse completato il mistero della sua redenzione. Gesù voleva avere la Chiesa come suo corpo, nel quale si realizza tutta la ricchezza di quanto ha fatto. Da questo mistero risulta proprio che esiste un tesaurus ecclesiae, che il corpo, come il capo, dona tanto e noi possiamo avere l'uno dall'altro e possiamo donare l'uno all'altro.

E così vale anche per le altre cose. Per esempio, i venerdì del sacro Cuore: è una cosa molto bella nella Chiesa. Non sono cose necessarie, ma cresciute nella ricchezza della meditazione del mistero. Così il Signore ci offre nella Chiesa queste possibilità. Non mi sembra adesso il momento di entrare in tutti i dettagli. Ognuno può più o meno capire cosa è meno importante di un'altra; ma nessuno dovrebbe disprezzare questa ricchezza, cresciuta nei secoli come offerta e come moltiplicazione delle luci nella Chiesa. Unica è la luce di Cristo. Appare in tutti i suoi colori e offre la conoscenza della ricchezza del suo dono, l'interazione tra capo e corpo, l'interazione tra le membra, così che possiamo essere veramente insieme un organismo vivente, nel quale ognuno dona a tutti, e tutti donano il Signore, il quale ci ha donato tutto se stesso.

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Il Papa alle associazioni Pro Petri Sede ed Etrennes Pontificales

Combattendo la povertà
radichiamo la pace nei cuori




Combattendo la povertà offriamo alla pace qualche possibilità in più di realizzarsi e di radicarsi nei cuori. Lo ha detto il Papa venerdì mattina, 27 febbraio, ricevendo i membri delle associazioni caritative Pro Petri Sede e Etrennes Pontificales".


Cari amici,
Sono particolarmente lieto di accogliervi mentre realizzate il pellegrinaggio che, ogni due anni, vi conduce alle tombe degli Apostoli al fine di chiedere al Signore di rafforzare la vostra fede e di benedire gli sforzi che fate per testimoniare generosamente il suo amore.
L'Anno paolino ci offre l'opportunità, mediante la meditazione sulla parola dell'Apostolo delle Genti, di prendere più vivamente coscienza del fatto che la Chiesa è un Corpo, attraverso il quale circola una stessa vita che è quella di Gesù. Per questo, ogni membro del corpo ecclesiale è collegato in modo molto profondo a tutti gli altri e non può ignorare i loro bisogni. Alimentati dallo stesso pane eucaristico, i battezzati non possono restare indifferenti quando manca il pane sulla tavola degli uomini. Anche quest'anno avete accettato di ascoltare l'appello ad aprire il vostro cuore alle necessità dei diseredati, affinché i membri del Corpo di Cristo vittime della miseria siano confortati e divengano così più vitali e più liberi per testimoniare la Buona Novella.
Affidando il frutto dei vostri risparmi al successore di Pietro, gli permettete di praticare una carità concreta e attiva che è il segno della sua sollecitudine per tutte le Chiese, per ogni battezzato e per ogni uomo. Vi ringraziamo vivamente per tutto ciò a nome di tutte le persone che la vostra generosità sosterrà nella lotta contro i mali che attentano alla loro dignità. Combattendo la povertà, diamo sempre maggiori possibilità alla pace d'instaurarsi e di radicarsi nei cuori.
Affidando voi e tutte le persone che amate all'intercessione della Beata Vergine Maria, Madre di Misericordia, vi imparto di tutto cuore la Benedizione Apostolica, che estendo ai membri delle vostre due associazioni e alle loro famiglie.
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